Rifiutarono l’aborto e sono nata io

coniugi-beatificati«Onora il padre e la madre». Non c’è comandamento che i fratelli Beltrame Quattrocchi conoscano meglio. L’affetto, la riconoscenza e il rispetto che ogni genitore dovrebbe meritarsi, sono stati da loro elargiti in dosi massicce. E oggi, che papà Luigi e mamma Maria sono ufficialmente incamminati verso la gloria degli altari, i loro tre figli ancora viventi (don Tarcisio, padre Paolino ed Enrichetta) avvertono il peso di una responsabilità che pochissimi prima di loro hanno sperimentato: assistere alla beatificazione dei propri genitori. «Provo solo vergogna di fronte a loro», osserva padre Paolino, 92 anni. «Davanti al loro esempio straordinario di fedeltà al Vangelo avverto tutta la mia inadeguatezza. Ho nel cuore un intreccio di emozioni e di sensazioni così profonde che non provo neppure a manifestare». Colpiti, emozionati, felicissimi anche monsignor Tarcisio, 95 anni, e la sorella Enrichetta, 87 anni: «Avvertiamo un profondissimo senso di riconoscenza verso il Signore e, di conseguenza, la grave responsabilità per corrispondere adeguatamente a un dono così grande della sua Grazia. I nostri genitori ci hanno lasciato un’eredità spirituale preziosa ma, sotto un certo aspetto, pesante. A chi molto ha ricevuto, molto sarà richiesto».
In questo senso va compresa anche la vocazione che, secondo varie modalità, ha portato tutti i fratelli Beltrame Quattrocchi verso la vita religiosa: sacerdoti don Tarcisio e padre Paolino, suora benedettina di clausura la terzogenita, madre Maria Cecilia (al secolo Stefania) morta nel 1993. E consacrata, seppure in forma privata, anche Enrichetta. Sembrerebbe una contraddizione il fatto che i quattro figli di una coppia avviata alla beatificazione per le virtù manifestate nel matrimonio, abbiano invece scelto di diventare preti e suore. «No, la mia consacrazione sacerdotale – osserva don Tarcisio – mi ha dato la possibilità di valorizzare la memoria e gli esempi dei miei genitori assai più di quanto avrei potuto fare se avessi abbracciato anch’io lo stato matrimoniale». Anche padre Paolino non coglie nella propria scelta di vita e in quella dei fratelli nessun elemento di sorpresa o di incoerenza: «Tutto fa meraviglia nelle opere di Dio. Il mistero della vocazione non può sfuggire a questo sentimento di stupore. Dio ci ha chiamati alla vita consacrata. Qualsiasi altra risposta da parte nostra non sarebbe stata adeguata al disegno che il Padre aveva per noi. D’altro canto – osserva ancora padre Paolino – a dimostrazione che la vita religiosa fosse proprio la nostra strada, c’era l’incoraggiamento generoso dei nostri genitori».
Prima di rispondere alla chiamata di Dio, i fratelli Beltrame Quattrocchi hanno potuto comunque sperimentare sufficientemente a lungo la quotidianità di una famiglia intessuta di piccoli problemi ordinari, di concretezza, ma soprattutto di affetti. Una dimensione di normalità in cui però, ricordano i tre fratelli, non veniva mai meno il senso del soprannaturale. «L’aspetto caratterizzante della nostra vita familiare – ricorda monsignor Tarcisio – era il clima di normalità che i nostri genitori avevano suscitato nell’abituale ricerca dei valori trascendenti. Era un atteggiamento sollecitato con la massima semplicità». Padre Paolino sottolinea però che questa attenzione ai principi di fondo non intaccava il clima di serenità. «Ho un ricordo rumorosamente lieto della nostra casa. L’atmosfera era gioiosa, priva di bigottismo o di musoneria». Enrichetta, a sua volta, mette in luce l’intenso rapporto di affetto e di comprensione esistente tra i genitori. «E’ ovvio pensare che possano essersi verificate talvolta delle divergenze di opinione o di apprezzamento, ma noi figli non abbiano mai avuto modo di constatarle. Gli eventuali problemi li risolvevano tra di loro, con il dialogo, in modo che una volta concordata la soluzione, il clima rimanesse sempre sereno e armonioso».
Enrichetta è la “protagonista involontaria” di uno degli episodi forse più forti ed esemplari della vita di Luigi e di Maria Beltrame Quattrocchi. La gravidanza che poi portò alla sua nascita fu infatti contrassegnata da sintomi così preoccupanti da mettere a repentaglio la vita della mamma. Tanto che un noto ginecologo romano consigliò senza mezzi termini l’interruzione di gravidanza «se – come disse – si vuole tentare di salvare almeno la madre». Ipotesi che Luigi e Maria, senza un attimo di incertezza, rifiutarono decisamente. «A quel tempo – fa notare Enrichetta – le possibilità di sopravvivenza con una patologia di “placenta previa totale”, cioè quella riscontrata a nostra madre, erano del 5 per cento. Fu un vero eroismo cristiano il loro. Lei rischiava seriamente la morte. Lui di rimanere vedovo con tre figli dai 3 agli 8 anni». Sul clima di quei mesi in casa Beltrame Quattrocchi ha scritto pagine stupende, nel suo memoriale inedito, suor Maria Cecilia: «Ricordo una mattina nella chiesa romana del Nome di Maria, papà con noi tre (Cecilia, Tarcisio e Paolino) fuori dal confessionale. Rimase a lungo a parlare con il sacerdote. Forse riferiva qualcosa sulle condizioni della madre. A un tratto appoggio la mano allo stipite e sulla mano la fronte….piangeva. Noi zitti, tristi, spaventati, pregavamo da bambini…Il Signore sorrideva al nostro muto dolore».
Luciano Moia

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