Prostituzione, punire i clienti e’ primo passo

clientiLa proposta di legge presentata nei giorni scorsi, che prevede sanzioni per chi si avvale di prestazioni sessuali da parte di prostitute, ha riaperto il dibattito sul tema della prostituzione in Italia, spostandolo sulla faccia meno ‘sorvegliata’ del fenomeno: quella della ‘domanda’. Ovvero dei milioni di clienti che ogni giorno acquistano sesso a pagamento.

Non è più solo questione – come altri continuano a proporre – di riaprire le ‘case chiuse’ o di creare zone a luci rosse nelle città, magari facendo pagare le tasse alle prostitute. Ma di porre l’attenzione su chi contribuisce allo sfruttamento di migliaia di donne sulle nostre strade o in locali e appartamenti, acquistandole come se fossero merci ‘usa e getta’. Ribaltando la prospettiva, emergono con più evidenza due aspetti sostanziali che spesso sono messi in secondo piano: da un lato, il fatto che lo sfruttamento della prostituzione in Italia si lega a doppio filo con il fenomeno della tratta e della riduzione in schiavitù di migliaia di giovani donne immigrate, costrette a vendere il proprio corpo; dall’altro, quello appunto della ‘domanda’, stimata attorno ai 9-10 milioni di prestazioni sessuali acquistate ogni mese.

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Ecco perché è importante – nell’uno come nell’altro caso – affrontare il tema nella sua complessità, promuovendo innanzitutto un discorso culturale che crei maggiore conoscenza e sensibilizzazione rispetto al traffico di persone per lo sfruttamento sessuale, ma che contribuisca anche alla riduzione della ‘domanda’.

In questo senso, la riflessione va necessariamente allargata alle questioni relative alla relazione tra i generi, l’affettività, l’educazione a una sessualità responsabile a partire dalla famiglia e dalla scuola, la crisi dei ruoli, il rapporto tra denaro e potere, nonché all’immagine e all’uso spesso degradante del corpo della donna a fini commerciali e, infine, alla mancanza di reali pari opportunità tra i sessi.

La proposta di legge depositata in Parlamento si ispira al cosiddetto ‘modello nordico’, ovvero ai quei Paesi come Svezia, Norvegia e Islanda (e, più recentemente, Francia), che ha hanno introdotto pesanti sanzioni contro i clienti per scoraggiare il fenomeno della prostituzione. Ma accanto alla penalizzazione dell’acquisto di sesso a pagamento, la Svezia ha cominciato per prima, già nel 1999 – quasi vent’anni fa! – a portare avanti un preciso percorso di tipo culturale, che ha prodotto anche un cambiamento di mentalità. Il concetto di base è che la compravendita del sesso è una forma di violenza, svilisce l’essere umano e mina la parità di genere. E se nel 1996, il 45 per cento delle donne e il 20 per cento degli uomini erano favorevoli alla criminalizzazione dei clienti, nel 2008 la percentuale delle donne è salita al 79 per cento e quella degli uomini al 60 per cento.

Secondo la polizia svedese, il provvedimento avrebbe contribuito anche a ridurre il numero di persone che si prostituiscono e avrebbe esercitato un notevole effetto deterrente sulla tratta a fini di sfruttamento sessuale. Se lo guardiamo dall’interno della nostra società, il tema della prostituzione andrebbe affrontato pure qui a partire da uno sguardo più ampio innanzitutto su certi retaggi culturali di tipo maschilista e paternalista ancora ben presenti, e poi scandagliando soprattutto le relazioni tra uomo e donna, profondamente cambiate con il progressivo processo di emancipazione della donna.

Processo che ha cambiato sostanzialmente anche il modo di vivere la sessualità e il rapporto della donna con il proprio corpo. E che ha messo in discussione il ruolo dell’uomo. Negli ultimi decenni, gli uomini hanno perso la tradizionale situazione di dominio che avevano acquisito anche nelle relazioni di genere. Alcuni, la ricercano e la ritrovano nel rapporto mercificato e a pagamento con la prostituta, accompagnato talvolta da un sentimento di trasgressione, ma anche e soprattutto dalla sensazione di completo dominio su una persona disponibile e ubbidiente. In molti casi, vi si annida anche un sentimento di rivalsa nei confronti di donne che chiedono maggiori attenzioni, complicità e intimità, e che non sono sempre disponibili né tanto meno assoggettate al maschio-padrone.

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Ma chi sono i ‘clienti’ delle prostitute? Impossibile fare un identikit del ‘cliente tipo’. Anche perché, in questi ultimi anni, l’acquisto di sesso a pagamento è diventato un vero e proprio fenomeno di massa, che riguarda tipologie di uomini molto diverse. E, molto più di quanto si creda, persone con un elevato livello di istruzione, una buona posizione sociale e un buon lavoro, professionisti e manager, che pensano di potersi permettere di acquistare anche questo genere di ‘servizi’. Che in qualche modo li riconferma nella loro posizione di ‘potere’ (anche da un punto di vista sessuale).

Quasi sempre l’aspetto economico è centrale nella relazione. Anzi, ne determina la natura stessa, che è meramente strumentale. Il denaro dà il potere di ‘acquistare’ l’altro e dunque di dominarlo, di imporre le regole del gioco e di ottenere ciò che si vuole, di ‘usare’ la ‘merce’, a prescindere dai bisogni o dai desideri dell’altra persona. Che peraltro non viene neppure considerata come tale: non persona, ma corpo-oggetto, da ‘consumare’ esclusivamente per il soddisfacimento di un proprio bisogno. La rappresentazione del corpo, specialmente di quello femminile, da parte dei mass media non aiuta certo a far passare un’idea di donna nella sua completezza e complessità. Il corpo femminile è uno degli ‘strumenti’ privilegiati di un meccanismo di rappresentazione, in cui viene separato dalla persona per farne un mero oggetto di piacere o che dà piacere.

Basti guardare l’utilizzo che ne viene fatto nella campagne pubblicitarie, in cui ‘serve’ per vendere qualsiasi cosa e – più o meno implicitamente – viene percepito come in vendita. Oltre a ciò, i media troppo spesso esaltano modelli di riferimento e stili di vita e di consumo che fanno apparire tutto facile, accessibile, acquistabile. Mentre, in parallelo, si creano scenari di relazioni sempre più virtuali (o superficiali) che moltiplicano e alimentano un sistema di contatti epidermici e occasionali, spesso privi di un confronto reale e che producono processi di spersonalizzazione. E così il rapporto con l’altro si riduce al luogo della prevaricazione e della manipolazione, che non avviene solo nel mondo della prostituzione, ma spesso anche in quello della vita di tutti i giorni in forme più subdole, ma non meno pericolose.

Non solo in Italia, ma in tutte le società occidentali, si sono consolidati processi di ‘sessualizzazione’ delle società sulla base di relazioni di potere. I rapporti umani sono sempre più sottomessi alla legge del denaro e della mercificazione di qualsiasi cosa. Persone comprese. Specialmente le più vulnerabili, ovvero donne e bambini, spesso provenienti da contesti svantaggiati, usati come ‘prodotti’ sui mercati sessuali – ma anche per lo sfruttamento lavorativo o in altre varianti delle moderne schiavitù – dove possono essere acquistati, venduti, affittati, posseduti, scambiati, secondo una logica mercantile dell’’usa e getta’. Punire i clienti può servire a cambiare questa mentalità? Sì e no. O meglio, non basta.

Il fenomeno della prostituzione è talmente complesso che non può essere affrontato solo attraverso la criminalizzazione dei clienti. Ma chiedendosi il ‘perché’ delle cose. E lavorando molto di più soprattutto con e sui giovani. Per prevenire e ridurre la ‘domanda’, ma anche per promuovere un modello di società in cui i rapporti uomo-donna siano basati sul riconoscimento della dignità e della libertà dell’altro, su una reale uguaglianza e sul reciproco rispetto.
Anna Pozzi – Avvenire