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Dormitori a Torino – Servizi per chi e’ in difficolta’

dormitoriATTENZIONE:
non chiamate noi (AMICI DI LAZZARO non ha dormitori).
Dovete chiamare direttamente i dormitori o presentarvi lì alla sera.

Dormitori a bassa soglia
CASE DI OSPITALITA’ NOTTURNA DEL COMUNE DI TORINO
Le case di ospitalità notturna offrono una risposta ai bisogni primari di ricovero notturno temporaneo ed igiene personale a persone maggiorenni effettivamente senza dimora e prive di reddito.
Possono accedere alle Case e fruire dei servizi di pernottamento e accompagnamento sociale:
● I/Le cittadini/e italiani/e I/Le cittadini/e dell’Unione Europea;
● Gli/Le stranieri/e in possesso dei titoli di permanenza e soggiorno (per motivi diversi da turismo, affari, studio).
I cittadini comunitari accedono per un massimo di tre mesi (con riferimento al D.Lgs 30/2007) fatte salve situazioni di pregiudizio conclamato. Il conteggio dei tre mesi è fatto considerando come primo giorno la data di iscrizione nella lista d’attesa per accedere al posto fisso.
Le Case sono APERTE TUTTO L’ANNO.
L’accesso è consentito dalle ore 20.00 e l’uscita avviene entro le ore 8.00 del giorno successivo.
L’ospitalità è GRATUITA. Le persone che intendono richiedere l’ospitalità devono recarsi presso una delle Case e verificare la disponibilità di un posto letto. Qualora non ci fosse disponibilità immediata la persona viene inserita in una lista d’attesa. I cittadini residenti a Torino possono fruire dell’ospitalità temporanea per 30 notti consecutive, i cittadini non residenti possono fruire dell’ospitalità temporanea per 7 notti. E’possibile riscriversi nella lista d’attesa per fruire nuovamente dell’ospitalità solo al termine del periodo di ospitalità (la 30° notte per i residenti e la 7° notte per in non residenti a Torino).
I posti letto durante il periodo invernale possono aumentare fino ad un massimo di due in ogni struttura.

CASA DI OSPITALITÀ NOTTURNA Via Sacchi 47 tel. 011 5682885 – Coop. Animazione Valdocco, Terra mia
Posti letto disponibili: 16 SOLO PERSONE MAI STATE OSPITI NEI DORMITORI (o mai state ospiti NEGLI ULTIMI DUE ANNI).
Orario: dalle 20 alle 8
Note: SOLO UOMINI
Mezzi pubblici: 4 – 12 – 33 – 33/ – 63

CASA DI OSPITALITA’ NOTTURNA Via Carrera 181–tel. 011 712334 – Cooperativa Stranaidea
Posti letto disponibili: 42
Orario: dalle 20 alle 8
Note: SOLO UOMINI
Mezzi pubblici: 65 – 65/

• CASA DI OSPITALITA’ NOTTURNA Via Ghedini 6 – Coop. Animazione Valdocco Posti letto disponibili: 40
Orario: dalle 20 alle 8
Note: UOMINI E DONNE
Mezzi pubblici: 18, 49
• CASA DI OSPITALITA’ NOTTURNA Strada delle Ghiacciaie 68a – tel. 011 0588798 – Coop. Frassati
Posti letto disponibili : 24
Orario: dalle 20 alle 8
Note: UOMINI e DONNE
Mezzi pubblici: 2 –29
• CASA DI OSPITALITA’ NOTTURNA Via Pacini 18
011 2481667 (dalle 20 alle 8.00)– Associazione Gruppo Abele
Posti letto disponibili : 5 posti in servizio privato (accesso anche senza documento d’identità)

Note :UOMINI (prenotazione lunedì mattina alle h.9),

DONNE (prenotazione tutti i giorni dalle h.9 alle 13 per donne che sono già state in dormitori comunali per 3 mesi)
OSPITALITÁ SOLO 1 SETTIMANA
Posti letto disponibili: 20 posti come Casa di Ospitalità Notturna del Comune –  Note: SOLO DONNE

Mezzi pubblici: 18 – 49 – 75 – 77

• CASA DI OSPITALITA’ NOTTURNA corso Tazzoli 76 tel. 011/3098493 – Coop. Stranaidea
Posti letto disponibili: 24
Note: UOMINI e DONNE; la struttura non ha lista di attesa ma accoglie situazioni di emergenza individuate dai servizi itineranti, diurno e notturno gestiti, per conto del Servizio Adulti in Difficoltà del Comune di Torino
Mezzi pubblici: 2 – 10 – 40 – 62
STRUTTURE DEL VOLONTARIATO

Asili Notturni UMBERTO I (dormitorio privato) : Via Ormea 119 – 011/6963290
Ospitalità per circa 30 notti- Mezzi pubblici: 1 – 18 – 34 – 35 – 42 – 67
Orario: dalle 20 alle 8 (chi al momento non trovasse posti in altri dormitori può chiamare per farsi tenere da parte un posto, se disponibile, ma questo viene perso se non ci si presenta entro le 21.30)
Note: SOLO UOMINI italiani e stranieri, necessario DOCUMENTO D’IDENTITÁ VALIDO, servizio mensa self-service dalle h.18 (per prendere il numero) dal lunedì al sabato (no domenica e festivi).

SERMIG – ARSENALE DELLA PACE: Piazza Borgo Dora 61 – 011/4368566
Posti letto: 24 donne, 45 uomini
Mezzi pubblici: 4 – 50 – 51 – 63/ – 77
Femminile: servizio di pronta accoglienza per maggiorenni aperto dalle 16,30 alle 8.
Offerte cena, colazione e doccia.
Accesso con prenotazione che si può effettuare direttamente in piazza Borgo Dora 61 ogni giovedì mattina alle ore 10. Non necessario permesso di soggiorno, ma richiesto un documento di identità. Il posto viene inizialmente assegnato per 15 giorni, rinnovabile per altri 15 se buona condotta o no problemi di altra natura. Richiesto un contributo di 1 euro a notte.
Maschile: offerte cena, colazione e doccia. Accesso con prenotazione telefonando al Sermig per sapere il giorno di prenotazione.
Per via delle richieste numerose non è facilissimo trovare posto.

BARTOLOMEO & C. : Via Saluzzo 9/D – 011/6504821
Orario: 19.30-7.30
La durata dell’ospitalità viene stabilita dalla sede centrale caso per caso (di solito 30 giorni circa).
Note: SOLO PER UOMINI italiani. Per ottenere il posto bisogna essere stati precedentemente selezionati nella sede di Via Camerana 10/A (aperta dalle 15 alle 18, 011/534854).

SAN LUCA : Via Negarville 14
011/3471300 Orario: 19.30-7.30 (sabato e domenica fino alle 9 di mattina). Prenotazione non necessaria.
Si può chiedere un posto all’accoglienza serale (orario 18-19).
Posti letto: 40-45 Note: SOLO UOMINI. Non necessario permesso di soggiorno, ma richiesto un documento di identità valido (o eventuale denuncia di furto o simili). Generalmente gli utenti vengono inviati dal Comune o da centri di ascolto Caritas. Possibilità di permanenza per 15 giorni – 1 mese – 6 mesi. Richiesto contributo di 1€ per la cena e 2,50€ per dormire. Possibilità di permanenza maggiore  in alloggi di seconda accoglienza di cui vengono lasciate le chiavi agli ospiti, con la possibilità anche di cucinare all’interno. In questo caso è richiesto un contributo per le spese da valutare caso per caso.

CASA DI PRONTO INTERVENTO : Via Nizza 24
DONNE: gestanti o con bambini piccoli

COTTOLENGO :
Via Andreis 26 – 011/5225655 da ottobre a maggio
prevalentemente per UOMINI, in casi eccezionali per coppie

ENDURANCE (bus/dormitorio)
a RIVOLI sul piazzale di Via Isonzo, a fianco dello stadio comunale tel.329 7507241
•L’orario di apertura del mezzo è dalle 20,00 alle 8,00 (21 notti consecutive poi lista di attesa)

Con il tuo 5 per 1000 possiamo aiutare tanto!

Con  il tuo cinque per mille, possiamo fare tanto.

Scrivi il nostro codice fiscale
97610280014
nel modulo della scelta del 5 per MILLE del tuo modello Unico, nel 730 o anche nel Cud (
chiedi il modulo all’ufficio della tua azienda).
Non ti costa nulla e potrai aiutarci tantissimo per:

– Accogliere chi è sfruttato.
Se ci aiuti vorremmo fare di più per le vittime di sfruttamento e ragazze in difficoltà, aprendo una nuova casa di accoglienza.

– Sostenere altri ragazzi con problemi scolastici.
Potremmo aumentare il numero di bambini e ragazzi che aiutiamo, ampliando gli spazi e permettendo a tanti altri di recuperare a scuola.

– Aiutare delle madri sole.
Se avremo tanti sostenitori e volontari potremo aiutare più mamme sole, con pannolini e generi alimentari per neonati

– Dare borse di studio a chi merita ma ha problemi economici.
Col tuo aiuto vorremmo aumentare le piccole borse di studio (350 euro) che offriamo ad alcuni ragazzi disagiati (ISEE sotto i 3000 euro annui) per stimolarli ad un rendimento scolastico alto (media 8,5 superiori e 27 all’università)

Fare corsi gratuiti di cucina, pulizie, artigianato e cucito. Vorremmo reinserire tante donne povere che non hanno istruzione, dando loro nuove competenze per trovare lavoro.

– Prevenire l’immigrazione con progetti all’estero
Vogliamo sostenere lo studio per tante ragazze che sono a rischio tratta prima che partano per l’Europa. Vorremmo anche aiutare a tornare in Africa qualche mamma e figli che qui non è riuscita a integrarsi

Non volevo quel figlio ma cambiai idea…

fetoDall’apparenza fragile, remissiva nella parola, flebile nel tono di voce, Cristina era invece una donna forte e risoluta. Sapeva che, come una scatola chiusa, la vita ti puo’ presentare sorprese impreviste e spesso dolorose e senza farsi troppe domande aveva sempre risposto alle avversità con coraggio e pazienza. Un’infanzia difficile, con un padre burbero e una madre severa, incontrò suo marito all’età di diciassette anni e fu subito amore; si sposarono e qualche mese dopo era già incinta della sua prima figlia Elena.

Una bellissima gravidanza, forse un po’ faticosa, ma tutto si risolse per il meglio ed Elena nacque forte e sana. Tuttavia sebbene Cristina amasse quella bambina con tutto il cuore, custodiva dentro di sé un desiderio, avere un figlio maschio. Fu per questa ragione che dopo circa un anno dalla nascita di Elena, Cristina e suo marito provarono ad avere un altro figlio e subito lei rimase nuovamente incinta. Questa volta era un bambino, la notizia venne accolta con gioia non solo dal ristretto nucleo familiare ma anche dall’intera famiglia di nonni, zii e cugine. Da anni infatti tutte le gravidanze di quella famiglia erano caratterizzate da deliziose femminucce, ormai tutti attendevano l’erede, unico maschio tra circa sette donne.

Avrebbe portato il nome e cognome del nonno, avrebbe sostituito il padre nella piccola azienda agricola a conduzione familiare, insomma questo piccolino non era ancora venuto al mondo che già tutti avevano disegnato per lui un futuro radioso. Alla terza ecografia però il medico segnalò una dimensione cranica non proprio conforme alla norma, ne informò i genitori, lo segnalò nelle referto, ma Cristina non sembrava aver capito la natura del problema. In fin dei conti lei era una donna semplice, di quelle che prendono la vita così come viene, facendo spallucce di fronte ai problemi con innata predisposizione all’accettazione delle eventi dolorosi, ma certo non si sarebbe mai aspettata di dover affrontare un giorno una dramma con quello che l’attendeva.

La diagnosi fu chiara: il bambino era idrocefalo. Percepirà gli impulsi, ma non sarà mai normale, non avrà una vita autonoma, non potrà camminare, ne parlare, giocare, studiare oppure lavorare. Cristina indietreggiò stravolta, mentre suo marito fissò il dottore incredulo; venne sottoposta loro la possibilità di abortire e i due inconsolabili genitori la presero in esame. Le giornate diventarono improvvisamente cupe per loro anche quando il sole splendeva alto, i pensieri erano ingarbugliati, impulsi di vario genere attraversavano le loro menti spingendoli come una barca in balia del vento ora in una direzione e dopo pochi istante in quella opposta.

Improvvisamente Cristina ebbe come un lampo che squarcia il suo orizzonte, permettendole di vedere come in uno specchio, come sarebbe diventata la loro vita; lei non avrebbe avuto pace, suo marito nemmeno di fronte ad uno spettacolo di quelle dimensioni, ed Elena? Anche la sua vita sarebbe stata rovinata, perché in fin dei conti i genitori non vivono per sempre e quando loro non ci sarebbero stati più, lei avrebbe dovuto prendersi cura del fratello e quel bambino suo malgrado, sarebbe stato un flagello anche per lei. L’aborto era la soluzione ideale, ormai lei se ne era convinta, ma suo marito restava chiuso in un riserbo impressionante; sapeva a che cosa andavano incontro, era consapevole del fatto che le remore di sua moglie erano tutto vere, ma non riusciva a pensare alla loro vita dopo aver tranciato il cordone ombelicale di quel bambino.

Di fronte alle opposizioni di suo marito, Cristina si intestardì, non voleva quel figlio, era decisa a non farlo nascere. Sperava in un aborto spontaneo, ma non arriva e il giorno dell’intervento, lei si alza da sola senza suo marito e raggiunse l’ospedale dove avrebbe dovuto eseguire l’interruzione di gravidanza.  Pochi istanti e un’infermiera annunciò che disgraziatamente il medico aveva avuto un incidente e che gli interventi erano sospesi. Fu un segno, quel bambino doveva nascere e Cristina tornò a casa rassegnata e in fondo serena. Maurizio, si chiamerà così il nascituro, sarà un bimbo bellissimo, con due profondi occhi azzurri e capelli nerissimi.

Dal giorno in cui è nato, il tempo è sembrato volare via scandito da un ritmo frenetico ed estenuante; Maurizio cresceva, ma restava sempre un lattante, aveva bisogno d’essere cambiato, lavato, sfamato e lentamente sbarbato, più diventava uomo, più la sua condizione era lampante e disperata. Dormiva nella camera attigua a quella dei suoi genitori, di giorno Cristina lo spostava in cucina, dove avevano un divanetto, un piccolo sofà verde proprio accanto al camino, a lui piaceva stare lì, la sensazione del calore di un fuoco scoppiettante sulla pelle, lo rilassava. Maurizio trascorreva su quel divano gran parte del giorno, improvvisamente urlava rispondendo ad un impulso che non riusciva a controllare, poi roteava gli occhi, la testa come stesse cercando qualcosa e quando posava distrattamente lo sguardo su sua madre, sembrava quasi sorriderle.

I medici dicevano che era un riflesso involontario, ridere o piangere per lui era la stessa cosa, ma Cristina era certa che sua figlio la riconoscesse nel crepitio del suo cuore, laddove i sentimenti bruciano come fa la legna nel fuoco, laddove la presenza o l’assenza di una madre è inconfutabile. Al mattino, dopo che Elena e suo padre erano usciti, Cristina iniziava le sue faccende domestiche, si muoveva per casa spolverando, spazzando, cucinando e intanto parlava con lui, gli raccontava tutto ciò che c’era da raccontare, gli parlava come se lui potesse intenderla, come se potesse risponderle e quando faceva un verso, lei apprezzava il suono delle sua voce.

Un giorno mentre era impegnata a rifare il letto di primo mattino, le sembrò di sentire un respiro accanto a lei, fu come il fruscio di una foglia che si posa lentamente in terra, talmente sottile da poter essere udito nel più completo silenzio. Lasciò cadere le lenzuola, corse in cucina e lo trovò addormentato sul sofà: le servirono solo pochi istanti per capire che quello che aveva percepito era stato il rumore dell’ultimo respiro di suo figlio. Era così che doveva andare, glielo dicevano tutti, che avrebbe dovuto aspettarselo e in fin dei conti che vita era mai quella? Maurizio era come un angelo dalle ali impiastricciate di petrolio, ora era finalmente libero, libero di poter volare, e questo Cristina lo sapeva, ma non le bastava. Lei, che aveva sperato di non vederlo nascere, ora non riusciva ad accettare la sua dipartita: quel figlio le sarebbe mancato da morire.

Le aveva insegnato molto, la sua presenza era un conforto per i suoi giorni. Tutti in famiglia avevano imparato a voler bene quel figlio e quel fratello speciale, che se ne era andato così in silenzio. Cristina ricordò per un attimo il freddo di quella sala d’aspetto dove attendeva di sottoporsi all’intervento per l’IVG di Maurizio, come era diverso dal silenzio che ora aveva lasciato suo figlio. Un silenzio carico d’amore, una presenza che in quella casa sarebbe stata sempre ricordata. E il fuoco nel camino continuava a scoppiettare. Sì la vita di quel figlio aveva avuto un senso per lei.

di Ida Giangrande

Cosa pensano i figli adottivi dei loro genitori biologici?

L’abbandono minorile costituisce una delle più gravi emergenze umanitarie dei nostri tempi. Alcune statistiche riportano che ogni 15 secondi un bambino nel mondo viene rifiutato. Per molti di questi bimbi abbandonati l’adozione ha costuito, costituisce e costituirà una àncora di salvezza. Ogni vita umana ha un valore unico ed irripetibile, per questo salvare un bambino significa salvare il mondo intero.

La Beata Madre Teresa di Calcutta affermava: “Quando adoro Gesù nell’Eucarestia vedo il volto dei poveri, e quando vedo i poveri riconosco il volto di Cristo”. La spiritualità dell’adozione è un elemento essenziale per i genitori adottivi, perchè essi sono chiamati ad accompagnare la sofferenza dell’abbandono vissuto dai loro figli.

Se durante l’infanzia il dolore dell’abbandono viene acquetato dalla gioia e dall’entusiasmo della vita, l’adolescenza è il tempo della maturazione nel quale la costruzione del futuro inizia a fare i conti con l’esperienza del passato. Per i bambini adottivi il passato è stato contrassegnato dal rifiuto, dall’incuria e dell’abbandono. La domanda che risuona nel cuore e nell’animo di ogni figlio adottivo è sempre la stessa: “Perchè i miei genitori biologici mi hanno abbandonato?”.

Qesta domanda non è di facile risposta. Ha lo stesso grado di difficoltà di altre domande esistenziali: “Perchè sono nato? Quale è il senso della vita? Perchè esiste la morte?”. Tali questioni sono racchiuse dentro un’unica domanda: “Perché sono stato abbandonato?”.

Prima di giungere alla risposta di questa domanda è necessario un lungo cammino interiore, perchè questa domanda è la compagna di vita dei figli adottivi, dal momento in cui hanno vissuto il distacco dai loro genitori biologici.

“Perchè sono nato in una famiglia ed ora devo vivere in un’altra famiglia? Perchè la mia famiglia biologica non mi ha saputo dare quello che ho ricevuto dalla mia famiglia adottiva?”. Domande che sono come sentinelle nella vita dei figli adottivi, che sempre vegliano sulla loro vita ricordando l’inquietudine della storia passata.

Questi vitali interrogativi sono infatti come la cenere della brace che sembra spegnersi, ma rimane fioca e nascosta per un lungo tempo, sempre pronta ad alimentarsi attraverso il contatto con una piccola scintilla. Ed in questa situazione la scintilla può essere un avvenimento, una parola, o un semplice ricordo. Quello che sul momento viene percepito come dolore, nel tempo si trasforma in grazia. Quando la fiamma del ricordo illumina la vita passata, riaccende il desiderio e il tentativo della riappacificazione con la propria storia.

Un figlio adottivo, riconciliato con la sua storia, potrà affrontare seranamente il matrimonio, potrà diventare un genitore capace di educare santamente i propri figli, perchè avrà ricucito quello strappo esistenziale con la sua vita passata. Quando invece di un rinnovamento totale interiore vengono utilizzati rattoppi parziali, allora tutta il vestito di quella vita rischia di lacerarsi lasciandola spogliata di opere buone.

Quindi il primo elemento fondamentale per i figli adottivi è non avere paura nel porsi la dolorosa domanda: “Perchè sono stato abbandonato?”. Il secondo elemento decisivo è quella di darsi una risposta adeguata che acquieti il proprio animo. La morte naturale dei genitori biologici è la risposta più semplice da accettare. Ma molto spesso l’adozione avviene per abbandono o per grave incuranza dei genitori verso i figli.

In questo caso, i genitori biologici sono vivi e per un figlio non è semplice giustificare la loro condotta. Quale figlio non proverebbe profondi rancori o pesanti giudizi verso i suoi genitori che lo hanno abbandonato? Qui entra in campo il ruolo fondamentale del genitore adottivo che, da un lato è chiamato ad ascoltare in silenzio i pesanti giudizi verso i genitori biologici, ma dall’altro ha il dovere di giustificare la scelta dei genitori biologici, richiamando il grande dono della vita che gli hanno dato, malgrado le loro difficoltà economiche, esistenziali e familiari.

Ci potrebbero essere tante altre motivazioni da dare ai figli adottivi, ognuno in base alla propria storia personale, ma la risposta più adeguata è quella di ricordargli il grido di dolore fatto da Gesù sulla croce: Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato? (Mt 27, 46). Queste parole di Gesù, presenti sulle labbra del cuore di un figlio adottivo, rappresentano un segno di speranza, perchè quel grido assordante è stata una richiesta di aiuto ascoltata dal Padre, che ha resuscitato il suo Figlio, salvando non solo la sua vita ma anche quella del mondo intero.

Le piaghe sanguinanti dalla croce dell’abbandono troveranno una risanamento profondo solo quando entreranno a contatto con le piaghe di Gesù. Questo potrà avvenire attraverso una riconciliazione cercata, sperata e voluta dai figli adottivi con i loro genitori biologici, concretizzata attraverso un incontro e un riallaccio della relazione. E se questo non fosse possibile per la morte di un genitore biologico, è sempre possibile una riappacificazione interiore piangendo davanti alla tomba del proprio defunto.

Al contrario, rimandare questo incontro personale significa lasciare aperta una ferita che con il tempo si potrà anche cicattrizzare, ma vi è il serio rischio di riaprirsi con grande facilità, provocando dolori sempre più pesanti per se stessi e per le persone che gli vivono intorno.

Centri diurni a Torino – Servizi per chi e’ in difficolta’

centrodiurnoSono centri in cui le persone in difficoltà possono passare del tempo sia svagandosi, sia trovando operatori che possono aiutarli con percorsi di recupero sociale e di reinserimento.

Drop House
– Gruppo Abele (femminile)   011 2481667
Via Pacini, 18 – Torino
(Barriera di Milano, linee di mezzi pubblici 2, 18, 49, 75)
Dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 13.00

Lunedì: laboratorio di cucina; danza del ventre;
Martedì: laboratorio di decoupage;
Mercoledì: pilates
Giovedì: laboratorio di lettura
Venerdì: ed. fisica; laboratorio ludico per mamme e bimbi

Pomeriggio  del Martedì: laboratorio di danza terapia

Drop-in (dipendenze)  011 850344
Torino, via Pacini 18 angolo via Leoncavallo (Barriera di Milano, linee di mezzi pubblici 2, 18, 49, 75).
Aperto solo il lunedì mattina ore 9 alle 12.

Centro Diurno – Gruppo Abele (dipendenze) Torino, via Pacini 18 angolo via Leoncavallo (Barriera di Milano, linee di mezzi pubblici 2, 18, 49, 75). Dal lunedì al venerdì dalle ore 12 alle ore 18.

Servizio Pronta Assistenza – Servizio Dipendenze ASL TO2
Ospedale Amedeo di Savoia – C.so Svizzera, 164 – 10149 Torino Tel. 011.4393725
Da lunedì a venerdì dalle ore 15 alle ore 19,30

Opportunanda
Centro Diurno: Via Sant’Anselmo 28
Tel. 011.6507306 Lun – Ven 8.30-11 (offre colazione)
Laboratori e aggregazione.

 Sant’Antonio Da Padova
Via Sant’Antonio da Padova 7. Tel.: 011.5621917
Mezzi pubblici:1-9-10-55
— Gruppo della domenica domenica pomeriggio, dalle 14.30 alle 17.30

La Sosta… nella Casa di Gabriele (Caritas-Sermig)
Via Giolitti n. 40 Tel. 011-883705 anche fax
lasosta.caritas@gmail.com
Aperto tutti i giorni, compresi i festivi; dalle ore 14,00 alle ore 18,00.
La Sosta è un luogo di accoglienza dove trascorrere qualche ora in compagnia offrendo uno spazio di ascolto.

“Por un tiempo”: padre all’improvviso

paternitaNel giro di pochi giorni, il trentenne Leandro si ritrova ad essere padre da due donne diverse: non solo sua moglie Silvina è in attesa del loro primo figlio, ma viene a conoscenza di aver concepito dodici anni prima una bambina, a seguito di una fugace avventura di gioventù.
Non è finita qui: la madre della bambina, per mezzo della sorella, gli ha chiesto, di tenere con sé la piccola per qualche tempo, essendo malata di cancro e dovendo sottoporsi a un ciclo radioterapico.
Inizia così Por un tiempo, il terzo film in concorso al Fiuggi Family Festival. La pellicola, di produzione e ambientazione argentina, è diretta da Gustavo Garzòn.
Per Leandro (Esteban Lamothe), che lavora come architetto in uno studio associato, è un vero terremoto: inizialmente si rifiuta sia di accogliere in casa la sua figlia naturale che di fare il test di paternità. Nella sua mente aver concepito un bambino è qualcosa di ben diverso dall’essere padre.
Poi qualcosa scatta nella sua mente: vuole conoscere la bambina ed ospitarla, così come chiesto dalla zia di quest’ultima. Anche Silvina (Ana Katz), superato lo choc, acconsente a questa iniziativa, nonostante le fatiche del suo stato interessante.
In effetti, anche se Lucero (Mora Arenillas) è convinta che suo padre abbia abbandonato lei e sua madre, poco dopo la sua nascita, Leandro, per dodici anni ha totalmente ignorato la sua paternità.
Infatti Clara, compagna del suo brevissimo flirt giovanile, non ha mai voluto essergli di peso e, anche in occasione della sua malattia, l’idea di affidare la bambina a Leandro è stata della sorella.
Quando Lucero viene accolta in casa, inizialmente è soprattutto Silvina ad essere affettuosa con lei: si sente già pronta ad essere madre, mentre il marito è ancora pieno di perplessità.
La situazione è complicata dai gravi disturbi psicologici di cui la bambina soffre: è estremamente chiusa in se stessa e non vuole parlare con nessuno. Anche le sue insegnanti sono estremamente preoccupate della sua patologica introversione. Un giorno Lucero arriva a somatizzare le sue paure e contrae una febbre altissima.
Poco tempo dopo, durante una passeggiata con il padre, la bambina si affeziona tantissimo ad un cagnolino randagio e sembra finalmente rinascere: il sorriso per la prima volta è comparso sulle sue labbra. Leandro acconsente a portare l’animale in casa, mandando su tutte le furie la moglie, preoccupata, tra l’altro di poter contrarre qualche malattia pericolosa per la sua gravidanza.
Il finale del film è aperto ma lascia intravedere come, anche nelle situazioni più controverse e apparentemente ingestibili, la soluzione è nell’amore e nell’accoglienza che solo una famiglia può dare.

Luca Marcolivio

Rifiutato o accolto? Quando il figlio e’ disabile

disabiliConoscerle per capire com’è possibile passare dal sentimento di rifiuto per un figlio che nascerà “diverso” sino all’amore più profondo. Si parla troppo poco di queste famiglie segnate dal dolore. Sovente nemmeno la politica se ne ricorda, sebbene sopportino un peso gravoso anche dal punto di vista economico.

Per questo le famiglie hanno imparato a unirsi e a farsi rispettare: merito dell’associazionismo, passato dalla contrapposizione alla collaborazione critica con le istituzioni. Ma troppo silenzio circonda ancora i nuclei nei quali vive una persona con handicap, che in Italia sono oltre due milioni e mezzo. La Fondazione Sacra Famiglia, che alle porte di Milano ospita circa 1.600 disabili, ha realizzato un’indagine con un gruppo di familiari dell’«Associazione parenti Isf» e «Oltre Noi la Vita», fondata dalla Sacra Famiglia insieme ad Aias, Anffas, e Fondazione Don Gnocchi. Le risposte aiutano a capire le loro aspettative e i problemi, anche quelli che non si dicono a voce alta.

«Chi, più dei familiari, è consapevole di cosa significhino normalità e diversità? – si domanda Sergio Fogagnolo, presidente dell’Associazione parenti Isf – Nonostante paura, frustrazione, sofferenza, si rapportano al proprio congiunto con un senso di appartenenza che sorprende. Appartenenza vuol dire amore, cura, tenerezza, e riconoscere piena dignità alla persona.
Anche quando a vent’anni i genitori devono ancora imboccare il figlio, anche quando si sa che non camminerà e non comprenderà mai. A cosa servono associazioni come la nostra? Siamo la voce degli ultimi. Niente può cancellare il dolore di una madre o di un padre davanti alla sofferenza del figlio, ma insieme possiamo condividerlo, trasmettere esperienze, aiutare a non ripetere gli stessi errori. E comunicare. Nessuno parla delle tante mamme che compiono gesti d’amore incredibili per i propri figli. E nessuno dice quanto amore sappiano darci persone che la società ritiene non normali».

Le testimonianze riportate dall’indagine sono toccanti.
«Il rifiuto è normale – confessa Antonio, padre di un ragazzo autistico grave -; il genitore che non vi passa può non aver elaborato la sua sofferenza. Perché quando nasce un figlio disabile i genitori trascorrono i primi anni aspettando che guarisca, o almeno che manifesti miglioramenti. A scuola attendono i suoi progressi: perché non sono perfettamente informati sulla sua condizione, ma soprattutto perché non riescono ad accettare che non sia “come gli altri”. Poi cominciano a rifiutarlo. Sembra impossibile poterlo amare, perché si convincono che lui non sia consapevole di nulla. Si smarrisce il senso della sua vita. Il rifiuto fa parte di un percorso di sofferenza, lo stesso che riporta alla luce i suoi minuscoli, impercettibili progressi: i suoi occhi che sorridono, che cercano i genitori, a modo loro li aspettano. Si impara a riconoscersi nella sua diversità, e allora l’amore si ritrova anche nei suoi pianti interminabili, nella fatica, nell’impotenza.
Il senso di appartenenza alla famiglia è ritrovare un figlio accettandolo».

Veniamo all’indagine: di cosa hanno bisogno oggi le famiglie in cui vive una persona disabile?
Oltre il 50% degli interpellati non ha dubbi: punti di riferimento, scambi di esperienze fra famiglie, maggiore attenzione da parte delle istituzioni e, soprattutto, meno burocrazia, che complica la vita dei genitori rendendo il sostegno non un diritto ma un favore. Le difficoltà relazionali nei confronti del parente disabile sono di diverso tipo. Per metà riguardano l’impotenza di fronte alla condizione del congiunto. C’è poi un altro tipo di impotenza, dalla quale i genitori si sentono schiacciati:
non poter aiutare il proprio figlio nel momento del pianto, del dolore, del malessere.

E quali i pregiudizi più radicati con i quali le famiglie si scontrano?
Il 60% ritiene che siano diminuiti, mentre è aumentata l’indifferenza. La solitudine è fortemente avvertita dal 40% delle famiglie. I preconcetti che esse avvertono sono anche verso le scelte cui sono chiamati: tanti genitori che affidano un figlio a una struttura residenziale dicono che la loro decisione viene giudicata come abbandono, non come una reale necessità di aiuto. C’è anche però chi, come i genitori di una disabile psichica di 18 anni, volge la situazione in positivo, affermando che «i pregiudizi sono ancora molti, ma noi non ci poniamo il problema, anche perché tendiamo a spiegare le condizioni di nostra figlia e abbiamo appurato che quando le persone capiscono, accettano. Noi che conviviamo con l’handicap dovremmo spiegare, quando è possibile, le difficoltà dei nostri cari, per fare in modo che la disabilità rientri nella normalità della vita».

E il peso economico di un disabile è sostenibile? La risposta unanime è no.
Il 45% delle famiglie ammette che sono necessari due stipendi, oltre all’assegno d’invalidità. Per il 30% «ce la fai solo se ti aiutano altri familiari». Le spese per un congiunto non autosufficiente variano da individuo a individuo.
Cambiano le spese mediche (visite e terapie) e le medicine. Le spese in più rispetto a un figlio o parente “normodotato” mutano, secondo il campione, dai 200 ai 600 euro mensili. Bisogna poi considerare che è una spesa che dura per tutta la vita del disabile. «Senza contare – aggiunge Fogagnolo – la tendenza attuale delle pubbliche amministrazioni di scaricare i costi sulla famiglia». La madre di I., 18 anni, affetta da sindrome di Rett, spende ad esempio circa 6 mila euro l’anno. Per la mamma di R., affetta da tetraparesi spastica, «lo stipendio di mio marito e l’assegno di accompagnamento non bastano mai. Per una famiglia con un disabile le spese quotidiane raddoppiano: si lava, si stira e si riscalda di più, si tiene accesa la luce di notte, si acquistano prodotti alimentari specifici, si spende moltissimo in farmacia perché tante medicine non sono passate dal Servizio sanitario, si acquistano i pannoloni perché quelli forniti dalla Asl non bastano… E le vacanze con gruppi organizzati costano molto». Per chi ha familiari nei centri diurni c’è un problema in più: la quasi totalità delle madri, per esempio, ha dovuto lasciare il lavoro per badare al figlio.

Il desiderio più grande per il proprio caro «è di saperlo sistemato, amato, trattato come quando era in famiglia, anche una volta che dovrà restare solo». Il “dopo di noi” per le famiglie resta la preoccupazione maggiore.
Anche in questo caso l’associazionismo ha fatto molto. Dal 1992 «Oltre Noi la Vita» assiste gratuitamente progetti di autonomia con volontari professionisti in campo giuridico, psicologico, sociale, fiscale e legale.
«Abbiamo combattuto – racconta il direttore Giovanni Gelmuzzi – per avere la legge sull’amministratore di sostegno, un tutore volontario che rappresenta gli interessi del disabile maggiorenne. E sosteniamo le famiglie a progettare ora il futuro dei figli in percorsi di autonomia, come è loro diritto: ad esempio in comunità dove potranno vivere con dignità». Ma, alla fine, cosa dà forza alla famiglia? «Mia madre – conclude Sergio Fogagnolo – nel 1991 è morta affidandomi mio fratello, un bimbo di cinque anni nel corpo di un uomo di 67. La sua dolcezza e il suo bisogno d’amore sono la cosa più bella che potesse lasciarmi. Questo amore semplice e unico è la spinta ad andare avanti».
Avvenire

Sulle orme di San Girolamo Emiliani

Santuario_S_GerolamoLe nuove schiave, La tratta del 2000, I poveri di oggi, La nuova criminalità. Titolano così le grandi testate quotidiane spingendo l’acceleratore sull’aspetto cui il lettore occidentale è più sensibile: la novità, la nuova moda, la nuova era sociologica. Portando l’atteggiamento all’estremo, operare nella lotta alla prostituzione diverrebbe una sorta di start-up del no-profit, un ideare modelli e risposte rigorosamente indipendenti e svincolati da quella “piaga” cui il figlio della globalizzazione pare decisamente allergico: la tradizione.

A questa miope lettura del fenomeno come una nuova e repentina tendenza, si frappone un’altra verità, ineccepibile a livello storico e fondativo a livello ideale per chi opera nel settore come noi Amici di Lazzaro: l’opera di San Girolamo Emiliani (Venezia, 1486 – Somasca, 8 febbraio 1537), fondatore dei Padri Somaschi.

Fu così che, tanto a Milano quanto a Como e nelle altre città e diocesi sopra nominate furono realizzati, con la partecipazione di Girolamo e di molti altri, simili centri di accoglienza, alcuni dei quali anche per le donne convertite.” (cfr. Bolla del Papa Paolo III, 1540).

Noi siamo piccoli di fronte alla statura  morale e spirituale di San Girolamo, rubando un’espressione agli storici del Rinascimento: lavoriamo nella speranza di essere “nani sulle spalle dei giganti del passato”, capaci almeno di aggiungere un mattone alle pietre angolari del costruttore.

San Girolamo Emiliani come un incendiario percorse, camminò, abitò quelle strade di giorno e di notte. E intorno a lui, in mezzo a quelle strade cominciarono a raccogliersi spiriti e forze. Laiche e religiose, plebee e patrizie. Un anonimo amico che ne fu biografo dirà “I loro nomi non voglio pubblicare, perché i loro nomi sono noti allo Spirito Santo e i loro nomi sono scritti nel libro della vita”. Un taccuino, conservato fino ai primi anni dell’Ottocento, che conteneva un elenco di quasi trecento persone: prelati, ecclesiastici, nobili, avvocati, medici, mercanti, contadini.

Un esempio di santità nascosta, di impegno lontano dai riflettori.
PREGHIERA A SAN GIROLAMO EMILIANI

O Dio che in San Girolamo Emiliani, padre e sostegno degli orfani,
hai dato alla Chiesa un segno della tua predilezione verso i piccoli e i poveri,
concedi anche a noi di vivere nello spirito del Battesimo,
per il quale ci chiamiamo e siamo realmente tuoi figli.
Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.
Per i meriti e l’intercessione di S. Girolamo,
ci benedica e ci protegga sempre Dio onnipotente,
Padre, Figlio e Spirito Santo. Amen

PREGHIERA A SAN GIROLAMO

I.O San Girolamo che durante la tua vita terrena hai accolto lo sguardo misericordioso del Signore e con l’aiuto materno di Maria Vergine ti sei rinnovato alla vita di grazia, effondi su di noi la tua protezione e ottienici dal Signore una vera conversione al Vangelo di salvezza.
Gloria

II.O San Girolamo che sei stato fiamma del divino amore per gli orfani e i bisognosi, alleviandone ogni miseria e pena, fa che sul tuo esempio possiamo anche noi accogliere il nostro prossimo con la stessa carità con cui ci ha amato Cristo Signore.
Gloria

III.O San Girolamo che nella tua vita hai rivelato agli uomini la misericordia e la tenerezza del Padre celeste accogliendo i fanciulli e i giovani e insegnando loro la via del cielo, accogli, custodisci e proteggi la nostra gioventù da ogni male.
Gloria

IV.San Girolamo, che nella tua vita mortale, come Buon Samaritano, molte volte ti sei chinato con amore di padre su ogni uomo piagato nello spirito e nel corpo, aiuta con le tue preghiere e la tua paterna intercessione i nostri fratelli ammalati, dona loro la forza e il coraggio per affrontare e vivere con fede questo momento di sofferenza, possano superare presto la malattia e riacquistare la serenità e la salute, per lodarti nella tua Chiesa con cuore riconoscente e grato.
Gloria

 

Una mamma a Bangkok

angela bertelliPer il buddhismo theravada le circostanze che vivi sono castigo o premio per quello che hai fatto in una vita precedente. Vale tra i grattacieli di Bangkok, figurarsi nelle sue baraccopoli fangose o tra chi è malato. «La povertà e la sofferenza sono karma negativo», spiega suor Maria Angela Bertelli, missionaria saveriana: «E il karma è una colpa da compensare con altre vite». Legge spietata. Soprattutto per i bambini in queste foto, che vivono nella sua casa d’accoglienza. Piccoli nati storti, attorcigliati, senza parola, senza gesti. Quante volte dovrebbero nascere, per salvarsi?

Bastano le immagini dalla Casa degli Angeli per capire che questa legge è stata capovolta, e non sui libri o con una teoria opposta, ma in un rapporto. Suor Maria Angela tra pochi mesi farà rientro in Italia, dopo quindici anni di missione in Thailandia. Anni di «grattuggiamento e grazia», dice con dolcezza. Ha sofferto tanto, ha ricevuto tutto. Innanzitutto da questi bimbi con i nomi che sono sillabe e suoni: Tum, Tam, Ep, Po-Po, Muk, Wan. La Casa è un centro di riabilitazione, ma soprattutto una famiglia, nata nel 2008 a Nonthaburi, venti chilometri a nord di Bangkok. Un seme impensabile in un Paese dove non esistono opere per bambini così, se non orfanotrofi. Oggi i piccoli ospiti sono quindici e il lavoro quotidiano va dalla fisioterapia alla cucina. Ma lo scopo di questo luogo è «uno solo», dice la missionaria: «Essere l’occasione perché la presenza del Signore s’incarni ancora».

Le madri che vivono o lavorano qui sono arrivate, per lo più giovanissime, piene di paura e vergogna, con addosso la “maledizione” dei loro piccoli spastici o ritardati, e l’incapacità di amarli. «Vivevano un’accettazione fatalista, sottomessa. E tanta solitudine», dice suor Maria Angela. Nessuna di loro sapeva cosa fosse il cristianesimo, ma tutte avevano il seep ciai, «il cuore che brucia di dolore», e mariti violenti, alcolizzati, o solo molto assenti. Ma, oggi, chi entra in questa Casa chiede: «Chi è la mamma di chi?». Perché tutte si occupano di tutti. «Con un amore, una dedizione, che io non avrei neanche potuto immaginare». Si piegano su ogni dettaglio ed è la loro preghiera più bella. «L’amore non è sentimento», dice suor Maria Angela: «L’amore è servizio concreto, fino a sporcarsi le mani e caricarsi pesi».

La parola gratuità non esiste in lingua thai. Bisogna formulare una frase: «Lo faccio solo perché ti voglio bene, non voglio niente in cambio». Oppure bisogna vedere un gesto, milioni di gesti quotidiani fatti per nulla, per amore. «La cultura di qui rende naturale il sospetto. Ti chiedono: perché mi curi?», continua suor Maria Angela. La Casa degli Angeli nasce attraverso la sua missione, iniziata ben prima dell’arrivo in Thailandia. Da ragazza, minuta e forte com’è ancora oggi, ha lasciato Carpi, il pianoforte e il caseificio del padre, dopo aver provato in ogni modo a rendere utile la sua esistenza. Dopo il diploma di Ragioneria ha deciso di diventare infermiera, lavorava con gli anziani, con i disabili, in parrocchia… «Niente mi bastava». Finché un giorno un’amica non le ha detto: «Ma tu vuoi dare del tempo a Gesù o vuoi darti a Gesù?». Nell’incontro con le Missionarie di Maria – Saveriane ha desiderato non stabilire più i suoi passi. «Un Altro avrebbe deciso per me: come, dove e quando».

Così arrivano New York e il lavoro nei Centri di aiuto alla vita, tra le madri che vogliono abortire e i ragazzi di Harlem. Poi, nel 1993, la Sierra Leone. Per due anni insegna fisioterapia e lavora in un centro per bambini poliomielitici. Fino al rapimento: 56 giorni nelle mani dei ribelli del Fronte unito rivoluzionario, facendo la fame, prendendo la malaria, insieme ad altre consorelle e centinaia di ostaggi. E lei, sicura: «Non c’era posto migliore per fare le missionarie». Ancora piange quando racconta cos’ha subìto, ma non ha dubbi: «Ho visto i segni della misericordia. Il Signore era lì con noi». Le donne dei capi che portavano il cibo di nascosto, il ribelle più giovane che piano piano cambiava atteggiamento. E quel volto del Gesù di Velázquez, lo stesso venerato dal loro ordine, su un santino datole da uno dei rapitori. «L’amore trova dei sentieri nascosti per rimanere vero, vivo».

Suor Maria Angela arriva in Thailandia il 6 novembre 2000, a 41 anni, per raccogliere la sfida di Giovanni Paolo II sull’evangelizzazione dell’Asia nel Terzo Millennio. Inizia al Nord, nella provincia di Lampang, accudendo i malati. Dopo due anni e mezzo, chiede di essere mandata a pregare e lavorare nella baraccopoli di Wat Chong Long, periferia di Bangkok. Il suo sostegno è la parrocchia Nostra Signora della Misericordia, dove lavora anche padre Adriano Pelosin, missionario del Pime, con cui inizia ad andare a visitare le persone negli slum, in motoretta, prendendosi cura dei malati terminali di Aids e dei disabili, soprattutto bambini. Da questo servizio quotidiano è nata, senza averla progettata, la Casa degli Angeli.

Lin è una delle mamme. Lascia tutti ammutoliti quando parla, perché è raro lo faccia e per quel che dice: «Qui Dio, Dio stesso, mi ha ospitata. Ha fatto per me tutto quello che c’è nel Vangelo». È arrivata con i suoi pochi fagotti in sacchetti di plastica e con il piccolo Phum, dopo che le era morta la primogenita, malata di cuore, e il rapporto con il marito si era rotto. Una mattina, affacciata ad una finestra, pensava di lasciare Phum in un istituto e farla finita. Ma, tra i tetti, vede una croce. E le viene in mente la catenina vista al collo di quella sister incontrata in ospedale… Qui non si sa neanche cosa sia davvero una sister. È considerata più o meno la manovalanza per assistere i malati. Oggi Lin dice a suor Maria Angela: «Sai, mae (mamma), ho capito di non aver mai saputo cos’è l’amore. Anche quando ero a letto con mio marito, eravamo due corpi vicini. Qui ho incontrato l’amore vero».

Quello che si vede e si tocca alla Casa è un’opera di misericordia – «carità spiccia», dice la missionaria umilmente – e la misericordia «è la chiave che apre tutte le porte», continua lei: «Anche di chi non crede». All’inizio, durante i momenti di preghiera, le mamme parlavano, interrompevano, ridacchiavano. Ma quante volte hanno voluto che suor Maria Angela rileggesse il racconto della Creazione, perché per loro era incredibile che Dio, una mano, una mente, un cuore, preparasse tutto come una madre per il bimbo che nasce. «Sister, la leggi ancora?», le chiedevano: «Non sapevamo ci fosse tanto amore dietro a tutte le cose che ci sono». Per loro era puro caso. Nel tempo, alcune di loro hanno chiesto il Battesimo, per se stesse e per i figli.

Trovare l’amore di Dio, qui dove Dio non ha parte nel vivere e nel pensare. “Dio” è una parola tabù, come anche l'”io”. «Nel libro di Rahula Walpola sugli insegnamenti del Buddha», racconta suor Maria Angela, «Dio è un’invenzione dell’uomo. Sono un’invenzione anche il self, l’io, e l’immortalità dell’anima. Tu sei un conglomerato di elementi: adesso sei e domani non sei più. E ciascuno è rifugio a se stesso». Buddha parlava 500 anni prima di Cristo, eppure sono tantissimi i legami con il nichilismo moderno: «La via di salvezza è distaccarsi dal tutto, anche dai desideri, persino quelli buoni, e dall’amore, per essere in uno spazio di pace e nulla».
Non è una teoria, l’assenza dell’io. È una pratica. La vita diventa una roulette russa. Allora tutti i gesti che tessono la giornata di questa Casa sono apparentemente in perdita. Qual è il guadagno? «Dio stesso, che si fa incontrare, conoscere, portare in braccio e amare nei più piccoli. L’incontro con Gesù a tu per tu», risponde suor Maria Angela: «Per me». Come in uno dei momenti più bui che ha attraversato, in cui è stato Nit, un bambino della baraccopoli, a ridarle vita. «Era dura con lui, me ne combinava di tutti i colori. Poi ogni tanto si fermava e mi chiedeva: “Sister, mi vuoi bene?”. Era Cristo che bussava e me lo chiedeva». La rendeva cosciente e tutto in lei si calmava.

La prima ospite della Casa è stata Lek, con i due figli. Suor Maria Angela l’ha incontrata in una delle sue visite al Children’s Hospital. Entra in una stanza e la trova rannicchiata su due sedie, accanto a Tam, di due anni e mezzo, in coma. Lek è stata abbandonata dal marito, senza avere di che vivere e con un’altra bambina, Toon, nata prematura, che non sa come accudire. Quel giorno, tornando a casa in motorino, suor Maria Angela continua a pensare a quella donna piena di croci. Ma non osa chiedere a Dio: Perché? «Non oso mai chiederlo», dice: «Perché è un mistero. Una spiegazione non riempirebbe mai. La risposta si rivela vivendo con loro: stando dentro a tutto, nasce la risposta. Bisogna “sposare” le persone. Fare famiglia con loro». Da quel primo incontro con Lek, ha chiesto a Dio solo una cosa: «Di poter essere Suo strumento perché Lui continuasse a starle vicino».

In mezzo a mille traversie, Lek lascia lo slum per andare a vivere vicino alla parrocchia Nostra Signora della Misericordia. Passa il tempo e si ammala anche lei, sembra pesare meno del piccolo Tam, ma lo solleva, instancabile, con il corpo segnato dal lavoro: piantare pali nelle zone paludose, immersa fino al collo nell’acqua fangosa. Inizia ad andare a catechismo, anche se – dice – non capisce nulla. Un giorno, dopo una lezione, si avvicina a suor Maria Angela: «Quello che Dio ha chiesto ad Abramo è quello che chiede a me». Inizia a leggere la Bibbia ogni sera e a fare tantissime domande. Ogni volta che il marito ritorna a casa, la picchia. Un giorno Lek corre da suor Maria Angela: «Promettimi che non ti arrabbi», le chiede: «Mi avevi detto di non aprirgli più, lo so. Ma l’altra sera, quando ha bussato, ho pensato a quel che ci insegna Gesù, amare i nemici. E mi sono chiesta quanto davvero io mi fido del Signore, anche quando ho paura. Così ho aperto. Questa volta è stato con noi un poco e se n’è andato senza farci del male». Lungo un calvario di cadute e rinascite che sanno di mahassachan, di miracolo, oggi Lek è battezzata col nome di Maria ed è aiuto-catechista. Va sempre a lezione portando quel figlio con paralisi cerebrale e ancora tanto bisognoso di cure. Lo porta perché è parte della sua testimonianza, della sua vita toccata da Dio: «Se non avessi Tam così com’è, non avrei mai incontrato il Signore». Suor Maria Angela non è preoccupata di quando tornerà in Italia. Perché la Casa è nelle mani di queste donne che sono state come «cirenei di un Cristo non ancora riconosciuto», per poi dire, come una di loro: «Questo Dio Padre, Phrà Bida, che tu mi hai fatto conoscere mi è vicino anche quando piango nel silenzio. Anche quando sono sola. Sempre».

Dice il Salmo 112: «Dalle immondizie rialza il povero per farlo sedere tra i principi del Suo popolo». «Noi non abbiamo ancora capito il messaggio di salvezza che portano gli ultimi», aggiunge lei: «La domanda sul “perché” davanti alle prove della vita è sempre la stessa, da prima di Cristo. Ma prima non c’era la Rivelazione. Un fatto concreto, a cui ti agganci e ti trascina con sé». Questione di metodo, secondo lei: «Le cose di Dio non si capiscono. Noi vogliamo capire e poi accettare. Invece Dio ci chiede: “Credimi, servi queste persone e mi scoprirai in loro”». È l’esperienza che guida. «In questi anni, mi sono scoperta più fangosa, peccatrice, handicappata e ingabbiata di loro. E nulla è paragonabile al vedere come Dio, con il suo metodo che sempre ci scandalizza, ci cambia il cuore. La presenza che fa nuove tutte le cose c’è. C’è. Mio Dio, come c’è!»
di Alessandra Stoppa – Tracce

S.O.S. DONNA e PARTO SEGRETO

SOSSe aspetti un figlio che non vuoi, non avere paura. La legge ti protegge.

Il servizio telefonico SOS Donna, gestito dal Comune di Torino, risponde a tutte le donne (nubili o sposate, straniere con il permesso di soggiorno o clandestine) che attraversano il difficile momento di una maternità non voluta.
Offre una linea di ascolto gratuita, valida per la Città di Torino e la sua provincia, e fornisce informazioni e orientamento su:

  • possibilità di partorire presso gli ospedali e poter dare in adozione immediata il bambino, conservando il diritto al più assoluto anonimato;
  • diverse opportunità legislative e di aiuto sanitario e sociale esistenti.

Il servizio risponde al numero 011.442.5489, dal lunedì al venerdì, in orario 9.00-17.00.

La segreteria telefonica, attiva 24 ore su 24 al numero verde 800-231310, fornisce informazioni su riferimenti normativi e modalità di funzionamento del servizio.

OPUSCOLO DA SCARICARE (è in più lingue):
SOS donna e parto segreto

(formato pdf 668 Kb)

 

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Dalla strada alla vita, uno stile, un progetto. Testimonianza di Paolo

Mi chiamo Paolo Botti, da tanti anni mi occupo a tempo pieno degli Amici di Lazzaro, che è il mio impegno verso gli ultimi iniziato con gli Alunni del Cielo negli anni 90, perché dopo alcuni anni di lavoro decisi di lasciare tutto e partire per le missioni in Africa o in Brasile e nell’attesa di scegliere dove andare ho avuto la proposta da Padre Geppo , il gesuita che fondò gli Alunni del Cielo, di dare una mano per accogliere alcune famiglie di profughi che arrivavano da Bosnia e Albania… rimasi per qualche mese, poi per qualche anno e dopo le prime famiglie arrivarono tante ragazze che uscivano dalla strada che ci venivano mandate perché nessuno sapeva dove proteggerle e metterle al sicuro.

Nel tempo con un gruppo di amici ci siamo inventati degli incontri di amicizia e preghiera con i senza casa e con chi ruotava intorno alle stazioni; proprio in stazione abbiamo conosciuto qualche ragazza nigeriana che prendeva il treno per andare in strada di notte in altre città. E lì ci è nato il desiderio di allargarci, di ampliare il nostro servizio di ascolto e amicizia di strada anche a loro.

Abbiamo così iniziato ad andare di notte con gruppi di volontari e un furgoncino ad incontrare le tante ragazze sfruttate specializzandoci sulle nigeriane (vendute e comprate come oggetti, con la minaccia di uccidere i loro figli o genitori in Africa).

Erano incontri per noi nuovi, pieni di paura perché non capivamo cosa c’era dietro, ma anche pieni di fuoco di conoscere, di andare là dove nessuno o quasi andava, di raggiungere chi non aveva amicizie, chi non era amato da nessuno. Abbiamo imparato centinaia di nomi di ragazze che ci sembravano tutte uguali e poi pian piano diventavano nostre amiche. Una esperienza dura perché alcune le abbiamo viste morire, ricordo Caterina, la prima trovata uccisa, poi Stella, Sandra e tante altre, alcune morte in seguito alla vita di strada… Yahbo; Promise, altre impazzite per la paura e il dolore, come Joy, Franca, Elvira, Grace, Silvia, Mery. Abbiamo incontrato un abisso di dolore e tante esperienze di cattiveria. Ma anche tanta fede, tanta semplicità e ingenuità in ragazze che impazzivano di gioia se regalavamo loro un peluche per il compleanno… o che ad anni di distanza ci cercavano per ringraziarci di essere state loro vicine quando erano sull’abisso della disperazione.
Negli anni ne abbiamo aiutate tante a rinascere, con altre abbiamo solo vissuto momenti di serenità, in quei pochi minuti di amicizia in cui stiamo con loro di notte, a volte pregando un Padre Nostro in inglese e intonando un canto religioso in lingua nigeriana. Abbiamo avuto storie di ragazze straordinarie, forti e coraggiose nel fuggire da chi voleva far del male alla loro famiglia in Africa, ragazze che hanno scelto il bene a costo di rimanere povere e tutte le ricordiamo.
Ogni tanto scorro gli elenchi e li porto alle suore di clausura che le ricordino a Dio perché nessuna si perda.
Con i volontari e con la mia famiglia ne abbiamo ospitate tante in casa nostra, dove abbiamo un mini appartamento con 2-3 posti (una volta ne avevamo anche 6-7) per accogliere chi ha bisogno di un po’ di pace e rifugio.

Non è una comunità strutturata, è una condivisione che cambia a seconda di chi arriva, se c’è più bisogno si attivano più volontari, ma tutto è molto semplice.

Negli anni forse sono 70 o forse di più le ragazze passate da noi e speriamo ancora di ospitarne tante, condividendo la bellezza dell’amicizia cristiana (il Lazzaro riportato in vita in virtù della sua amicizia con Gesù) e anche condividendo il nostro essere sostenuti dalla Provvidenza che mai ci manca per accogliere il secondo Lazzaro di cui parla il Vangelo: il povero che moriva di fame di fronte al ricco. Averle tra noi in casa, ma anche nei tanti momenti di vita dell’associazione è una ricchezza, primo perché le nigeriane sono allegre e piene di vita e poi perché ci aiuta a non chiuderci a ricordarci che è bello amare e stare con gli altri, che è bello vivere e tendere la mano a chi è caduto. Ringraziando Dio ogni giorno del bene che riceviamo..

Il progetto “Dalla strada alla Vita” serve per raccogliere fondi per sostenere questo nostra attività. Ci serve per andare in strada ad avvicinare le ragazze ancora sfruttate, ci serve per aiutare chi è già uscito a fare delle esperienze per imparare un lavoro, ci serve per aiutare chi ha lasciato la strada e ha perso il lavoro e rischia di essere ripreso dagli sfruttatori… Il progetto prevede anche la prevenzione, informando chi vorrebbe venire in Italia sognando che qui sia tutto semplice e la riduzione dei clienti informando nelle scuole i giovani a non comprare mai una donna.
Paolo Botti – resp. Amici di Lazzaro

Ecco perché potete aiutarci e sostenerci in tanti modi.
Abbiamo bisogno di voi…

 

Quelle ragazze morte di aborto e la legge 194

abortoNelle scorse settimane, nel nostro Paese, diverse giovani donne sono morte di parto. Gina, l’ ultima, nel Napoletano, frequentava la mia parrocchia. Non sempre si e’ trattato di casi di malasanita’. L’ imprevisto nella vita è dietro l’ angolo. E tante volte spalanca la porta a sorella morte. A Napoli è deceduta anche una giovane donna in seguito a un aborto. Non un aborto clandestino, ma praticato in uno degli ospedali più importanti della Campania, il Cardarelli. La ragazza deceduta in seguito all’aborto, però, a differenze delle mamme che hanno messo al mondo il figlio, attira l’ attenzione anche di Roberto Saviano. Lo scrittore ne approfitta per ritornare sulla legge 194 che secondo lui, sarebbe da cambiare.

Per la verità, anche gli amanti della vita nascente vorrebbero che si rimettesse mano a quella legge, quasi del tutto disattesa nella parte che prevede gli aiuti da dare alla donna per evitarle di giungere all’ aborto. Per quanto possa sembrare strano, la legge si apre con un inno alla vita del nascituro: « Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio». La legge prevede accoglienza, incontri, dialoghi tra la donna e il personale ospedaliero per individuare e, possibilmente, eliminare le cause che l’ hanno portato a quella decisione drastica. Abortire non è una passeggiata per nessuno. Purtroppo poco o niente di tutto questo viene normalmente praticato. L’ aborto è diventato un intervento di routine. Ci sono carte da firmare e tempi da aspettare. Senza che qualcuno si faccia veramente accanto alla persona che non se la sente di portare avanti la gravidanza. Soprattutto senza che qualcuno si ricordi di ricordare che il feto da eliminare è vita. Senza che nessuno rimanga accanto alla donna dopo l’ intervento. Quando sensi di colpa, depressioni, pentimenti si fanno avanti.

Troppa fretta si ha di giungere alla fine. Non c’è tempo per parlare e cercare di individuare la causa. Sopratutto non c’è volontà di rimuovere la causa. Nella mia parrocchia, un quartiere di periferia, povero, in un solo anno almeno una decina di donne hanno cambiato idea dopo il nostro aiuto. Siamo alla fonte della vita. Un argomento delicato, serio, che richiama valori morali, civili, religiosi, psicologici, filosofici. Perciò la legge prevede per il personale medico e paramedico l’ obiezione di coscienza. Ritorna in ballo la libertà. La mia, la tua, la nostra. Purtroppo, non sempre, non tutti, coloro che vogliono la libertà per sé sono disposti a riconoscerla agli altri. Tanti conflitti trovano qui la loro origine. Saviano, dunque, prende lo spunto dalla donna morta di aborto e va ad approdare da tutt’ altra parte. Dice che la legge “ testimonia il tradimento della volontà popolare, lo spregio per la libertà di scelta e per la dignità della donna”. Si rifà a un servizio televisivo dove una giornalista, “ Stramentinoli fotografa una realtà agghiacciante, in cui le percentuali di obiezioni di coscienza dei ginecologi sono altissime … è come se le venisse costantemente detto: colpa tua, se non volevi essere trattata in questo modo la gravidanza la portavi a termine, sei tu che hai deciso, ora non ti lamentare … “ Si rimane sconcertati. Disagi e file di attesa, purtroppo, negli ospedali ci sono per tutti.

L’attenzione andrebbe spostata sulla sanità che non sempre riesce a garantire il diritto alla salute dei cittadini. Saviano aggiunge: « Ci sono paesi in cui quando un medico sceglie di specializzarsi in ginecologia, se ha intenzione di optare per l’obiezione di coscienza, viene invitato a cambiare indirizzo …” . Siamo arrivati alla fine. Siamo al superamento del giuramento di Ippocrate. Al capovolgimento delle nobili motivazioni che spingono un giovane a voler diventare medico. Alla piramide costruita con la punta in basso. Naturalmente il ragionamento una volta intavolato non finirebbe qui. Andrebbe ad approdare al suicidio assistito, all’ eutanasia, all’ utero in affitto. Per Saviano, dunque, non ci sarebbe più posto per gli obiettori di coscienza. Per i giovani amanti della vita. Per i medici che vorrebbero rimanere fedeli alla propria vocazione e al giuramento fatto. Nel nome della libertà, naturalmente.

“Non credo che esista religione che non contempli tra le proprie pratiche e abitudini la comprensione, l’empatia, la vicinanza verso chi soffre”, conclude. Ha ragione da vendere. Purtroppo, come spesso avviene, il ragionamento è incompleto e fazioso. Aggiungiamo solo che il cristianesimo oltre a contemplare empatia e vicinanza verso chi soffre, alberga nel suo cuore gli stessi sentimenti anche verso chi vorrebbe nascere e non ha voce per poterlo gridare al mondo. Sempre dalla parte del più debole. Grazie a Dio le nostre mamme ascoltarono quel sussurro.

da: Avvenire

L’accoglienza della vita fragile: una sfida per la famiglia

cuore-2Io non sono morto. Lapalissiana affermazione: digito lettere su questa tastiera, “agisco” proprio perché ovviamente non sono morto. Ma scrivendola, tremo, pensando che questo articolo potrà stare sotto i vostri occhi quando io sarò morto: perché io morirò, è certo. Sento quindi, per amore di verità, di dover aggiungere alla frase d’inizio un semplice avverbio: io non sono morto ancora. Il morire è proprio di ogni vivente. E’ insito nella biologia: cellule, piante, animali smettono di vivere e si corrompono. Periscono. Ma l’uomo muore in un senso più profondo, di una morte propriamente umana.

Questo perché l’uomo è persona e vive in una drammatica situazione “di frontiera”, con un piede nel tempo ed uno per così dire nell’eternità. In quanto persona “ho” un corpo e, proprio come ogni corpo vivente, un giorno morirò. Al tempo stesso però “ho” uno spirito, che mi consente di conoscere questo: sono mortale e so di esserlo.La morte ci sbatte contro come un assurdo che può rendere l’intera vita un’assurdità: «perché?», emerge esplosiva la domanda sul fine e sul senso.In più, finché vivo, del morire avverto i morsi. Quelli che erodono il tempo, che passa e non mi è più restituito; quelli che dilaniano il corpo nell’esperienza della malattia; e quelli che mi amputano affetti, nell’esperienza della morte delle persone care. Se è assurdo che io debba morire, è altrettanto drammatico che debba morire il “tu” che mi sta accanto.

Dal confronto “vita-morte” e “amore-morte” sembriamo uscire due volte sconfitti. Assistiamo così a molti “umanissimi” tentativi di rimuovere questa umanissima realtà: mascherandola, ultimo tabù del nostro tempo, nelle parole; nascondendola alla vista, in stanze inaccessibili di ospedali o nell’utero materno; alle volte dominandola illusoriamente con una iniezione letale; alle volte quasi prolungandola, ostinandosi in un accanimento che non ha nulla più di umano né tantomeno di terapeutico.Pensiamo di ingannare la morte, ma, in verità, inganniamo noi stessi, scimmiottiamo l’amore e falsifichiamo la nostra e l’altrui dignità: con la bara non si bara…Il gioco di parole consente di introdurci in una metafora che potrà darci una diversa chiave di lettura di quanto esposto finora.

Se la vita è la partita che sto giocando, la morte non è un estraneo che viene inaspettato a interrompere e a rovinare il gioco, piuttosto è nelle regole stesse del gioco. E se fa parte delle regole, la morte non è una sconfitta ma parte integrante del gioco, che posso quindi comunque vincere, pur morendo. Le carte ad un certo punto finiscono, il gioco non dura per sempre, eppure, anzi proprio per questo, si vince o si perde. La vittoria non è vivere infinitamente ma vivere pienamente. L’alternativa è la sconfitta di una vita non autenticamente umana, un fallimento purtroppo possibile.

La morte, pertanto, può essere letta come una dimensione presente nell’esistenza umana che, se accolta, può orientare la vita nella giusta direzione: nella fine, il fine.Abbiamo tutta la vita per imparare a morire e sappiamo di morire per imparare a vivere, per imparare l’amore autentico: quello che non nega l’altro ma lo accoglie e lo accompagna, anche quando quest’altro, morendo, farà morire in un certo senso anche noi.

Questa esperienza di accompagnamento dell’altro anche nella sua terminalità è l’esperienza delle famiglie e dei medici dell’associazione La Quercia Millenaria ONLUS.Essa aiuta in particolare le mamme che sanno di dare alla luce un bambino che, avendo ricevuto una diagnosi di “feto terminale”, è incompatibile con la vita. Come i piccoli Santi Innocenti, che abbiamo da poco celebrato, anche questi piccoli con la loro morte precoce danno testimonianza alla verità, cioè che l’amore esiste e l’amore ha vinto la morte.In un’epoca che, come detto, tende a rimuovere il morire, il morente ed il sofferente, la Quercia Millenaria svolge un ruolo profetico, contro l’idolatria del “figlio perfetto” e il tabù della morte.

Madri e padri semplici che ci insegnano con semplicità a non avere paura, perché anche il morire può diventare un evento da vivere, un’occasione che trasforma l’esistenza in vita piena.In questa accoglienza dell’altro, fragile e terminale, queste famiglie testimoniano che hanno tutte ricevuto più di quanto hanno saputo dare.In questa apertura all’altro, piccolo e morente, si riflette l’apertura all’Infinitamente Altro, quel Dio Trinità di Amore da cui le famiglie imparano ad essere una comunità di amore.Ecco dunque la risposta all’assurdo del morire. Come ricorda la lettera agli Ebrei, letta poco prima di Natale, «un corpo mi hai preparato», e sebbene sia un corpo fragile, un corpo morente, è con questo corpo che io posso compiere la volontà di Dio.La conclusione sembra così paradossale. L’accompagnamento di un neonato senza speranza restituisce speranza all’intera società; l’accoglienza di un bambino dal volto apparentemente inumano rende più umano il volto della nostra mortale umanità.

Di Massimo Losito

Massimo Losito è docente presso Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” di Roma e consigliere del Direttivo de La Quercia Millenaria Associazione Onlus.

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I figli non sono un possesso, ma un’esperienza di dono

figli dono di DioFrançoise Dolto, nota psicanalista francese, sosteneva che i figli non ci appartengono. Diceva che i genitori dovrebbero ‘adottare’ i propri figli, ma purtroppo spesso non lo fanno: “Non si ha mai un figlio come lo si è sognato, si ha un certo tipo di bambino e bisogna lasciare che cresca secondo la sua verità: spesso, invece, facciamo il contrario.”[1] Secondo Andrea Canevaro, professore di Pedagogia all’Università di Bologna, “un bambino deve essere accettato per quello che è, e nello stesso tempo deve essere desiderato per quello che lui sarà, al di là di quello che noi vorremmo che lui diventi.”[2]

Il bambino è una persona ‘originale’, cioè una persona che potrà acquisire uno sviluppo pieno esclusivamente se gli sarà consentita l’acquisizione di un’identità propria, che lo porterà a diventare qualcuno “mai esistito prima (nemmeno nell’immaginazione di chi lo ama o lo ha messo al mondo o lo sogna conforme a modelli ideali percepiti come assoluti). Un buon genitore rispetta il ‘progetto’ misterioso nascosto nel seme originario di ogni figlio, non lo considera figlio di sua proprietà, ma ‘figlio della vita’ stessa, di quella vita in cui dovrà, un giorno, inserirsi autonomamente e da protagonista, abbandonando la matrice psicologica genitoriale in cui è cresciuto.” [3]

“La genitorialità – afferma la Prof.ssa Vanna Jori, docente  di Pedagogia alla Cattolica di Milano – è il primo progetto pedagogico: progetto per sé dei singoli attraverso le relazioni familiari; progetto di coppia nella relazione col partner per compiere un percorso comune; progetto per il figlio, che poi diviene progetto con il figlio attraverso una perenne mediazione tra le aspettative nei suoi confronti  e ciò che il figlio quotidianamente, con margini sempre crescenti di autonomia, sceglie per sé.”[4] Un proverbio del Québec (Canada) recita che “i genitori possono regalare ai figli solo due cose: le radici e le ali”.[5]

Essere padre e madre è ‘stare accanto’ al figlio in tutte le fasi del suo sviluppo: nella primissima età essendo di protezione, guida e stimolo al bambino per la conoscenza di se stesso e del mondo in cui si trova a vivere, utilizzando le superiori capacità fisiche e psichiche di cui si è dotati in quanto adulti; successivamente, fungendo da supporto per il distacco psicologico dalla famiglia e per le esperienze di graduale inserimento nell’ambiente extra familiare e l’acquisizione dell’autonomia personale. Secondo Gloria Soavi, psicologa e psicoterapeuta, “il bambino ha un bisogno fondamentale per poter crescere in maniera armonica e sviluppare le sue potenzialità, e al di là di ogni categoria sociale, psicologica e pedagogica, si può sintetizzare in un unico bisogno primario (…): quello di essere amato. Questo bisogno di amore si articola in diverse azioni; l’essere accettato, accolto, accudito, seguito, riconosciuto nei suoi bisogni e nelle sue necessità, rinforzato nelle sue aspettative e capacità, tutto quello che gli dà la possibilità di creare un legame, che sarà il legame primario su cui poi costruirà tutti i legami successivi e con cui si confronterà emotivamente per tutta la vita. Chi è genitore sa di quante attenzioni costanti e coerenti nel tempo hanno bisogno i piccoli per crescere e per diventare degli adulti equilibrati e sufficientemente felici. L’essere figlio si sostanzia quindi fondamentalmente nella relazione con i genitori attraverso la costruzione di questo legame così unico e complesso che si sviluppa nell’arco della vita e che muta continuamente, ma rimane come essenza, come radice e se è positivo come risorsa”. [6]

È assolutamente necessario dunque che la relazione genitori-figlio si basi sull’amore incondizionato per il bambino. L’amore è però un sentimento soggetto ad alcuni rischi: può diventare possesso, egoismo, ricatto, proiezione di se stessi sull’altro. Anche l’amore generoso, infinito, disinteressato di un padre e di una madre verso il figlio, può, in alcuni casi, trasformarsi in possesso egoistico del bambino, può sfociare in atteggiamenti autoritari, in controlli ossessivi nei suoi confronti. Il Cardinale Angelo Scola rileva come “la tentazione del possesso, quella di non permettere al figlio di essere fino in fondo ‘altro’, cioè veramente libero, minaccia continuamente l’amore paterno e materno. Accettare il rischio della libertà dei figli, in effetti, costituisce la prova più radicale nella vita dei genitori: al figlio si vorrebbe risparmiare qualunque dolore, qualunque male. Questa drammaticità, presente in ogni rapporto umano, si fa particolarmente acuta nel rapporto padre/madre-figlio. Il legame è, qui, a tal punto potente da dare la percezione che, se l’altro – il figlio – si perde, mi perdo anch’io – madre o padre -. Allora diventa forte la tentazione di ridurre il figlio a sé, facendone una sorta di prolungamento della propria persona.” [7] Come osserva Guido Cattabeni, medico specialista in psicologia clinica, “per progredire nelle sue relazioni interpersonali, al bambino necessita l’esperienza, iniziale e successivamente confermata, di essere amato per se stesso, sempre, qualsiasi cosa gli succeda o comunque si comporti. Solo da questa esperienza fortemente valorizzante può nascere nel bambino la fiducia in se stesso e negli altri, il desiderio e la capacità di amare l’altro come ‘se stesso’, la disponibilità a far proprie le regole della convivenza sociale e a contribuire a migliorarle (acquisizione di un ruolo sociale creativo).” [8]

Il figlio dunque deve essere accolto ed amato per se stesso e non per le sue qualità, dal momento in cui vi è la sua presenza in famiglia. I genitori, nel donarsi al figlio, devono a volte saper ‘rinunciare a se stessi’. La fecondità è un’esperienza di dono e di distacco da sé. “Essa insegna che perdere per ritrovare (Mc 8,35) è il segreto della vita, senza la quale essa perde di senso. (…) Il segreto della vita non risiede della vita stessa, da trattenere gelosamente: occorre rinunciare a sé per dedicarsi a qualcuno. Se la vita vuole essere ritrovata deve essere perduta nell’atto della libertà che acconsente ad essa come ad una grazia e a una promessa”. [9] Anna Fusina    Fonte: vitanascente.blogspot.it

[1]     L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, Siamo tutti figli adottivi. Otto unità didattiche per parlarne a scuola, Rosenberg & Sellier, Torino 1991, p. 128 [2]     A. CANEVARO, prefazione all’edizione italiana di J. Cartry, “Genitori simbolici”, Edizioni Dehoniane, Bologna 1989 [3]     L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, cit., p. 174 [4]     http: // iis.comune.re.it/osservatorio-famiglie/strumenti/strumenti 3/012_9.htm [5]     L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, cit., p. 123 [6]     G. SOAVI, Quando il bambino impara ad essere figlio in “La famiglia per il bambino” (a cura di Associazione F.I.A.B.A. di Vicenza e A.N.F.A.A. di Torino), Atti del Convegno, Vicenza 8/11/2003, p. 1 [7]     A. SCOLA, Genealogia della persona del figlio in “I figli: famiglia e società nel nuovo millennio”, Congresso Internazionale Teologico-Pastorale – Atti (11-13/10/2000). Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2001, p. 103 [8]     L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, cit., p. 174 [9]     W. NANNI (a cura di), Adozione, adozione internazionale, affidamento, Piemme, Casale Monferrato 1997, p. 95

 

 

Aborto: segno di un qualcosa di peggiore?

L’aborto è segno di un qualcosa di pervasivo e profondamente. radicato nella società: la perdita della identità dell’uomo, in cui gli uomini e le donne non si riconoscono più come esseri chiamati a partecipare del potere creativo di Dio.

Questa è l’osservazione espressa da padre Robert Gahl, professore associato di etica presso la Pontificia Università della Santa Croce.

Al programma televisivo “Where God Weeps”, realizzato da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre, padre Gahl ha parlato della storia dell’aborto e di cosa implichi per il futuro.

L’aborto è una piaga universale. Ogni anno si effettuano più di 53 milioni di aborti in tutto il mondo. In alcuni Paesi più del 70% delle donne ha avuto un aborto. Perché oggi sono così dominanti questioni come aborto o eutanasia?

Padre Gahl: È un triste paradosso, che in fondo evoca il peccato originale. Con il peccato originale, Adamo ed Eva hanno tentato di sostituirsi a Dio. Quando gli esseri umani oggi cercano di acquisire il potere divino – il potere sull’origine della vita – e di sostituirsi a lui per poter controllare l’inizio della vita in un modo che è contrario al disegno di Dio e quindi contrario al disegno dell’amore, si sentono per un momento potenti. Arrivano anche a sentirsi vittoriosi per il prodotto che sono riusciti a creare. Tuttavia, poco dopo, subentra la frustrazione e persino la negazione della propria identità, perché essa è un’identità di amore, essendo noi fatti per amare.

I nostri cuori sono fatti per l’amore. Quindi, da persone che amano, nei loro rapporti familiari, diventiamo dei meri produttori, persone che hanno il controllo sui propri prodotti. Diventa la negazione della nostra dignità, perché se il nostro potere di dar vita è semplicemente quello di produrre elementi che implicano che “io sono stato prodotto” e che “io sono semplicemente l’esito di un sistema meccanizzato di produzione”, questa è la negazione della mia dignità come figlio di Dio e come figlio dei miei genitori.

Se guardiamo indietro nella storia, qual è stato il momento, il fattore decisivo, che ci ha portato, per esempio, ad accettare l’aborto e la ricerca sulle cellule staminali e alla prospettiva dell’eutanasia?

Padre Gahl: L’aborto è purtroppo molto diffuso, al punto che oggi molte persone e persino i documenti delle Nazioni Unite, lo considerano come un diritto. L’origine di tutto questo sta nella rivoluzione sessuale, che non è stata una rivoluzione di liberazione, ma una rivoluzione di narcisismo, di alienazione, di distacco dai legami, dagli affetti, dall’amicizia e di amore con altri. Elemento centrale della rivoluzione sessuale, che ha agito come una sorta di catalizzatore – come gettare benzina sul fuoco – è stato lo sviluppo dei contraccettivi chimici, che ha permesso di scindere il rapporto sessuale dalla procreazione e che ha consentito alle persone di godere della sessualità come un mero piacere egoistico. Ha consentito di scollegare quell’intrinseco ordine verso il dono della vita e così facendo ha scollegato la sessualità dagli impegni propri dell’amore: formare una famiglia, diventare padre e madre. È stata una degradazione della dignità umana.

Credo che il problema dell’aborto sia come un faro d’avvertimento. Un segno di avvertimento molto grave, che riguarda la vita stessa, ma che è indicativo di qualcosa di ancora più pervasivo e profondamente radicato nella nostra società, più di quanto non si possa pensare.

E di che si tratta?

Padre Gahl: Della perdita di identità di se stessi, in quanto esseri che partecipano al potere creativo di Dio e che sono chiamati ad essere genitori.

L’aborto è spesso considerato come il diritto di poter scegliere, ma viene addirittura giustificato come espressione di amore. Per esempio: preferirei abortire mio figlio piuttosto che crescerlo privo di amore. Come è possibile che siamo arrivati a questo sovvertimento in cui la morte è giustificata dall’amore?

Padre Gahl: Il vero amore umano è incondizionato. Amare qualcuno nonostante tutto. Nonostante qualsiasi cosa possa accadergli, ti prenderai cura di lui. Se si ammala, se in un incidente diventa paralizzato, ti prenderai cura di lui per il resto della sua vita. Un altro tipo di amore – forse un amore più egoistico – è quello in cui doni a qualcuno solo finché ti va. L’aborto è strumentale a questo tipo di amore, diventa una via d’uscita.

Bisogna invece rovesciare l’intera questione e accogliere tutti, ogni vita umana, come diceva Madre Teresa: non esistono figli non voluti. Se c’è un figlio indesiderato, portatelo a me e io mi prenderò cura di lui perché io amo quel figlio.

E questa è la verità della questione: se dovessimo accettare l’aborto come strumento di una sorta di azione altruistica, che consente di evitare le avversità della vita, ciò porterebbe tragicamente, direi delittuosamente, a sostenere che i disabili non dovrebbero esistere. Una volta fatto questo, arriveremmo alla negazione di ogni dignità umana.

Siamo passati dall’importanza della vita in quanto tale, a dare maggiore importanza alla qualità di quella vita. Questo passaggio verso la qualità della vita porta alla domanda: qual è la qualità della vita? Io vivo qualitativamente bene? E i disabili, godono di una qualità di vita sufficiente? E questa domanda riguarda la loro stessa esistenza.

Padre Gahl: Esattamente. La logica odiosa che è insita in ciò che lei ha appena descritto porta anche a giudicare noi stessi in base alle nostre capacità: io valgo per ciò che sono in grado di fare nella società. Se, a un certo momento, risultassi deludente perché mi sono ammalato, perché ho sbagliato, o perché mi trovo in un settore dell’economia che non è più desiderato dai consumatori, mi sentirei meno accettato da parte degli altri.

Questa struttura di giudizio si applica anche alle madri che danno alla luce bambini affetti, per esempio, dalla sindrome di Down. Queste madri si sentono giudicate negativamente ed è orribile, come se si fosse trattato di una scelta sbagliata, quella di mettere al mondo quel bambino, quel bellissimo essere umano. Questa è l’eugenetica: una logica perversa che ha portato, nelle società occidentali, all’aborto di quasi il 90% dei bambini diagnosticati con sindrome di Down.

Il dono più grande di Dio all’umanità è la possibilità di essere co-creatori della vita insieme a lui. Cosa rappresenta l’aborto in questo rapporto tra l’uomo e Dio?

Padre Gahl: Talvolta dimentichiamo – a causa del nostro “scientismo” che riduce tutto ad elementi scientifici – che l’inizio della vita umana non risiede solo nell’uomo e nella donna, ma anche in Dio. Richiede il concorso di tre persone, perché l’anima umana è immateriale. È un’anima spirituale che è creata direttamente e immediatamente da Dio. Quindi quando un uomo e una donna si uniscono per avere un figlio, questo sarà anche – e ancor di più – figlio di Dio.

Quindi, se riusciremo a recuperare il rispetto della vita, sarà grazie a una rinnovata consapevolezza del ruolo di Dio nel dare la vita e di questo potere che abbiamo insito in noi, che è un potere divino e trascendente. È un potere creativo in cui è come se avessimo Dio nelle nostre mani, perché possiamo, in un certo senso, dire noi a lui quando creare una nuova anima umana. Quindi se rinnoviamo quel rispetto per l’intervento di Dio, rinnoviamo anche il rispetto reciproco tra noi in quanto immagine di Dio, in quanto alter Christus.

In Paesi come la Russia, più del 70% delle donne ha avuto un aborto. I tassi di aborto in alcune province russe arrivano anche a livelli di 8 o 10 aborti per donna, perché è utilizzato come mezzo di controllo delle nascite. In Cina la politica del figlio unico ha costretto molte donne ad abortire. Che impatto spirituale e psicologico può avere questo sulla società?

Padre Gahl: Nell’Europa orientale, dove vediamo questi elevati tassi di aborto, spesso associati a elevati tassi di suicidio, alcolismo e gravi depressioni, esiste un senso di nichilismo, di totale perdita del senso della vita. Questo avviene in una società che non è edificata sull’amore per i propri figli. Questo deve essere rinnovato. Grazie a Dio, in alcuni di questi Paesi si è effettivamente registrata una tendenza positiva. Nella Federazione russa, in particolare, vi è stato un recente aumento nei tassi di natalità. I tassi di aborto sono ancora molto elevati, ma si spera che questo aumento della natalità possa arrivare anche a ridurre i tassi di aborto.

Cosa potrebbe e dovrebbe fare di più la Chiesa in questo ambito?

Padre Gahl: Anzitutto, quando pensiamo alla “Chiesa” tendiamo a pensare alla gerarchia – noi preti, i Vescovi, il Papa – ma in realtà la Chiesa è l’insieme dei cristiani battezzati. La Chiesa è una famiglia e quindi è necessario che tutti i suoi componenti – tutti i cristiani battezzati – accolgano la vita con amore. È necessario dare il proprio aiuto ai centri gravidanze difficili (crisis pregnancy centers). Certamente anche la Chiesa magistrale e gerarchica deve agire in coerenza con i principi della teologia morale cattolica in questo ambito.

La Chiesa deve continuare a seguire l’esempio di Karol Wojtyła, che come Arcivescovo di Cracovia aveva aperto centri di aiuto alle donne in situazioni difficili. Ma alla fine tutto si riduce a questo: Dio è amore. Io sono un figlio di Dio. Io sono fatto a immagine di Dio e quindi anche io devo rendere presente, in mezzo agli altri esseri umani, il volto di Dio, che è il volto dell’amore. Se facessimo così in ogni settore umano, se mostrassimo veramente rispetto per la dignità umana, rispetto e amore per le persone che soffrono, allora potremmo iniziare a recuperare nella società questi principi che sono necessari affinché ogni vita umana venga accettata. In questo modo, la vita non verrebbe più considerata come un mero prodotto, come i figli su misura da progettare in provetta, secondo i desideri dei produttori.

Se posso fare un passo indietro, vorrei aggiungere che anche la stessa nostra sessualità deve essere recuperata, nella consapevolezza che la sessualità è sacra e che quindi i nostri atteggiamenti di modestia e di rispetto verso la nostra sessualità e il desiderio sessuale devono essere vissuti in castità e fortezza, in modo preordinato alla donazione della vita all’interno della struttura della famiglia.

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Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per “Where God Weeps”, un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network in collaborazione con l’organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre.

Aiuto alla Chiesa che soffre: www.acn-intl.org

Where God Weeps: www.wheregodweeps.org