Storia. La seconda guerra mondiale (36)

L’Italia fu praticamente spinta tra le braccia di Hitler dalla miopia delle democrazie occidentali.

La questione africana era per l’Italia di vitale importanza, ma Inghilterra e Francia (che, con gli Stati Uniti, praticamente egemonizzavano la Società delle Nazioni), gelose dei rispettivi interessi, ne ostacolarono in tutti i modi l’espansione nel continente nero. L’Italia procedette unilateralmente all’occupazione di Etiopia, Eritrea e Abissinia, e la Società delle Nazioni la “punì” decretandone il blocco economico e commerciale (le cosiddette “sanzioni”). Ma l’Italia, inaugurando un regime autarchico, cioè di autosufficienza, resistette. E va detto che il popolo collaborò, donando “oro e ferro alla Patria” e impegnandosi nella cosiddetta “battaglia del grano” (in cui si mieteva perfino nelle aiuole pubbliche). Le sanzioni fallirono perché, alla lunga, l’impossibilità di commerciare con l’Italia danneggiava molti paesi, i quali uno alla volta riaprirono le relazioni economiche. Questo episodio sancì l’inutilità della Società delle Nazioni e ne determinò la progressiva scomparsa.

Quando i nazisti eliminarono Dollfuss, cancelliere austriaco, e procedettero all’annessione (Anschluss) dell’Austria, ci fu un momento in cui le sorti di quel paese furono in mano all’Italia. Hitler, ammiratore di Mussolini, era disposto a offrirgli la “nemica storica” su un piatto d’argento. O, quanto meno, le truppe immediatamente inviate da Mussolini al confine avrebbero ben potuto dissuaderlo, se solo le potenze occidentali avessero lasciato mano libera all’Italia in Africa. Invece fu proprio la loro intransigenza a spingere Mussolini all’alleanza con Hitler. Scoppiata la guerra, tuttavia, il Duce esitò per un intero anno prima di prendere posizione. Il Papa, Pio XII, lo scongiurò di imitare Francisco Franco e restare neutrale. Ma ormai le armate del Reich dilagavano incontrastate fino a Parigi e assediavano l’Inghilterra. Mussolini temette di dover assistere a un trionfo tedesco, per poi dover fare da vassallo al padrone d’Europa.

Dopo l’invasione della Francia e l’evacuazione degli inglesi da Dunkerque l’Inghilterra era alle corde e temeva uno sbarco tedesco da un momento all’altro. La flotta italiana si ritrovò praticamente sola nel Mediterraneo e sarebbe stato relativamente agevole impadronirsi di Gibilterra e Malta, condizionando notevolmente le sorti della guerra. Invece qualcosa non funzionò a livello di ammiragliato (il cui ministero era allora distinto dagli altri) e non se ne fece nulla. Libri come il famoso Fucilate gli ammiragli di Trizzino gettano una fosca luce sull’intera vicenda. Qualcuno ha ipotizzato che, dati gli stretti legami tra i massoni italiani e l’Inghilterra (“madre” delle massonerie), si sia messo in moto un perverso meccanismo analogo a quello che, nel secolo precedente, aveva consegnato la flotta borbonica nelle mani dei garibaldini praticamente senza combattere. Comunque si tratta di aspetti sui quali probabilmente non verrà mai fatta piena luce.

Nel frattempo Hitler risolveva a modo suo il “problema” ebraico. A suo tempo passi più o meno informali erano stati compiuti per “offrire” gli Ebrei tedeschi a chi li voleva. Ma nessun paese si dichiarò disposto ad accoglierli. Avrebbero creato notevoli problemi, forse anche con le rispettive opinioni pubbliche. Del resto le teorie razzistiche erano relativamente recenti: erano comparse verso la fine del secolo scorso ed avevano avuto diversi corifei in intellettuali inglesi e americani, oltre che tedeschi.

Nel film I giovani leoni, con Dean Martin, Marlon Brando e Montgomery Clift, sono ben descritte le difficoltà di un soldato americano ebreo, oggetto di continui scherni da parte dei commilitoni durante la seconda guerra mondiale. Il film La nave dei folli, con Faye Dunaway, racconta la tragedia di una nave di profughi ebrei tedeschi, respinta dai porti americani e canadesi, e costretta a tornare in Germania.

Insomma non sono poche le voci che si sono levate a condannare l’atteggiamento iniziale, sostanzialmente indifferente, delle democrazie occidentali, teso a minimizzare il dramma ebraico mentre si compiva.

Occupata la Francia Hitler credette di aver risolto il problema col Madagascar, isola francese alle coste dell’Africa, nella quale i nazisti pensarono dapprima di deportare tutti gli Ebrei dell’Europa occupata. Ma il progetto dovette essere accantonato per l’impossibilità di trasferire milioni di persone in piena guerra, stante la presenza delle navi inglesi a Suez e nell’Atlantico. Nel frattempo i Tedeschi avevano attaccato l’Urss ed erano penetrati molto all’interno. Si pensò allora di deportare gli Ebrei in Russia. Ma poi, dopo Stalingrado, le cose andarono diversamente, com’è noto, e la “soluzione finale” fu un’altra. Gli Ebrei, decimati dalle malattie, dalla fame e dallo sfinimento (i nazisti impiegavano il loro lavoro forzato nelle fabbriche), morirono in gran numero. Il numero effettivo di morti è controverso.

Molti Russi (i Cosacchi, in particolare) si unirono alle truppe tedesche in odio al regime comunista (Stalin aveva aggiunto i suoi massacri a quelli di Lenin, e più di trenta milioni di persone -kulaki soprattutto, cioè coltivatori diretti- erano state eliminate dal comunismo sovietico). La stessa cosa accadde in Jugoslavia. Alla fine della guerra costoro si consegnarono nelle mani degli Alleati. Ma questi, soprattutto gli Inglesi, li restituirono con le loro famiglie a Stalin e a Tito. I quali provvidero a sterminarli. Intere famiglie, pur di non finire nelle mani dei comunisti, si suicidarono.

Churchill puntò tutto, allora, sull’aiuto americano. Ancora una volta l’opinione pubblica Usa era propensa a non impicciarsi in una guerra europea. Ma il presidente Roosevelt forzò ancora una volta la situazione. I Giapponesi, provocati in ogni modo e letteralmente spinti (dalle ritorsioni commerciali americane) a risolvere la cosa con le armi, attaccarono Pearl Harbour e distrussero gran parte della flotta americana. I servizi segreti statunitensi da tempo sapevano di quell’attacco, ma ebbero ordine di tacere. Gli Americani, consci della loro debolezza terrestre, puntarono tutto (di concerto con gli Inglesi) sull’arma aerea. Vennero per la prima volta pianificati bombardamenti strategici (prima di allora il bombardamento era stato solo tattico, di appoggio cioè alle manovre della fanteria). Valanghe di fuoco si riversarono sulle città tedesche, allo scopo di terrorizzare la popolazione civile e demoralizzare l’avversario. Centinaia di migliaia di civili inermi morirono nelle più importanti città tedesche. I Tedeschi risposero bersagliando Londra con i missili VI e V2.

Poi la sconfitta italiana in Africa e l’invasione della Normandia e dell’Italia ribaltarono definitivamente la situazione. L’Italia, con 1’8 settembre, si era chiamata unilateralmente fuori dalla guerra, e poi si era alleata con gli anglo-americani. I Tedeschi si ritrovarono, in Italia, da alleati a occupanti. Man mano che gli Alleati risalivano dal Sud essi si ritiravano. Uno degli scontri più sanguinosi tra Tedeschi e Alleati avvenne a Cassino. L’antichissima abbazia, patria del Patrono d’Europa, era colma di tesori d’arte. I comandanti tedeschi proposero al nemico di risparmiare la rocca, ma quelli non ne vollero sapere. Allora i Tedeschi portarono in salvo tutte le opere d’arte e i preziosi manoscritti in Vaticano. Quando un’incredibile tempesta di fuoco ridusse Cassino a un cumulo di rovine, solo allora i Tedeschi vi si asserragliarono, ed ebbe luogo una delle più cruente battaglie della guerra. Qualcuno ha avanzato il sospetto che certi comandanti alleati, protestanti, abbiano voluto così sfogare un odio atavico verso quel simbolo del “papismo”; ma siamo nel campo delle pure ipotesi.

A quel punto si scatenava la cosiddetta Resistenza. Gli Americani erano riusciti a sbarcare in Sicilia praticamente senza colpo ferire. Aveva fatto da battistrada la mafia. Al boss Lucky Luciano, in galera negli Usa, venne promessa l’impunità se avesse agevolato lo sbarco tramite le sue amicizie nell’isola. Così avvenne, ed emeriti mafiosi si ritrovarono, nella Sicilia “liberata”, sindaci o addirittura commissari addetti alle distribuzioni degli aiuti alle popolazioni. Il Fascismo aveva di fatto sgominato la mafia inviando il famoso “prefetto di ferro” Mori.

Questi, munito di pieni poteri, aveva sbarazzato l’isola dei maggiori cápi mafiosi inviandoli al confino. L'”onorata società” aveva fatto i bagagli verso gli Usa, dove aveva imparato a occuparsi di alcool, droga, bische, prostituzione ed aveva perso l’ “onore” che pur la cosiddetta vecchia mafia conservava. Tornata in Sicilia con lo sbarco alleato importò il nuovo stile.

E’ ormai acquisito alla storiografia più seria che la Resistenza non fu affatto un’epica lotta di popolo ma riguardò solo una minoranza, e fu un fenomeno localizzato in alcune zone del Nord. La mitologia resistenziale ha invece occultato il ruolo svolto dall’esercito regolare italiano che combatté a fianco degli Alleati. I comunisti in breve riuscirono a egemonizzare i comitati di liberazione e, nei cosiddetti “triangoli della morte”, ne approfittarono per sbarazzarsi di avversari politici. Oltre a ex fascisti, anche preti, e perfino partigiani non comunisti finirono uccisi in questi regolamenti di conti ideologici, tesi a sgombrare preventivamente il terreno da futuri oppositori. Al confine con la Jugoslavia i partigiani titini procedevano alla “pulizia etnica” degli Italiani nelle famigerate foibe. L’attentato di via Rasella, a Roma, veniva perpetrato per scatenare, con la rappresaglia tedesca, l’odio della popolazione civile. E anche per eliminare quella componente comunista “di sinistra” che non aveva intenzione di obbedire alle direttive politiche di Stalin. Infatti gli attentatori, malgrado le ripetute intimazioni tedesche, non si consegnarono (tra l’altro la bomba aveva ucciso solo Italiani, cioè Altoatesini arruolati a forza dai Tedeschi, nonché alcuni civili, tra cui un bambino) e la rappresaglia riguardò un gruppo di Ebrei e molti partigiani della formazione “Bandiera rossa” detenuti nelle carceri romane. Nel Nord la brigata partigiana “Osoppo” (di cui faceva parte il fratello del regista Pasolini) fu trucidata dai partigiani comunisti.

Tutto sommato la Resistenza non accelerò affatto la dipartita dei Tedeschi; anzi trasformò in un calvario di rappresaglie (ai danni dei civili inermi) quella che poteva essere una ordinata ritirata. Lo scopo era quello di permettere ai comunisti, che non avevano fino a quel momento alcun ruolo rilevante nella vita politica e sociale italiana, di guadagnarsi un posto di primo piano nel futuro assetto del paese.

Anzi l’idea era quella di prendere il potere tramite la “rivoluzione”, come era stato in Russia (qui, infatti, i bolscevichi approfittarono dello sbandamento cagionato dalle prime disastrose sconfitte russe nella Grande Guerra per sbarazzarsi prima dello zar e poi dei menscevichi). I socialisti, di cui faceva parte il futuro presidente Pertini, prima dell’avvento di Craxi erano praticamente loro succubi. Finita la guerra i comunisti scateneranno la guerra civile in Grecia. L’Italia se la cavò perché ormai Stalin a Yalta vi aveva rinunciato.

Intanto esponenti del Partito D’Azione (ora scomparso; ma allora, pur minuscolo, era composto da “gente che contava”, con notevoli e privilegiati agganci nell’establishment angloamericano), si accordavano con i servizi segreti inglesi perché gli Alleati bombardassero le grandi città del Nord, onde accelerare la decisione del governo Badoglio ad operare il “ribaltone” dopo l’armistizio unilaterale. Così avvenne. Nell’Italia centrale le truppe di colore (marocchini soprattutto), si abbandonavano a stupri e saccheggi ai danni della popolazione civile (come testimoniato nei film La ciociara e La pelle ).

Mussolini, arrestato ma liberato da un colpo di mano tedesco, crea la Repubblica Sociale a Salò, dove quel che rimaneva del regime ritornava ai suoi aspetti più marcatamente “sociali”. Non si può negare che, agli occhi degli stranieri, gli Italiani appaiano come eterni “machiavellici” voltagabbana. Ma proprio l’episodio di Sala e la successiva nascita del Msi fanno eccezione. Si tratta, a prescindere dai giudizi ideologici, di un tasso di fedeltà a una causa persa che non ha uguali nel mondo occidentale. E che ancora oggi fa discutere.

Il Fascismo, ormai aggiogato al carro nazista, aveva dovuto emanare le cosiddette Leggi Razziali, discriminando gli Ebrei negli uffici pubblici. Ma va detto, a onor del vero, che dagli Italiani gli Ebrei non ebbero il trattamento loro riservato dai nazisti.

Anzi gli stessi aderenti alla repubblica di Salò non vollero consegnare gli Ebrei italiani nelle mani dei Tedeschi. L’esercito regolare italiano, da parte sua, li protesse come poté, in Jugoslavia e altrove. Il Papa aprì le porte del Vaticano e dei conventi di tutta Italia agli Ebrei, e i parroci fornirono falsi certificati di battesimo a quelli che li richiedevano.

Qualcuno ancora oggi sostiene che Pio XII tacque sulla persecuzione ebraica mentre questa si svolgeva. E’ ingiusto. La Germania nazista aveva boicottato in tutti i modi il Concordato con la Chiesa cattolica, e aveva trovato una sorda resistenza proprio da parte dei cattolici (il movimento di resistenza tedesca chiamato La Rosa Bianca era composto di cattolici, e cattolico era von Stauffenberg, anima dell’attentato a Hitler del 20 luglio 1944). Quando i vescovi olandesi emanarono un documento di condanna della persecuzione antiebraica nazista, il risultato fu un incrudelire della repressione. Finirono ad Auschwitz la suora Edith Stein, il sacerdote Massimiliano Kolbe e moltissimi cattolici. A quel punto Pio XII capì che se avesse emanato un’enciclica di condanna avrebbe firmato la morte di un’infinità di innocenti. Tacque, allora, e preferì agire. Sono noti suoi contatti segreti con gli Alleati, nonché il piano hitleriano per arrestarlo e deportarlo.

Intanto gli americani concludevano la guerra nel Pacifico letteralmente seppellendo Tokio di bombe al fosforo. Le case di legno e carta di riso divennero un unico falò nel quale morirono più di trecentomila civili. Le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki completarono l’opera. Occupato il Giappone costrinsero l’imperatore a dichiarare pubblicamente di non essere figlio degli dèi (cosa che provocò suicidi di massa). Poi si apprestarono a spartirsi il mondo in zone d’influenza con Stalin.

Ambigua rimane, a tutt’oggi, questa politica americana. L’Inghilterra aveva perso tutto il suo impero, la Francia era ai minimi temini, l’Urss aveva praticamente combattuto con materiale e armi americane. Perché -si chiese Solgenitsin- gli Americani decisero di dividere tutto alla pari con l’Urss? Non solo. A che titolo i sovietici sedettero a Norimberga a giudicare i vinti? Tra le altre cose avevano sterminato quindicimila ufficiali polacchi loro alleati (ma anticomunisti) a Katyn e assistito impassibili alla repressione della rivolta ebraica nel ghetto di Varsavia. Interi villaggi tedeschi si erano suicidati per non cadere nelle loro mani. Dall’altra parte Eisenhower aveva fatto internare i prigionieri di guerra tedeschi, dei quali più di un milione morirono nei campi di concentramento americani, privi anche dell’aiuto della Croce Rossa. Problemi rimasti aperti, ma che toccano punti delicati.

Intanto nasceva lo stato di Israele. Prima della guerra il leader sionista Jabotinski (fondatore del Likud ) aveva preso contatti con Mussolini perché appoggiasse la creazione di uno stato ebraico in Palestina, e il Duce aveva promesso aiuto. Ma poi, malgrado la sua opposizione, Hitler l’aveva coinvolto nella campagna di Russia (gli Italiani, a ragione, proponevano invece di concentrarsi su Suez e il Medio Oriente per tagliare le vie di rifornimento petrolifero all’Inghilterra verso l’India). La campagna di Russia, com’è noto, finì in un disastro, e anche l’Africa fu persa.

Rino Camilleri – Fregati dalla scuola