Non ci si abitua mai a vedere il male

Segue la testimonianza di un volontario che ha incontrato donne vittime della tratta.

A volte penso che anche incontrare le ragazze sulla strada possa diventare una routine Prima di fare l’uscita controllo l’auto, preparo il materiale, dialogo con l’operatrice che esce con me e pianifichiamo il lavoro: quali ragazze incontrare per prime, quali volantini distribuire, quali situazioni particolari affrontare o comunicazioni fare, il solito, penso, e così parto con la sicurezza di avere il controllo della situazione e di sapere come comportarmi.

In realtà non è così semplice; in fondo andando sulla strada non so mai quello che troverò e cosa potrà accadere ed è proprio quando sono convinto di averle sentite e viste tutte, che scopro che mi sbaglio a dare tutto per scontato.

Trovarsi di fronte una ragazzina palesemente minorenne in mutandine e reggiseno di pizzo rosso fuoco è una di queste situazioni. Ciò che mi passa per la testa durante, e soprattutto dopo, l’incontro è davvero complesso da spiegare e credo che ognuno potrebbe viverlo in maniera diversa.

Linda, a parte l’essere di colore e vestire in modo succinto (com’è normale pratica per le ragazze nigeriane), si comporta in modo molto simile ad altre ragazzine, solitamente albanesi, che mi è capitato di conoscere in strada. Lei esprime apparentemente poco disagio e forse un po’ più di consapevolezza, ma è evidente che il modo in cui ostenta il suo ruolo di prostituta, imitando le altre più grandi che ballano o urlano alle auto che passano, è di natura diversa.

La tendenza a vivere tutto come un gioco rivela la sua giovane età e così mi ritrovo a parlare, dondolandomi insieme a lei sulla transenna di metallo (tranquilli nulla di pericoloso!) che separa la strada dall’ingresso di un campo di proprietà privata nella piazzola dove di solito si ferma. La continuità con cui cerca il contatto fisico e la relazione privilegiata che ha instaurato con l’operatrice dell’équipe sono indicative del suo bisogno di una tenerezza e di un affetto “materno”. A me pare una situazione così strana, irreale.

Il massimo che si può fare in questi casi è una segnalazione ufficiale agli organi istituzionali cui compete la tutela dei minori perché intervengano, considerato che una ragazzina di quell’età non dovrebbe affatto prostituirsi.

Il tempo passa, ma nulla succede; si sprecano fax, telefonate e richieste di incontri con chi, teoricamente, dovrebbe intervenire. Non si sprecano però le uscite, visto che noi continuiamo a contattarla, e così ci teniamo il nostro senso di impotenza e portiamo avanti il lavoro di relazione e i servizio. Lo facciamo convinti che sia poco, che non sia quello il posto per lei, che avere tutti quei rapporti sessuali ogni giorno (perché la freschezza si vende bene) è assurdo per ragazzine di quell’età. Arriviamo a disprezzare chi l’ha portata qui, chi la paga per usarla, chi fa finta di non vedere, chi dovrebbe fare e non fa ed infine anche noi stessi perché, forse, dovremmo fare di più.

I mesi passano e lei è ancora lì, mi accorgo che a volte diventa pericolosamente di routine anche incontrare una ragazzina di colore in mutandine e reggiseno sul ciglio della strada ad aspettare le prossime 15 euro. E’ in uno di questi momenti che, come al solito, capita qualcosa che mi spiazza.

Oggi Linda ci ha mostrato delle foto: una festa di compleanno in un appartamento a Torino. Ci sono molte ragazze nigeriane, tra cui anche lei, che ballano e brindano abbigliate nei loro coloratissimi vestiti tradizionali; Linda si nota subito, è la più piccola nella foto. Io non sono mai stato in Nigeria, ma vista in quelle foto mi sembrava a casa. Ci indica le amiche e le sorelle (non di sangue), ci confessa che di tanto in tanto riesce a spedire a casa un po’ di soldi che servono alla sopravvivenza della sua famiglia in Nigeria.

Mi sento un po’ confuso, mi rendo conto che quella ragazzina vestita di biancheria intima è il segno di un dramma grande e complesso che trascende la sua singola storia e penso a quale lavoro immenso ci aspetta per costruire una vera civiltà dei diritti, in cui una famiglia non debba sopravvivere dell’elemosina che gli sfruttatori fanno alla figlia che hanno loro sottratto, bambina, per portarla a prostituirsi a migliaia di chilometri da casa.

Mi auguro che ognuno di noi, nel suo piccolo, offra il proprio contributo affinché non si debbano incontrare sulle strade quindicenni abbigliate con lingerie di pizzo rosso fuoco.