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4 luoghi comuni sul velo islamico

Il velo fa discutere, divide gli animi, suscita interrogativi. Molti pronunciamenti appaiono ispirati più da motivi ideologici, politici o pseudo-religiosi. Almeno quattro sono i luoghi comuni dell’islamically correct con cui fare i conti.

1. Il velo, si dice, e’ parte integrante della religione e della cultura del mondo musulmano. Non e’ così: non c’è un solo testo religioso che faccia del velo un pilastro dell’islam. L’imposizione del velo obbedisce ad una visione gerarchica e patriarcale della società islamica, che ruota intorno alla figura dell’uomo padre e padrone. La riprova è che le donne lo indossano quando questa visione diviene dominante, se ne liberano non appena il dominio si indebolisce o si allenta. In Tunisia, Marocco, Giordania, l’uso del velo comincia ad essere scoraggiato e messo in discussione. È qualcosa che dovrebbe far riflettere i sostenitori di casa nostra.

2. Il velo, si sostiene, è un simbolo di pudore e di modestia delle donne musulmane. Al contrario, e’ l’esibizione di un messaggio politico e di potere. È il pubblico sigillo della sottomissione della donna alle l leggi e alle tradizioni più aberranti. La donna col velo è colei che può essere lapidata se commette adulterio, non può uscire di casa senza il permesso del marito, deve accettare maltrattamenti e violenze se mette il rossetto o frequenta un occidentale, subire l’infibulazione o la poligamia, essere costretta a sposare a 12 anni un uomo che non ha mai visto.

3. Le immigrate, si dice ancora, portano il velo per una libera scelta. Nella stragrande maggioranza dei casi, esse arrivano in Europa senza il velo. Sono costrette a indossarlo per ordine di mariti, padri e fratelli istigati e appoggiati dai predicatori di alcune moschee. Anche perché non è solo un’insegna di potere, è uno strumento di controllo. Ha il compito di isolare le donne delle comunità, impedire che entrino in relazione con la società, tenere lontano «l’altro», il nemico, il rivale, l’infedele. Il velo dice alle donne: restate chiuse nelle vostre case e siate ciò che dovete essere, fabbriche di figli, senza volontà e senza diritti. Se parlate con le immigrate comuni, le immigrate della porta accanto, è questo che vi diranno.

4. Proibire l’uso del velo nelle scuole e nei luoghi di lavoro è un atto di prepotenza che incoraggia lo scontro di civiltà. In realtà, misure come queste vanno nella direzione opposta: tendono una mano alla parte più viva e avanzata delle comunità musulmane. In Francia dall’anno scorso c’è una legge che vieta l’uso del velo nelle scuole pubbliche. Dopo le proteste scatenate dai fondamentalisti nei primi tempi, i sondaggi dicono che la stragrande maggioranza delle allieve e delle donne delle comunità si sono apertamente schierate a favore della legge. Ora ci sentiamo più libere, confessano: più libere di parlare, di vivere, di essere noi stesse. Detto questo, e’ evidente che il problema è innanzitutto culturale, e si affronta con un dibattito ampio ed aperto. Più che perdersi in dibattiti politicamente corretti sulle proibizioni, è molto più utile e realistico difendere il diritto delle donne a non indossarlo.

Riassumendo: l’imposizione del velo rivela una concezione del mondo che non vela soltanto la donna ma anche l’uomo, la società, la mente. Che mortifica la sua parte migliore, la sua storia di civiltà e di creatività. Ogni immigrata che rinuncia al velo non lo fa perché sceglie l’Occidente corrotto. Lo fa perché sceglie e ama il vero islam, non la sua copia deforme. È da riflessioni come queste che dovremmo partire quando affrontiamo una questione così importante per il futuro dell’integrazione. Chi oggi in Italia applaude al velo e ne fa solo un problema di centimetri di pelle da scoprire, mostra purtroppo di non averlo ancora compreso.

Souad Sbai (attivista marocchina) – Avvenire

Lʼeutanasia è incompatibile con i medici

Una delle sigle più rappresentative a livello globale: questo è la World Medical Association (Wma), che con le sue 109 associazioni mediche nazionali federate (e 10 milioni di membri) convoca congressi mondiali per redigere linee guida etiche da diffondere tra i camici bianchi di tutto il mondo. La sua storia parla chiaro: nasce infatti nel 1947 per reagire all’asservimento della scienza e della professione medica ai ripugnanti disegni del totalitarismo nazista (e non solo). Una sorta di garanzia morale che l’orrore dell’uso di vite umane come cavie o la morte procurata a esseri umani considerati sacrificabili non avrebbe mai più dovuto verificarsi, non con un medico come esecutore materiale, almeno.

Si capisce meglio con questa premessa la ferma presa di posizione che la Wma ha assunto nei giorni scorsi a Washington durante la 53esima assemblea: l’Associazione infatti, afferma la dichiarazione finale, «ha notato che la pratica dell’eutanasia attiva con l’assistenza medica è stata adottata nella legge di alcuni Paesi». Per questo «riafferma la sua forte convinzione che l’eutanasia è in conflitto con i principi etici basilari della pratica medica» e «incoraggia con forza tutte le associazioni mediche nazionali e i medici ad astenersi
dal prendere parte all’eutanasia, anche se la legge nazionale lo consente o depenalizza questa condotta a certe condizioni».

Mentre il dibattito sulle scelte di fine vita vede diffondersi l’argomento della libertà di scelta basata su un’autodeterminazione che prescinde dal suo oggetto (la stessa vita) la World Medical Association invita dunque i medici ad andare controcorrente. Nel congresso del 2013 a Divonne-les-Bains, in Francia, la Wma aveva dichiarato l’eutanasia «non etica» in quanto «atto che pone fine deliberatamente alla vita di un paziente, anche se a chiederlo è il paziente stesso o i suoi congiunti», precisando poi che «questo non dispensa il medico dal rispettare il desiderio del paziente di consentire che il naturale processo della morte faccia il suo corso nella fase terminale della malattia». Francesco Ognibene – Avvenire

La realtà detta legge. Sulla vita un dibattito senza ipocrisie

Che il feto umano senta dolore se subisce un danno è cosa ormai evidente per tutta la comunità scientifica internazionale. Il dibattito è sul “quando”: cioè quando le strutture del suo sistema nervoso lo mettono in grado di percepirlo durante la gravidanza. Sappiamo che dentro l’utero da un certo punto dopo il concepimento cominciano a funzionare le connessioni nervose che uniscono le varie parti del corpo con la zona del cervello che decifra il dolore, chiamata talamo. Nel giro di pochi giorni avverrà anche la connessione con la corteccia cerebrale che si sta sviluppando. Tutto questo avviene verso le 20-23 settimane di gestazione. Qualche anno fa il gruppo londinese di John Fisk dimostrò che pungendo l’addome al feto di questa età gestazionale, per eseguirgli una trasfusione di sangue in utero, questo rispondeva producendo adrenalina e cortisolo – ormoni dello stress – proprio come ogni essere umano che prova dolore. È un dibattito interessante quello entrato nella legge approvata in prima lettura martedì sera dalla Camera americana, e ogni anno la scienza porta nuovi dati e prove.

Nessuno potrebbe però immaginare che questo dibattito in primo luogo interessi i chirurghi. Già, perché ormai la scienza ha fatto passi da gigante e si riesce a compiere interventi sul feto prima che nasca, lasciandolo poi per le restanti settimane della gravidanza dentro l’utero. Per questo anestesisti e chirurghi hanno a cuore di scoprire quando il feto ha bisogno di anestesia e quando no, perché se provasse dolore l’intervento sarebbe impossibile per i suoi movimenti, senza contare che il feto rischierebbe seri risentimenti cerebrali per gli sbalzi di pressione indotti dal dolore. Oggi dunque è normale anestetizzare il feto durante simili interventi, se eseguiti nella seconda metà della gravidanza.

Fui convocato due anni fa dalla European Food Safety Agency (Efsa) dell’Unione europea per dibattere proprio di questo tema, unico italiano tra quindici esperti internazionali: quando il feto dei mammiferi prova dolore? Il dibattito riguardò soprattutto il momento della gravidanza a partire dal quale il dolore può essere percepito. Siccome il dolore è un fenomeno personale la risposta si può avere per via solo indiretta, cioè analizzando le reazioni ormonali, visionando lo sviluppo anatomico, registrando l’elettroencefalogramma. Ne nacque una vivace discussione: per alcuni studiosi, tra cui il sottoscritto, sulla scia della londinese Vivette Glover e dell’americano Sunny Anand, il dolore inizia a essere percepibile dopo le 20-22 settimane; per altri qualche settimana dopo, dall’inizio del terzo trimestre di gravidanza. Per altri infine il feto avrebbe uno stato di sopore, che comunque è ben diverso da una reale anestesia.

Dunque il dolore fetale non deve essere negato né esagerato, dato che nella prima metà della gravidanza non appaiono presenti le strutture atte a sentire il dolore. Ecco allora l’invito: parliamo di dati e non di preconcetti, qualunque cosa si pensi a riguardo, perché in questi ambiti la disinformazione è davvero grande.

Che poi tutto ciò abbia un riflesso legislativo sulle interruzioni di gravidanza, come la proposta appena varata dai deputati americani con il significativo titolo di «Pain-Capable Unborn Child Protection Act» (la «Legge per la protezione del bambino non nato capace di provare dolore»), con l’obiettivo di limitare gli aborti all’epoca in cui il feto non prova dolore, è cosa comprensibile: ha una sua logica che apprezziamo. Ma vogliamo ugualmente ribadire come ci piacerebbe che in questo campo oltre al legislatore si introducesse un sano dibattito, diffuso, documentato con dati alla mano accanto a un lavoro culturale e sociale: toppo spesso abbiamo visto un tema di simile portata trattato con superficialità (nessuno parla della sensibilità fetale e della sua umanità…), o con superbia e ipocrisia quando sentiamo giudizi, magari rispettosi della persona a parole, che però non sono accompagnati da seri passi per aiutare le donne in condizioni di disagio e le coppie in seria difficoltà.

Carlo Bellieni – Avvenire

Per i figli di coppie gay i problemi raddoppiano

L’analisi attenta e senza pregiudizi delle circa 75 ricerche realizzate soprattutto negli Stati Uniti sui figli di genitori omosessuali mostra che la tesi della “nessuna differenza” è scientificamente infondata. «I figli di genitori omosessuali hanno il doppio delle probabilità di sviluppare problematiche emotive – depressione e ansia – rispetto agli altri bambini». Lo afferma Paul Sullins, docente di sociologia alla Catholic University of America di Washington, considerato tra i massimi studiosi del tema, autore di importanti studi sul tema dell’adattamento dei figli di coppie omosessuali, intervenuto nei giorni scorsi a un seminario organizzato all’Università Cattolica di Milano.

In Italia, anche a livello scientifico, è quasi impossibile discutere con moderazione sul tema dell’omogenitorialità. Chi solleva dubbi circa la tesi secondo cui i bambini dei genitori dello stesso sesso non mostrano problemi di sviluppo, è facilmente accusato di omofobia. Succede lo stesso negli Stati Uniti?
Penso che noi, che riconosciamo la presenza di problemi nello sviluppo di figli di coppie omosessuali, siamo sovente accusati di omofobia perché le prove in questa direzione sono talmente forti che coloro che ingenuamente accettano la tesi opposta avrebbero altrimenti ben pochi argomenti. Dobbiamo ricordare che molti, probabilmente la maggior parte, degli scienziati in questo campo sono essi stessi omosessuali e rispondono a livello emotivo e personale. Forse sono stati, a propria volta, oggetto di stigmatizzazione per il proprio orientamento sessuale. Quando mostriamo loro delle prove a sostegno delle difficoltà affrontate da queste famiglie, stiamo dunque loro chiedendo di affrontare una verità difficile.

La maggior parte della letteratura scientifica afferma che non esistono differenze tra i bambini di genitori dello stesso sesso e figli di genitori eterosessuali. È proprio così?
La tesi secondo la quale non ci sarebbero differenze tra i figli di famiglie omo ed eterosessuali è una pura invenzione, senza alcun fondamento scientifico. Ci sono due problemi principali nei circa 75 studi su cui tale tesi è fondata. Innanzitutto, la possibilità di trarre inferenze scientifiche si basa sull’utilizzo di campioni casuali accuratamente selezionati ma la maggior parte degli studi (almeno 70) non fa uso di un campione casuale. Al contrario, i partecipanti a questi studi vengono selezionati tra i membri attivi di gruppi a supporto della genitorialità gay.

Quali problemi dal punto di vista metodologico?
La maggior parte delle ricerche conta su meno di 40 partecipanti. Secondariamente, nessuno dei quattro o cinque studi che fanno uso di un campione casuale ha identificato direttamente le coppie omosessuali ma si è invece basato su un calcolo che, come abbiamo appurato, classifica erroneamente le coppie eterosessuali come omosessuali, sovrastimandone così il numero.

Riferendosi ai suoi studi, quali sono le difficoltà più comuni riscontrate nei bambini dei genitori dello stesso sesso?
I figli di genitori omosessuali hanno il doppio delle probabilità di sviluppare problematiche emotive – depressione e ansia – rispetto agli altri bambini. Ho potuto riscontrare risultati analoghi in molte mie ricerche che usavano database diversi e anche altri studiosi sono giunti a conclusioni simili, anche mediante studi longitudinali, che hanno seguito i bambini per oltre 20 anni.

Possiamo attribuire queste difficoltà alla stigmatizzazione da parte della società nei confronti delle persone omosessuali?
La stigmatizzazione è indubbiamente un problema ma non è un problema più grave per i figli di coppie gay né è in grado di spiegarne la maggior vulnerabilità. Ciò non significa in alcun modo che la stigmatizzazione sia accettabile. In tal senso, dobbiamo impegnarci per ridurre gli episodi di bullismo e vittimizzazione che costituiscono un problema grave per molti bambini, inclusi i figli di coppie gay.

Si sentirebbe di sostenere l’approvazione di leggi che permettono l’adozione da parte di genitori dello stesso sesso?
In generale no, ma credo possano sempre esserci delle eccezioni. Non credo che i risultati della mia ricerca possano diventare un punto a favore dell’adozione da parte di coppie omosessuali, dal momento che i figli di coppie adottive fanno già esperienza di maggiori difficoltà emotive. Dovremmo però chiederci qual è il superiore interesse del bambino. Dal momento che è cinquanta volte più probabile che un bambino sia eterosessuale piuttosto che omosessuale, il superiore interesse del bambino dovrebbe risiedere nel suo affidamento ad una coppia eterosessuale.

Una regola da rispettare in qualunque situazione?
No, non dovrebbe essere applicata in maniera rigida o automatica, fondata su ideologie politiche, di qualunque colore esse siano. Quando si prende in considerazione l’adozione da parte di un individuo omosessuale, occorre distinguere tra l’adozione da parte di due genitori – in cui due persone, nessuna delle quali legata al bambino da rapporti di parentela, chiedono allo stesso tempo di diventare legalmente genitori di un minore – e l’adozione da parte di un solo genitore, in cui il partner di uno dei genitori biologici del bambino chiede di poterlo adottare. Posso immaginare casi in cui permettere questo secondo caso (l’adozione da parte di un genitore) possa rappresentare l’interesse del bambino, ad esempio quando non è possibile ottenere supporto materiale e morale da parte dell’altro genitore naturale.
Luciano Moia – Avvenire

Guerra al porno, male oscuro

Lottare contro la dipendenza dalla pornografia che inquina la mente, schiavizza le persone e disgrega le famiglie, è difficile ma non impossibile. Il primo passo è quello di informarsi, capire quanta ingiustizia e quanta sofferenza esiste in questo mercato che si alimenta innanzi tutto con la fragilità delle persone. Lo spiega lo psicoterapeuta americano Peter Kleponis, che ha messo a punto un metodo psicologico capace di armonizzare scienze umane e spiritualità cristiana.

Perché tanto impegno nella lotta contro la pornografia?
Ho deciso di specializzarmi nel trattamento della dipendenza sessuale perché ho visto una grande emergenza e una grande sofferenza. Ormai da una decina d’anni incontro nella mia professione tanti uomini che mi chiedono di aiutarli a combattere contro questa dipendenza. Spesso sono le mogli che mi pregano di sostenere i mariti. Allora ho studiato il problema, ho frequentato corsi di specializzazione e ho esaminato i metodi più opportuni per trattare questa dipendenza sessuale. Ho anche sviluppato il primo programma per la dipendenza dalla pornografia con un approccio coerente con la fede cattolica.

Quali sono le industrie che ottengono profitto da questo mercato? Una lista lunghissima: mass media, prostituzione, giocattoli sessuali, traffico di esseri umani, negozi porno, tecnologia informatica (social media, videogiochi, app). Oltre ai profitti ricavati dai consumatori, queste industrie guadagnano milioni di dollari dagli inserzionisti. Si tratta di un’industria che fattura miliardi di dollari e che prospera sulle ferite psicologiche delle persone.

Possiamo tentare un identikit delle vittime?

Le prime vittime – capisco che può sembrare strano – sono i protagonisti stessi, cioè attori porno, donne e uomini. Sono persone che accettano di entrare in questo mercato perché, per la maggior parte, profondamente fragili e ferite. Molti sono dipendenti dal sesso, dalla fama e dal denaro. La maggior parte, almeno negli Usa, ha trascorsi di abusi. Spesso lottano anche con la dipendenza da droga e alcol. La loro aspettativa di vita media è di 37 anni, perché logorate da sovradosaggi di farmaci, da malattie sessualmente trasmissibili e purtroppo anche dai suicidi.

Attori a parte, quali persone cadono in questa dipendenza?
La maggior parte delle persone che ricorrono alla pornografia presenta profonde ferite emotive. Il tentativo di fuggire da varie forme di sofferenza li porta a diventare dipendenti. Ma anche i familiari di queste persone sono vittime, soprattutto mogli e mariti di coloro che vivono questa dipendenza, e che sperimentano la delusione del tradimento. Molti di loro lottano con disturbi da stress post-traumatico.

Con quali conseguenze?
Negli Stati Uniti, la dipendenza da pornografia risulta tra i fattori determinanti nel 56% dei divorzi. Tanti perdono il lavoro. C’è una dipendenza compulsiva che induce il ricorso alla pornografia anche sul posto di lavoro. E le aziende oggi hanno politiche rigorose, per cui scatta spesso il licenziamento. Come difendere i giovani da questo rischio? Sono le persone più vulnerabili. Soprattutto i giovanissimi. L’età media dei bambini che incontrano per la prima volta la pornografia hard-core sulla rete è di otto anni. La più grande popolazione di utenti di pornografia via Internet è costituita da adolescenti tra i 12 e i 17 anni.

E i genitori come possono intervenire?
Devono innanzi tutto tenere conto che i giovanissimi sono nativi digitali. Espertissimi nell’uso di computer, tablet, telefoni cellulari, sistemi di videogiochi, applicazioni e tutte le forme di social media. L’industria della pornografia è consapevole di questo e ricorre a tecnologie sempre più avanzate per attirare i giovani verso la pornografia e per renderli poi dipendenti. Ciò assicura clienti permanenti. Sanno bene che questi ragazzini andranno alla scoperta di tutto quanto ha sapore di novità tecnologica.

Pensa che sia veramente possibile elaborare una strategia per spezzare il dominio della pornografia su Internet?
Credo che le persone possano contrastare in modo efficace il loro bisogno di ricorrere alla pornografia e liberarsi da questa dipendenza. Attualmente negli Stati Uniti ci sono diversi programmi di aiuto. Il successo degli interventi richiede da parte delle persone che vi ricorrono totale onestà e trasparenza. Ma anche senso di responsabilità e disponibilità di aprirsi a una dimensione valoriale e di spiritualità. Lei parla spesso di un programma di recupero coerente con una visione cristiana della vita.

Possiamo capirne qualcosa in più?
Sì, il programma che ho messo a punto intende contrastare la dipendenza dalla pornografia attingendo anche dalla spiritualità e dalle virtù della fede cattolica. Li chiamo i sette punti di recupero. Proviamo ad elencarli Sì, il primo punto riguarda onestà, conoscenza e impegno. E cioè assumere la responsabilità della propria dipendenza, e riconoscere le proprie debolezze. Gli altri punti, in estrema sintesi, riguardano la necessità di purificare cuore e mente anche con un’informazione approfondita del male rappresentato dall’industria pornografica; lasciarsi aiutare dai terapeuti, ma anche dai familiari e da un direttore spirituale; seguire con impegno il programma di counseling: non trascurare la preghiera; riscoprire il valore dell’educazione e di virtù cristiane come speranza, umiltà, onestà, pazienza, perseveranza, sacrificio, fiducia.
Luciano Moia – Avvenire

Poligamia, la mal interpretata liberta’ di coscienza

poligamia--644x362Come si puo’ essere poligami nel mondo moderno? Quando ero ragazzo, a scuola si parlava di poligamia solo con riferimento a popoli ‘primitivi’, ancora non raggiunti dalla civilta’; di quando in quando, nei romanzi di avventura per ragazzi allora in voga, venivano descritti, peraltro con molta discrezione, gli harem di ricchi maraja, di potenti sultani, di esotici sceicchi. Nel romanzo di Kipling, Kim, seguendo il suo lama fino alle pendici dell’Himalaya, entra in contatto con la regina di una tribù poliandrica, che consente cioe’ ad una donna di avere più mariti, e che vorrebbe aggiungerlo al novero dei suoi sposi; offerta che lo tenta, ma che egli, saggiamente, declina. In un modo o nell’altro, la poligamia si presentava nell’immaginario collettivo occidentale come situata in un ‘altrove’ e del tempo e dello spazio, un ‘altrove’ radicale, esotico, irrecuperabile e comunque ingiustificabile.

Stanno ancora così le cose? Certamente sì, ma fino a quando? Sembra che, lentamente, ma decisamente, la poligamia stia acquisendo nel mondo contemporaneo un’immagine nuova e diversa; sembra quasi che si stia imponendo come un fenomeno ‘post-moderno’, che prima o poi andra’ riconosciuto legalmente. Infatti, mentre nei paesi islamici la poligamia, per quanto coranicamente fondata, è divenuta da decenni una pratica pressoché introvabile e della quale comunque si parla il meno possibile, si stanno moltiplicando, in specie nei paesi occidentali più secolarizzati e maggiormente contrassegnati dal multiculturalismo, i segnali di una ‘apertura’ nei suoi confronti. Di qui le richieste, per ora vaghe, ma ben percepibili, di una legittimazione prima della poligamia coranica, poi della poligamia tout-court: risale a pochi mesi fa, la dichiarazione (o la provocazione?) di un alto prelato della Chiesa d’Inghilterra, in merito ad una (a suo avviso doverosa) riconsiderazione dell’esclusività della monogamia. Poco rileva che la proposta sia stata formulata con riferimento solo a chi avesse contratto un matrimonio poligamico in un paese che lo ritenesse legale e che comunque ci siano state in merito proteste di ogni tipo.

La poligamia non è più un tabù; si può certamente continuare a dirle fermamente di no, ma ad avviso di molti sarebbe ormai giunto il momento di parlarne francamente. È un passo avanti (si fa per dire!) non da poco. Ancora più interessanti, a mio avviso, sono però non solo i passi, ma le vere e proprie ‘fughe in avanti’ su questo tema, motivate non da sensibilità multiculturale, ma da nuove sensibilità libertarie. Esemplare la posizione della filosofia Martha Nussbaum, una delle voci più interessanti d’oltre Oceano. Nel suo ultimo libro, ‘ Liberty of Conscience’, la Nussbaum non esita ad accusare di isteria la forte pressione sociale che si è esercitata negli Stati Uniti contro la setta dei Mormoni e che di fatto li ha indotti a rinunciare, almeno a livello pubblico, al matrimonio poligamico riconosciuto lecito dai loro testi sacri. Recare violenza alla libertà di coscienza, sostiene infatti la Nussbaum, è un vero e proprio ‘stupro dell’anima’: questo è quello che è stato fatto subire ai Mormoni. Come se ne esce? Per la Nussbaum, non se ne esce: se siamo per la libertà di coscienza dobbiamo accettare la poligamia! Stupisce come una filosofa, sotto altri profili anche raffinata, come la Nussbaum possa cadere in equivoci così grossolani. La coscienza non è un oracolo insindacabile che detta la verità, quanto piuttosto un ‘organo’ che ci orienta verso di essa. E reciprocamente la verità non va pensata come il prodotto delle elucubrazioni della coscienza (che può essere anche ingenua, manipolata o malata), ma come il suo presupposto.

E’ vero che non dobbiamo recare mai violenza alla coscienza; ma è ancora più vero che abbiamo il dovere di dirle di no, quando essa elabora progetti individuali o sociali di dominio, di sopraffazione, di violenza o comunque di impoverimento dell’esperienza umana. Un no che può generare dubbi e sofferenze, ma necessario. Questo è il caso del no alla poligamia, che non è struttura di libertà (come sostiene la Nussbaum, ricorrendo al sofisma del libero consenso dei partner che contraggono vincoli poligamici), ma di arbitrario dominio, perché strutturalmente si fonda sul potere di un unico marito su molte mogli (o di un’unica moglie su molti mariti). La libertà di coscienza è un bene prezioso, ma ancora più preziosa è la libertà in sé e per sé, che a volte proprio a causa di coscienze malformate può subire violenza. Possibile che ancora si debba tornare a spiegare verità filosofiche così elementari? Francesco D’Agostino – Avvenire

La crociata di Suor Maria in Kenya contro le mutilazioni delle ragazze

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Sotto il tetto di lamiera azzurrina della casa pastorale, Elisabeth Kones si fa due conti e sospira: «Quanti anni ho? Vediamo, uhm… sono stata circoncisa nel 1961, quindi dovevo avere circa quattordici anni, allora. Ma non ne sono tanto sicura, i miei non mi hanno mai detto quando sono nata, non ne erano sicuri neanche loro, mi sa». Poi alza la testa con orgoglio, gli incisivi sgarrupati s’atteggiano a un sorriso: «Io però lo so quando sono nate le mie figlie: eccole lì, le vedi? E non sono circoncise, no: sono state le prime a entrare nel gruppo di sister Maria».
«Sister Maria», ovvero suor Maria de Los Angeles Vasquez, se ne sta un po’ sullo sfondo, coccolandosi con lo sguardo le sue «mamas» – Elisabeth e le altre donne del villaggio di Mulot che per prime l’hanno presa sul serio – e le loro ragazze ormai grandi, che per prime hanno evitato il rito di passaggio dei Kipsighis all’età adulta: il «Tumdo», la mutilazione degli organi genitali che qui fa di un’adolescente una donna rispettabile e da marito.

Ci ha pensato un bel po’ di anni, sister Maria, vivendo coi Kipsighis, spaccandosi la testa sulle tradizioni della tribù, e alla fine: «Beh, non è stata un’illuminazione, piuttosto un processo lento: ho capito che avevano bisogno di qualcosa per rimpiazzare il cerimoniale del Tumdo. E mi sono detta: perché non la Cresima?». Lo «scambio», alla fine, ha funzionato: dal1995 a oggi, sono almeno 300 le ragazze del «gruppo» scampate alla capanna dove le aspettava la «chemosiot», un’anziana del villaggio a metà strada tra mammana e fattucchiera, con una manciata di erbe per stordirle e un coltellaccio, «sempre lo stesso, Aids o non Aids», per tagliarle. «Subito dopo la circoncisione, la famiglia le dava a un marito, spesso uno sconosciuto che portava però in pegno un bel po’ di vacche. Le mie ragazze, invece, hanno continuato a studiare. E il marito se lo scelgono loro, se e quando vogliono», spiega sister Maria.

Viene da una provincia contadina del Messico meridionale, Oaxaca, questa piccola missionaria quarantenne che ha rivoluzionato la vita alle tribù Kalenjin (i Kipsighis sono una di esse) del distretto keniota di Narok, quattro ore di fango e buche da Nairobi, nella Rift Valley. Buona parte della popolazione è convertita al cattolicesimo, ma le tradizioni hanno continuato a sopravvivere, in un groviglio di paganesimo cristianizzato.  Sister Maria s’è infilata in queste contraddizioni con il pragmatismo che solo la gente dei campi può avere.

Qualche anima bella salterà senz’altro su a disquisire di colonialismo culturale e di evangelizzazione coatta, lei lo sa. E scuote la testa: «Guardi che noi non forziamo proprio nessuno. Alle ragazze abbiamo posto dall’inizio una domanda semplice: diteci cosa volete e come possiamo aiutarvi. Beh, loro non volevano essere circoncise e tuttavia volevano essere rispettate come lo sono qui le donne circoncise: per questo occorreva un rito.

Noi le accettiamo solo con l’accordo dei genitori, tutta la cerimonia della Cresima è basata sulle loro tradizioni, abbiamo sostituito con il velo la pelle di mucca con cui le ragazze si coprono prima del Tumdo. E poi, insomma, l’importante è evitare la mutilazione. O no?”. Da lontano i tetti azzurri della chiesa, della casa pastorale, della scuola e del refettorio spiccano contro il verde della collina di Mulot. Ci accompagna alla missione Leo Capobianco, responsabile per il Kenya dell’Avsi, l’associazione di volontari cattolici che – con le adozioni a distanza – sostiene la piccola impresa della suora messicana. Sister Maria porta un grembiule a scacchi sopra la veste delle Sorelle Missionarie del Catechismo.
Sprizza energia, ancora adesso: quando arrivò nell’88 doveva apparire incontenibile perfino ai vecchi della collina, «la parte più conservatrice della tribù». Ricorda: «Era luglio. Vedevo tanti giovani attivi nella parrocchia ed ero felice. Poi, di colpo, a novembre, la chiesa si è svuotata. A sparire erano quasi tutte ragazze. Ho cominciato a chiedere alle anziane, qualcuna rideva, qualcuna scappava. Finché ho fermato una vecchia, sapevo che era una buona cristiana, mi ha detto la verità: le ragazze erano recluse perché stavano preparandosi al Tumdo, la circoncisione. Mi ha detto: sei straniera, capirai col tempo».

«A gennaio la chiesa ha ricominciato a riempirsi, ma molte ragazze di prima non sono tornate. Ho chiesto di nuovo: “Dopo il Tumdo le danno subito a un marito, non importa se è vecchio o giovane, o se ha altre mogli, purché porti le vacche in cambio”, mi hanno detto. Ho chiesto: e sono felici? “No -mi hanno detto – ma chi può farci niente?”. È stato allora che ho capito che non avevo capito». Cioè? «Cioè, se volevo aiutare questa gente, dovevo essere più vicina a loro. Tutto l’anno successivo l’ho passato a visitare case, capanne, famiglie, a farmi spiegare le cose.

Sono riuscita ad andare in una capanna dove fanno la circoncisione, le ragazze erano coperte di fango colorato, ballavano tutta la notte prima del rito. Se non sopportano in silenzio il taglio, se gridano per il dolore, la vergogna ricade sulla famiglia. Da una finestra ho visto Mary, una delle ragazze sparite dalla parrocchia, l’ho chiamata, mi ha detto “non chiamarmi più, sister”. Ho pianto molto. Poi ho cominciato a parlare». Suor Maria parla e parla, «di valori umani e valori cristiani» con le ragazze. E con i genitori: «Date una scelta alle vostre figlie». «Una madre mi ha detto: “Fatti dei figli tuoi se vuoi fare quello che ti pare coi ragazzi”. Ma molte altre erano d’accordo con me.

Ricordavano il loro Tumdo ed erano felici di evitarlo alle figlie. Però, mi dicevano: “Come faranno a diventare donne mature per il villaggio? A non essere più bambine?”. È stato un lungo processo, siamo cresciute insieme, noi e loro». Il 16 dicembre 1995, il primo gruppo di venticinque ragazze entra in ritiro per due settimane e si prepara alla Cresima. Scortate dai genitori, poi passano il rito dello «cherset», la sfida, in cui gli anziani incoraggiano i giovani a non tornare indietro: solo che stavolta in fondo al percorso non c’è la «chemosiot» col suo coltello.

Alla cerimonia del primo gennaio, anche i non cristiani vengono a vedere «quel primo gruppo di ragazze accettate come donne mature nella Chiesa». La voce si sparge. Da allora ogni anno, a gennaio, il rito si ripete, «quest’anno siamo arrivate al nono gruppo». I vecchi sulla collina dicono che tante novità faranno saltare i matrimoni combinati, dunque niente più vacche per dote: «E sarà un guaio economico per le famiglie». Forse. Però Cristina s’è scelta da sola il fidanzato e gli ha detto: «O mi accetti non circoncisa o ti arrangi». Jane Mary, 24 anni, vuole diventare «una donna d’affari»: «Ma mica scappando chissà dove, no, no, io voglio vivere qui». E la «chemosiot» del villaggio comincia ad avere, vivaddio, anche un po’ di tempo libero.
Buccini – Avvenire

 

La (vergognosa) maternita’ a pagamento e’ gia’ in Italia

Sara’ pure proibita, ma in Italia la maternita’ surrogata (utero in affitto, gestazione per altri tramite fecondazione eterologa) c’e’ gia’ e non gioca nemmeno a nascondino. E’ a portata di clic e di telefono, ha un listino prezzi dettagliato, e non serve nemmeno più sapere l’inglese. Ci sono organizzazioni che rischiano la galera e si azzardano a organizzare incontri, come ha raccontato la scorsa settimana Avvenire: una clinica ha organizzato una riunione promozionale Milano e due attivisti di Pro vita, fintisi coppia gay alla ricerca di un erede, sono riusciti a partecipare (e poi a raccontare tutto). Ce ne sono però molti altri che restano al riparo di siti Internet in perfetto italiano: sono passati i tempi delle traduzioni automatiche e maccheroniche, la promettente clientela nostrana val bene qualche investimento. Nel trionfo di marketing glocal che caratterizza il settore della caccia al figlio, questi siti offrono pacchetti di prestazioni, offerte e consulenze legali su misura per gli italiani, solitamente con un contatto telefonico fisso, per informazioni o dubbi di natura giuridica, sul nostro territorio nazionale.

I supermercati di neonati più facili da rintracciare via Google sono in Russia, Ucraina e Grecia perchè l’impresa si può organizzare dal divano di casa, ma le cliniche in cui si può farsi fare un bambino, e ancor di più le donne disponibili a farlo, sono sempre all’estero. La clinica ucraina Biotexcom, ad esempio, con un numero di telefono dell’area di Roma, ha il «pacchetto maternità surrogata economy» che per 29.900 euro offre tutti i servizi base, compresi alloggio in una stanza di 20 metri quadri per gli acquirenti e scartoffie legali. Per il pacchetto «standard» da 39.900 euro l’appartamento è più grande e c’è una governante, mentre pesurrogacyr quello Vip da 49.900 euro ci sono anche un autista personale e un pediatra sempre a disposizione (perfetto per aspiranti genitori ansiosi). A Kiev gli italiani possono contare anche su un’altra professionista, Olga Zakharova: interprete riconosciuta e specializzata in traduzioni cliniche, dal 2002 assiste i nostri connazionali nella capitale ucraina «per risolvere problemi della fertilità». Assicurati qualità del servizio ed esito positivo: viste le storiacce di truffe che si sentono, la signora si è specializzata selezionando cliniche, medici e avvocati per dare «una soluzione certa, chiara e senza sorprese». L’intermediaria risponde in italiano anche il sabato, ma in caso di dubbi legali il sito segnala nominativo, contatto email e telefonico di un avvocato con studio in Brianza.

Anche Extraconceptions, con sede a Carlsbad, in California, mette a disposizione l’email di una consulente di lingua italiana e promette nessuna sorpresa. Il fondatore di questa agenzia, Mario Caballero, vanta una lunga esperienza e gira il mondo a incontrare di persona le coppie che cercano un utero in affitto. Queste ricevono molti servizi, compreso il supporto di professionisti in ambito finanziario e assicurativo. VittoriaVita, agenzia ucraina con pagina Facebook e blog in italiano, spiega sul suo sito le difficoltà per chi vuole avere un figlio da maternità surrogata nel nostro Paese e segnala il numero (rosurrogacymano) del proprio agente per l’Italia. Non preoccupatevi del passaggio finale in ambasciata, scrivono: i loro avvocati prepareranno tutte le carte necessarie e poi via, di ritorno in Italia con un bebé. E gli esempi di organizzazioni Italian friendly di questo genere sono innumerevoli: agenzie e cliniche greche, russe e statunitensi attendono aspiranti genitori italiani a braccia aperte. Vigono regole del mercato, e noi evidentemente siamo buoni clienti. ra le pagine in italiano spunta anche un sito informativo, che spiega le principali problematiche mediche e legali della maternità surrogata (che sia un reato in Italia dovrebbe essere la prima problematica), suggerendo ad esempio l’accurata stesura di un contratto preliminare oppure la scelta di Paesi che riconoscano «la genitorialità genetica » e regolino «con chiarezza il passaggio di diritti e doveri dalla portatrice ai genitori biologici». Oltre a una breve bibliografia, in questo sito si consiglia uno studio legale pisano «di riferimento» per queste questioni, cui rimanda anche il formulario per le domande. Perchésurrogacy.
Valentina Fizzotti – Avvenire

Figli di 6 genitori, con lʼutero in affitto si puo’ (triste)

Tre aspiranti genitori legali, ma sei biologici – tre padri anche biologici, tre donatrici di ovociti di cui due anche madri surrogate – per almeno tre futuri bambini, il tutto condito con tanto amore perché #loveislove, come cinguettava felice Obama quando la Corte Suprema americana ha sdoganato il matrimonio omosessuale.
Anche secondo il canadese Adam Grant l’amore è l’amore e «dovrebbe essere moltiplicato e non diviso. Non importa se in una relazione a tre o a quattro». E proprio per questo ha divorziato da Shayne Curran (uomo pure lui), dopo un anno di matrimonio: l’ha fatto per restarci insieme ma estendendo la relazione anche a un terzo uomo, Sebastian Tran.
Adam e Shayne non volevano che Sebastian, incontrato in un night club e con cui subito è nato un grande amore comune, «si sentisse la ruota di scorta nella nostra relazione. Così abbiamo deciso di divorziare per poter rinnovare il nostro impegno fra tutti e tre», in modo eguale. I media che hanno raccontato la storia si sono dilungati con dovizia di particolari sulle dinamiche e sulla normale quotidianità “familiare” del terzetto, che ormai convive da più di tre anni.
Un poliamore che sarebbe una faccenda privata riguardante solo i diretti interessati – sempre che sia tutto vero, e non una trovata pubblicitaria – se non fosse per un paio di “particolari”. Il primo è che secondo alcuni avvocati consultati dal trio, e nonostante il matrimonio a tre non sia legale in Canada, producendo opportuna documentazione sarebbe possibile garantire «che siamo tutti egualmente legati e obbligati l’uno con l’altro agli occhi della legge».
Il secondo è la loro intenzione di avere figli: pur non essendo contrari all’adozione, dicono, «vogliamo mischiare i geni in modo che i nostri bambini siano il più possibile legati a noi». Le due sorelle di Shayne si sarebbero già dichiarate disponibili per fare da madri surrogate – «stanno già discutendo su chi delle due porterà il nostro bambino per prima, mi sento molto fortunato», rivela Shayne – e, insieme alla sorella di Sebastian, tutte e tre donerebbero i propri ovociti «per tenere tutto in famiglia».
Una storia che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrata un pessimo copione per una commedia di quart’ordine, adesso, nella migliore delle ipotesi, potrebbe essere considerata come una provocazione, ma nessuno è in grado di escludere che tutto ciò si possa realmente concretizzare. Nel Nuovo Mondo nato dalla rivoluzione antropologica ogni singolo aspetto della storia appena raccontata è diventato plausibile. Innanzitutto: quel che conta – ci dicono – è l’amore, e se si è in tre a condividerlo non si capisce perché uno dei soggetti debba esserne escluso.
E poi: i sentimenti e le percezioni personali devono essere riconosciuti pubblicamente dalla legge. In questo caso nella forma più simile possibile a un matrimonio, estendendo a tre quel che vale per due. E ancora: i figli “del sangue”, cioè in qualche modo geneticamente legati a sé, sono l’ovvia conseguenza e la legittimazione definitiva dell’amore reciproco. Infine: i figli non hanno bisogno del padre e della madre, ma di qualcuno che li desideri fortemente e sia disposto a prendersene la responsabilità. In fondo sono le stesse motivazioni di chi sostiene i matrimoni fra due persone dello stesso sesso, in questo caso estese a una in più.
Diventerebbe quindi essenziale l’accesso all’utero in affitto per rendere possibile qualsiasi combinazione di filiazione e genitorialità. Anche l’idea di fecondazione eterologa diventa superata, lasciando spazio a una generica e più ampia “donazione” di ovociti: in questo caso non esiste una coppia uomo-donna che accede a gameti “esterni”, ma si tratta di una vera e propria “riproduzione collaborativa”, dove ognuno contribuisce come può.
D’altra parte la co-genitorialità a tre non è una novità. Per esempio, nel suo recente libro Fine della maternità Eugenia Roccella dà notizia di altri casi, riportando anche l’incipit di un sito dedicato: «Le cose stanno definitivamente cambiando e stanno evolvendo negli Stati Uniti. Piano piano le decisioni delle Corti stanno modificando le leggi, e in alcuni Stati ora è legale avere fino a tre genitori per un bambino». Bambino dei cui diritti nessuno, finora, sembra preoccuparsi.
Assuntina Morresi – Avvenire

Autodeterminazione o invito a farla finita?

È assai significativo che in questoperiodo i medici inglesi si interroghino su quanto accaduto negli ultimi anni nel territorio del fine vita. Stiamo parlando del «Liverpool Care Pathway» (Lcp), protocollo per garantire in ospedale ai malati terminali di cancro gli stessi trattamenti assicurati dagli hospice.
Presentato come un servizio all’avanguardia, il protocollo è stato abolito dallo stesso sistema sanitario inglese dopo che una commissione di inchiesta governativa – insediata a seguito di casi allarmanti portati alla ribalta dai media – ne aveva accertato il fallimento. La commissione, guidata dalla baronessa Neuberger, ha concluso i suoi lavori due anni fa con un report da cui è emerso un desolante panorama di abusi e pratiche improprie, tanto che Norman Lamb, ministro della Salute, parlò di «disgrazia nazionale».
Molti i malati inseriti nel programma Lcp a loro insaputa, ai quali erano state sospese sia le cure che l’alimentazione e l’idratazione assistite, e spesso somministrati pesanti sedativi che ne spegnavano ogni segno di vitalità. Il tutto senza il loro consenso oppure omettendo di avvertire i familiari, alcuni dei quali hanno visto i propri cari morire succhiando affannosamente spugne inzuppate d’acqua, unico modo per dissetarsi dopo la sospensione dei nutrimenti: tanto che la commissione si è sentita in dovere di scrivere che «negare da bere a un paziente assetato è doloroso e inumano». Nonostante i lodevoli obiettivi, l’Lcp si è rivelato uno strumento fragile, in troppi casi l’alibi per l’abbandono dei malati, con il governo invitato a sostituirlo con nuove linee guida. L’incarico è stato affidato al Nice – National Institute for Health and Care Excellence – che ha reso noto alcune settimana fa un testo provvisorio. Subito c’è chi ha autorevolmente denunciato che le nuove regole sarebbero addirittura peggiori delle precedenti, accusando il Nice di aver fatto un «disastro di disinformazione, distorsione e ambiguità». Il dibattito sul fine vita, insomma, si è di nuovo acceso. E il voto dei deputati non può che riaprire la ferita.
Se il comune obiettivo è che i morenti possano avvicinarsi alla fine ricevendo i trattamenti più adeguati alle loro condizioni, nel rispetto delle scelte personali, la tragica attuazione dell’Lcp ha mostrato quanto il criterio dell’autodeterminazione, specie nelle scelte di fine vita, scivoli facilmente nel suo opposto: in nome della scelta del paziente troppo spesso si è finito per ignorare proprio le sue volontà.
In questo senso l’Lcp non è un caso unico: in Belgio sono recentemente aumentate le segnalazioni di eutanasia effettuata senza il consenso esplicito del paziente, un fenomeno ormai pari all’1,7% dei casi, secondo il Journal of Medical Ethics.
Un paradosso? No, piuttosto la conseguenza del diffondersi di una mentalità – diciamolo chiaramente – eutanasica, che prende piede anche fra i medici, basata su un’idea esasperata di autodeterminazione, secondo la quale in certe condizioni – soprattutto la non autonomia del malato – la vita ha meno valore e non vale più la pena di essere vissuta, indipendentemente dal fatto che si sia o meno in prossimità della morte (i costi sempre meno sostenibili da sistemi sanitari costruiti quando l’economia era fiorente fanno il resto). La finalità della professione medica si sta trasformando: non sempre curare e salvare la vita è il bene del paziente, a volte sembra meglio farla finita, specie se è il malato a chiederlo. C’è una linea sottile che separa il rifiuto del cosiddetto accanimento terapeutico e delle cure – legittimi – e l’idea che è un diritto morire quando lo si decide.
È quindi sempre più possibile che un medico si trovi di fronte alla richiesta eutanasica da parte di malati non gravi: aumentano infatti i Paesi che riconoscono il ‘diritto a morire’, o la vincolatività dei «do not resuscitate order », le dichiarazioni nelle quali si chiede di non essere rianimati in alcune circostanze, quando invece sarebbe compito del medico farlo.Cambia di conseguenza l’atteggiamento dei professionisti: oltre che curare, il loro compito può essere anche quello di dare la morte, (E’ molto triste.  ndr)  direttamente o indirettamente, sottraendo trattamenti salvavita o comunque di sostegno. Sono gli stessi medici a pensare a questi percorsi come un’alternativa legittima nell’ambito della propria professione, a partire da quei Paesi dove sono consentiti l’eutanasia e percorsi di fine vita che lasciano ampi margini di ambiguità. È dunque la natura della professione medica a subire una mutazione sostanziale, e ciò accade sull’onda della rivoluzione antropologica in atto.

Assuntina Morresi – Avvenire

Dna di tre genitori si moltiplicano i dubbi scientifici

Gli standard per uno shampoo sembrano più rigorosi : e’ il sarcastico commento di Ted Morrow, biologo evolutivo dell’Università inglese del Sussex, a Brighton, riportato sulla prestigiosa rivista Nature in un recente, ampio articolo su rischi e dubbi a proposito della tecnica di manipolazione genetica da poco consentita in Gran Bretagna, quella degli embrioni con “tre genitori” («I rischi nascosti per i bambini di “tre persone” »). I fatti sono noti ai lettori di Avvenire: dopo alcuni anni di discussione l’Hfea, authority inglese per l’embriologia umana, ha dato il via libera alla possibilità di generare embrioni con il Dna di tre persone. Un uomo e due donne, precisamente, una delle quali contribuisce alla maggior parte del patrimonio genetico del nascituro con il Dna contenuto nel nucleo dei propri ovociti, e l’altra con il Dna di minuscoli organelli cellulari fuori dal nucleo, chiamati mitocondri, che hanno la funzione di fornire energia alla cellula. Alcune anomalie del Dna dei mitocondri sono collegate a importanti patologie incurabili, e con questa tecnica si vorrebbero sostituire, fin dal concepimento, i mitocondri anomali di una donna con quelli sani di un’altra. Si parla al femminile perché i maschi non trasmettono questo tipo di patrimonio genetico. I sostenitori della tecnica affermano che il contributo del Dna mitocondriale è minimo rispetto a quello del nucleo: quest’ultimo contiene 20mila geni che decidono, fra l’altro, i caratteri somatici della persona, mentre il genoma mitocondriale ne ha solo 37. Un contributo residuale e “neutro” che può essere “scambiato” fra due individui della stessa specie, sostituendo mitocondri geneticamente difettosi con altri sani (quando lo si è provato a fare combinando mitocondri animali e genoma nucleare umano, formando le cosiddette “chimere” l’esperimento autorizzato dall’Hfea è miseramente fallito). Ma nell’articolo tante sono le obiezioni preoccupate degli esperti: innanzitutto si osserva che se il Dna mitocondriale è trascurabile come numero di geni rispetto a quello nucleare, una cellula ha però migliaia di copie del genoma dei mitocondri, mentre in ogni cellula il Dna del nucleo ne ha due, una del padre e una della madre. Ma soprattutto dagli esperimenti sugli animali emerge una profonda interazione fra genoma nucleare e mitocondriale all’interno della stessa cellula: è evidente una robusta rete di comunicazione fra loro, considerando anche che circa 1.500 geni del Dna nucleare sono coinvolti nella funzione mitocondriale, e 76 di questi codificano proteine importanti. Secondo alcuni studiosi la possibilità di forme complesse di vita «dipendono da un insieme coordinato di interazioni strette fra i due tipi di genomi», risultato di un lunghissimo processo evolutivo che le ha raffinate. Si temono quindi gli effetti della distruzione di questa comunicazione, che avviene quando la manipolazione genetica di gameti o embrioni combina Dna mitocondriale e nucleare di due donne diverse. Sostenitori e contrari della procedura sono concordi nel riconoscere che non c’è certezza su cosa accadrà in futuro, negli individui… (LEGGI QUI)
Assuntina  Morresi – Avvenire

Armeni, la voce araba del genocidio

deportazione-degli-armeniC’è perfino chi dice che non è mai esistito. Troppo a favore degli armeni, in ogni dettaglio, per essere vero. Eppure sulla vita di Fayez el-Ghossein abbondano le testimonianze storiche. Fu un personaggio di rilievo nella turbolenta e intricata politica del Medio Oriente tra le due guerre: Lawrence d’Arabia lo cita ne I sette pilastri della saggezza come suo amico fidato; fu consigliere di re Feisal, magistrato a Damasco, avvocato.

E primo cronista arabo del genocidio perpetrato dai turchi contro gli armeni, all’inizio della Prima guerra mondiale, che costò all’antica stirpe cattolica più di un milione di vittime. Una testimonianza, la sua, sorprendente per asciuttezza, penetrazione, equilibrio e accuratezza. Eppure fu scritta di getto, mentre le persecuzioni erano ancora in atto. Composta in arabo nel 1916 e pubblicata l’anno seguente, non riuscì ad arginare l’opera di negazione portata avanti dalla Turchia di Kemal. Soltanto nel 1965 approdò in Occidente, con una traduzione francese curata da una comunità armena; ora l’editore Guerini la porta anche in Italia, con il titolo Il beduino misericordioso. Testimonianze di un arabo musulmano sullo sterminio degli armeni (pagine 120, euro 14,00).
Allo scoppio della Prima guerra mondiale, Fayez el-Ghossein era un giovane avvocato di Damasco, figlio di uno sceicco beduino della Siria ottomana. Aveva già ricoperto alcune cariche pubbliche per conto del governo di Istanbul – era stato vice-prefetto nella provincia armena di Kharput – prima di abbracciare la libera professione. Con la guerra, venne richiamato alla sua carica amministrativa; el-Ghossein rifiutò, e presto venne accusato di essere a capo di una ribellione delle tribù beduine contro il governo. Prosciolto, venne comunque mandato in confino a Diarbakir e lì, per sei mesi e mezzo, poté «vedere e ascoltare da fonti autorevoli tutto ciò che è accaduto agli armeni». Il suo scrupolo di cronista è esemplare: narra fatti visti con i propri occhi oppure, quando riferisc e i racconti che aveva raccolto, indica con precisione la fonte e la sua attendibilità.
La narrazione procede per appunti, episodi, immagini che si presentano improvvisi ai suoi occhi e lo sconvolgono nel profondo.
Non si tira indietro davanti alle efferatezze più crude, così come non trascura di segnalare i pochi giusti che seppero chiamarsi fuori da quella strage. Misura le parole per dire il meno possibile, perché si avverte l’orrore che quei ricordi destano in lui, ma non è mai reticente. Anzi: proprio per la sua sobrietà, la denuncia degli omicidi, degli stupri, degli infanticidi, delle razzie e della crudeltà acquista ancor più forza e credibilità. La sua voce di arabo conferma quanto si sa dalle memorie degli armeni scampati al genocidio, e in più arricchisce il racconto con le confidenze, frutto di rimorso o di perverso compiacimento, che gli fecero i persecutori: militari, banditi – soprattutto curdi – arruolati per l’occasione, funzionari.
I piccoli burocrati dello sterminio descritti da el-Ghossein ricordano molto da vicino i loro omologhi tedeschi di un trentennio più tardi. E molte delle analisi del «beduino misericordioso» anticipano con sorprendente preveggenza quelle che sarebbe venute sui «volenterosi carnefici di Hitler». El-Ghossein si rende perfettamente conto che la politica portata avanti dal governo dei Giovani turchi ha come obiettivo generale l’uniformazione del loro nuovo Stato. Tutte le componenti etniche minoritarie vengono in qualche modo vessate: gli altri cristiani – protestanti, caldei, siriaci – presenti nell’Impero e anche gli stessi arabi come el- Ghossein. Ma gli armeni subirono un'”attenzione” particolare:
evacuati dai loro territori ancestrali o dalle città della costa – dove costituivano comunità vivaci sia economicamente sia culturalmente – furono condotti nelle pietraie dell’Anatolia, dove le marce estenuanti, la fame, la sete e le uccisioni di massa portarono alla morte gran parte di loro – tra il milione e il milione e mezzo, secondo i calcoli attuali: ma già el-Ghossein stimò le vittime a un milione e duecentomila, sulla base dei dati che raccolse personalmente, dei censimenti nelle province armene e del numero dei sopravvissuti.
El-Ghossein abbozza alcune spiegazioni per tanto accanimento.

Dopo aver smontato le accuse dei turchi contro gli armeni – che, secondo Istanbul, avrebbero organizzato rivolte armate per ottenere la secessione -, rileva con acume che la persecuzione fu, già allora, condotta su criteri etnici più che religiosi, tanto da coinvolgere anche gli armeni convertiti all’islam. E, soprattutto, individua una possibile spiegazione, politica e sociale insieme, che discende direttamente dalla vivacità intellettuale dimostrata dalla comunità armena: i Giovani turchi, «che avevano combattuto il potere assoluto e che recriminavano contro il governo autoritario del sultano, quando sono diventati padroni hanno capito che il dispotismo era l’unico mezzo per conservare quel potere assoluto e contemporaneamente assicurare l’egemonia della razza turca. Allora hanno compreso che fra tutte le razze solo quella armena sarebbe stata capace di denunciare e di combattere il loro dispotismo.
Sapevano che gli armeni erano superiori per istruzione e capacità».
El-Ghossein non nasconde che ci fu un’indubbia intenzione anti- cristiana. Ma, da musulmano fervente, la ritiene al tempo stesso anti-islamica. Denuncia gli atti dei turchi come contrari alla religione di Maometto, indica i passi del Corano che gli assassini hanno contraddetto con le loro opere, insiste sul significato autentico dell’islam – un significato di fratellanza, umiltà e misericordia. E proprio la difesa della sua religione ha ispirato la testimonianza: «Penso che sia mio dovere pubblicare questo opuscolo per servire la verità e la nazione che è stata perseguitata dai turchi e specialmente per difendere la religione musulmana, affinché non venga accusata di fanatismo dall’Europa».

Si tratta di un articolo interessante, l’unica cosa è che c’è un’imprecisione, perché il giornalista parla di “antica stirpe cattolica”, con un refuso, immagino, per “cristiana”, in quanto i cattolici armeni sono pochi, circa 100.000 sparsi un po’ ovunque, mentre la Chiesa armena autocefala conta circa 8.000.000 di fedeli ed è pre-calcedoniana, in quanto le persecuzioni dei Persiani hanno impedito ai patriarchi armeni di partecipare al Concilio di Calcedonia.

Avvenire –

Armeni, l’identita’ ritrovata

Armenia storicaNew York, aprile 2007, sede delle Nazioni Unite. Venne programmata una mostra sul genocidio del Ruanda, uno dei piu’ terribili eventi genocidari del Ventesimo secolo, a cura di un’organizzazione che si occupa di questi temi. Tutto e’ pronto per l’inaugurazione formale, quando un diplomatico turco va a vedere i pannelli predisposti, e in uno di questi legge un breve accenno, solo una frase, alla tragedia degli armeni: «Dopo la prima guerra mondiale, durante la quale un milione di armeni furono uccisi in Turchia…».

Basta questo per scatenare l’immediata furibonda reazione dell’Ambasciata di Turchia, in seguito alla quale Kiyotaka Akasaka, un funzionario dello staff del nuovo segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, si affretta a bloccare la mostra, la cui inaugurazione viene rimandata a data da destinarsi, evidentemente per dare il tempo agli organizzatori di eliminare la frase incriminata, cancellando una volta di più l’emergere, perfino come allusione in un pannello, della temibile «questione armena».

La quale peraltro dalla stessa organizzazione dell’Onu è conosciuta benissimo, se non altro perché, per definire il crimine di genocidio, furono proprio le Nazioni Unite ad adottare nel 1948 questo termine, appena coniato dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, proprio in relazione ai due grandi genocidi della prima metà del secolo scorso: quello del suo popolo, la Shoah, e quello degli armeni, come Lemkin stesso sostenne in diverse occasioni, fra cui in un’eccezionale intervista televisiva del 1949, recentemente riscoperta e ritrasmessa negli Stati Uniti. Purtroppo, a simili oltraggiose discriminazioni gli armeni sono abituati da sempre, da quando, dopo il Trattato di Losanna del 1923, all’immensa tragedia subita si aggiunse, per i superstiti, la beffa del silenzio, e un’indifferenza così totale da rendere le loro voci inascoltate, come quelle di inoffensivi, trasparenti fantasmi, se solo provavano a parlare.

Così per decenni essi tacquero, e la loro identità di popolo rimase pubblicamente ignorata, più ancora che negata, soprattutto nei Paesi, come l’Italia, dove i flussi migratori erano stati esigui.

Ma in tutto il mondo gli armeni erano tollerati solo se si assimilavano o mimetizzavano: persone umili e adattabili, che per farsi accettare cominciavano a dare nomi occidentali ai loro bambini, a frequentare le chiese di rito latino, crescendo i loro figli all’interno della cultura che li aveva accolti, e di conseguenza spesso perdendo perfino la lingua dei padri, che pure era una lingua con una storia straordinaria, un alfabeto originale, una tradizione scritta culturale e letteraria che risaliva al V secolo d.C.

Cosa è cambiato oggigiorno? Come mai oggi i discendenti di quei poveri sopravvissuti portano con orgoglio la loro riscoperta armenità? Com’è che il 13 aprile, pochi giorni dopo l’episodio di censura all’Onu, il New York Times dedicava alla vicenda un editoriale durissimo, in cui stigmatizzava l’inesperienza del nuovo segretario generale e del suo team, quando proprio alle Nazioni Unite si suppone che dovrebbe essere affidata la realizzazione di una legge internazionale sui genocidi? E come mai in un’intervista rilasciata qualche giorno dopo al Corriere della Sera, a una precisa domanda della giornalista sul caso della mostra sospesa, Ban Ki-moon rispondeva con qualche impaccio che era stata «rimandata per problemi tecnici», ma che presto sarebbe stata annunciata la data di apertura, e che affrontare le questioni relative ai genocidi è una questione di principio per le Nazioni Unite?

Il fatto è che gli armeni sono tornati ad esistere.
La gente sa che ci sono, sa che hanno perso la loro patria antica, i loro campi, le loro case, le loro chiese, la loro cultura. Un popolo di fantasmi ha ritrovato la vita. Nel loro film appena uscito, La Masseria delle Allodole, i fratelli Taviani, sviluppando uno spunto appena accennato nel mio libro, ambientano la scena finale durante i processi di Costantinopoli che stabilirono le respo nsabilità del governo dei Giovani Turchi nell’eccidio della popolazione armena d’Anatolia. E la frase finale che compare sullo schermo è: «Il popolo armeno aspetta ancora giustizia». È una consapevolezza crescente, anche se ancora fragile, che il dolore di quella ferita negata, e ancora aperta, comincia ad essere condiviso.
Sottili fili s’intrecciano intorno al mondo, e ogni 24 aprile la data della commemorazione vede insieme agli armeni schierarsi una presenza sempre crescente di persone convinte che credere nella sopravvivenza di questo piccolo popolo vuol dire combattere contro i pregiudizi razziali e religiosi che hanno avvelenato il Novecento: al monumento sulla «Collina delle Rondini» sopra Erevan in quel giorno almeno un milione di persone da tutto il mondo va a deporre mazzi di fiori rossi. Ma più forte di ogni gesto simbolico è per gli armeni sparsi per il vasto mondo la sensazione di non essere più soli, e dimenticati: la percezione del calore dell’umana comprensione li ha finalmente convinti a perdonarsi di essere sopravvissuti.

Di Antonia Arslan

La donna che parlava con gli angeli

La fede contrastata e fortemente intuita come salvifica trova nel grande scrittore francese Joris-Karl Huysmans un modello e una figura esemplare, quello di una santa olandese, vissuta tra il XIV e il XV secolo, un’epoca in cui l’Europa era preda di agguati di signori che cercavano di divorarsi a vicenda, di guerre tra popoli resi feroci della miseria e folli dalla paura.

Santa Lidwina di Schiedam, con la sua vita costretta ad un letto, da inferma, già adolescente a causa di un banale incidente, sofferente di orribili piaghe «diventate bruciaprofumi efficaci non solo sull’odorato ma anche sulle anime che santificano», diventa una figura esemplare per spiegare il suo rapporto con il cattolicesimo, con la possibilità di lenire, attraverso la sofferenza, il male del mondo. Tanto più che in Santa Lidwina «alle torture corporali, ai tormenti dell’anima, nati dal pensiero che tornava di continuo sul proprio destino, non tardò ad aggiungersi l’orrore della tenebra mistica», in un tempo di purificazione.

Per Huysmans questo è un caso assolutamente unico: «Gli altri santi e le altre sante conobbero evidentemente angosce simili; passarono come lei attraverso le prove della vita purgativa, ma non la subirono, per la maggior parte, insieme all’inferno delle torture fisiche». Lei accetta comunque il suo destino di «assidua pellegrina, sul cammino del Calvario», proprio perché è consapevole che la sua sofferenza ha un destino di redenzione, che le sue torture possono servire al bene della Chiesa e sopperire «alle malversazioni dei vivi e dei morti». Huysmans così commenta: «Sapeva che era per la gloria di Dio che nell’aiuola odorosa delle sue piaghe spuntavano umili e magnifici fiori». È in questa forma di sacrificio per la salvezza del mondo che lo scrittore francese trova il più moderno insegnamento della santa, in controtendenza con la realtà della Chiesa di fine Ottocento, da lui vissuta.

Infatti in una lettera chiarisce: «In fondo so benissimo che le teorie del libro lasceranno un certo disagio nei credenti. È certo che questa parte del cattolicesimo, l’espiazione e la sofferenza, non è per nulla insegnata dal clero, per paura di far prendere la fuga alla gente; ma si tratta , tuttavia, della sola, vera, quella che scende direttamente dal Calvario; è, in una parola, la pura teologia mistica». Huysmans dedicò alla santa una biografia, nel 1901, mai tradotta in Italia, che esce ora per la prima volta, nella bella e intensa traduzione di Giovanni Pacchiano, che firma anche l’introduzione, un contributo notevole per capire la travagliata religiosità di uno dei grandi nomi della cultura francese, che insieme a Santa Lidwina, attraversa la sua “notte mistica”.
Avvenire – Fulvio Panzeri

Joris-Karl Huysmans
La donna che parlava con gli angeli
Santa Lidwina di Schiedam
Aragno. Pagine 298. Euro 15,00

Perché il gender non serve contro bulli e femminicidi

Ma questa educazione di genere a chi serve? È davvero utile per combattere i cosiddetti stereotipi di genere? Serve realmente introdurre nelle scuola una “competenza di genere” per contrastare la discriminazione e l’omofobia? Se tra i programmi scolastici fosse stabilmente inserita l’educazione di genere, e magari anche il “linguaggio di genere”, potremmo meglio controllare fenomeni odiosi e inaccettabili come il bullismo, il sexting, la violenza sulle donne, o addirittura il femminicidio? La questione non è più eludibile dopo la bufera che ha travolto l’Unar (fondi pubblici per un progetto sociale destinati a un’associazione nei cui circoli si praticherebbe la prostituzione gay), ma anche dopo le polemiche che accompagnano stabilmente leggi come quella sull’educazione di genere, di cui la Commissione cultura della Camera ha proposto qualche giorno fa un testo unificato – considerato ambiguo e pericoloso dalle associazioni familiari – che servirà per arrivare alla discussione in Aula. Ma sotto osservazione c’è anche l’ormai famigerato comma 16 della legge sulla “Buona scuola” la cui formulazione ambigua, apparentemente favorevole alle teorie gender, ha convinto il ministero ad avviare la stesura di linee guida interpretative. Peccato che questi chiarimenti non siano mai arrivati, alimentando inevitabilmente disorientamento e sospetti.

Perché abbiamo ricordato il caso Unar? Perché l’Ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali era stato investito, fin dal 2012 (governo Monti, Dipartimento per le pari opportunità sotto la gestione Fornero), del compito di dare concretezza alla “Strategia nazionale contro le discriminazioni”. Un complesso pacchetto di iniziative di cui il cui primo capitolo era proprio dedicato all’educazione e all’istruzione. La vicenda dei tristemente noti volumetti dell’Istituto Beck ispirati alle teorie del gender e diffusi nelle scuole, poi ritirati, poi ancora diffusi senza troppo clamore e infine dissolti nel nulla dell’insignificanza, faceva proprio parte di quel disegno. Un progetto secondo cui sarebbe risultato urgente diffondere nelle scuole una cultura di genere anche attraverso «iniziative volte ad offrire ad alunni e docenti, ai fini dell’elaborazione del processo di accettazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere».

E poi, naturalmente, progetti secondo cui l’educazione di genere sarebbe risultata la terapia più efficace contro la discriminazione, il bullismo, la violenza di genere. Al di là dell’ambiguità della formulazione, che tradiva l’impostazione ideologica non a caso formulata grazie alla consulenza di 29 associazioni lgbt, nessuno si è mai interrogato sull’effettiva utilità del mezzo. Mettiamo da parte per un momento la difficoltà di definire in modo univoco l’espressione “educazione di genere”. Anche tra i pedagogisti le opinioni sono tanto diverse da apparire inconciliabili. Limitiamoci a due interpretazioni. Si tratta di un insieme di conoscenze che deve limitarsi a fornire informazioni per combattere modelli negativi e banalizzanti nella rappresentazione del maschile e del femminile in chiave antidiscriminatoria?

Oppure occorre scendere nel cuore delle relazioni interpersonali, addentrandosi nell’educazione all’affettività, ai sentimenti, alla sessualità, con un approccio che solo la malafede può presumere di mantenere su un piano informativo neutro, slegato dai valori e dal significato profondo della sessualità umana? In ogni caso la materia non può essere maneggiata senza quelle attenzioni e senza quella delicatezza richiesta da un approccio autenticamente educativo e, soprattutto, senza il coinvolgimento diretto e informato dei genitori. Attenzioni che nel testo unificato della legge in discussione alla Commissione cultura della Camera, vengono solo accennate, lasciando spazio al rischio che il ruolo della famiglia possa essere subordinato alla “professionalità” dei docenti.

Problemi reali, e anche drammatici, che lasciano però ancora irrisolta la questione centrale. Hanno senso gli sforzi per rimettere ordine nella marcia finora a senso unico dell’Unar, con una razionalizzazione dei programmi e una verifica dei finanziamenti? Ha senso affrontare un dibattito legislativo che s’annuncia lungo e difficile per definire l’educazione di genere e impedirne le derive facilmente immaginabili? E se poi questo approccio pedagogico non servisse per combattere discriminazioni e violenze? Se non fosse questa la strada giusta per opporsi al dilagare dei femminicidi? Il sospetto è stato avanzato dal Moige che proprio nel corso dell’audizione per la legge sull’educazione di genere, ha portato una serie di dati desunti dall’agenzia Onu ( United Nations Office on drug and crime). L’Italia ha un tasso di femminicidi dello 0,24 ogni centomila abitanti, cioè più basso di quello di Austria, Germania, Gran Bretagna, Norvegia, Svizzera, Finlandia, tutte nazioni considerate come modello avanzato di educazione di genere. Come mai in quei Paesi questo approccio pedagogico considerato d’avanguardia non ha funzionato? Le perplessità aumentano osservando che lo stesso flop educativo si riscontra per la battaglia contro il bullismo. Nei Paesi del Nord Europa – sempre quelli dove l’educazione di genere è affermata e certificata – i tassi della microcriminalità giovanile sono in media dieci volte superiori a quelli italiani. Anche su questo fronte quel tipo di approccio educativo si è rivelato un’arma spuntata. E nessuno sembra in grado di fornire spiegazioni esaurienti.

Che ci sia qualcosa che sfugge ai nostri ideologi delle gender theory è però evidente. Ìl caso Norvegia è noto, ma è utile ricordarlo. Il più avanzato centro di ricerca nazionale sul tema, il “Nordic gender institute”, si è visto sospendere i finanziamenti dal governo ormai tre anni fa, quando le statistiche locali hanno dimostrato che la battaglia per la parità di genere (comunque già molto radicata nei Paesi nordici) non aveva fatto un solo passo grazie all’educazione di genere. Torniamo ai femminicidi. Fermo restando che una sola donna uccisa per ragioni legate al genere risulta un fatto comunque inaccettabile, va anche detto che in Italia la media dei femminicidi appare costante da 15 anni. Ma che tipo di educazione di genere servirebbe per offrire soluzioni non velleitarie a questo problema? Forse, se vogliamo rispondere in modo non ideologico a questa ma anche ad altre emergenze, sarebbe necessario rivedere in fretta alcune convinzioni educative e convincerci che la pedagogia di genere, semmai riuscissimo a definirne i contorni in modo convincente per tutti, non può essere lo strumento decisivo per incidere sulla deriva di valori e sulla crisi relazionale che scombinano la nostra società. E non può esserlo soprattutto se questo impegno viene lasciato soltanto alla scuola, soprattutto sulla base di norme tanto contraddittorie, ignorando che quando si parla di differenza sessuale, di verità dei ruoli e dei modelli sessuali, di rispetto, di sentimenti, di affetti, si parla inevitabilmente di amore. E questo non si può fare secondo i commi di una legge e neppure secondo i modelli dell’Unar.

La vita di Moira, l’attesa di chi la ama si fa appello: dare morte non è libertà

Caro direttore, mi è capitato l’altro giorno di entrare in casa di al mattino, proprio nel momento in cui i due genitori (68 anni lei e 75 lui) stavano accudendo la figlia Moira da 17 anni in stato vegetativo. Ebbene in quel momento il papà stava facendo il segno della croce sulla fronte della figlia, recitando questa preghiera sgorgata dal suo cuore e che mi ha spezzato il cuore: “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. O buon Gesù, questa bimba proteggila tu. Proteggi anche sua mamma e suo papà, suo fratello Luigi e il suo nipotino Luca e tutti quelli che le vogliono bene. Proteggi il Papa e i sacerdoti, don Mario e Radio Mater e tutti gli ammalati del mondo che soffrono. E anche tu, Madonnina, questa bimba proteggila tu e dai a sua mamma e a suo papà la forza di volerle sempre tanto bene e ancora di più. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen”.

La commozione era tanta, soprattutto quando ho saputo che il papà la ripete tre volte al giorno: al mattino, nel primo pomeriggio quando Moira viene coricata per il pisolino, e alla sera. Tre volte al giorno da 17 anni, da quando nella notte del 13 gennaio 2000, un embolo amniotico ha causato la morte della figlia che stava per partorire, e il coma. Secondo i medici sarebbe sopravvissuta non più di qualche mese. E invece… Ora ha 47 anni e viene nutrita con il cucchiaino: mangia, seppure tutto tritato, esattamente quello che il resto della famiglia mangia a tavola. Per darle da bere, invece, utilizzano il sondino naso-gastrico. Moira, ha scritto qualcuno, è la prova (se ce ne fosse bisogno ancora) che Dio esiste. Di fronte alle discussioni che si fanno in Parlamento sul “fine vita”, questi genitori si sentono impotenti e non sanno come arrivare al cuore dei politici per chiedere loro di essere aiutati, non per sopprimere la vita della figlia, ma per poterla assistere adeguatamente 24 ore al giorno. Non vogliono altro: poter accudire il loro famigliare, nella consapevolezza che l’eutanasia di persone gravemente disabili per sottrazione di cibo e acqua non sarà mai una conquista di libertà.
Enrico Viganò – Avvenire

Figli di “2 mamme”: è il mercato dei desideri

duemammeAnche se sotto diversi profili è piuttosto intricata, la questione può essere riassunta agevolmente. Dopo la recentissima sentenza di Torino, un cittadino italiano può essere legalmente riconosciuto come figlio di due madri. Non è più vero che di madre ce ne sia una sola. E non è neanche più vero che, se c’è una madre, deve di necessità pur esserci, da qualche parte, un padre: nel caso della coppia di donne omosessuali che in Spagna, ricorrendo alla fecondazione artificiale, hanno messo al mondo un figlio, grazie al seme di un donatore anonimo, fin dal principio era da ritenersi del tutto esclusa la possibilità che una figura paterna entrasse in questo gioco e potesse esercitare un qualsiasi ruolo in una qualsiasi modalità nell’ambito delle relazioni familiari che le due donne, sposandosi in Spagna, hanno inteso costruire.

La Corte d’Appello di Torino è stata molto chiara al riguardo: bisogna considerare l’interesse del minore come prevalente e, quali che siano le modalità della sua venuta al mondo, questo interesse è quello di essere riconosciuto “figlio”. Per di più, questo specifico interesse può essere quantificato con estrema facilità: poiché due è il doppio di uno, meglio avere due madri che una sola! Così gli interessi sanitari, scolastici, ricreativi ed ereditari del minore potranno (si spera!) avere una tutela ottimale.
Il ragionamento sembra filar bene, anche se ai buoni giudici di Torino (anzi, alle “buone” giudici, dato che il collegio era composto da tre donne) sembra non sia venuto in mente che la quantificazione degli interessi può essere portata avanti quasi all’infinito; le madri potrebbero essere tre, anziché due (ad esempio se facessimo entrare in gioco un’ipotetica, ma non infrequente, madre “sociale”, la cui maternità non consegue all’offerta né di un ovocita né dell’utero, ma nell’attivare l’intera procedura supportandone le spese). E perché non ipotizzare che le madri possano essere ben quattro, nel caso in cui per puntellare un ovocita patologico si inserisse in esso un’opportuna quantità di Dna estratto dall’ovocita di un’altra donna ben disposta a fare tale dono, in modo da aggiungere alla madre sociale e alla madre uterina ben due madri genetiche? Potremmo andare ancora avanti e continuare a porci tante altre domande del genere, più o meno “scandalose” e, tra le tante possibili, quella davvero più spinosa: perché in questa corsa all’individuazione e alla tutela del miglior interesse del bambino la figura del padre viene con tanta rapidità e definitività messa da parte?

Ma cadremmo alla fin fine in un gioco sterile. Andiamo invece alla sostanza della questione, che emerge, sia pur indirettamente, dalla sentenza di Torino e cerchiamo di metterla a fuoco nel modo più freddo possibile.

Nel corso di pochi decenni si è completamente trasformato in Occidente il paradigma della famiglia, storicamente e culturalmente legato, per millenni, alle dinamiche della generazione, considerata antropologicamente non nel suo mero darsi biologico (che accomuna uomini e animali), ma nel suo inquadrarsi (che distingue nettamente il mondo umano dal mondo animale) nelle forme religiose, etiche, giuridiche e sociali del matrimonio eterosessuale.

Oggi l’istituto del matrimonio sta diventando sempre più impalpabile, per una molteplicità di motivi che sono sotto gli occhi di tutti: la costante diminuzione dei matrimoni a fronte dell’irresistibile crescita delle più diverse forme di partenariato extra e para-matrimoniali; la loro crescente fragilità (al punto che è davvero difficile in alcuni ordinamenti distinguere il divorzio, reso peraltro pressoché ovunque “breve”, dall’antico “ripudio”), la parallela e crescente difficoltà di distinguere il regime giuridico matrimoniale da quello delle “convivenze”; la pretesa, ampiamente vincente in Occidente, di cancellare il carattere necessariamente eterosessuale del coniugio, col risultato di rendere molto difficile il mancato riconoscimento di un diritto all’adozione da parte di coppie delle stesso sesso. La famiglia, in Occidente, tende semplicemente a scomparire, e questa scomparsa, favorita dal crollo demografico, sta erodendo in modo impressionante quel primato del vincolo di gruppo sulle pretese e sugli interessi individuali su cui si basava sostanzialmente la sua eticità.

La prova di quanto detto ci viene appunto offerta da come oggi viene vissuto il paradigma della generatività, che non solo è completamente svincolato dai suoi condizionamenti naturalistici (si ha un figlio quando lo si vuole avere, non quanto lo manda Dio o la natura), ma appare ormai intrinsecamente legato a logiche di interesse, che non è inappropriato definire “mercantili”.

La procreazione assistita, il commercio di gameti (lasciamo la parola “donazione” agli ingenui), il controllo eugenetico degli embrioni e dei nascituri, l’affitto di utero, le diverse forme di surrogazione di maternità, gli aborti “selettivi” e “terapeutici” sono tutte pratiche nelle quali il mercato è ormai entrato in modo subdolo e probabilmente irreversibile. E i parametri valoriali del mercato trovano ormai una misura facilmente oggettivabile, quella che consegue al desiderio soggettivo e insindacabile di procreare: desiderio che il mercato è pronto a soddisfare, tanto quanto è pronto a soddisfare, con tecniche biomediche sempre più raffinate, l’opposto, e altrettanto insindacabile, desiderio di non procreare.

Possiede basi valoriali consistenti questo mutamento di paradigma? L’unica risposta possibile sembrerebbe essere quella secondo la quale garantire socialmente la soddisfazione dei desideri umani (da quello di procreare a quello di non procreare) sarebbe un bene in sé; risposta palesemente fragile, se non altro perché, come si è accennato, tale soddisfazione più che conseguire al riconoscimento di spettanze fondamentali, sembra conseguire alle capacità economiche del soggetto desiderante. È più onesto ammettere (anche se può turbare almeno un poco le coscienze più rette) che la società dei desideri, del loro moltiplicarsi, dell’invenzione di mille nuovi modi per soddisfarli, è la più coerente col sistema economico-sociale (mercatista e individualista) che domina nel nostro tempo e dal quale nessuno sa esattamente come sia possibile uscire.

Per inquadrare eticamente quella “macchina desiderante” che è diventato il mondo contemporaneo, basterà, ad avviso di tante “anime belle”, porre qualche paletto, come quello, vetero-liberale, secondo il quale la soddisfazione del desiderio di uno non dovrà mai ritorcersi o limitare la soddisfazione del desiderio di un altro.

Possiamo a questo punto tornare alla sentenza di Torino, che è esempio lampante di come questa mentalità sia ormai dilagante. Cosa potrebbe opporsi al desiderio delle “due” madri di essere riconosciute tali anche in Italia, si è chiesta la Corte torinese? Una serie di norme, addirittura di rango costituzionale, che fa sempre riferimento alla diversità di genere, quando si parla di genitorialità: ma questo è un argomento formalistico, che da una parte offende i desideri delle due madri e dall’altra contrasta col «miglior interesse del bambino», serenamente identificato dalle giudici torinesi in base al criterio che due è meglio di uno. E così la questione appare risolta. Con buona pace del buon senso, di una tradizione antropologica plurimillenaria, delle mille voci di allarme che si levano da tempo quando si discute di fecondazione eterologa, di omogenitorialità, di soppressione della figura paterna o materna.

È forse giunto il momento di chiedere a tutti noi – e soprattutto a quei magistrati che ormai da tempo hanno indebitamente assunto nel nostro Paese il ruolo di unici veri attori biopolitici – di riconoscere con la massima franchezza che siamo diventati incapaci di individuare il bene umano al di là della logica dei nostri interessi soggettivi e che per la soddisfazione dei nostri interessi attuali siamo ormai ben disposti a sacrificare i più ragionevoli interessi delle generazioni future (a partire da quello basilare di poter chiamare mamma una donna e papà un uomo).
Francesco D’Agostino (su Avvenire)

Hayden e’ madre e padre e il figlio non sa più chi e’

Certa “genitorialità creativa” rischia di non fare più notizia, il che la dice lunga sul grado di assuefazione alle nuove inquietanti forme di filiazione. Eppure ci sarebbe tanto da dire, per esempio sull’ultima novità britannica. Hayden Cross è una donna inglese di 20 anni che da tre vive come un uomo – è un uomo transgender, secondo il gergo della situazione – e desiderando da sempre di avere un bambino legato geneticamente a sé. Prima di completare la transizione da donna a uomo, chirurgicamente, ha cercato di congelare i propri ovociti per usarli in un momento successivo (non sappiamo bene come, ma per adesso lasciamo stare), ma il Servizio sanitario non ha concesso la prestazione. Allora la giovane ha cercato su Facebook un donatore di sperma che, gratis, le ha dato il proprio liquido seminale – la Hayden non ne ricorda neppure il nome – e lei è rimasta incinta. Secondo la stampa inglese è “lui”, Hayden, a essere in attesa di un bambino, perché il politically correctvuole che il pronome da usare per i transgender sia quello con cui chiedono di essere chiamati, a prescindere dall’anagrafe.

Quindi nei giornali inglesi si legge che Hayden Cross è il primo uomo britannico in gravidanza grazie a un donatore di sperma. Hayden ha precisato che dopo il parto completerà la transizione con gli interventi chirurgici per eliminare il seno e le ovaie, e diventare uomo fisicamente: il piccolo che nascerà avrà quindi una madre biologica che allo stesso tempo sarà anche padre anagrafico, mentre il padre biologico sarà difficilmente rintracciabile. È difficile opporsi a questi percorsi: la fecondazione non è avvenuta in clinica, e nessuno può garantire che ci sia stata donazione di gameti e non un rapporto sessuale fra Hayden Cross e l’anonimo donatore. E d’altra parte non si può impedire a una donna che voglia cambiare sesso di restare incinta. Potrebbe anche essere una bufala, una trovata per far parlare di sé: in fondo siamo nel tempo della post-verità. Ma la drammaticità della faccenda è proprio nel fatto che qualcuno l’abbia immaginata, ritenuta fattibile e molto probabilmente messa in pratica. Il dramma è quindi nella sua plausibilità. Si tratta di fatti già accaduti nel Nuovo Mondo che viviamo, dove la tecnoscienza trasforma l’umano: una sola persona padre e madre al tempo stesso, perché i tempi glielo consentono, è cosa già vista e raccontata dalla letteratura scientifica ma anche dai media, oramai, nonostante ancora non ci sia una lingua in tutto il pianeta nella quale si sia riusciti a coniare un termine per individuare una figura del genere, e cioè due genitori in uno.

Nessuno si chiede che ne sarà dei bambini venuti al mondo in questa maniera, e di tutte le conseguenze per la loro persona che ne potrebbero derivare. Al tempo dei nuovi diritti esigibili pare non ce ne siano, di diritti, per i piccoli che nascono così: tacciono gli intellettuali, gli scienziati, i medici, gli psicologi, i giuristi, i bioeticisti, e persino i giornalisti, che in Inghilterra riportano il fatto senza particolari commenti. Viene il dubbio che questa afasìa generalizzata sia perché di cose da dire, semplicemente, non ne abbia più nessuno. Ed è forse questo silenzio colpevole, più che il fatto stesso, a dirci che il Nuovo Mondo è già il nostro mondo.
Assuntina Morresi – Avvenire

La vita in ghiaccio

regina neviAmiche ultratrentacinquenni senza figli, mi raccomando, congelate i vostri ovuli se sperate di concepire nel futuro. Ve lo consiglia l’esperto britannico di fecondazione in vitro, Paul Serhal, uno che sulla manipolazione della vita umana ha costruito la sua carriera, valutate voi se c’è da fidarsi. Certo non siete fortunate come le dipendenti delle aziende della Silicon Valley, a cui l’operazione viene finanziata dal datore di lavoro: ventimila dollari, un po’ di stimolazione ormonale, un po’ di devastazione fisica e psicologica, ma la carriera è salva.

Voi invece dovete anche pagare se volete salvare una qualche possibilità di diventare madri, oltre a sottoporvi al bombardamento che vi renderà irritabili e sconvolte (gli ormoni regolano una grande fetta delle nostre funzioni vitali e anche del nostro delicato mondo interiore), che aumenterà sensibilmente i rischi di tumore all’apparato riproduttivo e al seno e di altre malattie circolatorie, che triplicherà le possibilità che il bambino muoia entro le prime settimane o che sia malato al concepimento a causa dei farmaci usati per iperstimolare le ovaie, rese più grandi di un grosso melone e poi operate per prendere gli ovetti, e poi dovrete solo tollerare il pensiero che alcuni “progetti di figlio” siano conservati in un frigo invece che dentro di voi, cosa di cui non sono certissima non rimanga traccia nella sua mente, nel suo corpo di certo sì (molte malattie del piccolo vengono imputate a questo, senza che i dati vengano tanto pubblicizzati, perché il giro di affari è enorme), ammesso che il progetto arrivi a diventare vita.

Care donne, siete sicure che valga la pena correre tutti questi rischi, e farli correre ai vostri eventuali figli, rischi che per voi sono altissimi a fronte di una bassa possibilità di successo, mentre per le cliniche c’è solo la certezza di arricchirsi? Siete sicure che non sia meglio fare i conti con la natura e con la realtà? Non è meglio guardare in faccia la vostra storia, e capire che forse, con l’illusione del controllo, avete immolato magari sull’altare della realizzazione personale e professionale il sacrificio più grande, il rischio di non diventare mai madri? E anche se vi costasse ammettere di avere fatto un errore, questa è l’unica strada per uscirne: guardare in faccia l’errore e chiedere perdono di questo, prima di tutto a se stesse. Care donne, nessuno può giudicare il desiderio di maternità di una donna, perché tra i desideri è certo il più profondo, e non ci si può permettere di entrare nella stanza più intima di un’altra persona, se non in punta di piedi. Vorremmo però che rifletteste sul fatto che qualcuno vuole sfruttare i vostri desideri senza dirvi la verità, magari dopo che qualcun altro ha sfruttato il vostro bisogno di amore portandovi a letto senza che ci fosse un’apertura alla vita, e qualcun altro ancora ha sfruttato le vostre capacità di lavoro senza tenere conto del fatto che una donna non può lavorare come un uomo, perché ha questa bizzarra cosa che la caratterizza, cioè che in una fase della sua vita, e solo in quella, può avere dei figli. Vorremmo soprattutto che ci riflettessero le più giovani, quelle che sono ancora in tempo per non farsi fregare. Vorremmo che sia chiaro che chi vi propone di congelare gli ovuli in realtà vi sta dicendo di congelare la vostra vita. Il problema è che poi non sempre si scongela.
Costanza Miriano -Avvenire

I 10 siti di notizie che un cattolico dovrebbe seguire

10-siti-notizie-cattoliciLe notizie da anni ormai giungono ai cittadini in maniera filtrata e “addomesticata” dalla politica e dai poteri forti che sono sfavorevoli al cattolicesimo e ostili a difesa della vita, della famiglia, della liberta’ di opinione, della liberta’ di coscienza, della liberta’ religiosa.
Ecco perché bisogna aprire i propri orizzonti attingendo ad altre fonti che non siano quelle dei grandi gruppi editoriali.

Ecco qui i 10 siti di informazione che un cattolico dovrebbe consultare per rimanere libero e non succube della mentalita’ atea e del materialismo.

1) LA CROCE QUOTIDIANO www.lacrocequotidiano.it
un quotidiano online (consigliamo di trovare 5-6 amici e acquistare un abbonamento annuale per scaricare i pdf/epub) su cui scrivono numerosi blogger emergenti e scrittori cattolici per commentare e analizzare gli avvenimenti alla luce della fede.
Una particolare attenzione al mondo prolife e alle grandi questioni culturali del nostro tempo

2) ASIANEWS www.asianews.it
una agenzia con notizie dal mondo asiatico e dal medio oriente, in 4 lingue. Notizie su una parte del mondo che coinvolge anche noi.
Una grande finestra anche sulla fede in Cina e sulla libertà religiosa nel mondo

3) LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA  www.lanuovabq.it
ogni giorno notizie di attualita’, commenti sugli avvenimenti relativi alla Chiesa, approfondimenti sui temi scottanti, dlal’eutanasia alla droga, dall’immigrazione al gender, dalle unioni civili all’islam.

4) AGENZIA ZENIT  https://it.zenit.org/
notizie e approfondimenti sul mondo e sulla Chiesa in 6 lingue.
Dispone anche di una newsletter gratuita quotidiana seguita da oltre 500.000 persone

5) ALETEIA http://it.aleteia.org/
testimonianze ed approfondimenti da tutto il mondo, la fede raccontata con storie e commenti dei maggiori blogger cattolici del mondo. In 7 lingue

6) TEMPI  www.tempi.it
Il sito del più acuto e moderno settimanale cattolico.
Approfondimenti e notizie che non si trovano altrove.
Una voce unica e irriverente, profondamente cattolica.

7) RADIOMARIA www.radiomaria.it
Ogni giorno una rassegna stampa degli articoli più interessanti per noi cattolici. Grandi conferenze e approfondimenti di alto spessore culturale specialmente la sera, tutti scaricabili.
Sono presenti anche articoli quotidiani in pdf sui principali temi della fede.

8) AVVENIRE www.avvenire.it
il quotidiano ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI, i vescovi…) con notizie e commenti sulla società e la Chiesa.
Fondamentale l’inserto settimanale Famiglia e Vita

9) VATICAN.VA www.vatican.va
il sito ufficiale della Chiesa Cattolica in 10 lingue,
dove si trovano tutti i testi e documenti del Papa e di tutti gli enti vaticani. Alcuni messaggi presentano anche traduzioni in altre lingue oltre le 10 principali del sito

10) RADIOVATICANA www.radiovaticana.va
Audio e notizie in tempo reale sulla Chiesa e sul Papa in 37 lingue.
E’ possibile trovare molti documenti tradotti in lingue non presenti sul sito vaticano