Otranto. 800 cristiani uccisi dai dai Turchi in odio alla fede (2 parte)

santi-di-otrantoTORNA ALLA PRIMA PARTE

Qual è la storia della vicenda terribile dei martiri di Otranto? L’Otranto cristiana aveva raggiunto il suo momento significativo di splendore nei secoli X-XV. Varie espressioni lo attestano: la costruzione della Cattedrale nel 1088 con il mosaico pavimentale del 1165; il fiorente monastero italo-greco di San Nicola di Casole; la vivace scuola Talmudica; una scuola pittorica molto rinomata nelle maestranze. Tutto questo splendore venne interrotto, quasi per incanto, nel luglio del 1480 ad opera del pascià Gedik Akmet, inviato da Maometto II per nuove conquiste ed estendere il dominio dell’Islam in Italia ed anche in tutta l’Europa. Nel giugno 1480 Maometto II toglie l’assedio a Rodi, difesa strenuamente dai suoi cavalieri, e punta decisamente la sua flotta verso l’Adriatico, senza più timore di ostacoli.

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Verso l’eccidio del 14 agosto 1480

28 luglio 1480. Il pascià Gedik Ahmed, uno dei più formidabili fra i generali ottomani, da poco elevato alla carica di “sançak bey” di Valona in Albania (cioè governatore del sangiaccato – parte di una provincia – di Valona) il 28 luglio 1480 sferrò per ordine di Maometto II un grande attacco all’Italia. Il sultano Maometto II prese a pretesto presunti diritti da parte dei Turchi all’eredità dei principi di Taranto. La verità è che il sultano pare ambisse a conquistare Roma e l’Italia, come pure a distruggere il potere del re di Napoli, colpevole di avere aiutato gli insorti Albanesi. L’armata turca del pascià Gedik Ahmed in realtà aveva intenzione di approdare a Brindisi, il cui porto era più ampio e più comodo. Da Brindisi poi, secondo i piani del sultano Maometto II, avrebbe dovuto risalire l’Italia fino a Roma, sede del Papato, principale e naturale nemico dell’Islam.

Il sultano, dopo avere espugnato Bisanzio ventisette anni prima, sognava di coronare la sua opera trasformando san Pietro in una stalla per i suoi cavalli. Grazie alla cinica neutralità di Venezia, l’attraversamento del Canale di Otranto fu tranquillo. Tuttavia, un forte vento contrario costringe la flotta turca, partita da Valona con 90 galee, 15 maone, 48 galeotte e 18 mila soldati a bordo, a toccare terra 50 miglia più a Sud e a sbarcare a qualche chilometro da Otranto, vicino a Roca. I capitani del presidio di Otranto, appresa la notizia, inviano subito una missiva al re di Napoli Ferrante di Aragona, chiedendo un suo sollecito aiuto: in città vi era, infatti, solo una guarnigione di 450 uomini (il re di Napoli aveva inviato soltanto 50 cavalieri capeggiati dal barone Francesco Zurlo e 400 fanti guidati dai baroni Giovanni Tarantino e Antonio Delli Falconi). Tuttavia il dispiegamento di queste forze era del tutto irrisorio, ben poco per contrastare migliaia di turchi. Il re di Napoli, prontamente informato dei preparativi turchi, aveva cercato di riunire un esercito per presidiare le coste pugliesi, tra cui Otranto, ma anche se i soccorsi fossero stati già pronti, non sarebbero giunti in tempo per la difesa e per venire in soccorso alla Città.

29 luglio 1480. La mattina di venerdì 29 luglio 1480 dagli spalti delle mura di Otranto si scorge all’orizzonte, sempre più visibile, la terribile armata musulmana.

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Ai primi momenti dello sbarco vi furono isolate scaramucce fra le forze nemiche che sbarcavano e l’esercito otrantino escito dalla città per affrontare i Turchi nei pressi dei laghi Alimini (distanti circa 35 km da Lecce). E poiché gli invasori non sapevano muoversi in quanto poco pratici del luogo, furono costretti, dopo la perdita di un discreto numero di uomini, a ritirarsi sulle imbarcazioni. Ma ben presto i soldati, intimiditi dal continuo accrescersi della potenza del nemico, si rifugiarono nella città murata insieme al popolo, che viveva fuori dalle mura. La città è posta in stato d’assedio, tra l’inerzia dei principi e dei re cristiani. La guarnigione insieme a tutti gli abitanti abbandona il borgo in mano ai turchi e si ritirano nella cittadella, cioè nel Castello d’Otranto per resistere all’attacco. Intanto i Turchi, del tutto indisturbati, cingono d’assedio il castello, nel quale si erano rifugiati tutti gli abitanti del borgo; il pascià, dopo aver assestato il campo, invia a Otranto un interprete, proponendo una resa a condizioni vantaggiose: se non resisteranno all’Islam, uomini e donne saranno lasciati liberi e potranno rimanere senza alcun danno in città, ovvero andare dove ritengano più opportuno. La risposta al legato musulmano viene data da uno dei maggiorenti della città, l’anziano Ladislao De Marco: “Se il pascià vuole Otranto, venga a prenderla con le armi, perché dietro le mura ci sono i petti dei cittadini”. La maggior parte dei soldati della guarnigione, intanto, vinta dalla paura, durante la notte si cala con le funi dalle mura della Città e se la dà a gambe: a difendere Otranto rimangono solo i suoi abitanti.

11 agosto 1480. La cittadella, sprovvista di cannoni e le cui mura vengono continuamente colpite dalla formidabile artiglieria ottomana, che rovescia per giorni sulla città centinaia di grosse palle di pietra. Otranto resistette per quindici giorni ai vari assalti dei Turchi, che tentarono anche la scalata delle mura della città eroicamente difese dai cittadini e da un manipolo di soldati. Dopo due settimane di disperata resistenza, nella vana attesa di soccorsi da parte del re e di suo figlio don Alfonso duca di Calabria (da cui dipendeva la Città), viene espugnata dai Turchi. All’alba dell’11 agosto, le truppe ottomane concentrarono il loro fuoco contro uno dei punti più deboli delle mura. Non fanno fatica ad aprirsi una breccia e, da lì, irrompono in Città. A contrastarli accorrono i capitani baroni Francesco Zurlo con il figlio e Gianantonio Delli Falconi, con altri armati rimasti in Città e i cittadini che erano scesi per strada armati dalla testa ai piedi con gli attrezzi del proprio mestiere. La popolazione, molto religiosa, nei combattimenti, persuadeva il nemico urlando di voler morire in onore della fede di Cristo. Il terreno fu ceduto palmo a palmo, ma il nemico è preponderante: cadono tutti eroicamente con la sciabola in pugno. Nulla può arrestare più l’avanzata dell’orda.

Per le strade di Otranto, gli infedeli massacrano chiunque capiti loro a tiro, senza distinzione: “I Cittadini resistendo ritiravansi strada per strada combattendo, talché le strade erano tutte piene d’homini morti così de’ Turchi come de’ Cristiani et il sangue scorreva per le strade come fusse fiume, di modo che correndo i Turchi per la città perseguitando quelli che resistevano e quelli che si ritiravano e fuggivano la furia non trovavano da camminare se non sopra li corpi d’homini morti”. Si consuma un terribile massacro: secondo alcuni fonti i morti furono 12 mila e gli schiavi 5 mila, ma è dubbio che la città avesse tanti abitanti (la popolazione, secondo una stima più attendibile, contava 6 mila anime, costituite in prevalenza da pescatori, agricoltori e piccoli commercianti).

Uomini, donne e bambini cercano rifugio nella cattedrale di Otranto, il cuore religioso e civile della popolazione, davanti alla quale ci fu una estrema battaglia. Ma i Turchi riuscirono a travolgere la resistenza che era allo stremo delle forze ed entrarono nella cattedrale, dove avvenne una delle carneficine più terribili. La sua porta è difesa strenuamente come ultimo baluardo. Ma presto è vinta anche quest’estrema valorosa resistenza e dopo aver abbattuta la porta, gli invasori dilagarono nel tempio dove tutto il clero e i molti civili ivi rifugiatisi vennero sterminati. Successivamente, la chiesa in segno di ulteriore spregio fu ridotta a stalla per i cavalli. Particolarmente tragico fu il destino del comandante della guarnigione, il conte Francesco Largo: venne letteralmente segato vivo.

Durante la notte precedente quello sventurato giorno, l’arcivescovo Stefano Pendinelli insieme ai sacerdoti, frati e religiose aveva confortato tutto il popolo, prostrato e tremante, con la Santa Eucaristia. I Turchi, raggiunto l’arcivescovo che sedeva sul suo trono vestito con abiti pontificali e con in mano la croce, lo interrogarono su chi fosse; ed egli intrepidamente rispose: “Sono il rettore di questo popolo e indegnamente preposto alle pecore del gregge di Cristo”. E dicendogli uno di loro: “Smetti di nominare Cristo, Maometto è quello che ora regna, non Cristo”, egli rispose indirizzandosi a tutti: “O miseri ed infelici, perché vi ingannate invano? Poiché Maometto, vostro legislatore, per la sua empietà soffre nell’inferno con Lucifero e gli altri demoni le meritate pene eterne; ed anche voi, se non vi convertite a Cristo e non ubbidite ai suoi comandamenti, sarete nello stesso modo cruciati con lui, in eterno”. Gli invasori, dopo avergli invano intimato di non nominare più Gesù, lo decapitano con un solo colpo di scimitarra.

13 agosto 1480. Compiuto il saccheggio, il 13 agosto il pascià Gedik Ahmed chiede che gli sia presentata la lista dei superstiti fatti schiavi, escludendo le donne e i ragazzi al di sotto dei 15 anni. Sono circa ottocento.

 

14 agosto 1480. Il giorno successivo, si consumò il secondo atto della tragedia: 800 otrantini che si sono rifiutati di abiurare alla fede cattolica vengono decapitati. Il pascià Gedik Ahmet radunò gli ottocento e chiese loro, attraverso un prete nativo di Calabria, di nome Giovanni, apostata della fede, di abiurare la loro fede cristiana e abbracciare quella islamica, o morire di morte atroce. Antonio Primaldo, un anziano cimatore di panni, a nome di tutti, rispose: “Crediamo tutti in Gesù Cristo, figlio di Dio, ed essere pronti a morire mille volte per lui”. E voltatosi ai compagni disse queste parole: “Fratelli miei, sino oggi abbiamo combattuto per defensione della Patria e per salvar la vita e per li Signori nostri temporali, ora è tempo che combattiamo per salvar l’anime nostre per il nostro Signore, quale essendo morto per noi in Croce conviene che noi moriamo per esso, stando saldi e costanti nella Fede e con questa morte temporale guadagneremo la vita eterna e la corona del martirio”. E poiché uno soltanto aveva risposto, il pascià fece interrogare gli altri su che cosa intendessero fare. E questi, dandosi l’un l’altro coraggio, subito gridarono in coro: “In nome di tutti ha risposto uno solo: siamo pronti a subire qualsiasi morte anziché abbandonare Cristo e la fede in Lui”.

Ottocento volte “no”! Vengono tutti condannati a morte e trascinati sul Colle della Minerva. Girava intorno a loro un turco con alla mano una tabella vergata in carattere arabo. L’apostata interprete la presentava a ciascuno e ne faceva la spiegazione, dicendo: “Chi vuol credere a questa avrà salva la vita; altrimenti sarà ucciso”. Ratificarono tutti la professione di fede cristiana. Quindi, la carneficina ebbe inizio sul Colle della Minerva proprio da Antonio Primaldo, decapitato per primo. L’orrendo massacro lascia il colle della Minerva rosso di sangue, coperto quasi interamente dai corpi degli Ottecento.

È il 14 agosto, vigilia dell’Assunzione di Maria Santissima. Tra i vari eventi prodigiosi che raccontano le cronache, c’è il fatto che nonostante la decapitazione, il tronco di Primaldo sarebbe rimasto fermo in piedi, al suo posto. Un fenomeno che provocò la conversione di uno dei carnefici, un tale Berlabei, condannato poi all’impalazione. Da queste terribili stragi la Città di Taranto non si riprenderà mai più, diventando una località marginale rispetto a Lecce.

 

Riferir poche cose viste con i miei occhi. Espugnata Otranto, città della Provincia di Calabria, detta anche Japigia o Salentina, i Turchi, appena v’entrarono irruppero con grande violenza nella Chiesa cattedrale e uccisero numerosi tra i sacerdoti che stavano celebrando il sacrificio eucaristico. E giunti vicino all’Arcivescovo (Stefano Pendinelli) che era sulla sua cattedra episcopale vestito dei paramenti pontificali e con in mano la croce (…), uno di loro, impugnata la scimitarra, gli staccò la testa con un solo colpo. E così decapitato sulla propria cattedra, diventò martire di Cristo, nell’anno del Signore 1480, il giorno 11 di agosto. Al terzo giorno, il comandante dell’esercito, che i Turchi chiamano “Pascià”, ordinò che tutti i cristiani di sesso maschile, qualunque et essi avessero al di sopra dei quindici anni, fossero portati al suo cospetto, in una località chiamata “Campo di Minerva”, distante circa un miglio dalla città, dove egli era ancora attendato. Ed essendo stata condotta dinanzi a lui una moltitudine quasi innumerevole di cristiani, fece rivolgere loro (dall’interprete) la domanda per quale delle due scelte essi volessero optare: o rinnegare la fede in Gesù Cristo, o morire di morte atroce. Ed uno di essi, che gli era più vicino, rispose: “Scegliamo piuttosto di morire per Cristo con qualsiasi genere di morte, anziché rinnegarlo”. E poiché uno soltanto aveva risposto, il Pascià fece interrogare gli altri su che cosa scegliessero. Ed essi subito gridarono in coro: “In nome di tutti ha risposto uno solo: siamo pronti a subire qualsiasi morte anziché abbandonare Cristo e la fede in Lui”. E si sentì un mormorio tra di loro per lo spazio di circa un’ora, mentre si esortavano a vicenda e dicevano: “Moriamo per Gesù Cristo, tutti; moriamo volentieri, per non rinnegare la sua santa fede”. Allora il Pascià, stravolto dall’ira, comandò che tutti, sotto i suoi occhi, fossero passati a fil di spada (Dai “Commenti sull’Apocalisse” di Pietro Colonna detto il Galatino, Presbitero – Cod. Vat. Lat. 5567, foll. 147-148).

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