Psicologi contro il gender

Non solo genitori e insegnanti, contro il gender prende posizione anche il mondo della scienza. Un nutrito gruppo di psicologi marchigiani ha deciso di intervenire per districare con una luce scientifica l’oscura matassa dell’ideologia. Tutto ha avuto inizio poco dopo la manifestazione del 20 giugno in piazza San Giovanni, quando un milione di persone ha urlato il proprio disappunto nei confronti dell’indottrinamento ideologico degli alunni.

Vera e propria sollevazione popolare che, com’era prevedibile, ha scatenato polemiche. Nell’acceso dibattito si è lanciato anche il dott. Luca Pierucci, presidente dell’Ordine degli Psicologi delle Marche, che si è unito al coro dei detrattori. Usando un’argomentazione molto in voga in alcuni ambienti culturali – “Non esiste l’ideologia del gender” – Pierucci ha contestato quanti sono scesi in strada. E li ha ammoniti, a nome del suo Ordine, che “non si possano e non si debbano utilizzare e distorcere informazioni basate su ricerche e studi scientifici a fini propagandistici e confusivi”.

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La scelta di cooptare i suoi colleghi, spiegando inoltre che l’Ordine “continuerà a promuovere iniziative sul tema (degli studi di genere, ndr) al fine di contrastare la disinformazione”, ha tuttavia suscitato una reazione da parte degli stessi. 18 professionisti delle Marche hanno redatto una nota in cui prendono le distanze dalle dichiarazioni del loro presidente.

Primo firmatario della nota, il dott. Paolo Scapellato, psicologo e psicoterapeuta maceratese e docente di Psicologia clinica presso l’Università Europea di Roma, intervistato da ZENIT fornisce una serie di precisazioni.

In primo luogo egli sottolinea che “tra i principi ben definiti da cui parte l’educazione gender ci sono alcuni principi che non sono tali, nel senso che non sono scientificamente condivisi dalla comunità degli psicologi”. Pertanto, rileva che “ci sono dubbi sulle modalità di lavoro” adottate nei corsi agli studi di genere che si propone di introdurre nelle scuole il decreto Fedeli, “e altri dubbi sul reale nesso causale tra questo tipo di educazione e la lotta all’omofobia e alle discriminazioni di genere”.

Sempre a proposito del decreto in questione, Scapellato ritiene che, “essendo stato un lavoro sotterraneo da parte delle associazioni Lgbt e del Governo, si è cercato di far passare la legge sfruttando la ‘distrazione’ dei politici e non sollevando troppo interesse da parte della società civile; questo tentativo però è sfumato e davanti alle sollevazioni popolari che ne sono conseguite la nuova linea guida è minimizzare, nella speranza che tutto torni sotto soglia e si possa continuare a lavorare nell’ombra”.

Scapellato spiega che con l’Associazione di Promozione Sociale Praxis, di cui è presidente, sono dieci anni che svolge corsi di educazione sessuale nelle scuole. Conosce quindi la realtà degli alunni e di qui nasce la sua convinzione che “questa educazione gender rischia di creare più confusione nei nostri figli di quella che già hanno”. Educazione gender che riverbera dagli “Standard per l’educazione sessuale in Europa” dell’ufficio europeo dell’Oms. Scapellato ritiene che dietro alcuni condivisibili fini dichiarati su questo documento, come la lotta alle discriminazioni e agli atteggiamenti cosiddetti omofobici, si intravedano “altri fini non dichiarati e preoccupanti”.

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Lo psicologo maceratese ricorda che il principio alla base è “che non solo il ruolo di genere, cioè cosa un bambino deve fare in quanto maschio e una bambina in quanto femmina, ma anche l’identità di genere, cioè il sentirsi maschio o femmina, e l’orientamento sessuale sono identificazioni esclusivamente dovute alla cultura dominante”. Di qui l’asserzione secondo cui – ricorda Scapellato – “ci si sente maschi non perché biologicamente maschi, ma perché è la cultura che ti spinge a identificarti come maschio; ci si sente eterosessuali perché la cultura dominante ha fatto passare l’eterosessualità come norma sociale, senza che ci sia un fattore naturale a influire”.

Ne derivano le “azioni educative gender”, che Scapellato elenca brevemente: “Insegnare ai bambini già a sei anni che possono essere eterosessuali, omosessuali, bisessuali, transessuali; fargli conoscere ed esplorare tali orientamenti; compiere una frattura tra l’affettività e la sessualità; quest’ultima, progressivamente dai 4 anni in poi, deve essere riconosciuta in tutte le sue parti (conoscenza dei genitali propri e dell’altro sesso, modalità di rapporti, gravidanze indesiderate, contraccettivi, aborti, fecondazione assistita, malattie sessuali, ecc.)”.

Azioni che Scapellato contesta, giacché “come tutta la psicologia dello sviluppo ha sempre sostenuto, l’identificazione sessuale e l’orientamento sessuale sono processi talmente complessi e intimi che investono il bambino in tutte le sue istanze coscienti e inconsce”. Quindi “presentargli la sessualità come mero appagamento di un impulso erotico contingente è riduttivo e crea senz’altro maggiore confusione nella sua mente, soprattutto quando è l’adulto che attribuisce al bambino i propri significati sessuali che egli evidentemente ancora non comprende”.

Scapellato rammenta che “l’evoluzione sessuale del bambino dipende dall’evoluzione della sua intera personalità e quindi non può avere gli stessi tempi tra un bambino e l’altro”. L’aver messo tappe troppo “precoci e uguali” per tutte le età è un rischio laddove vi siano sensibilità ancora non pronte. “Ritengo – prosegue lo psicologo – che per combattere le discriminazioni sia necessario far conoscere meglio e insegnare a rispettare la bellezza delle differenze, non annullarle del tutto: per combattere l’omofobia non occorre un mondo omosessuale, per combattere la violenza sulle donne non occorre creare un essere neutro”.

Alla luce di queste verità scientifiche e della nota di cui è primo firmatario, Scapellato auspica un nuovo intervento “chiarificatore” del presidente Pierucci. “Ma penso che non arriverà, a meno che non decida di tornare a posizioni super-partes come dovrebbe essere nella natura del suo incarico”, aggiunge.

Il problema, secondo Scapellato, riguarda non solo il mondo della psicologia. Sta avvenendo un più ampio “conflitto antropologico” tra una visione “interazionista” tra natura e cultura e una visione “culturalista” dove si nega l’esistenza, o comunque l’importanza, di una natura data. Questa seconda posizione trova oggi maggior consenso e lo testimonia anche la recente sentenza della Corte di Cassazione, la quale ha giudicato non più necessaria l’operazione chirurgica dell’apparato riproduttivo per la rettifica del sesso anagrafico sui documenti dello stato civile. “È una prova – commenta Scapellato – di come questa visione, denominata anche ‘pensiero unico’, abbia preso piede fin nelle strutture profonde della nostra società, avallate da alcuni gruppi politici che ne traggono consenso e voti a discapito del ‘bene comune’”.
Federico Cenci – www.zenit.org