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Nessuno dovra’ morire come lei

Intervista al fratello di Terri Schiavo: «Quanti frutti nati dall’uccisione di mia sorella»

Bobby Schindler a tempi.it: «Sono andato avanti solo grazie alla fede in Gesù. Faccio tutto quello che posso per salvare altre vite che si trovano in pericolo, come mia sorella. Non voglio che nessuno più debba morire come è morta lei»

«Sono cattolico, ed è solo grazie alla fede in Gesù che sono riuscito ad  andare avanti». Racconta così a tempi.it Bobby Schindler (nella foto), il  fratello di Terri Schiavo, la donna che negli Stati Uniti è  stata fatta morire di fame e di sete il 31 maggio del 2005 su ordine di un  giudice nonostante il parere contrario della famiglia. Sempre nel 2005 Schindler  ha fondato il “Network Terri Schiavo per la vita e la speranza”, «per far sì che  quello che è successo a mia sorella non avvenga mai più».

Signor Schindler, ora sta aiutando la famiglia di Gary Harvey, ci spiega meglio il suo caso? Il  suo caso è simile a quello di mia sorella. Nel 2006 è caduto dalle scale e ha  riportato gravi danni al cervello. Gary ora ha bisogno di essere accudito, viene  nutrito e idratato in modo artificiale ma per il resto non è né in coma né in  stato vegetativo. I suoi tutori legali, la Contea di Chemung, hanno cercato di  farlo morire negandogli alimentazione e idratazione. Per questo stiamo aiutando  la signora Harvey nella sua battaglia legale, per togliere la tutela del marito  alla Contea e affidarla a me, con l’aiuto del network. Entro la fine di gennaio  dovrebbe arrivare la sentenza della Corte suprema dello Stato di New York e  siamo fiduciosi di ottenere quanto richiesto.

Perché cercate di togliere alla Contea la tutelalegale? Non solo hanno cercato di uccidere Gary, ma si  rifiutano di fargli intraprendere un percorso di riabilitazione che potrebbe  migliorare le sue condizioni di vita. Non so quanto potrebbe migliorare, è  difficile dirlo, ma sarebbe utile. Le persone come Gary, inoltre, hanno bisogno  di essere difese perché nella nostra società è molto facile che le leggi non  garantiscano le cure di base alle persone che soffrono di gravi danni al  cervello. Questo succede perché il valore della vita è sempre meno importante  per noi.

Perché ha fondato il ”Network Terri Schiavo per la vita e  la speranza”? Io, come anche la mia famiglia,  vorrei che nessuno venisse ucciso come mia sorella. Queste cose non devono più  succedere: lei non era malata, non era in coma, non era in stato vegetativo e  l’hanno fatta morire di sete dopo 13 giorni di agonia.

Quello di Terri Schiavo è stato uno dei primi casi in cui per una  presunta “compassione” si è arrivati a uccidere una persona. Ma non è  stato l’unico. Purtroppo negli Stati Uniti, a  seconda dei diversi Stati, l’idratazione e l’alimentazione artificiali sono  considerati un intervento medico straordinario o un trattamento di base. Il  problema però è che la società non riesce più a guardare in faccia la sofferenza  e si parla di omicidio come di un atto compassionevole. Ma lasciare morire una  persona di fame e di sete non ha niente di compassionevole. La sofferenza fa  parte delle nostre vite e noi dovremmo imparare ad affrontarla.

A sette anni dall’uccisione di sua sorella, come vive quello che le  è accaduto? È difficile: si va avanti giorno dopo  giorno, vado al lavoro ogni mattina e faccio tutto quello che posso per salvare  altre vite che si trovano in pericolo, come mia sorella. Non voglio che nessuno  più debba morire come è morta lei. Però, grazie alla morte di Terri, noi siamo  riusciti ad aiutare un migliaio di persone , tantissime famiglie: questo è uno  dei molti frutti positivi della morte di mia sorella.

State pensando a qualche progetto in particolare con il vostro  network? Sì, stiamo lavorando a un centro di riabilitazione per  persone che hanno subito gravi danni cerebrali. Speriamo in un paio d’anni di  aprirlo. Vogliamo permettergli di migliorare la loro condizione. Questo è il  modo giusto di affrontare la sofferenza e non eliminare la persona con la sua  sofferenza, una cosa che non ha niente a che vedere con la compassione. Nessuno  può avere il diritto di uccidere un’altra persona.

Come ha fatto ad andare avanti in questi sette anni dopo che sua  sorella, contro la propria volontà e contro quella dei suoi familiari, è stata  lasciata morire? Grazie alla mia fede in Gesù e alla mia famiglia.  Io sono cattolico, ho pregato molto, vado a Messa tutti i giorni. Dio mi ha  fatto vedere i segni del suo amore ogni giorno, attraverso le persone che ho  incontrato e che siamo riusciti ad aiutare.
Leone Grotti (Tempi)

Vocabolario bioetico: le parole base per non farci fregare

Alle parole occorre dare il loro significato, senza lasciare che gli slogan e le opinioni per sentito dire abbiamo il sopravvento sui ragionamenti basati su dati di fatto e definizioni adeguate. È il motivo di questa pagina dove vengono puntualizzati alcuni dei termini delle questioni dibattute in questi giorni in tema di eutanasia, testamento biologico, accanimento terapeutico e libertà di essere o meno curati secondo la propria volontà.

Ci guida Michele Aramini, autore di alcuni volumi di bioetica (nel 2006 un «Manuale di bioetica per tutti») e docente di Introduzione alla teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Si sentono spesso discorsi che puntano sull’emotività dei casi limite, cioè di quei malati in condizioni talmente dolorose e senza speranza di recupero, da suscitare profonda compassione in chiunque. Ma che qualcuno traduce nella possibilità, per far cessare le sofferenze, di «uccidere per amore», una contraddizione in termini. Dimenticando che le moderne terapie sono in grado, quando non è più possibile curare una malattia irreversibile, almeno controllarne l’aspetto più angosciante: il dolore.

Viene spesso sottolineato anche il tema della libertà e dell’autodeterminazione dell’individuo, volutamente ignorando – come la saggezza popolare riconosce da tempo – che nessun uomo è un isola, che le nostre esistenze sono inevitabilmente intrecciate a quelle dei nostri simili nelle comunità in cui viviamo. E che in nessun modo un medico – che ha giurato sul testo di Ippocrate «di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente» – potrebbe essere obbligato a compiere atti eutanasici, pena l’abdicare totalmente alla propria missione. Perché continuiamo a ritenere che chi si dedica all’arte medica non abbracci solo una professione, spesso remunerativa, ma abbia in animo anche di dedicarsi – operando in scienza e coscienza – al bene dei suoi simili.

Eutanasia

Il Comitato nazionale per la Bioetica (Cnb) ha definito l’eutanasia come l’uccisione «diretta e volontaria di un paziente terminale in condizioni di grave sofferenza e su sua richiesta» (documento del 14 luglio 1995). In altri termini essa consiste nel mettere in atto, intenzionalmente e volontariamente, azioni o omissioni che causano direttamente la morte di un paziente che si trovi nello stadio terminale della malattia di cui è affetto e che abbia chiesto o chieda di morire. Nella stessa linea si pone l’enciclica «Evangelium vitae» (n. 65): «Per eutanasia in senso vero e proprio – vi si legge – si deve intendere un’azione o un’omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore». I significati della parola eutanasia sono mutati nel corso del tempo. Nella cultura romana aveva principalmente il significato di «morte bella», nel senso anche di eroica. Oggi si intende invece l’«uccisione intenzionale attuata con metodi indolori per pietà». Non si può parlare di eutanasia nel caso di una persona che non sia morente oppure sia affetta da una malattia che, per quanto dolorosa, non la conduca necessariamente e rapidamente alla morte. Si può parlare della distinzione tra eutanasia diretta e indiretta. La prima è quella che abbiamo definito, la seconda è quella che si produce come effetto secondario di un trattamento medico, quale la terapia antidolorifica.

Cure palliative

Il punto qualificante delle cure palliative è quello di essere cure attive e globali, effettuate sulle persone affette da un male inguaribile, in cui le cure specifiche per la malattia non hanno alcuna risposta. Il loro obiettivo è quello di non prolungare la vita, ma di migliorarne la qualità alleviando le sofferenze. Per definizione le cure palliative sono multidisciplinari. Infatti del malato non si prende cura solo il medico, ma anche l’infermiere, lo psicologo, il ministro di culto, la famiglia e anche i volontari adeguatamente preparati. Uno degli elementi centrali delle cure palliative è la somministrazione di farmaci antidolorifici di varie famiglie (oppioidi e non oppioidi). Il solo uso dei farmaci antidolorifici semplici ha permesso di alleviare l’80% delle situazioni di dolore. Nonostante la semplicità d’uso di questi farmaci, in alcuni casi essi non vengono ancora adoperati, o per resistenze culturali o per mancanza di disponibilità dei farmaci, quali la morfina. È urgente che le associazioni professionali dei medici (anche dei Paesi occidentali) si aggiornino nel campo delle cure palliative, secondo gli orientamenti formulati dal Comitato etico dell’Associazione europea di Cure palliative. Dati recentemente forniti da un rapporto su alcuni Centri ospedalieri americani evidenziano che il dolore è controllato adeguatamente solo nel 45% dei casi. Da qui la necessità di diffondere un’educazione che coinvolga le università, le specialità mediche, le scuole infermieristiche e l’opinione pubblica.

Accanimento terapeutico

Si tratta di «un trattamento di documentata inefficacia in relazione all’obiettivo, a cui si aggiunga la presenza di un rischio elevato o una particolare gravosità per il paziente, con un’ulteriore sofferenza in cui l’eccezionalità dei mezzi adoperati risulta chiaramente sproporzionata agli obiettivi» (Corrado Manni, 1995). Esiste un’esigenza di proporzione fra mezzi terapeutici e condizioni del paziente. In casi obiettivamente disperati non ha senso alcuno effettuare un intervento chirurgico, o somministrare un farmaco, o iniziare tentativi di riabilitazione. L’accanimento terapeutico, infatti, non è l’atteggiamento del medico che «fa di tutto» per strappare alla morte un paziente, o per prolungare, seppure di poco, la sua vita. Risponde piuttosto all’atteggiamento del medico che, pur sapendo di avere fatto ormai tutto il possibile, continua ostinatamente a sottoporre il malato a trattamenti inutili e gravosi, che non possono avere altro effetto se non quello di prolungare l’agonia. In modo errato, alcuni ritengono che accanimento terapeutico significhi semplicemente «essere tenuti in vita in condizioni precarie», quando ci si trova sopraffatti dal dolore e quando «il desiderio di vivere si è spento». In questo senso, il concetto si identificherebbe con la volontà – di medici insensibili – di conservare ostinatamente la vita del paziente anche se questi non sa più che farsene. In altre parole, se con il rifiuto dell’accanimento terapeutico si intende la negazione di tutte quelle misure artificiali che tengono in vita in fase critica o terminale precisamente perché il paziente chiede di morire (oppure il medico vuole farlo morire), allora si rientra pienamente nella situazione dell’eutanasia, cioè nella volontà di porre fine, con azioni od omissioni alla vita di un malato per eliminare ogni dolore. Secondo tale concezione, non sarebbero eventuali trattamenti gravosi e inutili a costituire una forma di accanimento, ma sarebbe un accanimento il fatto stesso di mantenere in vita un morente o un malato grave. In questa linea si dovrebbero togliere la gran parte dei mezzi di sostegno vitale in fase terminale o nelle malattie croniche e invalidanti, con il risultato di far morire i pazienti.

Testamento biologico

Il 18 dicembre 2003 il Comitato nazionale per la Bioetica ha emanato un documento sulle dichiarazioni anticipate di trattamento. Secondo tale documento il testamento biologico è una indicazione sottoscritta dal paziente con la quale egli manifesta alcune semplici indicazioni sulle forme di assistenza che desidera ricevere o non ricevere in condizioni di incapacità, senza porre comunque un totale vincolo sul medico ed escludendo alcune richieste: ad esempio la sospensione di idratazione e alimentazione artificiale, e in generale le richieste eutanasiche, che caricherebbero il personale sanitario di una intollerabile responsabilità sulla morte dei pazienti. Per la verità il valore consultivo sulle preferenze di trattamento dei pazienti (per evitare forme di accanimento terapeutico), anche redatte in anticipo o comunicate a terzi, esiste già, così come il divieto di praticare l’eutanasia, già sancito dalla legge con il generale divieto di uccisione di consenzienti. Il tema è stato però ripreso dai sostenitori dell’eutanasia, che desiderano usare il testamento biologico come espressione della più completa possibilità di «autodeterminazione» del paziente rispetto alla propria morte in caso di incoscienza o di incapacità decisionale. L’intenzione è esplicitamente pro-eutanasia. Infatti nei moduli predisposti dal comitato promosso dall’oncologo Umberto Veronesi si ritrova la possibilità per il paziente di decidere autonomamente i tempi e i modi della propria morte, avvalendosi di un presunto diritto di morire, che sarebbe addirittura speculare al diritto di vivere. Con il testamento biologico così inteso si vuole consentire l’esercizio di questo inesistente diritto.

Suicidio assistito

Questo tipo di suicidio consiste nella richiesta che una persona gravemente malata (ma non in stato di malattia terminale e quindi non prossima alla morte) fa in piena coscienza e in stato di lucidità mentale al medico o a un parente o a un amico di procurarle un farmaco che, una volta assunto, le dia la morte. La differenza rispetto all’eutanasia sta nel fatto che è la persona stessa che si procura la morte ingerendo un farmaco mortale che un’altra persona le ha procurato: si tratta cioè di un suicidio, sia pure «assistito», a cui ha contribuito un’altra persona, non di un omicidio, come l’atto eutanasico positivo od omissivo compiuto da un’altra persona, sia pure su richiesta della persona malata.

di Michele Aramini

No all’eutanasia e alla cultura della morte. Sì all’aiuto a chi soffre

Il Parlamento sta per votare la proposta di legge Disposizioni anticipate di trattamento, pressata da una campagna mediatica di suggestione e disinformazione, alimentata da “casi” drammatici ma strumentalizzati. Quello che segue è un sintetico confronto fra i luoghi comuni e la realtà dei fatti.

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Nutrizione e idratazione

Slogan – Chi si alimenta artificialmente vive in una sofferenza così intollerabile da giustificare che a essa si ponga termine.
Realtà – Nutrizione e idratazione non possono qualificarsi trattamenti sanitari, anche se avvengono in modo artificiale. Se approvata, la nuova legge trasformerà quella che è un’alimentazione per altra via in un’arma letale: la sua interruzione provocherà la morte per fame e per sete. Quale umanità c’è in questo? Senza considerare i non pochi che si sono ripresi da tale condizione.

Dat = eutanasia

Slogan – La nuova legge attuerà in Italia le convenzioni internazionali sulla dignità del morire 
Realtà – Rispetto ad analogo testo approvato alla Camera nella passata Legislatura, nella proposta oggi in discussione sono scomparsi il riconoscimento del diritto inviolabile alla vita e i divieti di eutanasia, sia attiva che passiva, di omicidio del consenziente e di aiuto al suicidio. Essa parla di disposizioni e non di dichiarazioni anticipate di trattamento: la disposizione è un ordine, che orienta alla vincolatività, in spregio alla Convenzione di Oviedo del 1997, per la quale «i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione”. “Tenere in considerazione” è qualcosa di diverso dall’obbligo di “rispettare la volontà espressa dal paziente” sull’interruzione del trattamento sanitario, previsto dalle nuove norme.

Libertà di rifiutare le cure

Slogan – Devono cessare le costrizioni a trattamenti sanitari per i quali non si è dato il consenso. Non può accadere, come è stato per il dj Fabo, che per rifiutare la cura si debba andare all’estero.
Realtà – L’ordinamento permette già a chiunque di rifiutare trattamenti sanitari di qualsiasi tipo e disciplina in modo chiaro il consenso a qualsiasi terapia: nulla impediva in origine al dj di manifestare questo rifiuto. Se approvata, la nuova legge – come ha detto la relatrice on. Lenzi (intervista a “la Repubblica” del 28 febbraio) – potrebbe non risolvere casi come quello del dj – un vero e proprio aiuto al suicidio –, con un trattamento che ha provocato in via diretta la morte. Se si intende approvarla per giungere a questo, è onesto usare la parola adatta: eutanasia. La “cultura della morte” promossa da questa proposta farà sentire l’ammalato sempre più fonte di fastidio per gli altri, invece che persona bisognosa di aiuto.

Accanimento terapeutico

Slogan – La proposta di legge pone fine alle cure sproporzionate, che torturano il paziente. 
Realtà – Oggi negli ospedali, anche a causa dei tagli nel bilancio della Salute, vi è il rischio non già di cure inutili, bensì dell’abbandono del paziente, soprattutto quando è avanti negli anni o è colpito da gravi patologie, anche mentali. Se  approvata, la nuova legge si applicherà a persone incapaci di esprimersi e di fare scelte consapevoli in momenti della vita e in contesti diversi, e il medico diventerà un esecutore di morte.

Incapaci e minori

Slogan – La proposta di legge evita le sofferenze inutili soprattutto a chi non è in grado di determinarsi. 
Realtà – Se approvata, minori e incapaci saranno le prime vittime sicure della nuova legge. Rispetto a una d.a.t. resa in precedenza, l’eventuale revoca può essere fatta da una persona capace, ma non da un incapace. Verso i minori, talora perfino neonati, si realizzerà una eutanasia di non consenziente: in questi casi colui che decide non è il paziente, e questo dilata gli arbitrii e le interpretazioni errate di una volontà comunque non matura. In Belgio e in Olanda norme simili hanno moltiplicato le soppressioni di bambini, arrivando a presumere un disagio psichico, con “comitati etici” chiamati a stabilire il livello di qualità della vita degna di essere vissuta, e quindi a essere padroni della vita e della morte.

Alternative alla morte

Slogan – Chi è un malato inguaribile non ha alternative se non la garanzia di un fine vita “dignitoso” col ricorso all’eutanasia.
Realtà – È possibile controllare sia il dolore sia gli altri sintomi legati alla malattia di base con il ricorso alle cure palliative. Il vero problema è che oggi in Italia i malati inguaribili che riescono a godere delle cure palliative sono ancora troppo pochi. Neanche il 30% di chi è affetto da patologie tumorali riesce ad avere accesso alle cure palliative, mentre sono molti di meno coloro che soffrono per altre malattie. L’obiettivo di una legge e di un’azione di governo deve essere la presa in carico, non l’abbandono, del malato, e la sua partecipazione alla pianificazione delle cure.

La professione del medico

Slogan – La proposta di legge fa uscire il medico dall’incertezza e dal disagio.
Realtà – Se approvata, la nuova legge stravolgerà la professione del medico, per il quale ammette espressamente di imporre condotte illecite: altrimenti non avrebbe bisogno di precisare che  il medico che esegue una d.a.t. è esente da responsabilità penale e civile. Che cosa accade se il medico ritiene in coscienza che il paziente che ha firmato una d.a.t. sia curabile con successo? Non è permessa l’obiezione di coscienza, a differenza di quanto accade per l’aborto. Il medico viene caricato di decisioni comunque a rischio di denuncia, compromettendo il suo rapporto col paziente. La preoccupazione del medico, pure in fase di emergenza, sarà non più di curare al meglio, bensì di cercare a propria tutela eventuali d.a.t., la cui violazione potrebbe costargli cara.


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Nelle pagine precedenti abbiamo esposto le principali riserve a una legge inemendabile. Essa rende disponibile il diritto alla vita, orienta la medicina non al bene del paziente, mortifica e deprime in modo grave la professionalità, la competenza e l’etica del medico.
Quel che è più grave: se approvata, questa legge aumenterà la lontananza e il distacco verso persone affette da gravi disabilità, che vogliono affrontare la sfida della vita, ma hanno bisogno di vicinanza e di sostegno, insieme con le loro famiglie, e non di sentirsi un peso. “Staccare la spina” è comodo e finanziariamente conveniente: ma è una “soluzione” disumana, che uccide la speranza, insieme con la vita di esseri umani, il cui diritto non si affievolisce a causa della malattia. L’obiettivo da porsi è eliminare la sofferenza del paziente, non eliminare il paziente. L’esperienza di altre Nazioni dimostra che la moltiplicazione dell’accesso alle cure palliative fa diminuire la richiesta di eutanasia.

Se desideri approfondire il tema ti invitiamo a visitare il sito www.centrostudilivatino.it.
Troverai anche l’appello dei giuristi contro la proposta di legge che, se giurista, ti chiediamo di sottoscrivere.

Il Centro studi Livatino, presieduto dal prof. Mauro Ronco, è composto da magistrati, avvocati e docenti di materie giuridiche. Svolge un lavoro di studio e di approfondimento sui profili giuridici collegati ai temi della vita, della famiglia e della libertà religiosa. Oltre che nella cura del sito, è impegnato in workshop periodici e convegni pubblici. Attraverso i propri iscritti, partecipa a conferenze e seminari e collabora a varie testate giornalistiche sugli argomenti prima ricordati.
Per informazioni e corrispondenza: info@centrostudilivatino.it


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Equivoci a proposito di duplice effetto e accanimento terapeutico

accanimentoDottoressa Navarini, gradirei molto un suo autorevole parere sul Singer, in generale ed, in particolare, su due tesi che quest’ autore sostiene, in buona compagnia con alcuni campioni nostrani del “pensiero laico” come Uberto Scarpelli, Eugenio Lecaldano e Maurizio Mori. La prima: gli stessi difensori del paradigma della sacralità-indisponibilità di ogni vita umana, di fronte a situazioni particolarmente difficili, introducono surrettiziamente definizioni e distinzioni tali che li portano a contraddirsi e, agendo in modo incoerente con la loro convinzione dichiarata, optano, effettivamente, per l’ alternativa radicale sostenuta da Singer e soci, ovvero quella della preminenza della qualità-disponibilità della vita. Usando le stesse parole di Singer: “Hanno ridefinito la morte, in modo da giustificare la rimozione di cuori ancora pulsanti da corpi caldi e respiranti, e il loro trapianto in individui con prospettive migliori, dicendo a se stessi di non fare altro che prelevare organi da un cadavere. Hanno introdotto la distinzione tra mezzi terapeutici ordinari e straordinari, e questo ha consentito loro di persuadersi che la loro decisione di togliere il respiratore a una paziente in stato di coma irreversibile non ha nulla a che fare con la bassa qualità della sua vita. Somministrano ai malati terminali dosi massicce di morfina che sanno avere l’ effetto di accelerare la morte, ma dicono che questa prassi non può definirsi una forma di eutanasia, in quanto la loro intenzione dichiarata è solo quella di alleviare il dolore. Destinano al non trattamento i neonati affetti da menomazioni gravi e fanno sì che muoiano, senza per questo considerarsi responsabili della loro morte….Prendere sul serio l’ idea che la vita umana è ugualmente degna di cura e sostegno indipendentemente dalla sua capacità di coscienza vorrebbe dire escludere dalla medicina non solo i giudizi espliciti sulla qualità della vita, ma anche quelli impliciti e mascherati. E allora ci toccherebbe fare sempre del nostro meglio per prolungare indefinitamente la vita di bambini anencefalici o affetti da morte corticale e quella di pazienti in stato vegetativo persistente”.

La seconda, esplicitata da Lecaldano, afferma non solo la contraddittorietà teorica, ma anche l’ inefficienza e la sterilità operativa della difesa ad oltranza della sacralità della vita. Questo significherebbe che solo tenendo fermo il concetto di qualità della vita si potrebbero: 1 – ricavare gradazioni e giudizi comparativi, (certe vite risulterebbero meriterebbero di essere vissute, altre meno…);
2 – affrontare le questioni onerose e difficili sollevate dalla pratica clinica e dalla giustizia sanitaria (ad esempio come distribuire la spesa medica o quali individui privilegiare, nei casi di interventi ugualmente necessari ed urgenti). La ringrazio molto per l’ attenzione che potrà dedicarmi, mi congratulo e le formulo i migliori auguri per la sua preziosissima attività.
Stefano P., Rovigo

Caro Stefano, i suoi quesiti toccano un punto fondamentale della riflessione bioetica, ovvero la distinzione tra sacralità e qualità della vita umana. Come lei correttamente nota, una delle accuse più frequentemente mosse dai sostenitori della seconda è quella dell’ipocrisia, che lei illustra con le parole di Singer nella prima tesi.

E su questa vorrei soffermarmi, rinviando – per un giudizio più generale sul pensiero di Singer – ad un mio articolo apparso in questa stessa rubrica alcuni mesi fa (C. Navarini, Profezie rivelatrici della cultura di morte, ZENIT, 4 dicembre 2005). L’obiezione di Lecaldano, in quanto direttamente conseguente dai presupposti della prima tesi, risulterà poi facilmente confutabile.

Autori come Peter Singer (ma potrei indicare molti altri, fra cui gli autori da lei richiamati) si attardano lungamente nel tentativo di mostrare che anche la Chiesa avrebbe mutato il suo pensiero e la sua valutazione etica riguardo molte questioni bioetiche, soprattutto attraverso un uso “opportuno o opportunista” del principio etico del “duplice effetto” (cfr. ad es. D. Neri, Eutanasia. Valori, scelte morali, dignità delle persone, Laterza, Roma-Bari 1995, pp. 69-87).

Tale principio, invero utilizzato in teologia e in filosofia morale da molto tempo, si enuncia sostanzialmente così: “è lecito compiere un’azione (o ometterla deliberatamente) anche quando questa scelta comporta (…) un effetto cattivo, alle seguenti condizioni: – che l’intenzione dell’agente sia informata dalla finalità positiva – che l’effetto diretto dell’intervento sia quello positivo – che l’effetto positivo sia proporzionalmente superiore o almeno equivalente all’effetto negativo – che l’intervento (…) non abbia altri rimedi esenti da effetti negativi” (E. Sgreccia, Manuale di bioetica. I Fondamenti ed etica medica, Vita e Pensiero, Milano 1999III, p. 177).

In altre parole, è lecito tollerare un effetto negativo – la cui ricerca è moralmente condannabile – come conseguenza inevitabile, prevista ma non voluta, di un atto buono che produce, direttamente e in prima istanza, un effetto positivo. In virtù di tale principio, viene riconosciuta l’assenza di responsabilità etica, ad esempio, nell’aborto involontario indiretto, cioè nel caso di un aborto che seguisse al tentativo di salvare la vita della madre. Potrà essere un trattamento farmacologico (ad esempio una chemioterapia), o un intervento alle vie genitali femminili eseguito non già per eliminare il feto, ma per asportare un tumore uterino (cfr. J. de Finance, Etica generale, Tipografica Meridionale Cassano Murge [Bari] 1994, p. 337).

Allo stesso modo, laddove un morente sia stremato da dolori intollerabili, è lecito somministrargli analgesici in dosi efficaci a lenire il dolore, anche se ciò comportasse una lieve anticipazione della morte. Lo diceva già papa Pio XII nel 1957, invocando appunto il principio del duplice effetto; il passaggio è riportato testualmente nella Dichiarazione sull’eutanasia “Iura et bona” della Congregazione per la Dottrina della Fede (1980, parte III): “Ad un gruppo di medici che gli avevano posto la seguente domanda: La soppressione del dolore e della coscienza per mezzo dei narcotici… è permessa dalla religione e dalla morale al medico e al paziente (anche all’avvicinarsi della morte e se si prevede che l’uso dei narcotici abbrevierà la vita)? , il Papa rispose: Se non esistono altri mezzi e se, nelle date circostanze, ciò non impedisce l’adempimento di altri doveri religiosi e morali: Sì (Pio XII, Allocutio, die 24 febr. 1957: AAS 49 [1957] 147). In questo caso, infatti, è chiaro che la morte non è voluta o ricercata in alcun modo, benché se ne corra il rischio per una ragionevole causa: si intende semplicemente lenire il dolore in maniera efficace, usando allo scopo quegli analgesici di cui la medicina dispone”.

A dire il vero le attuali possibilità farmacologiche rendono l’evento dell’anticipazione della morte per l’uso di analgesici oppiacei sempre più improbabile e controllabile, ma – al di là dei casi specifici – resta il principio etico di fondo, che ricorre più spesso di quanto si creda anche nelle scelte quotidiane. Sgreccia lo applica alla farmacologia in genere: “come la terapia farmacologica porta con sé spesso effetti secondari collegati all’effetto terapeutico principale direttamente inteso, così capita spesso nell’esperienza morale che ad un’azione buona e, talora, anche necessaria, siano collegate prevedibili conseguenze negative” (cfr. E. Sgreccia, Manuale…cit., p. 177).

E continua: “lo stesso lavoro quotidiano di ognuno di noi, fatto con fedeltà e assiduità (…), può comportare effetti negativi alla salute (…). Bisognerebbe uscire dal mondo o condannarsi all’inerzia per evitare ogni possibile risvolto negativo” (ibidem). Gli esempi potrebbero moltiplicarsi all’infinito. Perché il ricorso al principio del duplice effetto non sia appunto una forma mascherata di utilitarismo è essenziale che realmente l’effetto negativo non sia voluto né ricercato in alcun modo – nemmeno come mezzo per ottenere un fine buono – , ma sia unicamente subito come inevitabile.

Totalmente diverso è, invece, scegliere positivamente un male, anche se come mezzo per ottenere un bene o per evitare mali maggiori. Un male non può mai essere oggetto di scelta, senza connotare in modo eticamente negativo l’intero atto umano. La responsabilità morale di ciascuno, infatti, riguarda gli atti compiuti – quanto all’oggetto, ai fini, ai mezzi e alle circostanze dell’atto – e non tutte le conseguenze che da tale atto possono scaturire, soprattutto quando esse coinvolgono la libertà altrui. Sarà tuttavia doveroso fare il possibile per evitare o ridurre gli effetti negativi.

Per quanto concerne la rinuncia all’accanimento terapeutico, l’ambiguità su questo concetto è funzionale alle peggiori manipolazioni, ed è prevedibile che ciò divenga sempre più evidente nel prossimo futuro. Una delle modalità privilegiate per guadagnare il consenso dell’opinione pubblica all’eutanasia è proprio quella di incitare i cittadini a battersi contro l’accanimento terapeutico dei medici, dove però per “accanimento terapeutico” si intende la somministrazione di cure dovute a ciascuno in ogni condizione – cure assolutamente necessarie per mantenere in vita una persona – come l’alimentazione e l’idratazione artificiali, la respirazione assistita, la dialisi, le emotrasfusioni. La stessa rianimazione cardiopolmonare può essere considerata una forma di accanimento soltanto in particolari circostanze.

Ciò che qualifica un trattamento come “eccessivo” è l’intenzione di prolungare l’agonia, gravando inutilmente il malato con terapie sproporzionate rispetto alla sua situazione, che è di imminenza della morte, e non la considerazione che la vita – a certe condizioni – non sia più “degna di essere vissuta”, e che sia preferibile la morte. In questo caso, infatti, l’oggetto dell’atto non sarebbe effettivamente la rinuncia ai trattamenti gravosi, ma la scelta della morte, propria o di un paziente in fase terminale (cfr. C. Navarini, Accanimento terapeutico e amore per la vita, ZENIT, 19 marzo 2006).

Un capitolo a parte andrebbe aperto per la questione della morte cerebrale totale, che Singer definisce un modo ipocrita di eliminare i soggetti con “qualità di vita molto bassa”. Il criterio cerebrale per la diagnosi di morte vede, accanto a molti sostenitori, alcuni oppositori, che si interrogano sul valore della “compromissione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo”, come previsto anche dalla legge italiana per l’accertamento della morte avvenuta (cfr. L. 578/1993). È certamente importante che la riflessione e le ricerche sul tema continuino, al fine di verificare sempre meglio l’attendibilità di tale criterio. Tuttavia, il criterio cerebrale è, allo stato attuale, ritenuto scientificamente affidabile, pertanto è sostenuto anche filosoficamente in modo del tutto onesto.

Proprio per questa ragione si pone particolare attenzione nel distinguere la morte di tutto l’encefalo come morte della persona, di contro alla sola morte della corteccia cerebrale che compromette le funzioni superiori ma non indica la morte umana. Questa differenza, per Singer, non ha alcun valore, dal momento che il suo intento – come quello in genere degli utilitaristi – è quello di usare qualunque mezzo per rigettare la millenaria visione sacrale della vita umana, una visione che ha le sue radici nella legge morale naturale accessibile a tutti gli uomini attraverso l’uso della retta ragione.

L’intento volutamente manipolatorio è esplicitato dalle parole da lei citate: “allora ci toccherebbe fare sempre del nostro meglio per prolungare indefinitamente la vita di bambini anencefalici o affetti da morte corticale e quella di pazienti in stato vegetativo persistente”. Dopo avere accusato di ipocrisia la valutazione di vari casi-limite, si cerca di far rientrare nelle stesse categorie casi completamente diversi (come l’anencefalia, la morte corticale, lo stato vegetativo) che non rientrano di per sé né nelle situazioni di accanimento terapeutico, né di morte cerebrale totale, né di ricorso al duplice effetto.

È evidentemente necessario fare di tutto per prolungare la vita dei bambini anencefalici, dei soggetti in morte corticale o in stato vegetativo persistente. Indefinitamente, se possibile. È noto che tali condizioni critiche evolvono spontaneamente verso la morte (sebbene nello stato vegetativo ciò possa avvenire dopo molti anni), configurando eventualmente situazioni di accanimento terapeutico che è bene evitare. E tuttavia il personale sanitario è tenuto a circondare queste fragili vite di tutta la cura dovuta a esseri umani bisognosi, nella consapevolezza che i limiti intrinseci della medicina e la finitezza della natura umana non possono tramutarsi in pretesti per lasciar morire o sopprimere i più deboli.

Io, medico, che cura, accompagna e non vuole né vorrà uccidere

In merito alla discussione della legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento, le Dat, sto seguendo il dibattito con attenzione e trepidazione. Sì, trepidazione, perché per chi lavora nell’ambito sanitario questa legge è tanto attesa. Certo, non credo che una legge possa toglierci tutti i problemi di coscienza nei singoli casi che incontriamo tutti i giorni, ma almeno ci può indirizzare e sostenere in certe decisioni difficili. Sono felice che ci siano politici ed esperti in legge che si stanno adoperando affinché non vengano approvati emendamenti che possano in qualche modo introdurre l’eutanasia passiva nel nostro Paese; li ringrazio per il loro lavoro perché non vorrei mai dovermi trovare nella situazione di dovere, per legge, accogliere la richiesta di un suicidio assistito. Tuttavia il termine “fine vita” è molto ampio e chi vuole affrontarlo deve, sì, conoscere la bioetica e le più aggiornate nozioni scientifiche, ma anche spendere del tempo accanto ai tanti malati nei reparti di degenza, nelle case di riposo, nell’assistenza domiciliare, e ascoltarli.

Mi riferisco all’ultimo intervento pubblicato di Raffaele Calabrò. Faccio una piccola premessa. Ho iniziato il mio lavoro di medico circa 10 anni fa, con un’esperienza di due anni in Africa. Lì ho vissuto il profondo senso di frustrazione di fronte alle morti per l’ingiustizia sociale; quante vite si sarebbero potute salvare se solo avessero avuto accesso alle cure di un Paese più avanzato, ne ricordo ancora i volti. Sono poi rientrata in Italia, per svolgere il mio lavoro di ogni giorno: geriatra ospedaliero. Le assicuro che la frustrazione che ho cominciato a vivere qui, dove tutte le cure sono disponibili, è stata un’altra, totalmente opposta: l’accanimento terapeutico, la perdita di dignità nel fine vita, una medicina che deve essere sempre vittoriosa, e quindi deve fare tutto il possibile fino alla fine (forse perché non vogliamo sentirci “responsabili” di una morte), senza ascoltare il malato, che, vi assicuro, “parla” anche negli stadi terminali di una demenza, se solo lo vogliamo ascoltare. Per fortuna negli ultimi anni le cure palliative stanno assumendo sempre più importanza e molte associazioni mediche si stanno muovendo con documenti e linee di indirizzo per aiutarci a scegliere il percorso clinico migliore nelle tante forme di terminalità che stanno aumentando in numero (pensiamo alle demenze in fase terminale, le insufficienze cardiache o respiratorie in fase terminale, etc).

Per questo non posso accettare che si metta in un unico calderone “eutanasia” e “cure di fine vita”. Facendo questo si cade nell’ideologia. Non si può dire che «idratazione e alimentazione» sono «forme di sostegno vitale necessarie e fisiologicamente indirizzate al nutrimento e ad alleviare le sofferenze del soggetto in stato terminale». Bisogna essere precisi, e dire che è diversa la situazione di un coma vegetativo o di un ictus in fase stabilizzata rispetto ad una condizione di terminalità in una patologia cronica degenerativa. Altrimenti si crea confusione anche nei familiari dei malati, che leggono questi slogan e poi si trovano a dover affrontare decisioni difficili con tanti scrupoli.

Un malato terminale non va certo abbandonato, ma l’alimentazione artificiale può essere futile o addirittura dannosa in fase terminale. Allo stesso modo l’idratazione è addirittura dimostrato che peggiora i sintomi negli ultimi giorni di vita. Da cristiana, nel mio lavoro, mi sento in obbligo di aiutare le persone in fase terminale ad andare incontro alla morte con dignità, con la libertà di dire anche di no a interventi medici per loro sproporzionati, non perché vogliano suicidarsi, ma perché hanno già portato la loro croce a lungo e con dignità e sanno capire quando è giunto per loro il momento in cui vengono chiamati a lasciare questa vita. In una società dove non si sa più affrontare la morte (le assicuro che sempre più trovo familiari di anziani con più di 90 anni in difficoltà ad accettare la morte del familiare, come se non avessero mai pensato che prima o poi questa vita ha una fine), dobbiamo abbandonare l’idea di una medicina che può tutto e salva tutti a ogni costo e passare a una medicina che sappia accompagnare, con discrezione e rispetto, i malati in fase terminale. Abbiamo bisogno di una legge che dica di no all’eutanasia da una parte, ma che permetta anche di dare dignità alle persone nelle situazioni di terminalità.
Cordiali saluti, Barbara D. medico

Le scelte terapeutiche della persona affetta da SLA

LA MALATTIA: LA SCLEROSI LATERALE AMIOTROFICA

La SLA è una malattia neurodegenerativa, caratterizzata dalla progressiva paralisi e atrofia dei muscoli volontari e talora dalla spasticità, secondaria alla progressiva perdita del primo motoneurone (corticale) e del secondo motoneurone (bulbare e spinale).

La SLA comporta una progressiva perdita delle capacità di movimento, di deglutizione, della parola e della respirazione. L’evoluzione della malattia può essere associata al deficit cognitivo, e/o alla alterazione del comportamento.

Ogni anno, in Italia la malattia colpisce circa 1500 persone di tutte le età. La fascia d’età in cui maggiormente si manifesta è quella tra i 60-70 anni con una lieve maggiore frequenza nel sesso maschile.

La durata della malattia è estremamente variabile ma più frequentemente è compresa tra i 2 e i 5 anni.

Al momento, purtroppo, non esistono, terapie in grado di guarire la malattia, mentre, è disponibile un farmaco per rallentarne la progressione, il riluzolo. Questo farmaco ritarda la progressione di alcuni mesi, ed è generalmente ben tollerato.

Sono anche disponibili farmaci e procedure per il trattamento dei sintomi in grado di aiutare a vivere meglio con la malattia, quali: l’utilizzo di ausili, la fisioterapia e la logopedia, le modificazioni della dieta e la nutrizione enterale (PEG – gastrostomia endoscopica percutanea – o RIG – gastrostomia percutanea radiologica -), la ventilazione non invasiva (NIV frequentemente tramite maschera) o invasiva (tramite tracheostomia), la comunicazione aumentativa alternativa (tramite ausili per la comunicazione a bassa, media o alta tecnologia come il sistema “a puntamento oculare”).

Con il progredire dei deficit muscolari si assiste, in un tempo variabile, alla progressiva e completa perdita dell’autonomia, con profonde modificazioni nelle attività della vita quotidiana, sino in alcuni casi allo stato di locked-in syndrome – incapacità di muovere tutti i muscoli volontari – e alla paralisi dei muscoli respiratori che comporta la morte della persona malata. Quest’ultima si può verificare anche per altre complicanze quali quelle internistiche.

LA COMUNICAZIONE

La persona affetta da SLA deve poter conoscere sia la sua malattia che la sua evoluzione per poter effettuare scelte consapevoli e autonome sugli interventi sanitari. La comunicazione relativa alla malattia è quindi un aspetto fondamentale nella relazione che si deve realizzare tra il medico, la persona affetta da SLA e la sua famiglia, sin dal momento della diagnosi.

Ogni persona affetta da SLA deve infatti poter contare su una comunicazione veritiera, completa, tracciabile e personalizzata.

Questo significa definire una esauriente informazione sulle caratteristiche della malattia, sui trattamenti, sulle sue diverse manifestazioni in un percorso personalizzato nel rispetto del quadro psico-emotivo della persona affetta da SLA, del contesto socio-culturale e spirituale, come del quadro familiare e delle sue relazioni.

La comunicazione sanitaria non si realizza in un unico momento ma in un processo che si svolge e si sviluppa ad ogni incontro tra la persona malata e il personale sanitario che ne ha in carico la cura e l’assistenza, ciò che si definisce presa in carico. Ed è in questo percorso comunicativo che si deve tenere in considerazione il diritto del malato a governarne il flusso delle informazioni che lo riguardano.

Questo processo comporta l’identificazione di un tempo per la conoscenza, uno per l’elaborazione dell’informazione acquisita e infine di un altro per la scelta dei trattamenti proposti.

Ecco perché l’informazione corretta, nel contesto di una continuità di relazione medico-paziente, permette di discutere, condividere e attuare scelte terapeutiche appropriate dalla diagnosi fino alla fase terminale della malattia, verificando costantemente la comprensione del malato in merito alle informazioni che ha ricevuto.

Del resto il prendere decisioni è un processo dinamico, che può essere soggetto a cambiamenti non solo conseguenti all’aggravarsi di una malattia, e l’equipe curante deve essere pronta ad accogliere le variazioni che si manifestano.

Per favorire le condizioni necessarie affinché la persona affetta da SLA possa decidere è auspicabile sviluppare una collaborazione tra diverse discipline sanitarie, attuando quell’approccio multidisciplinare che consente di ottenere un trattamento e una comunicazione più efficace, un’ottimizzazione delle risorse da coinvolgere e un flusso ininterrotto di informazioni fra i diversi sanitari coinvolti nella cura.

LE SCELTE

Negli ultimi decenni gli avanzamenti nel campo della medicina, conseguenti al notevole progresso scientifico e tecnologico, hanno consentito di intervenire sugli effetti delle malattie e sulla sopravvivenza.

Parallelamente, l’affermazione del principio di autonomia da parte delle persone malate ha portato alla consapevolezza del diritto del malato a essere informato e attivo nelle decisioni terapeutiche che lo riguardano.

In quest’ottica la relazione medico-paziente fonda la libertà di scelta e permette l’individuazione e il riconoscimento delle rispettive autonomie e responsabilità.

Per alcune scelte, infatti, quali ad esempio la PEG o la ventilazione meccanica, la decisione coinvolge sia aspetti scientifici che la valutazione di quale sia la qualità della vita che il malato ritiene da lui sostenibile.

Solo la persona malata, di fatto, può valutare se gli interventi sanitari che vengono proposti sono proporzionati alla propria condizione e quindi non lesivi della propria dignità e della propria concezione di qualità della vita.

Diventa quindi rilevante da un lato il dovere del sanitario di informare il malato e di ottenere il suo consenso o dissenso alle procedure, e dall’altro il diritto del malato di decidere a quale trattamento sanitario sottoporsi o non sottoporsi.

Ma se la competenza sanitaria nella cura e nell’assistenza della persona malata così come la disponibilità dei mezzi sono i presupposti perché il malato possa esercitare la sua volontà, tutti i mezzi (gli ausili, la PEG, la NIV, la tracheostomia, i trattamenti palliativi di fine vita) devono essere prospettati e resi disponibili.

La persona malata può però ad un certo momento della sua storia considerare che i mezzi dapprima accettati possano non essere più adeguati alla sua condizione.

Se l’adeguatezza di quei mezzi per il malato è cambiata, e ciò che prima era sostenibile ora non lo è più, la persona malata deve poter avere il tempo per ridiscutere, riflettere e ritrovare su un piano diverso una decisione che possa anche includere la decisione di rinunciare a quei mezzi prima ritenuti adeguati per lui.

Il mutamento della decisione da parte della persona malata può consentire il coinvolgimento nell’équipe curante anche di bioeticisti e/o di altri professionisti preposti a verificare la volontà del malato mettendo in atto tutte le strategie volte al rispetto della mutata volontà.

Dal punto di vista etico non ha una valenza diversa rifiutare una procedura (ausili, nutrizione enterale, ventilazione meccanica) o rinunciarvi dopo averla accettata nel momento in cui non è considerata più adeguata, in quanto i mezzi scelti non sono il fine per cui sono stati scelti e non sono in grado di per sé di funzionare.

Il sanitario deve essere consapevole che la sua eventuale decisione di non intervenire (nel posizionare un mezzo proporzionato o nel sospenderlo se non più adeguato) o l’omissione parziale o totale di informazione da parte dell’equipe curante riguardo ai mezzi disponibili (circa la possibilità di posizionarli o di sospenderli se non più adeguati) contraddice e impedisce l’espressione della beneficità- non maleficienza da parte dei sanitari e il rispetto dell’autonomia decisionale del malato, che deve essere salvaguardata dall’inizio del percorso comunicativo sino al momento della decisione.

L’équipe di cura deve evitare sia l’abbandono terapeutico sia i trattamenti in assenza del consenso della persona malata.

Poiché la SLA può evolvere e impedire al malato di esprimere la propria volontà per la perdita assoluta dei movimenti volontari e/o per il deterioramento cognitivo, la persona malata deve poter esprimere le proprie volontà in una fase precedente anche attraverso la sottoscrizione di specifiche dichiarazioni anticipate di trattamento. Tale pianificazione anticipata dei trattamenti dovrebbe essere espressa in un documento condiviso con l’equipe curante o con la nomina di un rappresentante (amministratore di sostegno).

L’equipe curante deve quindi discutere i mutamenti del quadro clinico e delle diverse tematiche conseguenti con il malato ed eventualmente con le persone da lui indicate, in un arco di tempo sufficiente per consentire una scelta nel pieno delle risorse psico-emotive e fisiche disponibili, e con la consapevolezza che la stessa potrà essere modificata in qualunque momento.

Una dichiarazione anticipata di dissenso all’uso di manovre invasive da parte della persona affetta da SLA o un documento condiviso che pianifichi il non ricorso a manovre invasive permette un precoce affiancamento della persona a équipe dedicate alle cure palliative che in sinergia con l’équipe curante potranno accompagnarla fino alle ultime fasi della vita nel pieno rispetto delle sue volontà.

LE DECISIONI IN EMERGENZA

In condizioni di emergenza il medico assicura l’assistenza indispensabile nel rispetto delle volontà, se espresse, o tenendo conto delle dichiarazioni anticipate di volontà ai trattamenti sanitari, se manifestate, o di un documento condiviso reso disponibile nella documentazione clinica.

Alcuni Comuni italiani hanno uno sportello dedicato a tale scopo.

In una condizione di emergenza, se si è in presenza di informazioni dirette o indirette (familiari, medici di riferimento, documento scritto) relative alle volontà della persona sulle procedure da eseguire, si agisce coerentemente a queste.  Se la persona ha espresso chiaramente e documentatamente la volontà di rifiutare interventi di ventilazione meccanica l’équipe curante ha il dovere di trattare la sofferenza derivante dalla insufficienza respiratoria mediante farmaci proporzionati al sintomo, che possono comportare anche l’abolizione dello stato di coscienza.

Se non sono disponibili queste informazioni, si agisce in eccesso, procedendo per esempio in caso di un coma carbonarcotico all’intubazione orotracheale per consentire la stabilizzazione clinica e porre il malato in condizioni di esprimere le proprie volontà; quindi si metteranno in atto le procedure in base alla volontà espressa dal malato.

Se la persona malata dichiarasse di rifiutare la ventilazione meccanica invasiva mediante tracheostomia dopo la stabilizzazione ottenuta con l’intubazione orotracheale, dovrà essere estubata e assistita con la ventilazione non invasiva se da lui ritenuta adeguata. Se quest’ultima si rivelasse insufficiente o intollerabile da parte della persona malata, verranno messi in atto tutti gli interventi affinché la morte avvenga senza sofferenza.

I familiari possono essere in notevole difficoltà per ragioni emotive nella valutazione delle reali capacità decisionali della persona malata, pur tuttavia si dovrebbe facilitare il loro coinvolgimento nella pianificazione dei trattamenti. Se ciò non fosse possibile, può essere di aiuto individuare un rappresentante legale – anche non un familiare – autorizzato dal tribunale, con cui costruire la pianificazione dei trattamenti.

BIBLIOGRAFIA

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http://www.ncpc.org.uk/sites/default/files/AdvancedCarePlanning.pdf

Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, New York il 13 dicembre 2006, ratificata dall’Italia per effetto degli art. 1 e 2 della legge 3 marzo 2009, n. 18

Dichiarazione Iura et Bona – 5 maggio 1980 documenti dottrinali

Cortile dei Gentili: Dignità del vivere e dignità nel morire –23 maggio 2014 –  G. M. Flick

http://www.who.int/cancer/publications/palliative-care-atlas/en/

http://www.biodiritto.org

http://www.sicp.it

GRUPPO DI LAVORO

Commissione Medico-Scientifica AISLA  

Mario Sabatelli, Adriano Chiò, Claudia Caponnetto, Christian Lunetta, Jessica Mandrioli, Maria Rosaria Monsurrò, Paolo Volanti, Letizia Mazzini, Nicola Ticozzi, Gabriele Mora, Ettore Beghi, Giuseppe Borghero, Michele Vitacca, Nadia Cellotto, Gabriella Restagno, Francesca Luisa Conforti, Caterina Bendotti, Maria Teresa Carrì, Mario Melazzini

Consulenti

Prof. Penasa – assegnista di ricerca in Diritto costituzionale comparato presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche, componente del gruppo BioDiritto, Università di Trento.

Dr. Olivieri – Rianimatore presso l’Azienda Ospedaliera “Maggiore della Carità” di Novara nel servizio di Anestesia e Rianimazione

Prof. Barbisan – bioeticista, docente di bioetica all”Università di Padova e presidente del Comitato regionale di bioetica della Regione Veneto

Prof. Spagnolo – professore Ordinario di Medicina legale e delle assicurazioni -Direttore dell’Istituto di Bioetica, della Facoltà di Medicina e chirurgia “A. Gemelli” dell’Università Cattolica del S. Cuore, sede di Roma

Coordinamento

Dr.ssa  Daniela Cattaneo, Medico Palliativista Centro di Ascolto Aisla Onlus

Fine-vita: cosa dice il magistero cattolico

In questi giorni, purtroppo, è in discussione presso la Commissione Affari Sociali della Camera un disegno di legge dal titolo “Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari”, testo che approderà alla discussione in Aula, con ogni probabilità, verso la fine di questo mese, con il rischio che diventi la porta da cui verra’ introdotta in Italia l’eutanasia, presumibilmente tramite sentenza che ampliera’ la casistica della legge in discussione.

Collegati alla fase del fine-vita temi particolarmente “sensibili” dal punto di vista etico: proporzionalità delle cure, accanimento terapeutico, direttive anticipate di trattamento, eutanasia ed altri.
Temi che, da decenni ormai, impegnano anche il pensiero cattolico – con le sue varie espressioni e sensibilità – in uno sforzo sincero di comprensione ed approfondimento, alla ricerca di strade moralmente giustificate e percorribili nelle scelte operative, sia da parte dei pazienti che degli operatori sanitari che li hanno in cura, possibilmente in modo concordato e condiviso.
Sul fronte cattolico, al di là di slogan e frasi fatte – solitamente buoni compagni di chi predilige un approccio ideologico e superficiale – cosa ha veramente indicato su questo tema il magistero della Chiesa, per sostenere ed illuminare la coscienza dei fedeli (e di ogni persona di buona volontà)?
Negli ultimi settant’anni, sono quasi una decina i pronunciamenti principali che, sotto diverse angolature, si sono occupati di questa tematica. In ordine cronologico: Pio XII, Disc. Risposte ad alcuni importanti quesiti sulla “rianimazione”, Congresso di anestesiologia (24-11-1957); Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruz. Iura et Bona (1980), parte IV; Pontificio Consiglio “Cor unum”, Dans le cadre. Questioni etiche relative ai malati gravi e morenti (27-6-1981), n. 2.4, 7.2-3; Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti ad un corso internazionale di aggiornamento sulle preleucemie umane, (15-11-1985), n. 5; Giovanni Paolo II, Catechismo della Chiesa Cattolica (1992), n. 2278; Giovanni Paolo II, Enc. Evangelium Vitae (1995), n. 65; Pontificio Consiglio per la Pastorale degli Operatori Sanitari, Carta degli Operatori Sanitari (1995), nn. 63-65; 119-121; Giovanni Paolo II, Disc. ai partecipanti al Congresso Internazionale sullo stato vegetativo (2004), n. 4; Congregazione per la Dottrina della Fede, Risposte a quesiti della conferenza episcopale statunitense circa l’alimentazione e l’idratazione artificiali, con Nota di commento (2007).
Non è certo questa la sede opportuna per un’analisi approfondita dei contenuti di questi singoli documenti. È forse possibile, però, tentare di ricostruirne – in modo schematico – il messaggio di fondo e i punti fermi che lo sostengono.
L’essere in vita, per la persona umana, costituisce un bene primario, essendo condizione di possibilità per il pieno sviluppo di tutti gli altri beni personali. Un tale bene, dunque, merita di essere tutelato e promosso prima di tutti gli altri. Ma al tempo stesso va ricordato che la vita fisica non è un bene “assoluto”, essendo anch’essa subordinata alla finalità ultima della persona: la pienezza della vita eterna.
In questo quadro, l’essere in buona salute ovviamente rappresenta per la persona una condizione generalmente favorevole alla sua realizzazione e, in quanto tale, un bene utile, anch’esso orientato alla finalità ultima dell’essere umano.
Ne deriva, sul piano etico, che ogni persona (e chiunque ha il compito di prendersene cura) ha il diritto/dovere, soprattutto in caso di malattia grave, di intraprendere le cure necessarie per conservare, nei limiti del possibile, vita e salute. Tale dovere sussiste verso se stessi, verso Dio, verso la comunità umana, verso determinate persone (es. familiari).
Ma questo dovere non obbliga, generalmente, che all’impiego dei “mezzi ordinari” (secondo le circostanze di persone, di luoghi, di tempi, di cultura), vale a dire dei mezzi che non comportano alcun carico straordinario per se stessi o per gli altri. “Un obbligo più severo sarebbe troppo pesante per la maggior parte degli uomini, e renderebbe troppo difficile il raggiungimento di beni superiori più importanti” (Pio XII).
In una data situazione clinica, dunque, ciascuno ha il dovere etico di conservare la propria vita e salute mediante interventi clinicamente appropriati (o “tecnicamente proporzionati”, in base al giudizio medico del personale sanitario). Tali interventi, per il paziente (secondo il suo stesso prudente giudizio), devono anche risultare “ordinari”, cioè non comportare per lui un pesante aggravio fisico o psicologico.
La nutrizione e idratazione artificiali – se clinicamente appropriate – in linea di principio sono presidi moralmente obbligatori; ma non si può escludere in assoluto che, nella data situazione clinica, esse risultino inefficaci nella loro funzione propria (nutrire ed idratare) oppure di pesante aggravio psico-fisico per il paziente. In tal caso, cessano la loro obbligatorietà morale.
Resta invece costante e netta la condanna morale di ogni atto propriamente eutanasico (che si configura come tale per la contemporanea presenza di due fattori: uso di un mezzo atto a provocare la morte, intenzione diretta di provocare anticipatamente la morte) e di ogni forma di suicidio assistito.
Allo stesso modo, è eticamente riprovevole l’insistenza in atti medici clinicamente non appropriati (il cosiddetto “accanimento terapeutico”).
Da questi valori e punti fermi del Magistero cattolico si può ripartire, per ogni ulteriore riflessione e approfondimento, resi talora necessari dalla complessità dei casi clinici concreti, ciascuno peraltro espressione di una storia personale unica ed irripetibile.

Cosa e’ l’eugenetica? 4 modi per distruggere la dignità umana.

eugenics-5“Disciplina che si prefigge di favorire e sviluppare le qualita’ innate di una razza, giovandosi delle leggi dell’ereditarieta’ genetica. Il termine fu coniato nel 1883 da F. Galton. Sostenuta da correnti di ispirazione darwinistica e malthusiana, l’e. si diffuse inizialmente nei paesi anglosassoni e successivamente nella Germania nazista, trasformandosi nella prima metà del XX sec. in un movimento politico-sociale volto a promuovere la riproduzione dei soggetti socialmente desiderabili (e. positiva ) e a prevenire la nascita di soggetti indesiderabili (e. negativa ) per mezzo di infanticidio e aborto.Perché la Chiesa si è opposta e continua ad opporsi alle teorie eugenetiche? (ENCICLOPEDIA TRECCANI)”

“Nella pratica medica, pertanto, tutto ciò che favorisce i meccanismi di selezione e miglioramento della specie viene ritenuto lecito. Sotto il profilo scientifico l’unica maniera per prevenire le malattie è quella di sopprimere i soggetti geneticamente predisposti ad ammalarsi. Sotto il profilo etico, l’e. moderna presuppone un’eliminazione sistematica, programmata di esseri umani, nella maggior parte dei casi motivata da ragioni e pressioni di origine economica (etica utilitarista) (ENCICLOPEDIA TRECCANI)”

Ad oggi l’eugenetica è praticata in quattro modi:

aborto: “selezionando” il figlio in caso di qualche disabilità (anche minima come il labbro leporino) o qualche tratto non gradito o in base al sesso (gendericidio, praticato in milioni di casi in India e Cina, con conseguenze sul bilanciamento uomo-donna che provocheranno grossi danni nei prossimi anni), oppure selezionando un solo figlio sopprimendo gli altri in caso di gravidanza gemellare (caso molto ricorrente con la procreazione assistita).

fecondazione assistita (fecondazione artificiale): “selezionando” il donatore esterno alla coppia (fecondazione eterologa) con i tratti somatici desiderati (colore occhi, altezza, Q.I. del donatore, colore capelli, colore della pelle), o con Dna esente da alcune predisposizioni genetiche scegliendolo da cataloghi ed elenchi online. O modificando il Dna del donatore.
Selezionando gli embrioni da impiantare nell’utero materno in base a propri criteri.

eutanasia: “selezionando” i malati terminali, cui proporre o imporre (numerosi i casi di medici che hanno procurato in alcune nazioni la morte di decine di pazienti) l’eutanasia. Propagandando l’eutanasia tra i malati e gli anziani (“per non essere un peso ai figli e alla società”). Diffondendo il concetto che sia non solo possibile l’eutanasia dei neonati disabili (una sorta di aborto post nascita) ma anche doveroso per “evitare loro sofferenze”. Confondendo il concetto di “non accanimento terapeutico” (la pratica legittima di interrompere delle cure mediche sproporzionate e senza possibilità di miglioramenti della salute proporzionati alle cure. Cibare e dissetare un paziente non sono cure mediche ma cure ordinarie e non possono essere interrotte) con l’eutanasia (procurare la morte di un paziente con un intervento diretto).

sterilizzazione: “selezionando” classi di popolazione ritenute inadatte (come i paria in India) o gruppi tribali o etnie intere, proponendo o imponendo la sterilizzazione forzata di migliaia di donne, in parte con la scusa della lotta alla sovrappopolazione, in parte con la scusa della diffusione dei “diritti riproduttivi” (diritto a non poter più avere figli?), diritto raramente proposto a donne acculturate ma prevalemente a donne ignare o inconsapevoli della non retroattività della sterilizzazione.

Concludendo:
Eugenetica: metodi di perfezionamento della specie umana, che ledono gravemente la dignita’ umana. L’eugenetica non cura nulla ma “seleziona” offendendo il valore di ogni essere umano. Va combattuta con la cultura, la conoscenza e l’impegno.
Non esistono  e non vanno ricercati/creati/prodotti esseri umani di serie A (geneticamente migliori) rispetto a quelli di serie B.

Tutti siamo unici, diversi ognuno dall’altro, sani e malati, disabili e normodotati, malati terminali e atleti, belli o brutti, coscienti o in stato comatoso. “Le teorie eugenetiche, introducono una discriminante arbitraria nella definizione di uomo.”
La genetica deve curare le malattie non eliminare chi ha geni malati.
La genetica non ha il diritto di diffondere l’idea che chi è malato o meno performante di altri è inferiore e non avrebbe dovuto essere messo al mondo o non debba riprodursi per migliarare al specie umana.

Dichiarazione sull’Eutanasia

eutanasia3web_994INTRODUZIONE

I diritti e i valori inerenti alla persona umana occupano un posto importante nella problematica contemporanea. Al riguardo, il concilio ecumenico Vaticano II ha solennemente riaffermato l’eccellente dignità della persona umana e in modo particolare il suo diritto alla vita. Ha perciò denunciato i crimini contro la vita “come ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario” (GS 27).

La Congregazione per la dottrina della fede, che di recente ha richiamato la dottrina cattolica circa l’aborto procurato, ritiene ora opportuno proporre l’insegnamento della chiesa sul problema dell’eutanasia.

In effetti, per quanto restino sempre validi i principi affermati in questo campo dai recenti pontefici, i progressi della medicina hanno messo in luce negli anni più recenti nuovi aspetti del problema dell’eutanasia, che richiedono ulteriori precisazioni sul piano etico. Nella società odierna, nella quale non di rado sono posti in causa gli stessi valori fondamentali della vita umana, la modificazione della cultura influisce sul modo di considerare la sofferenza e la morte; la medicina ha accresciuto la sua capacità di guarire e di prolungare la vita in determinate condizioni, che talvolta sollevano alcuni problemi di carattere morale. Di conseguenza, gli uomini che vivono in un tale clima si interrogano con angoscia sul significato dell’estrema vecchiaia e della morte, chiedendosi conseguentemente se abbiano il diritto di procurare a se stessi o ai loro simili la “morte dolce”, che abbrevierebbe il dolore e sarebbe, ai loro occhi, più conforme alla dignità umana.

Diverse conferenze episcopali hanno posto, in merito, dei quesiti a questa Congregazione per la dottrina della fede, la quale, dopo aver chiesto il parere di competenti sui vari aspetti dell’eutanasia, intende con questa dichiarazione rispondere alle richieste dei vescovi per aiutarli ad orientare rettamente i fedeli e per offrire loro elementi di riflessione da far presenti alle autorità civili a proposito di questo gravissimo problema.

La materia proposta in questo documento riguarda, innanzitutto, coloro che ripongono la loro fede e la loro speranza in Cristo, il quale, mediante la sua vita, la sua morte e la sua risurrezione, ha dato un nuovo significato all’esistenza e soprattutto alla morte del cristiano, secondo le parole di s. Paolo: “Sia che viviamo, viviamo per il Signore; sia che moriamo, moriamo per il Signore. Quindi, sia che viviamo, sia che moriamo siamo del Signore”

(Rm 14,8; cf. Fil 1,20).

Quanto a coloro che professano altre religioni, molti ammetteranno con noi che la fede in un Dio creatore, provvido e padrone della vita – se la condividono – attribuisce una dignità eminente a ogni persona umana e ne garantisce il rispetto. Si spera, ad ogni modo, che questa dichiarazione incontri il consenso di tanti uomini di buona volontà, che, al di là delle differenze filosofiche o ideologiche, hanno tuttavia una viva coscienza dei diritti della persona umana. Tali diritti, d’altronde, sono stati spesso proclamati nel corso degli ultimi anni da dichiarazioni di congressi internazionali; e poiché si tratta qui dei diritti fondamentali di ogni persona umana, è evidente che non si può ricorrere ad argomenti desunti dal pluralismo politico o dalla libertà religiosa, per negarne il valore universale.

I. VALORE DELLA VITA UMANA

La vita umana è il fondamento di tutti i beni, la sorgente e la condizione necessaria di ogni attività umana e di ogni convivenza sociale. Se la maggior parte degli uomini ritiene che la vita abbia un carattere sacro e che nessuno ne possa disporre a piacimento, i credenti vedono in essa anche un dono dell’amore di Dio, che sono chiamati a conservare e a far fruttificare. Da quest’ultima considerazione derivano alcune conseguenze:

1) Nessuno può attentare alla vita di un uomo innocente senza opporsi all’amore di Dio per lui, senza violare un diritto fondamentale, inammissibile e inalienabile, senza commettere, perciò, un crimine di estrema gravità.

2) Ogni uomo ha il dovere di conformare la sua vita al disegno di Dio. Essa gli è affidata come un bene che deve portare i suoi frutti già qui in terra, ma trova la sua piena perfezione soltanto nella vita eterna.

3) La morte volontaria ossia il suicidio è, pertanto, inaccettabile al pari dell’omicidio: un simile atto costituisce, infatti, da parte dell’uomo, il rifiuto della sovranità di Dio e del suo disegno di amore. Il suicidio, inoltre, è spesso anche rifiuto dell’amore verso se stessi, negazione della naturale aspirazione alla vita, rinuncia di fronte ai doveri di giustizia e di carità verso il prossimo, verso le varie comunità e verso la società intera, benché talvolta intervengano – come si sa – dei fattori psicologici che possono attenuare o, addirittura, togliere la responsabilità. Si dovrà, tuttavia, tenere ben distinto dal suicidio quel sacrificio con il quale per una causa superiore – quali la gloria di Dio, la salvezza delle anime, o il servizio dei fratelli – si offre o si pone in pericolo la propria vita.

II. L’EUTANASIA

Per trattare in maniera adeguata il problema dell’eutanasia, conviene, innanzitutto, precisare il vocabolario. Etimologicamente la parola eutanasia significava, nell’antichità, una morte dolce senza sofferenze atroci. Oggi non ci si riferisce più al significato originario del termine, ma piuttosto all’intervento della medicina diretto ad attenuare i dolori della malattia e dell’agonia, talvolta anche con il rischio di sopprimere prematuramente la vita. Inoltre, il termine viene usato, in senso più stretto, con il significato di procurare la morte per pietà, allo scopo di eliminare radicalmente le ultime sofferenze o di evitare a bambini anormali, ai malati mentali o agli incurabili il prolungarsi di una vita infelice, forse per molti anni, che potrebbe imporre degli oneri troppo pesanti alle famiglie o alla società.

È quindi necessario dire chiaramente in quale senso venga preso il termine di questo documento. Per eutanasia s’intende un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati.

Ora, è necessario ribadire con tutta fermezza che niente e nessuno può autorizzare l’uccisione di un essere umano innocente, feto o embrione che sia, bambino o adulto, vecchio, ammalato incurabile o agonizzante. Nessuno, inoltre, può richiedere questo gesto omicida per se stesso o per un altro affidato alla sua responsabilità, né può acconsentirvi esplicitamente o implicitamente. Nessuna autorità può legittimamente imporlo né permetterlo.

Si tratta, infatti, di una violazione della legge divina, di un’offesa alla dignità della persona umana, di un crimine contro la vita, di un attentato contro l’umanità.

Potrebbe anche verificarsi che il dolore prolungato e insopportabile, ragioni di ordine affettivo o diversi altri motivi inducano qualcuno a ritenere di poter legittimamente chiedere la morte o procurarla ad altri.

Benché in casi del genere la responsabilità personale possa esser diminuita o perfino non sussistere, tuttavia l’errore di giudizio della coscienza – fosse pure in buona fede – non modifica la natura dell’atto omicida, che in sé rimane sempre inammissibile. Le suppliche dei malati molto gravi, che talvolta invocano la morte, non devono essere intese come espressione di una vera volontà di eutanasia; esse infatti sono quasi sempre richieste angosciate di aiuto e di affetto. Oltre le cure mediche, ciò di cui l’ammalato ha bisogno è l’amore, il calore umano e soprannaturale, col quale possono e debbono circondarlo tutti coloro che gli sono vicini, genitori e figli, medici e infermieri.

III. IL CRISTIANO DINANZI ALLA SOFFERENZAE ALL’USO DEGLI ANALGESICI

La morte non avviene sempre in condizioni drammatiche, al termine di sofferenze insopportabili. Né si deve sempre pensare unicamente ai casi estremi. Numerose testimonianze concordi lasciano pensare che la natura stessa ha provveduto a rendere più leggeri al momento della morte quei distacchi, che sarebbero terribilmente dolorosi per un uomo in piena salute.

Perciò una malattia prolungata, una vecchiaia avanzata, una situazione di solitudine e di abbandono possono stabilire delle condizioni psicologiche tali da facilitare l’accettazione della morte.

Tuttavia, si deve riconoscere che la morte, preceduta o accompagnata spesso da sofferenze atroci e prolungate, rimane un avvenimento, che naturalmente angoscia il cuore dell’uomo. Il dolore fisico è certamente un elemento inevitabile della condizione umana; sul piano biologico, costituisce un avvertimento la cui utilità è incontestabile; ma poiché tocca la vita psicologica dell’uomo, spesso supera la sua utilità biologica e pertanto può assumere una dimensione tale da suscitare il desiderio di eliminarlo a qualunque costo.

Secondo la dottrina cristiana, però, il dolore, soprattutto quello degli ultimi momenti di vita, assume un significato particolare nel piano salvifico di Dio; è infatti una partecipazione alla passione di Cristo ed è unione al sacrificio redentore, che egli ha offerto in ossequio alla volontà del Padre. Non deve dunque meravigliare se alcuni cristiani desiderano moderare l’uso degli analgesici, per accettare volontariamente almeno una parte delle loro sofferenze e associarsi così in maniera cosciente alle sofferenze di Cristo crocifisso (cf. Mt 27,34). Non sarebbe, tuttavia, prudente imporre come norma generale un determinato comportamento eroico. Al contrario, la prudenza umana e cristiana suggerisce per la maggior parte degli ammalati l’uso dei medicinali che siano atti a lenire o a sopprimere il dolore, anche se ne possano derivare come effetti secondari torpore o minore lucidità.

Quanto a coloro che non sono in grado di esprimersi, si potrà ragionevolmente presumere che desiderino prendere tali calmanti e somministrarli loro secondo i consigli del medico.

Ma l’uso intensivo di analgesici non è esente da difficoltà, poiché il fenomeno dell’assuefazione di solito obbliga ad aumentare le dosi per mantenerne l’efficacia. Conviene ricordare una dichiarazione di Pio XII, la quale conserva ancora tutta la sua validità. Ad un gruppo di medici che gli avevano posto la seguente domanda: “La soppressione del dolore e della coscienza per mezzo dei narcotici… è permessa dalla religione e dalla morale al medico e al paziente (anche all’avvicinarsi della morte e se si prevede che l’uso dei narcotici abbrevierà la vita)?”, il papa rispose: “Se non esistono altri mezzi e se, nelle date circostanze, ciò non impedisce l’adempimento di altri doveri religiosi e morali: Sì”. In questo caso, infatti, è chiaro che la morte non è voluta o ricercata in alcun modo, benché se ne corra il rischio per una ragionevole causa: si intende semplicemente lenire il dolore in maniera efficace, usando allo scopo quegli analgesici di cui la medicina dispone.

Gli analgesici che producono negli ammalati la perdita della coscienza, meritano invece una particolare considerazione. È molto importante, infatti, che gli uomini non solo possano soddisfare ai loro doveri morali e alle loro obbligazioni familiari, ma anche e soprattutto che possano prepararsi con piena coscienza all’incontro con il Cristo. Perciò Pio XII ammonisce che “non è lecito privare il moribondo della coscienza di sé senza grave motivo”

IV. L’USO PROPORZIONATO DEI MEZZI TERAPEUTICI

È importante oggi proteggere, nel momento della morte, la dignità della persona umana e la concezione cristiana della vita contro un tecnicismo che rischia di divenire abusivo. Di fatto, alcuni parlano di “diritto alla morte”, espressione che non designa il diritto di procurarsi o farsi procurare la morte come si vuole, ma il diritto di morire in tutta serenità, con dignità umana e cristiana. Da questo punto di vista, l’uso dei mezzi terapeutici talvolta può sollevare dei problemi.

In molti casi la complessità delle situazioni può essere tale da far sorgere dei dubbi sul modo di applicare i principi della morale. Prendere delle decisioni spetterà in ultima analisi alla coscienza del malato o delle persone qualificate per parlare a nome suo, oppure anche dei medici, alla luce degli obblighi morali e dei diversi aspetti del caso.

Ciascuno ha il dovere di curarsi e di farsi curare. Coloro che hanno in cura gli ammalati devono prestare la loro opera con ogni diligenza e somministrare quei rimedi che riterranno necessari o utili.

Si dovrà però, in tutte le circostanze, ricorrere ad ogni rimedio possibile?

Finora i moralisti rispondevano che non si è mai obbligati all’uso dei mezzi “straordinari”. Oggi però tale risposta, sempre valida in linea di principio, può forse sembrare meno chiara, sia per l’imprecisione del termine che per i rapidi progressi della terapia. Perciò alcuni preferiscono parlare di mezzi “proporzionati” e “sproporzionati”. In ogni caso, si potranno valutare bene i mezzi mettendo a confronto il tipo di terapia, il grado di difficoltà e di rischio che comporta, le spese necessarie e le possibilità di applicazione, con il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali. Per facilitare l’applicazione di questi principi generali si possono aggiungere le seguenti precisazioni:

– In mancanza di altri rimedi, è lecito ricorrere, con il consenso dell’ammalato, ai mezzi messi a disposizione dalla medicina più avanzata, anche se sono ancora allo stadio sperimentale e non sono esenti da qualche rischio. Accettandoli, l’ammalato potrà anche dare esempio di generosità per il bene dell’umanità.

– È anche lecito interrompere l’applicazione di tali mezzi, quando i risultati deludono le speranze riposte in essi. Ma nel prendere una decisione del genere si dovrà tener conto del giusto desiderio dell’ammalato e dei suoi familiari, nonché del parere di medici veramente competenti; costoro potranno senza dubbio giudicare meglio di ogni altro se l’investimento di strumenti e di personale è sproporzionato ai risultati prevedibili e se le tecniche messe in opera impongono al paziente sofferenze e disagi maggiori dei benefici che se ne possono trarre.

– È sempre lecito accontentarsi dei mezzi normali che la medicina può offrire. Non si può, quindi, imporre a nessuno l’obbligo di ricorrere ad un tipo di cura che, per quanto già in uso, tuttavia non è ancora esente da pericoli o è troppo oneroso. Il suo rifiuto non equivale al suicidio: significa piuttosto o semplice accettazione della condizione umana, o desiderio di evitare la messa in opera di un dispositivo medico sproporzionato ai risultati che si potrebbero sperare, oppure volontà di non imporre oneri troppo gravi alla famiglia o alla collettività.

– Nell’imminenza di una morte inevitabile nonostante i mezzi usati, è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi.

Perciò il medico non ha motivo di angustiarsi, quasi che non avesse prestato assistenza ad una persona in pericolo.

CONCLUSIONE

Le norme contenute nella presente dichiarazione sono ispirate dal profondo desiderio di servire l’uomo secondo il disegno del Creatore. Se da una parte la vita è un dono di Dio, dall’altra la morte è ineluttabile; è necessario, quindi, che noi, senza prevenire in alcun modo l’ora della morte, sappiamo accettarla con piena coscienza della nostra responsabilità e con tutta dignità. È vero, infatti, che la morte pone fine alla nostra esistenza terrena, ma allo stesso tempo apre la via alla vita immortale. Perciò tutti gli uomini devono prepararsi a questo evento alla luce dei valori umani, e i cristiani ancor più alla luce della loro fede.

Coloro che si dedicano alla cura della salute pubblica non tralascino niente per mettere al servizio degli ammalati e dei moribondi tutta la loro competenza; ma si ricordino anche di prestare loro il conforto ancor più necessario di una bontà immensa e di una carità ardente. Un tale servizio prestato agli uomini è anche un servizio prestato al Signore stesso, il quale ha detto: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Il sommo pontefice Giovanni Paolo II, nell’udienza concessa al sottoscritto cardinale prefetto, ha approvato la presente dichiarazione, deliberata nell’assemblea ordinaria di questa s. congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

Roma – Congregazione per la Dottrina della Fede, 5 maggio 1980.

Franjo card. Seper Prefetto. Fr. Jerome Hamer, o.p., arciv. tit. di Lorium Segretario.