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Famiglia: guida a tutte le agevolazioni 2017

agevolazioniarticolo in fase di revisione

Ecco i sussidi che lo Stato offre ai nuclei familiari in difficoltà.
(ndr: come Amici di Lazzaro, sosteniamo solo famiglie e donne vittime di sfruttamento e tratta, tutte le altre situazioni lle indirizziamo alle Caritas e SanVincenzo del territorio)

La crisi sembra non voler terminare mai e molte famiglie si trovano in difficoltà ad arrivare a fine mese. Anche le nascite, purtroppo, sono in calo, in considerazione del timore di molti italiani di non riuscire a gestire il peso economico che una famiglia può
generare. Timore che colpisce anche numerosi giovani, restii a sposarsi. Ma la famiglia è la cosa più importante
che c’è e non bisogna dimenticare che, nonostante tutto, lo Stato italiano offre alcune agevolazioni per sostenerla. Vediamo, in breve, quali sono quelle disponibili per il 2017.

Bonus su utenze e tasse.
Le prime agevolazioni offerte ai cittadini in difficoltà e con reddito basso sono quelle relative alle utenze e ad alcune tasse. Si pensi alla possibilità di vedersi applicato uno sconto sulla bolletta della luce e del gas della durata di 12 mesi e rinnovabile annualmente, concesso
alle famiglie con Isee non superiore a 7.500 euro, elevato a 20.000 nel caso in cui vi siano più di tre figli a carico. Si pensi ancora alla possibilità di pagare in maniera ridotta la bolletta dell’acqua,
concessa da alcuni Comuni in presenza di requisiti definiti dagli stessi in maniera variabile. Si pensi ancora allo sconto del 50% sul canone Telecom (e non sulle telefonate) concesso nei casi in cui nel
nucleo familiare sia presente un titolare di pensione di invalidità civile, un titolare di assegno sociale, un disoccupato o una persona che abbia più di 75 anni di età e in cui il reddito familiare non superi gli euro 6.713,94. Venendo alle tasse, in alcuni Comuni sono previste riduzioni o addirittura esenzioni dalla Tari, per le famiglie a basso reddito. Anche il tanto discusso canone Rai può non essere più un
problema per i cittadini che abbiano più di 75 anni di età e un reddito Isee non superiore ad euro 6.713.94.

Bonus per i figli.
Ancora più numerosi sono i bonus indirizzati a sostenere le famiglie con figli. Iniziamo dal bonus bebè, ovverosia l’assegno corrisposto alle famiglie con Isee sino a 25mila euro e consistente in un assegno mensile di 80 euro per ciascun figlio nato o adottato negli anni 2015, 2016 e 2017. Tale beneficio dura sino al compimento del terzo anno di età del bambino cui si riferisce e il suo importo è raddoppiato per le famiglie il cui Isee non superi i 7mila euro. Un altro sussidio a
sostegno della genitorialità è rappresentato dal bonus famiglie numerose, ovverosia dalla detrazione fiscale complessiva di 1.200 euro destinata alle famiglie in cui vi siano almeno quattro figli a carico.
Non dimentichiamo, poi, i voucher baby sitter e asili nido, ovverosia il contributo mensile di 600 euro richiedibile dai genitori in alternativa al congedo parentale e utilizzabile per pagare la retta dell’asilo o il servizio di baby sitting. Si è ancora in attesa della family card, introdotta dalla legge di stabilità 2016 con lo scopo di permettere alle famiglie con almeno tre figli a carico di chiedere sconti su
determinati beni e servizi.
Il bonus libri.
Un’altra interessante agevolazione è rappresentata dal bonus libri, che i Comuni erogano, al ricorrere di requisiti diversi a seconda della Regione di appartenenza, alle famiglie a basso reddito per l’acquisto di libri di testo e materiale necessario ai figli che frequentano la scuola
dell’obbligo.

La social card e l’assegno familiare.
Da ultimo va ricordata la possibilità di richiedere la social card
e l’assegno familiare. La prima si concretizza in un sussidio di 40 euro mensili corrisposto alle famiglie a basso reddito in cui vi sia un minore di tre anni o un adulto di età superiore a sessantacinque anni.
L’assegno familiare, invece, è erogato dai Comuni ai nuclei familiari di cui facciano parte almeno un genitore e tre figli minori e il cui Isee non superi 8.555,99 euro.

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Rapporto di ricerca sulla tratta di persone e il grave sfruttamento

TRATTAI principali fattori che spingono le persone a migrare e, in alcuni casi, a cadere vittima di tratta, continuano ad essere principalmente la povertà, la disoccupazione, le discriminazioni di genere ed etniche, le inadeguate politiche di welfare e di sviluppo, le fallimentari o assenti politiche migratorie, i conflitti regionali, il desiderio di emancipazione economica, sociale e culturale, la domanda di forza lavoro non specializzata necessaria a sostenere i cicli produttivi sempre più competitivi della globalizzazione economica. Nella maggior parte dei casi, il percorso migratorio inizia con la scelta volontaria della persona migrante di espatriare, più raramente la partenza è frutto di un atto coercitivo. Il debito contratto con persone terze per avere la possibilità di lasciare il proprio paese diventa un fattore di vulnerabilità decisivo per chi emigra. La necessità di restituire quanto prima il denaro preso in prestito facilita l’invischiamento in situazioni di grave sfruttamento e pone la vittima in condizioni di subordinarietà economica e psicologica nei confronti del proprio sfruttatore o sfruttatrice. In questo contesto, persiste la difficoltà a cogliere le distinzioni e le dinamiche di correlazione tra traffico di migranti e tratta di persone: da una parte, il secondo fenomeno viene confuso con il primo, dall’altra si tende a trascurare il fatto che un percorso iniziato come migrazione irregolare può trasformarsi in sfruttamento e riduzione in schiavitù una volta che la persona è giunta nel paese di destinazione e la condizione di vulnerabilità la porta a cadere in circuiti di assoggettamento.

Quante sono le vittime di tratta in Italia?

A questa domanda non è possibile dare una risposta certa a causa della mancanza di una raccolta dati sistematica da parte delle istituzioni deputate a contrastare il fenomeno e a fornire supporto alle vittime. I dati disponibili non sono aggiornati e riguardano solamente le persone prese in carico dai progetti di protezione sociale o a cui è stato concesso il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Poiché le istituzioni competenti (Dipartimento per le Pari Opportunità, Ministero dell’Interno e Ministero di Giustizia) non hanno sinora implementato un database comune o perlomeno un sistema di condivisione di dati sulla tratta, non è possibile fornire statistiche esaustive sull’estensione del fenomeno e gli ambiti di sfruttamento; le vittime presunte, identificate, prese in carico dai progetti o rimpatriate, così come evidenziato recentemente anche da Eurostat5. Nel corso degli anni, sono state prodotte anche delle stime sul numero di persone trafficate, prevalentemente riguardanti vittime sfruttate nella prostituzione di strada. Tali stime, oltre a non essere aggiornate, presentano numeri molto diversi a causa delle diverse metodiche utilizzate nell’elaborazione dei dati. È qui comunque importante sottolineare che la tratta di persone è un fenomeno di difficile misurazione, tuttavia, una raccolta dati sistematica e coordinata effettuata dalle istituzioni e dagli enti competenti permetterebbe di conoscerne le evoluzioni, nonché di approntare adeguate politiche di assistenza delle vittime, di prevenzione e di contrasto alle organizzazioni criminali.

Nel corso del 2012, attraverso le unità di strada, gli enti partecipanti alla ricerca hanno effettuato 23.878 contatti, di cui 21.491 con donne e ragazze, 781 con uomini e ragazzi e 1.606 con persone transgender. Nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di persone sfruttate nella prostituzione e, in misura minore, in agricoltura e nell’accattonaggio. Le unità di contatto indoor, numericamente molto inferiori a quelle che operano in strada, hanno invece effettuato 2.936 contatti, di cui 2.617 con donne, 29 con uomini e 290 con persone transgender. Rispetto alla distribuzione territoriale, il 61% delle persone contattate si trovava al Nord, il 25% al Centro e il 14% al Sud e nelle Isole. Per quanto riguarda l’età, continuano ad essere soprattutto le giovani tra i 18 e i 25 anni (più del 50%) ad essere sfruttate nel mercato della prostituzione, mentre le minori sono circa il 4,5%. I paesi di origine principali sono la Nigeria e la Romania, in costante crescita invece il Brasile, il Marocco, la Cina. Si registra infine il ritorno dell’Albania.

Sono cambiati l’organizzazione delle reti e dei singoli criminali e i metodi di reclutamento, controllo e sfruttamento impiegati, con l’evidenziarsi dei seguenti trend: il passaggio da gruppi semi-dilettantistici e poco organizzati a gruppi fortemente organizzati con collegamenti transnazionali e radicati nei paesi di destinazione; il passaggio da forme di controllo coercitive e violente a strategie di sfruttamento basate anche sulla parziale condivisione dei profitti con le vittime; il coinvolgimento di alcune vittime nell’attività di controllo delle persone sfruttate; lo sviluppo della capacità di abbinare la tratta e lo sfruttamento ad altre attività illecite (traffico di migranti, di droga e di armi) e lecite (es. riciclaggio di denaro sporco attraverso attività commerciali regolari); la diversificazione degli ambiti in cui sfruttare contemporaneamente le vittime.

tratto dal 1° Rapporto di ricerca sulla tratta di persone e il grave sfruttamento di Caritas e CNCA

Sviluppo dei popoli, diritti e doveri, ambiente (Benedetto XVI)

ben_malati1Campo primario e cruciale della lotta culturale tra l’assolutismo della tecnicità e la responsabilita’ morale dell’uomo è oggi quello della bioetica, in cui si gioca radicalmente la possibilita’ stessa di uno sviluppo umano integrale.

Si tratta di un ambito delicatissimo e decisivo, in cui emerge con drammatica forza la questione fondamentale: se l’uomo si sia prodotto da se stesso o se egli dipenda da Dio.

Le scoperte scientifiche in questo campo e le possibilita’ di intervento tecnico sembrano talmente avanzate da imporre la scelta tra le due razionalita’: quella della ragione aperta alla trascendenza o quella della ragione chiusa nell’immanenza. Si e’ di fronte a un aut aut decisivo. La razionalita’ del fare tecnico centrato su se stesso si dimostra però irrazionale, perché comporta un rifiuto deciso del senso e del valore. Non a caso la chiusura alla trascendenza si scontra con la difficolta’ a pensare come dal nulla sia scaturito l’essere e come dal caso sia nata l’intelligenza . Di fronte a questi drammatici problemi, ragione e fede si aiutano a vicenda. Solo assieme salveranno l’uomo.

Attratta dal puro fare tecnico, la ragione senza la fede è destinata a
perdersi nell’illusione della propria onnipotenza. La fede senza la ragione, rischia l’estraniamento dalla vita concreta delle persone . Già Paolo VI aveva riconosciuto e indicato l’orizzonte mondiale della questione sociale . Seguendolo su questa strada, oggi occorre affermare che la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica, nel senso che essa implica il modo stesso non solo di concepire, ma anche di manipolare la vita, sempre più posta dalle biotecnologie nelle mani dell’uomo. La fecondazione in vitro, la ricerca sugli embrioni, la possibilità della clonazione e dell’ibridazione umana nascono e sono promosse nell’attuale cultura del disincanto totale, che crede di aver svelato ogni mistero, perché si è ormai arrivati alla radice della vita.

Qui l’assolutismo della tecnica trova la sua massima espressione. In tale tipo di cultura la coscienza è solo chiamata a prendere atto di una mera possibilità tecnica.

Non si possono tuttavia minimizzare gli scenari inquietanti per il futuro dell’uomo e i nuovi potenti strumenti che la «cultura della morte» ha a disposizione. Alla diffusa, tragica, piaga dell’aborto si potrebbe aggiungere in futuro, ma è già surrettiziamente in nuce, una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite. Sul versante opposto, va facendosi strada una mens eutanasica, manifestazione non meno abusiva di dominio sulla vita, che in certe condizioni viene considerata non più degna di essere vissuta. Dietro questi scenari stanno posizioni culturali negatrici della dignità umana. Queste pratiche, a loro volta, sono destinate ad alimentare una concezione materiale e meccanicistica della vita umana.

Chi potrà misurare gli effetti negativi di una simile mentalità sullo
sviluppo? Come ci si potrà stupire dell’indifferenza per le situazioni umane di degrado, se l’indifferenza caratterizza perfino il nostro atteggiamento verso ciò che è umano e ciò che non lo è? Stupisce la selettività arbitraria di quanto oggi viene proposto come degno di rispetto. Pronti a scandalizzarsi per cose marginali, molti sembrano tollerare ingiustizie inaudite. Mentre i poveri del mondo bussano ancora alle porte dell’opulenza, il mondo ricco rischia di non sentire più quei colpi alla sua porta, per una coscienza ormai incapace di riconoscere l’umano.

Dio svela l’uomo all’uomo;  la ragione e la fede collaborano nel mostrargli il bene, solo che lo voglia vedere; la legge naturale, nella quale risplende la Ragione creatrice, indica la grandezza dell’uomo, ma anche la sua miseria quando egli disconosce il richiamo della verità morale. Uno degli aspetti del moderno spirito tecnicistico è riscontrabile nella propensione a considerare i problemi e i moti legati alla vita interiore soltanto da un punto di vista psicologico, fino al riduzionismo neurologico.

L’interiorità dell’uomo viene così svuotata e la consapevolezza della
consistenza ontologica dell’anima umana, con le profondità che i Santi hanno saputo scandagliare, progressivamente si perde.

Il problema dello sviluppo è strettamente collegato anche alla nostra concezione dell’anima dell’uomo, dal momento che il nostro io viene spesso ridotto alla psiche e la salute dell’anima è confusa con il benessere emotivo. Queste riduzioni hanno alla loro base una profonda incomprensione della vita spirituale e portano a disconoscere che lo sviluppo dell’uomo e dei popoli, invece, dipende anche dalla soluzione di problemi di carattere spirituale.

Lo sviluppo deve comprendere una crescita spirituale oltre che materiale, perché la persona umana è un’«unità di anima e corpo», nata dall’amore creatore di Dio e destinata a vivere eternamente.

L’essere umano si sviluppa quando cresce nello spirito, quando la sua anima conosce se stessa e le verità che Dio vi ha germinalmente impresso, quando dialoga con se stesso e con il suo Creatore. Lontano da Dio, l’uomo è inquieto e malato. L’alienazione sociale e psicologica e le tante nevrosi che caratterizzano le società opulente rimandano anche a cause di ordine spirituale. Una società del benessere, materialmente sviluppata, ma opprimente per l’anima, non è di per sé orientata all’autentico sviluppo.

Le nuove forme di schiavitù della droga e la disperazione in cui cadono tante persone trovano una spiegazione non solo sociologica e psicologica, ma essenzialmente spirituale.Il vuoto in cui l’anima si sente abbandonata, pur in presenza di tante terapie per il corpo e per la psiche, produce sofferenza. Non ci sono sviluppo plenario e bene comune universale senza il bene spirituale e morale delle persone, considerate nella loro interezza di anima e corpo. L’assolutismo della tecnica tende a produrre un’incapacità di percepire ciò che non si spiega con la semplice materia. Eppure tutti gli uomini sperimentano i tanti aspetti immateriali e spirituali della loro vita.

Conoscere non è un atto solo materiale, perché il conosciuto nasconde sempre qualcosa che va al di là del dato empirico. Ogni nostra conoscenza, anche la più semplice, è sempre un piccolo prodigio, perché non si spiega mai completamente con gli strumenti materiali che adoperiamo. In ogni verità c’è più di quanto noi stessi ci saremmo aspettati, nell’amore che riceviamo c’è sempre qualcosa che ci sorprende. Non dovremmo mai cessare di stupirci davanti a questi prodigi.

In ogni conoscenza e in ogni atto d’amore l’anima
dell’uomo sperimenta un «di più» che assomiglia molto a un dono ricevuto, ad un’altezza a cui ci sentiamo elevati. Anche lo sviluppo dell’uomo e dei popoli si colloca a una simile altezza, se consideriamo la dimensione spirituale che deve connotare necessariamente tale sviluppo perché possa essere autentico.Esso richiede occhi nuovi e un cuore nuovo, in grado di superare la visione materialistica degli avvenimenti umani e di intravedere nello sviluppo un “oltre” che la tecnica non può dare. Su questa via sarà possibile perseguire quello sviluppo umano integrale che ha il suo criterio orientatore nella forza propulsiva della carità nella verità.

Note:

Cfr Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al IV Convegno Ecclesiale Nazionale della Chiesa che è in Italia (19 ottobre 2006):
Id., Omelia alla Santa Messa nell’«Islinger Feld» di Regensburg (12
settembre 2006): l.c., 252-256.

[154] Cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione su alcune
questioni di bioetica Dignitas personae (8 settembre 2008): AAS 100 (2008),
858-887.

[155] Cfr Lett. enc. Populorum progressio, 3: l.c., 258.

[156] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo
Gaudium et spes, 14.

Liberta’ a caro prezzo

freedomLe chiamano prostitute, quando va bene. Spesso sono additate con i vocaboli piu’ dispregiativi. Come se fosse una libera scelta quella di vendere il proprio corpo. Per molte di loro e’ una schiavitu’. Ingannate da false promesse, dal miraggio di un altrove fatto di benessere e felicita’, queste ragazze finiscono con il ritrovarsi schiave sessuali, in una situazione di vulnerabilita’ e povertà peggiore di quella da cui provengono, sradicate in un Paese straniero, clandestine, senza identità ne’ dignita’. Le chiamano prostitute, ma sarebbe meglio dire prostituite.

RAGAZZE «SPEZZATE»
Joy lo ripete senza tregua. Con veemenza e desolazione. Con violenza, ma anche con le lacrime che le riempiono gli occhi. «Mi dovete risarcire di tutto il male che mi avete fatto!». Sempre la stessa frase, ossessionante, che esonda dalla palude di sofferenza, paura, rabbia e dolore che si porta
dentro. Una ragazza spezzata, come le altre. Ma lei continua a urlarlo. È stata rimpatriata a Lagos dall’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni). Lo ha scelto lei, quando forse non aveva più altra scelta. A Roma era stata aiutata dalle suore di Nostra Signora degli Apostoli e dalla Caritas. Poi aveva ottenuto il permesso di soggiorno a Brescia. Ma in Italia non aveva futuro. A Erma Marinelli, delle suore di Maria Riparatrice, non pare vero di rivederla lì, a Lagos. L’ha seguita per sei mesi alla Caritas di Roma. Una ragazza problematica: «Quando veniva da noi, urlava, faceva scenate incredibili. L’abbiamo mandata da un medico e da uno psicologo. Ma lei ripeteva: “Non sono matta”. E già allora continuava a ripetere: “Mi dovete risarcire di tutto il male che mi avete fatto!”. Pensavamo avesse subito abusi e violenze in strada. Ma non sapevamo tutto».

Joy racconta di aver fatto qualche lavoro, la badante soprattutto. Ma non  dice che resisteva a malapena un mese o poco più. Racconta di essere stata  ospitata dalle suore e poi in un ostello Caritas. Ma non dice che anche lì aveva sempre problemi. Soprattutto non parla del dramma che ha rovinato la sua esistenza, ancor più della sua vita in strada. «È probabile che le abbiano fatto girare un film pornografico – racconta suor Erma -.

Ogni tanto vi faceva allusione, urlando con rabbia frasi oscene, sbattendoci in faccia con violenza la peggiore delle violenze che aveva subito. Un dramma da cui non si è più ripresa». L’hanno convinta a rientrare in Nigeria. Prima, però, ha chiesto alla famiglia se i soldi che le avrebbero dato (1.500 euro) erano sufficienti per essere di nuovo accettata a casa. «Hanno detto di sì. E per lei è stata come una liberazione: ha cambiato atteggiamento, ha riacquisito un po’ di dignità. Non rientrava a mani vuote e sapeva che c’era qualcuno ad  attenderla.  Ma nessuna cifra sarà mai sufficiente per risarcirla del male che ha subito».

LO SPETTRO DEL PASSATO
Rose, invece, è tornata ad Akure, ed è ospite di un convento. Porta ancora addosso un segno della vita che si è lasciata alle spalle in Italia: due lenti a contatto blu, che spiccano come fanali sul suo volto. Rose è giovane e può ancora farcela. Soprattutto se le sarà offerta un’opportunità di riscatto. Come è successo a Kathy, che oggi ha 26 anni ed è stata tra le  prime a tornare a Benin City, nel 2000. Lei però la strada l’ha solo «sfiorata». Alla famiglia avevano detto che l’avrebbero portata in Europa. È finita a Roma, ma non sapeva neppure dove fosse. «Mi tenevano rinchiusa nella casa di una mamam – racconta -. Poi, un giorno, mi hanno affidata a un’altra ragazza perché mi portasse al lavoro. Non mi avevano detto di cosa
si trattasse esattamente, ma lo avevo intuito. E così, mentre eravamo sull’autobus, sono scappata e sono salita su un altro bus. Non sapevo dove stessi andando. Quando ho sentito una campana, sono scesa e ho cercato la chiesa e un prete. È stato gentile e mi ha accompagnata in ambasciata, ma era già chiusa. Allora mi ha portata in una casa di accoglienza delle suore».

Da lì è partita tutta una serie di contatti e collegamenti che hanno  riportato Kathy in Nigeria e che le hanno permesso di tornare a Benin City dove sister Florence Nwaonuma e le sue consorelle del Sacro Cuore, una congregazione diocesana di Benin City, l’hanno accolta. Kathy è intelligente e volonterosa, ha ripreso gli studi e si è diplomata in business economy. Lo scorso anno, poi, è riuscita a prendere una laurea in psicologia. «Ora vorrei aiutare le altre ragazze che hanno vissuto l’esperienza della tratta e che sono state meno fortunate di me».

In Blessed invece si intuisce che c’è qualcosa di inesorabilmente infranto. È una bella donna di 37 anni: alta e slanciata, avvolta in un elegante abito tradizionale. Ha un viso dolce, ma gli occhi sono spenti. È rientrata in Nigeria quattro anni fa, dopo averne passati 11 in Italia. È tornata dai suoi figli. Li ha lasciati in Nigeria per andare in Italia a «lavorare».
Pensava di andare a fare la cameriera o la parrucchiera e invece… Della vita in strada non vuole dire nulla. Parla con un italiano stentato e lo sguardo un po’ assente: «Era un po’ dura in Italia – dice schermendosi -, ma anche qui non è facile». Da quando è tornata non ha più relazioni con i genitori. Le suore di Nostra Signora degli Apostoli hanno cercato di etterli in contatto, ma i suoi parenti non vogliono più saperne di lei. E così anche la figlia maggiore, mentre gli altri due le sono vicini. Le suore l’hanno assunta come domestica. Ma non è del tutto lucida e ha bisogno di medicine.

VALORI E INGIUSTIZIE
«Quando vedo la disumanizzazione che comporta il fatto di vendere se stesse per sopravvivere, dico che tutto questo non è giusto e che dobbiamo lottare per mettere fine a questo traffico vergognoso»: Eric Okoje, avvocato, è tra i fondatori del Cosudow (Comitato per il sostegno delle dignità della donna), un’organizzazione voluta dalla Conferenza delle religiose nigeriane nel 1999. «È un’ingiustizia intollerabile – prosegue – quella di ridurre una persona in schiavitù. Quando vedi che tante famiglie sono toccate da questo dramma, inevitabilmente ti interroghi sul loro futuro e sul futuro di questo Paese. Perché dobbiamo permettere che una generazione di giovani venga resa schiava? C’è un problema di povertà, di impunità e anche di perdita dei valori. Se non ci sono fondamenti non si può costruire nulla. Ma è difficile
far passare un messaggio a una persona che ha fame. Non ascolta: ascolta il suo stomaco».
Una bella sfida, in un contesto che certamente non aiuta. In Nigeria restano forti alcuni riferimenti tradizionali (famiglia, villaggio, ecc.), ma anche superstizioni e stregoneria. Il tutto diventa una miscela esplosiva quando si impongono stili di vita e modelli culturali legati a logiche consumistiche e materialiste. Il connubio è un ibrido inquietante.
Come a Benin City, città con un milione di abitanti a 350 chilometri da Lagos, dove la povertà è diffusa ed evidente e stride in maniera sconcertante con alcuni simboli di ricchezza e potere. In strada è un continuo chiamare lo straniero che passa: «Ehi, bianco, perché non mi porti in Europa con te?». Un po’ per scherzo, un po’ sul serio, sono in molti a chiederlo. Non sfuggono a questo meccanismo le ragazze che arrivano in Europa. All’inizio venivano quasi tutte da Benin City. Ora le madame, le donne che gestiscono i traffici, e i loro corrieri rastrellano sempre di più i villaggi limitrofi, le ragazze non aspettano altro: l’Europa, la bella vita, i soldi per loro e per le famiglie. Un sogno per il quale sarebbero disposte a tutto: a sottoporsi a un rito voudou, ad affrontare viaggi spaventosi, talvolta via terra, ad accettare di pagare un debito
spropositato. «Perché proprio Benin City? – si interroga padre Jude Oidaga, gesuita, originario di questa città -. Bisognerebbe fare l’esperienza di alzarsi la mattina e non avere cibo, arrivare a sera e non avere cibo; e non avere un lavoro, né benzina, né sapone per lavarsi… Bisognerebbe fare l’esperienza di chi lotta per sopravvivere per capire cosa spinge queste
ragazze a partire a ogni costo. Ma la responsabilità della loro fuga va ricercata a un livello più alto: quello delle istituzioni e dei governi, corrotti e inetti; quello delle politiche internazionali ingiuste e discriminatorie, che non fanno altro che ampliare la frattura tra ricchi e
poveri. E allora non andrebbero biasimate in prima istanza queste ragazze, ma innanzitutto coloro che sono responsabili della sperequazione che condanna tanta gente a vivere una vita indegna».

SUORE CORAGGIO
«Siamo qui a Benin City per lottare contro il traffico vergognoso di migliaia di ragazze che vengono portate via con l’inganno e sono costrette a prostituirsi sulle strade italiane. Ragazze ridotte in schiavitù. Ragazze usate e abusate…», «…dai vostri uomini!». Suor Eugenia Bonetti denuncia, l’Oba contrattacca.

Lei, 69 anni, milanese, è una missionaria della Consolata, coordinatrice dell’Ufficio contro la tratta di esseri umani dell’Unione delle superiore maggiori italiane. Nel 2007 ha ricevuto dal
Dipartimento di Stato Usa il premio «Donna coraggio». Lui è il re di Benin City, discendente di uno dei regni più potenti dell’Africa occidentale, che ancora oggi conserva un’autorità enorme su questa fetta di Nigeria, dove politici e amministratori nulla possono senza il suo consenso. Quello dell’Oba è un potere tradizionale e reale, si nutre di occulto e si impone su questioni molto concrete. Compresa quella delle donne portate in Italia per essere sfruttate sessualmente. Nello scambio di battute tra lui e suor Eugenia c’è la sintesi di questo vergognoso business. Un affare che si regge su un consolidato incrocio di domanda e offerta. E che si snoda tra Nigeria e Italia lungo le vie della tratta, gestite da mafie internazionali ben
organizzate ed efficienti, spesso non adeguatamente perseguite. Oggi il commercio di donne a fini di sfruttamento sessuale è, secondo l’Onu, la terza attività illegale più redditizia al mondo (dopo il traffico di armi e di droga), con un giro di affari intorno ai 12 miliardi di dollari l’anno.
«Ci sono 30mila ragazze nigeriane sulle strade italiane – denuncia suor Eugenia davanti all’Oba e ai notabili di Benin City -, costrette a prostituirsi per pagare un debito assurdo: 50, 60, 80mila euro. A volte anche di più. Ci vogliono anni prima che riescano a riscattarlo. Alcune muoiono, altre vengono uccise. E in molte di loro si spezza qualcosa dentro.
Per sempre. Dobbiamo dire basta a questo sfruttamento inumano. Ma dobbiamo farlo tutti insieme». L’Oba annuisce. Lui conosce molto bene Benin City, il centro di quell’intreccio di business e traffici, di azioni legali e riti tradizionali, di finanza e stregoneria, di favori e minacce che è all’origine del traffico: un intreccio che probabilmente è troppo vasto anche per lui. Qualcuno però non si arrende. Come sister Florence Nwaonuma,
responsabile del Cosudow. Il comitato svolge un importante lavoro di accoglienza delle ragazze che ritornano. Non senza difficoltà. La prima è parlarne: «Facciamo molta sensibilizzazione, a tutti i livelli: parrocchie, scuole, amministratori, affinché si sappia anzitutto cosa sta succedendo.
Dopo tutti questi anni, dopo migliaia di ragazze “trafficate”, non si può più far finta di niente, come se questo fenomeno non esistesse. Eppure c’è ancora molta omertà, a volte per paura, a volte per interesse».

LA BEFFA DEL RIMPATRIO
Ma le suore non sono le uniche a lavorare al reinserimento delle ragazze.
Alla periferia di Lagos nel 2004 è stato aperto, grazie alla collaborazione dei governi italiano e statunitense, un centro che è un po’ casa di accoglienza, un po’ prigione. È gestito dalla National agency for the prohibition of traffic in persons and other related matters (Naptip),
l’agenzia del governo nigeriano che opera contro il traffico di donne e di minori. Lo scopo, oltre a perseguire i trafficanti, è quello di accogliere e reintegrare le vittime, dar loro assistenza legale. Attualmente gli ospiti sono una trentina, quasi tutti minorenni, compresi alcuni maschi. «Da quando siamo aperti, abbiamo accolto 700 ragazzi e ragazze – spiega Godwin E.
Morka, capo del Naptip di Lagos -. A tutti viene offerta la possibilità di un periodo di riabilitazione e una breve formazione. Per le ragazze si tratta spesso di un corso per parrucchiera. Se hanno problemi di salute facciamo anche un controllo medico. Se sono malate vengono trasferite all’ospedale militare». Morka non ne parla esplicitamente, ma il riferimento
è chiaro. Molte sono sieropositive o con Aids conclamato.
Le ragazze non possono uscire né ricevere visite, perché in passato si sono presentati trafficanti o madame, spacciandosi per parenti. Alcune ragazze, poi, hanno il terrore di essere avvelenate. Sanno che i loro «protettori» temono di essere denunciati e che è gente senza scrupoli. Le ragazze non si fidano neppure delle istituzioni nigeriane. Per non parlare dei problemi che si pongono quando vengono rimpatriate dall’estero. «Quando i governi europei
espellono le ragazze – spiega Morka – si mettono in contatto con l’Ufficio immigrazione nigeriano, ma non specificano chi sono le vittime e chi i trafficanti. Specialmente dall’Italia, le ragazze spesso tornano in gruppo, ammanettate come criminali, mischiate a delinquenti veri. Vengono rimpatriati tutti insieme. Talvolta il volo diventa l’occasione per intrecciare contatti e organizzare nuove partenze». Gli operatori del Naptip non hanno accesso all’aeroporto per accogliere le ragazze. Raramente ci sono le famiglie ad aspettarle. Sempre, invece, ci sono i trafficanti, pronti ad offrire «assistenza» alle ragazze, per poi farle rientrare nel giro della
prostituzione.

Milano, Nigeria

Anna Pozzi
La Binasca, periferia sud di Milano, di notte è il girone infernale delle ragazze nigeriane. In gruppo, mezze nude, o nude del tutto, accanto a fuochi per scaldarsi nelle notti d’inverno. Nella capitale economica e finanziaria d’Italia, anche la gerarchia della strada risponde alla ferrea legge della domanda e dell’offerta. In centro, negli appartamenti o nei club, lavorano le ragazze più «redditizie»: soprattutto brasiliane, ma anche italiane, est-europee, giapponesi, tutte gestite da mafie potentissime. Prendono appuntamenti tramite siti specializzati. Lo scorso anno sono stati calcolati almeno 15mila annunci di questo genere. Uscendo dalla città, lungo le provinciali che a raggiera si allontanano dal centro, si incontrano via via quelle più a «buon mercato»: moltissime est-europee e, sempre più lontane, ecco le nigeriane. Tutte oggetto di violenza e mercificazione. Spesso in condizioni di vera schiavitù. In strada, tutto costa meno: il joint -il posto – come pure la ragazza. Una nigeriana è costretta a svendere il proprio corpo per 20 euro, spesso anche meno. Il debito che deve rimborsare, però, raggiunge cifre spaventose: mediamente dai 50 ai 60mila euro. E inoltre c’è da pagare alla maman l’affitto, il cibo, gli abiti «da lavoro», e magari offrirle regali costosi in cambio di un trattamento più umano.
Anche se la mafia nigeriana è ritenuta meno violenta di quella albanese o est-europea, che controlla il business più redditizio, non sono rari i racconti di stupri a opera dei trafficanti, di torture e violenze fisiche e verbali. Spesso le ragazze vengono obbligate a lavorare anche quando sono malate o in gravidanza o ad avere rapporti sessuali non protetti; se rimangono incinte vengono costrette ad abortire (alcune parlano addirittura
di una dozzina di aborti!) o vengono sottratti loro i figli e usati come
arma di ricatto.

MINACCIATE E SOLE
Chiuse in questo ghetto di vessazioni e umiliazioni, vivono in Italia, ma per certi versi potrebbero essere ovunque. Sanno poche parole di italiano, mangiano il loro cibo, usano i loro prodotti per l’igiene, si procurano le medicine tradizionali, vanno nelle loro chiese. In alcune trovano conforto,in altre incontrano pastori, o sedicenti tali, coinvolti nella tratta, che danno giustificazioni «mistiche» o «spirituali» all’incubo che stanno vivendo. «È Dio che lo vuole!», si convincono.
La gestione del territorio è cruciale per chi sfrutta questo traffico aberrante. Soprattutto da quando è in atto un processo di «diversificazione» negli appartamenti e nei night-club. Le nigeriane, però, sono rimaste sempre in strada, in alcuni luoghi «storici» in città o, sempre più spesso, nelle periferie e in provincia. «Sono lì soprattutto di notte – spiega Palma Felina, responsabile del settore donne vittime di tratta di Caritas ambrosiana -, ma nell’hinterland sono costrette a lavorare anche di giorno.
Alcune sono in strada da vari anni, nonostante il turn-over. Oggi le spostano con più frequenza per evitare che possano legare tra loro o cercare rapporti particolari con qualche cliente». «Circa l’80% delle ragazze che assistiamo – aggiunge suor Claudia Biondi, coordinatrice del settore Aree di bisogno di Caritas ambrosiana – non sapeva che una volta in Italia il destino obbligato sarebbe stato la strada. Quasi tutte sono state quantomeno ingannate o aggirate, e c’è un 10% che ha subito un vero rapimento. Negli ultimi anni osserviamo che le ragazze nigeriane sono sempre più giovani, sia perché soddisfano le esigenze dei clienti sia perché sono più facilmente controllabili e manipolabili dagli sfruttatori».
Lo conferma Valerio Pedroni, responsabile del settore Donne in condizioni di fragilità sociale di Segnavia, una struttura legata ai padri somaschi: «Le ragazze dicono tutte di avere 18 anni, ma molte hanno l’aria da ragazzine».
Segnavia gestisce cinque unità di strada, progetti di recupero, case di prima e seconda accoglienza. Il tutto finalizzato a togliere le ragazze dalla strada e offrire percorsi che diano loro una nuova chance di vita.
«Molte vivono tra Milano e Torino – continua Pedroni – e si riversano la sera sulle strade della periferia milanese. È difficile stabilire un
contatto. Spesso sono in gruppo e non si riesce ad avere un rapporto
personale; sono diffidenti, ed è difficile andare al di là di un contatto
superficiale. Inoltre, a volte in strada ci sono anche le maman, che le
controllano e le scoraggiano dall’avere contatti con persone che non siano i clienti».

VIA DALLA STRADA
«In passato – aggiunge Palma Felina -, a fronte di una presenza in strada significativa, erano poche le nigeriane nelle case di accoglienza. Avevano ura a denunciare, specialmente se non avevano ancora finito di pagare il loro debito. Quelle che decidevano di scappare non andavano nelle strutture di accoglienza, si aiutavano tra loro. Negli ultimi anni, invece, arrivano più numerose. Molte sono seguite in progetti territoriali. Dopo la denuncia, vengono portate lontano dai luoghi in cui hanno vissuto e lavorato. Ma spesso si ammalano, non dormono, mostrano segni visibili di malessere e di traumi non solo fisici, ma anche psicologici».
In alcuni casi lasciano la strada grazie a un cliente che si è affezionato loro e che le aiuta. Ma i matrimoni di comodo sono più diffusi tra le ragazze di altre nazionalità. Molte nigeriane invece sono state regolarizzate attraverso le sanatorie (comprese alcune maman!). Sono sempre più numerose quelle che denunciano i loro sfruttatori e che, in base all’articolo 18 della legge sull’immigrazione, ottengono il permesso di soggiorno umanitario. Tuttavia, gli strumenti legali paiono ancora inadeguati per combattere il problema alla radice, sia perché in Italia le forze dell’ordine e le procure non hanno abbastanza mezzi per combattere la tratta, sia perché a livello nigeriano c’è una totale impunità.
«La mafia nigeriana – spiega Gianluca Epicoco, sostituto commissario della squadra mobile di Cremona, che da 12 anni svolge indagini e ricerche in questo ambito – è complessa e stratificata. Al livello più basso si trovano le maman, che rappresentano l’ultimo nodo di una rete che si dipana tra Italia e Nigeria. A un livello intermedio, il potere passa agli uomini che gestiscono la logistica del traffico da Benin City a Lagos, e da lì all’Europa, soprattutto Parigi, ma anche Amsterdam e Madrid, per poi arrivare a Torino. Poi, a un livello più alto, troviamo i veri e propri trafficanti che stanno in Nigeria: una struttura ben organizzata, potente,ramificata, con molti contatti, capace di corrompere ad alti livelli, dotata di legami con governi e ambasciate, e addentellati in tutta Europa.
Un’autentica associazione a delinquere, in grado di trafficare documenti e visti, oltre che ragazze, su scala transnazionale. Di fronte a una simile organizzazione, spesso noi non abbiamo né le risorse umane né i mezzi necessari per fronteggiarla adeguatamente».

Mense a Torino – Servizi per chi e’ in difficolta’

mense-MENSA SACRO CUORE DI GESU’

Via Brugnone 3. Tel.: 011.6687827

Mezzi pubblici: 1-18-35-42.

Pranzo dal lunedì al sabato dalle 11.30 alle 12.45.
Chiuso da fine luglio a metà settembre

 

-SANT’ALFONSO MENSA DEL POVERO

Via Netro 5. Tel.: 011.7496457

Mezzi pubblici: 9-13-16-36-71

Pranzo dal lunedì al venerdì dalle 10.30 alle 11.30
Chiuso da fine maggio a metà settembre

 

-MENSA DEL COTTOLENGO

Via Andreis 26. Tel.: 011.5225655.

Mezzi pubblici:3-4-10-11-14-18-51

Pranzo dal lunedì al sabato dalle 10.30 alle 12.30.
Aperta anche ad agosto.

 

-MENSA SANT’ANTONIO DA PADOVA

Via Sant’Antonio da Padova 7. Tel.: 011.5621917

Mezzi pubblici:1-9-10-55

Pranzo dal lunedì al sabato dalle 10 alle 12.

Apertura pomeridiana dalla ore 12,30 alle ore 16 nei pomeriggi infrasettimanali; la domenica dalle ore 14 alle ore 18

 

-CASA SANTA LUISA

Via Nizza 24. Tel.: 011.5780824

Mezzi pubblici: metro- 1-18-34-35-61

Colazione dal lunedì al sabato dalle 7.15 alle 8.30

 

-MENSA DEI SERVIZI VINCENZIANI
(solo festiva)

Via Saccarelli 2. Tel.:011.480433

Mezzi pubblici 1-13-36-38-49-59-71-72

Nei giorni festivi pranzo dalle 11 alle 12.
L’accesso è consentito a chi si è munito di tessera, che viene rilasciata il giovedì dalle 9.00 alle 11.00. Chiuso ad agosto.

Pacco viveri: gio pom solo a tesserati, con segnalazione di operatori

 

-MENSA DEL POVERO – LARGO TABACCHI
(solo festiva)

Via Guinicelli 4. Tel.: 011.8989402.

Mezzi pubblici:3-15-54-56-61-66-75-78.

Orario di apertura: solo domenicale, alle 8.30 viene offerta la colazione e alle ore 11.00 il pranzo.
Chiuso ad agosto.

 

-ASILO NOTTURNO UMBERTO I:

Via Ormea 119. Tel.: 011.6963290
Orario di apertura: lunedì-sabato cena ore 18.00-19.00 Chiuso ad agosto.

-CAPPUCCINI

Via Giardino 35. Tel.: 011.6604414

Nei giorni feriali e domeniche, panini alle 17.

-CENACOLO EUCARISTICO DELLA TRASFIGURAZIONE (don Adriano – Fausto Gennari: cell. 335.5950235
Via Belfiore 12, Torino
Distribuzione pasti freddi (borse viveri)
domenica e festivi tutto l’anno; ore 8.00-12.00
Distribuzione pacchi famiglia: mercoledi pomeriggio

tutto l’anno; ore 13.00-16,00

Mensa preserale calda:

Orario di apertura: da lunedì a venerdì; ore 17,30-19,30; N° 120 posti (2 turni da 60). Con tessera
I servizi sono aperti anche nel mese di agosto.

ESERCITO DELLA SALVEZZA

Via Principe Tommaso 8/c10125 TORINO(tel:0112767584 011/66.99.828 Cena il giovedì sera 17.30 – 18.30 (dal 1 dicembre – al 31 marzo)

Pacchi viveri ultimo martedì del mese al mattino

-PARROCCHIA S.GIULIO D’ORTA

Corso Cadore 17/3

Colazione al sabato mattina 9-11.30

PARROCCHIA SS NOME DI MARIA

Via Guido Reni, 96/140

Don Benito Rugolini, cell. 347.4303037

Orario di apertura: Pranzo domenicale; ore 12,00

Con prenotazione anticipata. N° 40 ospiti

MENSA CENACOLO – ass. ALTROCANTO
(Grugliasco – Don Angelo)
via Latina 101 – 10095 Grugliasco (TO)
pasto caldo a pranzo
(è richiesta una offerta indicativa di 1 euro)


SERMIG
colazione, sacchetto pranzo e cena per chi è accolto nei dormitori.

GRUPPO ABELE (via Pacini)
colazione e pranzo (femminile per ospiti del centro diurno)
SAN LUCA
cena per chi è accolto in dormitorio (è richiesta una offerta indicativa di 1 euro)

CIRCOLO NO.A’

Corso Regina Margherita 154

Mezzi pubblici: 4, 16, 3

dal 30 novembre 2015 al 30 aprile 2016)

Merenda e cena ( fino a 100 persone senza dimora, ospiti dei dormitori)

SPAZIO D’ANGOLO

Via Capriolo, 14/A. Cell. 335.1306188; e-mail: spaziodangolo@gruppoarco.org

Ristoro preserale per sd segnalati dagli enti del Tavolo sd Caritas. N° 40 ospiti

Orario di apertura: 365 gg; ore 17.00 – 18,30

ASSOCIAZIONE AMMP

C/o Istituto Madre Mazzarello

Via Cumiana, 14. Cell. 338.2471262 – 346.7642188

Orario di apertura: Tutte le domeniche, ore 9,30-14,30. Ospita persone e famiglie in difficoltà dell’Unità Pastorale