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La poligamia nel diritto di famiglia

freedom_tunisiaL’emancipazione della donna nel mondo arabo passa anche e soprattutto per le  modifiche al diritto di famiglia, dalla poligamia al diritto al divorzio. Una panoramica sui vari casi nazionali, con particolare attenzione a Tunisia, Marocco e Egitto. Anche se la Tunisia è oggi l’unico paese ad aver formalmente vietato poligamia e ripudio, in molti altri paesi islamici si cerca comunque di porre ostacoli procedurali a queste pratiche. Come in Siria e Giordania e, in misura minore, Libia e Algeria. Nel processo di modernizzazione del diritto nel mondo arabo, che ha avuto luogo tra il XIX e XX secolo, il diritto di famiglia ha seguito un percorso molto più graduale e lento rispetto ad altri settori, come ad esempio il diritto commerciale o il diritto dei contratti, in considerazione del suo maggiore radicamento nella coscienza religiosa degli arabi e nella loro società. In questo campo, infatti, non si è mai optato per l’abbandono totale del diritto tradizionale a favore di modelli esterni, e i codici civili attualmente in vigore, frutto di questo processo di modernizzazione,non regolamentano il diritto di famiglia che, invece, è disciplinato in appositi testi dedicati allo “statuto personale”, al-ahwàl al-shakhsiyya.

A parte i paesi della penisola araba che (con alcune eccezioni) non hanno codificato il diritto di famiglia, e quindi continuano ad applicare la shari’a, negli altri paesi arabi dal Maghreb al Mashreq tale materia è disciplinata in testi che, pur condividendo una comune matrice sciaraitica (relativa, appunto, alla shari’a, ndr), sono diversi nello stile, nei contenuti e nel livello di modernizzazione conseguito. Ad esempio il Kuwait, che ha codificato lo statuto personale nel 1984, resta molto legato al diritto sciaraitico, così come l’attuale diritto yemenita, che con la legge 20/1992 e i successivi emendamenti del 1998, 1999 e 2002, concede ben poco a istanze riformiste, a differenza del diritto dello Yemen del Sud che con la legge 1/1974 poneva limiti e restrizioni a poligamia e ripudio. Quanto all’Iraq, nel 1959 era stata promulgata una prima legge sullo statuto personale di impianto decisamente laico che, pur non abrogando formalmente poligamia e ripudio, li rendeva, di fatto, quasi impossibili. In seguito a un intervento legislativo del 1978, la poligamia veniva addirittura proibita salvo consenso esplicito della prima moglie. D’altronde, secondo un’interpretazione riformista, nel mondo arabo oggi, tanto la poligamia quanto il ripudio non sarebbero ammissibili poiché non sussistono più le circostanze e le ragioni che li giustificavano in un dato contesto storico.

Attualmente, però, in Iraq si assiste a un ritorno alla tradizione sciaraitica: nel 2003, infatti, il Governo ad Interim ha abrogato il Codice dello Statuto Personale del 1959 e la nuova Costituzione, all’art. 41, rinvia al diritto confessionale per le questioni relative allo statuto personale. Il diritto applicabile ai musulmani iracheni è dunque la shari’a, con le diverse interpretazioni tra islam sunnita e sciita. Anche in Libano la Costituzione rinvia ai diritti confessionali, riconoscendo come ufficiali 17 confessioni religiose. Ma qui la situazione è ben diversa: i musulmani sunniti e sciiti non sono soggetti alla shari’a bensì alla legge ottomana del 1917 (primo esempio di modernizzazione del diritto di famiglia, ancora applicabile nell’Autorità Palestinese e in Israele per la popolazione musulmana), i drusi a una legge ad hoc del 1948, più alcuni emendamenti apportati nel 1962, mentre le diverse comunità cristiane seguono il loro diritto confessionale. La “rivoluzione” tunisina I risultati più “rivoluzionari” sono però quelli della Tunisia, che con il codice dello statuto personale del 1956 ha abolito formalmente sia la poligamia, sia il ripudio, attraverso un audace lavoro di ijtihad (interpretazione), che ha portato a ritenere la poligamia implicitamente proibita dal Corano. Infatti, da una lettura coordinata del versetto IV, 3 del Corano (“Se temete di non essere giusti con gli orfani, sposate allora di tra le donne che vi piacciono, due o tre o quattro, e se temete di non essere giusti con loro, una sola”) con il versetto IV, 129 (“Anche se lo desiderate, non potrete agire con equità con le vostre mogli”), si desume come la condizione di mantenere e di trattare equamente le mogli sia di fatto impossibile da realizzare, e quindi la poligamia non possa essere praticata.

L’art. 18 del codice di statuto personale tunisino, quindi, non solo inserisce una precedente unione tra gli impedimenti al matrimonio, ma sanziona il reato di bigamia con una multa e reclusione fino ad un anno e, ai sensi dell’art. 21, l’eventuale secondo matrimonio contratto in violazione al divieto di bigamia è nullo. Quanto al ripudio, atto che il diritto islamico considera riprovevole (come riportato in un hadith: “Dio non ha permesso nulla che Gli fosse più odioso del ripudio”), il codice tunisino lo abolisce. Il divorzio (introdotto in Tunisia quasi venti anni prima che in Italia) è quindi l’unica causa di scioglimento del matrimonio (artt. 29 e seguenti), ammesso soltanto in via giudiziale, in seguito a un tentativo di conciliazione da parte del giudice.

La Tunisia ha proseguito con le riforme, prevedendo ad esempio l’adozione (legge 27/1958), e continuando a riformare il codice di statuto personale. Con legge 74/1993, infatti, è stato modificato l’art. 23 per garantire uguali diritti agli sposi, abolire il dovere di obbedienza della moglie e sancire un obbligo di cooperazione in capo agli sposi per la gestione della vita familiare. Più recentemente, nel marzo 2008, è stato modificato l’art. 56 del Codice ed è stato introdotto l’art. 56 bis riguardante la custodia dei figli minori e il diritto di alloggio della madre o della persona che si occupa della custodia dei figli a spese del marito (legge 20/2008).

Anche se la Tunisia è oggi l’unico paese ad aver formalmente vietato poligamia e ripudio, in molti altri paesi islamici si cerca comunque di porre ostacoli procedurali a queste pratiche. Ad esempio le codificazioni di Siria (che nel 1953 è stato il primo paese arabo a promulgare una legge generale sullo statuto personale, poi riformata con la legge 34/1975), di Giordania (che ha visto una prima fase di codificazione nel 1956, una riforma nel 1976 e successivi interventi del legislatore nel 2001) e in misura minore di Libia e Algeria (entrambe del 1984) prevedono la possibilità di inserire nel contratto di matrimonio la clausola di monogamia, oppure richiedono il consenso obbligatorio della prima moglie o la previa autorizzazione da parte del giudice sia per la poligamia che per il ripudio, andando così a intaccare la posizione di preminenza tradizionalmente attribuita all’uomo. I progressi del Marocco.Anche il Marocco ha recentemente modificato il diritto di famiglia, promulgando nel 2003 un nuovo codice di statuto personale, Mudawana, che sostituisce il vecchio codice del 1958 e le modeste riforme del 1993. Il nuovo testo non fa alcun riferimento esplicito alla poligamia, pur inserendo all’art. 39 come causa di invalidità del matrimonio “un numero di mogli superiori a quello autorizzato dalla shari’a”, rinviando quindi al diritto religioso. Il matrimonio poligamico, tuttavia, deve essere autorizzato dal giudice, l’autorizzazione è subordinata all’esistenza di una giustificazione oggettiva ed eccezionale e alle disponibilità economiche del richiedente (art. 41), e la conclusione del secondo matrimonio è condizionata dalla conoscenza e accettazione da parte della seconda moglie del carattere poligamico del matrimonio. Inoltre l’art. 40 dispone che l’autorizzazione è esclusa se c’è il rischio che le mogli non siano trattate equamente e, soprattutto, se la prima moglie ha incluso nel contratto di matrimonio una clausola di monogamia. In ogni caso resta salvo il diritto della prima moglie a chiedere il divorzio in caso di un secondo matrimonio (art. 45).

Anche se la Mudawana marocchina prevede l’istituto del divorzio, va segnalato che è ancora in vigore il ripudio (artt. 78-93), che però assume sostanzialmente la forma di un divorzio, dato che deve essere autorizzato dal tribunale in seguito a domanda scritta da parte di uno degli sposi. Sembrerebbe quindi che il diritto di sciogliere unilateralmente il vincolo matrimoniale sia stato esteso anche alla donna (art. 78), ma in realtà ciò non è automatico bensì è subordinato al fatto che il marito le abbia riconosciuto tale diritto (art. 89).Il caso dell’Egitto Particolarmente interessante, infine, è il caso dell’Egitto, che da sempre si dibatte tra aneliti riformisti e tentativi di recuperare la tradizione islamica. La caratteristica principale delle riforme egiziane però è la mancanza di una codificazione generale del diritto di famiglia, a favore invece di interventi legislativi diretti a disciplinare alcuni aspetti circoscritti come ad esempio il diritto al mantenimento della moglie (legge25/1920), l’età minima per il matrimonio (legge 25/1929) o lo scioglimento del matrimonio (legge 25/1929). Le riforme sono proseguite negli anni Settanta, sotto l’impulso di Sadat, con la legge 44/1979 che ha limitato la poligamia, considerata un danno per la prima moglie e quindi presupposto per il divorzio in caso di un secondo matrimonio poligamico. Con l’ondata conservatrice che seguì l’omicidio di Sadat, ci fu una battuta d’arresto, la legge fu abrogata e poi sostituita dalla successiva legge 100/1985, che però risulta meno progressista: viene meno, infatti, l’equazione poligamia/danno alla moglie, e per ottenere il divorzio occorre provare di aver subito a causa della poligamia un danno economico o emotivo.

Ma l’entrata in vigore della legge 1/2000 ha segnato una tappa importante per la modernizzazione del diritto di famiglia egiziano. La legge, infatti,non solo ha reso più accessibile il khul’, cioè il diritto della moglie di richiedere direttamente al giudice il divorzio dietro rinuncia ai benefici patrimoniali derivanti dallo scioglimento del matrimonio, ma ha permesso il divorzio anche nel caso di matrimoni ‘urfi (matrimoni consuetudinari non registrati) e ha posto ulteriori limiti al ripudio. Ovviamente ciò ha scatenato forti reazioni da parte di quei sostenitori della shari’a che vedono in una maggiore emancipazione della donna una minaccia alla solidità della famiglia. Ciononostante il processo di modernizzazione non si è fermato: non solo nel 2003 la legge 1/2000 ha superato il vaglio di legittimità costituzionale, ma nel 2004 sono stati istituiti in Egitto i primi tribunali laici specializzati per il diritto di famiglia.Valentina M. Donini

I matrimoni misti tra italiano e marocchina o musulmana

I casi, sempre crescenti, dei c.d. matrimoni misti cioè di unioni tra un cittadino/a italiano/a ed uno/a straniero/a:
Ai sensi dell’art. 116 del codice civile italiano “lo straniero che vuole contrarre matrimonio nello Stato deve presentare all’ufficiale dello stato civile una dichiarazione dell’autorità competente del proprio paese, dalla quale risulti che giusta le leggi a cui è sottoposto nulla osta al matrimonio. …… Lo straniero che ha domicilio o residenza nello Stato deve inoltre far fare la pubblicazione secondo le disposizioni di questo codice”.
Pertanto, per la concessione del nulla osta al matrimonio viene richiesta dall’autorità competente del paese della donna straniera di fede islamica oltre alla produzione di una serie di documenti tra cui l’atto di nascita, il certificato di stato libero, il certificato di residenza, un certificato di sana e robusta costituzione (richiesto ad esempio dall’autorità consolare tunisina) anche la certificazione di conversione all’islam del nubendo italiano. In assenza di tale certificazione di conversione all’islam il nulla osta non verrà rilasciato e l’ufficiale dello stato civile del comune dove verrà celebrato il matrimonio non potrà, in alcun modo, procedere alle preliminari pubblicazioni del matrimonio stesso.
(QUI:  UN ARTICOLO PER RISOLVERE IL PROBLEMA senza la conversione)
In punto di diritto, la mancata concessione del suddetto nulla osta si pone in palese contrasto con i principi di ordine pubblico dell’ordinamento giuridico italiano, oltre che di quello internazionale, manifestandosi tale rifiuto in contrasto con i principi sanciti dalla nostra Carta Costituzionale quali la libertà religiosa (art. 19 Cost.) ed i principi di uguaglianza e garanzia dei diritti inviolabili (artt. 3 e 2 Cost.).
L’assistenza legale, prestata in numerosissimi casi da associazioni come ACMID Donna, è stata volta a tutelare i diritti delle donne innanzi ai competenti Tribunali italiani al fine di ottenere un provvedimento giudiziale con cui ordinare all’ufficiale dello stato civile del comune dove verrà celebrato il matrimonio di procedere alle pubblicazioni di matrimonio anche in assenza del c.d. nulla osta stante il contrasto del rifiuto con le norme sopra richiamate.

Ad eccezione di due sparute pronunce della Pretura di Salerno e Camerino molto datate, mai l’Autorità Giudiziaria italiana aveva dichiarato la mancata concessione del nulla osta in contrasto con i principi di ordine pubblico dell’ordinamento giuridico italiano ed internazionale, oltre che contraria ai principi costituzionali. E’ stato il Tribunale di Roma nel 2004 ad esprimersi nel merito, dietro ricorso patrocinato dal legale dell’Acmid Donna Onlus, dando luogo, da quel momento, ad un nuovo indirizzo giurisprudenziale. Non sono mancate, però, pronunce contenenti caratteri di ulteriore novità come il provvedimento del Tribunale di Viterbo nel 2005, con cui il Giudicante invitava la ricorrente a produrre la prova che la mancata concessione del nulla osta fosse dipesa specificatamente da motivi religiosi, e cioè dipendente dalla mancata conversione all’islam del nubendo italiano. Alla luce di ciò veniva depositata in giudizio una dichiarazione, resa per la prima volta dalla competente autorità marocchina, comprovante che il mancato rilascio del nulla osta era dipeso dalla non conversione all’islam del nubendo italiano. Tale fattispecie,  unica nel suo genere, oltre a testimoniare una sempre maggiore “apertura” del Regno del Marocco rispetto al resto dei paesi islamici, dà concretezza all’inviolabilità del diritto di informare ed essere informati alla luce dell’obbligatorietà della motivazione di qualsiasi atto amministrativo (nel nostro ordinamento sancita dalla legge 241/1990).
Ulteriore aspetto di novità è contenuto nella pronuncia (giugno 2008) del Tribunale di Genova ed in quella più recente del Tribunale di Milano (novembre 2011).
(QUI:  UN ARTICOLO PER RISOLVERE IL PROBLEMA senza la conversione)

Con queste veniva ordinato all’ufficiale dello stato civile di procedere alle pubblicazioni di matrimonio anche in assenza del c.d. nulla osta, per le motivazioni tutte su elencate, anche nel caso specifico di cittadina straniera di fede islamica proveniente da uno stato non riconosciuto, la Palestina, che non possedendo un’autorità diplomatica ufficiale (ma solo dipartimenti nei paesi con i quali intrattiene buoni rapporti diplomatici) rendeva il predetto rifiuto verbalmente. In quest’ultimo caso l’aggiuntiva difficoltà veniva riscontrata, altresì, nel non riuscire (stante l’inesistenza dell’autorità diplomatica ufficiale in Italia) ad ottenere il certificato di stato libero se non tramite la gravosa presenza innanzi al Tribunale Palestinese nel cui mandamento fosse nata la ricorrente della stessa nonché di due familiari che avessero attestato tale stato.

Vivi l’oggi – Suor Odette Prevost martire in Algeria

vivioggiVivi il giorno d’oggi Dio te lo dà è tuo, vivilo in lui.
Il giorno di domani è di Dio, non ti appartiene.
Non portare sul domani la preoccupazione di oggi.
Il domani è di Dio: affidaglielo.
Il momento presente è una fragile passerella:
se lo carichi dei rimpianti di ieri,
dell’inquietudine di domani, la passerella cede e tu perdi piede.
Il passato? Dio lo perdona.
L’avvenire? Dio lo dona.
Vivi il giorno d’oggi in comunione con lui.

Suor Odette Prévost è stata uccisa in Algeria, il 10 novembre 1995.

200 anni fa i marines sconfissero i pirati di Algeri

Risale al 1805 il primo intervento Usa contro i musulmani “fondamentalisti”

Da 1400 anni l’Europa è attaccata dall’islam, che tenta di ridurre in schiavitù i cristiani.  Ma quando, nel XIX secolo, il bey chiese un riscatto all’America, essa reagì con una «guerra di difesa anticipata»

Quando Gioacchino Rossini compose L’italiana in Algeri (rappresentata a Venezia nel 1813), raccontò in chiave comico-sentimentale una tragedia plurisecolare. Il bey di Algeri, coi suoi pirati, rapiva ogni anno centinaia di italiane e italiani (1). Marinai, viaggiatori sulle navi europee, abitanti delle coste di Malta, Sicilia e Sardegna (2). E Algeri (che contava 50 mila abitanti) era soltanto la maggiore città dei pirati. In realtà, tutta la Costa di Barberìa, i 1.600 chilometri da Gibilterra alla Sirte in Libia, pullulava di pirati. Formalmente governatori provinciali dell’impero Ottomano, ma in realtà indipendenti, i bey di Algeri, Tripoli e Tunisi avevano creato una vera economia della corsa. Vivevano largamente dei riscatti che esigevano per il rilascio degli europei rapiti, del mercato dei marinai e viaggiatori bianchi presi e rivenduti come schiavi, del saccheggio delle navi «cristiane». Seguaci di un islam fondamentalista, trattavano gli «infedeli» catturati secondo vari gradi di barbarie. Nei momenti d’oro, Algeri poté contare oltre 25 mila schiavi europei.

Per oltre tre secoli i popoli d’Europa convissero supinamente con questa ferocia sull’altra sponda. Nacquero persino ordini pii i cui membri raccoglievano denaro per riscattare i catturati, o si offrivano di sostituirsi ad essi. Persino gli inglesi, padroni del mare, s’adattarono. L’ammiraglio Edward Pellew, lord Exmouth, giunse a pagare 489.750 talleri di Maria Teresa per riscattare 1530 cristiani di varie nazionalità.  L’Europa, insomma, si rassegnava. Non così la neonata repubblica d’America. Alla fine del ‘700, capitò che i pirati dei bey catturassero navi e marinai statunitensi in rotta nel Mediterraneo. Chiesero, come al solito, pingui riscatti. Fu allora che il presidente Jefferson, alla Casa Bianca, pronunciò la storica frase: «Milioni per la difesa, non un cent per un tributo». Gli Usa crearono la loro prima flotta da guerra, nel 1794, proprio per battere i pirati mediterranei.

Fu il primo intervento preventivo geopolitico. E il primo sangue scorso fra l’America e l’islam.  Nel 1805, soldati in divisa blu con bandoliere bianche che il Mediterraneo non aveva mai visto – fanti di marina, detti marines – sbarcarono in Egitto, marciarono a tappe forzate nel deserto lungocosta, e sorpresero alle spalle il bey di Tunisi, costringendolo a rilasciare i cittadini americani catturati. I barbareschi non capirono la lezione e continuarono a pirateggiare, anche contro beni galleggianti statunitensi. Così, nel 1815, una squadra a stelle e strisce, al comando dell’ammiraglio Stephen Decatur, ripiombò su Tunisi, costrinse il bey a pagare 46 mila dollari di penale e a rilasciare tutti i bianchi catturati, fra cui non mancavano napoletani e persino danesi (3). Nello stesso anno in giugno, un’altra squadra americana si presentò davanti ad Algeri. Il comandante, commodoro William Bainbridge, segnalò con le bandiere un ultimatum: il bey aveva tre ore per rilasciare tutti i catturati americani, e pagare un enorme compenso in contanti-oro per il disturbo. Algeri era, allora, la piazzaforte meglio fortificata del mondo, ma il bey intuì il primato tecnico occidentale. Ebbe il buon senso di capitolare. Appena la bandiera a stelle striscie scomparve all’orizzonte, i suoi pirati ripresero il mare. Ma ormai, il brutto incantesimo era rotto.

Nel maggio 1816, pirati algerini massacrarono un centinaio di pescatori siciliani. La Sicilia era, formalmente, sotto protezione britannica. Stavolta, Londra ordinò a lord Exmouth di farla finita con quei barbari. Nella torrida fine d’agosto, Lord Exmouth si presentò davanti ad Algeri a bordo dell’ammiraglia, la Queen Charlotte, forte di cento cannoni. Lo seguiva una flotta anglo-olandese adattata scientificamente alla bisogna: murate rinforzate, armamento d’artigliera che comprendeva razzi incendiari (antenati dei missili) e bombarde a mitraglia (l’equivalente delle bombe a grappolo). A bordo, gli ufficiali del 91simo Royal Engineer avevano localizzato con precisione ognuno dei seicento cannoni nemici. Per nulla intimoriti, coraggiosi e feroci, i pirati si avventarono contro la flotta con 40 navi agili e leggere: 35 furono colate a picco in pochi minuti. Su Algeri piovvero 500 tonnellate di proiettili; i razzi incendiarono l’abitato. Alla fine della giornata, gli algerini contarono almeno ottomila morti, gli inglesi 141. Il bey dovette consegnare 1.642 schiavi e 382 mila talleri. In America, qualcuno componeva l’inno dei marines, nel quale si esalta il corpo che ha combattuto «dai palazzi di Montezuma alle spiagge di Tripoli». Era, come sappiamo, soltanto l’inizio.

Maurizio Blondet (C) Avvenire, 13 maggio 2003

 

NOTE DI REDAZIONE (1) E’ del 1870 (milleottocentosettanta!) la costruzione in Italia dell’ultima fortezza sul mare a difesa delle incursioni dei musulmani. (2) E’ una delle spiegazioni storiche dello scarso sviluppo di alcune coste del nostro meridione, per secoli soggette all’invasione e al ratto da parte dei musulmani (3) Si ha notizia della conquista, sottomissione e islamizzazione stabile anche di città dell’Alto Adige.

Don Tierry Becker: io, testimone del martirio

TNX-13263-martiriDon Thierry Becker, prete di origine francese, da oltre 40 anni in Algeria (ora è vicario di mons. Henry Teissier, vescovo di Algeri), era tra gli ospiti del monastero trappista di Tibhirine la notte del 26-27 marzo quando un gruppo di fondamentalisti islamici rapì sette monaci di Notre Dame de l’Atlas. Amico della comunità e testimone diretto degli eventi, don Thierry ha rievocato il rapimento e martirio dei sette trappisti in questi giorni a Milano, dove ha guidato una serata di preghiera e meditazione in Duomo, nel corso della quale sono stati letti brani del celebre testamento spirituale di uno di loro, fr. Christian, amico di infanzia di don Thierry (entrambi erano boy scout e avevano studiato per alcuni anni insieme).
Mondo e Missione lo ha incontrato per avere una testimonianza diretta su quella vicenda e il senso che rappresenta per la Chiesa algerina.
«Conoscevo Christian da tanto tempo, ma – attacca don Thierry – posso dire di non averlo capito mai del tutto finché non ho letto il suo testamento spirituale. Ne cito solo qualche passaggio: “La mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: ‘Dica adesso quel che ne pensa!’. Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità. Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze”. Ecco, in queste parole c’è tutto il senso dell’esperienza di Christian e degli altri monaci».
«Christian non voleva finire ucciso, non bramava il martirio per rispetto al popolo algerino, per evitare che su tutti i musulmani cadesse la condanna della violenza», aggiunge. «E in effetti l’uccisione dei monaci – persone che avevano un rapporto cordialissimo con la popolazione, che avevano intessuto un clima di amicizia con i musulmani del posto – è stata uno shock per l’Algeria.

Un giornale all’epoca scrisse: sarebbe stato meglio che i monaci se ne fossero andati prima, così avremmo evitato una vergogna simile».
E oggi? «La quasi totalità del popolo ha dimenticato quella vicenda, perché negli anni centinaia e centinaia di omicidi si sono susseguiti. In più recentemente è stata varata una legge che vieta di ricordare con enfasi quella che viene chiamata la “tragedia nazionale” (ovvero i 12 anni di violenza dell’estremismo islamico che ha insanguinato il Paese – ndr). Ma la memoria dei monaci martiri rimane in chi li ha conosciuti. Pensate che il monastero, a dieci anni di distanza, è intatto: nulla è stato toccato, nemmeno un chiodo! Forse – continua con una punta di rammarico don Becker – non ci sarà possibile fare un gesto pubblico in occasione dell’anniversario dell’uccisione (30 maggio), forse anche la visita al monastero sarà vietata. Vedremo. Ma quel che conta è che la memoria dei monaci è viva».
Don Thierry ha ricordato anche l’inizio della vocazione monastica in Algeria di Christian. «L’impatto con l’Algeria e l’islam risale al periodo di servizio militare quando Christian, allora sui 23-24 anni, già seminarista, andò in Algeria. Lì conobbe un musulmano, un uomo di preghiera e profonda spiritualità con cui intrecciò un rapporto di amicizia e intenso scambio spirituale. Fu quest’uomo, Mohammed, a «garantire» per lui quando un giorno estremisti musulmani si presentarono alla sua casa, insospettiti dalla presenza del giovane francese. Il giorno dopo Mohammed venne sgozzato e da quel momento Christian decise di dedicare la sua esistenza alla contemplazione, a Dio e all’Algeria».
Gerolamo Fazzini

Dal testamento spirituale di fra’ Cristiano, il superiore dei 7 monaci trappisti martiri in Algeria

monaci-di-tibhirine-originaleAvevo già letto anni fa questo testamento. Mi aveva colpito. Ma ora, rileggendolo parola per parola e in una terra musulmana, mi ha impressionato. Vi si riflette il volto di Gesù e l’essenza del suo vangelo. È una luce per tutti noi. Un dono di grazia calato in un momento di contrapposizione, di odio, di violenza. Una via da seguire nell’incontro con i nostri fratelli, diversi, ma salvati dallo stesso Gesù e guardati dallo stesso amore di Padre. Ho ringraziato Dio di questi monaci trappisti e ho pregato: donami Signore il loro stesso cuore. [introduzione di Don Andrea Santoro, anche lui martire ma in Turchia]

“Se dovesse arrivare il giorno, e potrebbe essere oggi, di essere vittima del terrorismo che sembra voler ingoiare oggi tutti gli stranieri che vivono in Algeria, mi piacerebbe che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era DONATA a Dio e a questo paese. Che accettino che il Padrone unico di tutti non saprebbe essere estraneo a questa partenza così brutale. Che preghino per me: come potrei essere trovato degno di una tale offerta? Che sappiano accostare questa morte alle tante altre ugualmente violente ma lasciate nell’indifferenza dell’anonimato. La mia vita non vale più di altre… Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra prevalere nel mondo e anche del male di colui che mi ucciderà ciecamente. Mi piacerebbe, quando dovesse venire il momento, avere un lampo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e di tutti i miei fratelli in umanità e nello stesso tempo di perdonare io, con tutto il cuore, colui che mi avrà colpito. Io non posso augurarmi una tale morte: mi sembra importante dirlo chiaramente. Non vedo infatti come potrei rallegrarmi che questo popolo che amo potesse essere accusato tutto del mio assassinio. È un prezzo troppo alto quello di dovere “la grazia del martirio” (come si chiama) a un algerino, chiunque esso sia, soprattutto se questi dovesse dire di agire per fedeltà a ciò che egli pensa sia l’Islam.

Conosco il disprezzo di cui sono circondati tutti gli algerini insieme. Conosco anche la caricature dell’Islam che incoraggiano un certo islamismo. È troppo facile mettere a posto la coscienza identificando il cammino religioso dell’ Islam con l’integralismo degli estremisti. Per me l’Algeria e l’Islam sono un’altra cosa: sono come il corpo e l’anima. Ho già parlato chiaramente credo, a destra e a sinistra di ciò che ho ricevuto dall’Islam e dall’Algeria: vi ho ritrovato molto spesso il chiaro filo conduttore del vangelo imparato sulle braccia di mia madre, che è stata la mia prima chiesa, proprio qui in Algeria.

La mia morte sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno così facilmente trattato da ingenuo o da idealista: “Lo dica adesso quello che ne pensa!”. Ma costoro devono sapere che alla fin fine io sarò stato liberato dalla curiosità più lancinante che mi porto dentro: affondare il mio sguardo in quello del Padre per vedere i suoi figli dell’Islam come lui li vede: tutti illuminati della gloria di Cristo, anche loro frutto della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà di ristabilire la comunione e la somiglianza giocando con le differenze.

Di questa mia vita perduta, totalmente mia e totalmente loro, io ringrazio Dio che sembra l’abbia voluta tutta intera proprio per questa GIOIA, contrariamente a tutto e malgrado tutto. In questo GRAZIE, dove tutto è detto ormai della mia vita, io includo naturalmente voi, amici di ieri e di oggi e voi, amici di qui, mettendovi accanto a mia madre e mio padre, accanto ai miei fratelli e alle mie sorelle, voi che siete il centuplo che mi è stato dato secondo la promessa. E includo anche te, amico dell’ultimo minuto, che non sai quello che fai. Si, lo voglio anche per te questo GRAZIE e questo A – DIO, Dio che porta il tuo volto. E che ci venga concesso, se Dio lo vorrà, Lui Padre di tutti e due, di ritrovarci finalmente felici in Paradiso.

AMEN. InschAllah (se Dio lo vorrà!)”.

da Don Andrea Santoro

 

 

 

 

XXI secolo, i martiri danno fastidio

martiri chiesaDon Andrea Santoro, il sacerdote romano assassinato in Turchia, è un martire del nuovo millennio. Di lui s’è molto parlato e scritto, in Italia e non solo. Anche Benedetto XVI per lui ha usato parole impegnative. Ma per uno che finisce in prima pagina – in virtù delle particolari circostanze dell’uccisione – quanti ogni anno versano il loro sangue nel disinteresse dei cattolici stessi e nell’oblio colpevole dei media? In molti posti al mondo, testimoniare Cristo può costare la vita. Accade oggi, nel XXI secolo. Come accadeva agli inizi della storia cristiana.

Se nella cultura attuale il tema-martirio trova scarsa audience o – addirittura – suscita avversione, è anche per una malintesa e fuorviante concezione della fede radicatasi in taluni. C’è, infatti, chi opera un’equazione assolutamente indebita tra il praticare una fede e l’essere intolleranti, come se automaticamente la “pretesa” di aderire a una verità trascendente si traducesse in prevaricazione sull’altro e, in ultima analisi, in violenza. Il martirio, letto così, altro non sarebbe che l’effetto collaterale di una fede troppo sicura di sé. Detto in modo più diretto: i martiri sarebbero gente incapace di “mediare”, di accettare e di farsi accettare nello scenario di pluralismo religioso odierno. In definitiva: se la sono… cercata. A questa concezione fa pendant un concetto assolutamente improprio di dialogo, secondo il quale le religioni dovrebbero abbandonare le loro pretese universalistiche per trovare un minimo comun denominatore, in nome del quieto vivere (e – aggiungo io – del relativismo culturale imperante). Secondo tale ottica il martire sarebbe uno che, non sapendo “dialogare”, ha voluto chiudersi nel bozzolo del suo fanatismo, andando perciò incontro all’incomprensione e, in definitiva, all’ostilità. Un’ostilità che poteva essere evitata, se solo non fosse stato così “fondamentalista”…

Si tratta di una caricatura profondamente ingiusta, oltre che pericolosa, del martirio cristiano. La realtà, per chi la guarda con occhi limpidi, è un’altra. Ogni giorno migliaia di cristiani – in Pakistan, Indonesia, Sudan, Nigeria, Cina, Colombia… – sono oggettivamente esposti al rischio della discriminazione, dell’arresto arbitrario, del pestaggio, e non di rado della morte, semplicemente a motivo della loro fedeltà al Vangelo. Da questo punto di vista i missionari occidentali – se talvolta finiscono nel mirino dei fondamentalisti in quanto stranieri – sono comunque meno esposti di molti laici e religiosi locali per i quali, in caso di morte violenta, non si scomoderanno le tv e non si muoverà nessuna ambasciata.

Non è forse scandaloso tutto ciò, in un’epoca che si fregia di voler estendere i diritti umani a ogni latitudine? Forse che il diritto di credere non appartiene al novero dei diritti umani fondamentali?
Nell’estate del 2005 ho incontrato a Guangzhou, nel corso di un viaggio in Cina, padre Tan Tiande, un sacerdote novantenne che ha passato trent’anni nei campi di lavoro forzato. Un “martire vivente”, insomma. Ebbene, padre Tiande mi ha descritto minuziosamente le durissime condizioni di vita in quell’inferno (qualcosa di molto simile a un lager), nell’estremo nord della Cina: d’inverno la temperatura scendeva a meno 30, lo stomaco era costantemente nella morsa della fame, punizioni corporali e oppressione psicologica erano all’ordine del giorno e così via. Eppure mai, nemmeno per un momento, padre Tiande ha avuto parole di odio o vendetta per i suoi carcerieri. Che differenza con tanti alfieri del martirio di casa nostra, così pronti a intingere la penna della denuncia (giusta e doverosa, per carità) nell’inchiostro di un risentimento che di evangelico ha poco o nulla!

Anche se ce ne siamo dimenticati o, pur sapendolo, non amiamo rammentarlo, il punto è che l’esperienza del martirio è connaturale alla vocazione cristiana e alla vicenda missionaria in quanto tale. Chi annuncia e testimonia Cristo “e questi crocifisso” (1Cor 2,2) non può non mettere in conto l’incomprensione di chi ascolta, finanche la reazione violenta, di una violenza che può sfociare nella tortura o nell’omicidio. Il Nazareno, a suo tempo, era stato estremamente chiaro: «Se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi…» (Gv 15,20).

Oggi siamo preoccupati, e giustamente, del montare del fondamentalismo islamico che semina terrore e morte in molte parti del mondo. Sarebbe però fuorviante pensare che esso rappresenti l’unica prova per i credenti in Cristo. I dati dicono altrimenti. In realtà, ogni volta che il cristiano, in nome del Vangelo, si assume il rischio di testimoniare l’amore per i nemici, la tensione infaticabile al dialogo, la ricerca della pace, ebbene, ogni volta che in qualche modo il cristiano va controcorrente rispetto alla cultura dominante, si mette in una condizione di estrema vulnerabilità, una condizione che a volte assume il volto dell’ostilità latente, altre quello dell’aperta persecuzione. In ogni caso, a quanti si comportano così, mostrando con le parole e con la vita di avere solo Dio per Signore, appare chiaro che la loro testimonianza, la loro semplice presenza in determinati contesti può dar fastidio. A dispetto delle più pacifiche intenzioni.

È il caso dei sette monaci del monastero di Notre Dame de l’Atlas, a Tibhirine, in Algeria, sequestrati dieci anni fa (nella notte del 26-27 marzo 1996) dai terroristi appartenenti ad una cellula del Gruppo islamico armato e trovati uccisi il 30 maggio di quell’anno. I martiri di Tibhirine per molti aspetti sono un’icona del martirio del nostro tempo. Agli occhi del mondo appaiono come pazzi: hanno sfidato la morte (perdendo), pur di restare – loro, occidentali, nel mirino degli estremisti islamici – in una terra dove, peraltro, la loro presenza non ha portato a conversioni di massa o all’edificazione di chissà quale Chiesa. Eppure, la loro scelta di rimanere in Algeria, nonostante il crescente clima di terrore e l’assassinio di numerosi preti e religiosi, è stata un segno forte, di grande qualità evangelica. La consapevolezza di andare incontro alla morte, acconsentendo senza riserve, e l’offerta della vita, perdonando agli aggressori, sono testimoniate dal bellissimo testamento spirituale del priore e da altri testi dei suoi confratelli: autentici tesori di spiritualità del XX secolo.
Gerolamo Fazzini

Dibattito sul velo: gli abbagli dell’islamically correct

veloislamicoIl velo fa discutere, divide gli animi, suscita interrogativi. E certe incaute dichiarazioni, come quelle rilasciate due giorni fa dall’imam di Segrate durante una trasmissione televisiva, non fanno che buttare benzina su un materiale già altamente infiammabile. Molti pronunciamenti appaiono ispirati più da motivi ideologici, politici o pseudo-religiosi. Almeno quattro sono i luoghi comuni dell’islamically correct con cui fare i conti.

1. Il velo, si dice, è parte integrante della religione e della cultura del mondo musulmano. Non è così: non c’è un solo testo religioso che faccia del velo un pilastro dell’islam. L’imposizione del velo obbedisce ad una visione gerarchica e patriarcale della società islamica, che ruota intorno alla figura dell’uomo padre e padrone. La riprova è che le donne lo indossano quando questa visione diviene dominante, se ne liberano non appena il dominio si indebolisce o si allenta. In Tunisia, Marocco, Giordania, l’uso del velo comincia ad essere scoraggiato e messo in discussione. È qualcosa che dovrebbe far riflettere i sostenitori di casa nostra.

2. Il velo, si sostiene, è un simbolo di pudore e di modestia delle donne musulmane. Al contrario, è l’esibizione di un messaggio politico e di potere. È il pubblico sigillo della sottomissione della donna alle leggi e alle tradizioni più aberranti. La donna col velo è colei che può essere lapidata se commette adulterio, non può uscire di casa senza il permesso del marito, deve accettare maltrattamenti e violenze se mette il rossetto o frequenta un occidentale, subire l’infibulazione o la poligamia, essere costretta a sposare a 12 anni un uomo che non ha mai visto.

3. Le immigrate, si dice ancora, portano il velo per una libera scelta. Nella stragrande maggioranza dei casi, esse arrivano in Europa senza il velo. Sono costrette a indossarlo per ordine di mariti, padri e fratelli istigati e appoggiati dai predicatori di alcune moschee. Anche perché non è solo un’insegna di potere, è uno strumento di controllo. Ha il compito di isolare le donne delle comunità, impedire che entrino in relazione con la società, tenere lontano «l’altro», il nemico, il rivale, l’infedele. Il velo dice alle donne: restate chiuse nelle vostre case e siate ciò che dovete essere, fabbriche di figli, senza volontà e senza diritti. Se parlate con le immigrate comuni, le immigrate della porta accanto, è questo che vi diranno.

4. Proibire l’uso del velo nelle scuole e nei luoghi di lavoro è un atto di prepotenza che incoraggia lo scontro di civiltà. In realtà, misure come queste vanno nella direzione opposta: tendono una mano alla parte più viva e avanzata delle comunità musulmane. In Francia dall’anno scorso c’è una legge che vieta l’uso del velo nelle scuole pubbliche. Dopo le proteste scatenate dai fondamentalisti nei primi tempi, i sondaggi dicono che la stragrande maggioranza delle allieve e delle donne delle comunità si sono apertamente schierate a favore della legge. Ora ci sentiamo più libere, confessano: più libere di parlare, di vivere, di essere noi stesse. Detto questo, è evidente che il problema è innanzitutto culturale, e si affronta con un dibattito ampio ed aperto. Più che perdersi in dibattiti politicamente corretti sulle proibizioni, è molto più utile e realistico difendere il diritto delle donne a non indossarlo.

Riassumendo: l’imposizione del velo rivela una concezione del mondo che non vela soltanto la donna ma anche l’uomo, la società, la mente. Che mortifica la sua parte migliore, la sua storia di civiltà e di creatività. Ogni immigrata che rinuncia al velo non lo fa perché sceglie l’Occidente corrotto. Lo fa perché sceglie e ama il vero islam, non la sua copia deforme. È da riflessioni come queste che dovremmo partire quando affrontiamo una questione così importante per il futuro dell’integrazione. Chi oggi in Italia applaude al velo e ne fa solo un problema di centimetri di pelle da scoprire, mostr a purtroppo di non averlo ancora compreso.
Souad Sbai