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Ogni suicidio di un bambino o di un giovane…

E’ uno squillo di tromba che chiama gli adulti alla battaglia educativa
Annalisa Teggi

Anni fa a Roma un bambino di 10 anni si e’ impiccato in bagno, mentre era a casa dei nonni.

Questa non è una notizia di cronaca nera recente, ma è uno squillo di tromba che ci chiama in battaglia ancora oggi.
Il ricordo di quella tragedia si fa vivo sentendo le notizie di analoghi casi dovuti a catene e “giochi della morte online”. È un grido forte, tragico e lacerante che risveglia il nostro intorpidito silenzio. C’è attorno a noi una sostanza viva e ferita di realtà che è ovattata dallo strabordante chiasso della sovra-comunicazione che ci sommerge. Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione? (si chiedeva T. S. Eliot).

C’è da far guerra al silenzio di conoscenza che ci assedia. Dietro ogni semplice fatto umano balena una scintilla di vero sulle nostre cose più intime e fondamentali, e ciò che quella scintilla indica va oltre l’informazione. Quel senso di vulnerabilità che sento su di me leggendo le poche scarne righe riguardo alla vicenda di questo bambino non voglio tamponarlo riempiendomi di dettagli sul fatto, e neppure di spiegazioni del fatto. Ci sento del mio in questo dolore impotente.

Non mi importa la causa effettiva di questa tragedia, sia essa la separazione dei genitori, il bullismo, la voglia di emulazione della violenza vista chissà dove o quant’altro. Perché – in fondo – la causa la conosco guardando me stessa, e delle ipotesi di psicologi e giornalisti non me ne faccio nulla. È una debolezza che mi riguarda e la riconosco: è qualcosa che è a monte di problemi gravi come il divorzio, il bullismo, l’emulazione ed è la fiacca debolezza da parte nostra (di adulti) di porgere un segno visibile e positivo che sia risposta all’eterno, quotidiano, gigantesco e originale bisogno di educazione che i nostri figli e alunni ci chiedono.

Un bambino che si suicida può avere ogni sorta di storia triste e tremenda alle sue spalle; in mille modi il mondo è capace di colpire chi è più esposto con l’orrore o l’insensatezza del male. Non è questo lo scandalo, per quanto doloroso sia. Lo scandalo è che il fronte umano sia così sguarnito da permettere che i più piccoli e i più esposti cadano. Siamo noi il punto debole, siamo sentinelle addormentate. Il fortino dell’educazione vacilla, ma non semplicemente a scuola – in noi stessi. Di fronte al celebre motto umanitario ottocententesco «Save the children» (non l’organizzazione che attualmente prende questo nome) il signor Chesterton rilanciò la posta in gioco sugli adulti:

«Finché non si salveranno i padri, non si potranno salvare i bambini e, allo stato attuale, noi non possiamo salvare gli altri, perché non sappiamo salvare noi stessi. Non possiamo insegnare cosa sia la cittadinanza se noi stessi non siamo cittadini; non possiamo dare ad altri la libertà se noi stessi abbiamo dimenticato l’ardente desiderio di libertà. L’educazione è semplicemente la trasmissione della verità; e come possiamo passare ad altri la verità se noi non l’abbiamo mai avuta tra le mani?» (da Cosa c’è di sbagliato nel mondo).

Qui non si parla di pedagogia scolastica o di psicologia familiare, perché non si parla di norme, o teorie sociologiche, ma di una piccola e solida proposta positiva di vita che i figli possano vedere all’opera in un genitore o in un insegnante non mentre sgrida o spiega, ma mentre vive accanto a loro. L’educazione è una chiara ipotesi di vita in atto. Non è un rassicurante placebo psicologico studiato a tavolino, ma è un autorevole giudizio all’opera nel vivere. È un solido punto di autorevolezza alle spalle e nell’orizzonte della coscienza viva di ogni persona. Quella roccaforte da cui non si recede, che è insieme il nido e la strada per il viaggio della vita. Qualcosa che sia un solido punto di appoggio e anche apertura, che sottragga la vita da qualsiasi sbiadita visione neutrale.

Un pacato e ragionevole discorso che metta equilibrio tra le cose non è educativo (del tipo: “il matrimonio è una scelta di mamma e papà, ma anche il divorzio è una scelta di mamma e papà”), perché non valorizza entrambe le ipotesi, ma le precipita nell’indistinzione reciproca. L’educazione deve essere parziale e creativa, perché il suo compito primo è negare che un essere umano vivo sia qualcosa di neutrale o indifferente. I bambini su questo non li freghi. Riconoscono l’autorevolezza e la riconoscono in chi ha il coraggio di fare scelte di preferenza. Noi adulti possiamo stare in salotto a gingillarci di chiacchiere e teorie, accontentantoci di un semplice e civile confronto tra le parti, ma il bambino ha la radicale purezza di aggrapparsi tenacemente a chi – invece – gli porge il barlume di una certezza difesa con entusiasmo.

La neutralità per il bambino non esiste, perché sta sempre da una parte o dall’altra, e vuole una parte in cui stare; neutralità per lui equivale a «nulla» e – per sua fortuna – lui ha gli occhi di chi vede ancora qualcosa in tutto. L’ombra della civile tolleranza, che ammorbidisce i contrasti tra le cose, ne uniforma la dignità e tende a istigarci a pensare che sia un valore aggiunto considerare ogni verità come relativa, è l’alleato naturale dello sconforto e del suicidio. Perché semina la nebbia dell’indifferenza, in mezzo a cui la scure delle contraddizioni della vita, quando arriva, trova vittime facili.

Il suicidio di un bambino è un delitto che entra in casa nostra, mette a nudo una debolezza educativa nostra. Così, infatti, prosegue il signor Chesterton, nel brano prima citato: «Gran parte della libertà moderna è, alle radici, paura. Non è tanto che noi siamo troppo audaci per sopportare le regole, è che siamo troppo paurosi per sopportare le responsabilità. Mi riferisco alla responsabilità di affermare la verità della nostra tradizione umana e di tramandarla con la voce dell’autorità, una voce insopprimibile. Questa è la sola ed eterna educazione: essere così sicuri che qualcosa è vero da avere il coraggio di dirlo a un bambino».

da Tempi.it

Un bambino ha diritto a conoscere il padre e non viceversa

L’Alta Corte di Giustizia del Regno Unito ha stabilito che un donatore di sperma ha il diritto di avere incontri regolari con i suoi figli nati attraverso la fecondazione assistita. Due donatori gay, padri biologici dei figli partoriti da due donne lesbiche, hanno rivendicato dei diritti sull’educazione dei minorenni e si sono visti dare ragione. Ilsussidiario.net ha intervistato Alberto Gambino, professore ordinario di Diritto civile e direttore del dipartimento di Scienze umane dell’Università europea di Roma.

Ritiene che i donatori degli spermatozoi possano avere il diritto di incontrarsi regolarmente con i figli biologici?

La domanda va ribaltata: hanno diritto i figli a conoscere la loro origine biologica? Certamente sì, in quanto nessuna legge dello Stato potrà mai estirpare il diritto inalienabile di conoscere la propria storia genetica, sociale e culturale. Quanto al genitore naturale che dona il seme, ci troviamo davanti ad una situazione di abbandono, ma poiché il materiale biologico, essendo all’origine della vita, non è una cosa o una merce qualsiasi, ecco che potranno darsi casi di bambini procreati con donatore esterno che vogliono conoscere le loro origini. Più complicato è, invece, ritenere che gli stessi diritti li abbia il padre-donatore nel caso in cui rinunzi deliberatamente ad esercitare responsabilmente la propria paternità. (leggi articolo sui figli della provetta)

Quali problemi presenta la rivendicazione di un diritto all’educazione sui figli nati attraverso fecondazione assistita da parte dei donatori di spermatozoi?

In punto di diritto – prescindendo per un momento dal caso che la coppia adottante sia omosessuale – è problematico prevedere un interesse all’educazione da parte di un soggetto che si è disinvoltamente spogliato dalla responsabilità della generazione, nascita e crescita del figlio e poi si ricordi che lo vuole istruire. Certamente si mina una situazione che nel frattempo può avere una dose di stabilità. Certo se la coppia fosse omosessuale, come nel caso avvenuto in Inghilterra, penso che il ripensamento del padre possa avere un significato diverso, dovendosi comunque avere di mira l’interesse del minore. E per quanto in Francia il Parlamento si ostini a ritenere che famiglia e matrimonio omosessuale siano la stessa cosa, così non è, se solo si deponessero i furori ideologici del momento.

Ritiene che il dibattito cui ha dato vita la sentenza inglese possa rivelare i rischi insiti nella fecondazione assistita?

Certamente la fecondazione artificiale, sradicando la generazione di un bambino dal suo alveo naturale, comporta il rischio di considerarlo almeno nella sua fase embrionale come se fosse una cosa, e, come tale, un’ entità che può tranquillamente trasferirsi da un soggetto ad un altro. Ma stiamo parlando di un essere umano che non può avere meno diritti di altri, pena l’ arretramento della nostra democrazia che sancisce l’ eguaglianza senza distinzione sociale, culturale e, appunto, genetica. Inoltre, nel caso, emergono tutti i rischi della c.d. fecondazione eterologa, quella appunto con un donatore esterno alla coppia: il divieto italiano mira proprio ad evitare tutte le problematiche che stanno emergendo dalla vicenda inglese. Al centro della vicenda ci sono due donatori omosessuali e due donne lesbiche.

Quali aspetti fa emergere per quanto riguarda l’educazione dei figli da parte di genitori omosessuali?

Per quanto ci si sforzi a portare casi di genitori omosessuali e figli felici, l’ esperienza quotidiana a raccontarci quanto siano importanti, per l’ educazione e la crescita dei figli, una figura maschile ed una figura femminile nelle loro differenze e complementarietà. Se poi si vuole smentire l’ evidenza, lo si faccia pure, ma poichè i figli non sono cose, ci sarà sempre qualcuno e oggi in Italia, ma anche Francia, sono la maggioranza dei cittadini – che si batterà per difendere questo principio di civiltà.
(leggi cosa ne pensano i pediatri)

Quali differenze ci sarebbero se ad avanzare la stessa richiesta fosse stata la madre naturale di un figlio adottato da un’ altra coppia?

Nel caso dell’ adozione, c’è uno stato di abbandono del figlio che giudizialmente diviene adottabile eliminando ogni legame giuridico con la famiglia di origine, che evidentemente lo ha abbandonato. E’ in nome dell’ interesse del minore che si crea una nuova famiglia cui spettano tutte le prerogative genitoriali.

Per l’ avvocato inglese Kevin Skinner, la possibilità che i donatori possano godere di questi diritti sarà una prospettiva spaventosa per molti genitori, sia gay ed etero. E’ d’ accordo con lui?

Se non vogliamo essere ipocriti va fatta una distinzione. Se i nuovi genitori sono etero, certamente il sopravvenire di un donatore pentito può rappresentare un problema per la serenità del minore e del nuovo nucleo; nel caso in cui i nuovi genitori fossero omosessuali, il ravvedimento del donatore potrebbe rappresentare la possibilità di completare con una figura maschile lo sviluppo della personalità del minore.
(Pietro Vernizzi sul Sussidiario.net)

La famiglia è la sola speranza. Lo scrive il New York Times

Sul New York Times e’ apparso un articolo dell’editorialista David Brooks che sviscerava il comportamento delle persone non sposate, giungendo a una conclusione quantomeno insolita per il giornale della Grande Mela.

DATI. Brooks sciorina un mix di dati significativi. Il primo, riferito ai soli Stati Uniti, riguarda le persone che vivono da sole: in soli sessant’anni sono più che triplicate, passando dal 9 a 28 per cento della popolazione. E mentre nel 1990 il 65 per cento degli americani pensavano che per una coppia fosse importante avere figli, oggi tale percentuale è scesa al 41 per cento. «Oggi – scrive Brooks – ci sono più case americane con cani che con bambini». L’editorialista estende la sua analisi notando che il «fenomeno non riguarda solo gli Stati Uniti» e che in Scandinavia, ad esempio, a vivere da sole sono tra il 40 e il 45 per cento delle persone, mentre il numero dei matrimoni in Spagna è diminuito di circa il 40 per cento in meno di 40 anni. .

Per quanto riguarda il tasso di fertilità, Brooks analizza i dati tedeschi dove «il 30 per cento delle donne dichiara di non volere figli». «In un sondaggio del 2011 – prosegue – la maggioranza delle donne di Taiwan sotto i 50 anni hanno risposto di non volere figli. Il tasso di natalità del Brasile è precipitato in 35 anni dai 4,3 figli a donna all’ 1,9. «Questi – commenta – sono tutti spostamenti demografici e culturali scioccanti e veloci» che dicono che «il mondo va nella stessa direzione, passando da una società di famiglie con due genitori a una fatta di monadi con tante opzioni».

LE RISORSE DELLA RELIGIOSITA’. «Perché accade questo?», si chiede Brooks. L’autore prova a rispondere parlando dell’influsso del capitalismo e del pessimismo dilagante. E legando i due aspetti porta ad esempio la città di Singapore che «come molti paesi dell’Asia era incentrato sulla famiglia. Ma che, con il boom economico, ha registrato un crollo nel numero di matrimoni», fino a diventare uno dei paesi con «il più basso tasso di fertilità del mondo». Fino ad arrivare all’opposto del godimento promesso dal capitalismo: «L’obiettivo di Singapore non è quello di godersi la vita, ma di accumulare punti: a scuola, nel lavoro e negli stipendi». Così, molti scansano i legami «perché reputano l’affezione come un impedimento».

Sottolineando le «enormi conseguenze» di questo mutamento globale, in cui «i single domineranno la vita delle città, mentre le famiglie con due genitori staranno nelle periferie», l’editorialista giudica anche le recenti elezioni. Sostenendo che se le donne single sono più propense a votare democratico (62 per cento a 35), il loro incremento è destinato, come si evince anche dalle ultime elezioni, ad ingrossare sempre più le fila dei partiti liberal. Fra le cause e le conseguenti soluzioni Brooks non mette solo il capitalismo e l’infelicità derivante, ma anche la «minore religiosità delle persone». E infatti conclude così: «L’era delle possibilità è fondata su una convinzione sbagliata. Le persone non stanno meglio quando gli viene dato il massimo della libertà personale per fare tutto quello che vogliono. Stanno meglio quando stabiliscono legami trascendenti il proprio orizzonte personale». Legami che si stabiliscono, «nell’impegno con Dio, la famiglia, il lavoro e il paese». Perché l’uomo non basta a sé. Anzi, «la vera via attraverso cui le persone stanno meglio è quello della famiglia. Tanto che sul piano pratico la famiglia tradizionale è il modo con cui si impara effettivamente a curarsi degli altri, si diventa attivi nelle comunità».

 

CONTRO L’INSTABILITA’. Sono queste le ragioni per cui Brooks, contrariamente alla maggioranza dei suoi colleghi, conclude che «le nostre leggi e i nostri propositi dovrebbero volgersi verso il sostegno della famiglia e della natalità, inclusa una tassazione che tiene conto del numero dei figli». E se non si pensa che il problema sia «la struttura della famiglia che cambia», è evidente l’instabilità che provocano «persone che diventano adulte cercando continuamente di mantenere mutevoli le proprie opzioni».

Benedetta Frigerio (da www.tempi.it)

L’eugenetica da Auschwitz ai giorni nostri

Programmi mortali che colpiscono nascituri e neonati

La vulnerabilità della vita umana è stata rimarcata la scorsa settimana da due importanti commemorazioni. In Polonia, il 60° anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz ha riportato alla mente ancora una volta gli orrori del programma di sterminio del Regime nazista. E, negli Stati Uniti, i gruppi pro-vita hanno organizzato eventi per ricordare la decisione del 1973 della Corte Suprema che ha legalizzato l’aborto per tutti e nove i mesi di gravidanza.

“Trentadue anni dopo, il male insito nella sentenza Roe contro Wade persiste, e il sangue degli innocenti continua a macchiare la nostra Costituzione”, ha declamato il cardinale William Keeler nella sua omelia domenicale del 23 gennaio, alla Basilica del National Shrine of the Immaculate Conception di Washington. “La perdita di più di 40 milioni di bambini non nati incombe sulla nostra coscienza nazionale”. (approfondisci il tema)

La soppressione di vite innocenti continua ad un ritmo sostenuto in molte zone. La BBC ha riportato il che alcuni medici olandesi hanno ammesso di aver soppresso, dal 1997, 22 bambini (nati) malati terminali. Nessuno dei dottori è stato denunciato, nonostante l’eutanasia per i bambini sia illegale nei Paesi Bassi.

I dettagli di questi delitti sono stati riportati in uno studio pubblicato dalla Dutch Journal of Medicine, dal quale risulta anche la soppressione di bambini affetti da spina bifida. Da un sondaggio risulterebbe che ogni anno vengono soppressi dai 15 ai 20 neonati disabili, ad opera di medici olandesi, ma la maggior parte di questi casi non viene riportata all’attenzione dell’opinione pubblica, secondo la BBC.

L’uso olandese di eliminare bambini deformi è stato riportato anche da un articolo del Telegraph di Londra del 26 dicembre. Eduard Verhagen, primario di pediatria dell’Ospedale Groningen, ha preso le difese di queste azioni, sostenendo che la somministrazione di veleno ai bambini offriva loro una “opzione umana” che gli consentiva di non essere costretti a soffrire. Verhagen ha affermato che il Governo olandese stava elaborando normative che avrebbero consentito ai medici di praticare l’eutanasia sui bambini.

Ma il Vescovo cattolico di Groningen, Wim Eijk, ha riferito al quotidiano britannico che lo Stato non ha alcun diritto di autorizzare i medici a porre fine alla vita dei bambini, i quali sono incapaci di dare il loro consenso alla propria morte.

“Al fine di ridurre la sofferenza”

“Questo è un incubo darwiniano e una grave violazione delle leggi di Dio”, ha dichiarato un portavoce del Vescovo. “Significa superare i confini considerati finora invalicabili da ogni ordinamento. L’eutanasia per i bambini, in circostanze in cui non è possibile perseguire o assicurare il consenso degli interessati. È un terreno scivoloso che potrebbe portare i medici ad acquisire il diritto di imporre la vita o la morte, e potrebbe diventare un motivo per estenderlo a tutti”.
(approfondisci sul tema)

Le preoccupazioni sulle prospettive di un ulteriore allentamento delle norme sull’eutanasia sono state confermate da un servizio del British Medical Journal del 8 gennaio. Un’inchiesta triennale, commissionata dalla Royal Dutch Medical Association, ha concluso che i medici dovrebbero poter aiutare a far morire le persone che, sebbene non fisicamente malate, “soffrono nel vivere”.

La legge che regola l’eutanasia non prevede espressamente che il paziente debba avere una determinata condizione fisica o mentale, ma solo che il paziente deve star “soffrendo in modo disperato e insopportabile”, osserva l’articolo. Ma nel 2002, la Corte Suprema ha stabilito che un paziente deve avere una “condizione fisica o mentale classificabile”. La decisione era intervenuta dopo che un dottore era stato accusato di aver aiutato una paziente di 86 anni a morire, la quale non era malata, ma ossessionata dal suo declino fisico e dalla sua “disperata” esistenza.

Jos Dijkhuis, il professore di psicologia clinica che ha diretto l’inchiesta, ha affermato: “Prendiamo atto che il compito del medico è di ridurre la sofferenza. Pertanto non possiamo escludere preventivamente questi casi. Dobbiamo guardare oltre per vedere se possiamo porre un limite, e se sì, in che misura”. Tuttavia, il rapporto ammette che i dottori mancano di una sufficiente specializzazione in questo campo.

L’articolo cita Henk Jochemsen, Direttore del Lindeboom Institute for Medical Ethics, che si oppone all’eutanasia. Secondo quest’ultimo nel rapporto vi sarebbero segnali pericolosi. Jochemsen ha avvertito che secondo il rapporto, “come società dovremmo dire alle persone che hanno la sensazione di aver perso il senso della propria vita: giusto, è meglio che te ne vai”.

Ottenere il “miglior” figlio possibile

Altre recenti dichiarazioni sembrano voler tornare ad una mentalità che ricorda i programmi nazisti per il miglioramento della qualità della razza. “Se hai in programma di avere un figlio, dovresti avere il miglior figlio che puoi ottenere”, ha affermato Julian Savulescu durante un seminario dello scorso anno presso l’Università di Melbourne in Australia.

Secondo un servizio apparso il 16 novembre sul quotidiano The Age, Savulescu, professore dell’Università di Oxford, e del Murdoch Children’s Research Institute, ha invitato i genitori ad utilizzare le tecnologie genetiche per ottenere il “miglior” figlio possibile.

Savulescu ha prefigurato il giorno in cui i genitori potranno utilizzare queste tecniche persino per selezionare determinati tratti comportamentali ed altre caratteristiche. Egli ha raccomandato ai genitori di compiere le loro scelte sulla base di ciò che considerano come “la miglior opportunità per il proprio figlio”.

In Gran Bretagna, una ex presidente della Associazione per la pianificazione familiare, la baronessa Flather, ha auspicato che i poveri evitino di avere un gran numero di figli, secondo il Times del 5 dicembre. La Flather, attualmente Direttrice del Marie Stopes International, una delle più grandi cliniche abortiste britanniche, è stata immediatamente accusata di sostenere l’eugenetica.

Negli Stati Uniti, la pratica della selezione degli embrioni per l’eliminazione di quelli che presentano difetti genetici sta ottenendo sempre maggiore consenso. In un servizio del Wall Street Journal del 23 novembre, si osserva che a tale tecnica selettiva oggi si ricorre di più, perché il servizio sanitario pubblico ne copre gli alti costi. La diagnosi genetica preimpianto (DGP) può costare dai 3.000 ai 4.000 euro, oltre alla fecondazione in vitro che costa circa 6.000 euro.

Eliminare i difetti attraverso la procreazione

Circa 1.500 bambini nel mondo sono nati attraverso tecniche di DGP, secondo Yury Verlinsky, direttore del Reproductive Genetics Institute di Chicago. “La DGP sta avendo un boom”, ha aggiunto William Kearns, direttore del Shady Grove Center for Preimplantation Genetic Diagnosis di Rockville, nel Maryland.

Dall’altra parte dell’oceano, in Scozia, le coppie potranno presto ricorrere alle tecniche di DGP, attraverso il Servizio sanitario nazionale, secondo quando riferito dal quotidiano Scotland on Sunday lo scorso 19 dicembre. Dalle diagnosi preimpianto effettuate, sin dall’introduzione di questa tecnica, da medici della Glasgow Royal Infirmary sono nati cinque bambini, e l’ospedale ha chiesto il finanziamento pubblico per poter applicare questa tecnica ad un numero maggiore di coppie.

Questa richiesta è stata fortemente criticata da Ian Murray, direttore della Society for the Protection of the Unborn Child in Scozia. “Ci opponiamo fortemente a questa tecnica per ragioni di principio e riteniamo assai deplorevole che la Glasgow Royal Infirmary stia richiedendo finanziamenti”, ha dichiarato. “Non ha alcun valore terapeutico ed è assimilabile all’eugenetica. Non reca alcun beneficio alle persone disabili: semplicemente le uccide”.

“Sessanta anni fa condannavamo i dottori nazisti per l’eugenetica”, ha ricordato Murray. “E la diagnosi genetica preimpianto non è nulla di diverso.”

In un editoriale del quotidiano Scotsman del 27 dicembre, Dec Katie Grant ha sottolineato che la DGP non riguarda la cura di malattie: “La malattia viene cancellata, non attraverso la riparazione di un gene fasullo, ma attraverso la creazione di più embrioni, che vengono poi selezionati al fine di eliminare quelli difettosi e impiantare quelli sani”.

“L’idea di eliminare i difetti attraverso la procreazione è eugenetica pura e semplice”, ha scritto Grant, “e noi procuriamo a noi stessi e alla società un grave disservizio ricorrendo ad eufemismi per nascondere il nostro imbarazzo di fronte alle connotazioni negative che caratterizzano l’eugenetica sin dai tempi di Hitler”.

Usare l’ingegno umano per aiutare le persone a vivere meglio è un obiettivo lodevole, ha commentato. Ma “è giusto che gli esseri umani agiscano da creatori e poi da esecutori?”, si è chiesta. Per quanto sbagliata questa tecnica possa essere, si sta diffondendo ad un ritmo notevole.

da ZENIT

Prostituzione e traffico umano: il buco nero dei bambini scomparsi dell’India

Con almeno 11.228 sparizioni solo nel 2011, il West Bengal è lo Stato con più sparizioni nel Paese. Per la grande povertà, famiglie dei villaggi vendono i propri figli per sperare di dare loro un futuro migliore, ma perdono i contatti. Una prostituta-bambina guadagna circa 80mila rupie al mese (poco più di 1100 euro).

Calcutta (AsiaNews) – Prostituzione, lavori in nero, strada, traffico di essere umani: nel 2011 sono finiti qui almeno 11.228 bambini del West Bengal (WB), lo Stato indiano con il maggior numero di minorenni scomparsi nel nulla. In tutta il Paese, sono 32.342 i piccoli indiani di cui si sono perse le tracce. Le cifre sono parziali, perché basate solo sulle denunce di scomparsa registrate. Povertà e basso tasso di alfabetizzazione sono le cause principali di questo fenomeno, diffuso per lo più nelle aree rurali e nei villaggi: nel solo distretto di Jailapaiguri (WB), 1,9 milioni di famiglie vivono con meno di un dollaro al mese.

Per guadagnare qualche rupia, i genitori “vendono” i propri figli a degli “agenti”, che promettono di inserire i piccoli nel mondo del lavoro nelle grandi città. “Per queste famiglie – spiega ad AsiaNews Reynold Chhetri, vice sovrintendente della polizia a Darjeeling – mandare i figli a lavorare è l’unica possibilità per sopravvivere”. In genere, i trafficanti prendono i bambini e li portano nelle grandi città, come New Delhi, Mumbai e Gurgaon. I genitori non hanno più loro notizie.

Di solito, i bambini vengono impiegati in qualunque tipo di lavoro domestico, o come operai. Le bambine entrano per lo più nel giro della prostituzione, qualcuna va a fare la cameriera a casa di famiglie benestanti. In media, un maschio o una femmina impiegati come lavoratori domestici guadagnano 12mila rupie al mese (circa 165 euro), mentre le piccole prostitute anche 80mila rupie (circa 1100 euro).

P. Arul Dass, professore al Morning Star College di Calcutta (West Bengal), definisce questa tendenza “sconvolgente”. Secondo il sacerdote, “il governo dovrebbe prendere seri provvedimenti per arrestare i problema. Tutti i bambini dovrebbero avere un rifugio sicuro, dove crescere come futuri cittadini responsabili del Paese”. Questo, aggiunge, “è un loro diritto: governo e società civile devono intervenire”.
di Santosh Digal

L’amore secondo i bambini

Degli psicologi hanno posto a bambini dai 4 agli 8 anni, la domanda: Cosa vuol dire amore? Queste le risposte…

L’amore è la prima cosa che si sente, prima che arrivi la cattiveria. Carlo, 5 anni

Quando nonna aveva l’artrite e non poteva mettersi più lo smalto, nonno lo faceva per lei anche se aveva l’artrite pure lui. Questo è l’amore. Rebecca, 8 anni

Quando qualcuno ci ama, il modo che ha di dire il nostro nome è diverso. Sappiamo che il nostro nome è al sicuro in quella bocca. Luca 4 anni

L’amore è quando la ragazza si mette il profumo, il ragazzo il dopobarba, poi escono insieme per annusarsi. Martina 5 anni

L’amore è quando esci a mangiare e dai un sacco di patatine fritte a qualcuno senza volere che l’altro le dia a te. Gianluca 6 anni

L’amore è quando qualcuno ti fa del male e tu sei molto arrabbiato, ma non strilli per non farlo piangere. Susanna 5 anni

L’amore è quella cosa che ci fa sorridere anche quando siamo stanchi. Tommaso 4 anni

L’amore è quando mamma fa il caffè per papà e lo assaggia prima per assicurarsi che sia buono. Daniele 7 anni

Se vuoi amare devi cominciare da un amico che detesti. Michele 6 anni

L’amore è quando una donna vecchia e un uomo vecchio, sono ancora amici anche se si conoscono bene. Tommaso 6 anni

L’amore è quando mamma da a papà il pezzo più buono del pollo. Elena 5 anni

L’amore è quando il mio cane mi lecca la faccia, anche se l’ho lasciato solo tutta la giornata. Lorenzo 4 anni (quasi…)

Non bisogna mai dire ti amo se non è vero. Ma se è vero bisogna dirlo tante volte. Le persone dimenticano. Jessica 8 anni

Un aiuto ai bambini in Iraq. Hanno bisogno di noi

E’ partita la nostra raccolta fondi 2017 per l’ #‎Iraq.
Negli anni passati abbiamo aiutato una parrocchia a Baghdad, progetto poi interrotto nel 2013.
Riprendiamo oggi questa iniziativa per sostenere le tante persone che fuggono dal terrorismo che in Iraq miete migliaia di vittime ogni anno.
Siamo alla ricerca dei primi 1000 euro per un piccolo progetto in un grande campo profughi in Iraq, dove sosterremo iniziative per i bambini,in particolare gli orfani e gli sfollati: sostenendo la scuola, la salute e l’educazione.
Per motivi di sicurezza non possiamo divulgare il nome del referente sul posto. Ma scriveremo ai donatori maggiori dettagli e la rendicontazione sarà online.
Per donare: “Amici di Lazzaro” con C/C postale 27608157
o con l’IBAN: IT 98 P 07601 01000 0000 27608157
causale: “progetto Bimbi Iraq 2016”

 

 

Un decalogo per aiutare i genitori alle prese con il gender a scuola

Pubblichiamo dieci consigli per aiutare i genitori alle prese con i tentativi di introdurre la teoria del gender nelle scuole dei propri figli.

Consigli operativi concreti per contrastare l’introduzione dell’ideologia gender nell’insegnamento scolastico. Come agire e che cosa fare:

1. Ogni genitore deve vigilare con grande attenzione sui programmi di insegnamento adottati nella scuola del proprio figlio.

2. In particolare, va attentamente letto e studiato uno strumento denominato “Pof” (piano offerta formativa). In esso devono essere elencate chiaramente tutte le attività d’insegnamento che la scuola intende adottare (attenzione: in alcuni casi il Pof è annuale, in altri triennale!).

3. I genitori devono utilizzare lo strumento del “consenso informato”: devono, cioè, dichiarare per scritto se autorizzano, oppure no, la partecipazione del proprio figlio ad un determinato insegnamento. Il consenso va consegnato in segreteria e protocollato (obbligo di legge).

4. A questo punto, si deve avere ben chiaro che gli insegnamenti scolastici sono di due “tipi”:
• insegnamenti curriculari, cioè obbligatori (ad esempio: italiano; matematica, ecc..);
• insegnamenti extracurriculari, cioè facoltativi, dai quali è lecito ritirare il figlio.

5. Nel caso di insegnamenti curriculari (ad esempio, insegnamento delicato a scienze naturali, con nozioni sul corpo umano e sue funzioni, compresa la funzione riproduttiva), si raccomanda che i genitori vigilino con grande attenzione, intervenendo sul singolo insegnante e/o sul dirigente scolastico, qualora si scorgano impostazioni in contrasto con i propri valori morali e sociali di riferimento. Come sempre, più genitori si associano, maggiore è la forza di contrasto.

6. Ad oggi, l’insegnamento “gender” è possibile soprattutto nei programmi di educazione all’affettività e alla sessualità, oppure nei percorsi di “contrasto al bullismo e alla discriminazione di genere”. Sono insegnamenti extracurriculari ed à soprattutto a questi che si deve prestare speciale e massima attenzione.

7. Il consenso/dissenso deve essere formulato per ciascun singolo percorso/progetto/insegnamento (non deve essere generico), va depositato in segreteria e deve essere protocollato (obbligo di legge).

8. Il genitore ha il diritto di chiedere tutti i chiarimenti che vuole, coinvolgendo ogni istituzione scolastica, ad ogni livello: Consiglio di classe, Consiglio di istituto, Consiglio dei professori, dirigente scolastico/preside.

9. Si raccomanda di informare e coinvolgere le associazioni dei genitori: Age (segreteria.nazionale@age.it), Agesc (segreteria.nazionale@agesc.it).

10. L’articolo 30 della Costituzione italiana e l’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sanciscono il diritto dei genitori all’educazione ed istruzione dei figli: ogni genitore ha grande potere decisionale e – cercando di aggregare altre famiglie – la possibilità d’intervento sugli organismi scolastici diventa tanto più forte e positiva, soprattutto se sostenuta da un’associazione genitori accreditata (Age, Agesc).

Un forte appello a tutti i genitori affinché si sentano protagonisti diretti, offrendosi come “rappresentanti di classe” ed entrando a far parte dei “Consigli di istituto”.

Massimo Gandolfini
Comitato “Difendiamo i nostri figli”

Il meglio deve ancora venire. Noi siamo qui per questo (testimonianza di Manu)

Era da un po’ di tempo che avevo il desiderio di fare un servizio a contatto con i bambini e proprio l’anno scorso ho partecipato al Campo Bimbi/Ragazzi ad Avigliana organizzato dall’Associazione. E’ stata un’esperienza ricca, non solo per il bel clima di collaborazione e familiarita’ che si è creato tra tutti, ma anche per il calore e la facilita’ con cui i bambini, seppur appartenenti a culture e realta’ diverse, sono riusciti ad integrarsi tra loro e divertirsi senza tante difficolta’.

Da quest’esperienza abbiamo, con un gruppo di volontari, iniziato ad andare a trovare una volta al mese i bambini di una comunità di accoglienza che avevano partecipato al campo e con cui, sin da subito, si è creato un legame particolare. I ragazzi, le educatrici e la comunità stessa ci hanno accolti in un clima familiare e disponibile e ciò ha permesso di ascoltare e divertirci con i bambini non solo all’interno della Comunità, ma anche nelle gite fuori porta, dove spesso ci siamo riuniti con i ragazzi del dopo scuola. Il servizio con i bambini é per me un dono grande e tutte le volte vedere, stare, giocare con ciascuno di questi piccoli mi testimonia la bellezza e la genuinità con cui si affidano, si abbandonano, si raccontano, richiedono affetto, nonostante le sofferenze vissute. Con gli occhi pieni di speranza, ad ogni sorriso sembrano dire che “il meglio deve ancora venire” e sanno che in quest’avventura non sono soli. Noi adulti spesso ci dimentichiamo che gusto abbia la semplicità e la “leggerezza” del cuore, ma grazie a questi amici speciali ogni tanto ho la fortuna di fare memoria ed anche di divertirmi come una “bambina” assieme a loro. GRAZIE AMICI! Manu (volontaria Amici di Lazzaro)

Non è il dolore ma l’Amore a renderci migliori

amareCi sono vite che, più di altre, sono sorprendentemente forgiate dalla Provvidenza. Uomini che hanno lottato caparbiamente per un obiettivo o per un’idea, si ritrovano inopinatamente scaraventati su un palcoscenico che, in precedenza, non avevano mai immaginato di calcare.

Ciononostante, sono felici più di prima, non perché siano inclini al fatalismo o alla rassegnazione ma perché hanno visto la grande mano di un Padre, congiungersi alla loro mano, per accompagnarli lungo i sentieri del loro destino, della vera realizzazione del proprio sé.

In occasione della festa di San Giuseppe, ZENIT ha incontrato un giovane padre di famiglia, un uomo comune che ha attraversato vicende eccezionali. Nelle burrasche della sua vita, Andrea Torquato Giovanoli ha vacillato e beccheggiato ma non è mai naufragato.

Nel suo libro autobiografico Nella carne, col sangue (Gribaudi, 2013), Andrea, 41 anni, milanese, ha raccontato cosa significhi perdere tre figli nei primi giorni di vita o nel grembo materno, per di più tutti e tre per patologie diverse e non ereditarie. Lo ha fatto senza alcuna retorica o sentimentalismo gratuito, senza sentirsi una persona speciale che deve insegnare qualcosa agli altri per quello che ha patito. Il dolore non ha cancellato il suo temperamento gioioso e la sua disarmante e giocosa ironia: chi conosce il suo dramma, non può che apprezzare ancora di più questo suo lato caratteriale.

Autore di quattro libri, gli ultimi due dei quali dedicati al tema della paternità, e firma ricorrente sul blog di Costanza Miriano, Giovanoli è da 14 anni sposato con Emanuela, la donna che lo ha riportato alla fede cattolica dopo una dozzina d’anni di lontananza dalla Chiesa: un’unione lunga e felice ma, non per questo – specie agli inizi – sempre facile. Insieme hanno avuto sei figli, nati tra il 2002 e il 2013, di cui tre in Cielo.

***

Com’è stata la tua gioventù e com’era la tua vita prima della tua conversione?

La mia gioventù è trascorsa normalmente, almeno per uno che, come la gran parte dei giovani, dopo la Cresima si è subito staccato da Cristo e dalla Chiesa: preservato da grossi drammi, ci ho pensato da solo rendermela problematica passando una dozzina d’anni nell’inutile ricerca di una risposta di senso alle mie domande esistenziali in ogni sorta di filosofia, religione ed ideologia che naturalmente non avesse nulla a che fare con la Bibbia o il Vangelo.

Cos’è che poi ti ha cambiato?

La domanda giusta è “Chi” mi ha cambiato, e la risposta naturalmente è Cristo. Un Gesù ritrovato frequentando per amore una ragazza che, al contrario di me, nella Chiesa ci è rimasta e ci è cresciuta (ragazza che, per la cronaca, è diventata poi mia moglie).

Hai perso tre figli: è proprio vero che il dolore può renderci migliori?

No. Non è il dolore a renderci migliori (altrimenti i masochisti sarebbero tutti santi). L’Amore ci rende migliori, ma spesso, purtroppo, poiché siamo uomini di poca fede, tutti impastati di superbia, serve il dolore per darci la sveglia e farci capire che non siamo padroni di nulla, ma tutto ci è dato per Grazia. Grazia di un Dio che vuole solo che noi ci lasciamo amare da Lui, corrispondendo con fiducia al Suo amore.

C’è stato un momento, nei tuoi drammi familiari, in cui ti sei detto: “basta, non ce la faccio più…”?

Ogni singola volta. Perché in ogni momento in cui ti ritrovi nel Getsémani della vita la tentazione è la medesima di Gesù: quella di far passare via da sé il calice amaro. Poi, però, fai memoria storica delle croci precedenti, di come accogliendole e passandoci attraverso, tutte immancabilmente alla fine ti abbiano condotto ad una nuova risurrezione, e allora rinnovi il tuo abbandono fiducioso a quell’Amore che hai sperimentato essere davvero provvidente e ed ecco che ti viene data la forza per dire, con il Cristo sofferente: “Padre non sia fatta la mia, ma la Tua volontà” (Cfr. Luca 22,42).

Possiamo dire che il calvario che hai passato sia stato per te una seconda conversione?

Lo è stato, ogni volta. Ogni croce accolta ti rinnova, poiché ti svuota di te stesso per riempirti di Dio: è come quel Sapiente Artigiano che modella, anche rudemente, il Suo attrezzo, cosicché diventi uno strumento migliore, capace di compiere le Sue buone opere con più docilità e maggiore efficienza.

Nel tuo ultimo libro in particolare, Nel nome del padre, racconti l’aspetto più gioioso della paternità, le piccole grandi scoperte quotidiane con i tuoi figli, il crescere insieme a loro… Che tipo di padre sei diventato?

In realtà la mia paternità è ancora tutta in divenire, ma posso dire di aver scoperto una cosa, che ha dato un senso proprio e maggior pienezza al mio essere uomo e padre: comprendere che la paternità corrisponde a quella vocazione adamitica che davvero realizza l’uomo. Così come al progenitore Adamo venne data dal Creatore la responsabilità sulle Sue creature perché desse loro il “nome”, medesimamente all’uomo che accoglie la sua prole, viene data la responsabilità su di essa perché l’aiuti a compiere il proprio “destino” di figli di Dio. Poiché la responsabilità vera di un genitore verso i propri figli non è solo di metterli al mondo, ma soprattutto di farli ammettere al Cielo.

Si dice che oggi la figura del padre sia in crisi, che sia un “mestiere” ingrato, il più difficile del mondo… Allora, alla luce di questa crisi odierna, cos’è che distingue un buon padre?

La figura del padre oggigiorno è in crisi poiché l’uomo, davanti alle false pretese di controllo della deriva femminista, per egoismo e pigrizia si è ritirato, abdicando al suo ruolo: è la riproposizione, in chiave moderna, della medesima caduta dei progenitori. Credo che soltanto riscoprendo la sua vocazione ad essere padre, ad immagine dell’originale ed unico Padre Buono, il maschio possa recuperare la propria dimensione di uomo: vivendo da un lato la paternità come veicolo privilegiato per la sua realizzazione personale e dall’altro come opportunità vera di comprendere la gioia della propria originaria figliolanza a quel Dio che è Amore.

Il bambino non è mai un rischio

“Oggi- dice il neonatologo Bellieni- la meta’ delle donne passano la meta’ della vita facendo di tutto per non avere figli e la seconda meta’ a disperarsi perché non gli vengono“. E a rimetterci è sempre chi dovrebbe nascere.

Una volta è nato vivo un bambino di 20 settimane da un aborto spontaneo. L’ ostetrica lo stava avvolgendo in un panno per buttarlo via. Io, consapevole che così piccolo non lo potevo rianimare, l’ho battezzato e gli sono stato vicino tenendogli la mano finché dopo 45 minuti ha cessato di battergli il cuore. Chi passava mi diceva di lasciar stare, che dovevo buttarlo via. Io rispondevo che non si può buttar via un bambino, ha il diritto di morire con tutta la sua dignità”. A raccontare il fatto, straziante e allo stesso tempo carico di umanità, è il dottor Carlo Bellieni, neonatologo presso il Policlinico “Le Scotte” di Siena.

“In neonatologia -continua il medico- curiamo i feti, bambino che stanno nel palmo di una mano e pesano 500 grammi, con un piedino di 2 centimetri. E’ evidente che il feto è una persona, noi li curiamo tutti i giorni. Il feto prova dolore, più di un adulto, perché non ha ancora sviluppato la capacità di produrre endorfine. Ricorda e riconosce la voce e i sapori di ciò che mangia la madre, bevendo. il liquido amniotico. Almeno dalle 30 settimane sogna, si rileva il sonno REM. Spesso dobbiamo fare prelievi ai feti ed è per loro dolorosissimo, ma il dolore scompare se gli stiamo vicini accarezzandogli, parlandogli, tenendogli la manina. Quello che connota il feto, la persona, fin dall’utero della mamma è il desiderio di una presenza, qualcuno che stia con, accanto. Abbiamo scoperto che l’accudimento è il sistema analgesico e terapeutico fondamentale”. Se dall’esperienza professionale del medico emerge chiaramente che il feto è persona a tutti gli effetti, e quindi titolare di diritti, la realtà è ben diversa, e il fatto che il bambino abbia o meno diritto di nascere si vuol far dipendere dalla valutazione degli adulti. Una errata visione che, secondo Bellieni, viene alimentata dagli stessi medici: “In diagnosi prenatale si usa la parola rischio: “Lei signora ha il rischio di avere un bambino Down nella percentuale x” E’ una cosa fuorviante, è oggettivamente sbagliato applicare la parola rischio alla parola bambino. Si dovrebbe dire “Suo figlio ha la probabilità di essere malato di .”

Perché il bambino non è mai un rischio.
Di fatto invece, secondo il medico, oggi la gravidanza viene vissuta con angoscia, con il timore continuo che il bambino non sia sano, non sia normale. Un atteggiamento che non ha solo implicazioni sul piano etico ma che porta a conseguenze patologiche sui bambini che devono nascere. E’ il caso, ad esempio, dell’eccessivo ricorso all’amniocentesi, che “ha un rischio di morte per il bambino di 1 su 100 e serve principalmente per la diagnosi della sindrome di Down che colpisce circa 1 bambino su 700. Quindi nella ricerca esasperata di eliminare un bambino Down si fanno fuori 7 bambini sani”.

Ma Bellieni evidenzia anche un paradosso del nostro tempo:” Oggi la metà delle donne passano la prima metà della vita facendo di tutto per non avere figli e la seconda metà a disperarsi perché non gli vengono”. Si sceglie di avere un figlio quando si sono raggiunte sicurezze sul piano economico e professionale, ma poi magari il figlio non viene più (oltre al fatto che “un ‘età materna oltre i 35 anni è legata a maggior rischio di anomalie per il bambino, di abortività’ e di prematurità”). Sempre più frequentemente si ricorre così a pratiche come la fecondazione in vitro, in cui però “capita che alcuni feti vengano abortiti selettivamente, si ha un rischio doppio di paralisi cerebrali e di malformazioni, un rischio 2-3 volte maggiore di peso alla nascita basissimo, una percentuale di gravidanze gemellari del 15% contro il dato normale di 2-3%”.
Bellieni, medico, chiama in causa anzitutto la responsabilità della categoria alla quale appartiene:” Ciò che aiuta i genitori è lo sguardo che i medici che attuano le indagini prenatali hanno su quel bambino, dal quale dipende lo sguardo che avranno poi i genitori nei confronti del loro figlio” . “Dobbiamo fare un passo indietro interiore quando si guarda qualcuno- conclude- . La persona che ho davanti è mia proprietà o ha un valore in sé? Questo libera dalla possibilità di poter fare delle sciocchezze.  Ci fa rendere conto che io e lui abbiamo lo stesso destino”.

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Perche’ la maggior parte delle famiglie ha 2 figli

fampic_2Questo potrebbe risultare un articolo controverso ma non era nelle mie intenzioni. La dimensione della famiglia americana media è di 2,5 persone, con una media di 0,9 bambini per nucleo familiare. Wow! Quando ho visto questa statistica, oggi, sono rimasta impressionata dai numeri. Il numero di figli per famiglia è drasticamente diminuito dall’ultima volta che ci avevo fatto caso.

Non avevo mai capito perché le persone hanno due figli finché non ho avuti figli a mia volta. Nella mia testa sono cresciuta immaginando di avere centinaia di figli. Veramente. Sognavo una casa piena di bambini. Non capivo affatto la realtà della maternità. Non sapevo cosa significasse avere le nausee di mattina. Non capivo quanto la gravidanza potesse essere difficile e a volte spaventosa per la maggior parte delle persone. Non sapevo cosa significasse restare svegli tutta la notte per varie settimane di seguito per poi essere svegliata la mattina da un bambino di due o tre anni molto riposato. Non avevo mai pensato a tutte queste cose. Non conoscevo la pena di chinarsi preoccupata a morte su un figlio malato. Non sapevo come ci si sente a preoccuparsi continuamente per il futuro e la formazione di un figlio. Ecco, ero sicura di me e ignorante. Poi ho avuto un figlio. Ho avuto il mio primo figlio e me ne sono innamorata perdutamente.

Come la maggior parte delle madri con i loro primi figli ero meticolosa su tutto.
Mi assicuravo di leggere per lui 40 ore al giorno, gli insegnavo il linguaggio dei segni, preparavo tutte le sue pappe, lo portavo fuori ogni giorno, e leggevo ogni libro sull’essere genitori, per assicurarmi di non rovinarlo a vita. Ma guardando indietro ero davvero sopraffatta. Vedete, quando una donna si sposa ed ha un figlio, la vita che prima conosceva cambia completamente. La tua vita non è più solo tua, per sempre. Sei interamente responsabile per un altro essere umano. Mi ricordo di aver pensato, la prima volta che si ammalò: “Se non lo porto io dal dottore non lo farà nessun altro.” Devi prendere decisioni importanti su cose come vaccini, scelta della scuola, parto naturale o pilotato, allergie, strategie parentali (sculacciare o non sculacciare), problemi a dormire, capricci, problemi alimentari,, ecc. ecc. Non c’è un barometro nella maternità. Non ricevi una medaglia alla fine della giornata che ti dice: “Brava, hai gestito bene quella crisi!” oppure: “Bene! ottima scelta per la vaccinazione!” oppure: “Gran bel cambio di pannolino!”. Quindi per la prima volta, nella vita di molte donne ci si trova davanti a uno scenario da primo giorno di scuola solo che i libri di testo sono al livello del tuo post-dottorato.

Sembra che intorno alla scadenza del secondo anno, la maggior parte delle persone si arrischi ad avere un altro figlio.
Ci sono: ecco perché la maggior parte delle persone non va oltre il limite dei due figli. Si lo so, alcuni dicono che è per altre ragioni tipo: finanze, gravidanze difficili o addirittura pericolose. Però, quando parli seriamente con una donna scorgi in lei la solitudine e il desiderio di avere altri figli. Probabilmente lei neanche lo sa. Quanto a me, ho avuto il mio primo figlio al quale ho dato tutta la mia attenzione. Poi ne ho avuto un altro al quale sentivo che avrei dovuto dare tutta la mia attenzione. Questo era davvero un compito impossibile. Chi può farcela? Mi ricordo quando dovevo andare da qualche parte e facevo in modo di avere un esercito di persone ad aiutarmi. Veramente. Ammiravo le madri di famiglie numerose e mi sentivo inadeguata accanto a loro. Ero allo zoo con i miei due bambini e sei delle mie sorelle ognuna a reggere qualche gamba e braccio e possibilmente anche respirare per loro se ce ne fosse stato bisogno. Poi vedevo madri di dieci figli…. senti questa: da sole allo zoo!… e anche sorridenti.

Quando vivevamo in Oklahoma mettevo nel bagaglio abbastanza giocattoli perché nelle otto ore di viaggio avessero qualcosa di nuovo da guardare ogni 2,3 minuti. Era ridicolo. A messa ci portavamo un buffet, così che non passasse un attimo in quell’ora senza che potessero mangiare o guardare qualcosa. Non guidavo mai per più di un’ora da sola perché: potrebbe piangere o qualcosa del genere, cosa che non doveva succedere. E’ la prima volta da quando sei madre che ne hai uno che gattona e in più un neonato. Mia madre dice sempre che la maggior parte dei bambini diventa normale al loro primo compleanno. Il che significa: questa cosa l’ho vista e rivista. Tu hai questo bambino dolce bello innocente che fa tutto ciò che dovrebbe per il suo primo anno di vita e poi… qualcosa succede. Comincia ad avere le sue opinioni. Come osa pensare da sé? Improvvisamente fa capricci in pubblico, inarca la schiena, si sdraia per terra, si arrampica su qualsiasi cosa, va a pescare nel water, diventa un mangiatore schizzinoso. Loro sono un disastro e tu sei un disastro. Mi ricordo una mia cara amica che piangeva sulle foto del suo bambino da piccolo per la metamorfosi subita nel suo secondo anno di vita. Mai prima di allora ti eri trovata davanti a continue decisioni su come gestire quel polipo che ti ritrovi in casa. In più hai un neonato per il quale il cuore della notte è il momento di massima attività. Nota bene: il gattonatore che ha dormito nella stanza accanto per 13 ore di fila non essendo informato si sveglia comunque per far festa alle sei di mattina. Come faceva a non sapere che tu hai preso sonno solo alle 5 e mezzo? Davvero, chi continuerebbe a fare una cosa del genere? Sei così stanco e sopraffatto che tu sai che Dio non può volere che uno viva in in quel modo.

E tu ti trovi a dire: “Non sono in grado di essere una buona madre per i due che ho, perché dovrei farne altri?” “Non riesco a immaginare di sentirmi così per i resto della mia vita.” “Posso usare i miei talenti in modi più produttivi che non siano avere altri bambini”. “Ero molto più paziente prima di avere dei figli” “Non sono utile a nessuno in questo stato”.

Questa vocina nella tua testa non viene da Dio. E’ il demonio che prova a scoraggiarti dal fare il più importante lavoro che tu possa mai fare. Vedi, come ogni nuovo lavoro, qualcosa comincia a cambiare dopo due bambini, (alcuni dicono dopo tre, ma la maggior parte due). Cominci a abituarti al tuo nuovo lavoro. Tutte le tue piccole paure e domande non sono più costantemente presenti. Cominci a vedere fasi nei tuoi bambini e sai che che normalmente “anche questo passerà”. Cominci ad avere una pacifica accettazione della tua “promozione” e cominci a vederla in questo modo. Come facevo a sentirmi più stanca con un bambino di quanto non lo sia adesso con sei? Perchè non è più un problema guidare per otto ore da sola con tutti i miei figli ma fino a pochi anni fa non avrei guidato per 30 minuti con uno solo? Come mai adesso riecco a fare tre ore di viaggio per andare a trovare mia madre e ogni figlio si accontenta di un solo libro per tutto il viaggio quando in passato avevano un giocattolo per ogni 5 minuti e i viaggi erano così faticosi e snervanti? Tu cominci a cambiare. Cominci a vedere ogni figlio molto diversamente. Cominci a guardare il più grande non come a uno di cinque anni, ma con la prospettiva, del tutto nuova, di uno che vivrà a casa ancora solo per altri 13 anni. Ti godi la loro infanzia, e sei consapevole che la maggior parte delle cose che fanno sono fasi. Ti accorgi di quanto vola il tempo, e cerchi di rallentare. Tu sai che possono dormire o non dormire, e anche se non dormono, improvvisamente e stranamente diventa: “Va bene uguale”. Perché succede questo? Quando avevo solo Dominic mi dovevo alzare nel mezzo della notte, io ero veramente la persona più stanca di tutta l’America. Davvero. Avevo bisogno di due sonnellini durante la giornata perché mi sentivo davvero molto stanca. Ma poi ti adatti. Ora non mi sento più così stanca come quando avevo solo un bambino. Tu vai avanti e Dio ti fa andare avanti.

Una madre di nove figli molto saggia mi disse una volta: “I giorni sono lunghi ma gli anni sono brevi.”
Vorrei cambiarlo in: “Alcuni giorni sono lunghi, ma gli anni sono davvero troppo brevi.” Cominci a vedere come le cose cambiano da una stagione all’altra. Ti ritrovi a dire: “Solo l’estate scorsa gli piaceva correre in bici fuori, ora è più tranquillo e vuole stare dentro mentre noi usciamo.” Vedi, queste sono le lezioni alla scuola della maternità. Con ogni nuovo figlio hai una promozione. Dio ci cesella e ci rifinisce e ci fa belle. Perché le madri di famiglie numerose sono edificanti? Perché ci piace star loro vicino? Non fraintendetemi, non voglio dire che le madri due figli non hanno niente da insegnarci. Non è questo che voglio dire. Quello che voglio dire è che in ogni lavoro la persona che è stata lì più a lungo e ha più esperienza è piuttosto saggia. Ci sono persone che vorrebbero dei figli ma non possono avere. Le persone forse non sono sagge a meno che non abbiano figli e specialmente molti figli? No, niente affatto. Tutti hanno qualcosa da insegnare. Non sono qui a darmi pacche sulla spalla (sono ancora in mezzo al guado). Sono qui solo per incoraggiare e semplicemente per dire: ”Vai avanti.” Il mondo ti dice di fermarti. Ma il mio punto è semplicemente: se se sei stata benedetta con il dono della fertilità per favore, mostralo al mondo. Se per qualche ragione Dio decidesse di non mandarci più figli, io prego che noi sappiamo spendere le nostre vite per glorificarlo in qualunque strada ci voglia portare. Ho molti amici e parenti che ancora non hanno figli e che danno gloria a Dio magnificamente con le loro vite e e la loro apertura all’adozione e e altre grandi cose. Io scrivo per incoraggiare madri giovani e meno giovani ad andare avanti.

Una vita in più. Un’anima in più. Una nuova persona in più.
Le possibilità di una nuova persona incredibili. Incontro così tante donne che vorrebbero aver avuto più figli, ma non ne ho mai conosciuta nessuna che rimpianga di averne avuti troppi. Dio ha dato alle donne il dono della fertilità per pochi anni della vita con la prospettiva dell’eternità. Io prego di far tesoro di questo dono e di usarlo saggiamente. Mio fratello Dominic era il settimo nella nostra famiglia. Come facevano i miei a sapere, quando è nato, che diciotto anni dopo lui si sarebbe occupato di mio padre durante i sui ultimi giorni di vita su questa terra? Le scene che ho visto di Dominic e mio padre ancora mi fanno piangere. Vedere un giovanotto robusto di 18 anni sollevare suo padre invalido dalla sua sedia a rotelle dandogli una così bella dignità. Vedevo Dominic voltarsi e piangere così spesso. Era commovente. Quale dono e privilegio ha avuto Dominic nel prendersi cura di lui. Lo zio di John, Fran è il decimo di dodici figli. E’ un medico e ha passato molti anni lavorando come volontario in Australia tra i più poveri dei poveri. Ha risanato le vite delle persone con il dono della medicina. Ha ridato la vista e l’udito a centinaia di persone, ha cambiato così tante vite. Io credo che ogni lavoro è importante, ma niente è più importante che portare anime in questa terra con la possibilità di un’esistenza eterna con Dio per sempre. Io ti prego, donna, di renderti conto di quanto sei privilegiata a poter mettere al mondo dei figli. Doniamo a Dio il nostro essere senza riserve e lasciamo che sia Lui a scrivere la storia della nostra vita e delle vite che Lui sceglie di donare. Per qualche ragione Dio non ci rivela il finale della nostra storia. Perciò ci dobbiamo fidare. Come diceva Madre Teresa: “Voglio essere una matita nella Sua mano.”

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la stessa famiglia (con 8 figli)

Lindsay Boever
http://mychildiloveyou.blogspot.it/

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la famiglia quando erano 7 figli
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la famiglia quando erano 6 figli

Pedofilia e riti voodoo: allarme in Inghilterra per la tratta di bambini africani

Dirty_Flower_by_laloxCentinaia di bambini africani rapiti e portati in Inghilterra per riti voodoo ed atti di pedofilia: è l’allarme lanciato da Kirsten Sandberg, già giudice della Corte Suprema norvegese e responsabile del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo.

Fenomeno che si intreccia con il turismo di predatori sessuali con appetiti perversi e malati, attenzioni verso i più piccoli sia nei Paesi loro originari che nel Regno Unito.

Torture, abusi, addirittura rituali di stregoneria e pratiche voodoo: a tutto questo migliaia di ragazzini sarebbero sottoposti.

Uomini inglesi –ma purtroppo sappiamo non solo loro- si recano in Africa o nel Sud Est Asiatico, utilizzando come riserve di caccia istituti di beneficenza od orfanotrofi dove si possono trovare minori in abbondanza senza alcun adulto a cui render conto per le violente afflitte.

Siamo arrivati a livelli per cui esponenti della mala vita locale si recano in estremo oriente per gestire direttamente sul posto la compravendita di minori da destinare al ricco mercato della prostituzione.

Per far fronte a questo fenomeno, il governo britannico ha inaugurato un nuovo strumento giuridico, dei fermi che proibiscono al soggetto destinatario di potersi muovere dall’Inghilterra, applicabili anche a persone considerate ad alto rischio di turismo sessuale, anche se non ancora condannati.

Fonte: The Times

Benedetto XVI a una bambina: perché confessarsi?

papa bambini 69Livia: «Santo Padre, prima del giorno della mia Prima Comunione mi sono confessata. Mi sono poi confessata altre volte. Ma volevo chiederti: devo confessarmi tutte le volte che faccio la Comunione? Anche quando ho fatto gli stessi peccati? Perché mi accorgo che sono sempre quelli». Direi due cose: la prima, naturalmente, è che non devi confessarti sempre prima della Comunione, se non hai fatto peccati così gravi che sarebbe necessario confessarsi. Quindi, non è necessario confessarsi prima di ogni Comunione eucaristica. Questo è il primo punto. Necessario è soltanto nel caso che hai commesso un peccato realmente grave, che hai offeso profondamente Gesù, così che l’amicizia è distrutta e devi ricominciare di nuovo. Solo in questo caso, quando si è in peccato “mortale”, cioè grave, è necessario confessarsi prima della Comunione. Questo è il primo punto. Il secondo: anche se, come ho detto, non è necessario confessarsi prima di ogni Comunione, è molto utile confessarsi con una certa regolarità. È vero, di solito, i nostri peccati sono sempre gli stessi, ma facciamo pulizia delle nostre abitazioni, delle nostre camere, almeno ogni settimana, anche se la sporcizia è sempre la stessa. Per vivere nel pulito, per ricominciare; altrimenti, forse la sporcizia non si vede, ma si accumula. Una cosa simile vale anche per l’anima, per me stesso, se non mi confesso mai, l’anima rimane trascurata e, alla fine, sono sempre contento di me e non capisco più che devo anche lavorare per essere migliore, che devo andare avanti. E questa pulizia dell’anima, che Gesù ci dà nel Sacramento della Confessione, ci aiuta ad avere una coscienza più svelta, più aperta e così anche di maturare spiritualmente e come persona umana. Quindi due cose: confessarsi è necessario soltanto in caso di un peccato grave, ma è molto utile confessarsi regolarmente per coltivare la pulizia, la bellezza dell’anima e maturare man mano nella vita.
Benedetto XVI

Preghiere d’allegria (da un campo bambini)

– Grazie perché sono brava a cantare in tanti modi

– Grazie perché mi hanno fatto giocare a calcio

– Grazie a Dio perché mi ha fatto vedere la parte migliore di tutti i bambini del campo

– Grazie per avermi dato la possibilità di giocare con i miei amici

– Grazie perché sono simpatica e brava più o meno

– Grazie perché sono una persona che ha una volonta molto forte e grazie a questo cerco di superare ogni difficolta

– Grazie perché sono brava a cantare e a ballare e ascolto

– Grazie perche so balare e perche sono vivà e che gli altri mi aiutano come Joy

– Grazie Signore che so fare ridere le persone

– Grazie perché so giocare a calcio

– Grazie perché Oggi ho visto qualcosa di bello che ci inseniava fare le cose belle

– Grazie perché Ho visto un bambino aiutare un altro a non cadere!

– Grazie perche ci agliute semple e per l’amziazia

– Gracie per essermi divertita

– Grazie perché gli animatori mi hanno insegnato a giocare con gli altri

– Grazie perché Oggi siamo andati in bosco

-Grazie perché sono simpatico, divertente è fackscion

– Grazie Signore per la gioia con i miei amici.

– Grazie perché Una femmina che faceva il Dj un maschio che indossava la parrucca. Questo e quello che mi e piaciuto

– Grazie perché Una persona che aiutato mia sorella

– Grazie perché Oggi pomeriggio una bambina a aiutato un bambino a salire sula corda

– Grazie perché Carina, assomiglia a mia sorella. Gentile, amichevole, fagliare , inteligente , semplice, caraggiosa, bossy

– Grazie perché Mi piace il comportamento di Juniur è i mio migliore gli voglio bene perché è sempre gioccherellone

– Grazie perché Joy mia bacciato in guancia

– Grazie perché Miè piaciuto che Glory mi ha aiutato a giocare bene

– Grazie perché Me mie piaciuto a giocare acalcio

– Grazie perché O visto una bambina molto sinpatica

– Grazie perché Carina assomiglia a mia sorella

– Grazie perché Una bambina a cosolato una bambina grazie

– Grazie perché Quando io e Joy giocavamo a Basket

– Grazie perché Dio è belo Dio è bravo

– Grazie perché E’ stato bello giocare con i miei amici

– Grazie perché Joy e un persona in portante.Quando siamo caduti lei cia aiutanti. E la adoro per quelo che va per noi

– Grazie perché Oh visto dei bambini

un aiuto per i bambini ucraini

amici di lazzaro ucrainaOgni tanto vedendo in televisione le immagini provenienti dall’Ucraina ci si chiede come aiutare, soprattutto pensando ai bambini che vivono in situazioni così difficili.
Alla nostra preghiera mensile venuto a trovarci don Lucas Walawski, che è parroco in Ucraina  a Skole nella provincia di Lviv.
Nelle prossime settimane accoglierà bambini provenienti dal confine con la Russia, zona in piena guerra.
Si tratta di un un semplice campo estivo in cui darà loro modo di vivere qualche settimana lontani da spari, bombe e brutte notizie…
Il nostro amico Danilo andrà a dare una mano e sarebbe bello potergli dare qualche aiuto economico per dare a quei bambini una accoglienza ancora migliore.
Non è possibile inviare materiale per problemi di frontiera e dogana, quindi chi volesse contribuire può farlo tramite il nostro conto corrente.
Siccome i tempi sono strettissimi, vi chiediamo di comunicarci anche via mail (info@amicidilazzaro.it) o via sms (3404817498)quanto donate per poter anticipare i tempi di comunicazione bancaria che sono di 2-3 settimane.

Ecco come aiutare 
Conto corrente postale 27608157 oppure IBAN   IT 98 P 07601 01000 0000 27608157 (BANCO POSTA)
Grazie!!

Te Deum, per i doni trascurati

una mamma scrive il suo grazie per l’anno, per la vita, nonostante tutto o grazie a tutto

Le facce care, il ronzio della lavatrice, il frigo pieno, questa cucina affollata di oggetti. E una via di Milano come tante. Marina Corradi ringrazia per «ciò che ho sempre visto, senza vederlo davvero». 

Stamattina era domenica, e i ragazzi hanno dormito fino a quasi le dieci. Sono andata a svegliare la piccola. Era abbracciata a un gatto, sotto le coperte. Aveva ancora l’odore di quando era bambina: di Nutella, di biscotti. Ho annusato e profondamente inspirato. Le ho sfiorato una guancia, era morbida e calda. Una gratitudine si è allargata nei miei pensieri opachi del mattino: che meraviglia averla qui, da quattordici anni, così viva; ridente o pensierosa, o furibonda in una rissa coi fratelli; bella, e vanitosa davanti allo specchio, mentre verifica compiaciuta l’effetto del primo rimmel sulle sue lunghe ciglia nere.

Noi non ci accorgiamo, di solito, di ciò che abbiamo, di tutto ciò che ci si ripresenta fedele, che ci si schiera davanti agli occhi ogni mattina. Ma da un po’ di tempo mi succede di riconoscere la realtà quotidiana come qualcosa che mi genera una frazione di istante di gratitudine: “vedo”, attorno a me, questa casa, e una famiglia, e degli amici, e un lavoro. Generalmente accade dopo un lutto, o dopo una malattia, di accorgersi con stupefatto rammarico di tutto ciò che si aveva “prima”, e di cui non ci si era accorti. Invece senza che sia accaduto niente di questo, mi succede – non sempre, qualche volta – di riconoscere la realtà data, al mattino, e di esserne stranamente lieta. È, forse, perché invecchio?

Io mi ricordo, in certi vecchi che ho frequentato da bambina, questa attitudine a sapere essere contenti di una mattina di sole, o di un piatto fumante, a tavola, e del suo profumo. Come se ogni mattina gli occhi si aprissero per la prima volta; e ci si meravigliasse delle facce care, delle cose di casa che funzionano, docili, del fido ronzio della lavabiancheria e perfino di un banale frigorifero pieno – che sembra una ovvietà, e invece è anche lui un trascurato dono.

E dunque in quest’anno che corre verso la sua fine il mio Te Deum è per ciò che ho sempre visto, senza vederlo davvero; e per un nuovo sguardo, attento a ciò che fino ad ora mi sembrava dovuto (e casomai, se improvvisamente mancava, ragione di indignazione e protesta, come quando ci viene rubato ciò che ci spetta).

Grazie, dunque, per questa stanza in cui dormo, con gli scuri ancora chiusi nel primo mattino, e per il letto caldo; grazie per quella lama di luce chiara e di freddo tagliente che entrerà aprendo la finestra, insieme al fugace rosa del ciclamino sul balcone, così rosa e vivo, anche dopo la notte d’inverno.

Grazie per i passi dei figli che si vanno pigramente alzando in questa mattina festiva; e perché uno di loro canta svagato una canzone degli alpini, con una bella voce da baritono che piace a suo nonno, alpino sul Don, se dal cielo la sente. (Ma tu la senti, ne sono certa. E quante volte mi pare di sentirmi addosso i tuoi occhi, con quella espressione leggermente apprensiva che avevi quando mi salutavi, e io avevo vent’anni, e tu sembravi chiederti che cosa mi portavo nei pensieri. Ma non me lo domandavi, come non lo chiedo ora ai miei figli, in quel segreto tabù che sbarra il confine fra figli e genitori).

Grazie del figlio grande, del test all’università superato, e di come studia, nel fare ciò che gli piace davvero. Grazie di mio marito, a dire il vero un efferato metodico molestatore dei miei già fragili nervi; però chi altro si poteva accompagnare a una come me? Grazie perché c’è, perché resta, fedele.

Grazie di questa casa grande, ombrosa, caotica come in fondo a me piace – non sopportando la nudità cruda dell’ordine perfetto, o di certe cucine che vedo fotografate sui giornali, lindi acciai freddi come sale operatorie. Quanto amo invece questa nostra cucina larga, affollata di oggetti che non sappiamo più dove infilare, col grande crocefisso di legno che ci allarga sopra le sue braccia, generoso e direi, a volte, benignamente rassegnato. Grazie dei vicini e dei negozianti che saluto ogni mattina, nell’enclave cara e consueta che è una via di Milano come tante; e grazie di quel signore strano, vecchio, dimesso, che gira sempre con due grandi sporte pesanti per mano, e una volta gettando l’occhio ho scoperto che sono colme di vecchi giornali che lui, senza un motivo, trasporta avanti e indietro. Lo sconosciuto con le sporte colme di parole ingiallite sorride, quando lo saluto; e la sua disarmata follia mi intenerisce, e mi riecheggia qualcosa, quel suo girare sotto al peso di tante parole consumate. (Forse, questo mio lavoro?)

Grazie di avere un lavoro. Grazie del “bip” che fa il cartellino di riconoscimento, all’ingresso, ogni mattina, e dell’odore di carta stampata che il mio naso puntualmente registra entrando in redazione (mentre fra me cupamente borbotto: tutta la vita a scrivere parole). Grazie delle facce dei colleghi con cui ci intendiamo con pochi cenni, come operai che non abbiano bisogno di parlare, tanto usi sono ad avvitare, stringere, far marciare la macchina complessa che è un giornale. Grazie degli amici – soprattutto di quelli a cui puoi raccontare qualsiasi cosa.

Grazie anche del mio cane, mezzo sciacallo e mezzo volpe, bastardo da incalcolabili generazioni, a cui mi sono infantilmente, patologicamente legata; come avessi trovato in lui, cucciolo randagio in una piazza del Sud, una parte bambina di me, che non sapevo più di avere. Grazie dei nostri gatti, belli, fieri come enigmatiche sfingi e pasticcioni come bambini. (Malacoda, che perfidamente con la zampa in questo istante dondola l’arcangelo sospeso con un filo sul presepe; mentre sulla farina davanti alla grotta al mattino trovo sempre impronte feline, come di notturni silenziosi pellegrini). E grazie della attesa muta che aleggia su questo presepe casalingo, imperfetto, goffo, e ogni anno uguale. Senza questa attesa e dunque questa speranza, tutto – i figli, la famiglia, il lavoro – si rivelerebbe alla fine nient’altro che un po’ di cenere.

Ho ricevuto oggi da un amico un biglietto d’auguri: «L’incarnazione di Cristo – c’era scritto – è l’unica nostra speranza». So bene che molti alzerebbero le spalle: che integralismo, che esagerazione. Direbbero che il mondo è pieno di speranze, di solidarietà e di buona volontà. Già. Ma cosa te ne fai di tutto questo, se la morte può toglierci un figlio per sempre, se quelli che abbiamo amato ora sono nel nulla, e ce ne resta solo un ricordo che sbiadisce? A cosa serve tutto il nostro fare di fronte alla massa di sofferenza e miseria che si allarga sulla terra – che non reggeremmo, se la conoscessimo intera – se nessuno davvero è venuto a caricarsi e ad abbracciare e a riscattare tutto questo dolore?

Sì, forse è perché invecchio. È per questo che vado sfrondando le speranze, e me ne resta, davvero, solo una. Invecchiare, fra noi gente d’Occidente, è perdita, decadenza, nebbia che offusca i pensieri. E se fosse invece questo solo il destino del corpo, e l’uomo interiore con gli anni vedesse meglio, più lontano, oltre l’apparenza opaca delle cose? Se il tempo che passa fosse Dio che viene? Grazie, in questo anno che finisce, di un’altra in me che appena intravvedo, più attenta, e grata piuttosto che indignata; grazie anche del tempo che scorre, di quello scandire inflessibile delle ore, che da giovane mi sembrava una condanna. Ma, forse, non capivo. Forse, ora vedo meglio. Grazie, perché nello scoccare di questo nuovo anno non ho più, del tempo, come da ragazza, tanta inerme paura. (Marina Corradi)

Embrioni scambiati, non si può decidere la madre

scambio-provetteÈ impossibile a rigor di etica decidere, nel drammatico caso dell’Ospedale Pertini, chi sia la mamma tra la madre genetica e la gestante, mentre se si assume come criterio di giudizio il diritto la soluzione spetta al legislatore. È la sintesi del parere approvato ieri dal Comitato nazionale per la bioetica (Cnb) in capo a una delle discussioni più serrate e coinvolgenti della sua storia. In un mese di lavoro intensissimo, mettendo da parte tutti gli altri dossier, i membri dell’organismo consultivo hanno così risposto alla Regione Lazio che li aveva interpellati sulla controversa vicenda dello scambio di provette nel reparto di Procreazione assistita dell’ospedale romano. Dall’incidente era scaturita la gravidanza di due gemelli portata avanti da una donna il cui patrimonio genetico, come per il marito, è estraneo a quello dei bambini che porta in grembo, geneticamente figli di un’altra coppia, ora pronta ad azioni legali. Il Cnb dichiara ora che in casi come questo la maternità è indecidibile, e lo fa con un parere pressoché unanime che sarà reso noto entro la prossima settimana, ultimate le postille dei consiglieri che vogliono aggiungere la loro voce in calce a quella del Comitato.

Di fronte ai fatti del Pertini – in sostanza, un episodio di fecondazione eterologa involontaria – il Cnb dunque afferma che è impossibile decidere chi sia la madre,  ma riconosce implicitamente che in casi come questo (dopo la recente sentenza della Consulta non potranno che moltiplicarsi) i genitori in realtà sono quattro. E per evitare che la soluzione definitiva sia lasciata al braccio di ferro tra le due coppie il Comitato afferma che è indispensabile che i bambini possano contare su due genitori certi – siano essi quelli genetici o la coppia dove la donna partorirà i gemelli – e che conoscano la verità, auspicando poi che tra le due coppie si sani ogni possibile dissidio, nell’interesse dei bambini.

«Abbiamo soppesato tutte le ragioni delle parti coinvolte – spiega Lorenzo D’Avack, che insieme all’altra vicepresidente del Comitato Laura Palazzani e ad Assuntina Morresi ha istruito il parere – rilevando elementi a favore dell’una e dell’altra coppia ma decidendo alla fine di non esprimere una preferenza bioetica perché i motivi che suggeriscono di scegliere la madre genetica o la gestante sono ugualmente rispettabili». Il giurista D’Avack, pur avendone viste molte, riconosce di non essersi «mai imbattuto in una questione tanto aperta e complessa. I bambini comunque vivranno una situazione difficile». E allora non è il caso di fermare l’eterologa, che di questi casi ne costruirà a dozzine? «Ma ci sarà una legge a dirimere la materia – replica D’Avack –, oggi c’è un vuoto normativo che va rapidamente colmato».

Solo voto contrario nel Cnb è quello di Francesco D’Agostino, fortemente critico nei confronti dell’«incapacità del Comitato di esprimere un vero parere. Se non siamo in grado di dire chi è la madre – osserva – allora riconosciamo che ha vinto il relativismo per il quale non esiste verità e tutti possono pensarla come credono. Nell’indeterminatezza del Comitato, anche il Parlamento si sentirà autorizzato a non pronunciarsi lasciando carta bianca alla magistratura. Con gli esiti che conosciamo». «Il caso del Pertini, come ha già titolato efficacemente Avvenire, ci fa “capire” cosa è l’eterologa – è l’opinione di Assuntina Morresi –. Il problema nasce in generale con la fecondazione artificiale, e in particolare con quella di tipo eterologo, anche se “per errore”. La fecondazione artificiale destruttura totalmente la filiazione naturale e ci pone di fronte a dilemmi che per l’antropologia naturale sono sconvolgenti e irrisolvibili. Come si può dire che quei bambini non sono figli dei genitori genetici, a cui probabilmente somiglieranno? E come si possono escludere questi genitori dalla loro vita? E d’altra parte come si può dire che non è madre quella che partorisce? Per questo ritengo che quello del Cnb sia un buon parere». Compiuta per scelta o per errore, l’eterologa pone di fronte a un nodo irrisolvibile. Che persino il Cnb non è riuscito a sciogliere.
Francesco Ognibene – editoriale su Avvenire
Come sempre dopo notizie come questa bisogna ricordarsi che la fecondazione artificiale è rischiosa, dannosa per madre e figli, è eugenetica (perchè per un embrione scelto bisogna sacrificarne altri), costosa e eticamente sbagliata perchè mette a rischio il diritto dei nascituri di avere un padre e una madre biologici certi.

Viaggio in Romania – 1 giorno. Sentirsi a casa…

L’ACCOGLIENZA

ciao a tutti, prima giornata semplice e piena di incontri. Appena arrivati ci hanno accolto due giovani che poi ci hanno raccontato di essere il responsabile e un volontario dell’Azil de Noapte, un centro di accoglienza notturno della Caritas che ospita fino a 120 persone senza casa tra cui famiglie, anziani e disabili di ogni tipo. Il centro sarebbe notturno ma anche di giorno ospita circa 25 anziani, malati e qualche mamma con bambino che non sanno dove andare. Per molti anni abbiamo fatto servizio in questo centro ed è una realtà molto bella anche se vive con poche risorse e per gli standard italiani verrebbe considerato vetusto e inadatto a così tante persone.
Ma per chi ci vive è una occasione davvero unica di trovare rifugio e persone che si impegnano a trovare loro lavori e sistemazioni migliori. Un posto pieno di umanità ferita dalla vita, dall’alcool e dalle difficoltà…

FREIDORF

 nuova casa FreidorfArrivati a Freidorf abbiamo trovato la solita meravigliosa atmosfera.
Le suore Benedettine sono sempre accoglienti e la struttura rinnovata e ingrandita ci ha fatti sentire a casa come ormai da oltre 10 anni a questa parte. nuova sala studio FreidorfLe novità non sono poche. La casa ha una nuova ala di camere bellissime (grazie alla Caritas Austria) che ospiterà nuovi bambini che prenderanno il posto dei grandi O., R., C. che lasceranno presto il “nido” in cui sono cresciuti, hanno studiato (si fa per dire..) e oramai maggiorenni prendono il volo. Le 3 ragazze grandi della casa (Na., Di., Da.) sono tutte ormai all’università, ma saranno qui ancora per 1-2 anni. Rimangono le 2 piccole (Na. e La.) e Da. che a 16 anni già lavora e studia inserita in un bel progetto formativo.
Poi R. unico maschio piccolo di età ma ormai ragazzone di un mt e 80 e M. che anche lui studia e in estate lavora.

LE DIFFICOLTA’

Qui ormai l’attesa per nuovi inserimenti di bambini in difficoltà è grande.
Ma è grande anche la necessità di fondi perchè per i pochi rimasti bisogna attivare comunque dei progetti di sostegno, non  si può farli crescere e poi lasciarli andare senza qualcosa e qualcuno alle spalle.
Le famiglie di origine non ci sono o sono malandate e buttarli nel mondo del lavoro romeno è comunque un rischio.
Lo stipendio medio è 150 euro al mese, qualcosa in più nelle fabbriche, qualcosa in meno nei posti statali.
La via molti di loro sarà di trovare lavoro in Germania o Austria.
esterno della nuova casa di FreidorfIntanto però speriamo di trovare un aiuto economico da dar loro,
anche perchè la crisi ha colpito molti dei benefattori italiani e tedeschi che aiutavano la casa e gli aiuti si sono dimezzati.
La carne è un miraggio… i 4 freezer della casa sono pieni di verdure dell’orto fatto dai ragazzi e dalle suore
Un tempo facevamo le adozioni a distanza, ora forse data l’età (dai14 ai 20 anni) è l’intero progetto della casa di accoglienza da sostenere per finanziare dei corsi di formazione validi perchè possano finire gli studi e per chi non studia di fare dei corsi professionali utili al mondo del lavoro europeo..
Domani vi racconterò altre novità, progetti e altre realtà di accoglienza che incontreremo e che hanno bisogno di aiuto.
Ora tutti dormono…vi saluto dalla Romania…
Paolo

PS: Per tutti quelli che conoscono i ragazzi della casa: vi assicuro che ve li coccolo e tirerò loro le guance a nome vostro!
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Progetto Romania

cerchiamo aiuto per il sostegno di un centro di accoglienza per minori abbandonati a Timisoara.

E’ possibile anche una sorta di “Adozione-Sostegno a distanza”  (scaricate qui il volantino)

con solo 25 euro al mese (300 euro l’anno)

Il denaro viene usato per le necessità della comunità che li accoglie.
Sono ragazzi e ragazze abbandonati o orfani che sono accolti da Suore Benedettine romene in un contesto molto famigliare.
Ormai da anni fanno parte della nostra famiglia di Amici di Lazzaro.
Potete anche venire a conoscerli in alcune occasioni. Abbiamo bisogno di voi! Contattateci per maggiori informazioni.

 

Abortire i bambini down? Ma Emmanuel è un genio!

emmanuel01Sta facendo il giro del web e commuovendo tutti la storia di Emmanuel Joseph Bishop, 16 anni, talento prodigioso con la sindrome di Down. Parla tre lingue, tiene conferenze negli USA e nel resto del mondo, suona il violino e si è già esibito in concerti con orchestre sinfoniche.  La maggior parte dei suoi coetanei vanta le capacità di aver superato il record del videogioco del momento, mentre Emmanuel ha già una formazione pluri-settoriale che meraviglia: a due anni cominciava a leggere e a tre era capace di leggere parole in francese, a soli sei anni lesse il discorso di benvenuto dell’Associazione Nazionale Sindrome di Down, e lo fece in tre lingue per una platea di più di seicento persone. Nello stesso periodo iniziò a suonare il violino, a otto anni andava in bicicletta e vinse delle medaglie alle paraOlimpiadi degli USA, gareggiando anche nel golf e nel nuoto in cui vinse medaglie nei 200 e 400 metri in stile libero. Nel 2010 suona alla Giornata Mondiale per la Sindrome di Down in Turchia, insieme a un’orchestra sinfonica, a 12 anni suona il violino in un recital in Irlanda in occasione del Decimo Congresso Mondiale della Sindrome di Down.

Beh, non c’è che dire. Eppure, in molti Paesi a questo ragazzo così speciale non sarebbe stato concesso di vivere per colpa di un cromosoma in più. Stupido, penserà il lettore. Facile pensare questo ora che Emmanuel è grande in tutti i sensi e si è guadagnato una dignità che la società di oggi rifiuta di riconoscere all’essere umano solo perché tale. Eppure, nonostante una dignità ce l’abbia da quando è stato concepito, Emmanuel dà una grande lezione al mondo di oggi, che si nasconde troppo spesso dietro parametri estetici e pseudo morali, smontando tutti gli argomenti di coloro che sono ancora favorevoli all’aborto dei bambini down. A chi la giustizia ce l’ha nel sangue e la ricerca in maniera quasi utopistica, potrebbe risultare addirittura che questo non sia giusto. Non servono dimostrazioni, dovrebbe essere naturale il pensiero che ogni essere umano è degno di vivere in qualunque condizione esso si trovi. Eppure, come a rafforzare la tesi, per coloro che ancora dubitano o non credono ancora, Emmanuel come tanti altri ragazzi down, turbano il pensiero dominante e semplicistico con la forza e la gioia della loro stupenda vita.

Emmanuel si sforza di mostrare al mondo che i disabili sono uguali agli altri, che hanno dei carismi e delle qualità che vanno oltre la disabilità e persegue questo suo obiettivo attraverso delle azioni concrete, che riporta nelle sue testimonianze:

  • Evidenziare le competenze, talenti, doni e le potenzialità dei bambini con questa disabilità.
  • Contrastare le basse aspettative nella sindrome di Down.
  • Dimostrare che la gioia di vivere non si oppone a queste persone.
  • Attenuare la prevalenza di tutto ciò detto o scritto sulla sindrome di Down proviene principalmente da persone senza questa disabilità.

Un ragazzo talentuoso e altruista, che regala un pezzo della sua vita al servizio degli altri.

E poi, ditemi che non sarebbe dovuto nascere…
Giovanna Sedda