Quella dannata mancanza dei padri

papa figlioÈ bene sapere che ogni psicologia sottende un’antropologia e, quindi, una filosofia, ossia una visione dell’uomo e della realtà. Il nuovo libro di  Stefano Parenti (http://psicologiacattolicesimo.blogspot.it/)  “Fatherless. L’assenza del padre nella società contemporanea”, appena uscito nella collana “Orientamenti di senso” diretta dallo psicologo e psicoterapeuta Roberto Marchesini (D’Ettoris Editori, Crotone 2015, pp. 232, € 16,90), ha il pregio di adottare una prospettiva teleologica, secondo cui l’uomo ha una natura, cioè un progetto di sviluppo che guida alla realizzazione di sé.

In un suo libro, “Senza padri”, Parenti passa al vaglio i dati delle rilevazioni statistiche, sociologiche e familiari disponibili per definire numeri e caratteristiche demografiche dell’attuale generazione dei “senza papà”. Si concentra, quindi, sulle ricerche psicologiche e sul contributo degli psicologi clinici che ne hanno descritto i tratti salienti, delineando così una psicologia dei figli senza papà, con relative peculiarità, rischi e debolezze. Molto istruttivo, da questo punto di vista, è il capitolo IV, intitolato “La psicologia del tipo senza papàˮ (pp. 151-183). Qui Parenti descrive le relative personalità connotate da insicurezza, vergogna, sentimento d’inferiorità, ribellione distruttiva che è alternata a fasi di accentuato conformismo. Il giovane cresciuto senza padre, insomma, è come un “malato e due stampelle”: una è il narcisismo, cioè «il bisogno di percepire continuamente se stessi nelle attenzioni degli altri. Esso si manifesta nell’idea onnipotente di sé e nell’idealizzazione, che cela alla coscienza le negatività, in primis l’insicurezza di base» (p. 178), l’altra è l’eccessiva vicinanza con la madre. «Ciò non deve stupire – spiega Parenti –: un “senza papà” ha solo la mamma come punto di riferimento. La relazione con l’adulto, però, cambia e si evolve nel corso del tempo. Un genitore sa che l’individuazione del figlio avviene attraverso la separazione da lui, per dirla con le celebri parole della psicologa Margaret Mahler. Una madre che ha sofferto, che ha avuto paura, che si è sentita sola nei momenti di difficoltà, può essersi ripiegata sul figlio, ed aver stabilito con lui un tipo di relazione fusionale che rende difficile la separazione» (p. 179).

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Scrive poi nell’“Invito alla lettura” il suo collega (e amico) Roberto Marchesini: «Parlando dei fatherless, dei senza padre, Parenti ci porta a riflettere sulla questione più dibattuta al giorno d’oggi. Ipotizzare (e verificare, come fa lui, con dati alla mano) che l’assenza paterna possa avere degli effetti sui figli, che l’assenza paterna è diversa dall’assenza materna, e che il ruolo paterno può essere sì surrogato, ma fino ad un certo punto, significa asserire che quello paterno e materno non sono ruoli “socialmente costruiti”, ma incardinati nella biologia della riproduzione; vuol dire sostenere che la famiglia non è solo “una questione di affetto”; è affermare che avere due padri o due madri “non è uguale” o indifferente, “basta volersi bene”» (p. 9).

Il libro si sofferma quindi nel descrivere e raccomandare una possibile strada d’uscita per chi si riconosce affetto dalla “sindrome” dell’orfanità paterna. Un percorso fatto di introspezione, esercitazioni ed accenni di psicoterapia, utile ad abbandonare le fragilità per riconquistare altruismo, sicurezza e padronanza di sé. Parenti ne ha anche per le mamme che, da sole, si sono trovate a svolgere la funzione genitoriale con uno o più figli, concludendo il volume con alcuni brevi ma preziosi consigli. Ma il maggiore pregio di questo libro, rileva sempre Marchesini, è la legge naturale. Sì, perché quanto dimostra Parenti attraverso i suoi studi e le sue esperienze professionali, «significa che esiste un modo nel quale le cose debbono andare (o è meglio che vadano); esiste un manuale d’istruzioni, un “combinato disposto” di madre e padre per un “corretto funzionamento” dei figli. Esiste, quindi, una natura in senso aristotelico, cioè un principio insito nelle cose che le guida alla loro realizzazione, una entelechia, un fine. Tutto il mondo a noi contemporaneo è dunque basato su una menzogna – l’assoluta autodeterminazione dell’uomo e la sua totale indipendenza da qualunque legge naturale – e Parenti, implicitamente, lo dimostra. Invitandoci a tornare a guardare il mondo con gli occhiali di Aristotele, di san Tommaso d’Aquino, di Spaemann» (p. 10).

Non solo, il libro apre uno squarcio sul mondo di oggi e di domani, un “mondo fatherless”, come da anni avverte un altro maestro, su questi ed altri temi, che è oggi in circolazione (diremmo è il “pioniere” di questi studi). Parlo dello scrittore, giornalista, docente universitario e psicoterapeuta di formazione e orientamento junghiano Claudio Risé, che denuncia come il mondo senza padri generato dal Sessantotto ha rinunciato, con superficialità e presunzione, all’indispensabile ruolo paterno, e adesso procede direttamente all’eliminazione della famiglia grazie alla delirante ideologia di genere. Nella sua Introduzione Parente lo spiega subito: «Si dà per scontato che il matrimonio abbia una fine, che i genitori si lascino, che il padre fugga dai figli. “Succede”. Non resta che accettare una verità ovvia: “I papà se ne vanno”. Cosa vuoi che sia? Un intoppo come tanti altri; si può superare semplicemente: “Non te la prendere”. Come dire: il mondo è così. Ma lo è davvero? Le ideologie illuministe ed i totalitarismi del novecento, in particolare il comunismo, hanno tentato di sovvertire la famiglia, attaccando in primis la figura del padre. Tramontate e sostituite da altre “rivoluzioni”, lasciano una cultura ove la paternità è ritenuta un’entità pallida, insicura, forse persino scomoda ed inutile» (p. 12).

Il cambio terminologico da “mamma” e “papà” a “genitore A” e “genitore B”, con il pretesto di affermare la libertà individuale e di prevenire la discriminazione, punta in effetti ad eliminare la differenza tra i sessi e, come corollario, tra i genitori. Come se mamma e papà fossero intercambiabili, un doppione l’uno dell’altro. Ma è davvero così? Rispondendo a questi interrogativi Parenti adotta la prospettiva dei figli, dimostrando facilmente come ogni bambino avrebbe tutto il diritto di «avanzare la pretesa di avere un padre. Con quali motivazioni? Lo scopriamo addentrandoci nel mondo di chi il padre non l’ha vissuto: il popolo dei “senza papà” […]. Anche i figli sono uomini-adulti in potenza. L’ambiente al cui interno crescono può favorire o ostacolare la loro natura. Ciò significa che se una persona non riesce a sviluppare pienamente le sue potenzialità non significa che non ne avesse, ma solamente che l’ambiente e le esperienze che ha vissuto non glielo hanno permesso» (p. 13). Dopo aver letto “Fatherless” ci confermiamo del fatto che, crescere nell’assenza del padre ostacola molto, ma grazie a Dio non impedisce, il progetto che Dio e la natura hanno in serbo per noi: diventare uomini.
Giuseppe Brienza

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