Nat Hentoff, eroe dei diritti civili e apostata antiabortista

Il suo è il carisma degli apostati. Ama definirsi “sovversivo itinerante”. Il settantenne Nat Hentoff è un mito del giornalismo americano, forse la massima autorità sul Primo emendamento e i diritti civili nella patria della libertà. Amico di Malcolm X e autore di testi per Bob Dylan, l’agitatore Nat Hentoff ha fatto la storia delle inchieste sulle libertà costituzionali. Per oltre cinquant’anni è stato il critico letterario del New Yorker e oggi lavora al Village Voice, il più radicale giornale di New York. E’ un liberal incallito, ma anche il più grande antiabortista d’America. La Human Life Foundation, che è la principale fucina di medaglie al merito per chi “lotta per il diritto alla vita e contro la cultura della morte”, lo ha premiato con il titolo di “Great Defender of Life”. Il celebre scrittore si è presentato così: “Sono ebreo, ateo, libertario e pro-life”.

Un onore, quello di “Grande Difensore della Vita”, di solito cucito al petto di evangelici e cattolici con l’elmetto, abortiste e medici pentiti come Norma Mc-Corvey e Bernard Nathanson. L’iconoclasta Nat Hentoff, veterano hippy degli anni Sessanta, si è battuto come un leone contro la messa a morte di Terri Schindler (in Schiavo), “la più lunga esecuzione pubblica nella storia dell’America, nemmeno i serial killer sono giustiziati in quel modo”.

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Hentoff è stato per anni il trascinatore dell’American Civil Liberties Union, la mega lobby liberal dei diritti civili: “L’Aclu è il campione degli indifesi, tranne che degli esseri umani più vulnerabili che non sono ancora nati e ognuno dei quali ha una specifica identità genetica. La mia scelta di essere pro-life non ha nulla a che fare con la religione. Io resto un ateo, un ebreo ateo”. La sua vita è cambiata nel 1982 con il caso Baby Doe. A Blomington, nell’Indiana, un bambino nacque con l’ostruzione dell’esofago, un difetto risolvibile con una normale operazione. Ma quando i genitori scoprirono che era anche affetto da sindrome Down, si rifiutarono di farlo operare, su consiglio del medico. Baby Doe morì sei giorni dopo, per inedia come Terri, la ragazza della Florida. Reagan autorizzò squadre speciali di medici a irrompere senza autorizzazione negli ospedali per vigilare che non si ripetessero casi simili. La Corte suprema dell’Indiana sancì che lasciar morire Baby Doe era stata una soluzione “medica”. “Come lo schiavo, il feto è diventato proprietà di cui disporne”, dice Hentoff.

“Lo svilimento della vita non ha avuto fine con l’aborto legale. Prima delle camere a gas, prima dell’Olocausto, i medici tedeschi misero a morte non soltanto gli ‘incurabili’, ma anche i malati di mente sulla base del principio che alcune vite sono indegne di essere vissute, ‘lebensunwertes Leben’”. Nel 1992 su New Republic Hentoff scrisse un’invettiva contro “i pro-choice bigotti interessati solo alla propria versione della scelta”. Ha fatto campagna contro l’arruolamento a Princeton di Peter Singer, “il professore dell’infanticidio” e vate transumanista. Ai democratici che hanno accusato Bush di rincorrere il voto evangelico, Hentoff ha detto che “milioni di americani mai nati quest’anno non voteranno. La Corte suprema ha creato una porta aperta per l’uccisione di esseri umani”. Già vent’anni fa parlava di “spettro dell’eugenetica pro-choice”. I colleghi del Village lo hanno accusato di essersi convertito al cattolicesimo, “l’unica spiegazione che possono darsi per la mia apostasia. Alcuni membri dell’Aclu pensano che sia Satana o un ‘born again’. Solo perché disturbo i loro stereotipi”.
Giulio Meotti