Mio papa’ era un donatore: chi e’?

papa-e-figliaTra gli oltre 50mila francesi nati con fecondazione eterologa a partire dal 1973 il desiderio di conoscere i propri genitori biologici diviene una rivendicazione sempre piu’ diffusa.
Ma in Francia l’anonimato dei donatori è sancito per legge, sulla base pure di una logica spesso sottaciuta: rivelare i nomi scoraggerebbe il dono, proprio in un Paese dove i media pubblici continuano a diffondere spot per incitare a regalare i gameti a chi non riesce a procreare.
Il dilemma torna sul proscenio nazionale, dato che ieri il Consiglio di Stato, supremo foro amministrativo, si è riunito per giudicare l’ultimo ricorso possibile in patria presentato da un’avvocata trentancinquenne specializzata in questioni bioetiche, decisa a tentare il tutto per tutto in nome di una battaglia che l’ha già portata a pubblicare l’anno scorso un libro intitolato Le mie origini: un affare di Stato, firmato con lo pseudonimo Audrey Kermalvezen.
Quasi tutti i giuristi considerano improbabile un ribaltamento del principio dell’anonimato.
Ma il verdetto, che giungerà nelle prossime settimane, potrebbe aprire spiragli per rivelazioni parziali. La donna avvocato conduce la sua battaglia anche nel quadro dell’associazione «Pma» (che in questo caso sta per «Procreazione medicalmente anonima»), fondata nel 2004 dalla dottoressa Pauline Tiberghien, (specializzata in procreazione umana, per sensibilizzare innanzitutto il mondo sanitario.
Con i propri legali, Audrey si dice già pronta a rivolgersi pure alla Corte europea dei diritti umani, la quale considerò nel 1992 che le persone nate da fecondazione eterologa hanno «un interesse vitale a ottenere le informazioni che sono indispensabili per scoprire la verità su un aspetto importante della loro identità personale».
Sulla base di questo giudizio, l’avvocata spera almeno di apprendere, ad esempio, se il fratello è nato grazie allo stesso donatore.
Un’altra richiesta di Audrey è di poter comunicare anche solo indirettamente al padre biologico il proprio bisogno di conoscerlo. In tal caso, ricevere per risposta anche una semplice foto dell’uomo inviata per posta sarebbe già una mezza vittoria.
Per chi è nato da eterologa prima del 1975 potrebbe già essere troppo tardi, dato che le “banche del seme” hanno l’obbligo legale di conservare le informazioni per 40 anni. Gli altri, come Audrey (che ha saputo
della sua origine solo nel 2009), lottano già contro il tempo. La donna spera che venga riconosciuta una violazione del suo «diritto al rispetto della vita privata e familiare » sancito nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo. A ciò si aggiungono altri argomenti, come il rischio di consanguineità col marito (anch’egli nato da eterologa), o l’interesse di conoscere gli eventuali antecedenti clinici del padre biologico. Ma la questione più lancinante è interiore: «Non considero questo mio genitore come un vero padre, un membro della mia famiglia, ma fa parte di me. Non è una ricerca affettiva ma desidero solo sapere da dove vengo, chi sono ». Inoltre, quest’anno è nato il primogenito di Audrey. E la donna immagina già a cosa dovrà presto rispondere. Domande naturali e semplicissime, certo, ma non per tutti.

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