Storia. Effetti della Rivoluzione Francese (25)

Servendosi del segreto delle logge massoniche, nonché della loro efficiente rete di collegamenti su tutto il territorio, i club riuscirono a prendere il potere in Francia. Si trattò di un vero e proprio colpo di Stato operato da soli seimilacinquecento uomini circa. Avendo ormai la monarchia accentrato tutti i suoi pur scarsi poteri a Parigi bastò loro impadronirsi della capitale. Dal centro la rete clandestina dei club eseguiva immediatamente gli ordini in tutto il paese. I primi ad accorgersi che la Rivoluzione li metteva alla fame furono gli operai. Vietate per legge le loro associazioni non ebbero più alcuna difesa contro lo sfruttamento. A Lione ed altrove le manifestazioni spontanee furono represse a cannonate.

Il “mito di fondazione” fu creato con la cosiddetta Presa della Bastiglia. Una settantina di insorti, tra delinquenti comuni, disertori e prostitute, si recarono alla fortezza, sperando di trovarvi armi.

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Essa era presidiata da invalidi svizzeri, e deteneva alcuni falsari, un giovane depravato (fatto internare dalla famiglia) e due pazzi. Poiché l’autorità monarchica era ormai paralizzata (Luigi XVI era massone, e davvero credeva nei Lumi), il governatore della Bastiglia invitò a pranzo gli assedianti, ma finì decapitato. Il pittore David fu incaricato di dipingere un quadro che creasse il mito della Bastiglia. Da quel momento la prima superpotenza del mondo finì travolta dalla follia, con la ghigliottina che lavorava a tempo pieno contro i “sospetti”, i “traditori”, i preti.

Senza il golpe che a un certo punto eliminò Robespierre nessun francese sarebbe rimasto vivo. Liberté: e mai le galere di Francia furono così piene; anzi venne inventato il penitenziario, cioè il carcere come pena, cosa che prima non esisteva. Egalité: tutti divennero “cittadini”, ma si inaugurò l’ineguaglianza più odiosa, quella tra ricchi e poveri. Fraternité: ma solo per gli appartenenti ai club; gli altri non erano nemmeno considerati uomini. La canzone La Marseillaise (oggi inno nazionale francese) era tutto un’invito ad ammazzare quelli che non la pensavano come i giacobini.

Lo sfacelo delle finanze statali francesi era cominciato con ministri illuministi come Say, Necker, Turgot, Condorcet, i quali erano infatuati delle nuove teorie economiche inglesi (Smith, Stuart Mill, Ricardo). Solo che queste teorie “del libero mercato” erano calibrate sulle necessità commerciali britanniche (l’Inghilterra aveva un’economia fondata sullo scambio con l’oltremare, e teneva come essenziale appunto la libertà di commercio). Un’economia di terraferma, però, era altra cosa. E’ un errore pensare che il capitalismo sia nato dalle teorie liberiste inglesi, anche se i manuali fanno cominciare da esse la cosiddetta economia politica. In realtà il capitalismo nacque in Italia nel Medioevo, epoca in cui i banchieri italiani e le repubbliche marinare dominavano economicamente tutta l’Europa. La potenza economica si spostò al Nord quando i capitalisti italiani cessarono di produrre “cose” per dedicarsi alla più proficua speculazione finanziaria. Così l’Italia, che aveva inventato le assicurazioni, i noli, i contratti, l’assegno, la cambiale, la banca moderna, vide emigrare la ricchezza verso i luoghi dove il lavoro costava meno e gli imprenditori investivano in produzioni e non in titoli.

La nuova teoria economica partiva dalla “razionalità” del comportamento economico, definendo tale solo “il massimo risultato ottenuto col minimo sforzo”. Va da sé che chi non cerca di arricchirsi, chi cerca solo la gloria o, peggio, la santità tramite la carità, non si comporta “economicamente”. Di fatto era solo la razionalizzazione dell’egoismo e la teorizzazione dello sfruttamento. No ai monopòli che intralciavano la “libertà”: dunque no al monopòlio del lavoro rappresentato dalle corporazioni. No alla beneficenza, no al clero, “inutile” perché non produttivo. Ma l’uomo non vive di soli beni, né vive solo per i beni. E quando si accorge di essere considerato solo una cosa, un’unità di produzione e consumo, si disaffeziona al lavoro. Tuttavia è tipico di tutti gli utopisti, cioè di quelli che “ri-creano” la società a tavolino secondo le loro idee, cercare di adattare i fatti alle loro teorie, perfette sulla carta. Chi non ci sta è un “nemico del popolo e del progresso”.

Insomma la Francia si impoverì, e fu necessario convocare i famosi Stati Generali. I cahiers de doléances contenevano sì lamentele (come sempre, quando le cose vanno male e si chiedono riduzioni fiscali) ma non richieste rivoluzionarie. Anzi si chiedeva semmai di tornare all’epoca in cui si stava meglio, prima cioè delle “novità” introdotte da ministri scriteriati. Ma i rappresentanti agli Stati Generali, a Parigi, erano, in gran parte e logicamente, gente di penna e di lingua, cioè avvocatuzzi di provincia (come Robespierre) e letterati senza arte né parte ma in cerca di fortuna. Costoro, imbevuti di idee illuministiche, discutevano nelle “società di pensiero” ogni notte fino all’alba, per settimane. I più, stufi dell’inconcludenza demagogica, a un certo punto se ne tornarono alle loro case e al loro lavoro. Restarono solo gli “arrabbiati”, che avevano tutto da guadagnare in un sommovimento sociale. Abbiamo visto qualcosa del genere nell’assemblearismo permanente e parolaio del Sessantotto (anche qui gli slogan iniziali poco a poco si trasformarono in “lotta armata”).

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Ridotta, con il Terrore, la Francia ai minimi termini, si sostenne che la Dichiarazione dei Diritti era “universale”. Si inventò -letteralmente- la “patria in pericolo” e si aggredì, per depredarlo, il resto d’Europa.

Avendo introdotto la leva di massa e obbligatoria (il mito del Popolo in Armi, così come facevano i Romani), la Francia scatenò sull’Europa milioni di uomini armati, controllati allo spasimo da “commissari politici”. In un’economia essenzialmente agricola la leva di massa toglieva le braccia migliori alla terra. Per questo la Vandea si sollevò. Non solo. Gli stati europei, invasi, si videro costretti a difendersi, decretando anch’essi la leva di massa. Ora, per gestire un esercito di milioni di uomini ci vuole un apparato logistico non indifferente, quale solo uno stato fortemente centralizzato può garantire. Insomma si inaugurò l’era della guerre “ideologiche”, cioè quelle tese all’annientamento dell’avversario per motivi “filosofici”. Le armate rivoluzionarie, e poi il genio militare di Napoleone, misero a sacco l’Europa e, soprattutto, imposero ovunque il modello giacobino, cioè lo Stato anticristiano e burocraticamente accentrato. Esportarono anche le Logge massoniche (Napoleone era il capo della Massoneria francese).

Rino Camilleri – Fregati dalla scuola