Storia. Re, regine e cavalieri

Il re medievale aveva autorità, non potere. Esempio: mio padre è anziano e più bassino di me, ma gli obbedisco perché è mio padre, non perché può obbligarmi. Cioè egli ha autorità su di me, ma nessun potere. Così era il re medievale, solo primus inter pares, “fratello maggiore” tra i suoi baroni. Se voleva scendere in guerra doveva chiedere ai suoi baroni di seguirlo. E non poteva costringere chi rifiutava. Se ne aveva la forza allora poteva farlo, sennò doveva rinunciare. Le guerre medievali tra Francia e Inghilterra furono appunto dovute al fatto che il re d’Inghilterra, per via di matrimoni, era vassallo del re di Francia. Tutti i re, poi, erano (formalmente) soggetti all’autorità dell’Imperatore Sacro e Romano. Ma il Barbarossa, per esempio, dovette intervenire con la forza per far rispettare i patti ai comuni della Lega Lombarda che si erano unilateralmente dichiarati “liberi”.

La Cristianità medievale non conosce distinzioni tra donne e uomini, tra bambini e adulti. Le cose le faceva chi le sapeva fare, maschio o femmina, vecchio o giovane. Ecco perché troviamo l’epoca medievale piena di regine (dunque le donne potevano accedere alla massima autorità politica) e di re -e pure cardinali- adolescenti. La maggiore età giuridica praticamente non esisteva: la titolarità dei diritti era esercitata a partire dal momento in cui uno era effettivamente in grado di assumersela, cosa che poteva benissimo accadere a tredici anni.

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L’infanzia, come la giudichiamo oggi, non esisteva. Cioè i bambini venivano trattati come gli adulti. Infatti, secondo la concezione dell’epoca, l’infanzia era (ed è) un periodo di totale soggezione, dal quale era carità cercare di farne uscire al più presto i bambini. Non esistevano i giocattoli, solo attrezzi di lavoro più piccoli per imparare osservando l’opera del padre. Anche per gli uomini d’arme era così.

Manovrare un cavallo con una sola mano in mezzo a una battaglia e combattere con l’altra richiedeva un’addestramento continuo e iniziato da piccoli, per una “carriera” che durava suppergiù quanto quella di un calciatore odierno. Da qui i tornei continui, per tenersi in allenamento in periodo di pace. Da qui anche la decima parte dei prodotti della terra da versare al signore; il quale, dovendo occuparsi di giustizia, amministrazione e difesa, non aveva certo tempo per lavorare.

Il cosiddetto “diritto di maggiorasco”, secondo il quale tutta la proprietà andava in eredità al figlio maggiore (e gli altri restavano a bocca asciutta), come tutte le cose che riguardano il Medioevo è un concetto che va rivisto. Innanzitutto ogni luogo aveva le sue usanze, che per giunta variavano nel tempo. Per esempio in certi posti della Francia e della Germania il “maggiorasco” era un “minorasco”, poiché era il figlio minore a ereditare tutto. Perché? Perché era quello che restava più a lungo con i genitori, provvedendo così alla loro vecchiaia.
Comunque il maggiorasco aveva una sua logica: la maggiore ricchezza era la terra la quale, se troppo spezzettata, non produce più niente. Non solo. Il figlio maggiore era anche quello che prima degli altri era in grado di difendere il feudo e la proprietà.

Gli altri figli, se maschi, potevano combinare buoni matrimoni, darsi alla Cavalleria o al clero. Per quelli di non alto lignaggio il problema non si poneva neppure.

Rino Camilleri (Fregati dalla scuola)

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