Storia. L’apporto dei monaci medievali

Il “buio” Medioevo ci ha lasciato le cattedrali, la Summa di san Tommaso e la Divina Commedia.

Cosa viene a vedere il turista in Europa? Le banche? I palazzi moderni? Le stazioni ferroviarie? No. Le chiese e le città medievali e rinascimentali. Questo fatto, da solo, testimonia che nulla di bello è più stato fatto, da allora. Come se la bellezza fosse finita con quel lunghissimo tramonto della Cristianità che, nello stile e nei gusti, arrivò quasi alla fine del Settecento.

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Certo si può ammirare il Colosseo o entrare in una piramide egizia. Ma il freddo spettacolo del primo (ci ammazzavano la gente) e la sensazione angosciosa che dà la seconda (è una tomba difesa da maledizioni) non sono certo paragonabili allo stupore estatico e gioioso che dà l’interno di una cattedrale gotica. Quelle costruzioni arditissime, la cui edificazione durava secoli e dava lavoro a intere generazioni, quelle guglie svettanti, quelle trine di pietra, quelle immense vetrate policrome, creavano problemi che gli architetti medievali dovettero risolvere inventando una infinita serie di marchingegni. A chi verrebbe in mente di erigere un edificio a forma di croce? Eppure proprio perché così doveva essere, i costruttori cristiani si costrinsero a risolvere problemi pazzeschi. E poiché la cattedrale doveva poter contenere tutta la popolazione cittadina in Europa si scatenò la gara a chi aveva la cattedrale più grande, più alta, più bella, più ardita. Infine chi mai, oggi, investirebbe i suoi soldi in un’opera che sarà ultimata tra quattro secoli? Solo la fede cristiana poté creare quelle opere.

“Cercate il Regno di Dio e la sua giustizia, e il resto vi sarà dato in sovrappiù”, dice Cristo nel Vangelo. Così i cristiani medievali, cercando solo di costruire una chiesa col suo campanile, hanno fatto vivere di rendita noi posteri. La Torre di Pisa (capolavoro dell’arte mondiale, che tutta la terra viene ad ammirare), infatti, è un campanile.

Così i monaci. Perché san Benedetto è patrono d’Europa? Perché è la sua Regola (“ora et labora”, “prega lavorando”, poiché “il lavoro è preghiera”) che ha fondato la civiltà occidentale e la sua superiorità sulle altre. Oggi si parla molto di “etnie” e “culture etniche”, riferendosi ai pellerossa, agli africani, ai terzomondiali in genere. Eppure queste “culture” non potrebbero nemmeno sopravvivere senza il cibo e i medicinali occidentali. Paradossalmente proprio l’odierno piagnisteo sulla scomparsa di quelle “culture” ribadisce la superiorità della nostra. Solo agli intellettuali occidentali infatti interessa la sopravvivenza museale e folclorista di quelle “culture”. Ma i poveri cristi del Terzomondo non sognano altro che una casa col riscaldamento, il frigo, l’automobile, la tivù e il telefono.

Benedetto, Bernardo, Francesco, erano personaggi che, desiderosi di consacrarsi unicamente a Dio, con un gruppo di amici si allontanarono dal mondo (tra parentesi: Francesco, santo “animalista”? Nel suo Cantico delle creature non c’è nemmeno un animale. Sì, amava la natura perché opera del Creatore, ma mangiava il pollo, e l’agnello a Pasqua (come Gesù). Scelsero posti impervi, paludi, dirupi, selve impenetrabili, e vi si stabilirono proprio per staccarsi dalla folla. Piazzata la loro comunità in un luogo deserto e lontano, ebbero il problema di mantenersi. E giù allora a dissodare, arare, vangare, per procurarsi il pane e il vino per il proprio sostentamento e per la messa. Ma non avevano molto tempo da dedicare al lavoro, dovendo prima di tutto pregare. Furono così costretti a letteralmente inventare la “razionalizzazione del tempo”, ciò che oggi non ci permette di vivere senza un’agenda, un orologio e un calendario. Quando tutti si regolavano col sole i monaci avevano la campana che scandiva le ore canoniche. Cioè la giornata divisa in modo matematico e preciso. L’obbedienza, la disciplina e l’assenza di scopo di lucro immediato, dopo qualche tempo cominciava a dare frutto e quel luogo arido e desolato prendeva a fiorire. Ma, non dimentichiamolo, i monaci erano lì soprattutto per pregare. Dunque il poco tempo rimasto doveva essere speso benissimo.

Ecco perché i monaci inventarono la “ragioneria” e la partita doppia, l’apicoltura (miele e cera per le candele), la piscicoltura (per i giorni di astinenza), l’erboristeria medicinale, le tecniche di conservazione del cibo (formaggi, birra, elisir, digestivi: ancora oggi, su molte etichette, campeggia la figura di un monaco).

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Il mondo monastico, egalitario ed elettivo, prevedeva elezioni, turni, ballottaggi, assemblee, meeting internazionali (certi ordini religiosi erano diffusi in tutta Europa). Quando un monastero si allargava, poco a poco i contadini venivano a stabilirsi nelle vicinanze. Infatti quella terra, prima desolata, adesso era fertile. I monaci cedevano il lavoro ai contadini per poter meglio dedicarsi alla preghiera. Sorgeva così, attorno al monastero, un intero villaggio, il quale attirava artigiani e mercanti. Con la chiesa al centro la vita si svolgeva al suono delle ore canoniche, non più col sole. I monaci aprivano allora una scuola gratuita per insegnare le nuove tecniche. La comunità civile, prendendo esempio dai sistemi monastici, si strutturava in modo democratico, con consigli, elezioni, eccetera.

Oggi l’Europa può, da sola, sfamare il mondo. Prima dell’avvento dei monaci essa era un coacervo di paludi, selve impenetrabili, burroni senza fine. Ricordate il “Varo, rendimi le mie legioni”? Ben tre legioni romane erano entrate nella selva germanica e non ne erano più uscite. I monaci crearono l’Europa “verde”, la democrazia “laica” e la cultura cristiano-latina (ricordiamo la loro attività di copisti delle opere antiche).

Rino Camilleri (Fregati dalla scuola)