Sì al suicidio? Noi disabili spacciati

Quando aveva nove mesi e le fu diagnosticata l’atrofia muscolare spinale, i suoi genitori vennero informati dai medici che non sarebbe sopravvissuta più di due anni. Oggi la baronessa Campbell di Surbiton, membro della Camera Alta del parlamento britannico, ha 59 anni, è sposata e nonostante abbia bisogno di aiuto per fare qualsiasi cosa e di un respiratore artificiale per dormire, non ha mai smesso di lottare per la tutela dei diritti dei disabili del Regno Unito. La sua è oggi riconosciuta come una delle voci più autorevoli contro la legalizzazione del suicidio assistito. Si muove con una carrozzina elettrica e usa il computer digitando con un solo dito ma questo non le ha impedito di ottenere un dottorato in Legge all’Università di Bristol e uno in Scienze sociali a quella di Sheffield. Oggi guida il gruppo contro il suicidio assistito «Not dead yet», non ancora morti. C’è chi dice sia la versione femminile di Stephen Hawking. «Come lui – ha detto di recente ai Lord – ho decisamente oltrepassato la data di scadenza. Ma la legge che vorrebbe aiutare le persone a morire è sbagliata».

Si riferiva all’ennesimo tentativo di legalizzare il suicidio assistito, attualmente reato punibile fino a 14 anni. Baronessa, dal 2003, quando Lord Joffe cercò per la prima volta di legalizzare il suicidio assistito, i tentativi sono stati molteplici, l’ultimo qualche giorno fa
quando Noel Conway, 67 anni, colpito da una malattia dei motoneuroni, ha chiesto ai giudici di permettere al suo medico di somministrargli una dose letale quando le sue condizioni si fossero deteriorate. Prima o poi il parlamento darà il via libera? I tentativi di legalizzare il suicidio assistito in Gran Bretagna,finora respinti da Westminster, stanno cominciando ad avere un effetto deleterio sulla vita dei disabili del Regno Unito sempre più preoccupati. Un cambiamento nella legge metterebbe la loro vita – e la mia – a rischio. Fortunatamente non sono la sola a combattere
contro la legge sul suicidio assistito, l’«Assisted dying bill» di lord Falconer, ma continuano a ripeterci che siamo in minoranza. Il pericolo è dunque reale. Purtroppo il suicidio assistito viene promosso come l’unica soluzione per il disabile, la sua famiglia e la società. Raramente si fa menzione delle alternative, che hanno reso la mia vita preziosa e degna di essere vissuta. Il messaggio che ricevono oggi i disabili è di “non provare a stare meglio, tanto è inutile”. Cosa fare per fermare una simile legge? Dobbiamo far sentire la voce dei disabili. Si parla spesso nei media di suicidio assistito ma i disabili non vengono mai interpellati a meno che non siano a favore di un cambiamento della legge. Ha mai pensato di “farla finita”? Ci sono stati momenti difficili e altri in cui pensavo che le cose non sarebbero migliorate, ma le situazioni cambiano. Mi ha aiutato molto lottare per l’introduzione di leggi che oggi aiutano persone come me: penso a quella per l’accesso delle sedie a rotelle negli edifici pubblici. Dipendo completamente da altre persone ed è sempre stato così ma non mi sono mai sentita un peso, mi sento semplicemente grata».
di Elisabetta Del Soldato – Avvenire

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