Santa Caterina da Genova

Molti si sono lamentati e scandalizzati, in relazione al film di Mel Gibson, riguardo a un presunto eccesso di violenza, e a un eccessivo spargimento di sangue nella rappresentazione della Passione di Cristo. Eppure non si può non ricordare che molti santi scelsero come oggetto specifico di meditazione le sofferenze della Passione, e svilupparono una vera e propria mistica del Sangue di Cristo, come santa Caterina da Siena (riguardo alla quale ripropongo alcuni messaggi che avevo postato mesi fa) e santa Caterina da Genova (riguardo alla quale riporto due scritti, l’uno di padre Valeriano da Finalmarina, l’altro di Dionigi Tettamanzi, ora arcivescovo di Milano, già arcivescovo di Genova).
La “conversione” di Caterinetta Fieschi-Adorno avvenne proprio in seguito all’apparizione di Cristo grondante sangue: “Essendo un giorno essa in casa, le apparve in una visione interiore il Signor nostro Gesù Cristo, tutto insanguinato, dal capo ai piedi, on modo che pareva che da quel corpo piovesse sangue per tutta la terra [Chissà se Mel Gibson conosce la vita di Santa Caterina da Genova?] , dove andava, e le fu detta interiormente questa parola: “Vedi tu questo sangue? Tutto è sparso per amor tuo e per soddisfazione dei tuoi peccati”.
Nel suo progressivo cammino di purificazione spirituale santa Caterina dapprima si viene a trovare, misticamente, ai piedi di Gesù, come se fosse la Maddalena, poi procede sino al Suo petto, quindi giunge vicino al Suo Cuore, infine, divorata internamente dal fuoco dell’Amore, è condotta sino alla Sua bocca.
L’amore di Caterinetta era alimentato dalla Comunione quotidiana (pratica allora poco comune): “Io non ho il cuore come gli altri, perchè non si rallegra se non nel suo Signore, perciò datemelo.”
Prima della Comunione i suoi occhi sfavillavano; il sacerdote si volgeva per dire l'”Ecce Agnus Dei”, e la santa mormorava: “Fà presto, mandalo giù nel mio cuore, perchè è il suo cibo.” Dopo la Comunione sopravvenivano lacrime di gioia, violente palpitazioni di cuore, ed estasi. Temendo che le gioie che provava andassero a discapito della purezza dell’amore, diceva a Gesù:
“Signore, io non voglio venirti dietro per queste gioie, ma solo per amore.”
Quando nel 1489, a causa di un interdetto ecclesiastico, tutte le chiese di Genova vennero chiuse, Caterinetta percorreva ogni giorno chilometri, a piedi, in salita e in discesa, per recarsi al Santuario di Nostra Signora del Monte a fare la Comunione.
Era solita dire: “O Signore, mi pare che se fossi morta, resusciterei per poterti ricevere.” Colpita da grave malattia, disse al suo confessore: “Se mi deste il mio Signore, sarei guarita.” E così fu.
Nessuna meraviglia quindi se l’Eucarestia fu per lunghi periodi il suo unico nutrimento. Gesù la invitò una volta “a fare quaresima in sua compagnia”, e per quaranta giorni Caterinetta si cibò solo dell’Eucarestia.
Il cardinale Tettamanzi riporta il bellissimo episodio del dialogo tra santa Caterina e un frate riguardo all’amore per Dio (la santa affermò di essere disposta anche a strappargli il saio di dosso, se avesse ritenuto che quell’abito consentisse di amare maggiormente Dio…..) nel corso del quale, nel calore della discussione, a Caterinetta tutti ‘i capegli le si sciolsero e, cadendo, le si sparsero per le spalle’.
Questo episodio aveva colpito pure il poeta Giulio Salvadori, che nella prima giovinezza era stato positivista e decadente, e compagno d’arte e di dissipatezze di Gabriele D’Annunzio (i due si somigliavano pure fisicamente, tanto da essere chiamati “i gemelli”). A ventiquattro anni, il giorno del Venerdì Santo del 1885, Salvadori tornò cattolico, di mente e di cuore, in seguito al superamento di un’impetuosa passione concepita nei confronti di una donna sposata. Negli anni successivi venne emarginato dal mondo culturale e letterario, imperando in Italia l’ideologia liberal-massonica, positivistica e anticattolica, e potè ottenere una cattedra universitaria solo nel 1923, dopo la fondazione dell’Università Cattolica di Milano.
Così lo ricorda un suo allievo, Giovanni Colombo:
“Due anni dopo trattò della letteratura della Riforma cattolica del XVI secolo. Il secolo che si era chiuso nei foschi bagliori del rogo del Savonarola, si apriva col fuoco del Purgatorio di Caterinetta Fieschi-Adorno. In questo fuoco va cercato l’inizio primo donde si svolse la riforma cattolica: in questo e nel fuoco di carità che suscitò la compagnia del Divino Amore che allora aveva per scopo diretto la cura degli insanabili, ma dalla quale derivarono tutte le opere di assistenza sociale di cui si vanta la filantropia moderna.
Come il viso di Giulio Salvadori, così pallido e trasparente per solito, tutto s’illuminasse quasi per una interna fiamma che si accendesse, e come raggiassero i suoi occhi profondi quando leggeva del’amore onde ardeva Madonna Caterinetta, ancora lo ricordano e mai lo dimenticheranno i suoi scolari.
In una lezione raccontò che un religioso, conversando con la santa, le diceva che essendo nel mondo, e sposata, non avrebbe potuto mai amare Dio con l’intensità di chi ha dato i voti. Ma ella si rizzò in piedi, e tutta accesa nel volto rispose: “Che voi in religione possiate meritare di più, ve lo concedo, ch’io questo non cerco; ma che voi possiate amare Dio di più, mai me lo darete ad intendere, in alcun modo!”. E fu tanto l’impeto dell’amore che le saliva dall’animo, che spontaneamente le si sciolsero i capelli, e ondeggiarono sulle sue spalle.
“Osservino” concludeva “nella letteratura greca e latina non possono trovare una scena così delicata e sublime, che ha riscontro soltanto nel martirio di santa Perpetua, quando, dopo il primo assalto della vacca furiosa, la martire africana, non essendo stata uccisa, si levò dalla polvere e si riordinò le vesti e i capelli decentemente, aspettando tranquilla il secondo assalto.”
[Dalla “Passione” di Perpetua e Felicita: “Per le giovani donne il diavolo aveva preparato, fuori da ogni consuetudine, una ferocissima vacca, quasi per insultare il loro sesso anche con la scelta della bestia. Vennero presentate nell’arena nude, avvolte in una rete sottile. Il pubblico inorridì vedendo l’una così fragile, l’altra fresca di parto con i seni che stillavano latte. Furono richiamate fuori dell’arena e rivestite di una tunica senza cintura. Per prima venne scagliata in aria Perpetua, che ricadde supina. Appena ebbe la forza di mettersi seduta, accortasi che la tunica si era lacerata, lasciando scoperto un fianco, si affrettò a ricoprirsi, più preoccupata del suo pudore, che dello strazio delle carni.
Poi, trovata una forcella, fermò i capelli che le si erano sciolti; non era conveniente, infatti, che una martire patisse il suo martirio con i capelli sparsi sulle spalle, per non sembrare in lutto proprio nel momento della sua gloria. Poi si alzò, e aiutò Felicita a fare altrettanto, e rimasero tutte e due in piedi, immobili.”]

Santa Caterina da Genova Fieschi – Adorno (1447-1510)
Sposa – Infermiera – Mistica dell’ Amore purificante testo di Padre Valeriano da Finalmarina

La predestinata
Caterina da Genova nacque nella primavera del 1447. La nobilissima casa Fieschi, funestata da poco con la morte del padre Giacomo, veniva allietata dalla nascita di questa bambina, che doveva darle la gloria indistruttibile dell’eroismo cristiano.
L’infanzia di Caterina fu infatti un magnifico preludio alla sua vita di santità. Appena quattrenne si dilettava della preghiera, e fu sorpresa più volte in ginocchio sul pavimento a contemplare, meditando, un bel quadro della Pietà che ornava la sua camera.
Cristo dolorante fu quindi il suo libro prediletto, nel quale seppe leggere i misteri della vita e dell’amore per cui rifuggiva dal lusso, dalle raffinatezze, dagli agi proprii della sua casa, e sentiva imperioso il bisogno di unirsi, nella sofferenza, al suo Signore.
Eccola perciò vivere appartata, schiva dei divertimenti, amante della penitenza al punto di dormire sulla paglia e riposare il capo delicato sopra un duro legno. Ma ciò non le basta. Essa anela ad un’unione più intima con Dio, e sogna di raggiungere la sorella Limbania, monaca nel monastero di S.Maria delle Grazie.
A tredici anni Caterinetta manifesta il suo desiderio ardente, ma trova forte e decisa opposizione e piega serena il capo alla volontà del Signore.

Nella tormenta
Il calcolo finanziario e politico aveva fissato lo sguardo su Caterinetta, e coronò il suo sacrificio.
La mamma, Francesca Di Negro, cedendo forse alle insistenze dei fratelli, che miravano ad accrescere la potenza del casato e a rafforzarne il prestigio, risolvette di darla in sposa a Giuliano Adorno.
Così, a sedici anni, la mistica colomba cade negli artigli dell’ avvoltoio.
Tale infatti può definirsi Giuliano, il quale rotto al vizio ed ai divertimenti, non comprese e disprezzò la virtù della sposa.
Per cinque anni Caterina visse desolata nella solitudine di una casa dove l’amore era muto e la virtù derisa, finché cedette alle lusinghe dei parenti, e cercò la gioia nei passatempi e nella vita frivola dell’aristocrazia.
Fu un’illusione. Le delizie del mondo crebbero il travaglio del suo spirito, ed Ella non ebbe più pace.
Recatasi infine, per consiglio della sorella Limbania, ai piedi d’un confessore, fu talmente presa dalla grazia divina che, senza profferir parola, quasi fuori di sé, tornò a casa trasfigurata.
E nella camera solitaria, mentre sfogava in dirotto pianto la piena del suo cuore, Le apparve Gesù, carico della croce, tutto grondante di sangue.
A tal vista Caterina, oppressa da dolore indicibile, si pose a gridare ad alta voce: Amore! Non più, non più peccati!

La penitente
In quel grido di dolore e d’amore si celava l’ addio solenne della debolezza della carne e la decisione irrevocabile di percorrere senza posa la strada della virtù.
E cominciò l’espiazione, nel pianto e nell’ esercizio di una rigorosa penitenza. Negò ai sensi ogni lecito piacere, afflisse il corpo con veglie prolungate, tormentando con spine il breve riposo. Fu allora pure che Caterina cominciò il suo stretto digiuno, come Cristo nel deserto, passando l’ intera Quaresima senza prendere cibo di sorta, contenta del Pane degli Angeli, che riceveva ogni giorno nella S. Comunione.
Santa costumanza che ha del miracolo e che la Fieschi mantenne per tutta la vita estendendola anche all’Avvento.
Eppure non aveva che 26 anni, e il mondo e la sua condizione erano per Lei pieni ancora di mille attrattive. Ma Caterina tutto disprezzò, appagata dal suo Dio Crocifisso, intenta a mortificare con il corpo lo spirito, attenta a scoprire le sue passioni e inclinazioni per rintuzzarle e vincerle.
Non dobbiamo quindi meravigliarci se, dopo 4 anni di lotta continua, Caterina riportò completa vittoria su se stessa.
In un terreno così sgombro crebbe e ingigantì il divino Amore, che doveva essere l’ artefice della sua futura grandezza, come già era il termine ultimo d’ogni sua aspirazione.

La nuova via
È storicamente accertato che la Santa leggeva con predilezione e commentava mirabilmente le Laudi del francescano Jacopone.
L’impeto lirico del poeta umbro, così ricco di sentimento mistico, tutto ardore e fuoco, si confaceva all’anima della Santa; la quale tuttavia non si arrestò a Jacopone, ma mirò più in alto, fissando lo sguardo in Francesco, che prese a modello e protettore.
La povertà lieta e piena del Poverello, la sua semplicità, il suo appassionato amore per il Crocifisso, avevano già conquistato il suo cuore, sitibondo di rinuncia e caldo d’amore. Volle quindi essere figlia e seguace del Serafino di Assisi, e si ascrisse al Terzodine.
La gloriosa divisa del Terziario figura tra gli oggetti inventariati dopo la sua beata morte; ma Ella non aveva badato tanto alla veste quanto allo spirito!
Amò S. Francesco, e si studiò di imitarlo, di divenir parte viva del grandioso e provvidenziale movimento da Lui suscitato. La storia ci dice che Caterina riuscì nell’ intento tanto da meritare il titolo di Serafina.
Serafina nell’ardore consuma il suo cuore e, nello stesso tempo, la rende instancabile nell’ azione.
Come Francesco, la Fieschi sentirà infatti di dover lavorare per l’estensione del regno di Dio, come Lui proverà il bisogno di sacrificarsi per il prossimo, di andare incontro premurosa e sorridente alle umane sventure.

Le prime prove
Ed eccola così, sotto la guida del divino Amore, iniziare la sua attività benefica.
L’amore suo sentiva il bisogno di espandersi, e i poveri, gli infermi divennero quindi per lei oggetto di meditazione e di cure veramente materne.
Iscrittasi fra le Dame della Misericordia, nella pienezza della vita e della bellezza, salì premurosa nelle stamberghe dei reietti della fortuna. Tutto le si opponeva: la condizione, l’educazione, la natura; ma la volontà sua, sorretta da una forza prodigiosa, trionfava sulle esigenze umane.
Come Francesco di fronte al lebbroso, dopo un subitaneo sgomento, Caterina seppe dominare le riluttanze per divenire l’umile ancella dei malati più ripugnanti, fino a baciarne le piaghe cancerose.
E il suo apostolato non si arrestò fra i muri anneriti dei suoi prediletti.
Genova assistette meravigliata allo spettacolo edificante di questa figlia dei Fieschi, impalmata agli Adorno, che si aggirava frettolosa per le vie, sospinta da un crescente entusiasmo di carità. Era la predica dell’esempio che il Poverello d’ Assisi aveva raccomandato ai suoi figli, e che Caterina inconsciamente ripeteva portando attorno il profumo delle sue belle virtù!

Negli ardori della carità
Ma la sua brama di dedizione non era appagata.
La virtù di Caterina aveva già trionfato sul marito, il quale, convertitosi a Dio, si era iscritto come lei nel Terzordine di S. Francesco. Non le sarà quindi difficile indurlo ad abbandonare la ricca casa di via Lomellini per trasferirsi nelle vicinanze di Pammatone, e poi nell’ Ospedale stesso.
La regina dell’amore è ormai nel suo regno!
Per oltre trent’anni le corsie dell’Ospedale vedranno questa nobile donna, che ha fatta sua la casa del dolore, aggirarsi frettolosa fra i sofferenti, avvicinare i malati più ripugnanti, portare a tutti il sollievo della sua parola soave, il conforto delle sue cure amorose.
Eletta Rettora (1489), Caterina deve sobbarcarsi le fatiche dell’amministrazione, che richiedeva una continua sorveglianza ed il governo del personale di servizio.
Ella è presente a tutto. Iddio sostiene la sua sorprendente attività e la sua virtù eroica; ormai la Fieschi non vive che di Dio nell’entusiasmo di una carità miracolosa.
Nel bacio affettuoso ad una povera morente di peste abbiamo il fiore delizioso dell’ardente amore della Santa, che si eleva alle più alte vette dell’eroismo cristiano.

La fonte inesausta
Una vita così santamente operosa aveva il suo segreto nel Sacramento dell’Altare.
Caterina ogni giorno si accostava alla S. Comunione, ed era tale l’ardore che la sospingeva verso l’Eucaristia, che il solo pensiero di restarne priva le procurava pene di morte.
Una volta infatti credette in sogno di non potersi comunicare e ne provò così forte dolore, che, svegliatasi, trovò i guanciali molli di lagrime.
Quando poi Genova fu colpita da interdetto, Caterina, non curante del disagio, di buon mattino si recava al Santuario del Monte per ascoltare la S. Messa e cibarsi del Pane angelico.
Gesù Eucaristico formava la sua forza, il suo conforto, la sua gioia, la sua vita. Era l’alimento che sostentava miracolosamente il suo fragile corpo, e dava al suo spirito ali e vigore per elevarsi all’unione con Dio.
È impossibile descrivere ciò che passava nell’anima sua all’avvicinarsi della Comunione. Il più delle volte, rapita in estasi, pregustava le gioie del Paradiso e poi, tornata in sensi, esclamava: O Signore, mi pare che se fossi morta, per riceverti risusciterei!
Bella espressione, piena di ardimento, che ci svela quale fiamma avvampasse nel suo petto e quale attrattiva irresistibile la attirasse al Pane della vita!

Preludi di Paradiso
Come S. Francesco piangeva di sovente perché l’Amore non era amato, così S.Caterina si lamentava e gemeva pensando che vi fosse tra gli uomini chi non amava il suo Dio; come il Serafico, lei pure parlava alle creature minori invitandole ad amare e benedire il Creatore.
La sua vita si svolgeva tutta quanta in Dio e per Dio. Nonostante le sue pressanti occupazioni, la sua mente e tanto più il suo cuore erano continuamente assorti in Lui.
E Dio scendeva a Lei, fatta pura nella penitenza e serafina nell’ ardore.
I biografi ci dicono che più volte Gesù ferì il cuore della Fieschi con dardi infuocati, che facevano illanguidire e martoriavano la sua povera umanità, ma davano allo spirito una soavità inesprimibile, e aumentavano a dismisura la forza di amare.
Preludio di paradiso la vita di questa grande eroina, che a volte gemeva di trovarsi incarcerata nel corpo, ed elevava alla morte il suo canto d’invocazione: Morte dolce, soave, graziosa, bella, forte, ricca, degna…….
Ti trovo, morte, un solo difetto: che sei troppo avara a chi ti brama e troppo presta a chi ti fugge.
Preludio di paradiso la vita di questa appassionata amante, che, come inabissata nell’oceano infinito d’ Amore, Iddio, poteva dire: Se cadesse nell’ inferno una scintilla di quello che sente questo cuore, diventerebbe vita eterna!

La maestra di spirito
Caterina però, non fu soltanto un’estatica, una contemplativa. Abbiamo visto quale sorprendente attività svolgesse a favore del prossimo nella cura degli infermi e nella direzione dell’Ospedale.
A questa scuola insigne, fatta con la dimostrazione e la prova luminosa dell’esempio, unì il magistero della parola.
Molte anime buone, che seguivano da vicino il progresso meraviglioso della Santa, desideravano avere da Lei luce e direzione nella via del Signore.
Da qui i convegni spirituali di Pammatone, nei quali Caterina effondeva, in preziosi ammaestramenti, la piena dell’amore che le cantava nel cuore e il tesoro sovrumano della sua mistica esperienza.
Piccola scuola serafica, informata allo spirito del Poverello d’Assisi, che ebbe in Caterina Fieschi, umile donna, una maestra impareggiabile di quella scienza che non si apprende sui libri ma si attinge alla fonte inesauribile del sapere: Dio.
Ettore Vernazza, la figlia Ven. Battistina, la Ven. Tommasina Fieschi, P.
Domenico da Ponzo dei Minori, il Marabotto sono i nomi dei discepoli della Santa che ci tramanda la Storia.
Pochi nomi che bastano però a farci intravedere i frutti copiosi del magistero di S. Caterina nel campo della perfezione e della carità cristiana.

La dottoressa
Per buona fortuna la dottrina di S. Caterina non restò riservata ai soli discepoli. Furono anzi essi stessi che si curarono di raccogliere i suoi sublimi insegnamenti e di tramandarli ai posteri.
Abbiamo così il Dialogo Spirituale ed il Trattato del Purgatorio, due operette non prive di pregi letterari e ricche di grande valore spirituale.
Il Dialogo Spirituale è l’autobiografia della Santa, scritta nella forma più vivace e drammatica, ed è un mirabile trattato di ascetica. Un viaggio simbolico nel quale vengono fuori le sue cadute, le lotte, gli ardimenti, le vittorie; l’umanità sua che si annichila mentre l’anima si protende verso il divino e, giunta all’unione, eleva un infuocato inno all’ Amore.
Con il Trattato del Purgatorio la Santa spinge arditamente il suo sguardo nel mondo degli spiriti. Essa ci parla, con linguaggio di cielo, della spontaneità e della terribilità delle pene che purificano le anime; additando nell’Amore l’artefice divino, il quale prepara così i giusti alle gioie immortali.
Pagine dense di profonda scienza teologica, che riscossero l’ammirazione dei dotti, e meritarono alla Fieschi il titolo di Dottoressa del Purgatorio.

Tramonto luminoso
Le estasi e le frequenti visioni dalle quali Caterina attingeva la sapienza divina davano all’anima sua gaudi indicibili, ma le causavano pure tali sofferenze che le pareva di avere il corpo nel Purgatorio.
La Fieschi usciva infatti dai colloqui con Dio con un corpo così languido e sfinito che sembrava un miracolo che continuasse a vivere.
Era l’Amore divino che affinava il suo spirito e lo preparava alla gloria del Cielo. Il bozzolo doveva ormai spezzarsi per lasciar libera l’angelica farfalla!
Una misteriosa malattia assalì in ultimo Caterina; la scienza umana si dichiarò impotente a spiegarne la causa e non seppe suggerire cura alcuna.
La Santa, serena e tranquilla, lasciava che il suo Dio compisse in lei l’opera sua, non cessando di esortare i presenti al disprezzo del mondo, alla fuga dal peccato, all’ esercizio della virtù.
Il fuoco divino si impossessava intanto sempre più dell’anima sua con una veemenza tale che struggeva il corpo, il quale sembrava emettesse vampe di fuoco. Fu allora che la Fieschi uscì in accenti così sublimi e ardenti sull’amore di Dio da rapire i presenti. Ultimi bagliori di questo sole di santità che, circonfuso di luce, calava al tramonto della vita terrena. Nelle prime ore del 15 settembre 1510 Caterina, additando il cielo, volava all’amplesso del suo Amore. Aveva 63 anni, dei quali ben 33 passati nelle corsie dell’Ospedale.

Il miracolo permanente
Il beato transito di Caterina segnò l’inizio della sua glorificazione. Il popolo accorse a venerare il suo corpo esposto nella chiesa dell’Ospedale, e molti ottennero per intercessione della Santa grazie segnalate. Venerazione che aumentò ancora quando, ad un anno e mezzo dalla sepoltura, fu ritrovato il corpo intatto, morbido, motivo per cui si dovette chiuderlo in una cappella per sottrarlo alla indiscrezione dei devoti.
La fama della santità di Caterina andava intanto estendendosi in Italia e fuori.
La Repubblica di Genova la elesse sua speciale Protettrice, i dotti ammirarono la sua celeste dottrina, tutti s’inchinarono riverenti dinanzi alle sue eroiche virtù.
Finalmente la Chiesa confermò con il suo infallibile giudizio l’universale consenso. Il Papa Clemente XII nel 1737 ascriveva Caterina nell’albo dei Santi. Ed il suo culto si mantenne sempre in una ammirabile freschezza.
La quinta domenica di Pasqua, festa di S. Caterina, attorno alla Sacra Urna nella chiesa che a Lei è intitolata si accalca il popolo genovese, sempre fiero della sua Santa; ma ogni giorno qualche pellegrino sale la scala che conduce alla devota urna.
Il pellegrinaggio è permanente, come il miracolo del suo corpo che da oltre quattro secoli sfida l’azione del tempo, ed è universale perché davanti a Lei, umile e grande, si inginocchiano ammirati e riverenti uomini d’ogni Nazione.

Santa Caterina da Genova, “contemplativa della strada”
La celebrazione della Festa di santa Caterina Fieschi Adorno – festa propria della nostra Chiesa di Genova – ci invita a riscoprire la “figura spirituale” di questa eccezionale donna genovese. Ci aiuta in questa riscoperta la Parola di Dio, in particolare la pagina evangelica che è stata or ora proclamata.

Se il dottore della legge dovesse rivolgere la sua domanda non più a Gesù – “Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?” – ma a Caterina Fieschi Adorno, penso che riceverebbe la stessa risposta: “Amerai il Signore Dio tuo……. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso'”.

Sì, riceverebbe questa risposta, non tanto a parole, quanto con la vita stessa di Caterina: una vita che è splendida testimonianza di un singolarissimo amore per Dio e per il prossimo.

Per la verità, tutti i santi, proprio perché tali, hanno vissuto un’obbedienza eroica a questi due comandamenti, dai quali “dipende tutta la Legge i Profeti”. Ma ciascun santo ha vissuto questa obbedienza con modalità proprie e con caratteristiche originali. Stupenda varietà nell’unico immenso campo della santità nella Chiesa!

In questo senso, possiamo brevemente rivisitare l’avventura spirituale di santa Caterina – che si situa nell’epoca di passaggio dal Medioevo all’Età moderna, da una Chiesa che vede numerosi tentativi di rinnovamento all’
interno ad una cristianità divisa dalla Riforma protestante – in riferimento al suo amore per Dio e per il prossimo.

Una ferita al cuore d’un immenso amore di Dio L’amore per Dio, anzitutto. Si può dire che la vita di Caterina è stata un lungo itinerario, durato 63 anni (gli anni della sua esistenza), le cui tappe sono state scandite dalla progressiva crescita e maturazione dell’
amore verso Dio, o ancor meglio dell’amore di Dio effuso nel cuore della santa.

Ci sono le tappe iniziali, che si presentano nel segno della piena normalità. Nata a Genova nel 1447, Caterina è una ragazza educata religiosamente dalla nobile famiglia dei Fieschi, tutta casa e chiesa, che a
16 anni viene data in moglie a Giuliano Adorno, un uomo navigato che, dopo varie esperienze commerciali e militari in Medio Oriente, era rientrato a Genova per accasarsi. Era più avanti negli anni e possedeva un carattere pessimo. E così Caterina vive i suoi primi anni di sposa nella solitudine e nella tristezza. Decide poi di buttarsi nell’alta società del tempo con una condotta mondana, non tanto peccaminosa quanto frivola.

Ma Dio la segue con grande amore e l’attende con ansia. E sceglie come luogo dell’incontro decisivo il confessionale. Caterina si reca al monastero di san Benedetto per confessarsi e una volta in ginocchio davanti al sacerdote “ricevette – così leggiamo nella Vita – una ferita al cuore d’un immenso amore de Dio, con una vista così chiara delle sue miserie e soi difetti et de la bontà de Dio che ne fu quasi per cascar a terra”.

Un vero e proprio trauma, dal quale escono le celebri parole “Non più mondo, non più peccati”. E se avesse avuto mille mondi, tutti li avrebbe gettati “per quella fiamma di fuoco” (come leggiamo nella Vita). Caterina fuggì da quella tentata confessione, lasciando il sacerdote solo nel mezzo della chiesa. Ritornata in casa – leggiamo sempre nella Vita – “entrò in una camera più segreta che fosse dove pianse e sospirò molto con grande fuogo:
In quello punto fu instruita intrinsecamente de l’orazione ma la sua lingua non posseva dir altro salvo questo: ‘O amor, può esser che mi abbi chiamata con tanto amore e fattomi conoscere in un ponto quello che con lingua ne posso esprimere?'”.

E’ in questa occasione che a Caterina appare Gesù carico della croce e sanguinante. Nell’opera Il Dialogo spirituale troviamo questa descrizione:
“Essendo un giorno essa in casa, le apparve in una visione interiore il Signor nostro Gesù Cristo, tutto insanguinato, dal capo ai piedi, on modo che pareva che da quel corpo piovesse sangue per tutta la terra, dove andava, e le fu detta interiormente questa parola: ‘Vedi tu questo sangue?
Tutto è sparso per amor tuo e per soddisfazione dei tuoi peccati'”.

Pochi giorni dopo tornò dal sacerdote per confessarsi, questa volta con successo. Era la primavera del 1473.

Si apre qui il cammino della purificazione spirituale e della trasformazione mistica di Caterina. Ella, dice, sta ai piedi di Cristo, come la Maddalena:
è il periodo della contrizione dei suoi peccati, che la porta a ripetere le confessioni, a usare i flagelli e i cilici, a praticare il digiuno. Poi la santa riposa sul petto di Gesù, come l’evangelista prediletto Giovanni: se per i primi anni il confronto fra l’amore di Dio e la malizia dei peccatori la porta ancora a forti penitenze, in seguito prevale in lei l’unione profonda con il Salvatore, al cuore del quale ella si trova vicinissima.
Sperimenta così visioni ed estasi e vive periodi di prolungato digiuno, cibandosi esclusivamente dell’Eucaristia. E infine, nell’ultimo decennio di vita, Caterina è condotta alla bocca di Cristo: divorata di dentro dal fuoco dell’amore, si immerge totalmente nella divinità. Il suo è un amore “puro e
netto”: è l’amore divino che non si esprime attraverso consolazioni o particolari doni, ma che porta l’anima, attraverso vari gradi, a identificarsi col Creatore.

Riferendosi a Dio, Caterina dice che l’Amore deve essere cercato e amato per quello che Lui è: “Non voglio, dolce Amore, quello che esce da Te, ma solo Te, amore” (Vita, cap.9).

Le opere di Caterina, in particolare il Dialogo (fra anima e corpo, amor proprio, spirito, umanità e Dio), testimoniano questo ininterrotto e crescente cammino della santa nella esperienza mistica del suo amore per Dio.

L’amore materno verso i sofferenti
L’amore per Dio sfocia inevitabilmente nell’amore per il prossimo. E’ la sofferenza di Cristo crocifisso a spingere la santa alla carità compassionevole e operativa verso le più diverse sofferenze umane, di cui era piena la Genova del suo tempo. Caterina, che fa parte della Compagnia delle Dame della Misericordia, visita poveri e infermi, si prende a cuore i bambini abbandonati, si pone al servizio dei lebbrosi. Dell’ospedale Pammatone diventa rettora e amministratrice: anche il marito, dopo il dissesto finanziario, finirà per seguirla in questo servizio di carità. Non a caso, allora, Pio XII nel 1944 proclamerà santa Caterina da Genova compatrona degli ospedali italiani.

La santa non teme affatto di mortificare energicamente la sua estrema sensibilità, che comporta ripugnanza di fronte alle malattie più gravi e
pericolose: la carità è un fuoco che brucia anche queste comprensibili resistenze umane. L’inno liturgico delle Lodi in memoria di santa Caterina canta questo aspetto con una bellissima strofa. Se conosciamo il latino la possiamo riascoltare nel suo linguaggio poetico: Quo quisque plagis foedior, huic illa servit promptior, tabem nec horret ulcerum, horrere nescit caritas. Ma anche chi non conosce il latino ha il diritto a una traduzione.
Eccola: quanto più uno è repellente per le piaghe, con tanta maggior prontezza ella lo serve; e non inorridisce della putrefazione delle ulceri, perché la carità non conosce orrore!

E’ noto l’episodio del “bacio all’appestata”, che P. Cassiano da Langasco definisce “scandalo degli igienisti e meraviglia per gli amanti di cose straordinarie”. “C’era in ospedale (il vicino oratorio di san Germano era diventato il quartier generale degli infetti) ‘una donna inferma di febbre
pestifera’: Era una terziaria francescana e da otto giorni era in coma, senza poter parlare. Caterina la visitava spesso e le diceva di ‘chiamare Gesù’. Quella muoveva le labbra come poteva…. Quando madonna Caterina le vide la bocca piena di ‘Jesu’ non seppe resistere e la baciò ‘con grande affetto’. Ne prese la febbre, tanto che si pensò ne morisse; ma poi guarì.
Il fatto, nel suo inimitabile eroismo, ci dà la misura dell’austero lavoro che la Santa ha compiuto su se stessa e, col richiamo a quel dolce Nome, l’inserisce perfettamente nella corrente devozionale francescana, della quale lei si nutriva.” (Sommersa nella fontana dell’amore. Santa Caterina Fieschi Adorno I. La vita, Marietti 1987, p. 33).

Contemplazione e azione
Amore per Dio e amore per il prossimo: i due aspetti sono profondamente intrecciati, formano un’indivisibile unità. Ritroviamo qui un altro elemento caratteristico della spiritualità di santa Caterina: è mistica e insieme pratica un’intensa attività caritativa; vive immersa nel cuore di Dio, quasi sommersa nell’oceano del suo amore; ma ogni cuore umano quaggiù, soprattutto se sofferente, diventa il termine vivo della sua tenerezza femminile e della sua premura materna, e del suo aiuto concreto e generoso.

In questo senso, il grande filosofo francese J.Maritain definisce Caterina come la “contemplativa della strada”. Caterina fa questo non come una religiosa, come forse siamo portati a immaginare, ma da donna “laica”. Essa è convinta, anticipando le prospettive del Concilio Vaticano II, che la santità, ossia la perfezione dell’amore è una chiamata che Dio rivolge a tutti, nessuno escluso, e che pertanto può e deve essere realizzata in ogni condizione di vita.

Non è inutile riprendere un aneddoto che troviamo raccontato nel cap. IX della Vita e così riferito da p. Cassiano: “Un frate che predicava (alcuni pensano che si trattasse del famoso Gerolamo Savonarola) si azzardò a fare, davanti a lei, dei confronti tra la vita religiosa e quella del secolo, in rapporto alla maggiore o minore facilità di raggiungere la perfezione.
Caterina accettò il dibattito. Ma quando si parlò del ‘netto amore’, che costituisce l’essenza ultima della vita cristiana, ella tutta si animò ed accese. ‘Se credessi che il vostro abito – disse al religioso – dovesse accrescere di una sola scintilla quest’amore, ve lo strapperei di dosso, se non mi fosse concesso di averlo diversamente. Che voi possiate meritar di più, ve lo concedo, ch’io questo non cerco; ma che voi possiate amar di più, mai me lo darete ad intendere, in alcun modo’. E fu tale l’impeto della sua reazione – aggiunge il biografo – che tutti ‘i capegli le si sciolsero e, cadendo, le si sparsero per le spalle'” (op.cit., pp. 36-37).

Quale grazia chiedere oggi al Signore per l’intercessione di santa Caterina, il cui corpo intatto si trova in questa chiesa fatta ritornare al suo splendore?

Forse ognuno di noi ha una sua grazia particolare da domandare: grazia per sé, per i propri familiari, per persone malate o lontane dal Signore.

Da parte mia e a nome di tutti voi, desidero semplicemente ripetere l’importante invocazione liturgica della Chiesa, che raccoglie e dà significato profondo a tutte le nostre richieste: “O Dio, che hai fatto ardere di amore divino santa Caterina (Fieschi Adorno) nel contemplare le sofferenze di Cristo, per sua intercessione, accendi in noi il fuoco della tua carità e rendici partecipi della Passione del tuo Figlio”.
Amen.
+ Dionigi Card. Tettamanzi

“La nobiltà del cristiano non proviene dalla gloria o dal sangue degli avi e dei padri, ma dalla Passione e dal Sangue di Cristo.”
Pio XII