Non ucciderai il prossimo tuo (Vittorio Messori)

A partire dall’11 settembre 2001, una colata impressionante di parole ha tracimato (e tracima) da giornali e canali televisivi. Tra gli infiniti commenti non sono mancati quelli di atei, che hanno riproposto, compiaciuti, la loro negazione: «Ve l’avevamo detto: avete visto a che portano le religioni, tutte, non soltanto quella islamica?». Particolarmente virulento l’intervento del Premio Nobel portoghese, José Saramago (uscito su la Repubblica dello scorso 20 settembre, ndr ). Esplicita la chiusa del suo articolo-invettiva: «Non mancano allo spirito umano i nemici, ma la credenza in Dio, in qualunque Dio, è uno dei più corrosivi». In verità, buona parte del ragionamento di Saramago si basava su un lapsus clamoroso, per un signore insignito del più prestigioso riconoscimento culturale del mondo. In effetti, una frase celeberrima («Se Dio non esiste, tutto è permesso») invece che a un cristiano tetragono come Dostoevskij, è stata erroneamente attribuita al profeta della morte di Dio, Nietzsche.
In questo modo, il discorso del Nobel lusitano appariva un po’ grottesco, tutto costruito su un presupposto sbagliato. Un infortunio significativo. Ma sarebbe impietoso prenderlo a pretesto per consigliare allo scrittore ottuagenario, ancor cocciutamente marxista, un miglior controllo delle sue fonti e per ignorare del tutto la sua requisitoria, dove stanno espressioni come questa: «Le religioni – tutte, senza eccezione – non serviranno mai per riconciliare gli uomini. Al contrario, sono state e saranno causa di sofferenze inenarrabili, di stragi, di mostruose violenze fisiche e spirituali. Sono uno dei più tenebrosi capitoli della storia umana». Da qui, la sua riproposta di un «ateismo liberatore».
Parole grosse; ma che possono avere, va riconosciuto, una qualche giustificazione. Naturalmente, purché si precisi subito che le «religioni» non sono tutte eguali e che c’è pur qualche differenza tra la liturgia dello scannamento in massa dei giovani sugli altari-piramide degli Aztechi e la liturgia eucaristica su un altare cattolico; tra l’ismaelita Veglio della Montagna, capo degli Assassini, e un Francesco d’Assisi; tra Bin Laden e Papa Giovanni.
Questo ribadito, converrà confrontarsi, più che su disquisizioni teoriche, sulle lezioni della storia: che cos’è successo quando si è cercato di estirpare la «religione» dalla società e dal cuore degli uomini? Si è spalancato davvero il regno della pace, della mitezza, della fraternità, della convivenza giusta e serena? I fatti, in verità, mostrano che è avvenuto giusto il contrario, nelle due principali occasioni in cui, per stare all’Europa, si è cercato di imporre la prospettiva ateistica che ancora oggi qualcuno propone come panacea.
Passarono oltre 14 secoli dopo Costantino prima che uno Stato intero (e il più ricco e prestigioso, allora, dell’intero Occidente) si proponesse l’obiettivo della sparizione stessa della fede in Gesù come Cristo, come Messia. Come ha dimostrato Jean Dumont, il grande storico recentemente scomparso, in quel suo libro implacabile che è Les prodiges du sacrilège , la campagna di scristianizzazione condotta con il Terrore dalla Rivoluzione Francese non fu un episodio tra i tanti, bensì la rivelazione della sua intenzione profonda e primaria. Quella, appunto, di farla finita innanzitutto con il cattolicesimo ma anche con ogni religione «rivelata» (accanto al culto cattolico furono impediti, sotto pena di morte, anche quelli protestante ed ebraico) per passare a un culto tutto umano, in nome della Ragione.
I conti di quel tentativo sono stati fatti da uno storico americano, Donald Greer: nei due soli anni tra 1792 e 1793 le vittime della Rivoluzione furono molte volte superiori a quelli di tutte le Inquisizioni durante cinque secoli. I decapitati con sentenza regolare furono quasi 20.000, mentre almeno altrettanti furono uccisi senza processo, linciati, stroncati dagli stenti nelle prigioni. E sarebbe deluso chi volesse giustificare quella frenesia di sangue attribuendola a una comprensibile collera popolare troppo a lungo repressa. In effetti, tra quelle 40.000 vittime, l’84 per cento apparteneva al Terzo Stato: piccoli borghesi, operai, contadini.
Un altro storico, Reynald Sécher ha fatto i tragici conti della Vandea, insorta in nome della fede dei suoi padri: su un territorio di soli 10.000 chilometri quadrati, 120.000 massacrati, (il 35 per cento della popolazione), 30.000 case demolite sistematicamente su 50.000, le fonti avvelenate, le piante tagliate, per togliere ai superstiti ogni possibilità di ripresa. E, qui pure, non ci si consoli rinviando agli orrori purtroppo consueti in ogni guerra: ordine esplicito dei giacobini di Parigi (atei e non deisti, come spesso si pretende) non era solo quello di vincere in battaglia ma di procedere, a freddo, al genocidio, massacrando prima le donne feconde perché non generassero altri «maledetti credenti nelle superstizioni religiose». Con la pelle di quelle donne, più morbida, si conciarono guanti per gli ufficiali, mentre con la pelle degli uomini si tentò la fabbricazione di stivali. Dalla bollitura dei cadaveri scuoiati si ricavò grasso per le armi e sapone per l’armata. E, in mancanza di camere a gas, ogni notte, per mesi, si procedette al piano sistematico delle noyades : i preti con tutti i loro parrocchiani superstiti chiusi in cassoni e affondati in mezzo alla Loira. Ma, in fondo, frutto ancor più velenoso di quel primo tentativo (europeo ma, a ben pensarci, mondiale) di sradicare ogni trascendenza, fu quanto sintetizzò Karl Barth, il teologo protestante, con la constatazione famosa: «Quando il Cielo si vuota di Dio, la terra si popola di idoli». Uno di quegli idoli, il nazionalismo (sconosciuto alla tradizione cristiana) devasterà tutto l’Ottocento e finirà con l’esplodere in tutta la sua virulenza in quella che fu detta, per antonomasia, Grande Guerra e che non fu che prologo all’altra.
Tra gli idoli ideologici scatenatisi nel vuoto religioso, spiccherà quel marxismo che, giunto nel 1917 al potere, riprende, amplia, se possibile radicalizza l’opera ateistica del giacobinismo alla francese. Mai, nella storia, si vide un tentativo così sanguinario e sistematico per trasferire le tracce anacronistiche di ogni «religione» nelle sale del Museo dell’Ateismo di Leningrado. Dal 1989, i risultati sono sotto gli occhi di tutti e si rischia il banale e lo scontato nel ricordare ancora una volta il bilancio disastroso. Come è stato osservato, il tentativo di proclamare la morte di Dio ha provocato, all’Est, la morte dell’uomo: e non soltanto quella fisica, della allucinante catasta di 100 milioni di vittime. Ma anche la morte morale, togliendo alle masse il gusto del lavoro, il senso della dignità, il rispetto per l’etica, la tensione verso il futuro, la pratica della solidarietà. Per fare un caso solo: l’Albania «democratica» fu il primo – e unico – esempio nella storia di Stato che proclamasse l’inesistenza di Dio sin dalla Costituzione. Al nostro, forse retorico, comunque innocuo «l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro», faceva riscontro il loro primo articolo: «L’Albania è una repubblica popolare fondata sull’ateismo». Le carrette rugginose sullo stretto di Otranto ci dicono con eloquenza a che abbiano portato quelle «fondamenta».
Lo ripetiamo: c’è religione e religione; non ogni concetto del divino è, sempre e comunque, accettabile. C’è anche una religiosità inquietante, ci sono fedi oscure. Non siamo affatto tra gli ecumenisti dall’abbraccio facile, per cui ogni Scrittura sacra, ogni Dio valgono l’altro. Anzi, rispondiamo solo per la nostra, di «religione». Almeno quanto a questa, la storia parla chiaro: i tentativi di sradicarla iniziati nel 1789 a Parigi e nel 1917 a Pietroburgo, hanno portato all’inverso di quanto ancora crede, o finge di credere, qualche apostolo dell’ateismo come soluzione dei mali dell’uomo.
Vittorio Messori – Corriere della Sera