Spose bambine, fenomeno grave anche tra gli immigrati

Le vacanze scolastiche: un momento atteso  e sempre accolto con esultanza dagli studenti. Tutti gli anni, però, per milioni di bambine e di adolescenti nel mondo diventa il momento del passaggio, inaspettato, violento, traumatico, alla vita adulta. L’Unicef denuncia che ogni anno circa tre milioni di bambine di età inferiore a 15 anni subiscono mutilazioni genitali femminili. Sono quasi tutte africane, ma l’istituzione è diffusa anche in alcuni paesi dell’Asia sud-occidentale, ad esempio in Yemen.

Da tempo in Africa si è diffusa la consuetudine di eseguire gli interventi approfittando proprio delle vacanze scolastiche: per non far perdere giorni di scuola alle bambine poiché l’escissione, e ancor più l’infibulazione, richiedono un periodo di convalescenza abbastanza lungo e, soprattutto, per eludere gli eventuali controlli degli insegnanti, questo accade nei numerosi paesi in cui le mutilazioni genitali femminili sono sì proibite da una legge, ma che è fatta rispettare a dir poco svogliatamente, per cui è sufficiente infliggere le mutilazioni con discrezione per evitare sanzioni.

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Una parte di quelle bambine a scuola, però, non ritornano più: o perché non sopravvivono alle gravi, frequenti complicazioni – quasi sempre si tratta di infezioni ed emorragie – o perché l’intervento precede di pochi giorni il matrimonio che mette fine alla loro carriera scolastica.

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A maggior ragione, scelgono le vacanze scolastiche gli emigranti residenti in Europa e in America del Nord, dove le leggi contro le mutilazioni genitali femminili vengono applicate più rigorosamente. Se ne hanno i mezzi, per essere ancora più sicuri di scampare alla giustizia, portano a mutilare le figlie nei paesi d’origine. Le stime per quanto riguarda l’Italia, calcolate sulla base del numero di donne immigrate e della loro provenienza, indicano che nel nostro paese le bambine a rischio potrebbero essere quasi 8.000.

Un altro pericolo incombe inoltre sulle giovani africane e asiatiche residenti in Europa e in America del Nord. All’inizio dell’estate il governo britannico, e non per la prima volta, ha avvertito medici, insegnanti e personale aeroportuale di vigilare con particolare impegno perché, durante le vacanze estive, cresce il rischio che delle bambine e delle adolescenti vengano condotte all’estero dalle famiglie con il pretesto di un soggiorno nel paese di origine dei genitori, ma in realtà per farle sposare, dopo averne in precedenza combinato il matrimonio secondo regole che spesso prevedono il pagamento del cosiddetto “prezzo della sposa”: un importo negoziato durante le contrattazioni matrimoniali che il marito o la di lui famiglia si impegnano a corrispondere ai genitori della sposa.

Lo scorso anno tra giugno e agosto l’Unità governativa britannica Matrimoni forzati ha ricevuto ben 400 segnalazioni e una recente indagine commissionata dal governo britannico ha rivelato che ogni anno più di 5.000 giovani immigrate sono costrette a un matrimonio combinato. Oltre un terzo di esse ha meno, spesso molto meno, di 16 anni. È il caso, raccontato dalla BBC, di Sameem Ali, portata in Pakistan e lì maritata quando aveva 13 anni, e di Ahman Kassim, che ne aveva soltanto 11 anni quando si è trovata sposata a un perfetto sconosciuto durante quella che credeva essere una vacanza estiva in Yemen.

Il problema in Gran Bretagna e in altri stati occidentali in effetti è ben noto e da molto tempo. In Italia è stato portato per la prima volta all’attenzione del pubblico nel 1993 quando la casa editrice Mondadori ha pubblicato l’autobiografia di Zana Muhsen, intitolata Vendute! L’odissea di due sorelle. Nell’estate del 1965 Zana, che allora aveva 15 anni, e la sorellina Nadia, residenti a Birmingham, di madre inglese e padre yemenita, erano state affidate a un amico di quest’ultimo che – così era stato raccontato a loro e alla madre – le avrebbe ospitate in Yemen per una breve vacanza. Partite euforiche all’idea di conoscere finalmente il paese di origine del padre, al loro arrivo avevano scoperto di essere sposate a due cugini. Zana, dopo otto anni e innumerevoli vicissitudini, è riuscita a tornare in Gran Bretagna, libera, ma dovendo lasciare al marito il figlio nato dall’unione. Invece la sorella Nadia vive tuttora in Yemen, con il marito, perché non ha avuto il coraggio di abbandonare le due figlie sapendo che saranno quasi sicuramente destinate a loro volta a un matrimonio precoce e forzato. Contro la loro volontà entrambe sono state escisse da neonate. In cambio di Zana e Nadia il padre aveva chiesto e ottenuto 2.500 sterline.

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