Non basta un documento per fare un genitore (Claudio Rise’)

Ma chi è, poi, il padre? Non potrebbe essere, come sostengono i “decostruzionisti”, a cominciare da Judith Butler, autrice della “teoria del genere”, un’invenzione culturale, un ruolo come un altro, un mestiere che ha avuto un certo successo per qualche tempo, ma destinato ad essere abbandonato nel percorso della storia? Come del resto la madre, che in Italia e altrove viene oggi cancellata con un tratto di penna da sindaci di comuni grandi e piccoli, da Torino a Gabicce mare, e sostituita da 2 papà da certificato, acquirenti di bimbi negli USA? Nulla prova però che la parentela, struttura antropologica fondamentale nella storia umana, sia sostituibile con contratti d’acquisto, e tutto sembra invece testimoniare il contrario. Il padre, colui che genera e svolge poi ruoli decisivi nell’educazione e sviluppo del bambino risulta una presenza insostituibile per la vita e l’equilibrio delle persone e della società. Senza di lui non c’è né crescita dei bambini né pace nel mondo. Questa non è solo l’esperienza quotidiana dell’analista che se lo sente raccontare dalle pazienti quando dopo tempeste caratteriali riprendono in casa il marito e raccontano il loro stupore davanti alla docilità con la quale ora i bambini vanno adesso a dormire senza far storie, e alla strana tranquillità che sembra regnare in casa. Ha probabilmente a che fare con le ragioni che fecero lanciare a Barack Obama (non proprio un maschilista convinto) un appello al padri affinché tornassero a casa a svolgere le proprie funzioni, perché gli Stati Uniti d’America avevano bisogno di loro: senza di essi, spiegò, la crescita dei loro figli e il benessere della nazione erano in pericolo. Molte ragioni della necessità della presenza paterna sono documentate dalle statistiche, almeno negli Stati che le fanno e soprattutto le diffondono. Esse rivelano che i figli cresciuti in famiglie dove non c’è un padre (ormai maggioranza negli USA e in grandi metropoli europee) sono in testa a tutti i comportamenti autodistruttivi e antisociali dall’uso di droghe alle aggressioni, ai crimini, e nella scuola. I loro risultati sul lavoro sono peggiori di quelli cresciuti in famiglie con un padre, le loro relazioni più povere, la loro vita più breve. Non è un destino segnato, ma certo l’indicazione di un rischio maggiore rispetto a quelli che il padre ce l’hanno. Perché però la presenza del padre influisce così tanto sulla personalità e nella vita? La mia risposta (ma anche quella di un non credente come Bronislaw Malinowski, uno dei fondatori dell’antropologia) è che il padre è il testimone della componente trascendente nella psiche e vita umana, decisiva per collegare profondamente l’individuo agli altri, al gruppo e alla società, che senza questa figura si decompone e dissolve. È l’aspetto trascendente a dare forza e profondità anche al sesso, il cui territorio, per Malinowski (come si vede nell’esperienza analitica) sconfina spesso nel sacro, cui la figura paterna è in ogni cultura legata. È la consapevolezza e relazione con l’aldilà che ci fa star bene nell’aldiquà. Il padre è la figura che collega queste due dimensioni. Nel suo soggiorno di molti anni alle isole Trobriand, al nord dell’Australia presso indigeni allora considerati “selvaggi”, Malinowski scoprì che la figura del padre (almeno in quelle culture, ma si vedrà poi anche in molte altre) non è particolarmente vincolata né al possesso sessuale, né alla generazione. All’epoca infatti (allo scoppio della prima guerra mondiale) in quei territori, come in gran parte del mondo ancora meno di due millenni prima di Cristo, non era ancora noto il rapporto tra atto sessuale e nascita dei bambini. I bimbi, pensavano i trobriandesi fino a un secolo fa, sono un dono degli dei, e continuarono a sostenerlo per anni, discutendo animatamente con l’antropologo che cercava delicatamente di convincerli del contrario, e alla fine desisteva per non farli troppo arrabbiare. “Padre” era per loro il marito della madre, e insieme costituivano la famiglia, nella quale gli dei ponevano i figli, donati loro dal mondo spirituale. La relazione sessuale tra i genitori era una componente tra le altre della vita famigliare. Nella quale non compariva il “complesso di Edipo”, il desiderio di incesto con la madre presentato invece negli stessi anni da Freud come un aspetto comune e universale dell’ umanità, costitutivo della personalità e delle sue nevrosi. Malinowski conosceva perfettamente Freud e su questo punto lo contestò con decisione (sollevando una polemica internazionale tra psicoanalisti e antropologi), dato che le sue ricerche dimostravano il contrario.

Nelle Trobriand infatti, come in molte altre culture matrilineari ma non solo, si stabiliva invece un rapporto di amore tra padre e figlio, la cui guida dopo l’età dello sviluppo passava poi al fratello della madre, che si assumeva gli antagonismi e resistenze che Freud riteneva universali e costitutive del rapporto tra padri e figli. Il padre è semplicemente, in origine, il marito della madre cui gli dei affidano i figli e la continuazione della vita e quindi della società. E rimane sempre, comunque, la persona cui somiglia “il volto del bambino”, la sua faccia, la sua identità, perché: “il padre è quello che plasma il volto del bambino”. La relazione con il mondo dello spirito, da cui viene il dono dei figli, e il conseguente plasmare il volto del bambino, la sua espressione e identità: ecco il compito specifico del padre, che nulla ha a vedere con l’esercizio del potere, che può venire trasferito tranquillamente a un parente della madre o a un precettore. Neppure è rilevante la gelosia del bambino nei confronti della sessualità tra madre e padre e la bizzarra idea su cui Freud costruisce la psicoanalisi, partendo da studi ottocenteschi del missionario americano Thomas S. Savage e dalla sua tesi di un'”orda primordiale” di maschi che uccidono il padre come lontana origine della società. Un’ipotesi già allora considerata senza fondamento dagli antropologi, anche se Freud ci costruì poi sopra il suo libro Totem e Tabù. Liquidata da come “un’ipotesi fantastica” da Malinowski, la teoria della diffusione universale dell’Edipo, presa da Freud (come racconta Armanda Guiducci) su vecchi studi svolti sulle scimmie e già smentita, ha tuttavia continuato a ingombrare psicologia e vita quotidiana fino a pochi anni fa. La realtà, come dimostrano i popoli tradizionali, è molto più semplice: “La famiglia, fatta di marito, moglie e figli è la norma stabilita dal gruppo, che prevede anche per ogni membro una parte precisamente definita”, come spiega Malinowski. Dalla fedeltà a questo programma antropologico, con qualche ovvia variazione, dipende il benessere individuale e quello della società. Tra gli esseri umani, il padre, la madre, i figli non sono figure esclusivamente naturali ma ancora meno solo “costruzioni culturali” dettate dalla sete di potere, o di piacere. Sono piuttosto il risultato di un attento bilanciamento di tutto ciò e di molto altro per il proseguimento della vita e della specie.

La funzione del padre, costante, è quella di accogliere e proteggere il dono della vita e il suo slancio, e di rappresentarlo con amore nell’accoglienza dei figli e nella loro prima formazione. L’esercizio dell’autorità (che comunque -come dice l’etimologia della parola- deve essere sempre finalizzato a una crescita e non a un compiacimento del potere in chi lo detiene), può venire anche trasferito da un certo punto in poi ad altre figure, all’interno di una visione coerente e condivisa dalla comunità. Nella sua relativa lontananza dal corpo dei figli il padre è già rappresentante di quella distanza generante che è alla base di ogni sviluppo psicologico. Siamo lontani dai “mammi”, come dai padri/fratelli, o padri/amici dei figli. Il padre è se stesso e tutore del soffio spirituale nella vita dei figli. In questa amorosa distanza li aiuta a crescere, e insieme consente loro di contribuire a una società stabile e creativa.

di Claudio Risé, da “La Verità”