Storia di Blessing

È stata mia madre a decidere che sarei dovuta partire per la Germania, in Europa. Io neanche sapevo cosa fosse l’Europa. Inizialmente mi sono rifiutata, perché conoscevo bene gli orrori vissuti da chi il viaggio lo aveva fatto prima di me. Eppure, poi ho ceduto e ho cominciato a credere che avrei potuto alleviare le difficoltà economiche della mia famiglia. Per cui ho detto sì e ho accettato di raggiungere mia zia in Germania. Lei l’Europa la conosce, ha vissuto in Italia 15 anni e adesso ha un bambino.

Sono partita insieme ad un mio vicino di casa, che mi ha accompagnata fino alla città di Sabha (Libia) qui siamo stati arrestati e incarcerati. Io non ho più rivisto il mio amico e sono rimasta lì tre mesi circa, fino a quando mia zia non ha mandato ai libici il denaro per liberarmi. Quando i soldi sono arrivati i connection man mi hanno trasferita in una connection house a Tripoli, dove sono rimasta altri cinque mesi, perché i soldi non erano sufficienti per farmi imbarcare. Ho capito che c’era qualche problema, quando i trafficanti mi hanno detto che mia zia aveva autorizzato che io mi prostituissi già a Tripoli in modo da contribuire economicamente al mio viaggio. Grazie anche all’intermediazione di mia madre ho convinto mia zia a non farmi prostituire. In Libia però l’assenza di denaro mi ha obbligata a prostituirmi persino per sfamarmi e così tutti i giorni, per otto mesi infiniti, sono stata costretta ad avere rapporti sessuali in cambio di cibo. A un certo punto hanno deciso di farmi partire, siamo sbarcate sulle coste italiane in maggio. Per un mese sono stata nell’hotspot di Lampedusa, poi mi hanno trasferita in un CAS. Appena giunta in Italia ho ricevuto indicazioni chiare da mia madre e da mia zia. Non avevo un cellulare con me, ma i miei familiari mi contattavano tramite le altre persone accolte. Dovevo allontanarmi dal centro e raggiungere la Germania.

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Mia zia ha cominciato a spaventarmi, mi ha detto che per me aveva speso cifre enormi e che dovevo sbrigarmi a restituire tutto. Inoltre, la zia diceva che stava spendendo moltissimi soldi per farmi viaggiare e che al suo arrivo avrei dovuto iniziare a restituirglieli. Zia mi ha fatta chiamare anche da altri parenti e tutti mi spingevano ad andare in Germania dove avrei avuto una vita più facile. Dopo un mese dal mio arrivo in Italia, ho ceduto alle pressioni. Mi sentivo un’ingrata e ho acconsentito di proseguire il viaggio per la Germania. Mia zia ha chiesto ad un uomo accolto nel CAS di accompagnarmi e farmi salire su un treno per la Germania. Siamo partiti in quattro, l’uomo che faceva da accompagnatore e altre due ragazze. Abbiamo raggiunto la stazione dei treni di Milano Centrale e lì l’uomo ci ha salutate dicendoci di non aver ricevuto soldi sufficienti per fare un viaggio così lungo. Da allora dopo averci lasciato i biglietti è scomparso. Quando siamo arrivate all’ultima stazione italiana, abbiamo realizzato di non poter salire sul treno per la Germania perché presidiato dalle Forze dell’Ordine che, oltre al biglietto, controllano i documenti a tutti i viaggiatori.

Non sapendo cosa fare abbiamo chiesto aiuto ad un connazionale che si trovava alla stazione dei treni in attesa dell’arrivo di un’altra ragazza nigeriana. L’uomo si è offerto di aiutarmi e mi ha detto che mi avrebbe ospitata in cambio di prestazioni sessuali, mentre le altre due ragazze le avrebbe affidate ad un amico. Sono rimasta con quell’uomo due settimane, poi mia zia mi ha suggerito di recarmi da una sua amica, che mi avrebbe ospitata fino a quando non avesse raccolto i soldi necessari a proseguire il viaggio. L’amica di mia zia era una persona gentile ma era chiaro che non volevano essere coinvolti nel mio sfruttamento. Quando mia zia ha chiesto all’amica di trovarmi un posto dove avrei potuto iniziare a prostituirmi, per provvedere economicamente alla prosecuzione del viaggio, la sua amica e suo marito si sono arrabbiati moltissimo. È stata proprio l’amica di mia zia che mi ha salvata. Mi ha spiegato che in Italia c’è la possibilità di ricevere aiuto, che lei stessa ha avuto in passato lo stesso problema ed è stata aiutata da una associazione. Ero stanca e frastornata e ho accettato l’aiuto.

La signora mi ha accompagnata presso lo sportello dell’associazione che in passato l’aveva aiutata e sono entrata in protezione. Da allora per me è cominciata una nuova vita. Mi hanno inserito in una famiglia accogliente con cui ho stretto una buona relazione. Poi mi sono trasferita in una struttura dove ho continuato a frequentare la scuola e sono stata inserita, grazie al progetto Vie d’Uscita di Save the Children, in un corso di formazione e poi in un tirocinio in albergo. Questo lavoro non mi è piaciuto molto ma successivamente ho fatto due mesi di tirocinio presso un ristorante multietnico di una città del Nord Italia e questa seconda esperienza è andata molto bene. A giugno ho sostenuto l’esame per la licenza media e subito dopo ho avviato il mio terzo tirocinio sempre nell’ambito della ristorazione. Questa esperienza è stata un successo e oggi ho firmato un contratto di lavoro presso un nuovo ristorante. Per me il percorso di protezione sociale è quasi finito e il prossimo passaggio sarà andare a vivere da sola.