Quante delusioni cercando il figlio in provetta

La procreazione medicalmente assistita (Pma) non è la strada più facile per raggiungere la maternità. Ne è una riprova il fatto che il 45 per cento delle donne che sceglie di intraprendere questo percorso a un certo punto decide di rinunciare. Come rivela uno studio condotto dall’équipe del Dipartimento di Psicologia dell’Università La Sapienza di Roma, che ha analizzato un campione di mille coppie di età compresa tra 35 e 45 anni che si sono sottoposte a Pma omologa in 4 centri di alcune regioni italiane, dietro la scelta di rinunciare al ricorso alla provetta ci sarebbe la difficoltà a livello emotivo e psicologico di affrontare lo stress per i tentativi non riusciti. «Le fasi di abbandono della procedura si concentrano soprattutto dopo il terzo ciclo di trattamento – spiega la psicologa giuridica forense, criminologa e psicoterapeuta della Sapienza Laura Volpini – . Nella decisione incide senz’altro una motivazione economica, visto che stiamo parlando di centri privati. Spesso però il fattore decisivo è lo stress della coppia». Secondo i dati messi a disposizione dai Centri di Pma, riferiti al 2011, le coppie dicono basta soprattutto al secondo livello della procedura: il 23 per cento abbandona dopo il primo fallimento, il 14 per cento dopo il secondo, l’8 per cento al terzo tentativo con esito negativo. Il dato che però lascia qualche interrogativo in più riguarda le percentuali più alte: il 28 per cento, infatti, decide di non proseguire durante l’iter diagnostico e il 24 si ferma dopo aver conosciuto le cause della propria infertilità.

«Spesso le donne, ma anche l’uomo – sottolinea Volpini –, non se la sentono di affrontare gli accertamenti o quei piccoli interventi che possono servire per rimuovere eventualmente la causa dell’infertilità». Senza ricorrere poi alla provetta. «Questa rinuncia alle cure – rimarca la psicoterapeuta – dipende anche dal fatto che le coppie non sono supportate da una consulenza psicologica che li aiuti a prendere decisioni o a perseguire in quelle già prese». L’infertilità, del resto, viene vissuta da molti con un senso di vergogna. Un tabù che bisogna superare, facendosi «sostenere dalla famiglia, evitando l’isolamento sociale», ma non ricorrendo ai consigli dei forum online, «spesso fuorvianti e privi di basi scientifiche».

Decisiva resta sempre la prevenzione. «Oggi è cambiata la prospettiva di vita ma non la capacità riproduttiva. Molte donne che si avvicinano ai Centri di Pma e hanno 39 anni, un’ottima salute, un ciclo mestruale regolare, pensano di essere fertili. La società – ribadisce la psicoterapeuta – può far molto per favorire i tempi legati a progetti genitoriali che siano più adeguati al nostro fattore biologico. In questo senso, il Piano fertilità del Ministero della Salute, che prevede un ampio intervento a livello scolastico per la cultura della fertilità, non dovrebbe essere lasciato da parte». Perché la fertilità si può preservare, e a volte anche curare. Lo sanno bene gli studiosi dell’Istituto scientifico internazionale (Isi) Paolo VI del Gemelli di Roma. «Il fattore tempo è importante – racconta il direttore Alfredo Pontecorvi –. Spesso da noi si rivolgono coppie seguite altrove e alle quali è stata proposta la Pma. Molte hanno già perso due-tre anni in tentativi falliti o in percorsi che hanno ritenuto inappropriati». Eppure è sufficiente un approccio multidisciplinare. «Grazie a interventi microchirurgici ricostruttivi sia per l’infertilità femminile che maschile, è possibile ottenere risultati incoraggianti. La percentuale dei bambini in braccio da noi è infatti uguale o addirittura superiore a quella ottenuta altrove con la Pma. E per di più, nell’affrontare insieme questo percorso di cura della fertilità, spesso la coppia si rafforza».

di Graziella Melina Avvenire