Solo l’abolizione dell’utero in affitto e’ veramente etica

Anche nel mondo francese della ricerca scientifica crescono le voci che denunciano fermamente e con solidi argomenti la piaga della maternità surrogata. Fra gli interventi che nelle ultime settimane hanno maggiormente segnato il dibattito figura una lunga e densa analisi a firma della nota etnologa Martine Segalen, già direttrice del dipartimento di Sociologia dell’Università Paris 10-Nanterre (ateneo celebre per aver acceso la miccia del Maggio 1968), autrice di punta con una trentina di volumi all’attivo. Intitolato “Perché la gestazione per altri cosiddetta “etica” non può esistere, l’articolo è stato pubblicato il mese scorso sulla rivista scientifica interdisciplinare Travail, genre et sociétes. Dopo 20 pagine di analisi serrata, in cui vengono smontati uno dopo l’altro gli argomenti dei sostenitori di un “inquadramento” della surrogata, la studiosa riassume il suo giudizio con un verdetto categorico: «Sul piano morale, sociale, politico, la gestazione per altri è condannabile. Se l’etica è una riflessione sui valori che orientano le nostre azioni, allora s’impone una sola conclusione: è etica l’abolizione della gestazione per altri». Dopo aver evocato il contesto sociale e storico in cui è emersa la pratica, caratterizzato ad esempio dall’età femminile sempre più avanzata del primo parto, così come dal moltiplicarsi dei divorzi e di successive “ricomposizioni” di coppia, l’etnologa osserva che da anni «il bambino è la parte dimenticata del dibattito». Inoltre, si lascia in sordina pure la madre surrogata, paradossalmente «proprio mentre hanno corso pratiche sempre più condannabili». Il tentativo in Gran Bretagna di legittimare una surrogata “etica”, sottolinea la studiosa, ha messo in evidenza le sue contraddizioni interne, anche in ragione delle condizioni irrealistiche o molto vincolanti richieste lungo tutto il processo: «Il livello d’esigenza di queste condizioni mostra che il processo è destinato a fallire in partenza, com’è fallito in Inghilterra; la realizzazione di una gestazione per altri etica alimenterebbe dunque, al contrario, un “turismo procreativo” mondiale, com’è già avvenuto per i britannici». Simili tentativi presentano numerose storture: «Al di là della concreta organizzazione giuridica e sociale per realizzare questi princìpi, evocare la possibilità di una gestazione per altri “etica” rafforza l’idea che una gestazione per altri semplice è anche più lecita. Ma nel suo stesso principio questa montatura, condita di buoni sentimenti, non è meglio della gestazione per altri commerciale, poiché “cosifica” la madre come il bambino».

Al di là delle edulcorazioni linguistiche, insomma, «la modalità di contrattualizzazione riconducono in ogni caso a istituzionalizzare la mercificazione del corpo della donna, a “cosificare” il bambino e a legalizzare il suo abbandono». In ultima analisi, come nel caso delle mutilazioni genitali, «solo un’abolizione universale può prevalere sullo sfruttamento dei corpi femminili».

Daniele Zappalà – Avvenire