Storia. Le insorgenze e la Restaurazione (26)

A questo punto accadde una cosa mai vista. I popoli d’Europa, cioè i civili e la gente comune, si sollevarono spontaneamente contro i Francesi. Si tenga presente che, prima, le guerre avevano riguardato solo i militari e si erano risolte o con un cambiamento dinastico o con qualche aggiustamento di confini. Gli Italiani, per esempio, erano abituati a vedere sui troni degli stati in cui erano politicamente divisi dinastie spagnole, austriache, francesi. Ma, per il popolo, di fatto non cambiava niente. Il nuovo re, o duca, o principe era giudicato solo sulle capacità amministrative; se il benessere era garantito e le particolarità dei popoli rispettate, nessuno aveva da ridire.

Ma ora era diverso: chiese saccheggiate e profanate, la religione irrisa, le monache violentate, i giovani arruolati per forza; e poi rappresaglie, fucilazioni indiscriminate, ruberie di oggetti sacri, di opere d’arte, requisizioni forzate (anche le scarpe tolsero ai cittadini, perché le casse francesi, svuotate dalle follie giacobine, non potevano vestire adeguatamente milioni di armati). Così il popolo insorse, spontaneamente.

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Le campane di ogni villaggio suonarono a martello chiamando la gente alla riscossa. Così fu in tutta la Spagna, così in tutta l’Italia e altrove. La prima (ed unica) vera “resistenza” dell’intero popolo italiano, dalle Alpi alla Sicilia, fu questa. La storiografia liberale ha però invertito i ruoli: collaborazionisti come Ugo Foscolo e traditori come Vincenzo Monti sono stati chiamati “patrioti”, mentre eroi come il mitico Fra’ Diavolo furono definiti “briganti”. L’epopea di popolo del Sanfedismo, che quasi senza versare sangue riconquistò il Regno di Napoli, venne etichettata come “masse fanatiche”. Insomma il “popolo” è buono se plaude all’invasore straniero francese; è “plebe fanatizzata” se insorge per difendere la religione dei suoi padri, il suo modo di vita, le sue sostanze e il suo lavoro. Specialmente in Italia da quel momento abbiamo vissuto di propaganda, e la storia nazionale che ci è stata insegnata è totalmente spostata di angolo visuale: essa non è vista dalla parte del popolo, quello vero; bensì con gli occhi di quelle minoranze élitarie che di volta in volta si sono autoproclamate “la parte migliore” del popolo. L’invasione napoleonica fu sostenuta da una minoranza di intellettuali in combutta con le logge massoniche d’oltralpe; minoranza che il popolo ben conosceva e che, come nell’effimera Repubblica Partenopea, combattè con tutti i mezzi.

Purtroppo le rivolte veramente popolari mancano sempre di organizzazione. I contadini e la gente comune, pur se coraggiosi, non possono competere con gli eserciti professionali. Così, malgrado i prodigi di valore e gli eroi che non hanno avuto diritto nemmeno al ricordo grato, le insorgenze vennero schiacciate dovunque. E questo durò fino alla disfatta di Napoleone. Gli insorgenti, i sanfedisti, i lazzari napoletani sono stati semplicemente dimenticati. O, quando si era costretti a nominarli, affiancati da aggettivi di ordine ideologico (“fanatici”, “plebaglia”, “arretrati”, “briganti”) che inducono lo studente a parteggiare per i “buoni” (gli invasori francesi e i loro collaborazionisti, come Eleonora Pimentel Fonseca, il generale Pepe, Vincenzo Cuoco, eccetera).

La cosiddetta Restaurazione in realtà non restaurò un bel niente: solo le vecchie dinastie. Ma le “novità” introdotte dalla Rivoluzione francese rimasero, così come le logge ormai disseminate anche dove prima non erano. Si tenga presente, per esempio, che a condurre le trattative per la Francia di Luigi XVIII fu Talleyrand, l’ex vescovo che aveva operato in posizioni di primissimo piano fin dall’inizio della Rivoluzione.

Grazie al collaudato coordinamento internazionale della Massoneria (intanto fornitasi di un “braccio armato”, la Carboneria), a partire dal 1812, con regolarità impressionante e fino al 1848, moti “spontanei’ presero a scoppiare ovunque, portando a cambiamenti di regime in senso rivoluzionario in Spagna, in Francia e altrove. Tranne in Inghilterra, che si serviva della sua Gran Loggia per diramare ordini secondo i suoi interessi. I quali interessi consistevano nel tenere diviso il continente e nel crearvi regimi fidati. Tutto l’Ottocento non fu altro che una serie di rivoluzioni e guerre “d’indipendenza” fomentate dall’Inghilterra. La quale aveva plaudito alla Rivoluzione Francese, che la liberava da un pericoloso concorrente, ma intervenne quando Napoleone minacciò di unificare il continente in un’unica forza.

Rino Camilleri – Fregati dalla scuola

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