Storia. Il dopoguerra della prima mondiale (33)

Con il cinema l’americanismo invadeva l’Europa. Le donne accorciavano i vestiti, tagliavano corti i capelli, guidavano l’aereo e l’auto. L’uomo dinamico e di successo, l’attore, l’affarista diventavano i modelli da imitare. La vita si democratizzava e diventava di massa, così come i modi e il linguaggio.

Il mare, prima riservato ai malati, si trasformava in divertimento popolare, così come lo sport L’Italia, patria di Machiavelli e della scienza politica, inventava il Fascismo, subito imitato all’estero. Nacquero movimenti fascisti dappertutto anche in America, in Inghilterra e in Francia Mitologie pagane, in Germania specialmente, cominciavano a venire esaltate. Ma non si trattava di un ritorno al passato. Era esattamente quel che i giacobini avevano fatto col mito di Roma, della Grecia di Pericle e di Sparta. In Italia, invece, grazie alla presenza della Chiesa, con la Conciliazione del 1929 il Fascismo adottò il motto “Dio, Patria, Famiglia”, nel quale stemperò la sua carica rivoluzionaria.

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Nel frattempo gli Stati Uniti venivano travolti dal crollo di Wall Street e coinvolgevano l’Europa, ormai da essi economicamente dipendente. L’Italia fu la prima a capire che la soluzione consisteva nell’applicare le tesi dell’economista John Maynard Keynes. La crisi economica era stata causata dal liberismo selvaggio, in precedenza l’unica dottrina economica seguita negli Usa. Consisteva nel considerare il lavoro una merce come le altre, soggetta dunque alle variazioni della domanda e dell’offerta.

Ovviamente, quando le cose andavano male, gli industriali non potevano chiedere ai fornitori, industriali come loro, una riduzione di prezzo; l’unica “merce” di cui potevano ridurre il prezzo era il salario degli operai che da essi dipendevano. Ma gli operai licenziati, non avendo più denaro da spendere, finivano col far fallire le industrie che producevano vestiti, case, cibo. Queste a loro volta licenziavano, e così via. Il fallimento delle industrie provocava quello delle banche loro creditrici; queste travolgevano i risparmiatori. Insomma si trattava di una depressione economica che vedeva i magazzini pieni di merci invendute e che nessuno poteva comprare.

Mussolini ebbe l’accortezza di circondarsi di economisti valenti, anche se non fascisti. Come Beneduce (padre della moglie del finanziere Enrico Cuccia, la signora Idea Socialista, sorella di Vittoria Proletaria), creatore dell’Iri. L’Iri (appunto, Istituto di Ricostruzione Industriale) rilevò le banche fallite e le sottopose allo Stato, il quale le sottomise a una banca centrale e statale, la Banca d’Italia. Il regime, accentrando tutte le funzioni nello Stato, era nella posizione migliore per riavviare l’economia. Lo Stato, che (diversamente dagli imprenditori privati) non ha fini di lucro, può stampare la moneta con cui pagare gli operai. Questi, ricevendo un salario grazie alla loro attività nei lavori pubblici (cioè quelli intrapresi dallo Stato), possono adesso spenderlo in vestiti, case, cibo. Le imprese, esauriti così i magazzini, rinnovano le ordinazioni alle imprese fornitrici, e così via. Il Fascismo avviò un piano grandioso di opere pubbliche, tra cui la costruzione di intere città. Stessa cosa fecero, poi, i Tedeschi con Hitler. In questa prima fase quasi tutti i premier del mondo si dichiararono ammiratori di Mussolini anche Churchill, Hitler, Lenin, Stalin. L’Unione Sovietica chiese addirittura all’Italia di ricostruirle la flotta da guerra.

Gli Stati Uniti provarono anch’essi, col cosiddetto New Deal, ad avviare una politica economica keynesiana. Ma essa è di fatto un’economia d’emergenza, “di guerra”, quale solo una dittatura (avendo un solo centro decisionale e in mano tutte le leve dello Stato) può, in fondo, portare a compimento velocemente e con successo. Negli Usa sostanzialmente fallì. La vecchia ricetta liberista prevedeva che lo Stato dovesse solo fare da “arbitro” tra le parti economiche, perché la “mano invisibile del mercato” avrebbe prima o poi messo a posto le cose da sola.

Cioè, secondo gli economisti “classici”, gli operai avrebbero accettato, pur di lavorare, un salario inferiore; questo avrebbe permesso alle imprese di riprendersi. Nel cosiddetto “lungo periodo”, con la ripresa, i salari sarebbero cresciuti di nuovo. Ma giustamente Keynes aveva avvertito: “Nel lungo periodo saremo tutti morti”.

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L’unica soluzione parve, ai vertici americani, il coinvolgimento nel conflitto: lo stato di guerra fa accettare all’opinione pubblica la sospensione dei diritti costituzionali e la concentrazione dei poteri in mano allo Stato, cosa che permette di sostituire i lavori pubblici “di pace” (quasi impossibili in presenza di una forte resistenza “liberista”) con quelli “di guerra”, cioè gli armamenti e la merce deperibile per eccellenza: bombe e munizioni. Merce che, dovendosi continuamente sostituire, dà lavoro alle imprese e agli operai praticamente finché dura il conflitto. E anche dopo, con la ricostruzione di quanto è stato distrutto.

Rino Camilleri – Fregati dalla scuola