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150 fratelli e non conoscerli, l’eterologa e’ contro l’uomo

Cynthia Daily (Usa), dopo aver concepito sette anni fa un figlio grazie alla fecondazione eterologa (clicca qui per sapere cos’è), decise di rintracciare i fratelli del pargolo e istituì una sorta di anagrafe “familiare” on line. Al suo bambino – pensava – avrebbe fatto piacere conoscere i suoi fratellastri; avrebbe, così, fatto parte di una moderna famiglia allargata. Non così allargata, però. Scoprì, infatti, che aveva 150 fratelli. Tutti originati dal seme di un unico donatore. Un imprevisto? Per niente. «Fin da quando, 33 anni fa, nacque la prima bambina in provetta, Luise Brown, si conoscevano perfettamente tutti i rischi ai quali si andava incontro. Tra i quali l’aver un numero immane di parenti biologici non è neanche il maggiore», spiega a ilSussidiario.net Assuntina Morresi, membro del Comitato nazionale di bioetica. Tra i rischi che la comunità scientifica ha individuato, quello di diffondere tra la popolazione malattie genetiche rare. Il fatto, poi, che un po’ ovunque stiano nascendo in rete gruppi del genere, è segno che l’eterologa ha profondi riflessi su piano esistenziale.

«Per stabilire la propria identità – dice Morresi – non è sufficiente guardarsi allo specchio. Ce ne accorgiamo nei casi di adozione o affidamento, in cui i bambini sono sempre alla ricerca delle loro radici. Il che non significa certo un rifiuto della famiglia in cui si sono trovati. Ma sapere da dove si viene è una insopprimibile necessità della persona». Lo dimostrano i fatti: «Inizialmente – continua Morresi -, in tutti i paesi, chi cedeva i gameti non era rintracciabile. Il che ha scatenato una serie di cause legali vinte da chi voleva conoscere la propria identità. Per cui, a partire dalla Svezia, in molte Nazioni è stato posto il divieto di anonimato. Del resto, aver cognizione del fatto che camminando per strada ci si possa imbattere nel proprio padre biologico o nei propri fratelli senza saperlo è abbastanza inquietante». (CLICCA QUI PER APPROFONDIRE SUL BISOGNO DI CONOSCERE I GENITORI)

Per una persona nata mediante l’eterologa, conoscere la propria identità è la medesima urgenza di chiunque altro. Ma vi è, rispetto all’adozione, una distinzione fondamentale.«Viene pianificata a priori: quando, infatti, un bambino viene adottato vuol dire che si è ritrovato senza un padre e una madre, per i motivi più disparati, che non dipendono dai genitori adottativi. L’adozione è il modo per porre rimedio alla situazione. La fecondazione eterologa, invece, è il modo per realizzare il desiderio di avere un figlio; ma un figlio con il quale avere un legame biologico». Si genera un paradosso: «Il bambino nasce con un contributo esterno alla coppia (può trattarsi di un gamete maschile o femminile) la quale, pretendendo di avere figli legati biologicamente a sé gli nega la possibilità di vivere con i genitori biologici».  (CLICCA QUI)

C’è chi dice che, in fondo, tutto ciò non è importante. Ciò che conta è l’amore. «Se così fosse, se contasse solo l’amore, allora si ricorrerebbe all’adozione. Altrimenti, sull’amore prevale il desiderio di legame biologico». Ma il contraccolpo più grave e meno manifesto, si produce sul piano metafisico. «Con l’eterologa si scinde l’atto fondamentale del dar vita ad una persona dalla relazione tra le persone. L’esperienza umana è unica, e dividerla in uno dei suo atti fondanti, il procreare, produce per forza dei problemi. E’ la natura della persona a ribellarsi. Perché viene alterato il rapporto stesso tra uomo, donna e generazione, il principio fondante della stessa umanità». (Paolo Nessi)

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Ringrazio Dio per questa sterilita’ feconda

adozioneDico brevemente di me. O meglio di noi, me e mio marito Gabriele. Ci siamo sposati nel 2010 e da lì il buon Dio ha deciso di farci accompagnare dai nostri primi due figli per un piccolissimo pezzetto di strada, subito poi preferiti e richiamati a Lui. Dopo alcune vicende mediche complesse e il desiderio di poter diventare madri e padri che accresceva ogni giorno, i medici ci hanno detto che non avremmo più potuto avere figli. Ovviamente il contraccolpo, anche e soprattutto per le vicende attraverso cui eravamo passati negli anni precedenti, è stato grosso. Cosa c’entrava dunque quel desiderio di maternità e paternità che avevamo nel cuore, che non ci eravamo messi noi, che continuava a crescere? A crescere, sì. Perché il paradosso è che dopo quella diagnosi, che ci aveva come tagliato le gambe, quel desiderio si è fatto più forte. Io, seppur con un po’ di rabbia e un po’ di tristezza, avevo la stessa identica domanda che mi urgeva: questo desiderio nel cuore non me lo sono messo io, ora Tu in qualche modo devi compierlo. Però, perché io sono la donna dei però, se c’era una cosa che mi faceva davvero innervosire era quando alcuni amici mi parlavano di “modi diversi di essere madri e padri”, quando sentivo questa cosa mi infuriavo.
Finché Luca ci hai invitato al Pellegrinaggio di inizio anno di Famiglie per l’Accoglienza. E lì un contraccolpo infinito: non gente triste o che aveva optato per un ripiego (scusate i termini, ma era ciò che io pensavo all’inizio) ma gente felice, piena! Era davvero desiderabile. Così abbiamo incominciato a cercarvi, desideravamo capire perché eravate così e guardarvi. Stare con voi. Abbiamo iniziato a vedere alcuni di voi un po’ più spesso. Un’amicizia che era una condivisione fino alla “piccolezza” che mi sentivo o al dolore che avevo nel cuore.
Fino alla proposta di iniziare i minicorsi per l’adozione. E lì il primo regalo immenso. Una sera, a metà del percorso, tornando a casa con mio marito in macchina gli ho detto: «Questa sera per la prima volta mi è venuto da ringraziare il buon Dio per la nostra sterilità». Perché avevo davvero percepito che lì dentro, proprio in quello che a noi sembrava il più grosso impedimento, c’era una promessa di fecondità e pienezza infinita. E più guardavo le coppie che ci tenevano il corso più dicevo: io voglio essere così. E mi sentivo preferita! Perché non dovevo tagliare fuori nulla, nulla. Nemmeno la fatica o il dolore. Ma c’era una promessa infinita. E non solo, avevo sotto gli occhi la testimonianza di questo: gente piena, feconda.
La faccio breve: a dicembre abbiamo presentato la domanda di adozione in tribunale. Da lì è proseguita l’amicizia con alcuni di voi. Avevamo sotto gli occhi una bellezza e un’abbondanza inimmaginabili.
Ma il buon Dio aveva in serbo per noi ancora qualcosa di diverso. E così dopo poco più di un mese dalla consegna della domanda, la scoperta di questa gravidanza, sotto lo sconcerto generale dei medici, che di fronte a quel fatto, che era li anche davanti ai loro occhi, ancora mi guardavano e mi dicevano: «ma signora, lei non può avere figli!» Fino alle dimissioni con il referto più simpatico: «Accettazione: paziente nota per sterilità. Dimissioni: gravidanza iniziale».
Ci stava chiedendo ancora di abbandonarci. Lui può davvero tutto. Anche dove tutto il mondo dice l’opposto, Lui può tutto. Nei mesi successivi guardavo mio marito e ancora una volta mi sono sentita addosso una preferenza infinita. Ma non per il fatto della gravidanza in sé, di certo miracolosa e senza nulla togliere a questo dono immenso per cui siamo così grati. Mi dicevo: ma noi non saremmo potuti arrivare così, io e te, ora, ad accogliere questo dono, perché più che accoglierlo con gratitudine e custodirlo non puoi fare, senza tutto il percorso fatto finora. E la cosa che mi sconvolge, perché se vuoi un po’ è strana, è che più penso a come vorrei guardare mia figlia, più continuano a venirmi in mente i volti di alcuni di voi. Essí che siamo circondati da amici con tre, quattro figli biologici. Invece no. Marta e Raffaele con Enrico. Somma e Gabri con Matteo e Miriam.
Somma, all’incontro con Filonenko avevi chiuso parlando di un abbraccio che precede qualsiasi iniziativa. Abbraccio a cui a noi é chiesto di cedere con un sì, difficile da dire, ma che ci rende capace di essere testimoni di speranza per i nostri figli.
Io desidero guardare nostra figlia Francesca così. Per questo la domanda insistente di questi mesi è che possa continuare ad essere accompagnata da voi, che mi siete testimoni in questo. E per questo sono qui.
Annalisa

Il dilemma dell’identità del donatore nella fecondazione artificiale

eterologaUn tema su cui sta crescendo il dibattito è quello relativo al diritto di anonimato dei donatori di sperma.

Recentemente l’argomento è stato oggetto di discussioni, quando il governo dello stato australiano della Victoria ha dichiarato di volersi prendere tempo prima di decidere se i figli dei donatori avranno la possibilità di scoprire chi siano i loro genitori biologici.

Il comitato per la riforma della legge dello stato della Victoria ha inizialmente effettuato un’indagine sulla tematica, concludendo che i figli -dovrebbero avere il diritto di conoscere l’identità dei donatori.

Naralle Grech, 30 anni, ha reagito alla decisione con sgomento. La donna ha riferito al quotidiano Age (12 ottobre 2012) che, dopo essere stata diagnosticata come malata terminale di cancro all’intestino, ha voluto poter mettere in guardia i suoi otto fratellastri.

Attualmente in Victoria coloro che sono nati a seguito di una donazione di sperma prima del 1 luglio 1988, non hanno diritto di avere informazioni sui loro donatori. Chi è nato tra il 1 luglio 1988 e il 31 dicembre 1997 può ottenere informazioni se il donatore lo consente. Chi è nato dopo il 1 gennaio 1998, infine, ha libero accesso ad ogni informazione sui propri donatori.

“Se da un lato il Comitato riconosce che i donatori che hanno messo a disposizione i loro gameti prima del 1988, lo hanno fatto sulla base dell’anonimato, il Comitato ritiene anche che le persone concepite a seguito di donazione di sperma hanno il diritto di conoscere l’identità della persona che, per metà, ha contribuito alla loro definizione biologica”, ha affermato il presidente del Comitato, Clem Newton-Brown nel rapporto pubblicato il 28 marzo scorso.

“Il Comitato è convinto che tale diritto debba avere la precedenza, anche sui desideri dei donatori che intendono rimanere anonimi”, ha aggiunto Newton-Brown.

Ciononostante, in una dichiarazione presentata in Parlamento lo scorso 11 ottobre, il governo ha affermato che sono necessario altri sei mesi per ponderare la materia e cercare un’ulteriore soluzione.

Il “designer di bambini”

La decisione del governo arriva in un momento in cui in Australia è stata manifestata preoccupazione per l’uso della fecondazione medicalmente assistita. Susie O’Brien, opinionista del quotidiano di Melbourne, Herald Sun, in un editoriale dello scorso 7 ottobre, ha messo in guardia contro il trend del “designer di bambini”.

In alcuni recenti articoli, O’Brien ha affermato che ora i bambini possono essere concepiti usando il DNA di un padre, di una madre e di una terza persona, in modo da rimpiazzare il materiale genetico che possa risultare difettoso.

L’editorialista dell’Herald Sun ha anche osservato che oggi esiste un’applicazione che permette di sapere quali sono i tratti genetici che il bambino probabilmente erediterà.

“Un tempo un partner veniva scelto in base alla sua capacità di essere o meno un buon genitore – ha commentato -. Oggi, invece, siamo- incoraggiati a sceglierlo in base a quello che sarà l’aspetto fisico dei nostri figli”, ha aggiunto O’ Brien.

Precedentemente, in un articolo pubblicato lo scorso 30 settembre sul quotidiano di Sydney Daily Telegraph, era stato sottolineato che ogni anno all’estero più di 500 bambini australiani nascono dalla fecondazione medicalmente assistita.

Ci sono coppie che pagano cifre comprese tra i 10.000 e i 50.000 dollari australiani a beneficio di donatrici di ovuli provenienti da paesi come la Spagna, il Sud Africa o gli Stati Uniti.

L’articolo sottolinea che molti dei donatori sono anonimi e che i bambini non avranno alcuna possibilità di conoscere l’identità della propria madre biologica.

“Molte persone concepite artificialmente, a cui è impedito di ottenere informazioni sui loro donatori, hanno sperimentato notevole angoscia ed afflizione”, afferma il rapporto del Comitato per la riforma della legge in Victoria.

“Ci sono informazioni negate sulla loro identità, che è un diritto che la maggior parte di noi dà per scontato. La loro possibilità di accedere a tali informazioni è ristretta per via di decisioni fatte da adulti (genitori, donatori e operatori sanitari), prima che fossero concepiti”.

Nel rapporto il comitato afferma che all’inizio dell’indagine i membri erano più inclini a ritenere che il desiderio del donatore di rimanere anonimo debba prevalere.

I diritti dei figli

“Dopo una considerazione più approfondita, tuttavia, e dopo aver ricevuto riscontri da varie parti interessate – persone concepite artificialmente, donatori, genitori, medici e psicologi – all’unanimità il Comitato ha raggiunto la conclusione che lo stato ha la responsabilità di permettere a tutte persone artificialmente concepite, una possibilità di accesso”, afferma il rapporto.

Nella sua presentazione dell’inchiesta, la Lega Cristiana Australiana ha detto di aver creduto che “il diritto della persona artificialmente concepita di conoscere il proprio donatore è un diritto fondamentale di notevole importanza”.

“Le origini genetiche di una persona sono una parte fondamentale nell’identità della persona stessa. Negare a qualcuno il diritto di sapere quali siano queste origini, significa negare loro la possibilità di scoprire una parte intrinseca di se stessa”, ha dichiarato la Lega.

Da parte sua, l’Associazione Famiglia Australiana ha riconosciuto il conflitto tra donatori che desiderano rimanere anonimi e il desiderio di sapere* chi siano i loro genitori naturali da parte dei figli artificialmente concepiti.

Nella loro presentazione i rappresentanti di Famiglia Australiana hanno sollecitato che i diritti dei bambini debbano avere la precedenza, quando possibile. Troppo spesso, comunque, le decisioni in merito alla fecondazione medicalmente assistita dipendono dai desideri dei genitori, senza una considerazione adeguata dei bambini.

John Flynn – [Traduzione dall’inglese a cura di Luca Marcolivio]

Le cause della sterilita’ e la vittoria dell’affido e dell’adozione

La sterilita’ biologica è una delle piaghe silenziose che stanno affliggendo la nostra societa’. Tante sono le cause che hanno minato la fecondita’ sponsale; puo’ essere di beneficio analizzarle per aiutare quella pastorale familiare che sarà al centro del prossimo Sinodo straordinario sulla famiglia nel mese di ottobre.

Il primo ostacolo che produce la sterilità è legata principalmente al fattore dell’età. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una catechesi del mondo che ci ha spinti a cercare prima la realizzazione personale e dopo aprirsi alla missione di formare una famiglia. Se nei tempi passati era necessario essersi laureati o aver trovato un lavoro, ora le precondizioni per sposarsi sono molto più esigenti. Sembra essere diventato necessario avere una casa di proprietà, essere affermati nella propria carriera, avere accumulato una somma di denaro adeguata necessaria per affrontare eventuali imprevisti. Questo modo di pensare ha condotto i futuri sposi a rimandare di tanti anni il loro progetto di amore.

Oltre a questo aspetto vi è un secondo molto diffuso nei nostri tempi: la scelta della convivenza invece del matrimonio. Oggi assistiamo a tante coppie di fidanzati che prediligono una scelta provvisoria invece di scegliere il legame definitivo del matrimonio. E’ interessante notare che non si tratta solo di una questione religiosa, perchè tantissime coppie rifiutano anche il matrimonio civile.

Questa provvisorietà è frutto sicuramente di una insicurezza sulla propria relazione affettiva, e questa incertezza blocca o limita l’apertura alla vita. Il matrimonio è per sua natura una alleanza per tutta la vita, nella quale ognuno si impegna ad amare l’altro nella buona e nella cattiva sorte. La promessa di amare la moglie o il marito è precondizione che apre ad accogliere i figli e ad impegnarsi ad educarli e amarli per tutta la vita. Questi presupposti di amore, tipici del matrimonio, sono infranti dalla scelta della convivenza. E se le coppie conviventi decidono di aprisi alla vita, normalmente si fermano ad avere uno o al massimo due figli.

Vi è un terzo elemento che viene poco pubblicizzato dai mezzi di comunicazione che causa la sterilità: il fattore ambientale. Quando si parla dell’inquinamento ambientale uno normalmente lo associa ai problemi di salute che possono insorgere, come l’aumento del numero di tumori o di nuove malattie sino a questo momento sconosciute. Poco invece si lega la salute ambientale alla fecondità della coppia. Le statistiche sulla sterilità confermano questa tesi: le zone del pianeta dove la natura è rimasta intatta e dove si continuano ad utilizzare prodotti naturali per nutrirsi e per curarsi, registrano un altissimo grado di fertilità. Da questo di deduce che anche i ritmi frenetici sono un fattore determinante per il concepimento di una nuova vita umana.

Davanti a queste problematiche, una buona pastorale familiare deve offrire delle soluzioni alla piaga della sterilità che arriva a toccare la profondità del’animo dell’uomo e della donna. E quando si parla di sterilità bisogna evitare di cadere nell’errore di considerarla come la mancanza assoluta di figli. Sterilità è anche quando una coppia si trova dentro l’età fertile e non arriva un figlio anche avendo avuto altri figli. Il desiderio di maternità e paternità non è legata all’avere già figli, ma è un progetto sempre nuovo di accogliere una vita anche avendo vissuto varie volte la meravigliosa esperienza del dono della genitorialità.

In questo contesto di sterilità biologica esistono due forme di accoglienza della vita che fioriscono dalla fecondità spirituale: l’adozione e l’affido. Queste forme di genitorialità nascono da una fecondità spirituale e presuppongono una disponibilità ad aprire il proprio cuore a bambini che sono stati concepiti da altri.

Scegliere l’affido o l’adozione è una decisione che matura dentro la coppia. Normalmente l’adozione è scelta delle coppie più giovani senza figli o coppie abbastanza giovani che desiderano avere un altro figlio. L’affido è una forma di accoglienza ideale per coloro che sono avanzati in età, hanno già figli e desiderano vivere il desiderio di genitorialità con la consapevolezza che si tratta di una forma di accompagno limitata nel tempo. Infatti il cuore della missione affidataria è quella di completare e coaudivare la maternità e la paternità della famiglia d’origine.

Essere genitori affidatari significa prendersi carico di una vita umana che ha bisogno di un sostegno e di conforto per raggiungere la sua maturazione umana e spirituale. Anche se l’affido dura pochi anni, l’esperienza insegna che quei legami rimangono vivi per tutta la vita con una intensità alcune volte più forte rispetto con quelliìa che si instaura con un figlio biologico. Avere una alternanza di bambini o ragazzi accolti nella propria casa costituirà una grande ricchezza per tutta la famiglia, senza dimenticare i vari problemi di inserimento che ogni volta dovranno essere affrontati da parte di tutti. Accogliere significa portarsi dentro casa anche tutte le varie situazioni di difficoltà del ragazzo affidatario e farlo sentire amato a partire dalle tante piccole situazioni della vita quotidiana.
Osvaldo Rinaldi – www.zenit.org

Cosa pensano i figli adottivi dei loro genitori biologici?

L’abbandono minorile costituisce una delle più gravi emergenze umanitarie dei nostri tempi. Alcune statistiche riportano che ogni 15 secondi un bambino nel mondo viene rifiutato. Per molti di questi bimbi abbandonati l’adozione ha costuito, costituisce e costituirà una àncora di salvezza. Ogni vita umana ha un valore unico ed irripetibile, per questo salvare un bambino significa salvare il mondo intero.

La Beata Madre Teresa di Calcutta affermava: “Quando adoro Gesù nell’Eucarestia vedo il volto dei poveri, e quando vedo i poveri riconosco il volto di Cristo”. La spiritualità dell’adozione è un elemento essenziale per i genitori adottivi, perchè essi sono chiamati ad accompagnare la sofferenza dell’abbandono vissuto dai loro figli.

Se durante l’infanzia il dolore dell’abbandono viene acquetato dalla gioia e dall’entusiasmo della vita, l’adolescenza è il tempo della maturazione nel quale la costruzione del futuro inizia a fare i conti con l’esperienza del passato. Per i bambini adottivi il passato è stato contrassegnato dal rifiuto, dall’incuria e dell’abbandono. La domanda che risuona nel cuore e nell’animo di ogni figlio adottivo è sempre la stessa: “Perchè i miei genitori biologici mi hanno abbandonato?”.

Qesta domanda non è di facile risposta. Ha lo stesso grado di difficoltà di altre domande esistenziali: “Perchè sono nato? Quale è il senso della vita? Perchè esiste la morte?”. Tali questioni sono racchiuse dentro un’unica domanda: “Perché sono stato abbandonato?”.

Prima di giungere alla risposta di questa domanda è necessario un lungo cammino interiore, perchè questa domanda è la compagna di vita dei figli adottivi, dal momento in cui hanno vissuto il distacco dai loro genitori biologici.

“Perchè sono nato in una famiglia ed ora devo vivere in un’altra famiglia? Perchè la mia famiglia biologica non mi ha saputo dare quello che ho ricevuto dalla mia famiglia adottiva?”. Domande che sono come sentinelle nella vita dei figli adottivi, che sempre vegliano sulla loro vita ricordando l’inquietudine della storia passata.

Questi vitali interrogativi sono infatti come la cenere della brace che sembra spegnersi, ma rimane fioca e nascosta per un lungo tempo, sempre pronta ad alimentarsi attraverso il contatto con una piccola scintilla. Ed in questa situazione la scintilla può essere un avvenimento, una parola, o un semplice ricordo. Quello che sul momento viene percepito come dolore, nel tempo si trasforma in grazia. Quando la fiamma del ricordo illumina la vita passata, riaccende il desiderio e il tentativo della riappacificazione con la propria storia.

Un figlio adottivo, riconciliato con la sua storia, potrà affrontare seranamente il matrimonio, potrà diventare un genitore capace di educare santamente i propri figli, perchè avrà ricucito quello strappo esistenziale con la sua vita passata. Quando invece di un rinnovamento totale interiore vengono utilizzati rattoppi parziali, allora tutta il vestito di quella vita rischia di lacerarsi lasciandola spogliata di opere buone.

Quindi il primo elemento fondamentale per i figli adottivi è non avere paura nel porsi la dolorosa domanda: “Perchè sono stato abbandonato?”. Il secondo elemento decisivo è quella di darsi una risposta adeguata che acquieti il proprio animo. La morte naturale dei genitori biologici è la risposta più semplice da accettare. Ma molto spesso l’adozione avviene per abbandono o per grave incuranza dei genitori verso i figli.

In questo caso, i genitori biologici sono vivi e per un figlio non è semplice giustificare la loro condotta. Quale figlio non proverebbe profondi rancori o pesanti giudizi verso i suoi genitori che lo hanno abbandonato? Qui entra in campo il ruolo fondamentale del genitore adottivo che, da un lato è chiamato ad ascoltare in silenzio i pesanti giudizi verso i genitori biologici, ma dall’altro ha il dovere di giustificare la scelta dei genitori biologici, richiamando il grande dono della vita che gli hanno dato, malgrado le loro difficoltà economiche, esistenziali e familiari.

Ci potrebbero essere tante altre motivazioni da dare ai figli adottivi, ognuno in base alla propria storia personale, ma la risposta più adeguata è quella di ricordargli il grido di dolore fatto da Gesù sulla croce: Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato? (Mt 27, 46). Queste parole di Gesù, presenti sulle labbra del cuore di un figlio adottivo, rappresentano un segno di speranza, perchè quel grido assordante è stata una richiesta di aiuto ascoltata dal Padre, che ha resuscitato il suo Figlio, salvando non solo la sua vita ma anche quella del mondo intero.

Le piaghe sanguinanti dalla croce dell’abbandono troveranno una risanamento profondo solo quando entreranno a contatto con le piaghe di Gesù. Questo potrà avvenire attraverso una riconciliazione cercata, sperata e voluta dai figli adottivi con i loro genitori biologici, concretizzata attraverso un incontro e un riallaccio della relazione. E se questo non fosse possibile per la morte di un genitore biologico, è sempre possibile una riappacificazione interiore piangendo davanti alla tomba del proprio defunto.

Al contrario, rimandare questo incontro personale significa lasciare aperta una ferita che con il tempo si potrà anche cicattrizzare, ma vi è il serio rischio di riaprirsi con grande facilità, provocando dolori sempre più pesanti per se stessi e per le persone che gli vivono intorno.

Figli di “2 mamme”: è il mercato dei desideri

duemammeAnche se sotto diversi profili è piuttosto intricata, la questione può essere riassunta agevolmente. Dopo la recentissima sentenza di Torino, un cittadino italiano può essere legalmente riconosciuto come figlio di due madri. Non è più vero che di madre ce ne sia una sola. E non è neanche più vero che, se c’è una madre, deve di necessità pur esserci, da qualche parte, un padre: nel caso della coppia di donne omosessuali che in Spagna, ricorrendo alla fecondazione artificiale, hanno messo al mondo un figlio, grazie al seme di un donatore anonimo, fin dal principio era da ritenersi del tutto esclusa la possibilità che una figura paterna entrasse in questo gioco e potesse esercitare un qualsiasi ruolo in una qualsiasi modalità nell’ambito delle relazioni familiari che le due donne, sposandosi in Spagna, hanno inteso costruire.

La Corte d’Appello di Torino è stata molto chiara al riguardo: bisogna considerare l’interesse del minore come prevalente e, quali che siano le modalità della sua venuta al mondo, questo interesse è quello di essere riconosciuto “figlio”. Per di più, questo specifico interesse può essere quantificato con estrema facilità: poiché due è il doppio di uno, meglio avere due madri che una sola! Così gli interessi sanitari, scolastici, ricreativi ed ereditari del minore potranno (si spera!) avere una tutela ottimale.
Il ragionamento sembra filar bene, anche se ai buoni giudici di Torino (anzi, alle “buone” giudici, dato che il collegio era composto da tre donne) sembra non sia venuto in mente che la quantificazione degli interessi può essere portata avanti quasi all’infinito; le madri potrebbero essere tre, anziché due (ad esempio se facessimo entrare in gioco un’ipotetica, ma non infrequente, madre “sociale”, la cui maternità non consegue all’offerta né di un ovocita né dell’utero, ma nell’attivare l’intera procedura supportandone le spese). E perché non ipotizzare che le madri possano essere ben quattro, nel caso in cui per puntellare un ovocita patologico si inserisse in esso un’opportuna quantità di Dna estratto dall’ovocita di un’altra donna ben disposta a fare tale dono, in modo da aggiungere alla madre sociale e alla madre uterina ben due madri genetiche? Potremmo andare ancora avanti e continuare a porci tante altre domande del genere, più o meno “scandalose” e, tra le tante possibili, quella davvero più spinosa: perché in questa corsa all’individuazione e alla tutela del miglior interesse del bambino la figura del padre viene con tanta rapidità e definitività messa da parte?

Ma cadremmo alla fin fine in un gioco sterile. Andiamo invece alla sostanza della questione, che emerge, sia pur indirettamente, dalla sentenza di Torino e cerchiamo di metterla a fuoco nel modo più freddo possibile.

Nel corso di pochi decenni si è completamente trasformato in Occidente il paradigma della famiglia, storicamente e culturalmente legato, per millenni, alle dinamiche della generazione, considerata antropologicamente non nel suo mero darsi biologico (che accomuna uomini e animali), ma nel suo inquadrarsi (che distingue nettamente il mondo umano dal mondo animale) nelle forme religiose, etiche, giuridiche e sociali del matrimonio eterosessuale.

Oggi l’istituto del matrimonio sta diventando sempre più impalpabile, per una molteplicità di motivi che sono sotto gli occhi di tutti: la costante diminuzione dei matrimoni a fronte dell’irresistibile crescita delle più diverse forme di partenariato extra e para-matrimoniali; la loro crescente fragilità (al punto che è davvero difficile in alcuni ordinamenti distinguere il divorzio, reso peraltro pressoché ovunque “breve”, dall’antico “ripudio”), la parallela e crescente difficoltà di distinguere il regime giuridico matrimoniale da quello delle “convivenze”; la pretesa, ampiamente vincente in Occidente, di cancellare il carattere necessariamente eterosessuale del coniugio, col risultato di rendere molto difficile il mancato riconoscimento di un diritto all’adozione da parte di coppie delle stesso sesso. La famiglia, in Occidente, tende semplicemente a scomparire, e questa scomparsa, favorita dal crollo demografico, sta erodendo in modo impressionante quel primato del vincolo di gruppo sulle pretese e sugli interessi individuali su cui si basava sostanzialmente la sua eticità.

La prova di quanto detto ci viene appunto offerta da come oggi viene vissuto il paradigma della generatività, che non solo è completamente svincolato dai suoi condizionamenti naturalistici (si ha un figlio quando lo si vuole avere, non quanto lo manda Dio o la natura), ma appare ormai intrinsecamente legato a logiche di interesse, che non è inappropriato definire “mercantili”.

La procreazione assistita, il commercio di gameti (lasciamo la parola “donazione” agli ingenui), il controllo eugenetico degli embrioni e dei nascituri, l’affitto di utero, le diverse forme di surrogazione di maternità, gli aborti “selettivi” e “terapeutici” sono tutte pratiche nelle quali il mercato è ormai entrato in modo subdolo e probabilmente irreversibile. E i parametri valoriali del mercato trovano ormai una misura facilmente oggettivabile, quella che consegue al desiderio soggettivo e insindacabile di procreare: desiderio che il mercato è pronto a soddisfare, tanto quanto è pronto a soddisfare, con tecniche biomediche sempre più raffinate, l’opposto, e altrettanto insindacabile, desiderio di non procreare.

Possiede basi valoriali consistenti questo mutamento di paradigma? L’unica risposta possibile sembrerebbe essere quella secondo la quale garantire socialmente la soddisfazione dei desideri umani (da quello di procreare a quello di non procreare) sarebbe un bene in sé; risposta palesemente fragile, se non altro perché, come si è accennato, tale soddisfazione più che conseguire al riconoscimento di spettanze fondamentali, sembra conseguire alle capacità economiche del soggetto desiderante. È più onesto ammettere (anche se può turbare almeno un poco le coscienze più rette) che la società dei desideri, del loro moltiplicarsi, dell’invenzione di mille nuovi modi per soddisfarli, è la più coerente col sistema economico-sociale (mercatista e individualista) che domina nel nostro tempo e dal quale nessuno sa esattamente come sia possibile uscire.

Per inquadrare eticamente quella “macchina desiderante” che è diventato il mondo contemporaneo, basterà, ad avviso di tante “anime belle”, porre qualche paletto, come quello, vetero-liberale, secondo il quale la soddisfazione del desiderio di uno non dovrà mai ritorcersi o limitare la soddisfazione del desiderio di un altro.

Possiamo a questo punto tornare alla sentenza di Torino, che è esempio lampante di come questa mentalità sia ormai dilagante. Cosa potrebbe opporsi al desiderio delle “due” madri di essere riconosciute tali anche in Italia, si è chiesta la Corte torinese? Una serie di norme, addirittura di rango costituzionale, che fa sempre riferimento alla diversità di genere, quando si parla di genitorialità: ma questo è un argomento formalistico, che da una parte offende i desideri delle due madri e dall’altra contrasta col «miglior interesse del bambino», serenamente identificato dalle giudici torinesi in base al criterio che due è meglio di uno. E così la questione appare risolta. Con buona pace del buon senso, di una tradizione antropologica plurimillenaria, delle mille voci di allarme che si levano da tempo quando si discute di fecondazione eterologa, di omogenitorialità, di soppressione della figura paterna o materna.

È forse giunto il momento di chiedere a tutti noi – e soprattutto a quei magistrati che ormai da tempo hanno indebitamente assunto nel nostro Paese il ruolo di unici veri attori biopolitici – di riconoscere con la massima franchezza che siamo diventati incapaci di individuare il bene umano al di là della logica dei nostri interessi soggettivi e che per la soddisfazione dei nostri interessi attuali siamo ormai ben disposti a sacrificare i più ragionevoli interessi delle generazioni future (a partire da quello basilare di poter chiamare mamma una donna e papà un uomo).
Francesco D’Agostino (su Avvenire)

Diventare padre dopo la morte (egoismo puro)

invitroUna serie di episodi connessi con la pratica del concepimento mediante l’uso di seme congelato prima della propria morte ha attirato l’attenzione verso questa prassi sempre più diffusa.

Uno di questi episodi è quello di Jocelyn e Mark Edwards del New South Wales, in Australia. I due coniugi erano in procinto di sottoscrivere la loro dichiarazione di consenso per dare avvio al trattamento di fecondazione in vitro ma il marito è morto in un incidente il giorno prima della firma, secondo quanto riferito dal Sydney Morning Herald del 24 maggio.

La moglie ha ottenuto dal tribunale il permesso di conservare il seme del marito e ha di recente vinto una causa che le consentirà di utilizzarlo.

Le leggi dello Stato lo vietano, a meno che non vi sia un espresso consenso ad usare il proprio sperma dopo la morte. La Corte suprema del New South Wales ha tenuto conto della testimonianza della moglie, secondo cui qualche anno fa il marito aveva dichiarato che, se gli fosse successo qualcosa, lei avrebbe dovuto procedere ad avere un figlio da lui.

In un articolo apparso il 3 giugno sul sito Internet della rivista Time si osserva che non di rado i soldati impiegati in missioni di guerra provvedono al congelamento del proprio sperma perché possa essere utilizzato dalle mogli in caso loro dovessero morire.

Poiché le situazioni possono essere le più diverse, si sta discutendo sull’eventualità di regolamentare questa pratica. L’articolo si riferisce a un caso in Israele in cui i genitori di un figlio morto l’anno scorso vorrebbero avere un nipote utilizzando il suo sperma.

Il figlio, Ohad Ben-Yaakov, non era sposato, né aveva una relazione con qualcuno. I genitori vorrebbero quindi ricorrere a una madre surrogata.

Gemelli

Un caso simile si è verificato di recente in Russia. Il figlio di Lamara Kelesheva, morto di tumore, aveva depositato il proprio sperma prima di iniziare la chemioterapia. Il suo seme è stato poi utilizzato dalla madre per concepire, attraverso due madri surrogate, due coppie di gemelli, secondo quanto riferito da Russia Today del 7 giugno.

Secondo un servizio pubblicato dal quotidiano russo Pravda il 10 giugno, dopo la morte del figlio vi erano stati cinque tentativi falliti di concepimento. Nell’ultimo tentativo la signora Kelesheva ha utilizzato due madri surrogate contemporaneamente. Entrambe le gravidanze sono andate a buon fine e le due donne hanno dato alla luce quattro nipoti, rispettivamente il 6 e l’8 gennaio.

Le polemiche che ne sono seguite hanno portato alla separazione tra la Kelesheva e il marito, e lei sta ora cercando di ottenere il riconoscimento della propria maternità di questi bambini e della paternità del figlio deceduto.

L’Anagrafe civile di Mosca ha rigettato l’istanza di registrazione e la donna sta ora facendo appello al tribunale municipale di Mosca. Le leggi russe consentono il ricorso a madri surrogate solo alle coppie sposate.

“Tutte queste pratiche biomeccaniche alla fine portano a questa situazione molto ambigua in cui non è più realmente possibile distinguere tra un figlio e un nipote”, ha affermato a Russia Today l’attivista pro-vita Andrey Khvesyuk.

Una piega diversa ha preso il caso di un uomo di 57 anni, di cui per motivi legali non è possibile rivelare il nome, che nel 1999 aveva depositato il proprio seme per timore di incorrere in infertilità a causa dei suoi trattamenti medici.

Dopo essersi separato dalla moglie, quest’ultima ha utilizzato i soldi ottenuti dal divorzio per concepire due figli usando lo sperma dell’ex marito, secondo quanto riferito dal quotidiano Telegraph il 29 maggio. Ha falsificato la sua firma sui documenti di autorizzazione, cosa che l’uomo ha scoperto solo tre anni più tardi. La figlia e il figlio sono nati rispettivamente nel 2001 e nel 2003.

Dal momento della scoperta, ha speso ingenti somme di denaro in spese legali per le cause intentate contro l’ex moglie e ha avuto limitate possibilità di vedere i figli.

Anonimato

Mentre i figli di padri deceduti possono crescere sapendo chi era il proprio padre, molti figli concepiti attraverso la fecondazione in vitro vivono senza questa informazione.

Newsweek ha preso in esame questa situazione in un articolo del 25 febbraio. Negli Stati Uniti, i bambini concepiti con sperma di donatori generalmente non hanno informazioni su chi sia il padre, e in molti casi i dati dei donatori vengono cancellati.

Mentre un numero crescente di questi figli sta raggiungendo l’età adulta, aumentano le pressioni per cambiare questa situazione. L’articolo parla dei tentativi di una persona identificata come Alana S., che ha creato l’organizzazione AnonymousUs.org, aperta ai figli, alle famiglie e ai donatori.

Alcuni Paesi hanno legiferato stabilendo l’obbligo di rendere disponibili le informazioni circa i donatori di sperma e di ovuli, ma l’industria statunitense della fecondazione in vitro rimane ancora ampiamente senza regolamentazione.

Alana S., che oggi ha 24 anni, ha detto che molti figli concepiti da seme di donatore si considerano una sorta di “scherzo della natura”.

Persino nei Paesi in cui il settore è regolamentato la situazione è lungi dall’essere perfetta. Ciò risulta evidente da un rapporto pubblicato il 10 febbraio da una Commissione del Senato australiano, intitolato “Donor Conception Practices in Australia”.

Il rapporto afferma che le autorità statali e locali adottano approcci difformi tra loro in materia di informazioni a cui i figli di donatori possono accedere.

Un’altra preoccupazione riguarda il rischio che i figli di donatori possano inavvertitamente instaurare rapporti consanguinei, non potendo accedere alle informazioni sui donatori. Questa eventualità non solo può aumentare il rischio di malformazioni genetiche, ma potrebbe anche avere significative conseguenze sociali derivanti dalla conoscenza pubblica di questo tipo di rapporto, avverte il documento.

La Commissione ha ricevuto anche diversi contributi sul tema della limitazione del numero delle famiglie associabili a un donatore. Secondo il Victorian Infertility Counsellors Group non è infrequente, per le persone concepite da donatori, scoprire di avere anche venti fratelli genetici.

Difformità

Altri contributi sottolineano le difformità negli approcci delle autorità statali e di quelle locali in materia di registrazione dei donatori. Ciò significa che risulta impossibile conoscere con precisione e controllare il numero delle famiglie associate a un determinato donatore.

Un altra questione riguarda la carenza nella gestione dei dati, che rende difficile accertare il rispetto dei limiti imposti alle donazioni da parte delle cliniche. Un esempio contenuto nel rapporto riguarda una clinica importatrice di sperma dagli Stati Uniti, alla quale era stato assicurato che il seme dello stesso donatore non sarebbe stato dato ad altre cliniche. Si è poi scoperto che lo stesso seme era stato importato anche da una clinica nel New South Wales e utilizzato da un certo numero di famiglie in quello Stato.

Sebbene recenti modifiche alla normativa rendono più facile, per i figli di donatori, ottenere informazioni sul loro padre, molti di coloro che oggi raggiungono l’età adulta non hanno la possibilità di accedere a tali dati a causa dell’impegno preso in passato con i donatori a mantenere il loro anonimato.

Il rapporto cita la testimonianza della signora Narelle Grech, che ha raccontato la sua esperienza personale.

“Non posso descrivere quanto sia disumano essere nell’impotenza di conoscere il nome e le caratteristiche del mio padre biologico, sapendo che la mia intera famiglia paterna sta riposta da qualche parte in un armadio pieno di pratiche… senza alcuna possibilità di accedervi”, ha detto. “Mi viene detto che non ho alcun diritto di conoscere informazioni sulla mia famiglia, le mie radici, la mia identità”, ha aggiunto.

In Canada questo tipo di situazione è stato considerato discriminatorio e incostituzionale dal giudice della Corte suprema della British Columbia, Elaine Adair.

La sentenza si è espressa in favore del ricorso presentato da Olivia Pratten, finalizzato a ottenere gli stessi diritti dei figli adottati, secondo quanto riferito dal Vancouver Sun il 19 maggio.

Un figlio non è un qualcosa di proprietà di qualcuno, ma un dono, come sottolinea il Catechismo della Chiesa cattolica al n. 2378. Il figlio non può essere considerato come oggetto di proprietà: “a ciò condurrebbe il riconoscimento di un preteso ‘diritto al figlio’”.

Tra le numerose obiezioni morali alla fecondazione in vitro, vi è quella secondo cui tale pratica ha portato a considerare i figli come beni di consumo, per quanto ben intenzionato possa essere stato il desiderio di avere un figlio. Le conseguenze di questo fatto vengono fuori oggi nei tribunali e nelle famiglie.

padre John Flynn

da Zenit

La maternita’ in affitto

scontrino uteroUna nuova forma di schiavismo si nasconde dietro il commercio di uteri

– L’era della globalizzazione apre a nuovi scenari, non solo per quanto riguarda i campi dell’economia e della finanza, ma anche per il raggiungimento del desiderio di maternità e paternità. E non stiamo parlando delle adozioni internazionali, un percorso che richiede vari anni per diventare genitori, e per questo ritenuto “scomodo” da molte coppie.

E non stiamo nemmeno facendo riferimento alla procreazione assistita, che ormai è da molti ritenuta un fallimento, visto il numero di tentativi che occorre ripetere per diventare genitori, e viste le conseguenze dolorose che lascia nell’animo della donna.

Esiste una nuova frontiera per arrivare alla genitorialità che si chiama “maternità in affitto”. Questa modalità consiste nel “chiedere” ad una donna di diventare madre per la durata della gestazione, per poi affidare il bambino alla coppia richiedente. E il concepimento del figlio può avvenire con il seme del futuro padre, o con un seme “garantito” offerto dall’organizzazione. E anche se il seme venisse inviato a queste cliniche specializzate, non sempre è assicurato l’utilizzo di quel seme. Le prove comparative del DNA tra il padre e il figlio hanno mostrato varie volte la loro imcopatibilità biologica.

Non dobbiamo trascurare questo nuovo fenomeno, di cui non si conoscono affatto le cifre, perchè la maternità in affitto è una pratica al limite della legalità, e per questa ragioni non possono essere stilate statistiche precise.

Sono vari i paesi che hanno acconsentito a questa pratica generativa (Stati Uniti, Ucraina, Armenia, Georgia, Grecia, Russia e India); poi esistono altre nazioni dove questa modalità  è completamente illegale, e viene praticata saltuariamente in clandestinità.

Laddove la maternità in affitto è illegale, vi sono dei mediatori, che diventano gli assoluti protagonisti di questa tratta di essere umani. Queste organizzazioni che perseguono  finalità di lucro, da un lato assoldano le donne povere per diventare madri a tempo limitato, e dall’altro trovano persone disposte a diventare padri e madri a tutti i costi. Si tratta di persone, che non sarebbero mai potuti diventare genitori, come possono essere le coppie omosessuali.

E l’illegalità attecchisce maggiormente nei paesi in Via di Sviluppo, come ad esempio sta accadendo in India. Diverse donne vengono comperate per svolgere il servizio di affitto dell’utero più volte durante l’età della fertilità biologica. Questo sfruttamento della condizione femminile è disumano e non deve essere assolutamente trascurato e nemmeno relativizzato. Alcuni benpensanti sono arrivati a dire che questo è un “lavoro” più dignitoso di altri, perchè consente alle donne di raggiungere una maggiore indipendenza economica e una migliore prospettiva di vita.

Ma non dobbiamo dimenticarci che dietro questi fenomeni esistono organizzazioni criminali che sfruttano queste donne. E poi interroghiamoci seriamente: queste donne “affittate” per diventare madri, a quali conseguenze psicologiche e spirituali, vanno incontro prima, durante e dopo quella gravidanza? In realtà, il loro stato d’animo, il loro benessere spirituale è completamente trascurato, anzi la maggior parte delle volte nemmeno considerato.

Come si può pensare che il bambino o la bambina che portano in grembo per almeno nove mesi non abbia nessuna relazionalità con la mamma. Oltre alla flagellazione della dignità di queste donne schiave fino al punto di affittare l’utero, si parla poco anche della condizione e destino dei bambini generati su ordinazione. Già è drammatico per una mamma decidere di dare in adozione un proprio figlio. Figuriamoci una mamma in affitto, che non ha desiderato quel bambino, ed è solo per una serie di ragioni utilitaristiche, commerciali e materialistiche che accetta di vendersi una gravidanza.

Dal punto di vista psicologico, la mamma in affitto cercherà di portare avanti la gravidanza  con freddezza, evitando di sviluppare una relazione d’amore con il figlio che porta in grembo. Gli accordi di tipo commerciale che stanno alla base del concepimento e della gravidanza rendono quel bambino indesiderato moralmente. Il figlio è concepito come strumento di guadagno.

Ora spostiamo l’attenzione dalla madre in affitto al figlio nato da questa donna. Questo bambino un domani crescerà, ed avrà il diritto a conoscere la sua vera storia. Siamo arrivati al punto della questione: i genitori che avranno cresciuto questo figlio nato da un madre in affitto, avranno il coraggio di raccontargli tutta la verità sulla sua nascita e sulla sua storia?

Spesso illegalità e verità non sempre convivono pacificamente, ma il primo tende a nascondere l’altro. Molti figli probabilmente non conosceranno la loro storia, vivranno il peso dell’inganno sulle loro origini. E questo comprometterà seriamente le relazioni dentro la famiglia: il silenzio su alcune verità determina imbarazzo, e questo impedisce legami affettivo autentici e spontanei.

E se i genitori dovessero raccontare la vera storia, quale potrebbe essere la reazione del figlio, quali pensieri e stati d’animo travolgerebbero il cuore di quella persona? E poi pensiamo solo un attimo al desiderio legittimo di quel figlio che un domani vorrà conoscere la sua madre biologica e il padre che avrà donato il suo seme. Ci saranno i mezzi per effettuare questa ricerca, o tutto sarà stato tolto di mezzo da quelle organizzazioni senza scrupoli, che avranno cancellato ogni prova per non lasciare traccia del loro reato?

Non è possibile che un figlio nasca “per procura”, non è possibile concepire un figlio come se fosse un ordine passato alla fabbrica, che poi debba essere venduto sul mercato per trarne profitti.

La dignità della persona umana risulta essere gravemente ferita. Come avviene in tutti gli ambiti di illegalità, c’è urgente bisogno che le istituzioni civili internazionali intervengano per impedire nuove forme di schiavismo.

Di Osvaldo Rinaldi da Zenit.org

 

Mamma, grazie per non avermi buttata via

La sua vita sarebbe potuta finire ventisette anni fa, sul pavimento di uno squallido bagno di un fast food di Allentown, in Pennsylvania. È lì che Katheryn Deprill fu trovata dagli inservienti del locale, gracile come ogni neonato partorito da un paio d’ore e avvolta da una camicia bianca, ultimo gesto d’affetto di una madre disperata che decide di abbandonare il proprio figlio subito dopo averlo messo al mondo.

E invece Katheryn è un’espressione di vita felice e ridondante. È una ragazza di ventisette anni sposata e madre di tre figli, che lavora come tecnico in un laboratorio medico. Nel settembre del 1986 la sua storia riempì i titoli dei giornali americani, che le attribuirono il nome “Burger King Baby”. Intenerì una coppia di coniugi, gli Hollis, i quali decisero di adottarla sebbene avessero già dei figli. Nel frattempo le indagini della polizia proseguirono per lungo tempo, ma le tracce della mamma naturale della piccola Katheryn non furono mai ritrovate.

Oggi, a ventisette anni di distanza, la protagonista di questa vicenda ha deciso di uscire allo scoperto. Lo ha fatto pubblicando una sua foto sul proprio profilo Facebook, con un cartello in mano che recita: “Sto cercando mia madre, mi ha messo al mondo il 15 settembre 1986, mi ha abbandonata in un gabinetto del Burger King di Allentown”. La pubblicazione è stata condivisa già oltre ventimila volte dagli utenti del celebre social network, che hanno così dato ampia diffusione all’appello “per favore, aiutatemi a trovarla condividendo il mio post, forse lo vedrà”.

Il volto disteso e sorridente della giovane testimonia l’assenza di ogni minimo accenno di rancore. L’appello di Katheryn è arrivato anche sui media d’oltreoceano. Fox News l’ha intervistata un paio di settimane fa. “A meno che non siate stati adottati – ha detto al microfono dell’emittente -, non potete capire come ci si senta a non sapere chi sono i vostri genitori biologici”.

Katheryn la sua storia l’ha saputa soltanto a dodici anni. In un primo momento non riusciva ad accettare questa realtà, covando un forte senso di risentimento. “Quando ero bambina non capivo quali cose terribili potessi aver fatto per essere lasciata lì”.

Con il passare del tempo però, Katheryn inizia a cambiare atteggiamento, maturando comprensione verso la sua madre naturale. “Non riesco a pensare cosa abbia passato – afferma -, forse viveva una relazione clandestina, ci sono così tante possibili eventualità che non si possono sapere senza mettersi nei suoi panni”. In un certo senso, le rivolge anche gratitudine, poiché anziché ucciderla prima o dopo il parto, quella donna ha deciso di farla nascere e lasciarla nel posto in cui è stata poi trovata. È per questo, dice la giovane, che “voglio sapere com’è mia madre, vedere se magari ho fratelli o sorelle che mi somigliano, dirle che sto bene”. C’è un pensiero che si porta sempre dietro. “Ogni volta che mi trovo in un negozio o in mezzo alla gente – racconta -, penso a mia madre, a mio fratello o a mia sorella che potrebbero essere qui, a pochi metri di distanza”.

Ma il suo è soprattutto un messaggio di speranza. Katheryn ci tiene a sottolineare di essere stata accolta da “genitori amorevoli che non hanno mai fatto distinzione tra figli biologici e adottivi”. La sua storia, spiega, è rivolta a tutti quei genitori che non sono in grado di tenere i propri figli. “C’è sempre una possibilità piuttosto che buttare via il proprio bambino, l’adozione è una cosa meravigliosa”, spiega con parole ferme, che non cedono a una pur comprensibile emozione. Quella di chi, come Katheryn, trasmette dai suoi occhi chiari e limpidi una gioia immensa nei confronti della vita.

Federico Cenci

www.zenit.org

Io scrittore omosessuale vi voglio raccontare una speranza

giorgio-ponteMi chiamo Giorgio Ponte ho trentun anni e faccio lo scrittore. Molti in questi giorni avranno sentito parlare di me come persona con tendenze omosessuali che si e’verita esposta in difesa della famiglia naturale. Alcuni sicuramente sapranno che sono cattolico e che nella vita, con la fatica e le difficoltà di tutti, cerco di vivere come tale.

Tutto questo è vero e tuttavia non basta a dire ciò che sono, ma soprattutto non è il motivo per cui oggi sono qui, a questo Family Day. Questa infatti non è una riunione di ultracattolici, né di ultraconservatori, né, evidentemente, di eterosessuali. Questa piazza raduna chiunque, uomo o donna, riesca ancora a riconoscere nella coppia maschile-femminile, l’unica unione capace di concepire la vita e quindi adatta a crescerla. E per fare questo non serve avere inclinazioni particolari, una particolare fede, o un determinato colore politico.

Ma chi è qui, questo lo sa già.
Perciò, in quanto persona con tendenze omosessuali, oggi credo sia mio compito fare qualcosa di diverso, e cioè parlare a chi, di là, ci guarda e non capisce: coloro i quali stamattina si sono svegliati con la convinzione che una moltitudine di persone si sia radunata al Circo Massimo contro di loro. A queste persone dico: sappiate che qui c’è qualcuno che sa cosa provate. E si batterà fino alla fine, perché possiate capire cosa facciamo noi.
Io conosco il vostro dolore. Fa male non sentirsi capiti. Fa male credere che il mondo sia contro di noi. Fa male avere la sensazione che la gente esprima un giudizio sulla vostra vita, su chi amate, sulla natura di ciò che provate, come se ci fosse qualcuno in grado di entrare nelle profondità della vostra anima e guardare quanto ci sia di egoismo o quanto di amore vero. Fa male dover rinunciare a un desiderio spontaneo come quello di paternità o maternità.
Fa male, lo so.
Ma non è per questo che questa piazza si è riunita.
Nessuno qui può permettersi di entrare nel merito di ciò che ogni singolo uomo prova per qualcun altro. Nessuno vi chiede di cambiare il vostro stile di vita, di lasciare il vostro compagno, di cambiare il vostro orientamento, di vivere in castità: nessuno è qui per dirvi che siete sbagliati. E se qualcuno lo fa, lo fa a titolo personale, sbagliando egli stesso.
Se nemmeno la Chiesa, nella sua saggezza, si arroga il diritto di dire a una persona con tendenza omosessuali di essere in sé stessa un errore, come potrebbe fare diversamente una piazza che mette insieme migliaia di persone di ogni credo o di nessun credo?
No. Qui, oggi, non vi si chiede di cambiare vita.
Ciò che vi si chiede, ciò che vi chiedo io, e di deporre le armi e guardare con verità alla storia da cui provenite, da cui tutti proveniamo: un maschio e una femmina, un papà e una mamma, che per qualche ragione, fortuita o volontaria, hanno fatto sì che noi oggi esistessimo.
Forse i vostri genitori non sono stati i migliori del mondo. Forse talora possono essere stati persino i peggiori.
Ma almeno voi sapete chi sono.
Noi abbiamo avuto la possibilità di saperlo, per potere farci i conti, per potere restituire a chi ci ha dato la vita, il giusto valore. Perché solo quando facciamo i conti col nostro passato, siamo liberi di affrontare il nostro futuro. E questo lo sa bene chi per disgrazia, questa possibilità non l’ha avuta, perché orfano, perché abbandonato.
Questa legge, il matrimonio gay camuffato sotto altro nome, facilita un sistema che un domani permetterà che migliaia di bambini vengano fatti crescere volontariamente e con l’avallo dello Stato privi di questo diritto: avere una mamma e un papà.
So bene che alcuni di voi questo lo capiscono, e chiedono solo una tutela, che più che tutela è un riconoscimento legale, sociale dalla vostra relazione. Ma purtroppo il clima e le condizioni attuali a livello politico, nazionale ed europeo, hanno spezzato le gambe a qualsiasi possibile compromesso. Non possiamo fare leggi a metà, senza adozioni, perché abbiamo visto che in tutti gli stati in cui sono state approvate, esse sono sempre state il trampolino di lancio per la parificazione col matrimonio e la conseguente possibilità di procreare usando donne e uomini come fornitori di materiale biologico, al pari di mucche e stalloni. Per questo, nessuna legge oggi è possibile.
Perciò se questo riuscite a comprenderlo, vi chiedo di riflettere: siete davvero pronti a prendervi questa responsabilità sulle generazioni future, in nome del vostro pur legittimo desiderio di riconoscimento?
Io no.
Se davvero desiderate essere padri e madri per le generazioni future, allora fate un gesto che solo un autentico genitore può fare: rinunciate al vostro desiderio per amore di questi figli.
Da sempre come uomo e come scrittore, ho desiderato raccontare al mondo la Speranza.
Anche oggi qui, è una Speranza che voglio raccontare: quella di un mondo dove le persone non siano più catalogate e ridotte in base alle loro inclinazioni sessuali; dove i bambini siano custoditi e protetti perché conoscano le loro radici; dove le donne riscoprano la bellezza della loro maternità e non pensino che per essere libere debbano rinunciarvi o al contrario mercificarla; dove gli uomini riconoscano che per essere tali non gli è richiesto di non essere fragili o di non avere paura, e nemmeno di non provare questa o quella pulsione.
Poiché un uomo è prima di tutto colui che assume su di sé la sua fragilità e affrontando la paura, muore a sé stesso per coloro che ama.
Un mondo del genere, una speranza del genere è possibile, se tutti dopo questa manifestazione, legge o non legge, lavoreremo da domani perché lo sia, possibile. Se tutti la smetteremo di ragionare in termini di “noi” e “loro” e capiremo che noi, in realtà siamo tutti.
Io non appartengo ad associazioni, movimenti, o gruppi. Eppure rappresento un mondo, un universo sommerso che attende di trovare il coraggio di svelarsi.
Per quanto possa sembrare poco, sono qui a nome mio e di chi come me in questa battaglia in difesa dell’essere umano si ritrova stretto fra due fuochi: quello di chi condivide il nostro punto di vista ma non l’attrazione per lo stesso sesso, e pur osannando il nostro contributo, non riesce a capire davvero cosa viviamo; e quello di chi dall’altra parte condivide la nostra attrazione per lo stesso sesso, ma non la nostra visione e ci guarda come traditori.
Eliseo del Deserto, Adamo Creato, Cristoforo Libero, Emmanuele Wundt, Luca di Aquila, Costanzo in Cammino… siamo in tanti, molti più di quanti crediate, alcuni che nel loro piccolo iniziano anche ad esporsi con il loro nome. Spesso catalogati dall’uno e dall’altro schieramento, secondo ciò è più semplice da capire per entrambi: “gay cattolici, contro i diritti dei gay”.
Ma non è così semplice.
La nostra presenza qui ha il compito di ricordare a tutti che noi non stiamo manifestando contro le persone con tendenze omosessuali, ma contro un’ideologia che danneggia anche chi la sostiene.
Perciò se da un lato chiedo a chi sostiene i diritti gay di guardare alle ripercussioni che la legge sulle unioni civili avrebbe sulla generazioni future; dall’altro chiedo a chi è qui, e come me ha tendenze omosessuali, di prendersi la responsabilità di alzare la testa, di dire la sua, perché altri trovino il coraggio di farlo. Perché nessuno dia più per scontato che un omosessuale, quand’anche si definisse tale, non sia per questo in grado di riconoscere la famiglia naturale come luogo unico e privilegiato per la crescita dei bambini.
Per troppo tempo siamo stati fraintesi. Per troppo tempo abbiamo creduto di non potere fare la differenza; che questa fosse una battaglia che in fondo non ci apparteneva. Ma i figli di una nazione sono responsabilità di tutti, e ciò che possiamo fare noi, non lo può fare nessun altro come noi. Non possiamo sempre delegare ad altri. È giunto il momento che ognuno si prenda la propria responsabilità nei confronti di coloro che lo circondano. Prima di tutto verso quei fratelli che hanno tendenze omosessuali e credono che nessuno qui, al Circo Massimo, capisca cosa vivono.
Nel Family Day del 2007 in compianto Don Benzi disse che “gli omosessuali un giorno si sarebbero levati in difesa della famiglia”.
Io vi prego: fate, finalmente, che quel giorno sia arrivato. E che non sia solo in difesa della famiglia, ma in difesa di tutti noi.

di Giorgio Ponte

L’adozione: un cammino di santità per genitori e figli

adozioneLa stagione estiva è un tempo favorevole non solo perche’ e’ possibile trascorrere le giornate all’aria aperta, per godere delle meraviglie del creato. L’estate è un periodo nel quale dare respiro alla propria anima e farla assaporare quel calore e quella freschezza molte volte soffocata dalla frenesia degli impegni di tutto un anno lavorativo. Come l’aria estiva conduce ad uscire dalla propria casa per vivere a contatto con la natura, così l’anima è quasi invitata naturalmente ad uscire dalle abitudini quotidiane per spingersi verso quei desideri e quelle realizzazioni rimasti incompiuti durante l’anno. Questo uscire in realtà è un entrare nelle profondità del proprio essere per capire quali siano le aspirazioni e le intenzioni che vorremmo realizzare. Per un marito e una moglie che non hanno avuto il dono dei figli, il pensiero ricorrente è quello della maternità e paternità. Una ferita profonda nasce nel cuore di ogni uomo e di ogni donna quando i figli non arrivano. Questa piaga dell’anima, che ognuno vive con una propria intensità e angoscia, rischia di trasformarsi in un solco profondo quando questo dolore non viene affrontato, discusso e superato.

L’adozione è una via di santificazione, perchè ha la capacità di guarire le ferite del cuore, costruisce un ponte di comunione di intenti che oltrepassa il valico dell’infertilità e dona quella fecondità spirituale che porta a diventare una madre e un padre. L’adozione è un cammino di santificazione, perchè il cuore della moglie e del marito reagiscono diversamente dal comune modo di intendere e vivere la sterilità fisica. Tantissime coppie, una volta scoperta la loro sterilità fisica, si rivolgono a centri specializzati per la fecondazione omologa o eterologa per arrivare a realizzare il loro sogno. Il figlio nato dalla propria pancia, il figlio della propria carne, il figlio portato nel grembo per nove mesi, continua ad essere concepito come unica via per giungere alla genitorialità. E se questo non è possibile ottenerlo dalla fecondazione artificiale, molte coppie sono disponibili a ricorrere alla maternità in affitto per avere la garanzia di avere un figlio sano e un figlio appena nato.  La santità non consiste solo nella rinunzia di pratiche che soddisfano il bisogno egoistico di avere una bambino a tutti i costi. La santità si traduce nel mortificare il desiderio di maternità e di paternità carnale per decidere di porsi al servizio della vita scartata e abbandonata. La santità dell’adozione apre il cammino dell’accoglienza verso bambini o adolescenti già venuti al mondo. La maternità e la paternità adottiva è disgiunta dal concepimento e dell’età del figlio. È possibile diventare genitori anche di un figlio non piccolissimo di età, perchè essere madri e padri è prima di tutto accoglienza interiore, disponibilità al sevizio educativo e ascolto silenzioso, tutti atteggiamenti aggiuntivi rispetto al fatto di avere dato alla luce un figlio.

La scelta adottiva, come la scelta di ricorrere ad altre forme di procreazioni artificiale, non è una decisione del momento, ma è l’apice di un cammino che scaturisce dal modo di  interpretare il senso del dolore. Un dolore rifiutato normalmente produce altro dolore. Il dolore contiene la forza intrinseca di moltiplicarsi quando non viene riconosciuto e accettato. La catena della sofferenza ha la capacità di aggiungere sempre nuovi anelli per trascinare nuove anime in questa spirale di angoscia. Quando il dolore viene accettato come una volontà di Dio, allora esso costituisce una indicazione che contiene la forza vitale di accompagnare l’uomo verso altre strade che conducono ad aprirsi ai bisogni dell’altro. In questo modo la tribolazione diventa il compimento di una speranza più grande, perchè incarna una volontà superiore. Questa volontà di Dio è il vero bene per noi, semplicemente per il fatto che è pensato e voluto da Lui. Questo è proprio quanto accade con l’adozione. L’accettazione della sterilità fisica apre alla fecondità spirituale e questo conduce gli animi di quella coppia ad aprirsi ad una volontà superiore, una volontà divina, che li condurrà con mano sapiente in un luogo del pianeta dove avverrà l’incontro con i propri figli. Questa santità non è solo dei genitori, ma è soprattutto dei figli adottivi, perché essi se da piccoli sembrano quasi accettare impassivi un destino scritto da altri, quando iniziano a crescere, sono chiamati a maturare e confermare la loro scelta con l’adesione intima a questo progetto di amore che li farà sentire dei veri figli.

Il santo cammino di sentirsi figli di un padre e di una madre che non ti hanno generato, non è certo una via senza ostacoli. Esso è un sentiero in salita che ha sempre pronta la tentazione di maledire la propria storia, di immaginare continuamente come sarebbe stata la propria vita di figlio se fosse rimasto nella famiglia d’origine, di convivere con quel pensiero inquietante sulla sorte dei genitori biologici e dei fratelli rimasti in situazioni precarie e pericolose. In conclusione, l’adozione è una via di santificazione per i genitori e per i figli. Il cammino adottivo conduce alla pace quando è frutto di un’accettazione di quella storia che fa parte di un misterioso disegno di amore di Dio. La famiglia adottiva compie la sua missione quando i genitori e i figli entrano pienamente nella loro storia, e così il Dio della storia benedirà ed accompagnerà quella famiglia nata e sostenuta dai doni dello Spirito Santo.

Osvaldo Rinaldi – Zenit

I diritti delle coppie omosessuali in Italia esistono da anni

In Italia esiste gia’un’ampia e documentata legislazione anche a tutela delle coppie non eterosessuali.

Insomma, se è realmente l’amore, come vanno ripetendo ormai da settimane i sostenitori del mondo Lgbt, il collante di una coppia a prescindere dall’orientamento sessuale, allora la nuova legge sulle unioni civili si può considerare persino una forzatura che maschera altri obiettivi. E vi spieghiamo il perché.

LA TUTELA DELLA COPPIA

In Italia ai conviventi, dello stesso sesso o di sessi diversi, sono riconosciuti i diritti e i doveri relativi alla sanità, alle carceri, alla locazione, ai risarcimenti. Non esiste un problema di tutela dei conviventi in quanto legge o giurisprudenza li stanno già tutelando (La Nuova Bussola Quotidiana, 11 febbraio).

FAMIGLIA E CONVIVENZA

La norma che rappresenta la base formale per il riconoscimento di molti diritti dei conviventi è rappresentata dal DPR n.223/1989 (approvazione del regolamento anagrafico della popolazione residente) che parifica le famiglie alle convivenze, stabilendo che «l’anagrafe della popolazione residente è la raccolta sistematica dell’insieme delle posizioni relative alle singole persone, alle famiglie e alle convivenze che hanno fissato nel comune la residenza»; addirittura precisa che «l’anagrafe è costituita da schede individuali, di famiglia e di convivenza».

NORME PRO COPPIE GAY

Ma sempre spulciando il dossier de La Nuova Bussola Quotidiana, le norme che tutelano le convivenze anche tra persone dello stesso sesso sono diverse: ad esempio l’art. 3 Legge n.91/1999 in materia di trapianti di organi stabilisce che all’inizio del periodo di osservazione ai fini dell’accertamento di morte, i medici forniscono informazioni sulle opportunità terapeutiche per le persone in attesa di trapianto nonché sulla natura e sulle circostanze del prelievo, al coniuge non separato o al convivente; Legge n.53/2000 Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città, riconosce ad ogni lavoratore il diritto a permessi retribuiti per decesso o grave infermità del coniuge, del parente entro il secondo grado e del convivente.

CONSULTORI E TESTAMENTO

E ancora la legge n.405/1975 Istituzione dei consultori familiari, prevede l’assistenza della famiglia e della coppia (e dunque dei conviventi); la Corte di Cassazione con sentenza n.2988/1999 ha riconosciuto al convivente la risarcibilità del danno patrimoniale in caso di morte del convivente provocata da fatto ingiusto altrui; Art. 411 codice civile le disposizioni testamentarie in favore del convivente amministratore di sostegno sono valide.

CATTIVA CONDOTTA DEL CONIUGE

Importanti sono anche gli Art. 342bis e 342ter codice civile: prevedono che quando la condotta del coniuge o di altro convivente è causa di grave pregiudizio all’integrità fisica morale ovvero alla libertà dell’altro coniuge o convivente il giudice può disporre l’allontanamento da casa, prescrivendo il divieto di avvicinarsi ecc. Complessivamente sono 15 le norme citate a tutela dei diritti di una coppia convivente (sia etero che omosessuale).

CASA, SOSTEGNO, PROCESSI

In tempi non sospetti anche La Repubblica (gennaio 2013) evidenziava in un articolo che la materia successoria e perfino la pensione di reversibilità non sono negati ai conviventi gay. Come si chiede il giornalista e sociologo Giuliano Guzzo, sul suo blog (gennaio 2013): «dov’è il fantomatico “vuoto legislativo”?».

Visto che le coppie di fatto godono già oggi, per citarne alcuni, dei diritti di stipulare di accordi di convivenza per interessi meritevoli di tutela [ex art. 1322 cc], di successione nel contratto di locazione a seguito della morte del titolare a favore del convivente [Cfr. C.C. sent. n. 404/1988], di vista in carcere al partner [Cfr. D.P.R 30 n. 230 del 2000], di nomina di amministratore di sostegno [artt. 408 e 417 cc], di astensione dalla testimonianza in sede penale [art. 199, terzo comma, c.p.p.], di proporre domanda di grazia [art. 680 c.p.].

ADOZIONE GIA’ POSSIBILE

Ma andiamo oltre. E vediamo come in realtà, anche se lo dicono in pochi, l’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali sia già possibile in Italia. Insomma la stepchild tanto decantata dai sostenitori della Cirinnà, è tutt’altro che un’assoluta novità.

LE MODIFICHE ALLA LEGGE 184

In Italia esistono già alcune sentenze che, fanno riferimento all’articolo 44 della legge 4 maggio 1983, n. 184, che regola le adozioni in casi particolari.  L’articolo 5 del ddl Cirinnà si intitola, alla lettera, “Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184”. La modifica prevista alla legge sulle adozioni è la seguente: «All’articolo 44, comma 1, lettera b), della legge 4 maggio 1983, n. 184, dopo la parola: «coniuge» sono inserite le seguenti: «o dalla parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso» e dopo le parole: «e dell’altro coniuge» sono aggiunte le seguenti: «o dell’altra parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso» (Vita.it, 20 gennaio 2016).

14 ADOZIONI DI COPPIE GAY

In Italia esistono già alcune sentenze che, facendo riferimento all’articolo 44 lettera d) della legge 184, poi modificata nel 2001, hanno disposto l’adozione da parte della convivente del figlio della madre biologica, all’interno di una coppia convivente omosessuale. «Sono 14, almeno fino al 31 dicembre 2015, quando sono andata in pensione», spiega sempre a Vita.it Melita Cavallo, ex presidente del Tribunale per i Minori di Roma. «Nella maggior parte dei casi si tratta di due donne, in un caso di una coppia di uomini». Di adozioni con l’articolo 44 d) «se ne sono fatte centinaia, in tutti i tribunali: se non si fosse detto che le due persone in questione sono conviventi sarebbe andato tutto liscio. Ma il giudice non può discriminare in base all’orientamento sessuale, lo dice la Costituzione».

4 RAGIONI

Per capire come sia possibile, tecnicamente, basta leggere la sentenza della Corte d’Appello di Roma pubblicata il 23 dicembre, che ravvisa quattro ragioni:

1) come nella legge italiana, per l’adozione in casi speciali, non vi sia divieto di adottare per la persona singola (la condizione del matrimonio è richiesta solo per l’adozione piena o legittimante che non rientra nei casi di adozione particolari previsti dalla legge 184);

2) come non vi siano limitazioni in riferimento all’orientamento sessuale delle persone adottanti;

3) come non sia necessario lo stato di abbandono del bambino per procedere a un’adozione in casi speciali;

4) come sia prioritario valutando se questo sia l’interesse del bambino, «dare una forma legale a ciò che di fatto già sussiste nella realtà della vita quotidiana e delle relazioni familiari» «a tutela del minore stesso», dice la sentenza della Corte d’Appello.

GENITORE BIOLOGICO E MADRE ADEGUATA

Secondo questa sentenza, spiega Cavallo «l’adozione si può fare anche se non c’è convivenza con il genitore biologico e anche in presenza di una madre adeguata. È capitato che una vicina di casa tenesse il bambino perché la madre aveva gravi problemi di salute, poi la madre si sia resa conto di come la vicina fosse considerata dal figlio un punto di riferimento importante e abbia acconsentito all’adozione. anche qui erano due donne, senza legame affettivo. Oppure un medico single che ha adottato un bambino con frequenti ricoveri in ospedale, la madre era single e ha dato consenso. La novità ovviamente è l’elemento della convivenza e della relazione affettiva, ma come dicevo prima il giudice non può discriminare per questo».

QUESTIONE DI COMMI

Cosa cambierebbe quindi con il comma il ddl Cirinnà e con l’introduzione in una legge della stepchild adoption? «Sul piano pratico non cambia nulla», dice Cavallo. «Finora si è lavorato con la lettera d), forse con il ddl si lavorerà di più tramite la lettera b) del comma 44, ma c’è sempre la valutazione, che ritengo opportuno rimanga, senza automatismi. Ho visto differenze nelle situazioni e mi è capitato di vedere un bambino che non accettava la compagna della madre: in quel caso ho disposto un approfondimento con nuove indagini, ci stanno ancora lavorando».

di Gelsomino del Guercio

Cosi’ i miei 5 bambini Down mi hanno dato forza per combattere il cancro

jmp 027 mom portraitTroppo spesso le sfide di crescere un figlio con sindrome di Down terrorizza i genitori, spingendoli a scegliere l’aborto al posto della vita. L’ironia e’ che questa paura di solito nasce dall’ignoranza, perché non hanno mai conosciuto nessuno con la Sindrome. E non lo faranno mai, dato che l’approccio che va per la maggiore è quello di abortire i figli a cui è diagnosticato un cromosoma in più. È un circolo vizioso. Vogliamo quindi farvi conoscere Leah Spring, che ha partorito una bambina affetta da sindrome di Down. Dopo essersi resa conto di avere con sé “un angelo”, Leah e suo marito hanno adottato altri quattro bambini con la stessa situazione medica.

Questi figli le hanno donato la forza per lottare contro il tumore al seno. Leggete come:

In questa casa gialla sulla cima di una collina ad Eagan, Leah Spring, di 47 anni, taglia il pane mentre due delle sue cinque figlie preparano le cartoline per la Festa della Mamma.

“Metti: ‘Ti voglio bene, mamma’ ”, dice Angela, di 18 anni, alla 14enne Axel mentre prende i pastelli.

“E: ‘Mi piaci, mamma’

” ‘Sei la mia mamma preferita’.

” ‘Sei la miglior cameriera’.

“Metti ‘miglior cuoco’.

“E ‘miglior regina di sempre’ ”.

Quando la miglior regina di sempre è pronta a servire la cena, il suo assistente Dean Ellingson — conosciuto anche come “papà” — raduna Abel, di 12 anni, ed Audrey e Asher, entrambe di 10 anni.

Qualcuno potrebbe guardare questa famiglia e vedere cinque bambini con sindrome di Down.

Ma non Spring.

“Io vedo solo bambini”, dice lei.

da: the Daily Catch

L’amore e’ tutto. Ma non tutto e’ amore

amoriAbbiamo perso il senso e il significato del termine “amore”, che invece ha diverse declinazioni, possibilità, giustificazioni.

L’amore non era un sentimento universale, che tutto giustifica e tutto con-fonde, per i Greci, che come sempre, hanno ancora molto da insegnarci.

Se tu che dici di amarmi mi hai tolto volutamente un padre e una madre, hai scelto di strapparmi dalle mie origini, di farmi vivere una non realtà (non esistono due mamme e non esistono due papà), hai scelto di fare nei miei confronti uno dei peggiori atti di bullismo e di menzogna che potrò subire nella mia vita.

Il pensiero unico fa sempre più ossessivamente rimbalzare – ormai ovunque – termini volutamente decontestualizzati e quindi confusi e confusionari, ingredienti perfetti per decostruire realtà basilari per la sussistenza della civiltà, sulla base di fallacie retoriche ad alto impatto emotivo. Si tratta di slogan costruiti ad arte, del tutto inconsistenti alla prima prova di un’analisi logico-linguistica, anche delle più superficiali. Ma con l’avvento dell’epoca del relativismo etico, che cosa importa più?

Così, non interessa più il senso del diritto, che per uscire dallo stato originario di natura in cui il più forte prevale sul più debole (homo homini lupus, per ricordare una formula cara a Hobbes) affonda fin dall’inizio le sue radici nel rispetto del prossimo e delle esigenze dei più deboli per garantire a tutti un pieno sviluppo e un’autentica libertà, socialmente condivisi. Non importa di conseguenza il destino dei più piccoli, sempre più spesso ridotti a merce da compravendita, brutalmente deprivati del padre e/o della madre, resi orfani ancor prima di nascere, col solo scopo di compiacere a qualche coppia di adulti benestanti (che si possono permettere appunto un “utero in affitto”, anche se come da regola del mercato i prezzi si stanno abbassando): figuriamoci quindi se a qualcuno interessa la correttezza della comunicazione linguistica e l’onestà intellettuale, oltre che morale, che la determina.

L’amore è un sentimento universale che non ha sesso né età e va riconosciuto – anche giuridicamente – a tutti“, “i bambini hanno bisogno di qualcuno che li ami, non necessariamente di un padre e di una madre oppure, ancora più banalmente, “Love is love!“, ci sentiamo ripetere.

Certo. Io posso amare persone, animali, cose, o anche attività. Amo mia moglie: ma non è lo stesso tipo di amore che provo per i figli. Amo i miei genitori: ancora è una tipologia di amore diversa da quella per l’amico del cuore. Amo suonare la chitarra, ma non è la stessa cosa dell’amore per il mio lavoro: e così via.

A parte l‘ovvia (anche se oggi non più scontata) osservazione che l’amore è condizione necessaria ma non sufficiente per una crescita armoniosa e serena di un bambino, è mai possibile che sia “tutto amore”?

Quando si proclama il diritto al matrimonio (e quindi all’adozione) per persone dello stesso sesso, si intende affermare che l’amore di queste coppie (ontologicamente impossibilitate alla generazione e alla cooperazione per la sussistenza della società umana) è lo stesso amore delle coppie naturali (ontologicamente aperte alla generazione e quindi alla vita).

Siamo forse arrivati così in fretta al capolinea, nell’era del pan-logismo, dove tutto va bene, tutto ha una sua ragione superficiale pronta a giustificare ogni aberrazione, e di conseguenza nell’era delpan-erotismo, dove ogni ente, idea, fatto, merita indistintamente di essere “amato” (nel senso diposseduto), per il solo fatto di esser-ci?Abbiamo perso il senso e il significato del termine “amore”.

Sembra strano, ma le cose stanno così. Proprio oggi, nell’epoca in cui l’amore sembra regnare sovrano e coprire col suo manto dolciastro tutto e tutti, occhi e cervelli compresi, abbiamo dimenticato che anche il termine “amore” è un pollachòs legòmenon per usare un’espressione aristotelica: si dice in molti modi ed ha significati molto diversi tra loro. A volte perfino opposti.

L’amore non era un sentimento universale, che tutto giustifica e tutto con-fonde, per i Greci, che come sempre, hanno ancora molto da insegnarci. Per i fondatori della civiltà non c’è, infatti, un solo “amore”: bisogna distinguere, specificare. A meno che – come accade alla nostra “civiltà occidentale” non si decida consapevolmente di fare confusione logico-linguistica. Per parlare d’amore avevano, infatti, almeno i seguenti termini:

1) Agape (αγάπη) è amore di ragione, incondizionato, oblativo, anche non ricambiato, spesso con riferimenti religiosi: per esempio è il termine per indicare amore più usato nei Vangeli.

2) Philia (φιλία) è l’amore di affetto e piacere, di cui ci si aspetta un ritorno, ad esempio tra amici.

3) Eros (έρως) termine che definisce l’amore sessuale, ma non solo. Deriva da Ёραμαι” (eramai) che vuol dire “amare ardentemente”, “bramare”. Il termine Ёρος non si riferisce necessariamente a una persona. Per esempio, “Ёρος πόσιος καί εδήτυος” (eros pòsios kài edètuos) significa “desiderio di bere e di mangiare”, e non “amore passionale del mangiare”: il verbo Ёραμαι da cui deriva il termine Ёρος può anche riferirsi a enti astratti, come per esempio la brama di conoscere.

4) Anteros (αντέρως) quando l’amore è corrisposto, quando c’è un legame.

5) Himeros (Iμερος), “desiderio irrefrenabile”: la passione del momento, il desiderio fisico presente e immediato che chiede di essere soddisfatto.

6) Pothos (Πόθος), termine che è il desiderio verso cui tendiamo, ciò che sogniamo, alla base della nostra intenzionalità.

7) Stοrgé (στοργή): l’amore parentale-familiare, viene dal verbo Στέργω (stergo) che significa “amare teneramente” e viene usato soprattutto in riferimento all’amore filiale, è l’amore d’appartenenza, ad esempio tra parenti e consanguinei. Designa l’affetto naturale fra parenti intimi e specialmente fra i genitori e i loro figli, ma anche tra fratelli e sorelle.

8) Thélema (θέλημα) indica l’amore per quel che si fa, è il piacere di fare, il desiderio voler fare.

Altro che “love is love”.

Ora, a parte il fatto che ciascun essere umano, quindi ciascun bambino, ha diritto al padre e alla madre, ad una famiglia vera, come recita anche la Dichiarazione Universale dei diritti del bambino (art. 7), a quale dei significati che abbiamo elencato potrebbe aderire il preteso sentimento di amore di due adulti che costituiscono una coppia dello stesso sesso e pretendono poi inserire in questo contesto a forza, col potere del denaro, un bambino generato altrove, attraverso tecniche di laboratorio, reso volontariamente orfano di padre e/o di madre fin dal concepimento, al quale verrà poi negato per sempre il diritto stesso di avere il proprio padre e/o la propria madre e di vivere in una famiglia normale?

La risposta viene come sempre dall’evidenza. Questa volta, ottimamente riassunta dall’esperienza di una madre. Da una mamma vera, da uno di quei genitori che darebbero la vita per il bene dei figli, all’istante, senza se e senza ma, e mai e poi mai si sognerebbero di chiamare amore quello è solamente un mostruoso atto di egoismo: “Se tu che dici di amarmi mi hai tolto volutamente un padre e una madre, hai scelto di strapparmi dalle mie origini, di farmi vivere una non realtà (non esistono due mamme e non esistono due papà), hai scelto di fare nei miei confronti uno dei peggiori atti di bullismo e di menzogna che potrò subire nella mia vita” (Katia Giardiello).

Ma, tanto, “love is love“, vero?

da: https://ontologismi.wordpress.com

Maternita’ surrogata

La sempre più diffusa pratica dell’uso di madri surrogate a beneficio di coppie sterili o omosessuali sta destando l’attenzione dell’opinione pubblica. La richiesta di surrogazione e’ in aumento, come dimostrano alcuni dati israeliani. L’Alta Corte d’Israele ha recentemente ascoltato un caso in cui è coinvolta una coppia omosessuale: ne è emerso che negli ultimi otto anni in Israele si sono verificati 314 casi di surrogazione all’estero, di cui il 70% hanno avuto luogo negli ultimi due anni (cfr. Haaretz, 3 febbraio). L’Alta Corte ha chiesto al governo di prendere in considerazione lo snellimento di alcune procedure cui gli israeliani devono sottostare per adottare bambini da madri surrogate. Se ciò sarà fatto, in futuro aumenteranno verosimilmente i casi di surrogazione.

La preoccupazione per lo sfruttamento di donne dei paesi più poveri, da parte di coppie occidentali, ha portato il governo indiano ad introdurre delle restrizioni. Secondo quanto riferito dalla radio australiana ABC lo scorso 15 gennaio, da ora in avanti soltanto le coppie sposate da almeno due anni e provenienti da paesi dove la surrogazione è legale, potranno ottenere servizi da madri surrogate. Secondo il rapporto, prima delle nuove restrizioni, in India sono nati circa 200 bambini per coppie australiane, ma il numero è ora destinato a calare drasticamente. Il caso contro l’uso di madri surrogate è stato citato in un dossier pubblicato dall’Ireland’s Iona Institute, dal titolo The Ethical Case Against Surrogate Motherhood: What We Can Learn from the Law of Other European Countries (Il caso etico contro la maternità surrogata: cosa possiamo imparare dalle leggi di altri paesi europei). Il dossier riporta commenti fatti lo scorso anno dal Ministro della Giustizia irlandese, Alan Shatter, che ha annunciato il piano del governo per regolarizzare la surrogazione. Un oggetto “La surrogazione compromette la dignità del bambino, rendendolo l’oggetto di un contratto, una merce”, si legge nel dossier. “Essa compromette ulteriormente la dignità della madre, anche se la sua partecipazione è volontaria, trattandola come un mero ‘utero in affitto’”, aggiunge il documento.

La surrogazione crea una situazione dove fino a cinque persone possono, in un certo senso, rivendicare un figlio: la coppia adottante, i genitori genetici e la madre surrogata. È virtualmente incontestato – prosegue il dossier – che i figli crescono meglio quando vivono con i loro genitori biologici. Ciò detto, è legittimo per i governi avere leggi che supportino questo tipo di famiglie. La mercificazione dei bambini nella surrogazione è stata messa in luce dal dossier, quando viene riportato che, a causa degli alti costi, le coppie coinvolte tendono a pensare di meritare figli di bell’aspetto e che avranno successo nella vita. La realtà dei fatti mostra che c’è un’alta domanda di donne donatrici di ovuli che siano di bella presenza e abbiano un alto quoziente di intelligenza.

I donatori potenziali devono rispondere a domande dettagliate riguardo ai loro attributi fisici, al loro background familiare e ai loro titoli di studio. Molte cliniche usano anche la diagnosi pre-impianto per monitorare eventuali difetti genetici e anche per selezionare il sesso del nascituro. Il dossier, inoltre, menziona le difficoltà delle madri surrogate. Sebbene esse siano coscienti della natura commerciale della loro gravidanza, molte di loro trovano difficile prendere emotivamente le distanze dal bambino che portano in grembo.

Sono disponibili pochi dati riguardo agli effetti a lungo termine delle maternità surrogate – che lo Iona Institute annota – ma è ragionevole aspettarsi delle conseguenze psicologiche. Inoltre, un volta che i bambini scoprono di non essere i naturali discendenti dei loro genitori legali, allora, così come per gli adottati, possono insorgere problemi. Nel caso dei figli surrogati, la situazione è ancora peggiore, dal momento in cui sono stati abbandonati dalla madre non per circostanze avverse ma per motivi commerciali. Traffici Il dossier argomenta anche che in certi casi, la maternità surrogata può essere simile al traffico di esseri umani.

Vengono citati casi di alcuni paesi asiatici dove la surrogazione illegale può arrivare all’aberrazione del sequestro della donna, che viene così forzatamente ingravidata con embrioni creati artificialmente per altre donne. In India molte delle donne che si prestano come madri surrogate provengono da ambienti rurali poveri e sono soggette allo sfruttamento. I soldi guadagnati da tali donne attraverso la surrogazione sono certamente da loro ben accetti ma, osserva lo Iona Institute, “la povertà non permette alcuna scelta veramente libera”. “I corpi delle donne diventano merci con cui altri possono acquistare ciò che desiderano possedere, a partire dall’attenzione e dalle cure e l’assistenza sanitaria è diretta al bambino mentre la madre surrogata è abbandonata a se stessa”, commenta il dossier. La surrogazione riduce sia la madre che il bambino a merci e ciò è una violazione dell’umana dignità che deve essere bandita da tutti i governi, aggiunge lo Iona Institute. L’adozione è sostanzialmente diversa dalla surrogazione, argomenta il dossier. Nell’adozione, la madre naturale compie una decisione basata su ciò che è il meglio per il bambino. Per contrasto, nella surrogazione la decisione è presa dai genitori adottivi, sulla base di ciò che è meglio per loro. “Perciò è intrinsecamente centrata sull’adulto, mentre l’adozione non lo è”, aggiunge il dossier. Il trend crescente verso la legalizzazione dei matrimoni omosessuali porterà inevitabilmente a una maggiore domanda di bambini surrogati, con tutte le conseguenze negative individuate dallo Iona Institute.

Testo integrale del dossier: www.ionainstitute.ie/assets/files/Surrogacy%20final%20PDF.pdf Di John Flynn – Zenit

 

Adozione. Michel Quoist: dalla bocca dei bambini viene la verita’

adozioni3“Ascoltatemi ancora, si dice infatti che dalla bocca dei bambini viene la verità: se sono un bambino, sfuggito dal carnaio notturno, trattenuto da un filo d’amore lanciato da chissà dove. Se sono un bambino caduto dal nido, abbandonato da padre e madre, rapiti o mortalmente feriti alle sbarre della loro gabbia.

Se sono un bambino nudo, senza panni d’amore, o con panni imprestati, ma col diritto di vivere, perché sono vivo. E se nello stesso istante persone innamorate piangono davanti a una culla vuota, consumandosi nel desiderio di accarezzare un bambino.  Se sono ricchi d’amore che ritengono sprecato, e vogliono gratuitamente donarlo, perché cresca e fiorisca ciò che non hanno piantato. Allora voglio che vengano silenziosamente a chiedermi se io desidero adottarli come miei genitori del cuore. Ma non voglio dei fanatici del bambino, come collezionisti d’arte che cercano febbrilmente il pezzo raro che manca alla loro vetrina.

Non voglio clienti che hanno fatto l’ordinazione e, pagata la fattura, reclamano il loro bebè prefabbricato. Perché non sono fatto per salvare genitori dalle membra amputate, ma loro sono stati fatti, misterioso corso, magnifico progetto, per salvare dei bambini dal cuore malato, forse anche condannato.

E sarà come addormentarci l’un l’altro. Io berrò il latte di cui ignoravo il sapore, ascolterò musiche sconosciute, imparerò nuove canzoni sulle vostre dita, sulle vostre labbra genitori adottati, decifrerò lentamente l’alfabeto della tenerezza. E l’amore sconosciuto per me prenderà volto alla luce dei vostri occhi. Voi innesterete le vostre vite sulla mia crescita selvatica e grazie a voi io rinascerò una seconda volta. Così sarò ricco di quattro genitori, due lo saranno della mia carne e due del mio cuore e della mia carne cresciuta. Voi non giudicherete i miei genitori sconosciuti, li ringrazierete e mi aiuterete a rispettarli. Perché dovrò riuscire lo so, ad amarli nell’ombra, se un giorno vorrò poterli amare nella luce.

E se in una sera di tempesta, adolescente focoso, impacciato di me stesso, io vi rimprovererò di avermi accolto, non vi addolorate, ma amatemi ancor di più:

lo sapete, perché un innesto prenda ci vuole una ferita e, chiusa la ferita, rimane la cicatrice. Ma io sogno. Io sogno perché non sono che un bambino in viaggio, lontano dalla terra ferma, la mia parola è muta e il mio canto senza musica.

Ciò che vi dico piano non potrò dirlo ad alta voce, se non il giorno in cui, avendomi voi adottato, mi avrete messo in cuore tanto amore e autentica libertà, sulle mie labbra parole sufficienti, perché possa dire: papà, mamma, io vi scelgo e vi adotto allora saprete che il vostro amore è dono, e che è riuscito” (Michel Quoist “Parlami d’amore”)

Tuo figlio prova dolore

junoUna ragazzina e una tanica di succo d’arancia da trangugiare. Perche’ la ragazzina e’ “quasi incinta”. Aspetta solo la conferma dopo l’ennesimo test,e ha bisogno di liquidi. Vorrebbe cancellare lo scarabocchio colorato sulla striscia, ma niente da fare. Incinta. La ragazzina e’ Juno, sedici anni,carina, modi parecchio spicci, una vita che si trascina gia’ stanca tra la scuola, qualche amicizia, una passione per il rock anni Settanta nel panorama un po’ deprimente della provincia americana.

Una ragazzina annoiata come tante, se e’ vero, come dira’ la sua matrigna in una delle battute piu’ fulminanti del film, che «i ragazzi ******** perche’ si annoiano». Juno, comunque, ha le idee chiare: vuole stoppare quel “coso” lì e non avere problemi. Si confida con l’amichetta, telefona a Women Now! e fissa l’appuntamento per levarsi l’imbarazzo di torno. Il problema è che fuori dalla clinica c’è una compagna con gli occhi a mandorla e l’aria un po’ bigotta.

Tuo figlio ha un cuore che batte. Niente da fare. Tuo figlio prova dolore. Neanche per idea. Tuo figlio ha le unghie. Solo allora Juno si ferma. Entra nella sala d’aspetto ma è turbata. Perché per la prima volta vede. Sente e vede unghie dappertutto: chi le dipinge con lo smalto; chi le mangia, chi le fa ticchettare sul tavolino. Senza contare che la sua matrigna è estetista. Juno capisce e se ne torna a casa, schifata perché quel “coso lì” è un bambino, un bambino vero.

È l’incipit, straordinario, del film rivelazione dell’anno, Juno, di Jason Reitman. Budget modestissimo (neanche 8 milioni di dollari), incasso stellare (più di 115 milioni, ma il film deve uscire ancora in molti paesi europei), 4 nomination agli Oscar (le più importanti: miglior film, regia, attrice protagonista e sceneggiatura). Juno è un film controcorrente, a partire da come è nato: la sceneggiatrice è Diablo Cody, nome in codice della trentenne Brook Busey, ex spogliarellista e scoperta in rete proprio da Reitman. Brook si autodefinisce un'”inesperta” di cinema, ma gran parte del successo del film sta proprio nelle battute al vetriolo che sono già diventate cult, come quella sul preservativo alla ciliegia grazia al quale«l’uccello profumerebbe di crostata».

Il regista, Jason Reitman, figlio dell’Ivan di Ghostbusters, ama le figure fuori dagli schemi, come insegna il suo primo film, Thank You for Smoking, la storia di un venditore al soldo dell’industria del tabacco. E anche Juno è anticonformista: una sedicenne che sceglie di non abortire e confessa tutto ai genitori. I quali, dopo il primo imbarazzo («Ma da quando sei sessualmente attiva?»), accettano la sua decisione e l’accompagnano ovunque: la matrigna nella trafila delle visite mediche, il padre nella ricerca di una famiglia che possa accogliere il bimbo. Perché Juno non vuole vendere il “coso”, ma vuole che il bimbo possa crescere nelle condizioni migliori.

Nemmeno la storia d’amore girata in punta di piedi tra Paulie e Juno, i genitori del “coso”, fa parte della “normalità”: «Di solito ci si innamora e poi si rimane incinta. Io invece sono rimasta incinta e mi sono innamorata»,racconta Juno. E pensare che Paulie è proprio un nerd, incapace in tutto tranne che nella corsa (e nel mettere incinta le ragazze). Ma è anche capace di affetto e di compagnia sinceri, e di precipitarsi in ospedale con i pantaloncini e la canottiera sudata per tenerle la mano, chiudere con lei gli occhi e tirare un sospiro. Perché quel “coso” non è mica uno scherzo. È un bambino, un bambino vero.

di Fortunato Simone

Genitore 1 e genitore 2? No i figli cercano padre e madre

genitore 1Intervista alla psicologa e psicoterapeuta Valentina Morana. «Tutto in natura e nell’uomo è fatto di aspetti diversi, ma complementari che hanno bisogno l’uno dell’altro per dare frutto» «L’adozione di un bambino da parte di una coppia formata da persone dello stesso sesso è una violenza, perché lo si priva dell’identificazione e dell’emozione, del rapporto e della relazione, senza i quali soffrirà». La psicologa investigativa e psicoterapeuta Valentina Morana non ha paura di affermazioni forti. «C’è di mezzo il futuro della società, la gente deve essere aiutata a riflettere. La scienza, le ricerche e i casi clinici provano quanto sostengo».

Cosa dice la scienza?
Tutto in natura e nell’uomo è fatto di aspetti diversi, ma complementari che hanno bisogno l’uno dell’altro per dare frutto. Ad esempio, l’ovulo e lo spermatozoo sono diversi, ma per continuare a vivere si devono incontrare. Allo stesso modo, nella persona affinché si sviluppi in armonia, è necessaria sia la figura femminile sia quella maschile. Il bambino per crescere deve poi sviluppare il rapporto e la relazione. Il primo lo impara identificandosi con il genitore del suo sesso. Questo è importante perché solo con un’identità forte sarà capace di stare di fronte al diverso e di ricevere.

Dal genitore di sesso opposto il piccolo impara a dare nella relazione, fatta dell’accoglienza dell’altro. È quindi importante che il bambino cresca con la giusta idea che uomo e donna sono diversi. Necessari entrambi per completarsi.

Altrimenti?
Se si insegna nelle scuole che questa differenza non è importante, si blocca il processo di una crescita armoniosa. Significa mettere dei paletti allo sviluppo del pensiero.

Che difficoltà possono avere i bambini che vivono con coppie omosessuali?
Faccio un esempio concreto. Mi è capitato il caso di un bambino concepito tramite fecondazione assistita da una madre lesbica. Cercava uomini in ogni situazione e appena trovava una figura maschile fuori di casa gli si appiccicava in maniera spasmodica. È semplice capire che un bambino ha bisogno di un esempio, di un riferimento da imitare e di una madre che lo ami per divenire sicuro di sé e crescere sereno. Eppure questa sua tesi non è condivisa da tutti, anzi.

Ci sono soggetti in cui riscontro un profondo egoismo: pensano solo a soddisfare il loro bisogno senza pensare a quello dei bambini. Alcune persone con pulsioni omosessuali affermano pubblicamente che il figlio serve loro per colmare un bisogno. Oltre ad illudersi, non hanno alcun atteggiamento d’amore, come dicono, perché usare l’altro per riempire una propria mancanza non è amare. Per questo saltano le evidenze: queste persone per giustificarsi negano o imputano ad altre cause la palese problematicità dei loro figli. Bisogna, però, ricordare che la maggioranza di quelli che hanno tendenze omosessuali non vogliono né sposarsi né avere figli. Alcuni parlano di moda.

Ma qual è la vera ragione dell’incremento dell’omosessualità? L’omosessualità nasce da diversi vissuti. Credo che il dilagare sia da imputare al rovesciamento dei ruoli. Non sono per gli stereotipi retrogradi che lo hanno provocato, ma questo ribaltamento, anche interno alle famiglie, ha generato una grande confusione. La cultura dominante ci spinge verso un invertimento di ruoli che ha allontanato i due sessi. Il fatto che alle donne passi il messaggio che per affermarsi debbano essere aggressive e agli uomini che devono essere docili perché altrimenti accusati di violenza, ha reso le prime sempre meno capaci di accogliere e i secondi incapaci di essere una guida ferma. Questo fa sì, ad esempio, che l’uomo cerchi accoglienza e romanticismo nell’uomo più capace di darglieli. E la donna cerchi la forza in un’altra donna.

Ci sono moltistudi sui figli degli omosessuali, quelli con i campioni più vasti riscontrano problemi. Si cerca di metterli in dubbio in ogni modo. C’è una resistenza fortissima. Ricordo che durante un convegno del 2010 si parlava delle adozioni gay e io, l’unica tecnica presente insieme ad un’altra, ero la sola contraria. Avevo molte ricerche valide con me, non le vollero accettare. Invece, gli studi in cui non si riscontrano problemi nei figli delle coppie omosessuali sono pochi e sono stati effettuati sui bambini. Mentre gli altri analizzano campioni più grandi e sono stati condotti giustamente su adulti.

È nell’adulto, infatti, che emerge la problematicità. Il bambino assorbe tutti gli stimoli familiari e sociali, in adolescenza questi diventano schemi di comportamento messi in atto e, quando l’adulto raggiunge un suo equilibrio, cominciano i problemi. Questo vale per chiunque, quindi anche per chi vive in queste famiglie: i ricercatori seri dovrebbero incominciare a far parlare gli adulti che si sono trovati in questa condizione. Girano in rete video di bambini che dicono di essere contenti nelle loro famiglie omosessuali. Bisogna guardare bene gli occhi di quei bambini. Comunque è normale che dicano così, credono che quella sia la normalità, non hanno vissuto altro. È così per tutti i futuri adulti problematici, da piccoli non sanno dire il disagio che gli provocherà un determinato vissuto. Anche durante l’adolescenza iniziano a rendersi conto di sentire una mancanza che li fa soffrire.

Dall’altra parte, però, non vorrebbero mai ferire le persone che li hanno cresciuti e quindi subentra il conflitto di lealtà. Per cui non hanno il coraggio di dire ciò che pensano e si tengono dentro le loro sofferenze con conseguenze anche gravi. Qui a Trieste conosco un piccolo gruppo di bimbi in queste situazioni. Altri ragazzi mi hanno cercata per chiedermi aiuto: tutti hanno disturbi, alcuni anche tendenze omosessuali.

Per giustificare le adozioni gay si fa il paragone con chi, pur avendo perso un genitore da piccolo, vive serenamente. Cosa ne pensa?
Sono due situazioni molto diverse. Facciamo l’esempio di una bambina: sarà aiutata a identificarsi con la madre attraverso la memoria, le foto, i racconti e così la imiterà. Il padre vivente sarà poi in grado di rivestire il ruolo maschile che serve alla bambina. Non le mancherà nessuna figura di riferimento e potrà crescere bene.

Cosa aiuta i ragazzi che la contattano a recuperare la loro identità? Occorre che guardino fino in fondo la loro storia, cercando in se stessi le risorse che non si sono sviluppate per via della mancanza di un modello femminile e di uno maschile, ma che con un lavoro possono riemergere: se uno vuole può lenire le ferite, cercando medici, rapporti stabili per sbloccare tutti i sentimenti, i desideri, i pensieri che, frenati, li fanno sentire come in gabbia. Non esiste un percorso preferenziale per farlo, ma ce ne sono tanti.
Benedetta Frigerio – Tempi

 

Le cause che ostacolano le famiglie ad aprirsi all’adozione

adozioni2Sono davvero allarmanti le statistiche che riguardo il mondo delle adozioni, e questo scenario assume una maggiore gravità proprio nel contesto di crisi internazionale che attanaglia con maggior durezza i paese più poveri e emarginati. Riportiamo una parte di un articolo proposto dall’associazione AIBI (Associazione Amici dei Bambini) che combatte da anni l’emergenza dell’abbandono: ”Le famiglie italiane stanno aspettando che finalmente qualcosa si muova, vogliono ancora adottare. Ricordiamo che il 50% delle coppie sposate non ha figli, ma non ha più fiducia nell’adozione perché scoraggiato dall’eccessiva burocratizzazione del sistema, dall’alto costo dell’iter, dai tempi di attesa infiniti e dall’ostacolo rappresentato da parte dei tribunali dei minorenni. Una situazione esasperata che porta le coppie italiane a scegliere canali alternativi-

Ad esempio, ogni anno, circa 4000 di loro, volano in Ucraina per ricorrere a procedure di fecondazione eterologa o di “affitto dell’ utero”. 4000 bambini nati attraverso una pratica che nel nostro Paese non è legale, 4000 minori che avrebbero potuto essere adottati tramite l’adozione internazionale e che invece rimangono tristemente chiusi nei loro orfanotrofi.”   E’ interessante analizzare la cause per cercare di individuare alcune possibili soluzioni a questa triste situazione.   Il primo punto riguarda le famiglie. Esiste una scarsa cultura dell’adozione che influenza notevolmente quelle famiglie che sono chiamate ad operare una scelta davanti alla scoperta della loro infertilità.  Il primo ostacolo da superare è quella relazione carnale con il figlio.

Ancora oggi, il pensiero comune è quello di ritenere la genitorialità connessa alla procreazione. “Io ho messo al mondo quel figlio, e pertanto quel figlio mi appartiene”. “Io sono mamma, perchè sono stata io che ti ho portato nel grembo nove mesi”. Tutte espressioni non esaustive.  La visione dell’adozione supera la limitazione del legame “carnale”.

Davanti alla sterilità biologica, il desiderio di maternità e paternità non viene affievolito, ma ne risulta rafforzato. E per capire questo, è sufficiente vedere la determinazione e la tenacia di quelle mamme e papà adottivi, che sono disposti a sottoporsi a colloqui con psicologici e assistenti sociali, a lunghe attese. e a stravolgere la loro vita pur di accogliere i loro figli.

Davanti alla condizione della sterilità biologica, l’adozione diventa la via più naturale per diventare genitori. Ma non tutti la pensano in questo modo. Tantissime famiglie che si sono aperte all’adozione, prima sono passate per il tentativo della procreazione assistita.  Questa scarso risultato della procreazione assistita è poco pubblicizzato. In questi anni sono sorte tante cliniche mediche che si occupano di queste pratiche procreative. Se una famiglia sapesse davvero a cosa va incontro, ai fallimenti, alle delusioni che questo comporterebbe, sceglierebbe subito un’altra via.  E la procreazione con i suoi fallimenti, crea inevitabilmente delle ferite sull’animo delle mamme. E questo i medici non lo dicono, essi nascondo completamente l’impatto sulla sull’animo della donna quando si registra l’insuccesso della tecnica della procreazione artificiale.

Ma ora concentriamoci sui bambini. Una famiglia che sceglie l’adozione spesso è scoraggiata per il lungo tempo che è necessario attendere. Questo è uno dei fattori più importanti che spingono la famiglia a scartare la scelta del cammino adottivo. Su questo punto è necessario lanciare un forte appello alle istituzioni nazionali ed internazionali, affinchè regolamentino più adeguatamente il mondo dell’adozione, tutelando sempre il diritto dei bambini, e compiendo ogni sforzo affinchè ogni bambino possa rimanere nella sua famiglia di origine. Ma laddove questo non sia possibile, è doveroso favorire l’inserimento del minore in una nuova famiglia disposta all’accoglienza, cercando di snellire quella burocrazia eccessiva che conduce le coppie senza figli a percorrere vie alternative per diventare mamma e papà, come possono essere la procreazione assistita o la maternità in affitto.

Nella speranza che la sensibilità dei governi possa  produrre aggiustamenti alle procedure nazionali ed internazionali, esistono alcune soluzioni che possono essere prese in considerazione già da subito.  Oggi si assiste al fenomeno di famiglie avanti con l’età, per essere concreti madri e padri che hanno superato i quarant’anni, e chiedono di adottare bambini appena nati, o in età prescolare. Per questa ragione si crea un sovraffollamento di famiglie richiedenti di “bambini piccoli”, e questo comporta un ritardo nell’attesa.  Ma se l’adozione significa prima di tutta prendersi cura di un essere umano abbandonato, se l’adozione significa dare la centralità al bambino e al servizio amorevole dell’accoglienza, anche l’età passa in secondo piano. Allora sarà possibile aprirsi ad accogliere bambini più grandi anagraficamente, ma che in realtà da un punto di vista comportamentale dimostreranno molti meno anni.

In genere, per bambini più grandi si intendono quelli che hanno oltre otto anni di età. Ma esiste anche un’altra possibilità, quella di accogliere nuclei di fratelli, dove per nucleo si intende da tre in su. Anche questa è una scelta che può apparire impopolare, che richiede sicuramente coraggio e anche un pizzico di incoscienza. Ma quanta soddisfazione e pace comporta questa scelta, che presenta sicuramente situazioni di difficoltà, ma anche tanti momenti di gioia.  L’adozione è un disegno di pace prima di tutte per le famiglie, perchè la pace deriva ogni volta dal “toccare la carne di Cristo” che vive soprattutto nei più poveri ed abbandonati, come dice tante volte Papa Francesco. E’ una scelta che trasforma la vita, perchè non ci si sente solo genitori adottivi, ma si avverte la  consapevolezza di essere diventati figli adottivi di Dio. E’ un adottare per essere adottati.  L’adozione non è solo un azione dei genitori verso i figli, ma è anche un accoglienza dei figli verso i genitori. Per questo si chiama cammino adottivo, perchè ognuno va incontro all’altro. Nessuno deve rimanere fermo, ma ognuno cammina per accogliere l’altro.

Fonte: sito internet dell’AIBI