Pedriatri a confronto sulle adozioni ai gay: gli studi dicono che è meglio di no.

Può essere legittimo parlare di ‘genitore 1’ e ‘genitore 2’ anziché di mamma e papà?
Una famigliaomoparentale può garantire il benessere psicofisico di un bambino?
A confrontarsi e scontrarsi sulle adozioni da parte di coppie gay non sono stati i politici ma i pediatri, che in questi ultimi giorni hanno riempito di commenti il forum della Cipe (Confederazione italiana pediatri). Il dibattito è partito da un appello che un medico dell’associazione Peter Pan, Giovanni Bonini, ha rivolto al mondo scientifico in difesa dell’integrità affettiva e psichica del minore.
“Non pensiamo che basti l’amore e l’affetto per creare una psiche sana, ci vogliono anche chiarezza nei ruoli- ha spiegato– e noi pediatri sappiamo tutti molto bene che la confusione, l’incertezza e la doppiezza al bambino fa molto male. Il minore per formarsi ha bisogno di regole certe, condivise. Con questo mio appello invito tutti i pediatri e le comunità scientifiche alle quali lo invio (Sip, Fimp, Cipe, Acp) ad una costruttiva discussione sull’argomento e all’opportunità di una posizione chiara e decisa e non supina al volere del relativismo etico”.

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Non sono mancate le reazioni immediate alle riflessioni del pediatra, che si sono schierate attorno a due ricerche scientifiche citate nel forum:

a. La prima pubblicata nel 2004 dall’American Psycological Association (Apa), che ha analizzato 59 piccoli studi, seguendone l’evoluzione in un arco temporale di 30 anni e concludendo che i figli di genitori omosessuali non sono svantaggiati rispetto a quelli di coppie eterosessuali.

b. La seconda, invece, che contrasta nettamente la tesi precedente, è stata elaborata l’anno scorso dal sociologo dell’Università del Texas Mark Regnerus, che ha preso in esame 2.988 persone tra i 18 e i 39 anni, compresi 163 adulti cresciuti da coppie di mamme lesbiche e 73 adulti cresciuti da padri gay, con l’intento di analizzare le nuove strutture famigliari americane. In particolare il sociologo ha dimostrato che il 12% dei soggetti analizzati pensa al suicidio (contro il 5% dei figli di coppie etero), il 40% (contro il 13%) è più propenso al tradimento, il 28% è disoccupato (contro l’8%), il 19% ricorre alla psicoterapia (contro l’8%). Inoltre, secondo Regnerus, i ragazzi che vivono con genitori gay sono più spesso seguiti dall’assistenza sociale rispetto ai coetanei cresciuti da coppie eterosessuali sposate. Nel 40% dei casi hanno contratto una patologia trasmissibile sessualmente (contro l’8%) e infine sono genericamente meno sani, più poveri, più inclini al fumo e alla criminalità. Entrambi gli studi hanno subito delle critiche. Quello dell’Apa è stato screditato da una ricercatrice della Lousiana State University, Loren Marks, attraverso un articolo pubblicato sulla rivista scientifica ‘Social science research’. In effetti, la studiosa ha “considerato le affermazioni dell’Apa non giustificate, evidenziando nella ricerca- ha sottolineato una pediatra intervenuta nel forum- la mancanza di un campionamento omogeneo e di gruppi di confronto, la presenza dati contraddittori, l’assenza di anonimato dei partecipanti alla ricerca, una portata limitata degli esiti dei bambini studiati e la scarsità dei dati sul lungo termine”. Ma Andrea Vania, responsabile del centro di dietologia e nutrizione pediatrica nel dipartimento di pediatria e neuropsichiatria infantile del Policlinico Umberto I di Roma, ha precisato che sulla ricerca dell’Apa “oltre metà degli studi (per l’esattezza il 56%) non sono privi di popolazione di confronto, al contrario sono riferiti alla comparazione tra famiglia tradizionale e famiglia omogenitoriale”. Ma il pediatra non si è limitato a citare il lavoro del 2004, ha ricordato anche altre ricerche che non fanno riferimento solo a coppie gay che hanno adottato bambini, ma anche a coppie che hanno fatto la fecondazione assistita, nel caso delle lesbiche, o la surrogacy nel caso dei gay, o ancora a coppie omosessuali che crescono figli che uno dei due ha avuto da una precedente relazione eterosessuale.

Di tutt’altra opinione è invece la Società di pediatria preventiva e sociale (Sipps) che considera la ricerca di Regnerus come l’unica valida, per il “suo un impianto metodologico inedito quantitativamente e qualitativamente, sia perché si basa sul più grande campione rappresentativo raccolto sul tema (12.000), sia perché per la prima volta fa parlare direttamente i ‘figli’ (ormai cresciuti) di genitori omosessuali“.

 I bambini, secondo il presidente Giuseppe Di Mauro, “hanno una grande capacità di adattamento, tuttavia, sulla base della letteratura scientifica disponibile, vivono meglio quando trascorrono l’intera infanzia con i loro padri e madri biologici, sposati e specialmente quando l’unione dei genitori rimane stabile a lungo”. 

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2 pensieri su “Pedriatri a confronto sulle adozioni ai gay: gli studi dicono che è meglio di no.”

  1. La riflessione sorge spontanea: lo studio di Texas Mark Regnerus viene fatto su bambini che, al di là dei loro genitori, in quale contesto sociale crescono?

  2. supponiamo che due omosessuali maschi crescano una femminuccia,la bambina con chi si identifica essendo che non ha una mamma? Questo è un grave disagio psicologico,qualsiasi cosa fa la bambina ha bisogno del supporto femminile della mamma per crescere con una mentalità armoniosa ed inserirsi nella società, invece se due donne lesbiche adottano un bambino anche qui sorge il problema come la femmina coi maschi, il bambino ha bisogno della figura maschile per una identità e una forza che solo un padre pùò dare,essendo che il padre non esiste il bambino crescerà con carenze di identità voi capite che la società ne rimane impoverita se con queste unioni sbagliate si vuole fare famiglia ,i loro figli sono per la società un vero problema in ogni senso ci saranno persone che saranno menomate nella loro personalità con tutte le conseguenze che ne derivano per il loro benessere personale e per tutti.

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