Storia. Il feudo

Jus primae noctis e servitù della gleba. Due leggende da revisionare. Il primo fu trovato dai missionari cristiani in qualche tribù pagana del Nordeuropa, e subito fieramente combattuto.

Rimase, in alcuni posti, come tassa da pagare al signore. Poiché il linguaggio medievale era molto fiorito “diritto della prima notte” rimase a significare la tassa matrimoniale da versare al signore. Il quale doveva contraccambiare con un regalo e porre la sua mano sul letto nuziale nel corso della cerimonia. Ma anche questa forma castigata sparì presto, per l’opposizione della Chiesa: una tassa sul matrimonio collideva con la libertà del sacramento.

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Servitù della gleba. Il temine fa pensare a poveri cristi pressoché schiavi perché “comprati e venduti” con il feudo. Anche oggi si parla di “mobilità del lavoro”, solo che i lavoratori non ne vogliono sapere. Infatti a loro interessa più la “stabilità” del lavoro. Cioè la sicurezza del posto. Infatti, se guardiamo le cose dal suo punto di vista, il servo della gleba era sì legato alla terra, ma nel senso che non poteva essere licenziato se la terra cambiava padrone. Il quale era direttamente interessato alla sua prosperità (altrimenti avrebbe percepito la decima di niente). La tassa matrimoniale serviva appunto a scoraggiare i matrimoni fuori dal feudo, perché avrebbero finito per far spostare lo sposo o la sposa. Quando lo zar Alessandro II, nel secolo scorso, abolì in Russia la servitù della gleba, provocò una mezza rivolta di servi della gleba che non ne volevano sapere: intuivano perfettamente che ciò avrebbe significato per loro la perdita della sicurezza del posto di lavoro.

L’organizzazione del feudo funzionava pressappoco così: il re concedeva a un suo vassallo una terra da amministrare e su cui vivere, lui e i suoi comites, cioè compagni d’arme. Essi stavano nel castello, al centro, sempre pronti a ricoverarvi i contadini in caso di pericolo. Su quella terra viveva e lavorava un certo numero di famiglie, le quali erano tenute a versare parte dei prodotti al signore. A turno avevano diritto al pascolo, a raccogliere la legna, a cacciare. La mietitura non poteva essere effettuata con la falce lunga perché i poveri avevano diritto di spigolare quel che restava dopo la mietitura. La caccia grossa spettava al signore per un motivo di praticità: il cinghiale, per esempio, richiedeva destrezza a cavallo e una vera e propria battuta.
Comunque questo condominio era regolato da leggi severissime, alle quali tutti, anche i nobili, erano soggetti. Al signore conveniva amministrare bene il feudo, che poteva essergli tolto dal re in qualsiasi momento per, appunto, cattiva amministrazione o infedeltà, e dato ad un altro. Praticamente, dal punto di vista giuridico, si trattava di una serie concentrica di contratti di gestione. Quando la situazione politica divenne più sicura poco a poco mercanti e artigiani presero a spostarsi nelle città. Per via del loro mestiere avevano bisogno di libertà di movimento, e soprattutto di potersi svincolare dai contratti che li legavano ai signori feudali. Da qui l’origine dei “liberi” comuni.

Va pur detto che i comuni fecero presto a stringere, I a loro volta, contratti feudali con le campagne dei dintorni.

Rino Camilleri (Fregati dalla scuola)

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