Prostituzione al chiuso: Come? E… quanto costa?

Un annuncio sul giornale di “servizio” (annunci immobiliari e/o economici) o di servizi specifici tra cui annunci a sfondo sessuale, a volte con inserti vietati ai minori. Giornali in bianco e nero o su carta patinata. Non solo. Biglietti sul tergicristallo delle auto e nelle buche delle lettere. Di tutto un po’, purché si sappia. E così facendo la vetrina del sesso in vendita si sta spostando sempre più sul web, con foto o senza, per lo più con, in pose diverse, descrivendo “capacità e competenze”, offrendo paradisi virtuali che promettono la realizzazione di tutti i sogni nel cassetto. Sogni da far girare sui siti, linkati e linkabili. I nomi sono di fantasia, per chi si propone e chi cerca. Chi si offre a volte bara sulla nazionalità: ad esempio, essere sudamericana attira di più che essere italiana.

Il cliente viaggia, guarda, sceglie. Salta da un link all’altro, attirato da colori, foto, parole, sospensioni… aiutato dai giudizi di gradimento degli altri clienti che a volte istituiscono veri e propri forum.

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Non solo web. Alcuni preferiscono i metodi classici e l’aggancio per andare in casa può essere anche la strada che è stata e probabilmente rimarrà sempre la più grande vetrina dove esporre e inviare; dove passare, ripassare, scegliere. Oppure il locale pubblico, il bar, la lap-dance, fino alle sale gioco e le sale massaggio. Non sono prestazioni che costano poco…

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La prostituzione al chiuso, nelle case, esercitata dalle cosiddette “appartamentiste” costa al cliente molto di più e presuppone, per la persona che si prostituisce, il pagamento di “servizi” a corredo, a volte molto costosi: la ricerca e l’affitto della casa, le pulizie, la pubblicità, la gestione del sito, il telefono o più telefoni, il cambio continuo di scheda telefonica, il videocitofono per vedere chi suona, a volte una centralinista per la verifica/smistamento delle chiamate, poi servizi di “protezione” verso i clienti violenti o le forze di polizia, servizi questi, che si esplicano in modi diversificati: dal classico “palo” alla presenza in casa, in una stanza a fianco, di chi ha la funzione di proteggere (e può trattarsi di uomo o donna). I casi di violenza cui sono esposte le donne sono molti, infatti, in particolare da parte dei clienti.

Un’organizzazione quindi multifunzionale che in alcuni casi, soprattutto per una parte significativa delle donne italiane che si prostituiscono al chiuso, rappresenta una mera attività di prestazioni di servizi ma che ha poco delle dinamiche classiche dello sfruttamento. Succede, infatti, che si cerchino direttamente loro la casa, si paghino l’affitto, che commissionino le pulizie, ecc. Tutti (dall’affittuario alla persona delle pulizie) potrebbero però essere denunciati per favoreggiamento, ma sarebbe un’applicazione restrittiva della legge e un modo per punire comportamenti che hanno più a che fare con lo stile di vita e i costumi individuali, piuttosto che con un reato e un’illegalità. Diverso è il caso di vere e proprie forme di sfruttamento e coercizione che assumono, ovviamente, diverse sfumature e conseguenze.

Comprendere lo sfruttamento

Vediamo quali sono quindi gli elementi di maggiore differenziazione con le “non sfruttate” o quelle che si possono definire autonome. Al primo posto vi è indubbiamente la mobilità: le persone trafficate vengono spostate continuamente da un appartamento all’altro e sottoposte a ritmi di lavoro, spesso no-stop, anche se non mancano organizzazioni che prevedono alloggi per il diurno e il notturno. Restano in un posto da un minimo di una settimana a un massimo di otto mesi. Gli alloggi dove è preferito l’orario diurno sono quelli delle zone centrali dei centri urbani, vicini agli uffici, raggiungibili in una “pausa lunga”. La conseguenza prima di questo elemento, per le donne, è la mancanza assoluta di relazioni sociali che hanno, invece, quelle più autonome e auto-imprenditrici. Gli spostamenti continui hanno anche lo scopo di confondere (le persone e le forze di polizia), di non radicare (relazioni, conoscenze, opportunità) e, di conseguenza, di legare maggiormente la persona all’organizzazione che diventa, per lei, quasi l’unico riferimento. È quello che avviene per molte donne cinesi e dei Paesi dell’Est. Più “leggero” lo sfruttamento per le sudamericane e le transessuali anche se le eccezioni, anche in questi casi, non mancano.

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Allo spostamento continuo si somma, per alcune organizzazioni, l’abbinamento tra una donna regolare (con permesso di soggiorno) e una irregolare. La prima firma il contratto di affitto, la seconda viaggia nella sua scia d’ombra. L’irregolarità rende la persona molto vulnerabile e favorisce tariffe più basse e prestazioni al limite della tutela della salute e della sicurezza personale.

A cura di Mirta Da Pra Pocchiesa, giornalista, responsabile del Progetto prostituzione e tratta del Gruppo Abele.