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Tra depressione ed eutanasia

depressione eutanasiaTra le argomentazioni piu’ ricorrenti a sostegno dell’eutanasia come diritto della persona vi e’ quella che si appoggia al principio di autonomia, in base al quale, etimologicamente, ciascuno dovrebbe essere autòs-nòmos, legge a se stesso. Al di là della questione centrale di un principio di autonomia così espanso da poter superare qualsiasi altra considerazione, assume rilevanza non trascurabile verificare quanta autonomia vi sia nella decisione del paziente che fa richiesta di eutanasia. Per aiutarci a compiere qualche passo ulteriore in un campo davvero complesso e delicato può essere utile riassumere la panoramica della letteratura medico-scientifica offerta dalla dottoressa Maria Cristina Del Poggetto, specialista in psichiatria ed in psicoterapia sistemico-relazionale, nel corso del convegno sulle cure di fine vita svoltosi presso la Facoltà di Medicina di Pisa nelle scorse settimane, organizzato dall’Associazione Scienza & Vita di Pisa e Livorno.

Le dimensioni del fenomeno sono assai contenute, ma non trascurabili; secondo le varie casistiche la percentuale dei pazienti affetti da una malattia giunta alla fase terminale che in un dato momento è disposta a chiedere l’anticipazione della morte si aggira tra l’1 e il 5%. È bene evidenziare la netta differenza esistente tra attitudine, desiderio e richiesta di eutanasia, giacché i desideri sono fluttuanti, ambivalenti e subordinati a condizioni ipotetiche. Alla base della richiesta eutanasica stanno sia fattori legati alla condizione del paziente, che fattori a lui esterni.

Tra i primi l’elemento che ha iniziato ad attirare l’attenzione dei ricercatori è stato verificare se alla base della richiesta di eutanasia potesse esserci una condizione di depressione. Dopo una serie di segnalazioni non univoche, nel 2000 lo psichiatra Wiliam Breitbart pubblicò sulla prestigiosa rivista medica JAMA uno studio in cui, tra i pazienti affetti da tumore allo stadio terminale con desiderio di morte, la depressione aveva un’incidenza quadrupla. Dati confermati da un successivo studio del 2002 da parte del medico palliativista Eoin Tiernan. Eppure, nonostante queste evidenze, un gruppo di ricercatori olandesi, paese dove l’eutanasia è legale, ipotizzò che i pazienti olandesi che reiteratamente ponevano la ben ponderata richiesta di eutanasia fossero quelli non depressi. Ma i risultati dello studio olandese fecero ricredere gli stessi ricercatori: fra i pazienti che facevano richiesta di eutanasia l’incidenza di depressione risultò più che quadrupla. Peraltro, nonostante queste evidenze, gli autori olandesi incredibilmente non raccomanderebbero la consulenza psichiatrica tutte le volte che vi è una richiesta di eutanasia per il fatto che solo nel 9% dei casi ciò farebbe cambiare idea al medico curante. Tutti gli studi sono peraltro concordi nell’evidenziare un netto sotto-utilizzo e un ritardo nell’impiego dei farmaci antidepressivi in questi pazienti; come se la depressione fosse in queste persone qualcosa di normale e non una patologia che si aggiunge ad un’altra patologia, la cui non curanza realizza un’ingiustificata ed inaccettabile discriminazione.

Si deve in particolare ad un altro ricercatore, lo psichiatra canadese Harvey Max Chochinov, il riconoscimento dell’importanza di un altro elemento, distinto dalla depressione, nella genesi dell’ideazione suicidaria dei pazienti giunti in fase terminale di malattia: la hopelessness (disperazione). Lo stesso autore ha elaborato un modello psicoterapico promettente conosciuto come dignity therapy, attraverso la quale, fra l’altro, si cerca di aiutare la persona a non identificarsi con la propria malattia. La letteratura medico-scientifica è inoltre concorde nel sottolineare l’importanza della condizione spirituale del paziente; un elevato livello di spiritualità si oppone alla disperazione e riduce l’ideazione suicidaria.

Altro elemento aggiuntivo sospettato di contribuire alla richiesta eutanasica, è la “sindrome da demoralizzazione”, identificata nel 2001 da David Kissane, a capo del dipartimento di psichiatria del Memorial Sloane-Kettering Cancer Center. Si tratta di una condizione caratterizzata da disperazione, perdita del senso della vita e stress esistenziale che il paziente confina però solo nel futuro. Oltre a queste variabili che esprimono lo stato psicologico del paziente, sono stati ormai identificati numerosi fattori in grado di spingere la persona gravemente malata a chiedere l’eutanasia. Tra questi l’impressione di essere divenuto un peso per gli altri, la minore coesione familiare, ma anche il minore addestramento psicoterapico del medico curante e la volontà di questi di anticipare la morte del paziente, condizione associata ad un maggior tasso di sindrome da burn-out, cioè di esaurimento psico-fisico, che porta al distacco emotivo del curante nei confronti dell’assistito.

Di fronte alla complessità del quadro appena delineato, acquista un peso non facilmente eludibile la posizione di coloro che ritengono la richiesta di eutanasia del paziente una sfida non soltanto umana ed etica, ma anche medica nel senso più tradizionale, sui versanti diagnostico e terapeutico. “Bisogna sempre cercare di capire qual è il problema”, dichiarò la pioniera delle cure palliative, dottoressa Elisabeth Kubler-Ross”. Di fronte alla richiesta di eutanasia le risposte suggerite dai medici palliativisti australiani nel numero di settembre della rivista Palliative Medicine vanno nella direzione dell’ascolto del paziente per poter capire, aiutare e curare; di fronte a tale richiesta rispondere semplicemente “sì” è inappropriato e quasi sempre illegale, rispondere ‘no’ lascia il paziente in uno stato di abbandono. Cercare di parlare col paziente per capire che cosa lo spinge a chiedere di morire, è questa la strada indicata dai medici nell’articolo.

Al medico scettico che su un forum on line asseriva la normalità della depressione se si ha “un cancro terminale e irreversibile” la signora Stefania ha così risposto: “[…] ha detto proprio bene, chi non sarebbe depresso con un cancro terminale! Vede, chi le scrive è una mamma che ha perso una figlia appena 4 mesi fa, una meravigliosa figlia di 23 anni. Appena le diagnosticarono la malattia lottò con tutte le sue forze poi, ai primi insuccessi terapeutici, specialmente dopo grande sofferenza, incominciò a lasciarsi andare, allontanò il ragazzino, lasciò gli studi ed incominciò a desiderare la morte. Fortunatamente ho incontrato una brava psichiatra che con appena una pasticca di antidepressivo e qualche seduta terapeutica, ha ridato la forza di lottare a mia figlia; ha ricominciato gli studi universitari, ha preso la patente di guida, ha preparato la tesi di laurea, ha ricominciato la sua vita di ragazza “normale”, pur soffrendo. Tutto questo avveniva fra una seduta di chemio e l’altra, un intervento di appendicectomia, un’embolia polmonare, un infarto polmonare, una micosi polmonare, un trapianto di cellule staminali ecc. Sosteneva che erano incidenti di percorso…..più stava male e più si attaccava alla vita. Noi tutti della famiglia abbiamo constatato che il desiderio di “morte” iniziale, era dovuto ad una forte depressione. Non le nego che mia figlia è stata aiutata anche da un buon padre spirituale che le è stato vicino fino alla morte; una morte che l’ha trovata vigile, serena e circondata da medici preparatissimi del reparto di ematologia Sant’Orsola di Bologna”.

Già! Medici, medici fino alla fine.

dottor Renzo Puccetti, Specialista in Medicina Interna ZENIT
Bibliografia:

— Johansen S et al. Palliat Med 2005, 19: 454-60.
— Breitbart W et al. JAMA Dec 2000 13;284(22):2907-11.
— Tiernan E et al. J R Soc Med 2002;95:386-390.
— Van der Lee ML et al. J Clin Oncol 2005, 23: 6607-12.
— Chochinov HM et al. Psychosomatics. 1998 Jul-Aug;39(4):366-70.
— McClain-Jacobson C et al. Gen Hosp Psychiatry. 2004 Nov-Dec;26(6):484-6.
— Kelly B et al. Psychosomatics 2004; 45: 311-8.
— Hudson PL et al. Palliative Medicine 2006; 20: 693-701.
— Grassi L. et al. J Pain Symptom Manage. 1999 Mar;17(3):188-96.
— Hudson PL et al.
Palliative Medicine 2006; 20: 693-701

Ricorda che … sei il Mio tesoro

Lino, un ammalato ultranovantenne, m’aspettava in pigiama, seduto sulla poltrona della sua camera da letto. Risponde al mio saluto e con un bel sorriso mostra tutta la sua riconoscenza.

Mentre parliamo noi due, la cognata ci tiene a confidarmi ad alta voce che Lino quand’era più giovane, era un personaggio molto importante, con incarichi così delicati da riscuotere da tutti grande stima. Lino è stato proprio un grande uomo.

A queste parole, lui subito ribadisce lamentandosene e rammaricandosi che ormai, da anni non è più capace di far niente e che più nessuna sua azione può riscuotere stima da qualcuno. Me lo diceva con una faccia piena di sconforto e di delusione.

Subito tenni a precisare che anche il bambino, almeno a parere di tanti adulti, non fa nessuna azione importante, nessun gesto degno di stima; anzi il suo comportamento è spesso negativo perché spacca, rompe, sporca, danneggia la casa e insudicia i vestiti e combina mille altri guai. Eppure, incapace di fare qualcosa di buono, e, vorrei dire, grazie a questa sua incapacità, ha una mamma che gli ripete in continuazione: amore mio, tu sei il mio tesoro.

Questa mamma è Dio; per lui ognuno di noi è importante non per quello che ha, né per quel che sa fare, ma per quello che è: figlio di Dio. Per me, per te, non c’è ambizione più grande, non c’è diritto più legittimo o motivo più glorioso di cui vantarsi sulla terra.

Di Andrea Panont, OCD Zenit.org

Tre mamme e un vecchietto abbandonato. Qui si incontra Dio.

bimbo-pelucheCari amici, la sproporzione fra il mio nulla, e il Mistero di cui è fatto il mio cuore aumenta man mano che vedo la mia impotenza davanti al bisogno mio e di quanti, sofferenti, derelitti, bussano alla mia porta. Che dolore, che grido dentro di me al Mistero perché mostri il Suo tenero volto davanti a tre giovani mamme ricoverate con cancro terminale. Maria, 29 anni e 5 figli, Giuseppina, 32 anni e 6 figli, Cinzia 42 anni e 3 figli. Tre donne sole, senza marito che le ha abbandonate con 14 figli. Mentre celebravo la messa, Giuseppina credevo che morisse. Un cancro ai polmoni pareva soffocarla. Vedevo il suo affannoso respiro e guardavo l´ostia che avevo fra le mani. Sentivo tutto il dolore di quell´affanno e chiedevo a Gesù di guardarla negli occhi, le chiedevo di condividere con lei il suo dolore. A un certo punto mi sono avvicinato accarezzandola e dopo averle dato l´ unzione degli infermi, dopo la comunione si è riposata. Chi sono io Signore, si domandava Santa Caterina? Niente, e chi sei Tu? Tutto.

Vedere ogni giorno chi è l´umano è drammatico eppure quell´uomo che in un momento cessa di vivere, è Cristo e guardandolo così non puoi non metterti in ginocchio. Perché se ciò che di più caro che hai è Cristo è vero che quell´uomo è ciò che di più caro hai in quel momento. E lui è ciò che di più caro hai perché lui come me è ciò che di più caro esiste per Cristo. E l’ho visto con i miei occhi per l´ennesima volta sabato sera quando una famiglia per disfarsi di un anziano parente, con una gamba piena di vermi per una grande ferita, passando da una bugia all´altra e ingannandoci, è riuscita a scaricare questo povero uomo davanti alla Clinica. Erano giunti fino a noi, con l´inganno, con il vecchietto nella carrozzeria aperta della camionetta e loro dentro ben al riparo del freddo. Il motivo: Puzza.

L´abbiamo preso subito e ho visto in quel volto triste la Presenza del Mistero e senza aspettare nessun medico e molto meno l´assistente sociale (conoscete bene anche voi come spessissimo questi professionisti prima di tutto guardano le cartelle cliniche, se c´è il diagnostico e tutti questi correlati. Gesù che era il medico andando per le strade e incontrando mille di pazienti a cosa guardava? Al diagnostico, alla cartella clinica o ascoltando il loro dolore e vedendo la loro fede li curava subito? Su questo sono una bestia a costo di mandare alla merda tutti. Lo guardavo e pensavo: Dio si è servito anche dell´inganno dei parenti che da qualche tempo l´avevano abbandonato in un pollaio per mostrargli e mostrarmi che Lui non si era dimenticato di quell´uomo, di quel poveraccio la cui regalità è oggettiva perché relazione con il Mistero.

L´ho baciato, portato alla Clinica. Gli infermieri l’hanno trasformato. Però non c´erano letti liberi ed era notte. Allora lo Spirito Santo, sapendo che sono debole di memoria, mi ha ricordato che nella Capella con il Santissimo esposto, dove c´è già un mendicante ammalato, c´è ancora un posto. E così l´abbiamo portato lí e credo che a Gesù la cosa gli abbia piaciuto perché così adesso ha due chierichetti.

Nel frattempo i parenti sono fuggiti. Ancora una volta ho visto compiersi quanto dice il Salmo delle Lodi del Sabato: “potrà una madre abbandonare suo figlio?” “Pero io non ti abbandonerò mai”.

L´ho toccato con mano lunedì quando una adolescente che ha ammazzato il suo convivente ha voluto rinunciare al suo bambino, nato di 7 mesi, ed ora ha tre mesi. Lei vive nella nostra casa di accoglienza per le bambine o adolescenti incinte. Ho dovuto con lei e l´avvocata andare dal giudice dei minori. Che dolore sentire la ragazza dire al giudice che mi cedeva il suo bambino per ritornare nella carcere dei minori. Parlava con una freddezza terribile e guardavo commosso il bebé fra le mie braccia. Rifiuto, perfino maltrattato da parte sua, il bambino.

Terminata l´avventura dell´affido, siamo tornati a casa. Adesso Dio mi ha reso, per l´ennesima volta, papà di questo piccolo. E lei, questa povera ragazza tornerà alla carcere per scontare la pena che avrebbe potuto scontare qui con noi e in compagnia del suo bambino. P. Paolino dopo l´accaduto mi dice pensando a cosa lascia e a cosa trova: “Neanche la bellezza senza Cristo muove il cuore di una persona”. Puoi offrirgli il luogo più bello del mondo, più pulito ma senza l´incontro con Cristo perfino un Lager diventa più attrattivo. Infine una notizia interessante nel giorno di San Benedetto. Si presentò un giovane di 24 anni, ricco, diseredato dalla famiglia e cacciato di casa perché vuole farsi prete. È laureato in filosofia ed altri titoli. Arriva da me, grazie al settimanale che pubblichiamo e che legge (quanto è importante entrare nei quotidiani laici con un settimanale “laico”, cioè cattolico). Vuole essere sacerdote perché affascinato dall´esperienza che vibra nel settimanale.

Lo guardo con molto distacco anche perché in questi anni più di qualcuno mi è venuto con questo desiderio, ma poi davanti alla mia proposta non tornano più. L´ascolto e poi gli chiedo: “Ti piacciono le ragazze?”. Lui mi guarda stupito e sorpreso. Al che io gli rispondo: “Con i tempi che corrono, è una domanda importante perché la condizione, come diceva Giussani, per essere prete è di essere uomini”. “Padre, chiaro che si”, mi rispose. Bene, allora ti propongo subito una cosa: “Per tre mesi, non solo perché sei laureato in filosofia ti piace leggere, studiare cantare (cantava nell´opera di Asunción), parlare italiano etc. (un sacco di doni che io non ho mai avuto essendo stato un asino a scuola) ma perché tu possa imparare a fare i conti con il “mordere la pietra” come diceva il frate a Miguel Mañara, vieni oggi con Paolino e me alla fattoria dove ci sono gli ammalati di AIDS, rifiutati da tutti. Per tre mesi vivrai con loro: dormirai in una delle loro stanze in un letto a castello, mangerai con loro, lavorerai la terra e ovviamente ci sarà lo spazio necessario per la preghiera, lettura, silenzio, etc. Poi, terminati i tre mesi, andrai dai “ex barboni” della casa S. Gioacchino e Anna, per lavare e pulire questi figli prediletti di Dio, vivendo con loro. Ed infine altri mesi nella Clinica”.

Amico per essere prete ci vogliono le palle, perché altrimenti domani basta una ragazza che ti guarda e sparisci o vivi nell´orgoglio, lamenti e borghesismo di tanti giovani e non, preti che conosco: “Bisogna soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina”, diceva Mounier.

Mi guarda e con un sorriso mi dice: “Padre, grazie è quello che voglio, accetto la sfida”. Siamo saliti in macchina, siamo andati alla fattoria e dal giorno di S. Benedetto con il suo “ora et labora” è lí che ha dato inizio a un’avventura che se Dio vorrà – chissà- sarà quello che mi sostituirà, perché la vita passa e sempre ho chiesto al Signore un sostituto pero che sia con le palle e ami Cristo e i poveri inmensamente di più di quanto un innamorato ami la donna che ha sposato come un innamorato, la sua morosa. Pregate allora, amici perché se Gesù vuole, sia davvero per lui la possibilità di vivere la grazia che mi è data di vivere.

La regola è sempre quella: “Calli nelle ginocchia, calli nelle mani, calli nella mente”. Preti, cioè uomini virili!

Ciao, P. Aldo

Zerofigli: in una generazione, l’Europa sara’ irriconoscibile.

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L’Europa sta invecchiando e non rinnova le sue generazioni, piuttosto accoglie un enorme numero di migranti provenienti dal Medio Oriente, dall’Africa e dall’Asia che sostituiranno i nativi europei portando culture con valori radicalmente differenti riguardo al sesso, alla scienza, al potere politico, alla cultura, all’economia e al rapporto fra Dio e l’uomo.

Che il numero di decessi superi quello delle nascite potrebbe sembrare fantascienza, ma questa è oramai la realtà dell’Europa. È appena accaduto. Nel 2015, in Europa sono nati 5,1 milioni di bambini e sono morte 5,2 milioni di persone, il che significa che per la prima volta nella storia moderna l’Unione europea ha registrato una variazione naturale negativa della popolazione. I dati arrivano dall’Eurostat (l’agenzia statistica dell’Unione europea), che dal 1961 conta la popolazione del Vecchio Continente. È dunque ufficiale.

Vi è tuttavia un’altra cifra sorprendente: la popolazione europea è complessivamente aumentata passando da 508,3 milioni a 510,1 milioni. Per quale motivo? Perché la popolazione composta da immigrati è aumentata di circa due milioni in un anno, mentre la popolazione europea autoctona sta diminuendo. È la sostituzione di una popolazione. L’Europa ha perso la voglia di sostenere o incentivare la propria crescita demografica. Il sisma demografico in corso equivale alla grande peste del XIV secolo.

Questo cambiamento è ciò che il demografo David Coleman ha descritto nel suo studio, intitolato “Immigration and Ethnic Change in Low-Fertility Countries: A Third Demographic Transition” (Immigrazione e trasformazione etnica nei paesi a bassa fecondità: la terza transizione demografica). Il tasso di natalità suicida dell’Europa, insieme ai migranti che si moltiplicano velocemente, trasformerà la cultura europea. Il tasso di fertilità in calo dei nativi europei coincide, infatti, con l’istituzionalizzazione dell’Islam in Europa e la “reislamizzazione” dei suoi musulmani.

Nel 2015, il Portogallo si è piazzato al penultimo posto nell’Ue per natalità (8,3 nati ogni 1000 abitanti) e ha registrato una crescita naturale negativa del 2,2 per 1000 abitanti. E qual è il paese dell’Unione europea con il più basso tasso di natalità? È l’Italia. Dal “baby boom” degli anni Sessanta, nel paese famoso per le sue famiglie numerose, il tasso di natalità è più che dimezzato. Nel 2015, il numero delle nascite è sceso a 485.000, il più basso dalla nascita dell’Italia moderna nel 1861.

I paesi dell’Europa orientale registrano “le più gravi perdite di popolazione della storia moderna”, mentre la Germania ha superato il Giappone, come il paese dove il tasso di natalità è il più basso del mondo, facendo una media delle nascite degli ultimi cinque anni. In Italia e in Germania le perdite sono particolarmente drammatiche, rispettivamente del – 2,3 per cento e – 2,7 per cento.

Fuori il vecchio dentro il nuovo… L’Europa sta invecchiando e non rinnova le sue generazioni, piuttosto accoglie un enorme numero di migranti provenienti dal Medio Oriente, dall’Africa e dall’Asia, che sostituiranno i nativi europei portando culture con valori radicalmente differenti riguardo al sesso, alla scienza, al potere politico, alla cultura, all’economia e al rapporto fra Dio e l’uomo.

Alcune aziende non sono più interessate al mercato europeo. La Kimberly-Clark, l’azienda produttrice dei pannolini Huggies, ha rinunciato a gran parte del mercato del Vecchio Continente perché non è più appetibile. Intanto, Procter & Gamble, che produce i pannolini Pampers, si è gettata assieme alla Kimberly-Clark sul business del futuro: i pannoloni per vecchi.

L’Europa sta diventando grigia: si può avvertire tutta la tristezza di un mondo che si è autoconsumato. Nel 2008, i paesi dell’Unione europea hanno visto la nascita di 5.469.000 bambini. Cinque anni dopo erano 5.075.000, un calo del sette per cento. I tassi di fecondità sono caduti in paesi con economie doloranti, come Grecia e Italia, ma anche in paesi che hanno navigato attraverso la crisi finanziaria, come Australia e Norvegia.

Come ha detto di recente Lord Sacks, “la caduta del tasso di natalità potrebbe significare la fine dell’Occidente”. L’Europa sta invecchiando e non rinnova le sue generazioni, piuttosto accoglie un enorme numero di migranti provenienti dal Medio Oriente, dall’Africa e dall’Asia, che sostituiranno i nativi europei portando con loro culture con valori radicalmente differenti riguardo al sesso, alla scienza, al potere politico, alla cultura, all’economia e al rapporto fra Dio e l’uomo.

Progressisti e laicisti tendono a ignorare l’importanza delle questioni demografiche e culturali. Ed è per questo che i moniti più rilevanti arrivano da alcuni leader cristiani. Il primo a denunciare questa tendenza è stato un grande missionario italiano, padre Piero Gheddo, il quale ha spiegato che, a causa del calo della natalità e dell’apatia religiosa, “prima o poi l’Islam conquisterà la maggioranza in Europa”. Egli è stato seguito da altri, come il cardinale libanese Bechara Rai, a capo dei cattolici orientali in linea con il Vaticano. Rai ha avvertito che “l’Islam conquisterà l’Europa con la fede e la natalità”. Un allarme analogo è stato da poco lanciato da un altro cardinale, Raymond Leo Burke.

Nell’arco di una generazione, l’Europa sarà irriconoscibile. Gli europei ora si rendono sempre più conto che l’identità della propria civiltà è minacciata soprattutto da un libertarismo irresponsabile, un’ideologia che, con il pretesto della libertà, vuole decostruire tutti i legami che uniscono l’uomo alla sua famiglia, alle sue origini, al suo lavoro, alla sua storia, alla sua religione, alla sua lingua, alla sua nazione, alla sua libertà. Tutto questo sembra derivare da un’inerzia che non si preoccupa se l’Europa avrà successo o soccomberà, se la nostra civiltà scomparirà, sommersa dal caos etnico o sopraffatta da una nuova religione venuta dal deserto.

Come spiega un paper del Washington Quarterly, l’incontro fatale tra il crollo del tasso di denatalità in Europa e l’avanzata dell’Islam ha già avuto importanti conseguenze. L’Europa è diventata un’incubatrice di terrorismo; ha creato un nuovo antisemitismo velenoso; ha vissuto un cambiamento politico verso l’estrema destra; ha conosciuto la più grande crisi della governance dell’Unione europea e ha assistito a un riorientamento della politica estera dopo il suo ritiro dal Medio Oriente.

Il suicidio demografico non è una mera constatazione, sembra essere stato voluto. La borghesia europea esterofila, che oggi controlla la politica e i media, sembra intrisa di razzismo snob e masochista. Essa ha voltato le spalle ai valori della sua cultura giudaico-cristiana e li ha combinati a una visione allucinatoria e romantica dei valori di altre culture. Il triste paradosso è che gli europei ora importano in gran numero giovani dal Medio Oriente per compensare le loro scelte di vita.

Un continente agnostico e sterile – privo delle sue divinità e dei bambini perché li ha banditi – non avrà la forza di combattere o di assimilare una civiltà di fanatici e giovani. L’incapacità di contrastare l’imminente trasformazione sembra schierarsi a favore dell’Islam. È quello a cui stiamo assistendo in questi ultimi giorni d’estate?

Giulio Meotti, redattore culturale del quotidiano Il Foglio, è un giornalista e scrittore italiano.

L’amicizia con Mimmo e quel giorno in gioia piena

coppolaMimmo è una persona di una grande sensibilità: non dimenticherò mai il suo sorriso autentico e l’espressività dei suoi occhi quando la mattina di venerdì 14 marzo, usciti dalla sede della Polizia Municipale di Via Giolitti, ci siamo diretti nella Chiesa di San Carlo e abbiamo recitato insieme un’Ave Maria alla mamma di Gesù. Capita assai raramente di scorgere nel volto della gente una tale voglia di vivere e una così spontanea e profonda riconoscenza nei confronti del Signore: la mia giornata non poteva incominciare in maniera migliore…benedetta dall’aver intravisto in Mimmo il volto di Gesù abbandonato tramutante in gioia piena…
Eppure, la mattinata del giorno precedente era trascorsa macinando km e km in un estenuante viavai fra i vari uffici dell’anagrafe e la sede della Polizia, con una speranza minima di riuscire nell’intento di ottenere in tempi brevi la carta d’identità con la nuova residenza in casa comunale: ci parlavano di un periodo di attesa di 6 mesi – 1 anno, senza però valutare la gravità della situazione: Mimmo ha perduto la carta d’identità, senza la quale non può ritirare l’assegno non trasferibile, frutto del suo lavoro. Abbiamo scorto uno spiraglio di luce a fine mattinata quando provvidenzialmente è passato il maresciallo dalla portineria: si è preso a cuore la situazione e ha promesso per inizio aprile a Mimmo la sua carta d’identità.
Il Signore ha pensato di stupirci con questa grazia: lo spiraglio di luce si è tramutato in luminosità viva nel volto del nostro Mimmo: ora viene a trovarci tutti i martedì sera all’incontro di preghiera ed è nata una sincera amicizia…

Alberto –  volontario del gruppo Stazioni degli Amici di Lazzaro

La disabilità non va compatita, va compartita

disabili feliciPapa Francesco ama chiedere a tutti di andare verso le “periferie esistenziali” della vita, quei luoghi figurati ma soprattutto quei luoghi fisici, quelle persone che rappresentano l’emarginazione, la debolezza, la inabilità. Perché là dove la sofferenza è più facile, crollano le maschere, e per prima quella che noi ogni giorno applichiamo a noi stessi.

Ci sono vari livelli di emarginazione e solitudine, che non solo sono rappresentati dalla malattia, ma anche dalla vecchiaia, dall’estrema giovinezza che impedisce ancora di farsi valere e farsi sentire. Perché oggi solo chi sa farsi sentire viene considerato “dei nostri”, cioè “persona”. E’ un problema grave, perché l’idea stessa di dividere gli esseri umani in categorie per avere un trattamento diverso in base a presunti diversi diritti, suona amaro e suscita tristi ricordi nella storia europea.

Ma andare nelle periferie esistenziali, ci obbliga a rivedere non solo noi stessi ma anche le parole che usiamo.

La parola “salute” per esempio.

La salute non è solo l’assenza di malattie, ma certamente non è ben descritta dalla laconica definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che recita “stato di completo benessere psicologico, fisico e sociale” che evidentemente non possiede nessuno e dunque resta definizione utopica e infine insoddisfacente. Ma a contatto con persone disabili, restiamo sempre colpiti da un pensiero: fa più paura la realtà immaginata che la realtà reale: il disabile ci insegna che il suo stato che a freddo penseremmo insostenibile, in realtà non solo viene sostenuto, ma in esso la persona riesce a tirar fuori delle risorse impensate e così succede che paradossalmente certi portatori di handicap riescono in imprese di altissimo valore culturale, artistico e talora anche fisico-sportivo. Impossibile? No, solo una calcio ai nostri pregiudizi e a quelli della società dei consumi (che papa Francesco chiama “società dello scarto”) che vorrebbe la felicità legata solo alla perfezione che oltretutto nemmeno esiste. La salute in realtà altro non è che l’essere soddisfatti e questo chiaramente è possibile a tutti, indipendentemente dalla malattia o dall’età. Certo, la soddisfazione potrebbe essere un accontentarsi e per questo alla parola soddisfazione va legata la parola società, per intendere che “la salute è la soddisfazione socialmente supportata”, perché sarebbe troppo semplice lasciare il disabile solo e condannato ad accontentarsi e auto consolarsi: ci riesce, ma non è salute, è qualcosa di meno perché la società ha l’obbligo di seguire e non abbandonare i suoi figli più deboli, di incoraggiarli a mostrare le loro risorse, e di offrire le migliori cure perché se è vero che la malattia non è un ostacolo assoluto alla salute cioè alla soddisfazione, certamente è un ostacolo relativo in certi casi sensatissimo e durissimo.

L’altra parola da rivedere è la parola disabilità.

La disabilità infatti è l’impossibilità di eseguire azioni fisiche o mentali che persone della stessa età riescono a fare. Ora è chiaro che le azioni che può fare un feto o un neonato difficilmente vengono alterate dalla malattia, o comunque non sono quelli che normalmente conosciamo come “handicap” per l’adulto ad essere ostacoli per un feto o un neonato. Per l’adulto si considera un handicap non poter essere autonomo, mentre il feto e il neonato non lo sono per definizione; si considera non poter camminare, parlare, esercitare forme di pensiero in cui l’autocoscienza emerga, e questo invece è normale per il neonato.

Ma soprattutto deve essere chiaro che, sembra un paradosso o una pia consolazione ma non lo è, realmente la disabilità è un tratto di tutti noi… solo che qualcuno riesce a nasconderla e qualcuno no. E allora finisce che chi riesce a nasconderla comincia a non ritenere sopportabile la vista dei disabili che debbono per forza mostrare la loro disabilità, perché questi ultimi ricordano a tutti il semplice principio che tutti (anche quelli del primo gruppo) siamo disabili, che tutti dipendiamo dagli altri. Ora questa è un’eresia e un’onta nella società che ha fatto dell’autonomia e dell’autodeterminazione un mito, un ideale: nella società occidentale solo chi è autonomo è “persona” (ma dato che nessuno in realtà è autonomo, questa bufala può durare solo se si censura la realtà).

La bellezza

L’arte di Mele Campostrini mostra proprio come queste due asserzioni siano vere, perché in un modo che supera quello che noi potremmo prevedere, all’interno di un percorso che comprende anche la sua disabilità, è in grado di vedere e rispecchiare la bellezza, tratto profondamente umano, dunque “personale”. Questo ne dà un segno di salute e un segno di sana dipendenza dalle persone che ama, che tanti individui apparentemente non disabili gli invidiano di certo.

La disabilità allora non deve essere compatita, ma compartita, perché è un tratto umano fondamentale; ma richiede comunque un impegno della società e dei singoli per supportare l’uno l’altro, in particolare chi ha bisogno di cure mediche speciali. Una società che non metta nelle proprie “finanziarie” il supporto ai malati e ai poveri come primo punto (poi venga il resto) è una società barbara.

Fonte: Carlo Bellieni in “La Vita Dipinta”, introduzione alle opere di Mele Campostrini. Ed Trappiste, Marzo 2014

 

Olanda, eutanasia per tutti. Ecco la “Kill Pill” per chi compie 70 anni

kill-pillBasta con l’eutanasia solo per chi è malato terminale, malato mentale, affetto da imperfezioni e problemi fisici o più semplicemente stanco di vivere. Ora la potente associazione per il diritto di morire (Nvve) vuole che l’eutanasia sia estesa d’ufficio a tutti coloro che hanno compiuto i 70 anni. (Terribile)

L’anno scorso in Olanda la “buona morte” è stata somministrata ufficialmente a 5.306 persone (in realtà, le vittime sono almeno 6 mila), un aumento del 182 per cento rispetto a quando la legge è stata approvata nel 2002. Me per Nvve non basta e così ha ritenuto maturi i tempi per riproporre un vecchio cavallo di battaglia degli anni ’90: la “Kill Pill”.

MORTE, NON SUICIDIO. «Noi vediamo che la società vuole una pillola del genere», ha spiegato il direttore della lobby pro eutanasia Robert Schurink. «Soprattutto la generazione del baby boom, che non ha paura di dire esplicitamente ciò che desidera. Vogliono avere il controllo sulla fine delle loro vite». A prescindere dall’essere affetti o meno da patologie, fisiche o mentali che siano.

La pillola eutanasica sarebbe messa gratuitamente a disposizione di tutti gli olandesi che abbiano compiuto i 70 anni e comodamente ritirabile in farmacia. La Nvve ha detto che nelle prossime settimane discuterà una sperimentazione con l’associazione dei medici olandesi e con i ministri di Giustizia e Salute. Questa servirà per assicurare che «la pillola non venga usata per il suicidio, l’abuso o l’omicidio». Ma solamente per procurarsi la “buona morte”.

NUOVA CONCEZIONE. L’Olanda sta procedendo velocemente e inesorabilmente verso una nuova concezione di eutanasia. Quando è stata approvata nel 2002, era considerata un’eccezione, uno strappo alla regola dettato dalla compassione per permettere ai “pochissimi” casi di persone che soffrono in modo insopportabile a causa di malattie terminali di anticipare di poche settimane la propria dipartita. Com’era prevedibile, una volta affermato che alcune persone possono essere uccise in casi particolari, una volta stabilito che c’è anche un solo caso in cui una vita perde di valore, il diritto di morire si è esteso negli anni ed ora viene rivendicato per tutti, sani e malati, come se fosse un modo di morire come gli altri, naturale come gli altri, perché non c’è niente di più naturale della volontà e dell’autodeterminazione. È giusto quindi fornire la pillola per tutti quelli che compiono 70 anni (ci vorrà ancora qualche anno per abbassare la soglia di questa età). Basta che non venga chiamato con una bruttissima parola: “suicidio”.

Dolce morte o amara verita’?

dolcemorteSi chiama eutanasia e il suo nome viene dal greco, letteralmente e’ la “buona  morte”, ma ora la chiamano anche “dolce morte”. Nel nostro tempo non siamo  piu’ abituati alla sofferenza, ci siamo fatti di anestesia, non sappiamo  convivere con il dolore o meglio non lo mettiamo nei conti di una vita che  immaginiamo perfetta, non solo perche’ non contempla le difficolta’, ma anche  perche’ e’ pluripotenziata: non moriamo per la febbre, ma possiamo anche  lavorare durante la malattia e guarire in poco tempo e facilmente, sta tutto  in una pillola. Ma quando la pillola non c’è? Quando non bastano neppure le  ormai desuete cure chirurgiche invasive? Se il male che porto dentro mi sta  portando verso la morte? Vale la pena vivere e soffrire?    L’esperienza del magistrato calabrese andato in Svizzera per sottoporsi ad  eutanasia, di cui si è parlato qualche tempo fa, di certo non ci deve  portare a giudicarlo, ma ci dà la possibilità di riflettere sul suo gesto,  su quel viaggio. Quello da cercare di capire è se sia stato un viaggio di  speranza o di disperazione. Io opto per la seconda opzione, forse anche solo  per il luogo comune che “dove c’è vita, c’è speranza” e quindi dove c’è la  morte non può che esserci una ferita di disperazione.  A nessuno di noi viene di certo di mettere in conto la sofferenza nella  vita, ma quando questa arriva? Quello che entra in gioco è di certo il  concetto che abbiamo di vita, ma non della altrui, si parla della nostra.  Fino a che punto posso spingermi a soffrire? Qual è il limite che mi spinge  a tirare il freno, fino a spegnere il motore che mi anima? Di certo sapendo  che la malattia di quell’uomo non solo era curabile, ma addirittura non c’è  mai stata, viene da chiederci se vale la pena morire così, se si possa  permettere di scegliere se morire anticipatamente. Qui siamo in gioco tutti  noi perché probabilmente presto in Italia ci pronunceremo  circa questo  tema.    Penso quanto sia difficile per una famiglia convivere con un membro malato,  paragonando la famiglia al corpo potrei dire che è come vivere senza la  vista, oppure senza le gambe: nessuno di noi farebbe morire una persona solo  perché paralitica o cieca. Eppure pensiamo di permettere alle persone di  andare a morire per un male, giustificando questo con l’aggettivo  “incurabile”. Se dobbiamo aiutare un cieco, cerchiamo di potenziare gli  altri sensi, penso ad esempio ai musei tattili che si stanno diffondendo in  tutto il mondo. Se dobbiamo aiutare un paralitico gli diamo una carrozzina o  un’auto con i comandi manuali. Così bisogna fare con gli ammalati che  diciamo incurabili. Io preferisco il termine “importanti”, perché penso che  la cura, più che fisica, sia affettiva. Quello che mi chiedo è: perché, se  quando abbiamo un corpo che soffre in una parte potenziamo tutto ciò che gli  sta intorno, quando abbiamo un ammalato importante, non potremmo potenziare  lui con tutto l’amore – soprattutto l’amore! – e la scienza possibili e la  sua famiglia in modo che possa vivere relazioni solide e felici? Potrebbe  essere un’idea pagare le nostre tasse per progetti di potenziamento come  questo, piuttosto che per aprire cliniche per l’eutanasia?    Ogni vita è degna di essere vissuta: chi di noi passando di fianco ad un  uomo che si sta gettando da una finestra continuerebbe sulla sua strada  senza intervenire? Eppure tanti di noi continuano le loro faccende  quotidiane, senza pensare che tanti si tolgono la vita cercando una dolce  morte, forse per nascondere un’amara verità. 

Leonardo Arca  http://cogitoetvolo.it/dolce-morte-o-amara-verita/

Cosa significa sentirsi in salute?

Natura-1024x512Rispondere ai criteri dettati dalla moda irreale e perfezionista dominante oppure accettare l’imperfezione con carità e compassione? Il neonatologo Bellieni risponde…  

Dottor Bellieni, in un articolo recentemente pubblicato dall’edizione di ZENIT in inglese Lei ha espresso unoriginale visione della parola salute, definendola come lo stato di soddisfazione personale, supportato socialmente.

Perché è importante domandarsi cosa significa davvero salute? Bellieni: Perché il termine salute si accosta troppo spesso all’idea di perfezione fisica e mentale sbagliando! – e questo ha due brutte conseguenze: la prima è che, in fondo, nessuno finisce per essere considerato davvero sano; la seconda è che, allora, tutti sono per forza insoddisfatti. Alla fine la salute, che consideriamo come un diritto, diventa invece un’utopia. Invece la salute è ben altro che un’utopica perfezione e questo ha delle ricadute sociali e politiche.

Ci spiega cosa intende per salute?
Bellieni: Provate a domandarvi quando non sentite di essere sani: vedrete che la risposta non è quella della pubblicità televisiva, cioè quando siete pressoché perfetti (che poi è quella che dà anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità). Ma sentite di essere sani quando riuscite a fare le cose di tutti i giorni, o le cose che fanno tutti quelli della vostra età. Dunque il vecchio è sano se fa quello che piace fare ad un anziano; il bambino è sano se fa quello che piace fare ad un bambino. Insomma, si è sani se si è soddisfatti di quello che si riesce a fare, non se si fanno cose impossibili e allucinanti.

Dunque anche per il disabile è possibile sentirsi in salute? 
Bellieni: Certo, basta però che non sia un “accontentarsi” o un “rassegnarsi”. Per questo occorre un costante appoggio sociale. È questa la ricaduta politica? Bellieni: Sì, perché gli Stati devono mettere le politiche sociali al primo posto, quando scrivono le leggi finanziarie, mentre recentemente abbiamo notato in molti Paesi tagli gravissimi alle politiche sociali, con proteste dall’Inghilterra all’Italia. C’è poi un altro risvolto di un malinteso senso della parola salute. Quale? Bellieni: Se la salute è il pieno benessere, e se le leggi statali legano l’interruzione volontaria di gravidanza al rischio per la salute (cioè al rischio di perdere qualunque dettaglio della propria vita così come l’abbiamo programmata), è facile giustificare l’aborto come un rischio per la salute. Invece la salute, per essere definita tale, richiede di essere supportata socialmente, cioè di non lasciare nessuno solo di fronte alle scelte difficili della vita. Inoltre, rendere soggettiva l’idea di salute mostra un evidente paradosso che notiamo nel caso dell’aborto legalizzato: è l’unico punto in tutta la medicina in cui la paziente si auto-diagnostica il rischio per la salute e si auto-prescrive la terapia. Ma nel resto della medicina le cose non vanno così: serve oggettività ed esperienza.

Di chi è la responsabilità per recuperare il senso del termine salute e non cedere al soggettivismo e all’insoddisfazione? 
Bellieni: In primo luogo dei mass-media, che legano troppo spesso la soddisfazione o il benessere al consumismo e a tutto quello che ne deriva. E che non mostrano la vera vita e le vere speranze delle persone malate. Penso che basterebbe mostrare lo sport dei disabili con intelligenza, per mostrare a che punte di eccellenza arriva la persona umana quando non è lasciata sola. Invece le Paraolimpiadi sono trasmesse quasi di sfuggita e non le ha viste nessuno. Peccato. E la politica? Bellieni: Può fare molto se riprende a parlare un linguaggio culturale e prepolitico, cioè di benessere vero delle persone, a parlare di sviluppo sostenibile, di difesa della vita debole e di ecologia, tre campi strettamente uniti e che sono curati da scienziati e studiosi che temono il decadimento della civiltà occidentale. Invece spesso la politica finisce col perdere le priorità e insegue più il benessere consumistico di una minoranza che il benessere vero della popolazione, cioè la ricerca di una salute correttamente intesa senza pretese eccessive e consumistiche.