Perché punire?

carcereEra diventato introvabile. Per fortuna la casa editrice Liberilibri ha pensato di riportarlo sugli scaffali delle librerie. Fresca di stampa è, infatti, la seconda edizione, con l’aggiunta di una nuova prefazione, di Perché punire. Il collasso della giustizia penale di Vittorio Mathieu, uno dei “grandi vecchi” della filosofia cattolica italiana, già docente di Storia della filosofia all’Università di Trieste e Trento, è stato vicepresidente del Consiglio esecutivo dell’Unesco e rappresentante italiano nella Commissione Europea contro il razzismo e la xenofobia. Scritto nel 1977, Perché punire non patisce gli acciacchi dell’età, ancora di grande attualità, approfondisce sul piano filosofico e giuridico il senso e il concetto di pena, analizzandone scopo, natura ed efficacia. Un testo lucido nell’affrontare temi controversi, come la pena di morte e l’ergastolo, dibattendone legittimità e opportunità, si rivela assai utile nell’attuale momento di emergenza sicurezza, quando, per dirla con l’autore, con maggiore urgenza «la coscienza sente l’esigenza di giustizia come un assoluto».

Perché punire è un saggio che avrebbe potuto avere come sottotitolo: Per un’educazione alla libertà. Mathieu, infatti, parte dalla constatazione che la società, e quindi il sistema penale, hanno dimenticato il significato e la funzione della pena, in una sorta di «rifiuto generalizzato» della stessa, preferendo una visione della realtà rosea ed edulcorata. In questo modo però «la realtà ne approfitta per divenire più atroce» e le conseguenze le abbiamo sotto gli occhi. Questo vizio di giudizio, secondo Mathieu, affonda una duplice radice nello scientismo di derivazione illuministico-positivista e nell’ideologia rivoluzionaria.  Allora a cosa serve punire?

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La pena è una particolare sanzione necessaria a conservare, all’interno di un sistema di leggi, l’equilibrio dei rapporti fra le persone libere che costituiscono la società. «Ciò fa sì che il diritto penale consideri l’uomo come soggetto individuale concreto», dotato di libertà e di responsabilità morale che, sola, «fonda un diritto e una dignità». Dunque, se l’uomo non viene considerato responsabile delle sue azioni, proprio in quanto essere umano, allora non può godere neppure di diritti.

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Per questo motivo punire è un dovere. E chi si deve incaricare di proteggere tale interesse pubblico è lo Stato che «esiste in vista della legislazione penale, e non viceversa». Perciò esso non ha valore di per sé, in assoluto, ma in relazione al suo dovere di mantenere l’equilibrio, anche attraverso quella che Mathieu chiama la «giusta punizione». L’efficace analisi dell’autore, che smaschera luoghi comuni ed errate convinzioni di un pensiero debole, arriva a una conclusione che in realtà è la premessa fondamentale dell’intero saggio: «Non c’è nessun altro mezzo per rispettare l’umanità del colpevole che farlo espiare, perché non c’è nessun altro mezzo per prendere sul serio la sua libera volontà». «La sofferenza – infatti – sveglia la coscienza e stimola la libertà».

di Elena Inversetti

Ovviamente le modalità di espiazione debbono essere umane e dignitose, ma altrettanto dignitosa per le vittime e’ la certezza della pena. Anche le forme di espiazione e pena possono essere diverse e varie, ma conoscendo la natura umana talvolta la restrizione della liberta’ e’ necessaria e utile per la societa’ e per il colpevole.

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