Nelle operazioni chirurgiche anche il feto ha bisogno dell’anestesia

La chirurgia ha fatto passi avanti da gigante. Se fino a qualche anno fa operare un bambino ancora non nato era pura utopia, da qualche tempo a questa parte è possibile intervenire quando il piccolo è ancora nell’utero della madre.

Ma nella chirurgia prenatale è necessaria l’anestesia come avviene negli adulti?
L’opinione della comunità scientifica al momento non è ancora univoca ma uno studio italiano, da poco pubblicato sulla rivista «The Journal of Maternal-Fetal & Neonatal Medicine» ad opera del professor Carlo Bellieni -neonatologo dell’Università di Siena- lascia pochi dubbi: l’anestesia sul feto durante le operazioni chirurgiche è necessaria.

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A cosa serve la chirurgia fetale?
Quando si parla di chirurgia fetale si intende quella serie di interventi che vengono eseguiti prima della nascita direttamente sul feto. Ad oggi sono diverse le operazioni che possono essere eseguite. In particolare quelle più diffuse riguardano il cuore e la correzione del mielomeningocele, la cosiddetta spina bifida. Ma l’evoluzione delle tecniche chirurgiche, impensabile sino a poco fa, non sembra però andare di pari passo con la conoscenza sulla reale necessità di fornire un’anestesia al feto. Diverse scuole di pensiero infatti tendono a ritenere sufficiente la sola anestesia fornita alla madre. Una visione che non trova però consenso unanime all’interno della comunità scientifica tanto che allo stato attuale non esistono chiare linee guida in materia.

Il feto prova dolore?
«Il fatto che alcuni esperti ritengano non necessaria l’anestesia -spiega Bellieni è dovuto essenzialmente a due convinzioni: da un lato che il feto non sia in grado di percepire interamente lo stimolo doloroso, dall’altro che a livello fetale la produzione di inibitori neuroendocrini intrauterini (ENIn) sia sufficiente al bambino per non provare dolore».

Non solo, anche quando si è convinti del fatto che il dolore venga percepito vi è la tendenza a ritenere sufficiente l’anestesia fornita alla sola madre durante l’intervento. Convinzioni che alla luce di quanto emerge dallo studio potrebbero andare presto in soffitta.

Gli inibitori neuroendocrini intrauterini non bastano  
L’analisi condotta dai neonatologi senesi ha preso in esame tutta la letteratura scientifica sulla percezione del dolore a livello fetale dal 1990 al 2016. Obiettivo dello studio era verificare l’effettiva efficacia degli inibitori neuroendocrini intrauterini nel proteggere il feto dal dolore intraoperatorio.

Dai risultati è emerso chiaramente che il feto –soprattutto nella seconda metà della gravidanza, periodo in cui si concentrano maggiormente gli interventi- può essere svegliato da stimoli esterni ma le concentrazioni fisiologiche di ENIn non sono in grado di indurre un effetto anestetico. Al contrario l’anestesia ha effetto solo quando questi vengono iniettati ad alte dosi.

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L’anestesia nel feto è necessaria  

«Diversi studi hanno già dimostrato che uno stimolo doloroso sul feto è in grado di innalzare i livelli degli ormoni legati allo stress. Non solo, ad un’analisi fisiologica risulta evidente che dopo le 20 settimane le vie del dolore risultano già ampiamente formate. Questi dati, uniti a quanto abbiamo ottenuto nel nostro ultimo studio, dovrebbero indurre a far sì che l’anestesia diretta nel feto venga considerare una regola proprio come avviene negli adulti che si sottopongono ad un intervento» spiega l’esperto. Un’anestesia ottenibile mediante la somministrazione di analoghi della morfina o per via intramuscolare o direttamente nel cordone ombelicale.     «Ad oggi la situazione è abbastanza variegata. L’utilizzo dell’analgesia diretta nel feto avviene in circa la metà dei casi. La speranza è che alla luce delle sempre più numerose evidenze scientifiche l’anestesia fetale trovi sempre più diffusione»
Daniele Banfi – La Stampa