Nagasaki città dell’atomica e dei martiri cristiani

Sono 188, di quattro secoli fa, e saranno beatificati tra un anno. Nella stessa città in cui nel 1945 furono uccisi in un sol giorno i due terzi dei cattolici del Giappone. Fu questa una scelta deliberata? Nelle memorie del cardinale Giacomo Biffi c’è un passaggio con il finale in sospeso, che riguarda il Giappone. È là dove Biffi ricorda il forte impatto che ebbe su di lui nel 1945 la notizia delle bombe atomiche sganciate dagli Stati Uniti il 6 agosto su Hiroshima e il 9 agosto su Nagasaki. Scrive: “Di Nagasaki avevo già sentito parlare. L’avevo ripettamente incontrata nel ‘Manuale di storia delle missioni cattoliche’ di Giuseppe Schmidlin, tre volumi pubblicati a Milano nel 1929. A Nagasaki fin dal secolo XVI era sorta la prima consistente comunità cattolica del Giappone. A Nagasaki il 5 febbraio 1597 avevano dato la vita per Cristo trentasei martiri (sei missionari francescani, tre gesuiti giapponesi, ventisette laici), canonizzati da Pio IX nel 1862. Quando riprende la persecuzione nel 1637 vengono uccisi addirittura trentacinquemila cristiani. Poi la giovane comunità vive, per così dire, nelle catacombe, separata dal resto della cattolicità e senza sacerdoti; ma non si estingue. Nel 1865 il padre Petitjean scopre questa ‘Chiesa clandestina’, che si fa da lui riconoscere dopo essersi accertata che egli è celibe, che è devoto di Maria e obbedisce al papa di Roma; e così la vita sacramentale può riprendere regolarmente. Nel 1889 è proclamata in Giappone la piena libertà religiosa, e tutto rifiorisce. Il 15 giugno 1891 viene eretta canonicamente la diocesi di Nagasaki, che nel 1927 accoglie come pastore monsignor Hayasaka, che è il primo vescovo giapponese ed è consacrato personalmente da Pio XI. Dallo Schmidlin veniamo a sapere che nel 1929 di 94.096 cattolici nipponici ben 63.698 sono di Nagasaki”. Premesso questo, il cardinale Biffi conclude con una domanda inquietante: “Possiamo ben supporre che le bombe atomiche non siano state buttate a casaccio. La domanda è quindi inevitabile: come mai per la seconda ecatombe è stata scelta, tra tutte, proprio la città del Giappone dove il cattolicesimo, oltre ad avere la storia più gloriosa, era anche più diffuso e affermato?”. * * * In effetti, tra le vittime della bomba atomica su Nagasaki scomparvero in un sol giorno i due terzi della piccola ma vivace comunità cattolica giapponese. Una comunità quasi azzerata con la violenza per due volte in tre secoli. Nel 1945 lo fu per un atto di guerra misteriosamente concentratosi su di essa. Tre secoli prima per una terribile persecuzione molto simile a quella dell’impero romano contro i primi cristiani, con epicentro sempre Nagasaki e la sua “collina dei martiri”. Eppure, da entrambe queste tragedie la comunità cattolica giapponese ha saputo risorgere. Dopo la persecuzione del Seicento, dei cristiani mantennero viva la fede trasmettendola dai genitori ai figli per due secoli, pur privi di vescovi, preti e sacramenti. Si racconta che il venerdì santo del 1865 ben diecimila di questi “kakure kirisitan”, cristiani nascosti, sbucarono dai villaggi e si presentarono a Nagasaki agli stupiti missionari che avevano da poco riavuto accesso in Giappone. E anche dopo la seconda ecatombe di Nagasaki, quella del 1945, la Chiesa cattolica è rinata, in Giappone. Gli ultimi dati ufficiali, del 2004, stimano in poco più di mezzo milione i giapponesi di fede cattolica. Pochi in rapporto a una popolazione di 126 milioni. Ma rispettati e influenti, anche grazie a una fitta rete di loro scuole e università. Inoltre, se ai giapponesi di nascita si sommano gli immigrati da altri paesi dell’Asia, il numero dei cattolici raddoppia. Un rapporto del 2005 della commissione per i migranti della conferenza episcopale calcola che il totale dei cattolici abbia di recente superato il milione, per la prima volta nella storia del Giappone. * * * Su questo sfondo prende una luce nuova un decreto autorizzato il 1 giugno 2007 da Benedetto XVI: la beatificazione di 188 martiri del Giappone, che si aggiungono ai 42 santi e ai 395 beati – tutti martiri – già elevati agli altari dai precedenti papi. La beatificazione – la prima mai tenuta in Giappone – sarà celebrata il 24 novembre del 2008 proprio a Nagasaki dal prefetto della congregazione delle cause dei santi, cardinale José Saraiva Martins, come inviato speciale di Benedetto XVI. I 188 martiri giapponesi che saranno beatificati l’anno prossimo sono classificati nelle carte del processo canonico come “padre Kibe e i suoi 187 compagni”. Sono stati uccisi a causa della loro fede tra il 1603 e il 1639. Pietro Kibe Kasui nacque nel 1587, nell’anno in cui il maresciallo della corona a Nagasaki, lo shogun Hideyoshi, emise un editto che ingiungeva ai missionari stranieri di lasciare il paese. Dieci anni dopo cominciarono le persecuzioni. A quell’epoca in Giappone si contavano circa 300 mila cattolici, evangelizzati prima dai gesuiti, con san Francesco Saverio, e poi anche dai francescani. Nel febbraio 1614 un altro editto impose la chiusura delle chiese cattoliche e il confinamento a Nagasaki di tutti i sacerdoti rimasti, stranieri e locali. Nel novembre dello stesso anno i sacerdoti e i laici che guidavano le comunità furono costretti ad andare in esilio. Kibe riparò prima a Macao e poi a Roma. Fu ordinato sacerdote il 15 novembre 1620 e, dopo aver completato il noviziato a Lisbona, pronunciò i primi voti da gesuita il 6 giugno 1622. Tornato in Giappone fra i cattolici sottoposti a crudele persecuzione, nel 1639 fu catturato a Sendai assieme ad altri due sacerdoti. Torturato per dieci giorni di fila, rifiutò di abiurare. E fu martirizzato a Edo, l’attuale Tokyo. Uno dei suoi 187 compagni di martirio, per la maggior parte laici, fu Michele Kusurya, detto il “buon samaritano di Nagasaki”. Salì la “collina dei martiri”, poco fuori la città, cantando dei salmi. Morì, come molti, legato al palo e bruciato a fuoco lento. Un altro dei prossimi beati fu Nicola Keian Fukunaga. Morì gettato in fondo a un pozzo di fango, dove fino all’ultimo pregò a voce alta, chiedendo perdono “per non aver portato Cristo a tutti i giapponesi, a cominciare dallo shogun”. Altri martiri furono uccisi inchiodati su croci o tagliati a pezzi, con inaudite crudeltà che non risparmiavano donne e bambini. Oltre che dalle uccisioni, la comunità cattolica fu falcidiata dalle apostasie di quelli che abiuravano per paura. Eppure non fu annientata. Una parte si celò nella clandestinità e conservò la fede fino all’arrivo, due secoli dopo, di un regime più libero. Lo scorso settembre la diocesi di Takamatsu ha dedicato un simposio a un altro ancora dei 188 martiri che saranno beatificati nel 2008, il gesuita Diego Ryosetsu Yuki, discendente di una famiglia di shogun. Uno dei relatori, il professor Shinzo Kawamura della Università Sophia dei gesuiti di Tokyo, ha mostrato che la forza indomita con cui tanti cattolici di quell’epoca resistettero alle torture e affrontarono il martirio proveniva anche dallo spirito comunitario con cui essi si sostenevano a vicenda, nella fede. In parte avevano preso come modello le comunità buddiste di Jodo Shinshu, della Terra Pura. “Furono le kumi, le comunità dei kirisitan, dei cristiani, il terreno sul quale fiorirono i 188 martiri, La Chiesa di quell’epoca in Giappone era una vera Chiesa di popolo”. di Sandro Magister