Prostitute trans: le ”nuove” vittime di tratta

Tratta e sfruttamento delle persone transessuali: un fenomeno a dir poco sconosciuto, ma che dà vita a un business fiorente basato sulla coercizione e la minaccia e non solo (o non sempre) sulla scelta di vita volontaria.  Se ne è parlato ieri pomeriggio a Roma, nel corso di un seminario organizzato dall’associazione Libellula, l’associazione Ora d’aria e Cgil Nuovi Diritti, organizzazioni da anni impegnate, in un modo o nell’altro, nel fornire assistenza, informazione e consulenza legale e psicologica alle persone transgender.

“Arrivano soprattutto dal Brasile, ma anche dalla Colombia, dal Perù, dall’Argentina e dall’Ecuador – spiega Francesca Rufino, vice presidente dell’associazione Libellula e operatrice sociale, che per conto dell’associazione Ora d’aria sta curando un volume di storie di persone transessuali che hanno intrapreso un percorso di fuoriuscita dalla prostituzione. “Ogni singola organizzazione ha diverse modalità operative – prosegue -. Per esempio la tratta delle brasiliane somiglia a quella delle nigeriane. Anche in questo caso, infatti, sono sempre trans che sfruttano altre trans: persone che magari prima di diventare sfruttatrici sono state a loro volta sfruttate”. E così come nell’universo nigeriano esistono le maman, per il Brasile ci sono le cafetinas, persone che riescono a organizzare reti complesse di sfruttamento delle cosiddette “figliole” e talvolta, attraverso giri più complessi, anche delle “nipoti”.

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Ma dove nasce la catena dello sfruttamento? “Tutto ha origine nel paese di provenienza – spiega ancora Francesca Rufino – dove le trans vengono contattate e tentate attraverso la promessa di emigrare in Italia, paese nel quale potranno facilmente effettuare gli interventi di chirurgia plastica che consentono di adeguare l’aspetto fisico alla propria situazione psicologica. E a volte per convincerle dicono loro che gli uomini italiani sono disposti a lasciare i propri figli senza soldi pur di andare con una prostituta”. Il problema, di cui non sempre le persone coinvolte si rendono conto, è che tutto ha un prezzo e anche molto caro. Infatti sia al momento della partenza sia durante il loro soggiorno in Italia, le transessuali contraggono un debito che non sempre riescono a saldare.

“Innanzitutto c’è una cifra forfetaria da pagare per l’intera operazione, che può essere più o meno alta, ma spesso si aggira intorno ai 10-12 mila euro – precisa la vice presidente dell’associazione Libellula -. A questa vanno aggiunti il biglietto aereo per una città europea che costa intorno ai 2 mila euro e i soldi da dare al traghettatore per farsi portare in Italia, che vanno in genere tra i 300 e i 400 euro”. Una volta in Italia però ci sono altre spese da sostenere. A cominciare dalla piazzola, che costa intorno ai 3-4 mila euro, ma può arrivare anche 6-8 mila euro, se la cafetina deve a sua volta pagare un’altra sfruttatrice. Poi ci sono le spese correnti di vitto e di alloggio, che costano anch’esse assai care. “Un posto letto va tra 250 e i 300 euro a settimana – prosegue Francesca Rufino -. E non è una sistemazione di lusso, visto che si tratta di un semplice di un appartamento da condividere con altre persone. Altri 150-200 euro poi servono a pagare il vitto, mentre il passaggio andata e ritorno al posto di lavoro, almeno nei primi tempi quando la trans non è ancora riuscita a organizzarsi da sola o magari con qualche cliente, sta sui 40 euro al giorno”.

Se poi si sommano anche le spese per il silicone e gli altri interventi di tipo estetico, il costo della vita arriva alle stelle. Anche in questo caso si ricorre per lo più a un mercato sotterraneo, organizzato dalle “bomabeire”, costruttrici clandestine di corpi illegali, che operano in condizioni sanitarie di forte rischio e precarietà. In questo caso i prezzi si aggirano sui 3 mila euro per rifarsi i fianchi o i glutei e sui mille per il mento, la fronte o le labbra. “A saldare il debito ci possono volere un anno e mezzo come tre anni – racconta Francesca Rufino –, ma spesso le trans non percepiscono la loro condizione come quella di persone sfruttate”.

A volte però qualcuna decide di uscire dal giro: “perché non riesce a pagare il debito, perché non ce la fa più a fare quella vita o semplicemente perché si rende conto di essere sfruttata e decide di ribellarsi”. In questo caso, però, il problema è che per accedere ai programmi di protezione sociale occorre denunciare i propri sfruttatori, spiegano le varie relatrici intervenute nel corso del seminario, anche se l’articolo 18 del testo unico sull’immigrazione contempla due differenti percorsi: quello giudiziario che prevede la denuncia dello sfruttatore da parte della vittima e quello umanitario o sociale che non presume la denuncia. “È molto difficile che una trans decida di denunciare i propri sfruttatori – precisa Fabiola Ferrari, operatrice della casa di accoglienza di Ora d’aria, l’unica in Italia dedicata alle persone transessuali le vittime di tratta. – E questo non solo perché spesso sono poco istruite e non riescono a rendersi conto della loro condizione anche se sono costrette a pagare 15-18mila euro, ma anche perché temono per la sicurezza dei loro familiari. In un Paese come il Brasile è molto facile effettuare una ritorsione, magari pagando appena 50 o 100 euro”. (ap)
Redattore Sociale

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