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Cosa salva una madre di dodici anni che vende il suo corpo su internet

A 18 anni possiede tutta l’esperienza di una donna di strada. Ha conosciuto il carcere minorile femminile per spaccio di droga. Quando il giudice si è reso conto che era incinta me l’ha mandata a casa, agli arresti domiciliari. Per lei sono il nonno. Aveva già vissuto due anni in una delle nostre case che accolgono ragazze violentate e spesso incinte. Ha dato alla luce suo figlio all’età di 12 anni. Ogni volta che nasce un bambino a me viene in mente la canzone di De Andrè: «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».

Mirta, chiamiamola così, dopo tanto tempo passato con noi, era scappata. Una domenica, alle 6 del mattino, mentre andavo a celebrare la messa nella fattoria Padre Pio la incontro camminando per la strada. Mi fermo e sorpreso di vederla le chiedo: «Da dove vieni a quest’ora?». «Dal lavoro», dice. Capisco subito la questione e, con tenerezza, la invito a tornare a casa. Ha la testa bassa e piena di vergogna. Passano ancora molti mesi prima di rivederla. Questa volta dietro le sbarre del carcere minorile. Per grazia di Dio ha incontrato una guardia carceraria che si è presa a cuore la sua situazione e ha ottenuto dal giudice il permesso di farle scontare il resto della pena a casa. Un giorno questa guardia si è presentata da me dicendomi che Mirta era incinta e voleva abortire. Disperata e preoccupata mi ha chiesto di riaccoglierla. Con tanta allegria l’abbiamo riaccolta, così è iniziato un nuovo cammino, difficile, qualche volta più semplice, comunque sempre in salita. Non è facile scrollarsi di dosso gli anni passati per strada tra prostituzione e droga. Mirta ha il volto sempre cupo, parla poco.

Faccio mio il suo dolore e l’aiuto a guardare il bambino che porta in grembo come un dono. Dopo alcuni mesi nasce. Un avvenimento che segna profondamente la vita di Mirta, risvegliando in lei il senso di responsabilità. Ora è mamma. Il passato è alle spalle anche se ha lasciato in lei dei segni che, con la grazia di Dio, la compagnia e tanta pazienza, guarderà con ironia, con distacco, come ho visto accadere in altre ragazze nella stessa situazione. Il problema vero, il compito che mi aspetta ogni giorno, è quello di aiutarla a crescere con la coscienza di essere relazione con il Mistero, come sempre ci ricordava don Giussani. Immagino come sarà bello per Mirta il giorno in cui scoprirà «io sono tu che mi fai» e non il frutto dei suoi problemi. Non esiste possibilità di generare senza questa certezza. Per questo anche ciò che le è accaduto è un incidente nel cammino che l’ha spinta a cercarmi.

Alcuni giorni fa è venuta a visitarmi una ragazza amica di Mirta e che vive con la sorella, la quale ha messo in rete alcune immagini pornografiche che ritraggono Mirta. Rimango molto male, così chiamo la ragazza per farmi dire la verità: «Sì padre, è tutto vero quanto ti hanno detto, non so spiegarmi cosa mi è passato per la testa in quel momento. Mi sentivo sola». La cosa non mi sorprende perché quando confesso grandi e piccoli mi incontro sempre con peccati orribili. Prostituirsi su internet è una moda perfino nelle bambine delle medie.

Il pranzo della domenica
Mirta mi ha raccontato della solitudine che vive. Dopo che si è sfogata, mi consegna il cellulare, un gesto della sua libertà. La radice di questi fatti, in cui anche i vostri figli facilmente diventano vittime, sta nel vuoto esistenziale e affettivo con cui, prima o poi, dovranno fare i conti.

Il cuore di ognuno di noi non può battere se non è illuminato dai raggi dell’infinito che cercano una fessura per entrare. Solo l’esistenza di adulti nella fede può aiutare i ragazzi a sperimentare nel tempo la bellezza della realtà nella sua oggettività. Una ragazza vende il proprio corpo quando i suoi punti di riferimento sono deboli. Essere padre significa essere un punto di riferimento, e non posso distrarmi da questa responsabilità perché, se il grido silenzioso di Mirta non avesse trovato risposta, si sarebbe trasformato in disperazione. Più passano gli anni e più tocco con mano il bisogno che i ragazzi hanno che io stia con loro, condividendo il loro tempo. Ogni domenica pranzo con loro e vedo i loro occhi brillare di gioia quando dopo la preghiera mi siedo alla testa della tavola. Nel rapporto personale con ognuno di loro sono liberi di raccontarmi tutto, e questo è essenziale nel rapporto educativo.

Don Aldo Trento – Tempi

Andrea, 17 anni, ammalata grave di cancro. Non un lamento ma solo…

Cari Amici, questa e’ la faccia di Andrea, una ragazza di 17 anni, ammalata grave di cancro. Il suo giovane corpo e’ totalmente “mangiato” da questa malattia. Dalle sue piaghe enormi un odore insopportabile anche per lei. La poverta’ le ha impedito qualunque terapia tempestiva e così è giunta da noi. Eppure dentro a questa circostanza ogni volta che passo con il S. Sacramento e mi inginocchio davanti a lei chiedendole come sta’, lei mi risponde con un filo di voce: “Sono benedetta dal Signore”. Amici questa è la santità! Lei l´unica cosa che fa a 17 anni è dire SI e da questo SI nasce la sua, la mia, la nostra salvezza. Non un lamento ma solo “Sono benedetta dal Signore”.

Buon anno contemplando i volti dei santi. P. Aldo Ecco un’altra storia che è dolorosa ma non disperata, che don Aldo regala al mondo dalla sua missione in Paraguay. Una Chiesa veramente accogliente verso gli ultimi e i piccoli.

Amare con fede e avere fede con amore

padre_aldo_trento-jpg-crop_displayun altro toccante racconto dell’opera di Don Aldo Trento in Paraguay.
Storie che ci insegnano ad amare con fede e ad avere fede con amore.

Ti adoriamo o Cristo e Ti benediciamo perché con la Tua santa croce hai redento il mondo.

Entriamo nella stanza numero due. Due belle ragazze, con tumore cerebrale, si fanno compagnia. Miriam, mora e con un bel viso, ha 26 anni e due figli. Guillermina, 25 anni, di figli ne ha quattro. Stanno con noi da tempo ma nessuno viene a visitarle. Miriam, alla quale i medici hanno praticato una tracheotomia, è appena uscita dal coma. Ogni volta che la chiamo per nome, accarezzandole il viso, mi guarda con i suoi occhi neri che brillano, con un desiderio grande di parlarmi. Il suo corpo è storto e deformato, le mani rovesciate all’indietro e chiuse a pugno. Mi torna alla mente la figura di “Hermann lo storpio”, nella descrizione che ne fa Martindale nel suo libro Santi. Anche il corpo di Guillermina è deformato come quello di Miriam, ma all’inizio balbettava qualche parola. Ora invece non riesce più e la sua bocca è completamente aperta, come bloccata, senza alcuna possibilità di poterla chiudere, né di mangiare. Vive grazie a un respiratore, cibandosi attraverso un sondino. Continuo a parlarle, ma lei non apre neppure gli occhi. Guardandole tutte e due, commosso, il mio pensiero va a quanto afferma san Gregorio Nazianzeno: «Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei una creatura finita…». Ancora una volta, la gioia della fede ci permette di entrare nella profondità di questo mistero che è il dolore e in questo tipo di dolore. Se invece di vivere qui con noi fossero andate in altri ospedali, sarebbero state facilmente considerate un caso pietoso, da eutanasia. Senza l’incontro con Cristo, siamo sinceri, non verrebbe a galla la drammatica domanda: che senso ha la vita e in particolare la vita di Miriam e Guillermina? Tuttavia, noi che ci viviamo insieme, contempliamo nei loro visi il volto stesso di Gesù e nei loro corpi orribilmente deformati, il tempio dello Spirito Santo. Proprio per questo ringrazio le infermiere che si occupano di loro con un affetto commovente, tentando sempre di capire i tratti del loro malessere. Perché è davvero terribile, nel caso di Miriam, essere sveglia, avere un prurito e non poter chiedere aiuto. Sembra una banalità, ma cerchiamo di pensare a un “piccolo” dettaglio come questo quando a noi succede un fastidio simile. Inoltre ci sono le piaghe da decubito, contro le quali c’è una lotta quotidiana dovuta alla difficoltà di muoverle e di trovare le posizioni più adeguate per poter intervenire. In questa stanza il silenzio è pieno della Sua evidente presenza e tutto si trasforma in supplica.

Ti adoriamo o Cristo e Ti benediciamo perché con la Tua santa croce hai  redento il mondo. Nella stanza numero tre ecco gli uomini: Saturnino, 54  anni e 15 figli, con insufficienza renale cronica; Carlos, 47 anni, una figlia,  totalmente paralizzato; Esteban, 50 anni, con un cancro all’occhio destro. Il  giorno che Esteban è arrivato in clinica, l’infermiera mi ha chiamato  sconcertata perché non aveva mai visto la “brutalità” di un cancro come questo  e, quel che è peggio, l’abbandono nel quale i medici dell’unico ospedale dei  tumori del Paraguay lasciano chi è già classificato come incurabile e senza  soldi. Dopo avergli tolto la benda che copriva quello che un tempo era l’occhio  destro, è emerso un enorme buco pieno di carne marcia e con decine di vermi che  uscivano da tutte le parti. Grazie a uno spray creato per queste piaghe, (che  sono all’ordine del giorno in certi pazienti che arrivano alla clinica), Lilly,  l’infermiera, con una serenità commovente, usando delle pinze sterilizzate,  cominciò a togliere questi “esserini” immondi uno alla volta; per quelli che  cadono sul pavimento si prende cura la signora delle pulizie. Dopo un’ora aveva  riempito una boccetta di plastica con questi “animaletti”. Straordinaria la  calma e la serenità dell’infermiera, frutto della fede. Carlos, invece, è da  tempo completamente paralizzato e cieco. Eppure lui è la personificazione della  positività. Ha sempre una parola di aiuto per tutti. Ricordo che un giorno non  stava molto bene e il tempo era brutto. Quando sono arrivato nella sua stanza  per dargli la comunione mi domandò: «Padre, come stai? La tua voce è differente  dagli altri giorni». Io, in guaraní, gli ho risposto che avevo quella voce  perché pioveva. E lui: «Padre, deve essere felice perché la pioggia è una  grazia. Con la pioggia cresce l’erba, le vacche la mangiano e loro ci danno il  latte di cui abbiamo tanto bisogno». Sono rimasto senza parole e pieno di  gratitudine. Questa è la santità: un uomo completamente immobile, cieco e che  vive grato e commosso perché tutto è bello e provvidenziale. A chi gli si  avvicina per chiedergli come sta, lui risponde: «Vivo come un re, ho tutto. Ho  da mangiare, mi vogliono bene e mi puliscono».

Tre mamme e un vecchietto abbandonato. Qui si incontra Dio.

bimbo-pelucheCari amici, la sproporzione fra il mio nulla, e il Mistero di cui è fatto il mio cuore aumenta man mano che vedo la mia impotenza davanti al bisogno mio e di quanti, sofferenti, derelitti, bussano alla mia porta. Che dolore, che grido dentro di me al Mistero perché mostri il Suo tenero volto davanti a tre giovani mamme ricoverate con cancro terminale. Maria, 29 anni e 5 figli, Giuseppina, 32 anni e 6 figli, Cinzia 42 anni e 3 figli. Tre donne sole, senza marito che le ha abbandonate con 14 figli. Mentre celebravo la messa, Giuseppina credevo che morisse. Un cancro ai polmoni pareva soffocarla. Vedevo il suo affannoso respiro e guardavo l´ostia che avevo fra le mani. Sentivo tutto il dolore di quell´affanno e chiedevo a Gesù di guardarla negli occhi, le chiedevo di condividere con lei il suo dolore. A un certo punto mi sono avvicinato accarezzandola e dopo averle dato l´ unzione degli infermi, dopo la comunione si è riposata. Chi sono io Signore, si domandava Santa Caterina? Niente, e chi sei Tu? Tutto.

Vedere ogni giorno chi è l´umano è drammatico eppure quell´uomo che in un momento cessa di vivere, è Cristo e guardandolo così non puoi non metterti in ginocchio. Perché se ciò che di più caro che hai è Cristo è vero che quell´uomo è ciò che di più caro hai in quel momento. E lui è ciò che di più caro hai perché lui come me è ciò che di più caro esiste per Cristo. E l’ho visto con i miei occhi per l´ennesima volta sabato sera quando una famiglia per disfarsi di un anziano parente, con una gamba piena di vermi per una grande ferita, passando da una bugia all´altra e ingannandoci, è riuscita a scaricare questo povero uomo davanti alla Clinica. Erano giunti fino a noi, con l´inganno, con il vecchietto nella carrozzeria aperta della camionetta e loro dentro ben al riparo del freddo. Il motivo: Puzza.

L´abbiamo preso subito e ho visto in quel volto triste la Presenza del Mistero e senza aspettare nessun medico e molto meno l´assistente sociale (conoscete bene anche voi come spessissimo questi professionisti prima di tutto guardano le cartelle cliniche, se c´è il diagnostico e tutti questi correlati. Gesù che era il medico andando per le strade e incontrando mille di pazienti a cosa guardava? Al diagnostico, alla cartella clinica o ascoltando il loro dolore e vedendo la loro fede li curava subito? Su questo sono una bestia a costo di mandare alla merda tutti. Lo guardavo e pensavo: Dio si è servito anche dell´inganno dei parenti che da qualche tempo l´avevano abbandonato in un pollaio per mostrargli e mostrarmi che Lui non si era dimenticato di quell´uomo, di quel poveraccio la cui regalità è oggettiva perché relazione con il Mistero.

L´ho baciato, portato alla Clinica. Gli infermieri l’hanno trasformato. Però non c´erano letti liberi ed era notte. Allora lo Spirito Santo, sapendo che sono debole di memoria, mi ha ricordato che nella Capella con il Santissimo esposto, dove c´è già un mendicante ammalato, c´è ancora un posto. E così l´abbiamo portato lí e credo che a Gesù la cosa gli abbia piaciuto perché così adesso ha due chierichetti.

Nel frattempo i parenti sono fuggiti. Ancora una volta ho visto compiersi quanto dice il Salmo delle Lodi del Sabato: “potrà una madre abbandonare suo figlio?” “Pero io non ti abbandonerò mai”.

L´ho toccato con mano lunedì quando una adolescente che ha ammazzato il suo convivente ha voluto rinunciare al suo bambino, nato di 7 mesi, ed ora ha tre mesi. Lei vive nella nostra casa di accoglienza per le bambine o adolescenti incinte. Ho dovuto con lei e l´avvocata andare dal giudice dei minori. Che dolore sentire la ragazza dire al giudice che mi cedeva il suo bambino per ritornare nella carcere dei minori. Parlava con una freddezza terribile e guardavo commosso il bebé fra le mie braccia. Rifiuto, perfino maltrattato da parte sua, il bambino.

Terminata l´avventura dell´affido, siamo tornati a casa. Adesso Dio mi ha reso, per l´ennesima volta, papà di questo piccolo. E lei, questa povera ragazza tornerà alla carcere per scontare la pena che avrebbe potuto scontare qui con noi e in compagnia del suo bambino. P. Paolino dopo l´accaduto mi dice pensando a cosa lascia e a cosa trova: “Neanche la bellezza senza Cristo muove il cuore di una persona”. Puoi offrirgli il luogo più bello del mondo, più pulito ma senza l´incontro con Cristo perfino un Lager diventa più attrattivo. Infine una notizia interessante nel giorno di San Benedetto. Si presentò un giovane di 24 anni, ricco, diseredato dalla famiglia e cacciato di casa perché vuole farsi prete. È laureato in filosofia ed altri titoli. Arriva da me, grazie al settimanale che pubblichiamo e che legge (quanto è importante entrare nei quotidiani laici con un settimanale “laico”, cioè cattolico). Vuole essere sacerdote perché affascinato dall´esperienza che vibra nel settimanale.

Lo guardo con molto distacco anche perché in questi anni più di qualcuno mi è venuto con questo desiderio, ma poi davanti alla mia proposta non tornano più. L´ascolto e poi gli chiedo: “Ti piacciono le ragazze?”. Lui mi guarda stupito e sorpreso. Al che io gli rispondo: “Con i tempi che corrono, è una domanda importante perché la condizione, come diceva Giussani, per essere prete è di essere uomini”. “Padre, chiaro che si”, mi rispose. Bene, allora ti propongo subito una cosa: “Per tre mesi, non solo perché sei laureato in filosofia ti piace leggere, studiare cantare (cantava nell´opera di Asunción), parlare italiano etc. (un sacco di doni che io non ho mai avuto essendo stato un asino a scuola) ma perché tu possa imparare a fare i conti con il “mordere la pietra” come diceva il frate a Miguel Mañara, vieni oggi con Paolino e me alla fattoria dove ci sono gli ammalati di AIDS, rifiutati da tutti. Per tre mesi vivrai con loro: dormirai in una delle loro stanze in un letto a castello, mangerai con loro, lavorerai la terra e ovviamente ci sarà lo spazio necessario per la preghiera, lettura, silenzio, etc. Poi, terminati i tre mesi, andrai dai “ex barboni” della casa S. Gioacchino e Anna, per lavare e pulire questi figli prediletti di Dio, vivendo con loro. Ed infine altri mesi nella Clinica”.

Amico per essere prete ci vogliono le palle, perché altrimenti domani basta una ragazza che ti guarda e sparisci o vivi nell´orgoglio, lamenti e borghesismo di tanti giovani e non, preti che conosco: “Bisogna soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina”, diceva Mounier.

Mi guarda e con un sorriso mi dice: “Padre, grazie è quello che voglio, accetto la sfida”. Siamo saliti in macchina, siamo andati alla fattoria e dal giorno di S. Benedetto con il suo “ora et labora” è lí che ha dato inizio a un’avventura che se Dio vorrà – chissà- sarà quello che mi sostituirà, perché la vita passa e sempre ho chiesto al Signore un sostituto pero che sia con le palle e ami Cristo e i poveri inmensamente di più di quanto un innamorato ami la donna che ha sposato come un innamorato, la sua morosa. Pregate allora, amici perché se Gesù vuole, sia davvero per lui la possibilità di vivere la grazia che mi è data di vivere.

La regola è sempre quella: “Calli nelle ginocchia, calli nelle mani, calli nella mente”. Preti, cioè uomini virili!

Ciao, P. Aldo

Rubo e rapino le persone per strada. Vorrei confessarmi….

confessionale1Un giorno mentre  stavo riposando suona il telefono. Era sorella Sonia che mi cercava perché un  giovane voleva parlarmi. Scendo le scale e me lo trovo davanti. Lo saluto  dandogli la mano. «Padre, la mia professione è quella di rubare e rapinare le  persone per la strada. Mi aiuti a uscire dall’inferno in cui vivo. Guardi cosa  ho sul fianco sinistro. Questa ferita profonda da cui esce sangue è il frutto di  una lite fra “colleghi” per questioni di soldi. Con un cacciavite ben  appuntito mi hanno ferito. Mi fa male, ma soffro ancor di più per la mia vita  disordinata. Quello che voglio da lei è potermi confessare, perché il peso dei  miei peccati mi sta soffocando. Sono disperato e in questa situazione mi è  venuto in mente ciò che diceva sempre mia madre: “Non dimenticare di  confessarti, perché senza questo sacramento non potrai cambiare”. Per questo  sono qui».

Gli diedi l’assoluzione pronunciando, commosso, le più grandi parole  che esistono al mondo: «Io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre, del  Figlio e dello Spirito Santo, Amen». Queste parole sono più necessarie del  respiro, o meglio, sono il respiro della vita. Se ne è andato barcollando per la  ferita ma con gli occhi luminosi. È stato sufficiente dire «Padre, voglio  confessarmi» perché riaccadesse l’Avvenimento per cui è fatto il nostro  cuore.

Poi all’imbrunire salgo alla clinica per la processione con il Santissimo. La  suora mi si fa subito incontro avvisandomi che è stato ricoverato un uomo malato  di Aids e che è in cattive condizioni di salute. Raggiungo subito la stanza dove  giace in un letto. Non parla, però mi guarda riconoscendo che sono il sacerdote.  Subito gli domando chi è e se è cattolico, per poter dargli il sacramento della  confessione e quello della unzione degli infermi. Continua a tacere e allora lì  per lì, mi invento un “metodo” di comunicazione. Gli comunico, nel caso desideri  i sacramenti, di alzare il pollice verso l’alto, in caso contrario lo giri verso  il basso. Con fatica e con una certa lentezza mi “risponde” alzando il pollice.  Così l’ho assolto dai peccati. Ricordo quanto i suoi occhi brillassero di  allegria. Ancora una volta è bastato un filo di luce per trasformare una vita  fatta di soli peccati in una vita di grazia.
Don Aldo Trento – Paraguay