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Due scout beatificati

quattrocchiLuigi e Maria Beltrame Quattrocchi sono stati proclamati beati da Papa Giovanni Paolo II. Nella storia della Chiesa sono la prima coppia innalzata all’onore degli altari per le sue virtù coniugali e familiari.
Anche l’Agesci partecipa a quest’evento del tutto eccezionale ed ha motivo di essere onorata perché si tratta dei primi beati scout: Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, ed in modo specialissimo Luigi, furono assai legati allo Scautismo fin dagli inizi. Negli anni in cui l’ASCI muoveva i primi passi in Italia, i coniugi Beltrame Quattrocchi vollero collaborare agli sviluppi educativi del metodo scout e si impegnarono molto anche per diffonderlo e farlo crescere. Se a Luigi va riconosciuto un impegno attivo nel servizio scout, non meno rilevante fu quello “indiretto” della moglie Maria che si interessò agli sviluppi educativi del metodo scout, prendendo parte a incontri, conferenze, corsi, riunioni di famiglia, scrivendo articoli e facendo conoscere la nuova associazione. Sicuramente l’impegno educativo è stato assunto da entrambi i Beltrame Quattrocchi con grande responsabilità e soprattutto in maniera molto condivisa.
Oggi l’Agesci esprime la propria riconoscenza a Luigi e Maria per la loro esemplare testimonianza che è proseguita in modo fruttuoso attraverso il servizio di assistente ecclesiastico reso all’associazione dal figlio, don Tarcisio, noto come “don Tar – Aquila Azzurra”. In Agesci lo conoscono tutti perché per anni è stato assistente di “Scout Avventura” e soprattutto perché è l’autore del testo della canzone: Al cader della giornata. A novantacinque anni, continua il servizio scout ed è il più anziano assistente ecclesiastico e Foulard Bianco in Agesci.
Vedere uno dei propri capi elevato all’onore degli altari costituisce sicuramente un motivo di decoro e di testimonianza per tutta l’Agesci.
Maria e Luigi non hanno fatto nulla di eclatante nella loro vita, se non dedicarla completamente e totalmente al loro amore coniugale e alla loro missione di geni tori e di educatori, nutrendosi della Parola di Dio e dell’Eucarestia e traendo dal Signore la forza per affrontare in santità il quotidiano.
Le “virtù eroiche” di questi sposi e genitori si sono più volte esplicitamente manifestate nei fatti della loro vita: la difficile decisione di “lasciar fare” a Dio quando tutti consigliavano di interrompere la gravidanza a rischio che portò alla nascita della quarta figlia; la serena accettazione della scelta vocazionale dei primi tre figli; la sofferenza per la loro lontananza anche durante il conflitto mondiale.
Ma la sintesi estrema del comune spirito di questo fulgido esempio di vita matrimoniale sta nelle parole stessa di Maria: “vita terrena vissuta nel perenne pensiero, ispirato da Dio stesso, di rendere felice la persona amata” La bellezza del canto degli uccelli, di un fiore, di un tramonto, di una vetta” tutto sentito insieme, con un solo palpito, una sola vibrazione di godimento e di gioia”.
Il servizio scout di Luigi Beltrame Quattrocchi
Il servizio scout iniziò per l’avvocato Luigi in coincidenza con l’iscrizione al Riparto Roma V, appena fondato dal padre Giuseppe Gianfranceschi s.j., dei due figli maschi, Filippo e Cesare. Entrò a far parte del Consiglio Direttivo 3; ne divenne il primo Presidente e rappresentante all’Assemblea Generale del 1918, che lo nominò membro del Commi ssariato Centrale ASCI (Associazione Scautistica Cattolica Italiana), con successivi rinnovi annuali e con l’incarico specifico della “propaganda in pro”: oggi potremmo dire, “Responsabile Nazionale alla Stampa e alle Pubbliche Relazioni”.
Luigi frequentava con assiduità le riunioni settimanali del Commissariato Centrale ASCI, a fianco del primo Presidente italiano, il Conte Mario di Carpegna, dell’illustre scienziato gesuita padre Gianfranceschi (che poi, volò con Umberto Nobile sul Polo Nord), Mari o Cingolani, Mario Mazza, Cesare Ossicini, Paolo Cassinis, Salvatore Salvatori, Salvatore Parisi. Nelle discussioni e nelle decisioni portò il suo contributo con l’equilibrio, l’acume e la modestia che lo caratterizzavano, nonché la sua esperienza e testimonianza di fede assai apprezzate. Le riunioni si tenevano a Roma nel celebre punto di riferimento dei movimenti cattolici nazionali al numero 70 di via della Scrofa 5 , dove aveva occasione di incontrarsi e tessere rapporti con alcuni dei maggiori esponenti del laicato cattolico maschile del tempo, in particolare con “papà” Paolo Pericoli, allora Presidente nazionale della Gioventù Cattolica – che era della sua stessa parrocchia di San Vitale -, col conte Pietromarchi, col marchese senatore Filippo Crispolti, con l’onorevole Filippo Meda, con Egilberto Martire, oltreché con l’assistente, monsignor Pini. Spesso si faceva accompagnare da Filippo o da Cesarino, i quali attendevano in anticamera il termine delle lunghe sedute, felici di poter poi tornare a casa a piedi con il papà, impegnando il tempo in interessanti e cordiali chiacchierate con lui. Durante le riunioni di Commissariato Centrale ASCI, Filippo, che aveva la specialità di ciclista, veniva spesso incaricato di recapitare in bicicletta lettere ai dirigenti associativi residenti nel centro di Roma.
Nel 1919 Luigi Beltrame, colpito dalla situazione di abbandono dei ragazzi di strada del rione popolare della Suburra, un settore spiritualmente e moralmente depresso e abbandonato del medesimo quartiere Esquilino, insieme con un collega dell’Avvocatura erariale, il professore avvocato Gaetano Pulvirenti, amico carissimo e di pari sensibilità religiosa, fondò e diresse nei locali attigui alla basilica di Santa Pudenziana in via Urbana, un oratorio festivo che in breve si popolò di ragazzi da evangelizzare. In seguito, Luigi decise di fondare tra quei ragazzi un nuovo reparto di scouts, convinto che il metodo scout potesse essere un valido strumento per attirare alla Chiesa tanti ragazzi, sbandati e a rischio. L’idea trovò l’adesione plebiscitaria di quei ragazzi, ai quali nessuno prima d’allora si era interessato. Così nel 1919 nacque il Riparto Roma XX 7 , che Luigi diresse fino al 1923, inizialmente con sede a Santa Pudenziana, e poi nella parrocchia di San Vitale, in via Nazionale, n.194.
Luigi desiderò che i due figli, Filippo e Cesare, lasciassero l’ambiente d’élite del Roma V per quello della nuova fondazione. E loro, orgogliosi di affiancare il babbo, diventarono con lui, le colonne portanti del nuovo Riparto, fino a quando il Signore non li chiamò entrambi nella più alta missione sacerdotale. Il trasferimento al nuovo gruppo rappresentò per i due fratelli un sacrificio non piccolo, ma lo fecero volentieri. Il 12 dicembre 1921 Luigi fu nominato Consigliere Generale, incarico che mantenne ininterrottamente fino al 1927, quando l’ASCI fu soppressa dal Fascismo.
Una donna nell’Asci
La signora Maria Beltrame Quattrocchi, madre sensibilissima e straordinaria educatrice alla fede, autrice di molti libri di spiritualità e di pedagogia, fu membro attivo del Consiglio Centrale dell’Unione Femminile Cattolica Italiana e membro effetti vo del Segretariato Centrale di Studio prodigandosi per la diffusione della fede. Con sensibilità tipicamente materna si impegnò attivamente dal punto di vista educativo, affrontando alcune problematiche pedagogiche anche in testi scritti personalmente e indirizzati alle madri.
Per conoscere maggiormente la proposta educativa scout, nel 1918 Maria Beltrame Quattrocchi volle partecipare ad un “corso per corrispondenza” sui valori dello Scautismo, finalizzato ad una sua maggiore diffusione in Italia. Ottenne il relativo diploma di idoneità – con un encomio personale per aver conseguito punti non inferiori agli otto decimi 9 – firmato il 24 giugno 1919 dal conte Mario di Carpegna, fondatore dello Scautismo cattolico e primo Presidente dell’ASCI.
A conclusione di tale corso, diciassette furono i partecipanti idonei, dei quali quattro ricevettero l’encomio. È significativo constatare che Maria Beltrame Quattrocchi si distinse in un gruppo costituito sostanzialmente da uomini; infatti, insieme a lei frequentò il corso una sola altra donna. È indubbiamente strano incontrare queste due presenze femminili in un contesto associativo, quale quello della “prima” ASCI, del tutto maschile.
L’interesse espresso da Maria dovette essere assai grande sul piano pedagogico, per spingerla a muoversi in tale ambito in un clima socio culturale che non offriva spazi alla donna al di fuori dell’ambito familiare.
Inoltre, Maria cercava di stabilire una continuità educativa tra la famiglia e la proposta scout. Si interessava a tal punto dello Scautismo che seppe stabilire rapporti di amicizia con i capi scout a cui affidava i figli. Apriva la casa ai coetanei di Filippo e Cesare, gli altri esploratori che presso la sua abitazione, si incontravano e se necessario, svolgevano le riunioni scout. Tra gli educatori scout, amico di famiglia era Giulio Cenci, che rimasto orfano, si rivolgeva a Maria per molte questioni, tanto che trovò in lei una nuova mamma.
Infine, dal ricordo di don Tar, ci risulta che si scandalizzasse che qualche capo fumasse una sigaretta, perché diceva: “non è scout, non è stile”. Senz’altro, fin da subito Maria percepì la profonda spiritualità ascetica dello Scautismo.
Due genitori fiduciosi nei confronti del metodo scout
Con il marito, Maria avvertì la necessità di integrare l’educazione che poteva proporre ai figli nell’ambito familiare, aprendoli ad esperienze che oggi definiamo, di tipo “extrascolastico”. Con quest’intenzionalità iscrisse tra i lupetti i due figli maschi che frequentavano l’istituto “Massimo” dei padri gesuiti: nel 1916 Filippo (successivamente don Tarcisio) e nell’anno successivo l’altro figlio, Cesare.
La scelta di affidarli al gruppo scout compiuta dai genitori Beltrame Quattrocchi, è illustrata, attraverso le brevi ma efficaci parole scritte da Maria, quando ricordando la figura del marito scomparso, e descrivendo il comune impegno educativo nei confronti dei propri figli, sostiene: “Lo scoutismo […] ne continuava, completandola, la formazione e li preparava alla vita… . Così sintetizza la scelta di inserirli nella nascente associazione, l’ASCI: “I bambini – diventati fanciulli – esploratori… .
L’efficacia di questa precisa scelta educativa è testimoniata da quanto il figlio, don Tarcisio, afferma al riguardo: “un momento importante della nostra formazione fu certamente l’inserimento mio e di mio fratello nello scoutismo cattolico (Asci) […].
Questa attiva partecipazione alla vita extrascolastica e all’impiego del nostro tempo libero consentì ai nostri genitori di inserirsi e di seguirci nel modo più naturale ed efficace nel nostro piccolo (ma non tanto) mondo extrafamiliare e di partecipare ai nostri interessi, senza apparire in alcun modo apprensivi o ossessivi. Ciò costituì un elemento assai importante, direi fondamentale, della nostra formazione, poiché si trattò di un inserimento spontaneo, intelligente, partecipativo nei nostri interessi, inteso a guidarli e indirizzarli costantemente verso un ideale superiore che li valorizzava anche ai nostri occhi….
E lo Scautismo proposto con tale forza ai figli si incise così profondamente, che ancora oggi – alla veneranda età di 95 anni – don Tarcisio non ha ancora posato il suo fazzolettone, e la sua casa di Via A. De Pretis, n. 86 è riferimento continuo per molti scout romani e non solo.
Va precisato che la scelta dei coniugi Beltrame Quattrocchi di inserire i propri figli nel gruppo scout certamente non fu casuale, quanto piuttosto ben motivata e continuamente sostenuta. Ed assume ancor più importanza se contestualizzata nel momento storico che stavano vivendo.
Va rilevato, infatti, che l’esperienza scout avviata nel 1907, si andava progressivamente diffondendo a livello mondiale, e nel secondo decennio del Novecento, lo Scautismo si stava affacciando nel mondo cattolico italiano, senza trovarvi un terreno favorevole. Infatti, a partire dal 1913 la rivista dei Gesuiti, “La Civiltà Cattolica”, più volte affrontò la questione del metodo scout, prendendo le distanze da esso. Altri articoli pubblicati sulla stampa cattolica del tempo talora rilevarono una serie di ambiguità sul piano educativo, sollevando una serie di interrogativi sulla sua efficacia. Invitando alla prudenza rispetto ai possibili pericoli, si arrivò a toni piuttosto polemici che finirono per sviluppare un atteggiamento di prevenzione e per frenare sostanzialmente la diffusione delle prime esperienze di Scautismo in Italia, considerato carente soprattutto dal punto di vista dell’educazione religiosa.
Eppure, Maria e Luigi, molto attenti all’educazione dei figli e scrupolosi com’erano, non si lasciarono influenzare da questi pregiudizi. Per verificare se erano corrette le accuse di naturalismo rivolte allo Scautismo, Maria “fece subito arrivare dall’Inghilterra il libro del fondatore dello Scautismo, sir Robert Baden-Powell, per assicurarsi che non presentasse problemi dal punto di vista religioso, data l’origine anglicana… . Conoscitori dell’inglese, lei e il marito poterono leggere direttamente in lingua originale, conoscendo così più da vicino la proposta scout. Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi si fidarono del gesuita padre Giuseppe Gianfranceschi, nominato – come segno dell’approvazione pontificia dell’associazione appena costituita – Vice Commissario Ecclesiale dell’ASCI dal Segretario di Stato. Personalmente, poi, questo padre gesuita fu “immediatamente conquistato dallo scautismo, che difese con energia e coraggio contro critiche interne e esterne al mondo cattolico”.
Pertanto, alla luce di questo clima sostanzialmente contrario allo Scautismo, si comprende quale fosse la fiducia nei confronti di tale metodo educativo espressa dai coniugi Beltrame Quattrocchi nel momento in cui avviarono i due figli al percorso formativo scout.
Intuirono l’importanza pedagogica, convincendosi della bontà dei suoi principi educativi e vi aderirono subito con appassionato entusiasmo. Presero contatto con l’Associazione Scautistica Cattolica Italiana (ASCI), costituitasi in quegli stessi mesi, si interessarono in modo attivo per conoscere il movimento scout e parteciparono insieme alle prime riunioni programmatiche e divulgative, impegnandosi per diffonderlo a Roma.
La profonda sintonia e la reciproca intesa anche in questioni educative può costituire una testimonianza esemplare di coeducazione vissuta nella quotidianità ed intuita con largo anticipo rispetto ai nostri giorni.
Paola Dal Toso
Incaricata nazionale al Centro Documentazione Agesci

In India e Cina l’aborto selettivo di bimbe

E’ proprio il caso di dire “speriamo che non sia femmina” e, soprattutto, “basta” agli uomini, ai mariti, che esercitano una tale violenza psicologica sulle loro donne da ridurle a non saper pensare più con la loro testa, a non cercare il meglio per se stesse e la propria anima.

Così, sbalordisce e atterrisce leggere sui giornali che una donna del Vietnam ha abortito ben 18 volte, per accontentare il proprio consorte, che avrebbe voluto un figlio maschio!

Ma la cosa peggiore è che questa non è una notizia straordinaria, in certi Paesi, e che lei non è l’unica ad agire in questo modo.

Lo definiscono aborto selettivo,  nel senso che, se il feto non ha il genere desiderato, si decide di sopprimerlo.

A rischio sono tutte le bambine, che potrebbero nascere in Cina, in India, nel Caucaso e in altre località asiatiche, dove nascere femmina è un disonore per l’intera famiglia.

Fu il Premio Nobel Amartya Sen, un economista indiano, a parlare, nel 1990, di questa orrenda discriminazione, definita “Missing Women”, e a riportare i dati delle donne mai nate, a causa del diffusissimo fenomeno dell’aborto selettivo.

Solo in Cina, affermò Sen, oltre 100 milioni di donne sarebbero nate in più, fino a quel momento, e non è stato loro concesso. Un numero enorme, paragonabile a quello delle vittime di grandi eventi mondiali, come le carestie o le grandi guerre, sommate insieme.

Attualmente è Christophe Z. Guilmoto che, dal 2008, sta portando avanti un progetto demografico per il CePeD (Centre Population & Développement di Parigi), per calcolare gli effetti devastanti di queste malsane abitudini orientali, che determinano una mascolinizzazione anomala.

Attualmente in Cina, lo Stato sta attuando una pianificazione familiare, proprio per ridurre gli aborti di questo genere; in India, la “Action Aid India” ha lanciato la campagna “Beti Zindabad”, ossia “Lunga vita alle figlie”, perché il governo intensifichi i controlli sugli aborti selettivi, vietati per legge dal 1994, tra l’altro.

In India le bambine che non nascono sono 7.000 al giorno! Un affronto delittuoso verso la vita, le donne e i loro diritti.

C’è aborto nella contraccezione d’emergenza?

Fino a pochi decennio fa, nel linguaggio medico comune, con il termine “aborto” si intendeva l’interruzione volontaria di una gravidanza in atto prima che il feto potesse essere autonomamente vitale, puntando l’attenzione sull’evento biologico più che sulla vita del concepito e assumendo allo stesso tempo come definizione di “gravidanza” quel processo generativo che ha inizio col concepimento (quindi con la fecondazione dell’ovocita da parte del gamete maschile) e ha termine con la nascita di un bambino, così come suggerisce l’obiettività dei dati scientifici.

Nel 1972, però, venne pubblicato dall’American College of Obstetrics and Gynecology (ACOG) un testo dal titolo Obstetric-Gynecologic Terminology in cui si definì la gravidanza come «lo stato di una donna dopo il concepimento e fino al termine della gestazione»[1], associando però il concetto di concepimento non più all’evento della fecondazione bensì a quello dell’impianto in utero dell’embrione a stadio di blastocisti, con ciò oscurando quel periodo di cinque giorni precedenti in cui lo zigote si affaccia all’utero dopo aver attraversato la tuba di Falloppio in cui ha avuto inizio[2].

Ma cos’è – in fondo – un travisamento linguistico di fronte alla trasparenza del dato biologico? Non siamo forse nell’epoca del trionfo della tecnica e della conoscenza come frutto dell’evidenza scientifica? Certo, non ci si sarà lasciati fuorviare da un errore così macroscopico. E invece questa definizione, frutto di una visione ideologica, venne subito recepita, giustificandola in relazione alle tecniche di fecondazione artificiale – che proprio negli anni ’70 conobbero i primi risultati auspicati e perseguiti già da decenni da parte dei ricercatori – tecniche che prevedono che l’ovulo, già fecondato in provetta, venga successivamente – in un tempo più o meno lungo – inserito nell’utero della donna per la quale, in questo caso, l’evento della gestazione ha inizio solo ora.

In tal modo però si giunse a riscrivere il concetto di gravidanza in generale. Ma ciò che più interessa è che si giunse ad affermare che ogni intervento che precede l’impianto dell’embrione in utero e che ne provochi un’interruzione nello sviluppo non rientra più nella fattispecie di aborto, e questo rimane tuttora sulla base della vecchia definizione di aborto e della nuova definizione di gravidanza. Ci si chiede, quasi increduli: «Come può essere accaduto che una ridefinizione di un fenomeno così importante, come la gravidanza, sia stata largamente accolta senza che nuovi dati embriologici o ginecologici avessero mutato sostanzialmente le nostre conoscenze?»[3]. Girando le parole hanno creato una nuova realtà o, come meglio scrive John Wilks trattando il tema della Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, «l’ideologia si sostituisce all’oggettività dei fatti scientifici universali»[4].

Infatti nel 1985 la Federazione Internazionale dei Ginecologi e degli Ostetrici ha ratificato questa comprensione ideologica mediante un pronunciamento della Commissione sugli aspetti medici della riproduzione umana, la quale «condivide i seguenti punti: “la gravidanza avviene solo con l’impianto dell’ovulo fecondato”. Secondo le precedenti definizioni di “concepimento” e di “gravidanza”, un intervento abortivo interrompe una gravidanza solo se successivo all’impianto»[5]. Non si tratta di una semplice definizione stampata su carta, ma della dichiarazione di un organo di portata mondiale capace di influenzare l’opinione pubblica orientandola a considerare una pillola intercettiva come si trattasse di un sistema anticoncezionale e di giustificare una certa azione politica ed economica orientata in tal direzione. Si legge in un articolo – comparso nel 1997 sulla rivista medica The New England Journal of Medicine a firma di D. A. Grimes –: «La gravidanza inizia con l’impianto, non con la fertilizzazione. Le organizzazioni mediche e il governo federale convergono su questo punto»[6]. Da qui a far passare il messaggio che la contraccezione d’emergenza rappresenta un prolungamento della normale metodica anticoncezionale il passo è breve.

Nello stesso anno negli Stati Uniti d’America, considerando che «è stato calcolato che l’uso diffuso della contraccezione di emergenza negli Stati Uniti potrebbe prevenire oltre un milione di aborti e 2 milioni di gravidanze non desiderate che terminano nella nascita di un bambino»[7], la Food and Drug Administration dichiarò che la contraccezione d’emergenza ormonale era un metodo efficace per prevenire gravidanze indesiderate[8]. Si resta sconcertati dinnanzi a dichiarazioni come quella appena citata che non solo oscura totalmente il fatto che anche la contraccezione di emergenza può provocare l’uccisione di un concepito ma che pone pure sullo stesso piano un milione di aborti e la nascita di due milioni di persone con il fatto che queste non sarebbero desiderate. Il criterio di decisione che porta alla diffusione della contraccezione d’emergenza e al suo utilizzo è dunque il desiderio che una donna, una coppia hanno o meno nei confronti del figlio, ideale o reale che sia, sopprimendo di conseguenza l’oggettività che si è di fronte a una vita umana.

Di Elisabetta Bolzan – Zenit

Bibliografia

[1] E. Hughes, Committee of terminology. American College of Obstetrician and Gynaecologists. Obstetric-Gynaecologic Terminology, citato in M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, in L. Romano, M. L. Di Pietro, M. P. Faggioni, M. Casini, RU-486, Dall’aborto chimico alla contraccezione di emergenza. Riflessioni biomediche, etiche e giuridiche, ART, Roma, 2008, 130.

[2] Ibid. Cfr. anche J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, in Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, a cura del Pontificio Consiglio per la Famiglia, EDB, Bologna 20062, 151.

[3] M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, 131.

[4] J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, 150.

[5] H. J. Tatum, E. B. Connell, A decade of intrauterine contraception: 1976 to 1986, citato in J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, 151.

[6] D. A. Grimes, Emergency contraception. Expanding opportunities for primary prevention, citato in M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, 130.

[7] A. Glasier, Emergency postcoital contraception, citato in A. Serra, Deviazioni della medicina: contraccezione di emergenza e aborto chimico, in La Civiltà Cattolica 157 (2006), 535.

[8] Ibid.

La maternità e’ un dono, non un errore da evitare

Si parla tanto di prevenzione, ma si previene una malattia, una patologia, non una gravidanza. La maternità non è un errore, un rischio da cui guardarsi, ma un dono. Così Medua Boioni Dedè, gia’ Presidente e tra i fondatori della confederazione italiana centri regolazione naturale fertilità commenta l’articolo apparso sul quotidiano Repubblica del 15 marzo dal titolo “Sesso sicuro – Nuovi contraccettivi, dal condom per lei allo stick sottopelle”. Il pezzo, inserito nella sezione “Salute” è accompagnato da una serie di commenti e approfondimenti e tra i titoli leggiamo “In arrivo anche in Italia gli ultimi metodi per evitare gravidanze indesiderate. Per le giovanissime si parla di doppia protezione: preservativo contro patologie sessuali e pillola anticoncezionale”. E poi ancora “E venne l’era dell’amore senza paura”.

Dottoressa Boioni, che cosa non la convince di quanto letto in queste pagine?  Direi tutto, ma soprattutto l’aspetto culturale e sociale, si dà per scontato che i giovanissimi abbiano o comunque cerchino di avere una vita sessuale attiva, ma non è sempre così, anzi. Gli adolescenti cercano amore, qualcosa che sia duraturo e non effimero, non possiamo rispondere a questi bisogni con i preservativi. Senza contare che ci sono delle conseguenze pesanti per gli adolescenti che vivono una sessualità precoce, ma di questo non si parla…

Quale tipo di conseguenze?  Innanzitutto psicologiche. I ragazzi vivono il primo rapporto come una prova, ma spesso rimangono frustrati perché non è come lo hanno immaginato, le ragazze invece aspettano con ansia questo momento perché perdendo la verginità si sentono più donne, ma poi rimangono molto deluse. Queste sensazioni negative spesso si trascinano negli anni, nelle relazioni. Purtroppo ho avuto a che fare con cinquantenni che ancora non avevano elaborato i traumi della prima volta, e ovviamente neanche lo sapevano…

Queste sono cose che non si raccontano: l’unico rischio da cui il mondo adulto sembra voler mettere al riparo i ragazzi è quello di avere un figlio, di compiere l’errore di rimanere incinta, ma una vita che nasce non è un rischio e tantomeno un errore. Inoltre ci si scorda di dire la cosa fondamentale, e cioè che per programmare una gravidanza l’unica cosa su cui agire è il proprio comportamento. Autocontrollo e autodeterminazione non sono dei paletti o delle restrizioni, ma anzi degli ingredienti essenziali per vivere a pieno l’intimità e la comunione con l’altra persona, che non può ridursi ad un incontro fisico.

Qualcuno non sarebbe d’accordo…  Nonostante quello che si crede non possiamo scindere il corpo dalla psiche e dalle emozioni, nemmeno l’uomo. Aneliamo comunque all’amore, non siamo soddisfatti dal piacere, perché il piacere finisce, quindi nessuno può dire che traiamo gioia da un incontro soltanto genitale.

Eppure la sessualità, o meglio il libertinaggio dei costumi e la promiscuità sono diventati la normalità e l’unica preoccupazione sembra non essere l’amore, bensì la contraccezione…  La mentalità contraccettiva non è altro che il rifiuto della possibilità del concepimento, in quanto l’ipotesi si una vita che nasce da un lato terrorizza i genitori, dall’altro è vista dai giovani come una possibilità remotissima. Così si ricorre all’educazione sessuale che però di educazione ha ben poco. Si spiegano gli strumenti con i quali scongiurare il rischio di una gravidanza, ma l’educazione ha ben altro scopo: quello di aiutare la persona a far uso di tutte le sue dimensioni comprese la ragione, l’intelligenza e la capacità di autocontrollo. Dico sempre ai ragazzi che incontro che chi ama davvero l’altra persona è in grado di autocontrollarsi, perché mette al centro l’altra persona, e qui non si tratta soltanto si evitare una gravidanza, ma di incontrare davvero l’altra persona. Si può provare un po’ di piacere, ma la gioia è tutt’altro…

Sempre sulle pagine di Repubblica la sessuologa Roberta Giommi dice “Costruire una mentalità preventiva è il sogno di chi si occupa di educazione alla sessualità e all’affettività”, è d’accordo?  Sarà il sogno suo, non certo il mio. O meglio se il sogno è fare in modo che le persone traggano dalla genitalità il massimo del piacere, allora sono d’accordo, ma questa non è sessualità. La Giommi parla di sesso e fertilità, sesso e sicurezza, mi chiedo se si sia scordata il binomio sesso e amore. Per me il sogno è fare in modo che le persone scoprano come attraverso il corpo si può mostrare amore all’altra persona, un amore che soddisfa e realizza l’intimo dell’uomo e della donna, in una donazione che ci consegna all’altro per l’eternità, qualcosa che dura al di fuori del rapporto sessuale, che è progetto di vita, che è il costruire qualcosa, all’interno della quale ovviamente rientrano anche i figli. Se ci si mettono dei valori dentro il rapporto sessuale si rinnova ogni giorno, perché cresce e diventa fecondo, un bambino non diventa un rischio ma il frutto di un rapporto. Il piacere non ci soddisfa perché passa. E’ la gioia che resta nel cuore…

 

Donne che (quasi) nessuno aiuta. Vuoi aiutare?

festa-della-donna-amicheIn occasione della festa della donna vorremo far conoscere alcune “categorie” di donne che la carita’ dimentica….

Donne usate per l’utero in affitto
si tratta di donne a volte ingannate, a volte forzate, a volte portate dalla povertà a prestarsi alla fecondazione e alla procreazione conto terzi. Si sottopongono a cicli di fecondazione artificiale dolorosi e dannosi e portano avanti gravidanze che terminano poi in una adozione del loro figlio. E’ una pratica che le rende macchine da procreazione e che lede la loro dignità (oltre che il diritto dei nascituri a non essere procreati per essere poi adottati e allontanati dalla madre naturale).
In Italia non vi sono  vittime ma vi sono coppie che ne hanno create all’estero (per ora la fecondazione eterologa e la maternità in affitto detta surrogata sono vietate ma pressioni politiche e lobbistiche premono per “aprire” a questa pratica).

Donne sposate a forza (matrimoni forzati)
si tratta di donne obbligate a matrimoni spesso precoci, in cui non hanno voce per decidere. Decidono le loro famiglie, che decidono chi sposeranno e quando, negando loro la possibilità di basare il matrimonio su una scelta libera e per amore.
In Italia sono già centinaia i casi, specialmente di ragazze vissute e anche nate qui che vengono riportate in altri paesi a sposarsi senza consenso.

Donne vittime di tratta a scopo sessuale
si tratta di donne portate con l’inganno o la costrizione a vendere il proprio corpo e la propria sessualità. Per strada o nei night, nelle case o negli eros center, ovunque le donne non sono libere di smettere o di cambiare la propria vita.
In Italia sono circa 30.000 le donne che si prostituiscono sotto sfruttamento e altre 15.000 quelle che lo fanno per disperazione.

Donne uccise prima della nascita con l’aborto selettivo (gendericidio)
si tratta di donne uccise nel grembo materno solo perchè di sesso femminile in società in cui i figli maschi sono ritenuti più redditizi e più utili. Questa pratica ha portato a grandi scompensi numerici nella proporzione tra uomini e donne in India, Cina e altri paesi. In Italia è una pratica diffusa tra alcune comunità etniche straniere e tra le coppie che praticano la fecondazione artificiale all’estero (eludendo la legge italiana che vieta la selezione eugenetica dei feti).

Donne vittime di mutilazioni genitali femminili
si tratta di donne cui vengono praticate mutilazioni (Mgf, infibulazione, ecc) e operazioni che rendono le donne sessualmente mutilate e provocano in molti casi anche danni fisici oltre che psicologoci.
In Italia sono decine di migliaia le donne che ne sono vittima.

Donne obbligate all’uso del velo e del burqa
si tratta di donne obbligate a vestire e atteggiarsi in maniera non libera.
Specialmente il burqa limita fortemente le possibilità di integrazione e autonomia lavorativa delle donne che ne fanno uso.
I mariti e le famiglie sono i maggiori responsabili di queste forzature.
In Italia sono poche centinaia le donne forzate all’uso del burqa ma è plausibile che siano molte migliaia le donne forzate all’uso del velo e impedite nella propria libertà di espressione dalle forzature familiari.

Donne costrette all’aborto (trauma post aborto)
si tratta di donne obbligate dalle famiglie, dai mariti e fidanzati, ad abortire. Talvolta sono le condizioni economiche e le pressioni sociali anche da parte di operatori sanitari a spingerle ad abortire. Vi sono anche migliaia di donne che pur avendo vissuto volontariamente l’aborto portano dentro il dolore tremendo della uccisione di un proprio figlio con l’aborto.
Essendo oltre 100,000 gli aborti annui in Italia più varie decine di migliaia di aborti provocati dalla cosidetta “pillola del giorno dopo”, sono diverse migliaia le donne che portano questo trauma da costrizione o da scelta volontaria.

Si tratta di periferie esistenziali nuove, che ci interpellano come cristiani e persone di buona volontà e che ci chiedono di impegnarci e inventare forme nuove di prevenzione, sostegno e riabilitazione per chi ne è vittima.
Periferie della vita che i mass media ignoreranno ricordando solo le pur gravi violenze sulla donna e il femminicidio ma dimenticando tutto un mondo di violenze diverse, violenze “politicamente scorrette”, violenze scomode, nuove ma che riflettono solo la fragilità femminile di fronte a un mondo che non sa ancora riconoscere a pieno la dignità e diversità femminile.

Chi volesse impegnarsi su queste tematiche ci scriva e ci contatti.
Sono campi nuovi (a parte la lotta alla tratta su cui siamo già attivi da anni) su cui vorremmo aprire vie nuove.

Margherita, 4 ore di vita piene di amore

scarpineTutto al giorno d’oggi tende a diventare più veloce, quasi a voler togliere il tempo necessario affinché noi, medici e
pazienti, possiamo prendere coscienza della ferita che sorge nell’istante della morte. Perché avviene questo?
Perché in noi c’è qualcosa che desidera vivere per sempre e il paradosso della morte è “come una freccia che qualcuno scocca e che viene a trafiggere il cuore e a ridestarlo, a risvegliarlo dall’anestesia al suo dolore, al dolore che è suo, solo suo, al dolore che solo il cuore prova; quello della solitudine, della mancanza di un Altro” (Mauro-Giuseppe Lepori, OCist).
Vorrei raccontarvi la storia di Margherita. Margherita è una bambina che ha vissuto quattro ore. La tentazione dei
miei colleghi medici è stata quella di lasciarla morire così, da sola, senza coinvolgere i suoi genitori e i suoi fratelli in questi attimi a lei donati alla luce del sole. La giustificazione? Sarebbe stato troppo doloroso e, magari, anche deleterio da un punto di vista psicologico. Mi sembrava irragionevole la posizione per cui, a fronte della paura di essere feriti, noi rinunciamo all’esperienza dell’amare e dell’essere amati per il poco tempo in cui è comunque possibile. Allora ho insistito affinché i suoi famigliari la prendessero in braccio e la amassero in quegli attimi, perché il desiderio che abbiamo più profondo nel cuore è quello di amare ed essere amati. Sento che parte della mia responsabilità di medico è quella di sostenere il compimento di questo desiderio e di dare una possibilit
perché questo si compia, poco importa la durata la vita.
Attraverso la vicenda di un’altra bambina ho potuto approfondire la natura e la portata di questa ferita. Rossella è una bambina che ha vissuto due mesi con una gravissima malformazione cerebrale per cui non le era neanche possibile respirare autonomamente. Quando abbiamo incontrato la sua mamma e le abbiamo comunicato la
situazione irreversibile, le abbiamo chiesto: “che desiderio hai per la tua bambina?”, cioè cosa potessimo fare per rendere la sua breve vita più felice.
Lei ci ha risposto con un grande sorriso, come a dire: “ma che domanda mi fate? Io voglio che guarisca completamente e che abbia una vita bellissima”. In quel momento ho capito che questa mamma non aveva paura di stare davanti alla ferita, anzi questa ferita aveva una dimensione ben più grande di una consolazione o di un
compromesso. Lei voleva tutto per la sua bambina. Accompagnando la mamma anch’io mi sono lasciata ferire e il suo desiderio è diventato il mio: un desiderio di eternità, di compimento.
La strada per me e per la sua mamma è stata quella di tenere aperto il desiderio e aspettare che qualcosa accadesse. Una cosa era certa: questo desiderio di eternità e di felicità era troppo grande perché io come medico o la sua mamma, che pure le voleva tanto bene, potessimo rispondere. A questo punto eravamo impotenti davanti
al Mistero e abbiamo lasciato lo spazio perché Lui venisse e colmasse la sproporzione che solo Lui può colmare.
Noi sapevamo che Rossella avrebbe vissuto poco, ma non potevamo prevedere esattamente quanto: ore, giorni, settimane? Abbiamo seguito la sua vita senza imporre nulla alla realtà e ogni giorno è stata l’esperienza di un amore quotidiano a lei e l’esperienza per lei di sentirsi amata oggi. Abbiamo continuato a curarla così ogni giorno, finché all’improvviso un Altro è venuto a prendersela. La mamma, in un gesto di estrema tenerezza, l’ha totalmente consegnata non alla morte, ma a Chi le aveva dato la vita.
Forse ho riconosciuto la coscienza più vera della sproporzione di una donna rispetto al desiderio del cuore del suo bambino in un quadretto, ricamato a mano, appeso sulla culla di un neonato destinato a morire in breve tempo: you are loved. Tu sei amato.
Questa mamma non ha scritto I love you, cioè ti amo, ti voglio bene, ma: “tu sei amato”. Lei ha capito che, pur con tutto il suo amore, non sarebbe stata in grado di salvare la vita del suo bimbo, lei ha capito il limite della medicina e il limite del suo amore di madre. Ma ricamando, giorno dopo giorno: “tu sei amato”, ha affermato che c’è
Qualcuno che salva il suo bambino, ora e per sempre.
Questo è vero per quel bimbo, quella mamma, per me medico e per ognuno di noi.
Quello di cui abbiamo bisogno è di Uno che ci ami di un amore eterno.

Elvira Parravicini – Il Sussidiario

Mai piu’ morte, fino alla morte

NIRELAND-ABORTION/

In principio fu Bernard Nathanson. Parliamo del famoso ginecologo statunitense che al suo attivo collezionò circa 75.000 aborti, fino a quando non si rese conto dell’“umanità” del feto e non fece un vero cammino di conversione che lo portò a scrivere il libro The hand of God (“La mano di Dio”).

Da quel momento in poi, il suo lavoro è divenuto totalmente a favore della vita nascente. Ma “la mano di Dio” continua ad operare in ogni continente, e anche in Italia, abbiamo il nostro Nathanson: è il dottor Antonio Oriente (foto grande). Anche lui, come Nathanson, viveva la sua quotidianità praticando aborti di routine. Abbiamo ascoltato la sua testimonianza nel corso di un convegno dell’AIGOC. Sì, perché lui oggi è il vicepresidente e uno dei fondatori di questa Associazione Italiana Ginecologi e Ostetrici Cattolici… Praticamente una totale inversione di tendenza, rispetto al modo precedente di vivere la sua professione.
La sua testimonianza inizia così: “Mi chiamo Antonio Oriente, sono un ginecologo e, fino a qualche anno fa, io, con queste mani, uccidevo i figli degli altri”. Gelo. Silenzio. La frase pronunciata è secca, senza esitazione, lucida. La verità senza falsi pietismi, con la tipica netta crudezza e semplicità di chi ha capito e già pagato il conto. Di chi ha avuto il tempo di chiedere perdono.
Due cose colpiscono di questa frase e sono due enormi verità: la parola “uccidevo”, che svela l’inganno del termine interruzione volontaria, e la parola “figli”. Non embrioni, non grumi di cellule, ma figli. Semplicemente. E questa sua pratica quotidiana dell’aborto, il dottor Oriente la riteneva una forma di assistenza alle persone che avevano un “problema”.
Venivano nel mio studio – racconta – e mi dicevano: Dottore, ho avuto una scappatella con una ragazzetta… io non voglio lasciare la mia famiglia, amo mia moglie. Ma ora questa ragazza è incinta. Mi aiuti… Ed io lo aiutavo. Oppure arrivava la ragazzina: Dottore, è stato il mio primo rapporto… non è il ragazzo da sposare, è stato un rapporto occasionale. Mio padre mi ammazza: mi aiuti!”. Ed io la aiutavo. Non pensavo di sbagliare”.
Ma la vita continuava a presentare il conto: lui, ginecologo, i bambini li faceva anche nascere. Sua moglie pediatra i bambini degli altri li curava. Ma non riuscivano ad avere figli propri. Una sterilità immotivata ed insidiosa era la risposta alla sua vita quotidiana. “Mia moglie è sempre stata una donna di Dio. È grazie a lei e alla sua preghiera se qualcosa è cambiato. Per lei non avere figli era una sofferenza immensa, enorme. Ogni sera che tornavo la trovavo triste e depressa. Non ne potevo più. Dopo anni di questo calvario, una sera come tante, non avevo proprio il coraggio di tornare a casa. Disperato, piegai il capo sulla mia scrivania e cominciai a piangere come un bambino”.
E lì, la mano di Dio si fa presente in una coppia che il dottor Oriente segue da tempo. Vedono le luci accese nello studio, temono un malore e salgono. Trovano il dottore in quello stato che lui definisce “pietoso” e lui per la prima volta apre il suo cuore a due persone che erano solo dei pazienti, praticamente quasi degli sconosciuti. Gli dicono: “Dottore, noi non abbiamo una soluzione al suo problema. Abbiamo però da presentarle una persona che può dargli un senso: Gesù Cristo”. E lo invitano ad un incontro di preghiera. Che lui dribbla abilmente.
Passano dei giorni ed una sera, sempre incerto se tornare a casa o meno, decide di avviarsi a piedi e, nel passare sotto un edificio, rimane attratto da una musica. Entra, si trova in una sala dove alcune persone (guarda caso il gruppo di preghiera della coppia che lo aveva invitato) stanno cantando. Nel giro di poco tempo, si ritrova in ginocchio a piangere e riceve rivelazione sulla propria vita: “Come posso io chiedere un figlio al Signore, quando uccido quelli degli altri?”.
Preso da un fervore improvviso, prende un pezzo di carta e scrive il suo testamento spirituale: “Mai più morte, fino alla morte”. Poi chiama il suo “Amico” e glielo consegna, ammonendolo di vegliare sulla sua costanza e fede. Passano le settimane e il dottor Oriente comincia a vivere in modo diverso. Comincia anche a collezionare rogne, soprattutto tra i colleghi nel suo ambiente. In certi casi il “non fare” diventa un problema: professionale, economico, di immagine.
Una sera torna a casa e trova la moglie che vomita in continuazione. Pensa a qualche indigestione ma nei giorni seguenti il malessere continua. Invita allora la moglie a fare un test di gravidanza ma lei si rifiuta con veemenza. Troppi erano i mesi in cui lei, silenziosamente, li faceva quei test e quante coltellate nel vedere che erano sempre negativi… Ma dopo un mese di questi malesseri, lui la costringe a fare un esame del sangue, che rivela la presenza del BetaHCG: sono in attesa di un bambino!
Sono passati degli anni. I due bambini che la famiglia Oriente ha ricevuto in dono, oggi sono ragazzi. La vita di questo medico è totalmente cambiata. È meno ricco, meno famoso, una mosca bianca in un ambiente dove l’aborto è ancora considerato “una forma di aiuto” a chi, a causa di una vita sregolata o di un inganno, vi ricorre. Ma lui si sente ricco, profondamente ricco. Della gioia familiare, dei suoi valori, dell’amore di Dio, quella mano che lo carezza ogni giorno facendolo sentire degno di essere un “Suo figlio”.

da:http://www.noiaprenatalis.it

Neonato: e’ una persona? ha dignita’ e dei diritti?

neonato1Neonato: una definizione in 3 punti per ripensare insieme il valore della vita, anche per arginare alcune idee che circolano purtroppo anche in ambito scientifico e filosofico che vorrebbero considerare i neonati come “non persone” complete (assurdo e ingiusto).

1) Realismo

Con i moderni progressi medici, il neonato può sopravvivere fuori dell’utero materno quando è estremamente piccolo. Oggi il limite di sopravvivenza è di 22 settimane, quando – se nasce in un centro di alta specializzazione – la possibilità di sopravvivenza è circa il 10%. Più si ritarda la naascita (in assenza di controindicazioni), maggiori sono le possibilità di sopravvivere.

2) La ragione

Il neonato è una persona? Questa domanda non andrebbe posta, perché è come domandarsi se i cinesi o gli olandesi sono delle persone: va da sé che lo sono e volerlo dimostrare significa in fondo metterlo in dubbio; e nessuno accetterebbe che venga messo in dubbio che cinesi o olandesi sono persone. Dobbiamo riconoscere invece che diversi rinomati filosofi discutono se i neonati siano persone e alcuni affermano che non lo sono, in base al fatto che non hanno autocoscienza. Vedi al capitolo “persona” per discutere come il criterio per definire un individuo “persona” non siano le sue caratteristiche o le sue abilità. Ma se i neonati non sono persone, possono essere trattati come si trattano in molte legislazioni i feti, cioè subordinando i loro interessi a quelli dei genitori o dell’economia generale, e questo ragionamento (che semmai dovrebbe valere al contrario per valorizzare la vita fetale vedi la voce “feto”), è difficile da sostenere.

Siamo giusti verso di loro? Riflettiamo sul trattamento del dolore o nelle scelte sul fine vita. Vari studi mostrano che si è più propensi a considerare l’interesse dei genitori di quanto lo si sia per pazienti più grandi; e che si sospendono le cure su una base probabilistica (basandosi solo sull’età gestazionale) piuttosto che su una prognosi basata su accertamenti adeguati, cosa che invece avverrebbe in un adulto. Le motivazioni di questo trattamento sono probabilmente da ricercare in una forte empatia verso la sofferenza dei genitori e nello smacco che si prova vedere che gli sforzi per salvare un neonato talora lo fanno vivere ma con un grave handicap. Il problema è se vogliamo fare l’interesse del paziente allora non dobbiamo farci prendere da un erroneo uso del sentimento, che deve essere equilibrato e opportuno, che ci può portare a sospendere le cure senza valutare cosa prova il paziente stesso o a farci protrarre delle cure inutili. D’altronde può esistere un conflitto di interessi tra genitori (oltretutto stressati e impauriti al momento del parto e nei giorni successivi) e bambino.

3) Il sentimento

Parlare della dignità dei neonati è parlare dell’uguaglianza di tutte le persone, indipendentemente da razza, religione, età e salute. La dignità dei piccolissimi pazienti impone di dare a tutti una chance, esattamente come si farebbe con un adulto che subisce un infarto o un ictus, entrambe condizioni con alto rischio di morte e di disabilità in caso di sopravvivenza. Un trattamento disuguale è legato ad un’idea di uomo subordinata alla sua autonomia (chi è autonomo è trattato meglio degli altri….).

Società Italiana di Neonatologia

Lettera di Santa Teresa di Calcutta agli Italiani

31 maggio 1992

Cari amici di tutta Italia,

oggi Gesù viene in mezzo a noi ancora una volta come bambino – come il bambino non nato – ed i suoi non lo accolgono. Gesù divenne un fanciullo in Betlemme per insegnarci ad amare il bambino.

Il bambino non nato – il feto umano – è un membro vivente della razza umana – come te e me – creato ad immagine e somiglianza di Dio – per grandissime cose – amare ed essere amato. Perciò non c’è più da scegliere una volta che il bambino è stato concepito. Una seconda vita – un altro essere umano – è già nel grembo della madre. Distruggere questa vita con l’aborto è omicidio, così come un qualunque altro omicidio, anzi peggio di ogni altro assassinio.

Poiché non è ancora nato, è il più debole, il più piccolo ed il più misero della razza umana, e la sua stessa vita dipende dalla madre – dipende da te e me – per una vita autentica. Se il bambino non ancora nato dovesse morire per deliberata volontà della madre, che è colei che deve proteggere e nutrire quella vita, chi altri c’è da proteggere? Questa è la ragione per cui io chiamo i bambini non ancora nati “i più poveri tra i poveri”. se una madre può uccidere il suo stesso figlio nel suo grembo, distruggere la carne della sua carne, vita della sua vita e frutto del suo amore, perché ci sorprendiamo della violenza e del terrorismo che si sparge intorno a noi?

L’aborto è il più grande distruttore di pace oggi al mondo – il più grande distruttore d’amore.
È mia preghiera per ciascuno di voi, che voi possiate battervi per Dio, per la vita e per la famiglia, e proteggere il bambino non ancora nato.
Preghiamo.
Dio vi benedica

Madre Teresa

Riflessioni morali circa i vaccini preparati a partire da cellule provenienti da feti umani abortiti

Vista l’attualità del tema, sarebbe da chiedere al governo qualcosa circa la produzione dei vaccini.

Il testo seguente è della Pontificia Accademia per la Vita www.academiavita.org ed è di alto livello scientifico oltre che di denuncia..

RIFLESSIONI MORALI CIRCA I VACCINI  PREPARATI A PARTIRE DA CELLULE PROVENIENTI DA FETI UMANI ABORTITI

5 Giugno 2005     La questione in esame riguarda la liceità della produzione, della diffusione e dell’uso di alcuni vaccini la cui produzione è in connessione con atti di aborto procurato. Si tratta dei vaccini con virus vivi che sono stati preparati a partire da linee cellulari umane di origine fetale, usando tessuti di feti umani aborti come fonte di tali cellule. Il più conosciuto e importante di questi, a causa della sua ampia diffusione e del suo uso quasi universale, è il vaccino contro la rubeola (rosolia).

La rubeola (rosolia) e il suo vaccino

La rosolia (Rubeola o “German measles”)1 è una malattia virale causata da un Togavirus del genere Rubivirus ed è caratterizzata da un rash maculo-papulare. Si tratta di una infezione comune dell’infanzia, senza espressione clinica in un caso su due, autolimitante ed abitualmente benigna. Tuttavia, il virus della rosolia è uno degli agenti infettivi più patogeni per l’embrione ed il feto. Quando l’infezione viene contratta in gravidanza, specialmente nel primo trimestre, il rischio di infezione fetale è molto alto (circa il 95%). Il virus si replica nella placenta e infetta il feto, causando quella costellazione di anomalie nota con il nome di Sindrome della Rosolia Congenita. Ad esempio, la severa epidemia di Rosolia che aveva colpito una ampia parte degli Stati Uniti nel 1964 ha così provocato 20.000 casi di roseola congenita2 risultando in 11.250 aborti (spontanei o chirurgici), 2100 morti neonati, 11.600 casi di sordità, 3.580 casi di cecità, 1.800 casi di ritardo mentale. È questa epidemia che ha spinto lo sviluppo e la commercializzazione di un vaccino efficace contro la rosolia, permettendo una profilassi effettiva di tale infezione. La severità della rosolia congenita e gli handicap che essa genera giustificano la vaccinazione generalizzata contro tale malattia. È molto difficile, forse persino impossibile, evitare la contaminazione di una donna incinta, anche se la malattia di un soggetto contagiato è diagnosticata dal primo giorno dell’eruzione. Si cerca pertanto di interrompere la trasmissione tramite la soppressione del nido d’infezione del virus offerto dai bambini non vaccinati, grazie all’immunizzazione precoce dell’insieme dei bambini (vaccinazione universale). Questa vaccinazione universale ha provocato una forte diminuzione dell’incidenza delle rosolia congenita, con una incidenza generale ridotta a meno di 5 casi per 100.0000 nascite di bambini viventi. Tuttavia, questo progresso rimane fragile. Negli Stati Uniti, ad esempio, dopo una diminuzione spettacolare dell’incidenza della rosolia congenita fino a pochi casi annuali, cioè meno di 0.1 per 100.000 nascite di bambini viventi, una nuova ondata epidemica è apparsa nel 1991, con una incidenza salita a 0,8/100.0000. Tali ondate di recrudescenza della rosolia si sono visti anche nel 1997 e nel 2000. Questi episodi periodici di recrudescenza testimoniano la circolazione persistente del virus nei giovani adulti, conseguenza di una copertura vaccinale insufficiente. Questo lascia persistere una proporzione non trascurabile di soggetti suscettibili, sorgente di epidemie periodiche che mettono a rischio le donne in età fertile e che non sono immunizzate. La riduzione fino all’eliminazione della rosolia congenita è considerata perciò una priorità di sanità pubblica.

Vaccini attualmente prodotti con l’uso di ceppi cellulari umani proveniente da feti abortiti

Fino ad oggi ci sono due linee cellulari umane diploidi, allestite originalmente (1964 e 1970) da tessuti di feti abortiti, che vengono usate per la preparazione di vaccini con virus vivi attenuati: la prima linea è la WI-38 (Winstar Institute 38), con fibroblasti diploidi di polmone umano, derivati da un feto femmina abortito perché la famiglia riteneva di avere già troppi figli (G.Sven et al., 1969), preparata e sviluppata da Leonard Hayflick nel 1964 (L.Hayflick, 1965; G.Sven et al., 1969)1, numero ATCC CCL-75. La WI-38 è stata usata per la preparazione dello storico vaccino RA 27/3 contro la rosolia (S.A.Plotkin et al., 1965)2. La seconda linea cellulare umana è la MRC-5 (Medical Research Council 5) (polmone umano, embrionale) (numero ATCC CCL-171), con fibroblasti di polmone umano provenienti da un feto maschio di 14 settimane abortito per “motivi psichiatrici” da una donna ventisettenne nel Regno Unito. La MRC-5 è stata preparata e sviluppata da J.P.Jacobs nel 1966 (J.P.Jacobs et al., 1970)3. Sono state sviluppate altre linee cellulari umane per necessità farmaceutiche, ma non sono coinvolte nei vaccini attualmente disponibili.4 Oggi i vaccini che sono incriminati poiché usano linee cellulari umane, WI-38 e MRC-5, ottenute da feti abortiti sono i seguenti:5

A) Vaccini attivi contro la rosolia6:
– i vaccini monovalenti contro la rosolia Meruvax® II (Merck) (U.S.A.), Rudivax® (Sanofi Pasteur, Fr.), e Ervevax® (RA 27/3)(GlaxoSmithKline, Belgio); – i vaccini combinati MR contro la rosolia e morbillo, commercializzati con il nome di M-R-VAX®II (Merck, U.S.A.) e Rudi-Rouvax® (AVP, Francia),
– il vaccino combinato contro rosolia e parotite commercializzato con il nome di Biavax®II (Merck, U.S.A.),
– il vaccino combinato MMR (measles, mumps, rubella) contro morbillo, parotite e rosolia, commercializzato con il nome di M-M-R® II (Merck, U.S.A.), R.O.R®, Trimovax® (Sanofi Pasteur, Fr.), e Priorix® (GlaxoSmithkline, Regno Unito).

B) Altri vaccini, anch’essi preparati usando linee cellulari umane da feti abortiti:
– due vaccini contro l’epatite A, uno prodotto da Merck (VAQTA), l’altro da Glaxo SmithKline (HAVRIX), entrambi preparati usando la MRC-5; – un vaccino contro la varicella, Varivax®, prodotto da Merck usando la WI-38 e la MRC-5.
– un vaccino contro la poliomielite, il vaccino con il virus di polio inattivato Poliovax® (AventisPasteur, Fr.) usando la MRC-5.
– un vaccino contro la rabbia, Imovax®, da Aventis-Pasteur, prelevato da cellule umane diploidi infettate, il ceppo MRC-5;
– un vaccino contro il vaiolo, ACAM 1000, preparato da Acambis usando la MRC-5, ancora in sperimentazione.

Posizione del problema etico collegato con questi vaccini

Dal punto di vista della prevenzione di malattie virali come la rosolia, la parotite, il morbillo, la varicella, l’epatite A, è chiaro che la messa a punto di vaccini efficaci contro tali malattie, e il loro impiego nella lotta contro queste infezioni fino alla loro eradicazione, mediante una immunizzazione obbligatoria di tutte le popolazioni interessate, rappresenta indubbiamente una “pietra miliare” nella lotta secolare dell’uomo contro le malattie infettive e contagiose. Tuttavia, questi stessi vaccini, poiché sono preparati a partire dai virus raccolti nei tessuti di feti infettati e volontariamente abortiti, e successivamente attenuati e coltivati mediante ceppi di cellule umane ugualmente provenienti da aborti volontari, non mancano di porre importanti problemi etici. L’esigenza di articolare una riflessione morale sulla questione in esame nasce prevalentemente dalla connessione esistente tra la preparazione dei vaccini summenzionati e gli aborti procurati dai quali sono stati ottenuti i materiali biologici necessari per tale preparazione. Se una persona respinge ogni forma di aborto volontario di feti umani, tale persona non sarebbe in contraddizione con se stessa ammettendo l’uso di questi vaccini di virus vivi attenuati sulla persona dei propri figli? Non si tratterebbe in questo caso di una vera (ed illecita) cooperazione al male, anche se questo male si è attuato quaranta anni fa? Prima di considerare il caso specifico, è necessario richiamare brevemente i principali assunti dalla dottrina morale classica circa il problema della cooperazione al male7, problema che sorge ogni qualvolta un agente morale percepisca l’esistenza di un legame fra i propri atti e un atto cattivo compiuto da altri.

Il principio della lecita cooperazione al male

La prima distinzione fondamentale è quella tra cooperazione formale e materiale. Si configura una c. formale quando l’agente morale coopera con l’azione immorale di un altro, condividendone l’intenzione cattiva. Quando invece l’agente morale coopera con l’azione immorale di un altro, senza condividerne l’intenzione cattiva, si configura una c. materiale. La c. materiale viene ulteriormente distinta in immediata (diretta) e mediata (indiretta), a seconda che si tratti di cooperare con l’esecuzione dell’atto cattivo in quanto tale, oppure che si agisca realizzando le condizioni – o fornendo strumenti o prodotti – che rendono possibile l’effettuazione dell’atto cattivo. In relazione, poi, alla “distanza” (sia temporale che in termini di connessione materiale) tra l’atto di cooperazione e l’atto cattivo ad opera altrui, si distingue una c. prossima e una c. remota. La c. materiale immediata è sempre prossima, mentre la c. materiale mediata può essere prossima o remota. La c. formale è sempre moralmente illecita poiché si tratta di una forma di partecipazione diretta ed intenzionale all’azione cattiva dell’altro8.. La c. materiale talvolta può essere lecita (in base alle condizioni del “duplice effetto” o “volontario indiretto”), ma quando si configura come una c. materiale immediata ad attentati gravi contro la vita umana, essa è da ritenersi sempre illecita, data la preziosità del valore in gioco9. Un’ulteriore distinzione della morale classica è quella che tra cooperazione al male attiva (o positiva) e cooperazione al male passiva (o negativa), riferendosi la prima al compimento di un atto di cooperazione ad un’azione cattiva compiuta da un altro, mentre la seconda all’omissione di un atto di denuncia o di impedimento di una azione cattiva compiuta da un altro, nella misura in cui sussisteva il dovere morale di fare ciò che è stato omesso10.. Anche la c. passiva può essere formale o materiale, immediata o mediata, prossima o remota. Ovviamente, è da ritenersi illecita ogni c. passiva formale, ma anche la c. passiva materiale generalmente va evitata, pur se si ammette (da parte di molti autori) che non c’è l’obbligo rigoroso di evitarla quando sussistesse un grave incomodo.

Applicazione all’uso dei vaccini preparati con cellule procedenti da embrioni o feti abortiti volontariamente

Nel caso specifico in esame, tre categorie di persone sono coinvolte nella cooperazione al male, male che ovviamente è rappresentato dall’atto di aborto volontario compiuto da altri: a) chi prepara i vaccini mediante ceppi di cellule umane provenienti di aborti volontari; b) chi partecipa alla commercializzazione di tali vaccini; c) chi ha la necessità di utilizzarli per ragioni di salute. Innanzitutto, va considerata moralmente illecita ogni forma di c. formale (condivisione dell’intenzione cattiva) all’atto di chi ha compiuto l’aborto volontario che ha permesso il reperimento dei tessuti fetali, necessari alla preparazione dei vaccini. Pertanto, chiunque – indipendentemente dalla categoria di appartenenza – cooperasse in qualche modo, condividendone l’intenzione, all’effettuazione di un aborto volontario, finalizzato alla produzione dei vaccini in oggetto, parteciperebbe di fatto alla medesima malizia morale di chi ha compiuto tale aborto. Una tale partecipazione si realizzerebbe ugualmente qualora, sempre condividendo l’intenzione abortiva, ci si limitasse a non denunciare o contrastare, avendo il dovere morale di farlo, tale azione illecita (cooperazione formale passiva).

Qualora tale condivisione formale dell’intenzione cattiva di chi ha compiuto l’aborto non sussista, l’eventuale cooperazione si configurerebbe come materiale, con le seguenti specificazioni. Per quanto riguarda la preparazione, distribuzione e commercializzazione di vaccini realizzati grazie a l’impiego di materiale biologico la cui origine è collegata a cellule provenienti da feti volontariamente abortiti, in linea di principio va detto che tale processo è moralmente illecito, poiché esso potrebbe contribuire di fatto a incentivare l’effettuazione di altri aborti volontari, finalizzati alla produzione di tali vaccini. Tuttavia, va riconosciuto che all’interno della catena di produzione-distribuzionecommercializzazione, i vari agenti cooperanti possono avere responsabilità morali differenziate. Ma c’è un altro aspetto da considerare ed è quello della cooperazione materiale passiva che si verrebbe a realizzare da parte dei produttori di questi vaccini, qualora essi non denunciassero e rifiutassero pubblicamente l’atto cattivo d’origine (l’aborto volontario), ed insieme non si impegnassero a ricercare e a promuovere forme alternative, prive di malizia morale, per la produzione degli stessi vaccini. Una tale cooperazione materiale passiva, qualora si verificasse, è altrettanto illecita. Per quanto concerne chi ha la necessità di utilizzare tali vaccini per ragioni di salute, va precisato che, esclusa ogni c. formale, generalmente medici o genitori per i loro bambini che ricorrono all’uso di tali vaccini, pur conoscendone l’origine (l’aborto volontario), realizzano una forma di cooperazione materiale mediata molto remota, e quindi molto debole, rispetto alla produzione dell’aborto, e una cooperazione materiale mediata, rispetto alla commercializzazione di cellule procedenti da aborti, e immediata, rispetto alla commercializzazione dei vaccini prodotti con tali cellule. La cooperazione è più forte da parte delle autorità e dei sistemi sanitari nazionali che accettano l’uso dei vaccini. Ma in questa situazione, più emergente è l’aspetto della c. passiva. Ai fedeli e ai cittadini di retta coscienza (padri famiglia, medici, ecc.) spetta di opporsi, anche con l’obiezione di coscienza, ai sempre più diffusi attentati contro la vita e alla “cultura della morte” che li sostiene. E da questo punto di vista, l’uso di vaccini la cui produzione è collegata all’aborto provocato costituisce almeno una cooperazione materiale passiva mediata remota all’aborto, e una cooperazione materiale passiva immediata alla loro commercializzazione. Inoltre, sul piano culturale, l’uso di tali vaccini contribuisce a creare un consenso sociale generalizzato all’operato delle industrie farmaceutiche che li producono in modo immorale. Pertanto, i medici e i padri di famiglia hanno il dovere di ricorrere a vaccini alternativi 11(se esistenti), esercitando ogni pressione sulle autorità politiche e sui sistemi sanitari affinché altri vaccini senza problemi morali siano disponibili. Essi dovrebbero invocare, se necessario, l’obiezione di coscienza12 rispetto all’uso di vaccini prodotti mediante ceppi cellulari di origine fetale umana abortiva. Ugualmente dovrebbero opporsi con ogni mezzo (per iscritto, attraverso le diverse associazioni, i mass media, ecc.) ai vaccini che non hanno ancora alternative senza problemi morali, facendo pressione affinché vengano preparati vaccini alternativi non collegati a un aborto di feto umano e chiedendo un controllo legale rigoroso delle industrie farmaceutiche produttrici. Per quanto riguarda le malattie contro le quali non ci sono ancora vaccini alternativi, disponibili, eticamente accettabili, è doveroso astenersi dall’usare questi vaccini solo se ciò può essere fatto senza far correre dei rischi di salute significativi ai bambini e, indirettamente, alla popolazione in generale. Ma se questi fossero esposti a pericoli di salute notevoli, possono essere usati provvisoriamente anche i vaccini con problemi morali. La ragione morale è che il dovere di evitare la cooperazione materiale passiva non obbliga se c’è grave incomodo. In più, ci troviamo, in tale caso, una ragione proporzionata per accettare l’uso di questi vaccini in presenza del pericolo di favorire la diffusione dell’agente patologico, a causa dell’assenza di vaccinazione dei bambini. Questo è particolarmente vero nel caso della vaccinazione contro la rosolia13. In ogni caso, permane il dovere morale di continuare a lottare e di usare ogni mezzo lecito per rendere difficile la vita alle industrie farmaceutiche che agiscono senza scrupoli etici. Ma il peso di questa importante battaglia certamente non può e non deve ricadere sui bambini innocenti e sulla situazione sanitaria della popolazione – in particolare in quanto riguarda le donne incinte..

  In sintesi, va riaffermato che:
– esiste il dovere grave di usare i vaccini alternativi e di invocare l’obiezione di coscienza riguardo a quelli che hanno problemi morali; – per quanto riguarda i vaccini senza alternative, si deve ribadire sia il dovere di lottare perché ne vengano approntati altri, sia la liceità di usare i primi nel frattempo nella misura in cui ciò è necessario per evitare un pericolo grave non soltanto per i propri bambini ma anche e, forse, soprattuto per le condizioni sanitarie della popolazione in genere – donne incinte specialmente ;
– la liceità dell’uso di questi vaccini non va interpretata come una dichiarazione di liceità della loro produzione, commercializzazione e uso, ma come una cooperazione materiale passiva e, in senso più debole e remoto, anche attiva, moralmente giustificata come extrema ratio in ragione del dovere di provvedere al bene dei propri figli e delle persone che vengono in contato con i figli (donne incinte);
– tale cooperazione avviene in un contesto di costrizione morale della coscienza dei genitori, che sono sottoposti all’alternativa di agire contro coscienza o mettere in pericolo la salute dei propri figli e della popolazione in generale. Si tratta di un’alternativa ingiusta che deve essere eliminata quanto prima.

1 J.E.Banatvala, D.W.G.Brown, Rubella, The Lancet, 3 april 2004, vol.363, n°9415, pp.1127-1137.

2 Rubella, Morbidity and Mortality Weekly Report, 1964, vol.13, p.93. .S.A.Plotkin, Virologic Assistance in the Management of German Measles in Pregnancy, JAMA, 26 October 1964, vol.190, pp.265-268.

3 L.Hayflick, The Limited In Vitro Lifetime of Human Diploid Cell Strains, Experimental Cell Research 1965, 37(3):614-636. G.Sven, S.Plotkin, K.McCarthy, Gamma Globulin Prophylaxis; Inactivated Rubella Virus; Production and Biological Control of Live Attenuated Rubella Virus Vaccines, American Journal of Diseases of Children 1969, 118(2):372-381.

4 S.A.Plotkin, D.Cornfeld, Th.H.Ingalls, Studies of Immunization With Living Rubella Virus, Trials in Children With a Strain Cultured From an Aborted Fetus, American Journal of Diseases in Children 1965, 110 (4):381-389.

5J.P.Jacobs, C.M.Jones, J.P.Baille, Characteristics of a Human Diploid Cell Designated MRC-5, Nature 1970, 277:168-170. 6 Due altre linee cellulari, che sono permanenti, la linea cellulare HEK 293 da feto abortito, ottenuta da cellule di rene embrionale umano primario trasformato da adenovirus tipo 5 reciso (il materiale del rene fetale venne ottenuto da un feto abortito, probabilmente nel 1972), e la PER.C6, una linea cellulare fetale creata usando tessuto retinico da un bambino abortito di 18 settimane di età gestazionale, sono state sviluppate per la produzione farmaceutica di vettori di adenovirus (per terapia genica). Non sono state coinvolte nella produzione di alcuno dei vaccini con virus vivi attenuati attualmente in uso per via della loro capacità di sviluppare cellule oncogene nel ricevente. Comunque alcuni vaccini, ancora allo stadio di sviluppo, contro il virus Ebola (Crucell,NV e il Vaccine Research Center del National Institutes of Health’s Allergy and Infectious Diseases, NIAID), HIV (Merck), influenza (MedImmune, Sanofi pasteur), encefalite giapponese (Crucell N.V. and Rhein Biotech N.V.) sono preparati usando la linea cellulare PER.C6® (Crucell N.V., Leiden, Paesi Bassi. 7 Contro queste diverse malattie infettive, esistono alcuni vaccini alternativi, che sono preparati usando cellule o tessuti animali, e quindi eticamente accettabili. La loro disponibilità dipende dal paese interessato. Riguardo al particolare caso degli Stati Uniti, non ci sono altre opzioni, attualmente, in questo paese, per la vaccinazione contro la rosolia, la varicella e l’epatite A se non i vaccini proposti da Merck, preparati usando le linee cellulari umane WI-38 e MRC-5. C’è un vaccino contro il vaiolo preparato con linea cellulare Vero (dal rene di una scimmia verde africana), ACAM2000 (AcambisBaxter) (vacino contro il vaiolo di seconda generazione, conservato, non approvato negli USA), che offre quindi una alternativa all’Acambis 1000. Ci sono vaccini alternativi contro parotite (Mumpsvax, Merck), morbillo (Attenuvax, Merck), rabbia (RabAvert, Chiron therapeutics), preparati da embrioni di pollo (si sono presentate comunque gravi allergie con l’uso di questi vaccini), poliomielite (IPOL, Aventis-Pasteur, preparato con cellule di rene di scimmia) e vaiolo (vaccino di terza generazione contro il vaiolo MVA, Modified Vaccinia Ankara, Acambis-Baxter) In Europa e in Giappone, ci sono altri vaccini disponibili contro la rosolia e l’epatite A, prodotti usando linee cellualri non umane. Il Kitasato Institute produce quattro vaccini contro la rosolia, chiamati Takahashi, TO-336 e Matuba, preparati con cellule provenienti da reni di coniglio e uno (Matuura) preparato con cellule di embrioni di quaglia. Il Chemo-sero-therapeutic research institute Kaketsuken produce un altro vaccino contro l’epatite A, chiamato Aimmugen, preparato con cellule di rene di scimmia. L’unico problema rimanente è con il vaccino Varivax® contro la varicella, per il quale non esiste alternativa. 8 Il vaccino contro la rosolia che usa il ceppo Wistar RA27/3 di virus di rosolia vivi attenuati, adattato e diffuso nei fibroblasti umani diploidi WI-38 è al centro di attuali controversie intorno alla moralità dell’uso di vaccini preparati con l’aiuto di cellule umane provenienti da feti abortiti.

9 D.M.Prümmer O.Pr., , De cooperatione ad malum, in Manuale Theologiae Moralis secundum Principia S.Thomae Aquinatis,Tomus I, Friburgi Brisgoviae, Herder & Co., 1923, Pars I, Trat.IX, Caput III, n.2, pp.429-234. .K.H.Peschke, Cooperation in the sins of others, in Christian Ethics. Moral Theology in the Light of Vatican II, vol.I, General Moral Theology, C.Goodliffe Neale Ltd., Arden Forest Indusatrial Estate, Alcester, Warwickshire, B49 6Er, revised edition, 1986, pp.320324. .A.Fisher, Cooperation in Evil, Catholic Medical Quarterly, 1994, pp.1522. .D.Tettamanzi, Cooperazione, in Dizionario di Bioetica, S.Leone, S.Privitera ed., Istituto Siciliano di Bioetica, EDB-ISB, 1994, pp.194-198. .L.Melina, La cooperazione con azioni moralmente cattive contro la vita umana, in Commentario Interdisciplinare alla “Evangelium Vitae”, E.Sgreccia, Ramòn Luca Lucas ed., Libreria Editrice Vaticana, 1997, pp.467-490. E.Sgreccia, Manuale di Bioetica, vol.I, Ristampa della terza edizione, Vita e Pensiero, Milano, 1999, pp.362-363.

10  Cf.Giovanni Paolo II, Enc.Evangelium vitae, n.74.

11 ibidem

12 Catechismo della Chiesa Cattolica n.1868 .

13 Tali vaccini alternativi sono vaccini preparati mediante ceppi di cellule non umane, ad esempio la linea cellulare Vero (da scimmie)(D.Vinnedge), le cellule di rene di coniglio o di scimmie, o le cellule di embrioni di pollo. Tuttavia è da osservare che si sono verificati gravi allergie con alcuni dei vaccini cosi preparati. L’utilizzo della tecnologia dell’ADN ricombinante potrebbe portare in un prossimo futuro allo sviluppo di nuovi vaccini che non necessiterano più l’uso delle culture di cellule diploide umane per l’attenuazione del virus e la sua coltivazione, perché tali vaccini non saranno preparati a partire del virus attenuato, ma a partire del genoma del virus e dei antigeni così sviluppati (G.CWoodrow, W.M.McDonnell e F.K.Askari). Alcuni studi sperimentali sono stati già condotti utilizzando vaccini a ADN elaborati a partire del genoma del virus della rosolia. Inoltre, alcuni ricercatori asiatici stanno cercando di utilizzare il virus della varicella come vettore per l’inserimento di geni codificanti gli antigeni virali della rosolia. Questi studi sono ancora preliminari e la messa a punto di preparazioni vaccinali utilizzabili nella pratica clinica richiede tempi lunghi e costi elevati. .D.Vinnedge, The Smallpox Vaccine, The National Catholic Bioethics Quarterly, Spring 2000, vol.2, n°1, p.12..G.C.Woodrow, An Overview of Biotechnology As Applied to Vaccine Development, in «New Generation Vaccines», G.C.Woorow, M.M.Levine eds., Marcel Dekker Inc., New York and Basel, 1990, vedi pp.32-37. W.M.McDonnell, F.k.Askari, Immunization, JAMA, 10 December 1997, vol.278, n°22, pp.2000-2007, vedi pp.2005-2006.

14 Un tale dovere può portare, di conseguenza, a fare “obiezione di coscienza” quando l’atto riconosciuto illecito è un atto permesso o anche incoraggiato dalle leggi del paese e attenta alla vita umana. L’Enciclica Evangelium Vitae ha sottolineato questo “obbligo di opporsi” alle legge che permettono l’aborto o l’eutanasia “mediante obiezione di coscienza”(n.73).

15. Questo è particolarmente vero nel caso della vaccinazione contro la rosolia, a causa del pericolo della rosolia congenita. Una tale affezione, causando malformazioni congenite grave nel feto, potrebbe accadere quando una donna incinta entra in contatto, anche breve, con bambini non immunizzati e portatori del virus . In tale caso i genitori che non hanno accettato la vaccinazione dei propri figli si rendono responsabili delle malformazioni in questione e del successivo aborto dei feti, quando scoperti malformati.

Quel silenzio che parla al cuore

vocesottile1Il tormento di una madre per una cicatrice che sembra cosa passata ma che continua a sanguinare nella vita e nelle relazioni di ogni giorno.
La voce sottile è un romanzo sul dramma post aborto. Si avete letto bene, non solo sull’aborto ma su quello che avviene dopo nell’animo di una donna.
Nessun riferimento a precetti religiosi, si parla della Sindrome post aborto (leggi qui) ben conosciuta dal mondo scientifico a di cui nulla si parla sui massmedia, se ne parla con un romanzo che parte dal dolore per arrivare al perdono.

Il nuovo libro di Antonella Perconte Licatese (La voce sottile – editrice YouCanPrint) ci racconta la storia di Anna,  una donna come tante: una vita scandita dai ritmi ordinari del paese in cui abita da sempre, un lavoro di insegnante, un marito, due figli.

Eppure il ricordo indelebile di un aborto compiuto molti anni prima rischia di compromettere per sempre i delicati equilibri familiari e la sua stessa salute. Attraverso un sofferto ma necessario percorso di riconoscimento del volto umano di quel figlio mai venuto alla luce compiuto nella forma di un dialogo straziante e coraggioso, Anna riuscirà a sfuggire alla forza di gravità del male che vorrebbe trascinarla a fondo e a conoscere la potenza redentrice del perdono. Nel racconto della protagonista avviene un’esperienza interiore estrema, in cui il suo cuore di madre e donna ripercorreranno il passato ancora presente ascoltando quella voce sottile che non lascia pace.

Non è un romanzo per sole donne, quasi che l’aborto fosse questione solo femminile, così scriveva Giovanni Paolo II: “A decidere della morte del bambino non ancora nato, accanto alla madre, ci sono spesso altre persone. Anzitutto, può essere colpevole il padre del bambino, non solo quando espressamente spinge la donna all’aborto, ma anche quando indirettamente favorisce tale sua decisione perché la lascia sola di fronte ai problemi della gravidanza:  in tal modo la famiglia viene mortalmente ferita e profanata nella sua natura di comunità di amore e nella sua vocazione ad essere «santuario della vita»”
Ecco, questo libro forse riguarda tutti noi: il dolore dell’aborto morde il cuore di milioni di donne e uomini intorno a noi che hanno bisogno di riconoscere il male per perdonare e perdonarsi e trovare pace come Anna.
Una voce sottile che entra ovunque come la voce di Dio che con dolcezza ci cerca per proporci la conversione e la pace del perdono.
Paolo Botti

Nostra figlia con sindrome di Down: una spirale di amore

Era il 21 novembre 2012, il giorno della Madonna della salute, festa a me cara. Ero molto felice: nel mio grembo si stava formando una nuova vita, la nostra famiglia sarebbe cresciuta!

Sono andata a fare l’ecografia del terzo mese con il cuore in festa, serena, tranquilla. Ma il viso della dottoressa che mi percorreva la pancia con la sonda ecografica mi ha spaventata: lei era tesa, preoccupata. Mi ha detto che qualcosa non andava, che appariva un’immagine anomala che poteva associarsi a molte patologie, anche gravi….

Ho subito chiamato mio marito, che è corso veloce da me, e, con la sua mano stretta alla mia, abbiamo ripetuto nuovamente l’ecografia all’ospedale, dove hanno confermato l’evidenza di una gravidanza con problemi.

Non è facile tradurre a parole le emozioni che si provano in simili circostanze…. gelo, paura, angoscia, totale smarrimento. Ma eravamo assieme, mio marito e io.

Ci siamo tenuti stretti le mani e uniti i cuori. E siamo andati avanti.

Ci siamo sottoposti alle indagini suggerite dai medici. L’attesa dei risultati è stata particolarmente dolorosa, perché non sapevamo a cosa andavamo incontro.

Ricordiamo con tenerezza il momento in cui ci hanno comunicato la diagnosi.

La dottoressa era molto dispiaciuta nel comunicarci che la nostra bambina aveva la Sindrome di Down, ma ricordo che noi, usciti in corridoio, ci siamo abbracciati stretti e ci siamo sentiti fortunati che avesse ‘solo’ la sindrome di Down.

Ci sono famiglie che affrontanocon coraggio disabilità ben più gravi. Anoi veniva chiesto di accogliere lei e ci siamo sentiti di dire “Sì”.

A rafforzare questo “Sì” sono stati i nostri figli…

E’ stato commovente il momento in cui li abbiamo radunati attorno al tavolo e abbiamo spiegato che la loro sorellina sarebbe stata diversa, che avrebbe imparato tantecose, ma più lentamente.

Hanno fatto a gara nell’immaginare cosa ognuno di loro le avrebbe insegnato! Che dono grande hanno i bambini!

Attraverso i loro occhi si può guardare senza paura la realtà…

Con il passare dei giorni, tuttavia, in me, mamma, hanno cominciato ad alternarsi momenti di fiducia e momenti di sconforto, di inadeguatezza, di paura. Sono giunta a pensare se sarei stata capace di volerle bene, se avrei avuto il coraggio di passeggiare con lei lungo i corridoi dell’ospedale, se mi sarebbe piaciuto il suo visino diverso…

Mi chiedevo cosa sarebbe stata in grado di fare, che vita avrebbe avuto…

Pensieri scomodi da vivere e da riportare.

Nostra figlia è nata un po’ prima del previsto.

Nel suo visino così piccolo, i segni della sua diversità a suscitare una tenerezza infinita in noi e nel personale medico che ci ha assistiti…

Ancora una volta a darci la carica sono stati i nostri figli. Sono arrivati in camera correndo, se la sono contesa, ripetevano: “Mamma, è bellissima”, “Mamma, com’è bella!”. L’hanno portata a turno in giro per i corridoi, tutti fieri. Le persone che ci vogliono bene, i nostri amici, la nostra comunità, hanno accolto la nostra bimba con tanto affetto. Diciamo sempre che la sua nascita ha innescato una spirale d’amore, perché ci ha fatto sentire tanto amati. Ora la nostra piccola sta crescendo, sta imparando a fare tante piccole cose, lentamente, con i suoi tempi. Quando la vediamo fare qualcosa di nuovo, è una festa! Con lei ogni piccolo traguardo sembra avere più valore, perché frutto di più fatica…

Una sera di qualche mese fa, osservavo la nebbia che ricopriva la pianura, mentre in collina splendeva la luna e il cielo era punteggiato di stelle. Ho pensato che in situazioni difficili della vita ci sentiamo smarriti, come se brancolassimo nella nebbia, e non pensiamo che solo qualche metro più su ci sono le stelle e la luna e il sereno… Basta fidarsi, basta guardare un po’ in su e avere fede.

Fonte: vitanascente.blogspot.it

Diritto alla vita, procreazione medicalmente assistita, embrione: problemi e interrogativi

A pro-life campaigner holds up a model of a 12-week-old embryo during a protest outside the Marie Stopes clinic in Belfast October 18, 2012. The first private clinic offering abortions opened in Northern Ireland on Thursday, making access to abortion much easier for women in both Northern Ireland and the Republic of Ireland. REUTERS/Cathal McNaughton (NORTHERN IRELAND - Tags: HEALTH SOCIETY RELIGION)

Diritto alla vita: quale riconoscimento

Il diritto alla vita e’ il presupposto fondamentale su cui si innestano tutti gli altri diritti della persona umana. Ciò è talmente evidente e logico che nella Costituzione della Repubblica italiana non esiste una norma che lo preveda espressamente. La Costituzione, infatti, elenca un notevole numero di diritti (il diritto alla libertà personale, alla inviolabilità del domicilio, alla segretezza della corrispondenza; il diritto di circolare liberamente; il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi; il diritto di associarsi liberamente, il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa; il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, il diritto di agire in giudizio, il diritto di votare, ecc.), ma nulla dice espressamente sul diritto alla vita. È, tuttavia, indiscutibile che tutelare quegli altri diritti costituisce un implicito riconoscimento del diritto alla vita, che è la base di ogni altro diritto. Tant’è vero che l’art. 27 ult. comma della Costituzione dispone che non è ammessa la pena di morte. Inoltre nella legislazione italiana ordinaria (cioè non di rango costituzionale) esistono norme che tutelano specificamente il diritto alla vita e alla sua integrità: il codice penale, nell’art. 575, punisce gravemente il delitto di omicidio (cioè l’uccisione di un uomo: intesa qui l’espressione “uomo” nel senso generico di “persona umana”, uomo o donna che sia) e punisce altresì, nell’art. 580, il reato di istigazione o aiuto al suicidio;  e il codice civile, nell’art. 5, vieta gli atti di disposizione del proprio corpo  che cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica.
Se si esamina poi il diritto internazionale si incontrano due documenti importantissimi che fanno esplicito riferimento al “diritto alla vita”: l’art. 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata a New York il 10 dicembre 1948 (“Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona”), e l’art. 6 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, approvato a New York il 16 dicembre 1966 (“Il diritto alla vita è inerente alla persona umana. Questo diritto deve essere protetto dalla legge. Nessuno può essere arbitrariamente privato della vita”).
Il concetto di “persona” e la legge 40
Ma le norme giuridiche nulla dicono sul concetto di “persona” e sul momento in cui il frutto del concepimento diventa “persona”. L’art. 1 del codice civile dispone che “la capacità giuridica si acquista dal momento della nascita” e che “i diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita”. Ciò significa che il concepito può essere titolare di diritti, sia pur condizionati dalla nascita: e ciò anche se, trent’anni fa, la Corte costituzionale, pur riconoscendo che la tutela del concepito ha fondamento costituzionale, ha affermato che l’embrione “persona deve ancora diventare” (sentenza n. 27/1975).
Da ciò le animate discussioni che hanno preceduto e accompagnato l’emanazione della legge n.40/2004 relativa alla procreazione medicalmente assistita (PMA) e l’appassionato dibattito che i referendum su tale legge hanno innescato.
La PMA è, in sostanza, la fecondazione artificiale, che la predetta legge ammette solo al fine di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana. La legge si preoccupa che in tale operazione vengano assicurati i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito: da ciò il divieto della creazione di embrioni in numero superiore a quello strettamente necessario ad un unico e contemporaneo impianto (e comunque in numero superiore a tre); il divieto della crioconservazione e della soppressione di embrioni; il divieto della fecondazione eterologa, che priverebbe il concepito della possibilità di conoscere, a suo tempo, uno dei propri genitori; il divieto della clonazione.
Le cellule staminali

I referendum tesero a cancellare questi limiti e a consentire la più ampia libertà di azione e di sperimentazione in questa materia: il che riporterebbe la materia stessa a quella totale assenza di regole (comunemente definita come una sorta di “Far West”) che esisteva prima della emanazione della legge n. 40/2004. La motivazione con cui i referendum sono stati presentati fa appello alla salute della donna, alla sua autodeterminazione, alla possibilità di incrementare in modo risolutivo – attraverso la utilizzazione delle cellule staminali degli embrioni – la cura e il superamento di malattie gravissime come il morbo di Alzheimer o quello di Parkinson, le sclerosi, il diabete, le cardiopatie, i tumori.
Certo, le cellule staminali sono cellule che hanno la proprietà di dare origine ad altre cellule altamente differenziate (nervose, muscolari, ematiche, ecc.) e quindi hanno (attraverso complessi processi biologici) la possibilità di risanare, con cellule nuove e sane, organi umani devastati dalla malattia. Ma ciò che spesso viene taciuto dai sostenitori del referendum è che le cellule staminali ricavabili dagli embrioni sono, sì, totipotenti, ma sono ancora ben lontane dall’offrire risultati sicuri, perché dette cellule staminali possono anche dare origine a tumori, onde gli studiosi prevedono lunghi anni di studi prima di giungere a risultati soddisfacenti: mentre invece sono immediatamente e felicemente utilizzabili le cellule staminali ricavabili dai cordoni ombelicali e dagli adulti (invero si è scoperto che anche gli adulti sono portatori di cellule staminali e che anche tali cellule sono suscettibili di diventare totipotenti). È quindi scorretto presentare l’impiego delle cellule staminali embrionali come rimedio già disponibile per la cura delle predette malattie, e tacere circa la immediata utilizzabilità, ai fini di quella cura, delle cellule staminali ricavate dai cordoni ombelicali e dagli adulti. A ciò si aggiunga che un eminente studioso della materia, il prof. Bruno Dallapiccola, docente di genetica medica all’Università “La Sapienza” di Roma, ha riferito che in un recente congresso svoltosi in Germania un gruppo di ricercatori viennesi ha comunicato di aver accertato l’esistenza di cellule staminali pluripotenti nel liquido amniotico materno al termine della gravidanza: altra formidabile risorsa alternativa all’utilizzazione dell’embrione per la cura delle gravissime malattie sopra elencate.
Quanto poi alla autodeterminazione e alla salute della donna, deve osservarsi che non esiste un diritto ad aver un figlio ad ogni costo (nel “Far West” abbiamo visto anziane donne, in età da nonna, diventare madri: con quali danni per il figlio è facile immaginare) e che la presenza di un figlio non può e non deve essere ideata e usata come strumento in funzione della salute di un aspirante-genitore.

L’embrione: non una cosa qualsiasi (approfondisci qui)

Il problema del trattamento degli embrioni è un problema drammatico. Si potrà discutere quanto si vuole circa il momento in cui un individuo diventa “persona”. Ma è un fatto incontestabile, risultante dalla scienza, che nel momento in cui si verifica la fusione del gamete maschile (spermatozoo) con il gamete femminile (ovulo), si forma lo zigote (parola che deriva dal greco “zugòn”, che vuol dire “giogo”, “unione”). Esso è una cellula diversa da ciascuna delle cellule originarie, nonché diversa dalla somma  di entrambe. È una entità biologica nuova. Da quel momento tale entità biologica si sviluppa gradualmente, senza salti qualitativi, in un continuum che non è scindibile: essa possiede già il suo completo patrimonio genetico, che la rende unica e insostituibile e che contiene in germe tutti gli elementi che caratterizzeranno il nuovo essere umano, portatore di una “fisionomia” (esteriore e interiore) inconfondibile. In sostanza: in quel patrimonio genetico (comunemente indicato con la sigla DNA) è inscritto un vero e proprio “progetto”, ben preciso e finalizzato, che già contiene, in potenza, l’essere umano progettato.

Dunque, anche a chi ritenga che l’embrione non possa ancora considerarsi persona, appare evidente che esso non può considerarsi una cosa qualsiasi, oggetto di arbitrarie manipolazioni.

Il Terzo venuto

Certo, è un grande mistero, sul quale il progresso della scienza farà gradualmente luce. Ma fin da oggi siamo in grado di cogliere l’unità di quello sviluppo e di ricavarne delle conseguenze logiche. Oggi io non esisterei se qualcuno avesse distrutto il mio embrione: questa è una certezza indiscutibile. Di fronte a questa certezza, come si può distruggere un embrione senza pensare che si distrugge la premessa di un essere umano unico e irripetibile? Basterebbe il dubbio per dissuadere da un’azione simile.

Io ho esercitato le funzioni di giudice per 43 anni della mia vita; e, come tutti i giudici, nei processi penali ho sempre ispirato le mie decisioni al principio “in dubio pro reo” (“nel dubbio sulla colpevolezza dell’imputato, occorre decidere in senso favorevole all’imputato stesso”). Ora, quand’anche dubitassi che l’embrione non sia ancora un essere umano, il fatto solo che distruggere l’embrione comporta la eliminazione di un futuro essere umano (del quale l’embrione già possiede, in nuce, TUTTE le caratteristiche) dovrebbe trattenermi da quella distruzione; e ciò anche a prescindere dal dibattito su persona o non-persona.

Con vivo apprezzamento ho letto recentemente su La Stampa dell’8 marzo scorso un articolo di Barbara Spinelli che parla del “Terzo venuto” (l’ovulo fecondato). Ricorda che esso non appartiene nè alla madre nè al padre nè al potere scientifico; che ha già un attributo della soggettività giuridica (l’inalienabilità) ed ha una sua radicale alterità. Di fronte a ciò, la Spinelli osserva: “Il Terzo Venuto è talmente un mistero, a giudicare da quel che la scienza stessa ammette, che perfino il primo articolo del codice civile appare obsoleto… La domanda su come comportarsi eticamente di fronte al mistero esula dalla biologia e dalla scienza, ma non dall’individuale coscienza di cittadini e politici, ai quali vien chiesto di pronunciarsi non solo sull’essere ma anche sul dover essere”. E più avanti, citando gli onesti dubbi di un teologo moralista, riferisce: “Non so se l’embrione abbia un’anima, ma di certo gli scienziati sospettano l’esistenza d’una persona potenziale… In questo dubbio viviamo, e aggirarlo non ci è permesso. ‘Nel dubbio’ meglio considerare l’embrione come se fosse una persona e non ucciderlo. Difficile esser contrari: fra 50 anni sapremo forse che il dubbio aveva ragion d’essere e si proverà rimorso o dolore, per la facilità con cui si son fatti esperimenti e manipolazioni”. Questa posizione coincide in modo impressionante con ciò che ho detto a proposito del principio “in dubio pro reo”. E mi pare che riveli una profonda sensibilità umana, che ha il coraggio di riconoscere la dimensione del mistero e di rifiutare aridi ragionamenti formalistici.

 

Barbara Spinelli è una scrittrice “laica” valente ed obiettiva: la sua presa di posizione mi pare tanto più apprezzabile di fronte all’enorme battage pubblicitario che il mondo “laico” sta conducendo a favore del “sì” nei quattro referendum che si svolgeranno prossimamente. È chiaro, infatti, che la Spinelli è orientata verso il votare “no” alla richiesta referendaria di abrogazione di alcune parti sostanziali della legge n. 40/2004. E il votare “no” non esclude, ovviamente, che la legge (la quale è tutt’altro che perfetta) sia migliorabile e che pertanto alcune sue disposizioni possano essere in futuro riformate dal Parlamento. Ma altro è un lavoro di riforma portato avanti attraverso il dibattito e il confronto delle idee, e altro è amputare dal corpo della legge alcune frasi essenziali, tagliandole via con la scure del referendum.

(da “Nuovo Progetto”, aprile 2005, pp 8-11)

150 fratelli e non conoscerli, l’eterologa e’ contro l’uomo

Cynthia Daily (Usa), dopo aver concepito sette anni fa un figlio grazie alla fecondazione eterologa (clicca qui per sapere cos’è), decise di rintracciare i fratelli del pargolo e istituì una sorta di anagrafe “familiare” on line. Al suo bambino – pensava – avrebbe fatto piacere conoscere i suoi fratellastri; avrebbe, così, fatto parte di una moderna famiglia allargata. Non così allargata, però. Scoprì, infatti, che aveva 150 fratelli. Tutti originati dal seme di un unico donatore. Un imprevisto? Per niente. «Fin da quando, 33 anni fa, nacque la prima bambina in provetta, Luise Brown, si conoscevano perfettamente tutti i rischi ai quali si andava incontro. Tra i quali l’aver un numero immane di parenti biologici non è neanche il maggiore», spiega a ilSussidiario.net Assuntina Morresi, membro del Comitato nazionale di bioetica. Tra i rischi che la comunità scientifica ha individuato, quello di diffondere tra la popolazione malattie genetiche rare. Il fatto, poi, che un po’ ovunque stiano nascendo in rete gruppi del genere, è segno che l’eterologa ha profondi riflessi su piano esistenziale.

«Per stabilire la propria identità – dice Morresi – non è sufficiente guardarsi allo specchio. Ce ne accorgiamo nei casi di adozione o affidamento, in cui i bambini sono sempre alla ricerca delle loro radici. Il che non significa certo un rifiuto della famiglia in cui si sono trovati. Ma sapere da dove si viene è una insopprimibile necessità della persona». Lo dimostrano i fatti: «Inizialmente – continua Morresi -, in tutti i paesi, chi cedeva i gameti non era rintracciabile. Il che ha scatenato una serie di cause legali vinte da chi voleva conoscere la propria identità. Per cui, a partire dalla Svezia, in molte Nazioni è stato posto il divieto di anonimato. Del resto, aver cognizione del fatto che camminando per strada ci si possa imbattere nel proprio padre biologico o nei propri fratelli senza saperlo è abbastanza inquietante». (CLICCA QUI PER APPROFONDIRE SUL BISOGNO DI CONOSCERE I GENITORI)

Per una persona nata mediante l’eterologa, conoscere la propria identità è la medesima urgenza di chiunque altro. Ma vi è, rispetto all’adozione, una distinzione fondamentale.«Viene pianificata a priori: quando, infatti, un bambino viene adottato vuol dire che si è ritrovato senza un padre e una madre, per i motivi più disparati, che non dipendono dai genitori adottativi. L’adozione è il modo per porre rimedio alla situazione. La fecondazione eterologa, invece, è il modo per realizzare il desiderio di avere un figlio; ma un figlio con il quale avere un legame biologico». Si genera un paradosso: «Il bambino nasce con un contributo esterno alla coppia (può trattarsi di un gamete maschile o femminile) la quale, pretendendo di avere figli legati biologicamente a sé gli nega la possibilità di vivere con i genitori biologici».  (CLICCA QUI)

C’è chi dice che, in fondo, tutto ciò non è importante. Ciò che conta è l’amore. «Se così fosse, se contasse solo l’amore, allora si ricorrerebbe all’adozione. Altrimenti, sull’amore prevale il desiderio di legame biologico». Ma il contraccolpo più grave e meno manifesto, si produce sul piano metafisico. «Con l’eterologa si scinde l’atto fondamentale del dar vita ad una persona dalla relazione tra le persone. L’esperienza umana è unica, e dividerla in uno dei suo atti fondanti, il procreare, produce per forza dei problemi. E’ la natura della persona a ribellarsi. Perché viene alterato il rapporto stesso tra uomo, donna e generazione, il principio fondante della stessa umanità». (Paolo Nessi)

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Coinquilini per la vita

gemelliMano accanto alla mano dell’altro , cuori che battono vicini, cosa provano due gemelli nell’utero materno? Come entrano in relazione tra di loro, con che forza e con che livello di coscienza? Sono le domande che pone l’ultimo libro dello psichiatra Benoit Bayle Perdre un jemeau à l’aube de la vie  – Perdere un gemello all’alba della vita( Toulouse, Erès, 2013, pagine 270, euro 26), scritto insieme alla filosofa Béatrice Asfaux.

Entriamo portati per mano nel mondo fetale, non più solo descrivendo la fisiologia della gravidanza, ma immedesimandoci realmente negli attori primi ed essenziali di essa: il figlio e la mamma. «Il feto ha vissuto nell’utero un incontro particolare col suo gemello — scrive Bayle — tramite i sensi come l’udito, il tatto, l’equilibrio e il gusto, dato che la vista è il senso meno utilizzato dal feto». Eccoci allora attratti in un viaggio nel mondo della psiche e della sensorialità prenatale, che mostra il mondo sommerso e invisibile della vita fetale come mondo pieno di rapporti e di sensibilità, seppur — scrive Bayle — a un livello che viene un attimo prima della comparsa della reale coscienza. È l’evidenza di qualcosa al tempo stesso noto e censurato: il feto è essenzialmente un bambino non ancora nato, con indubbie caratteristiche infantili già presenti prima della nascita. Ma il viaggio può diventare drammatico: Bayle e Asfaux ci portano dove non immagineremmo, nel buio del lutto, della morte di uno dei due gemelli. Cosa prova il gemello che improvvisamente non sente più muovere accanto a sé il fratello o la sorella? E cosa proverà a distanza di anni, nel ricordo di quelle sensazioni e nel rimpianto di quella perdita?

Per un gemello, sopravvivere al gemello defunto è una sensazione dolorosa e straziante simile a quella di chi sopravvive a un coniuge durante un incidente o a chi sopravvive ai compagni di prigionia dopo una detenzione dura e violenta, col rischio di trascinarsi dietro un senso di colpa e un senso di invulnerabilità entrambi irrazionali.

«Affermare la propria onnipotenza non gli permette forse di difendersi inconsciamente dalla violenza di cui furono oggetto i suoi pari, e di fuggire al senso di colpa?» scriveva Bayle nel precedente L’embryon sur le divan (2003), in cui ipotizza un rischio simile anche nei soggetti sopravvissuti alla selezione embrionale fatta per “scegliere” l’embrione migliore. «Se è rimasto in vita, se è stato scelto, non è forse segno che vale più degli altri che non sono sopravvissuti? Il bambino soggetto alla onnipotenza del desiderio altrui sarà un bambino onnipotente cui è difficile fissare dei limiti». Il feto superstite nascerà mentre altri embrioni-fratelli, sono stati scartati, per essere abbandonati, distrutti o congelati in un remoto ospedale. Scenari rari, ma che pongono l’accento su chi riesce a nascere dopo una selezione embrionaria o fetale: degli aborti selettivi sono talora fatti solo per ridurre il numero dei feti concepiti e sani ma con la colpa di essere troppi. L’embrione che nasce da una diagnosi preimpianto è frutto di una selezione: qualcuno è rimasto “al palo”. Bayle ci invita a riflettere, partendo dall’illustrazione di numerosi casi clinici e da una ben assortita letteratura scientifica.

Ma come non arrivare alla conseguenza finale? Non è forse tutta l’attuale generazione una generazione disopravvissuti, in cui diffusamente si nasce dopo essere passati al vaglio dell’analisi genetica prenatale, e in cui una fetta di concepiti non arriva a nascere perché non idonei, malati o semplicemente indesiderati? E come pensare che tutta una generazione non serbi una traccia di questo esame attitudinale cui è sopravvissuto?

Non ci sembra troppo ardito pensare che questo sia uno dei motivi per cui la moderna sociologia descrive la generazione attuale priva di ideali né desideri, ma solo impegnata a soddisfare i desideri parentali dei genitori: in fondo, chi nasce oggi lo può fare non più solo in quanto “c’è”, ma perché “viene accettato” prima di poter nascere per le proprie caratteristiche genetiche (assenza di malattie, di malformazioni più o meno gravi o di predisposizione ad averle, magari sesso maschile o femminile a secondo dei casi). E, scriveva Bayle nel 2003, questo clima culturale «crea l’obbligo per il bambino concepito di essere conforme ai desideri dei genitori e della società». Non a caso la generazione attuale è chiamata in linguaggio sociologico echo – boomers , cioè bambini-eco, bambini-specchio degli ideali dei genitori, concepiti per soddisfare gli ideali irrealizzati della generazione precedente e che non ne hanno di propri.

Chi si avventura nella psicologia e nella bioetica prenatale deve molto a Benoit Bayle, che apre una finestra nuova su questo mondo, tenuto sotto osservazione per i diritti del concepito eliminato, ma che non ha ancora approfondito le ripercussioni del nuovo scenario concezionale su chi arriva a nascere.

Fonte: http://carlobellieni.com/?p=1695

Cara professoressa ho abortito e adesso?

bambino fetoGentile Direttore, insegno Religione nelle scuole superiori di stato dal 1985 e grazie all’amicizia di cui tanti miei alunni mi hanno degnato, ho la possibilità di condividere con loro gioie e dolori della vita quotidiana. Nelle aule scolastiche ho avuto modo di incontrare generazioni di studenti con tutti i loro pregi ed i loro difetti, le loro aspettative, i loro cinismi ed i loro dolori, le loro illusioni e le loro speranze. E’ a loro che ho pensato quando, poco più di un mese fa, l’Aifa ha deciso di commercializzare la pillola abortiva RU486 ed è a questo proposito che vorrei renderla partecipe di ciò che succede nelle mie aule scolastiche.

La mentalità che sottostà alla decisione di rendere commerciabile l’RU 486, così come quando si arrivò alla stessa decisione per la pillola del giorno dopo, purtroppo è già da tempo un modus vivendi nella realtà quotidiana di tantissimi giovani, quelli che vedo tutte le mattine entrando nelle aule scolastiche e gli stessi che noi adulti, spesso, mandiamo alla guerra nudi! E infatti nudi sono, disarmati, inconsapevoli, colpevoli senza esserlo. Sì, perché vivere in questo mondo è diventata una guerra e si sta realizzando la profezia del grande scrittore Chesterton quando diceva che “bisognerà sguainare le spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”.
Ecco cosa ho visto e saputo in classe: un numero imprecisato di mie alunne che si sono procurate presso i consultori cittadini, la pillola del giorno dopo, con la facilità con cui si beve una coca cola al bar, studentesse che in 2 anni hanno abortito due volte, la seconda con l’RU 486 a casa e senza assistenza medica e naturalmente, con la connivenza dell’amatissimo fidanzato e nella totale ignoranza dei genitori; ma ecco solo alcuni degli sms che ho ricevuto: “Salve prof! Come sta? Io non lo so… la pillola del giorno dopo è un omicidio?”, “Salve prof! Scusi per ieri… comunque sto bene… anche se moralmente mi sento un po’ una m… non avrei mai immaginato mi succedesse e sono stata costretta a fare quello che non avrei voluto… sono stata un’egoista… mi hanno dato la ricetta in guardia medica… le voglio bene e scusi il disturbo! Ora non posso parlare… un abbraccio!”, “Ciao Prof., scusa l’ora (h. 4.23), ma il mondo è pazzo! Una tipa ha abortito mio figlio, mi dispiace e mi sento un bastardo; so di esserlo, ma la cosa che mi fa più schifo di me non è tanto il fatto che non abbia avuto le palle per dire che io volevo vedere al mondo quella parte di me, ma il fatto che, se anche ne avessi avuto il coraggio, non me la sarei poi sentita di mettere in discussione tutta la mia vita fatta delle mie fottute certezze del c… di un ventenne di m… per crescere un figlio o anche soltanto per sentirmi padre. So che secondo la Chiesa sono da inferno solo per questo, però da essere umano, non da cristiano, mi dica, come faccio a credere nelle persone che vedo con me se penso a quello che ho fatto?
Questa è la realtà reale.
E’ questo che vogliamo per i nostri ragazzi?
La commercializzazione della pillola abortiva è un fatto gravissimo che va ad aggiungersi a tutto il male con cui quotidianamente abbiamo a che fare e che è necessario osteggiare e combattere con tutte le proprie forze, ma ho l’impressione che spesso si sottovaluti un aspetto molto importante per combattere questa guerra: l’educazione e la passione per la verità.
Sembra la scoperta dell’acqua calda ma, purtroppo, non è così.
Certo, grazie a Dio (e non certo agli uomini!) non tutti i miei alunni si trovano tutti a dover affrontare questi drammi, ma l’aria che respirano è questa e poi: qui quello che conta non sono i numeri; ogni persona è lei, unica, irripetibile e quello che fa testo nella verità non è la maggioranza, ma la verità.
Noi siamo gli adulti e i ragazzi ci guardano. Cosa vedono?
Può capitare che vedano madri accompagnare figlie minorenni in farmacia ad acquistare la pillola del giorno dopo perché “nel dubbio è meglio non crearsi problemi”, oppure “meglio adesso – che non c’è niente – che più tardi quando la cosa diventa più complicata!” Può essere che imparino da noi genitori che “la vita non ha un valore in sé, sei tu che glielo dai. Tu sei nato perché ti ho concepito nel matrimonio con tuo padre che amavo, ma se ti avessimo concepito da ragazzi, qualche anno prima, mai ci saremmo rovinati la vita mettendoti al mondo! Prova a pensare: la scuola da finire, il lavoro da trovare, i soldi da fare… quello che dovrebbe essere una felicità, trasformata in una sfiga!!”. Questo mi sono sentita raccontare da una mia alunna in classe e davanti a tutti. Oppure: “Prof. Per definire l’amore di Dio lei ha usato l’analogia dell’amore della madre e del padre per i figli… ma, c’è madre e madre e c’è padre e padre!!!
Le confesso che a volte esco dalle aule sconvolta, triste e addolorata; i miei ragazzi, spesso vivono da soli l’inferno… con il sorriso sulle labbra, ma soprattutto può capitare che siano affiancati da adulti estranei per non dire conniventi e che di fatto trasmettono la mentalità mortifera del nichilismo dominante.
Nonostante tutto, nonostante questa violenza quotidiana di cui sono oggetto, i miei ragazzi, tutti, ce l’hanno ancora il desiderio di felicità, di bontà, di giustizia, di bellezza. Si guardano forsennatamente intorno per vedere se trovano qualcuno o qualcosa che possa rispondervi e cosa vedono?! C’è forse qualcuno là fuori che abbia realmente a cuore se stesso, così da poter avere a cuore anche il loro bene?… Da domani li rivedrò tutti e non vedo l’ora!
“Per sperare bisogna avere ricevuto una grande grazia” diceva il grande Péguy.
Io l’ho ricevuta. L’ho sperimentata quando sono stata guardata e accolta da Cristo, così come egli ha fatto con i pubblicani ed i peccatori e da allora sono diventata una per cui Lui ha ritenuto di dover morire. E’ per questo che tra pillola del giorno dopo, pillola abortiva, pillola anticoncezionale, aborto chirurgico, aborto terapeutico, canne, alcool, incidenti del sabato sera, vado in classe e faccio il mio mestiere. Non li giudico, ma mi stanno a cuore. Tutti. Non smetterò mai di far loro compagnia per come son capace e secondo le modalità che le circostanze mi permettono; ho intenzione di continuare a non sottrarmi alle loro mille domande, dentro e fuori la scuola, domande vere, brucianti, non quelle fatte “tanto per farsi vedere…”.
Si può vivere in modo più umano, più bello, più giusto, si può avere il “centuplo quaggiù”. Ne sono testimone. Christus vincit.
Ester Capucciati“. (Fonte: Cultura Cattolica del 01 ottobre 2009)

20.000 euro per affittare un utero in Cina

Storie di ordinaria ingiustizia bioetica: quando il figlio E’ un prodotto da ottenere ad ogni costo. Vergognoso.

Duecentomila yuan (oltre 20.000 euro) per fare da madre surrogata e affittare il proprio utero. Per quanto sia illegale,la pratica è molto diffusa in Cina e per molte donne rappresenta una vera e propria fonte di reddito. Secondo un’inchiesta condotta dal Global Times,esistono nel paese moltissime agenzie che agiscono come mediatori tra le madri in affitto e le coppie che intendono avvalersi di questo “servizio”,e che applicano dei veri e propri tariffari. Al momento della conferma dell’esistenza del battito fetale,alla madre surrogata è corrisposto il 10% della somma totale,un altro 20% è corrisposto poi ispettivamente al quinto,al settimo e all’ottavo mese di gravidanza e solo dopo la nascita viene corrisposto il restante 30%.
(leggi cos’è la maternita’ in affitto)

Nelle prime settimane di gravidanza,prima cioè che si abbia la conferma del battito,alla madre surrogata viene pagata solo una somma di 2.500 yuan (circa 250 euro) per far fronte alle spese mediche iniziali. Alla nascita del bambino infine i genitori sono assistiti nella fase di registrazione del neonato che,sottratto alla donna che lo ha materialmente messo al mondo,viene affidato alla coppia.

Il tutto naturalmente avviene in nero,visto che la riproduzione surrogata è illegale nel paese sin dal 2001,quando il Ministero della Salute emise una normativa con la quale proibì a medici,ospedali e operatori sanitari di condurre qualsiasi pratica di questi tipo. Nonostante ciò,il mercato ha continuato a crescere,grazie anche a un sempre maggiore incremento della domanda.

Secondo i dati resi noti dalla Commissione sanitaria di Shanghai,il 10% delle coppie locali ha problemi di infertilità. Le agenzie,inoltre,operano nel campo senza particolari problemi a causa di un buco normativo. “La legge –spiega il titolare di un’agenzia che lavora nel settore –definisce e punisce il comportamento di medici e ospedali,ma non cita le agenzie. Per cui delle tre parti coinvolte,i nostri clienti,gli ospedali e noi,gli unici che devono stare attenti sono gli ospedali e i medici”.

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In alcuni casi,per poter avere un bambino in via surrogata la coppia con problemi di infertilità necessita di acquistare anche degli ovuli e anche per questo c’è un mercato. Sembra siano molte le studentesse o le impiegate con stipendi bassi che per arrotondare vendono i propri ovuli per somme che vanno dai 15.000 ai 20.000 yuan (1500-2000 euro circa). Pratica anche questa condotta in maniera sotterranea,in quanto illegale.

Il costo totale per avere un figlio in questo modo si attesta intorno ai 300.000 yuan totali (circa 30.000 euro),un prezzo che è comunque considerato molto ragionevole,tanto che sono molte –a quanto riferisce l’inchiesta del Global Times –le coppie anche straniere che vengono in Cina per accedervi.

Recentemente poi sono molte le agenzie cinesi che,per evitare problemi con la legge,hanno deciso di trasferirsi in paesi come gli Stati Uniti o l’India,dove la pratica è legale. (ndr. e sarebbero paesi civili?)

Aborti selettivi a Londra

In alcune cliniche abortive del Regno Unito i medici sono disposti a chiudere un occhio di fronte alla richiesta sconcertante di alcune donne, quella di «sbarazzarsi di un figlio» semplicemente perché non è del sesso desiderato. L’aborto selettivo in base al sesso è illegale nel Regno Unito eppure, secondo un’inchiesta pubblicata ieri dal Daily Telegraph, la pratica è comune.

Usando un reporter in incognito che ha accompagnato donne incinte in nove cliniche del Regno, il quotidiano ha scoperto che in tre casi i medici si sono detti disposti a far abortire una donna «insoddisfatta del sesso del bambino» che aveva in grembo. «Queste rivelazioni sono inquietanti – ha detto ieri mattina il ministro della Sanità Andrew Lansley –. La selezione del sesso è illegale e immorale» e ha promesso che aprirà subito un’inchiesta. Ma per Anthony Ozimic della Società per la protezione del bambino non ancora nato (Spuc) «non c’è affatto da stupirsi». (leggi sulla selezione dei feti)

«L’indagine del Telegraph1 – dice ad Avvenire – conferma che l’eugenetica è una realtà nella medicina moderna britannica e che alcuni innocenti esseri umani sono considerati sconvenienti». E continua: «La selezione sessuale dei feti è l’inevitabile conseguenza di un accesso troppo facile all’aborto».

Nell’indagine, il Telegraph scrive anche che alcuni medici hanno addirittura ammesso di essere pronti a «falsificare alcuni documenti» pur di permettere alle donne di «sottoporsi all’aborto desiderato». «Meglio non fare troppe domande», scrive ancora il quotidiano riportando la telefonata di un medico che indirizzava una paziente a un collega che effettua aborti.

Le polemiche hanno innescato immediatamente le prime reazioni. Il Mall Medical di Manchester, una delle cliniche citate dal quotidiano, ha detto di «aver sospeso i contatti con un medico». Ma per la conservatrice Nadine Norris il settore ha bisogno di una regolamentazione più rigida: «Dobbiamo essere sicuri – ha dichiarato la deputata che da tempo combatte affinché alle donne venga offerta una consulenza indipendente, vale a dire non fornita solo dalle cliniche che vengono pagate per effettuare aborti – che le strutture operino nel rispetto della legge».

Ma proprio la legge è ricca di sfumature. La selezione del sesso, per esempio, è già permessa in Gran Bretagna anche se solo in condizioni molto precise come nel caso in cui ci sia il rischio di una grave malattia ereditaria. In Inghilterra, Galles e Scozia l’aborto è consentito fino alla ventiquattresima settimana di gestazione. L’aborto è consentito anche dopo le 24 settimane in rarissimi casi: uno di questi è la grave disabilità riscontrata nel feto. Inoltre, due medici devono dare l’approvazione a un aborto, ma in caso di emergenza ne basta uno.

Duro, in fine, è stato anche il commento di Gillian Lockwood, ex vicepresidente del comitato etico del Royal College of Obstetrics and Gynaecology sono «sconvolgenti». Perché «in nessuna circostanza un feto che per i genitori è del sesso “sbagliato” dovrebbe abortito».  Elisabetta Del Soldato

L’eugenetica da Auschwitz ai giorni nostri

Programmi mortali che colpiscono nascituri e neonati

La vulnerabilità della vita umana è stata rimarcata la scorsa settimana da due importanti commemorazioni. In Polonia, il 60° anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz ha riportato alla mente ancora una volta gli orrori del programma di sterminio del Regime nazista. E, negli Stati Uniti, i gruppi pro-vita hanno organizzato eventi per ricordare la decisione del 1973 della Corte Suprema che ha legalizzato l’aborto per tutti e nove i mesi di gravidanza.

“Trentadue anni dopo, il male insito nella sentenza Roe contro Wade persiste, e il sangue degli innocenti continua a macchiare la nostra Costituzione”, ha declamato il cardinale William Keeler nella sua omelia domenicale del 23 gennaio, alla Basilica del National Shrine of the Immaculate Conception di Washington. “La perdita di più di 40 milioni di bambini non nati incombe sulla nostra coscienza nazionale”. (approfondisci il tema)

La soppressione di vite innocenti continua ad un ritmo sostenuto in molte zone. La BBC ha riportato il che alcuni medici olandesi hanno ammesso di aver soppresso, dal 1997, 22 bambini (nati) malati terminali. Nessuno dei dottori è stato denunciato, nonostante l’eutanasia per i bambini sia illegale nei Paesi Bassi.

I dettagli di questi delitti sono stati riportati in uno studio pubblicato dalla Dutch Journal of Medicine, dal quale risulta anche la soppressione di bambini affetti da spina bifida. Da un sondaggio risulterebbe che ogni anno vengono soppressi dai 15 ai 20 neonati disabili, ad opera di medici olandesi, ma la maggior parte di questi casi non viene riportata all’attenzione dell’opinione pubblica, secondo la BBC.

L’uso olandese di eliminare bambini deformi è stato riportato anche da un articolo del Telegraph di Londra del 26 dicembre. Eduard Verhagen, primario di pediatria dell’Ospedale Groningen, ha preso le difese di queste azioni, sostenendo che la somministrazione di veleno ai bambini offriva loro una “opzione umana” che gli consentiva di non essere costretti a soffrire. Verhagen ha affermato che il Governo olandese stava elaborando normative che avrebbero consentito ai medici di praticare l’eutanasia sui bambini.

Ma il Vescovo cattolico di Groningen, Wim Eijk, ha riferito al quotidiano britannico che lo Stato non ha alcun diritto di autorizzare i medici a porre fine alla vita dei bambini, i quali sono incapaci di dare il loro consenso alla propria morte.

“Al fine di ridurre la sofferenza”

“Questo è un incubo darwiniano e una grave violazione delle leggi di Dio”, ha dichiarato un portavoce del Vescovo. “Significa superare i confini considerati finora invalicabili da ogni ordinamento. L’eutanasia per i bambini, in circostanze in cui non è possibile perseguire o assicurare il consenso degli interessati. È un terreno scivoloso che potrebbe portare i medici ad acquisire il diritto di imporre la vita o la morte, e potrebbe diventare un motivo per estenderlo a tutti”.
(approfondisci sul tema)

Le preoccupazioni sulle prospettive di un ulteriore allentamento delle norme sull’eutanasia sono state confermate da un servizio del British Medical Journal del 8 gennaio. Un’inchiesta triennale, commissionata dalla Royal Dutch Medical Association, ha concluso che i medici dovrebbero poter aiutare a far morire le persone che, sebbene non fisicamente malate, “soffrono nel vivere”.

La legge che regola l’eutanasia non prevede espressamente che il paziente debba avere una determinata condizione fisica o mentale, ma solo che il paziente deve star “soffrendo in modo disperato e insopportabile”, osserva l’articolo. Ma nel 2002, la Corte Suprema ha stabilito che un paziente deve avere una “condizione fisica o mentale classificabile”. La decisione era intervenuta dopo che un dottore era stato accusato di aver aiutato una paziente di 86 anni a morire, la quale non era malata, ma ossessionata dal suo declino fisico e dalla sua “disperata” esistenza.

Jos Dijkhuis, il professore di psicologia clinica che ha diretto l’inchiesta, ha affermato: “Prendiamo atto che il compito del medico è di ridurre la sofferenza. Pertanto non possiamo escludere preventivamente questi casi. Dobbiamo guardare oltre per vedere se possiamo porre un limite, e se sì, in che misura”. Tuttavia, il rapporto ammette che i dottori mancano di una sufficiente specializzazione in questo campo.

L’articolo cita Henk Jochemsen, Direttore del Lindeboom Institute for Medical Ethics, che si oppone all’eutanasia. Secondo quest’ultimo nel rapporto vi sarebbero segnali pericolosi. Jochemsen ha avvertito che secondo il rapporto, “come società dovremmo dire alle persone che hanno la sensazione di aver perso il senso della propria vita: giusto, è meglio che te ne vai”.

Ottenere il “miglior” figlio possibile

Altre recenti dichiarazioni sembrano voler tornare ad una mentalità che ricorda i programmi nazisti per il miglioramento della qualità della razza. “Se hai in programma di avere un figlio, dovresti avere il miglior figlio che puoi ottenere”, ha affermato Julian Savulescu durante un seminario dello scorso anno presso l’Università di Melbourne in Australia.

Secondo un servizio apparso il 16 novembre sul quotidiano The Age, Savulescu, professore dell’Università di Oxford, e del Murdoch Children’s Research Institute, ha invitato i genitori ad utilizzare le tecnologie genetiche per ottenere il “miglior” figlio possibile.

Savulescu ha prefigurato il giorno in cui i genitori potranno utilizzare queste tecniche persino per selezionare determinati tratti comportamentali ed altre caratteristiche. Egli ha raccomandato ai genitori di compiere le loro scelte sulla base di ciò che considerano come “la miglior opportunità per il proprio figlio”.

In Gran Bretagna, una ex presidente della Associazione per la pianificazione familiare, la baronessa Flather, ha auspicato che i poveri evitino di avere un gran numero di figli, secondo il Times del 5 dicembre. La Flather, attualmente Direttrice del Marie Stopes International, una delle più grandi cliniche abortiste britanniche, è stata immediatamente accusata di sostenere l’eugenetica.

Negli Stati Uniti, la pratica della selezione degli embrioni per l’eliminazione di quelli che presentano difetti genetici sta ottenendo sempre maggiore consenso. In un servizio del Wall Street Journal del 23 novembre, si osserva che a tale tecnica selettiva oggi si ricorre di più, perché il servizio sanitario pubblico ne copre gli alti costi. La diagnosi genetica preimpianto (DGP) può costare dai 3.000 ai 4.000 euro, oltre alla fecondazione in vitro che costa circa 6.000 euro.

Eliminare i difetti attraverso la procreazione

Circa 1.500 bambini nel mondo sono nati attraverso tecniche di DGP, secondo Yury Verlinsky, direttore del Reproductive Genetics Institute di Chicago. “La DGP sta avendo un boom”, ha aggiunto William Kearns, direttore del Shady Grove Center for Preimplantation Genetic Diagnosis di Rockville, nel Maryland.

Dall’altra parte dell’oceano, in Scozia, le coppie potranno presto ricorrere alle tecniche di DGP, attraverso il Servizio sanitario nazionale, secondo quando riferito dal quotidiano Scotland on Sunday lo scorso 19 dicembre. Dalle diagnosi preimpianto effettuate, sin dall’introduzione di questa tecnica, da medici della Glasgow Royal Infirmary sono nati cinque bambini, e l’ospedale ha chiesto il finanziamento pubblico per poter applicare questa tecnica ad un numero maggiore di coppie.

Questa richiesta è stata fortemente criticata da Ian Murray, direttore della Society for the Protection of the Unborn Child in Scozia. “Ci opponiamo fortemente a questa tecnica per ragioni di principio e riteniamo assai deplorevole che la Glasgow Royal Infirmary stia richiedendo finanziamenti”, ha dichiarato. “Non ha alcun valore terapeutico ed è assimilabile all’eugenetica. Non reca alcun beneficio alle persone disabili: semplicemente le uccide”.

“Sessanta anni fa condannavamo i dottori nazisti per l’eugenetica”, ha ricordato Murray. “E la diagnosi genetica preimpianto non è nulla di diverso.”

In un editoriale del quotidiano Scotsman del 27 dicembre, Dec Katie Grant ha sottolineato che la DGP non riguarda la cura di malattie: “La malattia viene cancellata, non attraverso la riparazione di un gene fasullo, ma attraverso la creazione di più embrioni, che vengono poi selezionati al fine di eliminare quelli difettosi e impiantare quelli sani”.

“L’idea di eliminare i difetti attraverso la procreazione è eugenetica pura e semplice”, ha scritto Grant, “e noi procuriamo a noi stessi e alla società un grave disservizio ricorrendo ad eufemismi per nascondere il nostro imbarazzo di fronte alle connotazioni negative che caratterizzano l’eugenetica sin dai tempi di Hitler”.

Usare l’ingegno umano per aiutare le persone a vivere meglio è un obiettivo lodevole, ha commentato. Ma “è giusto che gli esseri umani agiscano da creatori e poi da esecutori?”, si è chiesta. Per quanto sbagliata questa tecnica possa essere, si sta diffondendo ad un ritmo notevole.

da ZENIT

Contro il commercio di feti: Essere uomini significa proteggere i bambini

1361998204963362992Prosegue oltreoceano il dibattito sulla scandalo della Planned Parenthood sul commercio illegale, svelato da un’inchiesta, di parti di feti abortiti. Sul tema è intervenuto mons. Charles Chaput, arcivescovo di Philadelphia, in un editoriale pubblicato sul sito Catholic Philly, organo di stampa ufficiale della Chiesa locale.

“L’uccisione deliberata di un vita innocente – scrive mons. Chaput – è un atto particolarmente malvagio”, che non può essere giustificato in alcun modo. Il presule ha ricordato la Lettera pastorale scritta dai vescovi degli Stati Uniti nel 1998 e intitolata “Vivere il Vangelo della Vita“. Nel testo si sottolineava che “non tutelare o difendere la vita nella sue fasi più vulnerabili rende sospetto ogni appello alla giustizia in altri settori, riguardanti i più poveri ed i più emarginati” dalla società. “Ogni attacco diretto alla vita umana innocente, come l’aborto e l’eutanasia – si legge ancora nella Lettera pastorale – rappresenta una violazione diretta ed immediata del più fondamentale dei diritti umani, il diritto alla vita”.

Il traffico di tessuti fetali ordito dalla Planned Parenthod è, secondo mons. Chaput, “nient’altro che ripugnante” e “orribile e barbarico”. Di qui il suo appello ai cristiani a “non risparmiarsi nel dovere di promuovere la giustizia e la carità nel Paese”. L’arcivescovo di Philadelphia cita infine Ruben Navarette, storico attivista pro-aborto ma sposato con una donna pro-life, il quale ha scritto: “Si tratta di bambini che vengono uccisi. Milioni di bambini. E bisogna proteggerli. Questo è quello che fa un uomo: protegge i bambini, i suoi e quelli degli altri. Questo significa essere un uomo”.
www.zenit.org