Punire il cliente. La strada svedese

original-7991-1405000879-4A più di 10 anni compiuti dalla legge più innovativa sulla prostituzione mai approvata al mondo, la Svezia sta facendo i conti con i risultati ottenuti e cerca allo stesso tempo di far conoscere meglio all’estero il suo modello. Che spesso, in particolare in Italia, viene ancora considerato come una specie di stravaganza nordica, se non come un mezzo fallimento.

Non c’è dubbio che la scelta di dichiarare punibile il cliente e di considerare invece la donna come una vittima aveva rovesciato una logica orientata da sempre a criminalizzare le prostitute e a lasciar tranquilli i loro utilizzatori. Ancora più difficili da digerire le ragioni di quella scelta, enunciate nell’articolo 1 della legge: «La prostituzione è una forma di violenza dell’uomo verso la donna». Dietro quel testo c’era in effetti l’elaborazione di un femminismo come quello svedese, capace di influenzare l’opinione pubblica e di lavorare anche dentro i partiti, in quello socialdemocratico in particolare, e dentro le istituzioni. C’era un parlamento dove la rappresentanza femminile era arrivata al 45 per cento e dove i temi delle donne erano al centro di discussioni e indagini innovative. Come ha raccontato in un’intervista Gunilla Ekberg, l’avvocata femminista che aveva lavorato al disegno di legge, «fino ad un certo momento avevamo considerato la prostituzione come un fenomeno a sé stante. La svolta è avvenuta quando ci siamo rese conto che si trattava invece di una delle forme della violenza maschile nei confronti del nostro sesso». Avevano portato a questo risultato non tanto le analisi teoriche, quanto i molti studi e ricerche fatti negli anni precedenti sulle prostitute svedesi. In tutte le loro storie, in un modo o nell’altro, c’erano abusi familiari infantili, stupri subiti da amici di famiglia o compagni di scuola o condizioni di disagio estremo e di emarginazione sociale. In altre parole, nel contesto svedese erano molto rare le donne che facevano della prostituzione una libera scelta di vita. Ed ecco allora il testo che proibisce “l’acquisto di prestazioni sessuali”, punendo anche penalmente chi compra sesso ma non chi lo offre e che viene considerata invece una vittima da proteggere e aiutare. In un primo tempo questa legge aveva sollevato parecchie contrarietà anche in Svezia. L’opposizione conservatrice e liberale aveva votato contro, giudicandola un’interferenza nelle libere scelte individuali. Molti magistrati, per non parlare dei poliziotti, avevano fatto resistenza all’idea di dover rovesciare una logica vecchia come il mondo.

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 Ma poi, anche a causa del dilagare del trafficking, all’ondata di africane, di asiatiche e di ragazze dell’Est spesso prigioniere della tratta, che all’inizio del nuovo secolo minacciava di mettere fuori controllo l’industria della prostituzione, la tesi del sesso a pagamento come violenza generata dal dominio maschile aveva acquisito argomenti ben più difficili da contraddire. Sul piano pratico poi gli stessi magistrati e tutori dell’ordine si erano resi conto che la loro legge poteva rappresentare uno strumento molto efficace. Nel nuovo scenario il cliente da punire non era solo il maschio prevaricatore, ma l’ultimo anello di feroci catene schiavistiche, la pedina più facile da identificare di un commercio intollerabile.

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Nei mesi scorsi ho fatto parte di un piccolo gruppo di giornalisti di alcuni paesi europei, invitati a Stoccolma dallo Swedish Institute proprio per illustrare i risultati conseguiti in questi 10 anni. Era una delle tante iniziative promosse dall’attuale governo conservatore di Fredrik Reinfeldt, che ha pienamente sposato la legge anti-clienti e sta dedicando soldi ed energie per promuoverla anche a livello di Unione Europea. Nella capitale svedese ho incontro fra gli altri Kajsa Walberg, membro dell’Intelligence e responsabile del Rapporto annuale al Parlamento sulla prostituzione e il traffico di esseri umani.

Secondo il Rapporto oggi in Svezia le prostitute sono un migliaio contro le circa 3 mila del 2000 e la prostituzione in strada, peraltro minoritaria da sempre, è praticamente scomparsa. Quanto ai clienti, finora ne sono stati denunciati 18 mila, condannati 900, a sei mesi di carcere o più spesso ad una multa pari a 50 giorni di stipendio. Ma anche per chi non ha avuto sanzioni il processo ha rappresentato un turbamento notevole nelle relazioni familiari e sociali. Spesso chi è scoperto sul fatto, non importa se all’aperto, in un albergo compiacente o in un bordello clandestino, viene chiamato a testimoniare contro gli sfruttatori e i trafficanti, ed è costretto a mostrarsi pubblicamente come partecipe di una rete criminale.

Sono risultati importanti, che l’opinione pubblica guarda con favore. Come risulta dai sondaggi, la legge ha da tempo il consenso del 70, 75 per cento della popolazione. Ma c’è un altro effetto, confermato da varie indagini e intercettazioni telefoniche. Gli uomini dei rackett evitano sempre più di lavorare dove la prostituzione è osteggiata (“Stai alla larga dalla Svezia, puoi avere un sacco di grane”, consigliava un boss a un amico in una telefonata intercettata) e preferiscono paesi come l’Olanda e la Germania, dove il mercato del sesso è perfettamente legale. Nelle società delle sex workers con mutua e pensione è più difficile che la polizia indaghi e anche l’opinione pubblica è piuttosto indifferente. Salvo poi scoprire quasi per caso, come è successo in Germania, l’esistenza di un bordello con più di 100 ragazze tenute in stato di quasi schiavitù e marchiate a fuoco come animali. Al contrario attorno alla legge svedese si sono sviluppati vari meccanismi di contrasto, a cominciare dal Piano d’azione del luglio 2008 per combattere prostituzione e trafficking. Fra le priorità del Piano c’è quella di supportare le cosidette “persone a rischio”, spesso immigrate o ragazze emarginate. Altri obiettivi sono di rendere sempre più efficaci i meccanismi giudiziari e di incrementare la cooperazione con i paesi vicini.

In questi anni non è stato difficile accorgersi che la prostituzione non si sradica in un paese solo e che i clienti sono pronti ad attraversare i confini con una certa rapidità. Così il Consiglio degli Stati del Baltico, 11 paesi che discutono i problemi comuni e cercano di armonizzare le varie legislazioni, hanno messo fra le loro priorità proprio il contrasto al mercato sessuale. Anche se in Italia non se n’è praticamente parlato, il modello svedese ha fatto proseliti. La prima a muoversi è stata la Norvegia, dove nel gennaio del 2009 è stata votata una legge ancora più innovativa (il cliente può essere perseguito in patria anche se compra sesso all’estero). Poi è stata la volta dell’Islanda, mentre la Finlandia aveva già dichiarato punibile il cliente, ma solo se conosceva lo stato di costrizione della donna. E mentre la Danimarca, che ormai è definita ironicamente “il bordello del Baltico” sta a sua volta discutendo il da farsi, anche in Inghilterra, in Germania e persino in Olanda si comincia ad esaminare con occhi diversi il problema del sesso a pagamento. Come ha denunciato l’”Economist”, metà delle famose donne in vetrina ad Amsterdam non sono lì per libera scelta.

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di Chiara Valentini