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Assistente sessuale o prostituzione diversamente chiamata?

love-416479_960_720dal blog http://tasti.wordpress.com una riflessione caustica:

Detto così, senza pensarci, in effetti fa persino ridere. Poi ci pensi e magari la smetti pure di ridere sulle disgrazie altrui.

Non dico che sia un discorso semplice. Nemmeno che ho una mia idea chiara. Non so. Diciamo che capisco l’esigenza. Però i preconcetti sulla mercificazione del corpo… ma parliamo di un altra cosa. “Non è prostituzione.” Partiamo da qui.

Diciamo che non stiamo parlando di prostituzione. Nel senso di ricavare denaro dalla vendita del proprio corpo.

Perché nel caso dell’assistente sessuale l’obiettivo primo è far accostare un individuo alla sessualità che gli viene negata dalle proprie condizioni di vita, a causa, come conseguenza di una disabilità.

E allora non è prostituzione. Magari ci metto un punto interrogativo ?

Perché il pensionato che paga la ragazza per accedere ad una sessualità a cui non potrebbe più accedere allora… ?

In fondo è l’idea romanzata della prostituta psicologa.

No, sto seriamente riflettendo su un discorso che capisco, sinceramente.

Però non sono certa che l’assistente sessuale sia cosa diversa da una prostituta. Senza accezione dispregiativa.

Perché non credo che sia una terapista con studi universitari sulla sessualità e disabilità.
Credo piuttosto sia una venditrice/tore di sesso specializzata/o in un settore, la disabilità.

Che poi mi pare di capire che le disabilità siano da intendersi come fisiche, non psichiche.

Insomma io ci rifletto perché non mi sembra giusto fare finta che non ci sia sessualità nella disabilità, ci rifletto anche se così, a primo acchito, questa dell’assistente sessuale mi sembra esattamente quello che è: vendita del proprio corpo in cambio di denaro.
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Come associazione Amici di Lazzaro, aggiungiamo che non è vero che l’assistente sessuale non arriva a compiere atti sessuali a pagamento, basti vedere quello che affermano alcuni cosiddetti “assistenti” svizzeri:

“Il prossimo sarà ad ottobre e si cercherà di formare operatori in grado di offrire rapporti sessuali completi. ”
http://www.tio.ch/News/316428/Noi-assistenti-sessuali-di-portatori-di-handicap/

Si tratta di prostituzione che anche se offerta a disabili non è comunque accettabile.
Il desiderio di una persona in difficoltà non rende infatti lecite pratiche immorali o ingiuste.
Ci sono milioni di persone che vivono castamente la propria vita senza averne alcun danno, quel che importa è dare ad ogni persona affetto, amicizia, amore, relazioni umane, accoglienza e far loro sentire la loro dignità e valore al di là di quel che possono fare nella vita.
I disabili valgono in quanto persone uniche e irripetibili. Questa è la vera assistenza da dare loro.

Salvatore Crisafulli, il guerriero per i (veri) diritti negati

155029_180402558639198_4184830_nCi vorra’ tempo per cogliere l’evoluzione del concetto di guerriero e capire che oggi le guerre decisive sono invisibili e silenziose, combattute talvolta solo respirando, alzando lo sguardo come a dire «sono sopravvissuto, signori, eccomi qui».

 Ci vorrà senz’altro tempo, ma quel giorno tutti sapranno che l’uomo deceduto il 21 febbraio 2013, Salvatore Crisafulli, prima che il reduce da un incidente e dal coma, è stato questo: un guerriero. Indomabile e profetico, quasi immobile ma capace di sferrare la denuncia più micidiale contro la farsa materialista, e cioè l’idea che l’uomo – ogni uomo – valga nella misura in cui arriva e produce, trionfa e sa vantarsene.

Il tutto senza dare troppa importanza alla miopia di quanti, sentendone la storia, sperimentavano una compassione che lui, Salvatore, rovesciava in rabbia «contro un sistema sanitario che per interessi economici costringe la gente a vegetare». Ma di quale eutanasia andate blaterando – tuonava – se l’eutanasia di Stato esiste già, se per le Istituzioni i disabili più gravi non sono diversamente abili ma diversamente morti, reietti, costosi rompiscatole. Così, pur senza il favore della buona stampa e delle telecamere, che a stento immortalavano le sue sofferte proteste – altro che scioperini dietetici!-, Crisafulli ha saputo farsi interprete di un dramma sociale clandestino, che senza di lui sarebbe rimasto tale chissà quanto. (approfondisci sull’Eutanasia)

Non solo: col suo reportage dallo stato vegetativo e la sua narrazione del terrore che vivi quando tutti ti danno per spacciato e non hai neppure il fiato per mandarli a quel paese, è stato anche l’avvocato postumo, il difensore che Terri Schiavo (1963-2005) ed Eluana Englaro (1970-2009) non hanno avuto in tribunale, la prova vivente che l’unica cosa irreversibile, oggi, è l’ignoranza di chi crede alle persone trasformate in vegetali, alla favola eugenetica dell’uomo-pianta. Per questo Crisafulli faceva paura: era un guerriero tutto cuore e niente corazza, forte dell’unica arma che i suoi occhi brandivano continuamente, ora con dolcezza ora con indignazione: la verità. Adesso che non c’è più naturalmente ci manca. Ma il coraggio che ha dimostrato è troppo alto e la lezione consegnataci troppo nobile perché ci si azzardi a parlare al passato. Il guerriero per i diritti negati vive, e quei diritti sono ancora lì, da conquistare. Ora tocca a noi.

http://giulianoguzzo.wordpress.com/

L’amore ai tempi del DNA

dna-fhdLa porta dell’universo (Gattaca) è un film del 1997 scritto e diretto da Andrew Niccol, ambientato in un futuro dove sono emerse nuove lotte di classe tra chi è nato dopo essere stato geneticamente programmato e chi è no, ovvero tra validi e non validi. Non troviamo, dunque, individui potenziati da messi meccanici o elettronici ( come vorrebbe il cyberpunk), ma individui potenziati attraverso la manipolazione dei loro stessi cromosomi (in perfetto stile biopunk). Risvolti tecnologici della biologia… quando l’analisi di un capello può decidere l’inizio o la fine di una storia d’amore o la mappatura genetica quella di una vita. Solo fantascienza oppure vero e proprio nichilismo non dichiarato di una società sempre più biotecnologica?

Nel film alle coppie che hanno deciso di avere un figlio viene offerta l’alternativa a un fanciullo di Dio (un bimbo concepito nell’amore e in modo naturale ma con tutti i rischi del caso: malattie, caratteri ereditari, geni imperfetti, ecc), ovvero un bimbo con un corredo genetico perfetto. Il primo sarà un individuo di grado inferiore, buono solo a compiere umili lavori, mentre il secondo sarà un individuo valido e quindi destinato a un futuro brillante. Il protagonista del film, un fanciullo di Dio vede l’amore dei genitori rivolgersi verso il fratello più piccolo, un valido, poiché su di lui pende la terribile condanna di una malattia cardiaca, destinata prima o poi a manifestarsi nella sua vita. Questo scatena in lui una sorta di rivalsa che lo porta a spacciarsi per valido e ad innamorarsi (ricambiato) di una valida.

Fantascienza, dunque, eppure così vicina all’attuale scenario, che gira intorno alla diagnosi prenatale, una serie di esami che consentono di monitorare lo stato di salute del feto e quindi di individuare alcune patologie, anomalie cromosomiche e malattie genetiche. Come dire che è possibile ottenere una “mappa” abbastanza precisa del bimbo che attende di vedere la luce, una mappa in grado di dichiarare se egli sarà un valido o un non valido e, conseguentemente se sia il caso o meno di fargli vedere la luce.

L’amore ai tempi del DNA… quando un esame può mettere in ombra il sentimento più luminoso che esista; quando l’istinto cede il passo alla prudenza, decidendo di non “rischiare”. È la fantascienza diventa allora il ritenere Dio alla base di una causalità imperfetta che la scienza ha il dovere di correggere, privando l’essere umano della sua unicità proprio in quanto fanciullo di Dio.

Annarita Petrino Zenit.org

La maternità e’ un dono, non un errore da evitare

Si parla tanto di prevenzione, ma si previene una malattia, una patologia, non una gravidanza. La maternità non è un errore, un rischio da cui guardarsi, ma un dono. Così Medua Boioni Dedè, gia’ Presidente e tra i fondatori della confederazione italiana centri regolazione naturale fertilità commenta l’articolo apparso sul quotidiano Repubblica del 15 marzo dal titolo “Sesso sicuro – Nuovi contraccettivi, dal condom per lei allo stick sottopelle”. Il pezzo, inserito nella sezione “Salute” è accompagnato da una serie di commenti e approfondimenti e tra i titoli leggiamo “In arrivo anche in Italia gli ultimi metodi per evitare gravidanze indesiderate. Per le giovanissime si parla di doppia protezione: preservativo contro patologie sessuali e pillola anticoncezionale”. E poi ancora “E venne l’era dell’amore senza paura”.

Dottoressa Boioni, che cosa non la convince di quanto letto in queste pagine?  Direi tutto, ma soprattutto l’aspetto culturale e sociale, si dà per scontato che i giovanissimi abbiano o comunque cerchino di avere una vita sessuale attiva, ma non è sempre così, anzi. Gli adolescenti cercano amore, qualcosa che sia duraturo e non effimero, non possiamo rispondere a questi bisogni con i preservativi. Senza contare che ci sono delle conseguenze pesanti per gli adolescenti che vivono una sessualità precoce, ma di questo non si parla…

Quale tipo di conseguenze?  Innanzitutto psicologiche. I ragazzi vivono il primo rapporto come una prova, ma spesso rimangono frustrati perché non è come lo hanno immaginato, le ragazze invece aspettano con ansia questo momento perché perdendo la verginità si sentono più donne, ma poi rimangono molto deluse. Queste sensazioni negative spesso si trascinano negli anni, nelle relazioni. Purtroppo ho avuto a che fare con cinquantenni che ancora non avevano elaborato i traumi della prima volta, e ovviamente neanche lo sapevano…

Queste sono cose che non si raccontano: l’unico rischio da cui il mondo adulto sembra voler mettere al riparo i ragazzi è quello di avere un figlio, di compiere l’errore di rimanere incinta, ma una vita che nasce non è un rischio e tantomeno un errore. Inoltre ci si scorda di dire la cosa fondamentale, e cioè che per programmare una gravidanza l’unica cosa su cui agire è il proprio comportamento. Autocontrollo e autodeterminazione non sono dei paletti o delle restrizioni, ma anzi degli ingredienti essenziali per vivere a pieno l’intimità e la comunione con l’altra persona, che non può ridursi ad un incontro fisico.

Qualcuno non sarebbe d’accordo…  Nonostante quello che si crede non possiamo scindere il corpo dalla psiche e dalle emozioni, nemmeno l’uomo. Aneliamo comunque all’amore, non siamo soddisfatti dal piacere, perché il piacere finisce, quindi nessuno può dire che traiamo gioia da un incontro soltanto genitale.

Eppure la sessualità, o meglio il libertinaggio dei costumi e la promiscuità sono diventati la normalità e l’unica preoccupazione sembra non essere l’amore, bensì la contraccezione…  La mentalità contraccettiva non è altro che il rifiuto della possibilità del concepimento, in quanto l’ipotesi si una vita che nasce da un lato terrorizza i genitori, dall’altro è vista dai giovani come una possibilità remotissima. Così si ricorre all’educazione sessuale che però di educazione ha ben poco. Si spiegano gli strumenti con i quali scongiurare il rischio di una gravidanza, ma l’educazione ha ben altro scopo: quello di aiutare la persona a far uso di tutte le sue dimensioni comprese la ragione, l’intelligenza e la capacità di autocontrollo. Dico sempre ai ragazzi che incontro che chi ama davvero l’altra persona è in grado di autocontrollarsi, perché mette al centro l’altra persona, e qui non si tratta soltanto si evitare una gravidanza, ma di incontrare davvero l’altra persona. Si può provare un po’ di piacere, ma la gioia è tutt’altro…

Sempre sulle pagine di Repubblica la sessuologa Roberta Giommi dice “Costruire una mentalità preventiva è il sogno di chi si occupa di educazione alla sessualità e all’affettività”, è d’accordo?  Sarà il sogno suo, non certo il mio. O meglio se il sogno è fare in modo che le persone traggano dalla genitalità il massimo del piacere, allora sono d’accordo, ma questa non è sessualità. La Giommi parla di sesso e fertilità, sesso e sicurezza, mi chiedo se si sia scordata il binomio sesso e amore. Per me il sogno è fare in modo che le persone scoprano come attraverso il corpo si può mostrare amore all’altra persona, un amore che soddisfa e realizza l’intimo dell’uomo e della donna, in una donazione che ci consegna all’altro per l’eternità, qualcosa che dura al di fuori del rapporto sessuale, che è progetto di vita, che è il costruire qualcosa, all’interno della quale ovviamente rientrano anche i figli. Se ci si mettono dei valori dentro il rapporto sessuale si rinnova ogni giorno, perché cresce e diventa fecondo, un bambino non diventa un rischio ma il frutto di un rapporto. Il piacere non ci soddisfa perché passa. E’ la gioia che resta nel cuore…

 

La storia di Walter, il pastore, che ha rinunciato al trapianto per far spazio agli altri

Prima di tutto, prima di ogni riflessione, c’e’ la domanda: “Ma io lo avrei fatto?”. La risposta non e’ immediata, ma alla fine e’ un “no, forse no”. La mia debolezza mi scuote e solleva allo stesso tempo. Eppure, di fronte a Walter Bevilacqua, tolgo il cappello, con quel soffio di devozione piccola ma sincera che può sorgere anche tra uomini lontani.

Un pastore dei monti della valle Divedro, a pochi passi dal confine svizzero. Aveva vissuto lì, senza sposarsi mai, allevato dal nonno. Una vita per il lavoro, «senza mai un giorno di pausa», tra animali e agricoltura. È morto l’altro ieri, a 68 anni, nell’Ospedale in cui effettuava la dialisi per la sua grave malattia renale. Il cuore ha ceduto. La sua morte diventa notizia e schianto quando don Fausto Frigerio, il parroco del paese, rivela, durante la cerimonia funebre, che mesi prima aveva rinunciato al trapianto di un rene, per il quale era giunto il suo momento in lista d’attesa. Perché? «Sono solo – aveva confidato – non ho famiglia. Lascio il mio posto a chi ha più bisogno di me. A chi ha figli e ha più diritto di vivere».

Non sono d’accordo. Non è vero, per esempio, che qualcuno abbia più diritto di vivere di altri. Eppure, di fronte al suo atto di coraggio e dedizione, resto sbigottito e ammirato. Il suo altruismo lo conoscevano tutti, ma non fino a questo punto. È l’impennata dell’umano, che ogni tanto, da qualche parte del mondo, accade portentosa. Anche nel più sconosciuto borgo di montagna, nel cuore dell’uomo più semplice e meno erudito.

Ieri studiavo le principali teorie sulla storia e il suo corso. Tutte fondate sul male. La storia sarebbe lotta di classe, guerra di dominio, determinata dall’economia e dall’interesse. Ma come si fa a dirlo di fronte a fatti come questo? Come si fa a dire che l’uomo è solo “homini lupus”? Sì sì, eroe del giorno senza dubbio. Anzi, di più: uno dei tanti (tantissimi) eroi della storia umana. Con un’umile “correzione”: vorrei dirgli che la sua vita, proprio per questo suo cuore grande, non valeva, non è valsa, meno di nessun altra.

34. La masturbazione è un tranello?

Primo tranello. La prima esperienza che se ne fa, puo’ avere varie ragioni: curiosita’ o improvvisa scoperta della propria sessualita’, letture, TV, conversazioni con gli amici, solitudine, bisogno di compensazione affettiva,… Ma il piacere fisico che le è associato porta presto a riprodurre e moltiplicare l’atto iniziale. Rapidamente diventa un’abitudine ed è pericoloso, perché più vi si sprofonda più è difficile uscirne. Difficile, ma non impossibile. «Sappi che sei libero di fronte a questo problema, e che puoi risolverlo» : sono le parole rivolte da un padre al proprio figlio di 16 anni e che lo hanno molto aiutato. Bisogna anche distinguere fra un impulso sessuale spontaneo, o caratteristico del dormiveglia, e la masturbazione vera e propria, che comporta un atto cosciente e deliberato.

Secondo tranello. Si sente spesso dire, e ne veniamo condizionati, che masturbarsi è normale, non ha conseguenze ed è persino un’esperienza utile, positiva per l’equilibrio fisico e psichico… In realtà, le cose stanno in tutt’altro modo. Ogni volta che uso il mio corpo in un modo che non corrisponde alla finalità per la quale è stato creato, compio qualcosa di negativo sia per la mia psicologia che per la mia affettività. Tale atto, infatti, anche se procura un piacere immediato, rende tristi perché chiude in se stessi ed isola dagli altri. A poco a poco, complice l’immaginazione, si rimane presi in una spirale e ci si ritrova chiusi in un senso di colpa che rende ancora più difficile l’apertura agli altri e ad un vero amore. E questo senso di colpa indebolisce anche la volontà, facendo dubitare che ci sia una speranza.

È proprio da questo punto che si deve iniziare a rompere la spirale: esiste una speranza. E’ possibile abbandonare quelle abitudini. Il primo passo sta nel credere che siamo padroni della nostra sessualità: non sempre, certo, della nostra immaginazione, ma dei nostri atti, sì. Può partire di qui una rieducazione che comprenderà, oltre alla necessità di riaccostarsi al sacramento della riconciliazione (che fortifica la volontà e la speranza), la decisione di cambiare i propri comportamenti, a poco a poco ma con fermezza, soprattutto per quanto riguarda la vigilanza degli occhi e del cuore, una limpidezza di vita, il dono di sé nel servizio degli altri… Questa rieducazione è un cammino di vita e farà di noi uomini e donne capaci di stare in piedi, purificati e pronti ad amare.

Testimonianza

Ho scoperto la masturbazione durante la pubertà, e ben presto è diventata un piacere ossessivo ed insaziabile. Sapevo che era moralmente condannabile, ma non ci riuscivo a resistere per più di tre giorni consecutivi. I miei sensi di colpa mi facevano continuamente sforzare per uscirne, ma non serviva a niente. Anche il matrimonio non aveva cambiato le cose.
Molto tempo dopo, quando ho incontrato il Signore in modo decisivo, ho pensato nuovamente ad uscire da questo vizio, ma ancora una volta i miei sforzi andarono a vuoto. Il mio psicoterapeuta mi incoraggiava a vivere la mia sessualità così com’era, senza farmi troppi problemi. Sentivo però nel cuore, che il fatto di orientarmi verso un godimento solitario significava allontanarmi dagli altri e da Dio, e vivere in una specie di autoisolamento che in realtà non mi appagava.
Implorai allora il Signore di aiutarmi: mi sembrò che Dio mi rispondesse che non ne ero schiavo. Gli domandai allora di dimostrarmelo, aiutandomi ad esserne libero per qualche mese. E in effetti, senza sforzi particolari, fui liberato dalla masturbazione per sei mesi.

Ero felice. Ma ben presto l’abitudine riprese terreno e mi ritrovai come prima. Avevo dimenticato che i sei mesi di liberazione mi erano stati dati come segno, e che la mia debolezza non era una schiavitù.
Quando me ne ricordai, presi coscienza che con l’aiuto di Dio potevo uscirne.
Quando la tentazione si ripresentò, mi misi a pregare e fui molto dibattuto… Ma il Signore mi liberò.
Sono adesso dieci anni che ringrazio il Signore. Non solo mi ha liberato dalla masturbazione, ma, grazie a ciò, mi ha fatto avanzare nell’amore.

Carlo

33. Bene o male: non sono io l’unico giudice di cio’ che mi riguarda?

L‘uomo e’ stato creato libero e conserva sempre in se’ il gusto di questa liberta’, che si esprime in particolare nelle sue scelte e nelle sue decisioni. Si può anche dire che un’azione è umana solo se è libera.

  • Oggi molti ritengono che, in quanto liberi, nessuno deve dire loro che cosa è bene e che cosa è male. Naturalmente, ci sono delle regole che tutti più o meno accettiamo – per esempio quella di non commettere omicidi o di non scandalizzare i bambini – ma questo non vale per tutti i settori della nostra vita.

Molto spesso il nostro giudizio è influenzato dalle opinioni e dai comportamenti più diffusi. Il fatto che molti la pensino in un determinato modo, non significa però necessariamente che quell’opinione sia vera. E lo sentiamo. Eppure a volte, anche se controvoglia, seguiamo strade che, in fondo, disapproviamo.

Se consideriamo il mondo, notiamo che è regolato da leggi che dispongono gli elementi della natura l’uno in relazione all’altro, secondo un determinato criterio. Si forma così un insieme armonico, bello, chiamato dai filosofi e dai teologi «ordine del mondo».

  • Dio è il Principio supremo («causa prima») dell’ordine del monde e creatore di ogni cosa in esso contenuta. E, proprio in quanto «causa prima», Dio è anche «fine ultimo» dell’universo, poiché tutte le creature che procedono da Lui, e soprattutto l’anima umana, tendono a ritornare a Lui.
    L’uomo, per ritornare a Dio, deve osservare quelle leggi morali stabilite dalla volontà divina. E’ quanto vuole esprimere la Genesi quando parla dell’unico comandamento dato da Dio nel giardino dell’Eden: «…dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare», (Gen 2,17). E si può dire che il peccato originale consista nel tentativo dell’uomo di sostituirsi a Dio per decidere del bene e del male al posto suo.
  • Se non siamo dunque noi ad inventare il bene ed il male, come possiamo riconoscerlo? Ogni uomo è dotato della coscienza: essa «è il centro più segreto dell’uomo, il santuario dove egli è solo con Dio e dove si fa sentire la sua voce» (Concilio Vaticano II, «La Chiesa nel monde dei nostri tempi», §16). È proprio la coscienza che può aiutare l’uomo ad orientarsi verso il bene. Per questo è necessario ascoltarla. Ed è anche necessario illuminarla, formarla, prendendo l’abitudine di compiere azioni buone (esercizio delle virtù), facendosi ispirare dallo Spirito di Dio nella preghiera (« Porrò la mia Legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore », Ger 31, 33), Infine, ascoltando la Chiesa che ci aiuta a discernere il bene e il male alla luce di Cristo.

La gioia, nonostante un figlio in cielo

foto_cieloLa vera perfezione e’ quella del nostro cuore, quando è capace di amare davvero, al di là delle apparenze

Bianca e il suo sorriso. Trentaquattro anni di scanzonata “toscanita’”, e se ti specchi nei suoi occhi verdi, guardandovi molto bene dentro, noti una luce particolare. La luce di chi ha vissuto tanto, nonostante la giovinezza anagrafica, di chi ha gia’ fatto i conti non solo con la vita, ma persino con la morte. La morte di un figlio, il terrore di chiunque, l’unica cosa in grado di spezzarti a meta’, di creare una linea di confine tra un “prima” e un “dopo”. Lei questo viaggio l’ha fatto, l’ha vissuto al cento per cento. E allora perché questo sorriso? Ce lo racconta con la pace di chi ha già tirato le somme, e non si è trovato in credito: “Gabriele era affetto da una grave forma di ascite fetale. Curato nel grembo materno con ben dodici paracentesi (drenaggi di liquido dall’addome, ndr), arrivato spontaneamente al parto per vivere 34 giorni, alternando momenti critici a momenti di relativo benessere che lasciavano sperare. Nonostante la sua situazione ad un certo punto sembrasse sotto controllo, il suo cuoricino ha ceduto e una crisi cardiaca l’ha riportato al Padre, il 27 luglio del 2007”.

Bianca è sposata da dieci anni con Alessandro, carabiniere paracadutista. Insieme hanno consacrato il loro amore davanti a Dio, insieme hanno accolto Vanessa che oggi ha otto anni, insieme hanno superato molti momenti di apprensione nelle varie partenze di Alessandro per le missioni di pace. Insieme hanno desiderato la seconda gravidanza, poco più di cinque anni fa. All’inizio tutto procedeva bene, ma all’ecografia strutturale la doccia fredda. Da quel momento in poi il viaggio si è fatto molto duro. Il rifiuto categorico dell’aborto, l’approccio con un ginecologo di grande umanità che ha donato a Bianca non solo la sua abilità tecnica, ma un amore paterno che l’ha aiutata a non perdere mai il senso di quella gravidanza e della vita di suo figlio.

Insieme hanno spiegato alla loro primogenita, di allora soli tre anni, che quel fratellino tanto desiderato aveva una missione speciale, più speciale di quelle del suo papà, e che doveva avere tanta pazienza e tanta forza. “Per lei non è stato semplice – spiega Bianca – soprattutto perché è riuscita a vedere suo fratello di sfuggita solo una volta, il giorno prima che il suo cuoricino cedesse. Noi non sapevamo che l’avremmo perso. A posteriori, ho visto questo come un grande dono di Dio per Vanessa. Avrebbe potuto non vederlo mai vivo, sarebbe stato terribile…”.

La piccola è cresciuta forse un po’ in fretta, ma come tutti i fratelli di bambini speciali, è una “sorellina speciale” anche lei. A scuola dà a tutti i suoi compagni “lezioni di paradiso”, ha una risposta profonda per ogni quesito particolare, una sensibilità insolita per una piccola di quella età.

Bianca e Alessandro, subito dopo il trauma della perdita hanno avuto il privilegio di poter credere in Dio nonostante l’inevitabile dolore… “Ero con un gruppo di persone in una chiesa – racconta Bianca – mi sentivo infinitamente triste e piena di dolore, in quel momento avrei voluto solo andare via. Ho incollato i miei occhi al crocifisso e ho scoperto di provare rabbia. Proprio in quel momento, un ragazzo di nome Maurizio si è avvicinato a me, e quasi leggendomi nel pensiero, mi ha detto: “Piangi, se ne senti il bisogno. Nessuno ti giudica, qui”. Ho iniziato a piangere, e pian piano la rabbia è andata via. Dio non era cattivo, io ero la sua bambina, lui avrebbe guarito ogni ferita e così è stato. Siamo rinati. Eravamo travolti dal mondo, dentro un vortice di materialismo, nella pretesa di avere un figlio perfetto, tentati all’idea di scartare un figlio con eventuale handicap. Invece Gabriele ci ha guarito da questo perfezionismo: lui era perfetto nell’amore, e abbiamo capito che la vera perfezione è quella del nostro cuore, quando è capace di amare davvero, al di là delle apparenze. Lo avremmo voluto comunque fosse. Oggi quando guardo un bambino con problemi, vedo solo la luce nei suoi occhi, ed è una luce particolare”.

Bianca è luminosa, quando parla di Gabriele. Ha la maturità di chi sa bene cosa significhi “morte”. Bianca non racconta favole, non parla di suo figlio come di un angioletto custode, ripete sovente: “mio figlio è tre metri sotto terra con il corpo, è in paradiso con lo spirito”. Non blatera di “presenze” e “voci dall’aldilà”, non trasforma lo spirituale in spiritismo, conosce la differenza tra il bene e il male; la sua fede naturale ha trovato sapienza attingendo dalle Scritture, ed è una fede concreta. Bianca guarda al futuro con gioia, con speranza. E Bianca sorride ancora, carezzando suo terzo figlio, Michele, arrivato dopo suo fratello…

Sabrina Pietrangeli è presidente de La Quercia Millenaria Onlus 

32. Come mai il porno fa male alle relazioni?

E’ un fatto: giorno dopo giorno, finiremo con il considerare sempre di più la donna o l’uomo come un oggetto di consumo al servizio del nostro piacere. La nostra visione diventera’ parziale; invece di scoprire il nostro fidanzato o il nostro coniuge in tutte le dimensioni della sua personalità – con il suo corpo, la sua mente, il suo cuore, la sua intelligenza, la sua sensibilità… – ridurremo tutto esclusivamente alla ricerca del piacere fisico.

  • Nelle nostre relazioni con gli amici o nell’ambiente di lavoro, il nostro comportamento sarà focalizzato sul sesso, a causa della nostra memoria impregnata di immagini erotiche. I rapporti con gli altri diventeranno ambigui.
    Nella coppia, la pornografia distrugge l’amore – il vero amore, infatti, è dono di sé, ascolto dell’altro, delicatezza, tenerezza, attenzione – e il cuore può diventare cieco, soffocato dalla tristezza e dal disgusto generati dall’erotismo.
  • Il Creatore, però, ha inscritto nel profondo del nostro essere un’aspirazione alla purezza, aspirazione che rimane per sempre in noi, e di cui siamo consapevoli, anche se abbiamo fatto di tutto per nasconderla. E’ possibile ritrovare questa purezza, in qualunque situazione ci troviamo.
  • Innanzi tutto nel perdono di Dio. Poi nella vita di tutti i giorni, con la vigilanza del cuore: è un atteggiamento interiore che consiste nello scartare, con semplicità ma con fermezza, tutto ciò che può offuscare il nostro cuore. È saper distogliere lo sguardo, troncare una fantasticheria, non sfogliare una rivista, non guardare un manifesto pubblicitario,…
  • Di sicuro, a poco a poco, la nostra buona volontà prenderà il sopravvento, e ritroveremo la pace e la gioia del cuore.
Testimonianza

Chiara ed io abbiamo vissuto i primi due anni del nostro matrimonio come una giovane coppia «moderna»: uscite serali, amici, videocassette, cinema…. Volevamo vedere tutto e conoscere tutto. Ed è Così che siamo andati a vedere qualche film erotico.

Ne ridevamo molto rientrando a casa, mascherando Così un certo disagio ed un certo disgusto. Non volevamo lasciarci prendere dal senso di colpa. Di fatto, nei nostri rapporti sessuali, non era più veramente Chiara quella che io vedevo e viceversa. Certe immagini, insidiosamente, si imponevano e di fatto ci allontanavamo l’uno dall’altro.

Poi, una grave situazione familiare ci ha portati ad interrogarci su noi stessi e sulla nostra vita. Abbiamo capito che quelle immagini. conservate nella nostra memoria stavano soffocando il nostro amore. Abbiamo perciò deciso di non andare più a vedere simili proiezioni e, in generale, di non «trangugiare» più tutto quello che capitava sotto mano solo perché «alla moda». Questa decisione ci ha permesso di avere una vita più conforme alle nostre reali aspirazioni.

 Stefano

Chiara ed Enrico: un amore vero

chiaraenricoAmore: una parola che sentiamo ovunque. Ma quale sia l’amore vero e’ difficile da comprendere in questa societa’ sempre piu’ individualista. Un esempio concreto e’ stata per me l’unione tra Chiara Corbella ed Enrico Petrillo.

Visualizzando su internet i video delle loro testimonianze colpiscono subito lo sguardo dolcissimo di lei, il suo bellissimo sorriso e il fatto che il marito le appoggia una mano sulla schiena, per sostenerla. Insieme amavano ripetere le parole di San Francesco: «il contrario dell’amore non e’ l’odio, ma il possesso».

Oggi il materialismo e il consumismo tentano in tutti i modi di farci credere che per essere felici dobbiamo possedere quanti più beni possibili e questa smania di possesso si proietta anche nei rapporti sentimentali. Chiara ed Enrico hanno invece vissuto in controtendenza, affermando con la loro personale esperienza che amare significa donarsi: «noi non possediamo la vita dei nostri figli», dice Enrico, «nulla ci appartiene ma tutto è dono».

La coppia ha deciso di portare a termine due gravidanze, nonostante sapessero che, a causa di alcune malformazioni del feto, i loro due figli sarebbero rimasti sulla terra solo per pochi minuti, secondo le parole di Chiara, in “affidamento”. Padre Vito d’Amato, amico e padre spirituale della coppia, afferma che Chiara, in fase ormai terminale a causa di un tumore curato volutamente solo dopo la nascita di Francesco, il terzo figlio, per non compromettere la gravidanza, «lo ha preparato al distacco, lasciando che Enrico lo tenesse più tempo in braccio».

La scelta tra il dono e il possesso riguarda non solo il rapporto tra figli e genitori, ma anche tra uomo e donna: nel fidanzamento, dice sempre padre Vito, si impara a “perdere” e a lasciare andare l’altra persona. Il possesso come modalità di relazione può essere esercitato anche dai figli nei confronti dei genitori, tramite l’accanimento terapeutico.

Chiara, nella lettera al figlio, scrive: «se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono». Padre Vito commenta così: «chi si consuma per amore assomiglia a Cristo: la vita è quando doni. Non si vive solo per respirare, si vive perché si ama. La vita è bella solo se ti consumi per l’altro: o la vita la doni o la togli agli altri. Chiara ed Enrico hanno dato, non preso. Cosa resterà della tua vita?! Bisogna spendere la vita per amore».

Chiara, consapevole della fine imminente della sua vita terrena, preparava dei pacchi da dare ad altre ragazze terminali che aveva conosciuto: «è vissuta regalando, donando tutto». Nonostante la loro prima figlia, Maria Grazia Letizia, sia morta dopo soli 30 minuti di vita, Chiara riesce serenamente a dire: «è stato un momento di festa: se io avessi abortito cercherei solo di dimenticare, invece potrò raccontare di questo giorno speciale».

Ed Enrico le fa eco: «è nostra figlia, la terremo così com’è […] Che senso ha questa vita? Ha un senso se si è amati e Dio ci ha desiderato. Dice il Signore: “prima di formarti tuo padre e tua madre Io ti conoscevo”. Per quanto tuo padre e tua madre ti hanno voluto bene… (o non ti hanno voluto bene!) qualcun Altro ti ha voluto, sai!». Riecheggiano le parole di Isaia (49,8-26): «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero,  Io invece non ti dimenticherò mai». Nel 2005, quando ancora Chiara non era malata, parlando della loro prima figlia, Enrico afferma: «ho perso mio padre di infarto quando avevo 23 anni. È difficile accettare che le persone che amiamo muoiano. Io mi occupo di malati terminali come fisioterapista, forse è un po’ una vocazione…».

Riascoltando queste parole sapendo che poi Enrico avrebbe perso anche la moglie, è ancora più sorprendente ascoltarlo dire: «vale la pena di vivere solo se si è disposti ad amare veramente. Noi ci siamo sempre sentiti amati da Dio. Dio non è vero che “ama tutti”: “ama ognuno”! Ogni figlio è amato in modo diverso; io so come ama me e non so come ama te. Lasciati amare! È bello lasciarsi amare da Dio. Il problema è se tu ti vuoi far consolare, se ti lasci consolare da Lui! Non ci può essere la Grazia senza la libertà: Dio non ti costringe ad essere amato. La menzogna è che Dio non sia buono; Satana sussurra sempre al nostro cuore che Dio non ti ama».

Questo uomo e questa donna insieme hanno scelto in forza di una visione della vita imperniata su una fiducia, su una donazione, su un amore incondizionato. Pensando a questa giovane coppia e al loro amore, sempre più mi rendo conto, insieme ad Albert Camus, che «non essere amati è una semplice sfortuna; la vera disgrazia è non amare».

Di Irene Bertoglio (autore)

Insomma, perchè la famiglia? (Pino Pellegrino)

foto_famigliaParliamo di fatti provati in lungo e in largo da migliaia di psicologi i quali hanno accertato il bisogno innato di amore di ogni neonato umano. Bisogno che, per essere soddisfatto, deve avere questi caratteri: essere costante, personalizzato e totale.

Secondo noi, le ragioni di fondo che spiegano il perché della famiglia, intesa come nucleo di società umana formata da un uomo e da una donna che hanno intenzione di perdurare nella loro unione e di aver figli, le ragioni di fondo, dicevamo, sono due.
La prima è il fatto che l’uomo ha un innato bisogno di appartenenza.
Nessuno ama essere figlio di nessuno!
In altre parole, tutti nasciamo con il bisogno di una qualche paternità e maternità.
Un bisogno innato e così naturale per cui al piccolo dell’uomo non interessa tanto (si noti!) chi lo mette al mondo; interessa chi si prende cura di lui!
Se i tre o quattro bambini che nascono mentre state leggendo questa riga potessero parlare, direbbero: “Non siamo pietre: non ci basta esistere. Non siamo piante: non ci basta respirare. Non siamo bestie: non ci basta mangiare. Siamo uomini: abbiamo bisogno che qualcuno ci guardi: bisogno d’essere fatti propri da qualcuno!”.
Ecco: siamo così fatti, d’aver tutti bisogno di un secondo cuore. Chi lo trova, vive; chi non lo trova, muore. Non stiamo scrivendo sopra le righe. Stiamo parlando di fatti provati in lungo e in largo da mille psicologi i quali hanno accertato al cento per cento il bisogno innato di amore di ogni neonato umano.
Bisogno che per essere soddisfatto deve avere questi caratteri: essere costante, personalizzato e totale.
Ebbene, solo un grembo familiare può dare al piccolo un amore con questi tre connotati. Ci spiace che lo spazio ci impedisca di provarlo nei dettagli (l’abbiamo fatto altrove).
Ma, pur nella brevità, desideriamo che si sappia che siamo proprio convinti di ciò che diciamo, cioè che la famiglia è l’istituzione ideale per soddisfare il bisogno di appartenenza, il bisogno naturale d’amore dell’essere umano con i tre connotati accennati.
Qualora si trovasse un’istituzione che rispondesse meglio a tale necessità di fondo, saremmo i primi ad abbandonare la famiglia e ad abbracciare la nuova soluzione. Ma fino ad oggi non si è trovata! Né, siamo convinti, si troverà mai, a meno che non cambi l’identità dell’uomo!
La seconda ragione che spiega il perché della famiglia è il fatto che l’uomo, tra tutte le specie animali, è quello che nasce il più inetto.
Potremmo dire che nasciamo, tutti, troppo presto; a differenza degli animali che nascono non inetti, ma atti!
Il piccolo della giraffa, ad esempio, riesce a stare dritto sulle proprie gambe appena venti minuti dalla nascita; lo stesso vale per i pulcini della gallina, per i piccoli dei passerotti, delle quaglie, subito pronti per la vita autonoma.
Il piccolo dell’uomo, invece, dopo la nascita ha bisogno di continuare a nascere.
Ciò può avvenire (è qui che scatta il ragionamento!) solo se vede qualcuno che già viva da uomo e gli faccia da modello. L’uomo cresce solo all’ombra di un altro uomo.
Anche questa è una legge naturale, come quella del secondo cuore.
Non è il rapporto con le cose che ci fa crescere; neppure il rapporto con gli animali, ma solo il rapporto con altri uomini cresciuti.
In una parola: il bambino, per crescere, ha bisogno di incontrarsi, fin dalla nascita, con un uomo ed una donna ‘adulti’, nel senso proprio della parola (adulto, cioè cresciuto).
Fin dalla nascita, abbiamo detto.
È abbondantemente provato, infatti, che sono i primissimi anni a guidare la vita intera.
È impossibile crescere uomini se non si è accolti amorevolmente, fin dalla nascita, da qualcuno che ci insegni i primi elementi della grammatica umana.
Tiriamo la somma:

.. Ha ragione l’antropologa Margaret Mead (1901-1978): “Per quante ‘comuni’ (convivenze a più) si possano inventare, la famiglia torna sempre di soppiatto”.
Bersagliare la famiglia è sparare alla Croce Rossa! In questo caso dobbiamo concordare con Giuseppe Mazzini (1805-1872): “Non attentate alla famiglia: è un concetto di Dio, non nostro!”.

DITEMI SE NON È UN MARITO STUPENDO!
Una giovane donna tornava a casa dal lavoro, quando con il parafango andò ad urtare il paraurti di un’altra auto.
Si mise a piangere quando vide che era una macchina nuova, appena ritirata dal concessionario.
Come avrebbe potuto spiegare il danno al marito?
Il conducente dell’altra auto fu comprensivo, ma spiegò che dovevano scambiarsi il numero della patente ed i dati del libretto.
Quando la donna cercò i documenti in una grande busta marrone, cadde fuori un pezzo di carta.
In una decisa calligrafia maschile c’erano queste parole: “In caso di incidente, ricorda, tesoro, che io amo te, non la macchina!”.
Parole d’oro che riportarono la primavera nel cuore della donna!

DITEMI SE NON È UNA MOGLIE STUPENDA!
“Vi sono donne che dicono: “Mio marito può pescare, se desidera, ma i pesci li dovrà pulire lui!”. Non io!
A qualunque ora della notte io mi alzo dal letto e lo aiuto a disporre, pulire e salare i pesci. È così bello noi due soli in cucina, ogni tanto i nostri gomiti accanto. E lui dice cose del tipo: «Questo mi ha dato del filo da torcere. Luccicava come l’argento, quando balzò in aria…!». E mima il salto con la mano. Attraversa la cucina, come un profondo fiume, il silenzio del primo incontro.
Infine i pesci sono sul piatto, si va a dormire.
L’aria balugina d’argeno: siamo marito e moglie”. (Adelia Prado)

Le cause della sterilita’ e la vittoria dell’affido e dell’adozione

La sterilita’ biologica è una delle piaghe silenziose che stanno affliggendo la nostra societa’. Tante sono le cause che hanno minato la fecondita’ sponsale; puo’ essere di beneficio analizzarle per aiutare quella pastorale familiare che sarà al centro del prossimo Sinodo straordinario sulla famiglia nel mese di ottobre.

Il primo ostacolo che produce la sterilità è legata principalmente al fattore dell’età. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una catechesi del mondo che ci ha spinti a cercare prima la realizzazione personale e dopo aprirsi alla missione di formare una famiglia. Se nei tempi passati era necessario essersi laureati o aver trovato un lavoro, ora le precondizioni per sposarsi sono molto più esigenti. Sembra essere diventato necessario avere una casa di proprietà, essere affermati nella propria carriera, avere accumulato una somma di denaro adeguata necessaria per affrontare eventuali imprevisti. Questo modo di pensare ha condotto i futuri sposi a rimandare di tanti anni il loro progetto di amore.

Oltre a questo aspetto vi è un secondo molto diffuso nei nostri tempi: la scelta della convivenza invece del matrimonio. Oggi assistiamo a tante coppie di fidanzati che prediligono una scelta provvisoria invece di scegliere il legame definitivo del matrimonio. E’ interessante notare che non si tratta solo di una questione religiosa, perchè tantissime coppie rifiutano anche il matrimonio civile.

Questa provvisorietà è frutto sicuramente di una insicurezza sulla propria relazione affettiva, e questa incertezza blocca o limita l’apertura alla vita. Il matrimonio è per sua natura una alleanza per tutta la vita, nella quale ognuno si impegna ad amare l’altro nella buona e nella cattiva sorte. La promessa di amare la moglie o il marito è precondizione che apre ad accogliere i figli e ad impegnarsi ad educarli e amarli per tutta la vita. Questi presupposti di amore, tipici del matrimonio, sono infranti dalla scelta della convivenza. E se le coppie conviventi decidono di aprisi alla vita, normalmente si fermano ad avere uno o al massimo due figli.

Vi è un terzo elemento che viene poco pubblicizzato dai mezzi di comunicazione che causa la sterilità: il fattore ambientale. Quando si parla dell’inquinamento ambientale uno normalmente lo associa ai problemi di salute che possono insorgere, come l’aumento del numero di tumori o di nuove malattie sino a questo momento sconosciute. Poco invece si lega la salute ambientale alla fecondità della coppia. Le statistiche sulla sterilità confermano questa tesi: le zone del pianeta dove la natura è rimasta intatta e dove si continuano ad utilizzare prodotti naturali per nutrirsi e per curarsi, registrano un altissimo grado di fertilità. Da questo di deduce che anche i ritmi frenetici sono un fattore determinante per il concepimento di una nuova vita umana.

Davanti a queste problematiche, una buona pastorale familiare deve offrire delle soluzioni alla piaga della sterilità che arriva a toccare la profondità del’animo dell’uomo e della donna. E quando si parla di sterilità bisogna evitare di cadere nell’errore di considerarla come la mancanza assoluta di figli. Sterilità è anche quando una coppia si trova dentro l’età fertile e non arriva un figlio anche avendo avuto altri figli. Il desiderio di maternità e paternità non è legata all’avere già figli, ma è un progetto sempre nuovo di accogliere una vita anche avendo vissuto varie volte la meravigliosa esperienza del dono della genitorialità.

In questo contesto di sterilità biologica esistono due forme di accoglienza della vita che fioriscono dalla fecondità spirituale: l’adozione e l’affido. Queste forme di genitorialità nascono da una fecondità spirituale e presuppongono una disponibilità ad aprire il proprio cuore a bambini che sono stati concepiti da altri.

Scegliere l’affido o l’adozione è una decisione che matura dentro la coppia. Normalmente l’adozione è scelta delle coppie più giovani senza figli o coppie abbastanza giovani che desiderano avere un altro figlio. L’affido è una forma di accoglienza ideale per coloro che sono avanzati in età, hanno già figli e desiderano vivere il desiderio di genitorialità con la consapevolezza che si tratta di una forma di accompagno limitata nel tempo. Infatti il cuore della missione affidataria è quella di completare e coaudivare la maternità e la paternità della famiglia d’origine.

Essere genitori affidatari significa prendersi carico di una vita umana che ha bisogno di un sostegno e di conforto per raggiungere la sua maturazione umana e spirituale. Anche se l’affido dura pochi anni, l’esperienza insegna che quei legami rimangono vivi per tutta la vita con una intensità alcune volte più forte rispetto con quelliìa che si instaura con un figlio biologico. Avere una alternanza di bambini o ragazzi accolti nella propria casa costituirà una grande ricchezza per tutta la famiglia, senza dimenticare i vari problemi di inserimento che ogni volta dovranno essere affrontati da parte di tutti. Accogliere significa portarsi dentro casa anche tutte le varie situazioni di difficoltà del ragazzo affidatario e farlo sentire amato a partire dalle tante piccole situazioni della vita quotidiana.
Osvaldo Rinaldi – www.zenit.org

Lettera di Dio per te

Caro/a figlio/a:

Tu, che sei un essere umano, sei il mio miracolo. E sei forte, capace, intelligente e pieno di doni e di talenti. Raccontali ed entusiasmati per loro. Riconosciti. Trovati. Accettati. Esortati. E pensa che da questo momento puoi cambiare la tua vita in bene, se te lo proponi e ti riempi di entusiasmo. E soprattutto, se ti rendi conto della felicità che puoi ottenere se solo lo desideri.

Sei la mia creazione più grande. Sei il mio miracolo. Non temere di iniziare una nuova vita. Non lamentarti mai. Non tormentarti. Non deprimerti. Come puoi temere, se sei il mio miracolo? Sei dotato di poteri sconosciuti a tutte le creature dell’universo. Sei unico. Nessuno è uguale a te. Sta solo a te accettare la via della felicità e affrontarla, e andare sempre avanti fino alla fine. Semplicemente perché sei libero.

In te è il potere di non attaccarti alle cose. Le cose non fanno la felicità. Ti ho creato perfetto perché approfittassi della tua capacità e non perché ti distruggessi con cose superficiali. Ti ho dato il potere di pensare, di amare, di determinare, di ridere, di immaginare, di creare, di pianificare, di parlare, di pregare… Ti ho dato il dominio di scegliere il tuo destino usando la tua volontà. Cosa hai fatto di queste forze enormi che ti ho dato? Non importa. Da oggi in poi dimentica il tuo passato, usando in modo saggio questo potere di scelta.

Scegli di amare anziché odiare, scegli di ridere anziché piangere, scegli di agire anziché rimandare, scegli di crescere anziché consumarti, scegli di benedire al posto della blasfemia, scegli di vivere anziché morire.

E impara a sentire la mia presenza in ogni azione della tua vita. Cresci ogni giorno un po’ di più nell’ottimismo della speranza. Lasciati indietro le paure e il senso di sconfitta. Io sono sempre al tuo fianco. Chiamami, cercami, ricordati di me. Vivo in te da sempre e ti aspetto sempre per amarti. Se devi venire da me un giorno… che sia oggi, in questo momento. Ogni istante che vivi senza di me è un istante infinito di pace che perdi.

Cerca di diventare bambino, semplice, innocente, generoso, con la capacità di stupirti e di commuoverti di fronte alla meraviglia di sentirti umano, perché puoi conoscere il mio amore, puoi sentire una lacrima, puoi comprendere il dolore…

Non dimenticare che sei il mio miracolo. Che ti voglio felice, con misericordia, con pietà, perché questo mondo in cui transiti possa abituarsi a ridere, sempre che tu impari a farlo. E se sei il mio miracolo, allora usa i tuoi doni e cambia il tuo ambiente, contagiando speranza e ottimismo senza timore, perché io sono al tuo fianco.

Con tutto il mio affetto, DIO

da: http://it.aleteia.org

31. Che cos’e’ il peccato originale?

Dio ha creato l’uomo e la donna a sua immagine perche’ siano pienamente felici del loro essere «uomini» e figli di Dio, vale a dire perche’ possano partecipare alla vita intima di Dio e realizzarsi attraverso il dono disinteressato di se stessi.

Ma l’uomo, sedotto dal demonio che lo fa dubitare della parola di Dio, decide da quel momento in poi di non dipendere più da nessuno e di essere luce a se stesso. Deciderà da solo ciò che è bene e ciò che è male. L’uomo volta deliberatamente le spalle a Dio, separandosi così dalla sorgente dell’amore. E’ questo il peccato originale. Dio rispetta la decisione dell’uomo. Ecco allora l’irreparabile rottura, quella dei primi uomini, che, ancora oggi, ha conseguenze su ciascuno di noi e intorno a noi.

La rottura con Dio comporta :
– sicuramente la perdita del rapporto filiale con Lui. Per la prima volta, l’uomo ha paura e si vergogna davanti a Dio. L’uomo si nasconde: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura » (Gen 3,10). L’uomo si allontana da Dio credendo che sia Lui ad allontanarsi…
– una malattia della libertà. Utilizzata una prima volta contro l’amore, la libertà rimane da quel momento combattuta tra ciò che è bene e ciò che è male. Coscienza e intelligenza sono annebbiate. A partire da quel momento, l’uomo non sa più come esercitarle in modo ordinato e coerente. Ed anche la volontà, che è lo strumento attraverso il quale si esercita la libertà, è indebolita. «Non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto», constata San Paolo (in Rm 7,15). La volontà, infatti, è incapace di imporsi con determinazione ed autorità e si lascia dominare dalle passioni, paralizzare dai sensi di colpa rinunciando al suo compito… In questo modo, spesso disturba la crescita della libertà. Ne deriva la perdita dell’unità profonda dell’essere umano : l’uomo è diviso in se stesso.
– una rottura nelle relazioni. Infatti, la decisione presa dall’uomo di non dipendere che da se stesso e di esistere per sé e non più per l’altro, si ripercuote in tutte le sue relazioni: si accusa l’altro, quello che mi succede è colpa sua. Da alleato, diventa rivale, rappresenta una minaccia. Allora diffido di lui, ne ho paura. Ecco perché lo aggredisco e cerco di dominarlo, oppure lo evito… o, ancora, lo concupisco come oggetto per il mio piacere. Non si vuole più aver bisogno dell’altro. Si vorrebbe, al contrario, che fosse come noi, si rivendica un’uguaglianza che sopprima le differenze… Tutto ciò, però, non soddisfa il bisogno di amore e la chiamata al dono di sé inscritti nella parte più profonda del cuore dell’uomo. L’uomo vive così una contraddizione interiore dolorosa nei confronti di se stesso, di Dio e degli altri. Non conosciamo forse tutti per esperienza qualcosa di questo stato d’animo?
– un deterioramento del rapporto con la creazione. L’uomo, che aveva ricevuto come missione di «sottomettere» il mondo nell’amore e per amore, è fortemente tentato di lavorarvi per manifestare la propria potenza e appropriarsene.

Ma Dio non si arrende di fronte a questo groviglio. L’uomo non può ristabilire da solo la sua relazione con Dio. Dio, allora, prende l’iniziativa straordinaria di inviare in mezzo a noi il proprio Figlio, Dio stesso che si fa uomo (l’incarnazione). Dicendo «sì» ed offrendo fino in fondo la sua vita per noi, il Figlio, Gesù Cristo, ci ha liberato dal peccato. Ogni uomo, accogliendo la salvezza, viene restituito a se stesso perché torna ad essere figlio del Padre. Gesù ci ha reso nuovamente possibile la relazione filiale con il Padre. E’ una nuova creazione.

La perdita del coniuge ci fa nudi ed indifesi

perdita-congiuntoQuando ho saputo che Marco, il marito di Beatrice, era giunto alla casa del Padre, ho provato una stretta al cuore. Dopo tanti anni quel che ricordo di Beatrice sono sempre due cose: le sue risate e la sua capacità di amare.

Bella, intelligente, con due occhi azzurri splendenti spontaneità, allegra ed autoironica. Quante risate fatte insieme!

Ed ora?

Dove si sarà nascosta la voglia di ridere di Beatrice, ora che l’amore della sua vita ha concluso il suo passaggio sulla terra, lasciando una moglie innamorata.

In punta di piedi, le scrivo.

Carissima Beatrice, ho saputo ora che Marco ti ha preceduta in paradiso. Non so quante lacrime starai versando, ma, proprio perché le vedo impreziosite da un dolore profondo, non voglio scriverti belle parole. Non ne troverei qualcuna all’altezza. Ma un abbraccio ci tengo a mandartelo. Tutti noi arriviamo, prima o poi, alla scommessa finale. Quella per cui ci giochiamo la fondamentale domanda: è vero che siamo nati e non moriremo mai più? Farsi questa domanda mentre qualcuno ci abbraccia, credo che ci aiuti a togliere la risposta dagli scaffali della filosofia e della teologia per riporla lì dove deve stare: sulla nostra scrivania. Sui passi della nostra concreta vita. Sui fatti che ci piombano addosso provocando la nostra anima a reagire. Carissima Beatrice, che Dio benedica la tua anima fino a farle intuire con forza che siete vestiti di vita: tu e Marco. Che il Signore dell’universo apra gli occhi del tuo cuore, facendoti vedere la vicinanza invisibili di colui che la vita ti ha donato come marito. E che tu sia piena di felicità quando, un giorno, lo riabbraccerai ed insieme direte a Dio: “Grazie delle altre vite che sono nate dal nostro amore e di tutto quel che noi due abbiamo costruito insieme”…”

La sera stessa Beatrice mi risponde, donandomi “dolorosa saggezza”, con poche e vere parole.

Cristina, sto attraversando un periodo di sofferenza. Credevo di essere preparata alla separazione da Marco perché lui ha cercato, durante la sua malattia, di prepararmi in tutti i modi. Mi diceva “Beatrice è il momento giusto, non voglio morire vecchio e decrepito, non voglio sentire il mio fisico perdere le forze, devo solo essere grato per la vita che ho avuto, sono stato un uomo fortunato. Pensa solo ai figli ed ai nipoti che sono nati tutti sani. Sono in pace e sereno”. Questo discorso me l’ha ripetuto e ripetuto quando ci prendevamo per mano e andavamo a fare la nostra passeggiata, quando lo curavo con tutto il mio amore e quando, con un calcolo molto preciso da medico qual era, mi ha detto “adesso basta, sono arrivato”.

E’ stato allora che mi ha chiesto “Ma tu pensi che ci rivedremo?”

“Credo di si”

“Allora ti aspetto”.

Ed io ho creduto che tutta questa serenità che mi ha sempre donato per cinquanta anni mi avrebbe accompagnato. Invece sto facendo i conti con un dolore cupo, con un pianto che anche mentre ti scrivo mi offusca la vista. Mi dico che ci sono mamme che soffrono dolori più duri, mi dico che ho condiviso la vita con un uomo buono, e mi dico che dovrei dire solo grazie. Ragiono, ragiono … ma Cristina, sto proprio male… e scusami ma questa sera avevo proprio bisogno di te…”

Non c’è niente da fare: quando Dio stesso scrive il nome di una persona sul tuo cuore, ti dona la capacità di guardarlo con i suoi stessi occhi. Allora te ne innamori e lui diventa “unico”.

Da quel momento il termine “provvisorio” viene cancellato dal tuo vocabolario interiore e la magia del “per sempre” entra nella tua anima, disseminandola di “noi”.

Noi ci ameremo.

Noi ci sposeremo.

Noi faremo dei figli.

Noi invecchieremo insieme.

Pian piano le nostre radici diventano così inestricabilmente intrecciate da rendere inconcepibile il solo pensiero di separarle.

Poi, inevitabilmente, arriva…

Cara Beatrice, appena te la senti, asciugati gli occhi e guarda bene: c’è dell’altro da acchiappare. Il tuo amore  non è svanito nel nulla perché ha il sigillo con su scritto “più in là”.

Pian piano Dio strapperà il tuo futuro dalle grinfie della disperazione e lo colorerà con la fede negli abbracci eterni che ti aspettano.

E non pensare che Dio non stia agendo solo perché ti senti vuota, spersa, arrabbiata, disperata e irrimediabilmente rotta.

Non giudicarti male quando sentirai persino invidia (sentimento che, normalmente, non ti appartiene) verso coppie che vedrai ancora insieme; perdonati con facilità, per non aggiungere dolore a dolore.

Non catalogarti come donna di poca fede se penserai al paradiso con una bella dose di dubbi; fa parte del gioco.

Quando si affronta la morte, è necessario avere molta compassione di noi stessi. Stiamo faticando e soffrendo per arrivare alla vetta, ma è da lì che si vede il panorama completo del senso della vita.

Vicino al cielo, con un solo sguardo, si può vedere il passato, il presente e le colline future che ci attendono. E’ da lì che scoprirai come tutto abbia avuto un senso.

Il primo bacio che hai dato a Marco, ha avuto il tifo di tutto il paradiso!

Ogni risata fatta insieme, ogni difficoltà superata, ogni perdono regalato…tutto è stato protetto dal Cielo perché voi eravate la perla preziosa voluta da Dio.

“Siete” la Sua perla preziosa. Per sempre.

«Nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna. Come infatti la donna deriva dall’uomo, così l’uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio» (1 Cor 11,11-12).
Maria Cristina Corvo  www.zenit.org

L’amore secondo i bambini

Degli psicologi hanno posto a bambini dai 4 agli 8 anni, la domanda: Cosa vuol dire amore? Queste le risposte…

L’amore è la prima cosa che si sente, prima che arrivi la cattiveria. Carlo, 5 anni

Quando nonna aveva l’artrite e non poteva mettersi più lo smalto, nonno lo faceva per lei anche se aveva l’artrite pure lui. Questo è l’amore. Rebecca, 8 anni

Quando qualcuno ci ama, il modo che ha di dire il nostro nome è diverso. Sappiamo che il nostro nome è al sicuro in quella bocca. Luca 4 anni

L’amore è quando la ragazza si mette il profumo, il ragazzo il dopobarba, poi escono insieme per annusarsi. Martina 5 anni

L’amore è quando esci a mangiare e dai un sacco di patatine fritte a qualcuno senza volere che l’altro le dia a te. Gianluca 6 anni

L’amore è quando qualcuno ti fa del male e tu sei molto arrabbiato, ma non strilli per non farlo piangere. Susanna 5 anni

L’amore è quella cosa che ci fa sorridere anche quando siamo stanchi. Tommaso 4 anni

L’amore è quando mamma fa il caffè per papà e lo assaggia prima per assicurarsi che sia buono. Daniele 7 anni

Se vuoi amare devi cominciare da un amico che detesti. Michele 6 anni

L’amore è quando una donna vecchia e un uomo vecchio, sono ancora amici anche se si conoscono bene. Tommaso 6 anni

L’amore è quando mamma da a papà il pezzo più buono del pollo. Elena 5 anni

L’amore è quando il mio cane mi lecca la faccia, anche se l’ho lasciato solo tutta la giornata. Lorenzo 4 anni (quasi…)

Non bisogna mai dire ti amo se non è vero. Ma se è vero bisogna dirlo tante volte. Le persone dimenticano. Jessica 8 anni

Un sorriso all’aurora

cuore-al-tramonto2Raoul Follereau si trovava in un lebbrosario in un’isola del Pacifico. Un incubo di orrore. Solo cadaveri ambulanti, disperazione, rabbia, piaghe e mutilazioni orrende.
Eppure, in mezzo a tanta devastazione, un anziano malato conservava occhi sorprendentemente luminosi e sorridenti. Soffriva nel corpo, come i suoi infelici compagni, ma dimostrava attaccamento alla vita, non disperazione, e dolcezza nel trattare gli altri.
Incuriosito da quel vero miracolo di vita, nell’inferno del lebbrosario, Follereau volle cercarne la spiegazione: che cosa mai poteva dare tanta forza di vivere a quel vecchio così colpito dal male?
Lo pedinò, discretamente. Scoprì che, immancabilmente, allo spuntar dell’alba, il vecchietto si trascinava al recinto che circondava il lebbrosario, e raggiungeva un posto ben preciso.
Si metteva a sedere e aspettava.
Non era il sorgere del sole che aspettava. Né lo spettacolo dell’aurora del Pacifico.
Aspettava fino a quando, dall’altra parte del recinto, spuntava una donna, anziana anche lei, con il volto coperto di rughe finissime, gli occhi pieni di dolcezza.
La donna non parlava. Lanciava solo un messaggio silenzioso e discreto: un sorriso. Ma l’uomo si illuminava a quel sorriso e rispondeva con un altro sorriso.
Il muto colloquio durava pochi istanti, poi il vecchietto si rialzava e trotterellava verso le baracche. Tutte le mattine. Una specie di comunione quotidiana. Il lebbroso, alimentato e fortificato da quel sorriso, poteva sopportare una nuova giornata e resistere fino al nuovo appuntamento con il sorriso di quel volto femminile.
Quando Follereau glielo chiese, il lebbroso gli disse: «È mia moglie!».
E dopo un attimo di silenzio: «Prima che venissi qui, mi ha curato in segreto, con tutto ciò che riusciva a trovare. Uno stregone le aveva dato una pomata. Lei tutti i giorni me ne spalmava la faccia, salvo una piccola parte, sufficiente per apporvi le sue labbra per un bacio… Ma tutto è stato inutile. Allora mi hanno preso, mi hanno portato qui. Ma lei mi ha seguito. E quando ogni giorno la rivedo, solo da lei so che sono ancora vivo, solo per lei mi piace ancora vivere».

Certamente qualcuno ti ha sorriso stamattina, anche se tu non te ne sei accorto. Certamente qualcuno aspetta il tuo sorriso, oggi.
Se entri in una chiesa e spalanchi la tua anima al silenzio, ti accorgerai che Dio, per primo, ti accoglie con un sorriso.
(dal Bollettino Salesiano)

Le piu’ belle frasi sulla preghiera di Padre Andrea Gasparino

 Padre Gasparino e’ stato un maestro di preghiera che ha insegnato a pregare e a vivere il Vangelo a intere generazioni di giovani. Ecco alcune delle sue perle tratte dalle sue catechesi.

“Non cercate la gioia per averla, cercatela per saperla dare” (da Il segreto della gioia) (Padre Andrea Gasparino)

“Da come amo gli altri, io testimonio Dio. Da come so amare, i nostri poveri devono percepire la presenza di Dio in me.” (Padre Andrea Gasparino)

“Ora, dal cielo, vi aiuterò veramente. Non abbiate paura di nulla” dal testamento di Padre Andrea Gasparino

“Bisogna allenarsi al ringraziamento, farlo diventare la legge della nostra preghiera” (Padre Andrea Gasparino)

“Gesù, non potrò mai dubitare del tuo cuore; quando manco di fiducia in te sono uno sconoscente, sono un infelice, perché è segno che ho ancora tutto da comprendere di te.” (Padre Andrea Gasparino)

“Se a ogni mancanza mi educo a scegliere una riparazione adeguata, il male non mette radici in me; passa, mi ferisce, ma la ferita cicatrizza” (padre Andrea Gasparino)

“E’ fuori della chiesa che ci aspetta Dio ogni giorno per provare la sincerità del nostro amore” (Padre Andrea Gasparino)

“Bisogna perdonare anche quando il perdono è impossibile” (Padre Andrea Gasparino)

“Accettare se stessi non significa accettare il peccato; significa soltanto accettare i propri limiti ed essere contenti” (Padre Andrea Gasparino)

“Non deve uscire dalla mia bocca ciò che non uscirebbe se fosse presente quella persona di cui parlo” (Padre Andrea Gasparino)

“Dio attende la nostra risposta , perchè l’amore non è mai a senso unico. L’amore desidera essere corrisposto” (Padre Andrea Gasparino)

“Credo che tutti i giorni dobbiamo chiedere al Signore il dono della  preghiera, perché chi impara a pregare impara a vivere.” (Padre Andrea Gasparino)

“La più bella scuola di gioia è aprire gli occhi sui doni che Dio ci fa”(Padre Andrea Gasparino)

“La preghiera e l’amore ottengono l’impossibile” (Padre Andrea Gasparino)

“Non confondiamo il piacere con la gioia. Il piacere non ci migliora, la gioia ci migliora sempre” (Padre Andrea Gasparino)

“Gesù non ha detto che il Padre dà lo Spirito a chi lo merita; ha detto che dà lo Spirito a chi lo chiede. Allora bisogna chiederlo con fede e con costanza” (Padre Andrea Gasparino)

“Chi riesce a ringraziare sotto la croce arriva al punto di sperimentare la vetta più alta della sa­pienza umana”.(Padre Andrea Gasparino)

“Quando invochiamo lo Spirito Santo succede sempre qualcosa nella nostra debolezza…i problemi restano gli stessi ma io cambio di fronte ai problemi.”(Padre Andrea Gasparino)

“Non è importante quello che dite a Gesù ma quello che Gesù può dire a voi”(Padre Andrea Gasparino)

“C’è un rimedio al peccato: il pentimento” (Padre Andrea Gasparino)

“vuoi cambiare la tua famiglia? Cominciate a sorridervi di più. Porta gioia a tutti e dappertutto.” (Padre Andrea Gasparino)

‎”Padre, siamo insensati come bambini e tu con pazienza ci conduci. Che fatica a spezzare la nostra testa dura, ma tu sei pazienza invincibile!” (Padre Andrea Gasparino)

“Quando il male spunta in noi occorre una terapia efficace:- Fermarsi! Se non ci fermiamo è difficile che riflettiamo. – Pentirsi! Reagire al male col pronto pentimento. Chiedere perdono con sincerità, umiliarsi davanti a Dio.- Riparare! Se a ogni mancanza mi educo a scegliere una riparazione adeguata, il male non mette radici in me; passa, mi ferisce, ma la ferita cicatrizza.” (Padre Andrea Gasparino)

“Noi apparteniamo a Cristo soltanto nella misura in cui apparteniamo agli altri” (Padre Andrea Gasparino)

“Non ci sono grandi cose da fare, bastano piccole cose fatte con grande amore” (Padre Andrea Gasparino)

“Non bisogna perdere la pace nelle croci, ma occorre guardare con attenzione alla luce che spunta dietro la croce.” (Padre Andrea Gasparino)

“perché ogni giorno, ogni mattino e ogni Messa dobbiamo rifarci il cuore, far nascere un cuore nuovo” (Padre Andrea Gasparino)

“Non c’è tentazione, lotta, prova che non possa venire superata con la preghiera” (Padre Andrea Gasparino)

“Chi ha fede non può essere pessimista.” (Padre Andrea Gasparino)

“Si può pregare tacendo, soffrendo, lavorando, ma il silenzio è preghiera solo se si ama, la sofferenza è preghiera solo se si ama, il lavoro è preghiera solo se si ama” (Padre Andrea Gasparino)

“Spirito Santo aiutaci a comprendera la preghiera come il tesoro più prezioso” (Padre Andrea Gasparino)

“Si prega poco perché si fa poca esperienza di Dio” (Padre Andrea Gasparino)

“La preghiera necessita di tempo e spazio” (Padre Andrea Gasparino)

“cerca di capire l’Amore di Dio dentro la Parola” (Padre Andrea Gasparino)

“La fede è il grido del povero a Dio” (Padre Andrea Gasparino)

“La fede rivoluzionerà il mondo” (Padre Andrea Gasparino)

“il mondo di oggi ha bisogno di santi, e i santi nascono solo dalla preghiera” (Padre Andrea Gasparino)

“Allenatevi alla preghiera, mezz’ora al mattino, mezz’ora alla sera” (Padre Andrea Gasparino)

“La preghiera può tutto, non è questa la massima gioia per l’uomo?” (Padre Andrea Gasparino)

“10 minuti dedicateli a Gesù, leggendo il Vangelo, non è importante quello che dite a Gesù, ma quello che Gesù può dire a voi” (Padre Andrea Gasparino)

“Ogni atto di umilità, ogni atto di generosità alimenta la gioia che lo Spirito Santo semina in noi” (Padre Andrea Gasparino)

” Maria, fa che comprendiamo sempre di più che il nostro male più grave è quando separiamo la preghiera dalla vita e la vita dalla preghiera” (Padre Andrea Gasparino)

“Qualche volta basta stare lì in silenzio come il mendicante che apre le mani e basta, parlano le mani aperte, parlano i suoi vestiti a brandelli, essere quello che siamo e tacere.Spontaneità, semplicità, amore. Ecco la preghiera” (Padre Andrea Gasparino)

“Non dite mai non riuscirò a vincere quel vizio, non dite mai questo, perchè voi siete affidati da Gesù allo Spirito Santo” (Padre Andrea Gasparino)

“La fede è la potenza di Dio che ci prende e ci lega a sè” (Padre Andrea Gasparino)

“La preghiera piena di fede ottiene l’impossibile” (Padre Andrea Gasparino)

“La prima cosa da chiedere è lo Spirito Santo” (Padre Andrea Gasparino)

“Comincia dal povero di casa tua, perché in casa tua c’è il povero di turno. Comincia a scoprire che c’è tuo padre….; e poi subito dopo il povero che ti aspetta all’uscio”. (Padre Andrea Gasparino)

“Non è importante quello che dite a Gesù ma quello che Gesù può dire a voi. (Padre Gasparino)

“E’ dal cuore che avvengono gli adulteri. “(Padre Gasparino)

“C’è un rimedio al peccato: il pentimento” (Padre Gasparino)

“Quando nonostante l’aridità, la resistenza, siamo tenaci nel pregare, dimostriamo a Dio il nostro amore ” (Padre Andrea Gasparino)

“Lo Spirito Santo non è conosciuto.. eppure senza Spirito Santo non c’è vita cristiana … il cristiano non può mai essere pessimista, perchè ha la certezza che lo Spirito non conosce fallimenti” (Padre Andrea Gasparino)

“Anche per un incredulo possiamo ottenere un miracolo, quando noi preghiamo con fede” (Padre Andrea Gasparino)

” Noi a chiedere siamo capaci, fin troppo, ma talvolta chiediamo senza fede” (Padre Andrea Gasparino)

“La preghiera di ascolto esige un clima di ascolto. E’ necessario voler ascoltare! “(Padre Andrea Gasparino)

“La preghiera del cuore: Il silenzio che ama. Un silenzio profondo e accogliente.” (padre Andrea Gasparino)

Una cosa che fa cadere la linea con Dio, è il peccato. (…) Chiedi perdono. Pentiti.(…) Prometti seriamente di andarti a confessare più presto che puoi” (Padre Andrea Gasparino)

“Dio non parla al cuore orgoglioso. Chi “sa tutto” non è capace di comunicare con Dio.”(padre Andrea Gasparino)

“la preghiera del cuore deve portare ai fatti, l’amore è fatto di azione, ha orrore delle ‘chiacchiere’.”(Padre Andrea Gasparino)

“La via più diritta per giungere a Dio è l’amore, non l’intelligenza” (Padre Andrea Gasparino)

“nella preghiera di domanda urge che impariamo chiedere la cosa più importante: chiedere lo Spirito Santo” (Padre Andrea Gasparino)

“Alla preghiera piena di fede il Signore risponde dando di più di quello che si chiede, e spesso aggiunge dando l’inaspettato” (Padre Andrea Gasparino)

“La fede è dono bisogna implorarla, la nostra volontà è terreno dove la fede può attecchire o può inaridire” (Padre Andrea Gasparino)

“Le promesse di Cristo sulla preghiera non sono parole, sono verità assolute e chi ha il coraggio può verificarle in qualsiasi tempo ” (Padre Andrea Gasparino)

Il coraggio di sposarsi

«Il sacramento del matrimonio comporta un impegno preciso: si ama come ama Dio, per sempre. Ci vuole coraggio per amarsi come Cristo ama la Chiesa. Per questo gli sposi coraggiosi son una risorsa essenziale per la Chiesa»,

Narrano le cronache che molti giovani fidanzati abbiano incrociato gli sguardi e mostrato un sorriso di sorpresa nell’ascoltare Papa Francesco mentre vestiva di eroismo l’unione coniugale. Un accostamento all’apparenza provocatorio, in realtà fondato e ben spiegato dal Pontefice, la cui riflessione è arrivata in un mese, quello di Maggio, solitamente nuziale e dunque propizio per interrogarsi sull’essenza e forse pure sul futuro del matrimonio e del sacramento matrimoniale.

In effetti, dentro alla precarizzazione dei sentimenti, tra le onde di una cultura in cui la normalità della relazione sentimentale fra un uomo e una donna è sempre più la convivenza, scelta per essere liberi di lasciarsi a piacimento, la rotta cristiana, richiamata dal Santo Padre, può sembrare simile a quella di certi navigatori del Cinquecento, che allestivano una flotta e sfidavano gli oceani per una terra ignota, sulle carte geografiche inesistente.

Capitani coraggiosi, gli sposi. Qualcuno potrebbe anche obiettare che la pretesa cristiana è troppo grande per gli uomini e le donne di oggi e che, forse, bisognerebbe mitigarla, per non spaventare chi vi si avvicini. Così, in molti casi, il matrimonio si riduce ad una convivenza temporanea di solitudini, gestite alla meno peggio ma sempre pronte a esplodere. Perdonare, soprattutto, riesce difficile, per chi pensa – secondo un costume oggi in voga – di non avere nulla da farsi perdonare. Nella elusione della propria coscienza viene meno anche il nesso con la misericordia per l’altro. E intanto le aspettative, le pretese si moltiplicano: educati come siamo a credere di poter avere tutto ciò che vogliamo, è frontale lo scontro con l’altro che a sua volta ha questa pretesa. Poi, e forse è la questione fondamentale, ognuno crede che tutto dipenda da sé, dalla propria volontà o abnegazione; ed è logorante tenere addosso sempre i panni dell’eroe. Ciò che manca, probabilmente, è la capacità di amarsi totalmente sapendo rispettare l’altro, lasciandogli una sua dignità e una sua intimità spirituale, sapendo che uno più uno, nel matrimonio, non fa due soggettività, ma un soggetto unico e complesso. «La fusione delle anime», ricorda in versi Nazim Hikmet, «è mille volte più difficile della fusione dei metalli. Non nasce in un’ora il vero amore né da scintille a comando sulla pietra. Nasce, invece, lento e si propaga dopo una lunga complicità che lo rafforza». L’amore non è fulminante: anche se nasce da una folgorazione, deve essere costruito e custodito, crescere e rafforzarsi, con coraggio e abnegazione. La sua strada non conosce solo l’esaltazione e la festa, ma anche l’abbattimento e la ferialità, come pure le cadute e il perdono. Non è fatto solo di coccole e di carezze; attraversa pure il tempo dell’oscurità e della freddezza. Ma solo se temprato e costantemente alimentato riesce ad essere autentico e perenne.

Un matrimonio così, cristiano, esiste. Ma deve anche essere appreso, lentamente. Chi vuol saperne di più chieda alle tante coppie che, per fortuna, nella vecchiaia conoscono ancora la fusione delle anime e hanno tanto da dire a quelle che stanno sbocciando. E l’amore così inteso è un amore che va oltre. È eterno.
Monsignor Vincenzo Bertolone