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34. La masturbazione è un tranello?

Primo tranello. La prima esperienza che se ne fa, puo’ avere varie ragioni: curiosita’ o improvvisa scoperta della propria sessualita’, letture, TV, conversazioni con gli amici, solitudine, bisogno di compensazione affettiva,… Ma il piacere fisico che le è associato porta presto a riprodurre e moltiplicare l’atto iniziale. Rapidamente diventa un’abitudine ed è pericoloso, perché più vi si sprofonda più è difficile uscirne. Difficile, ma non impossibile. «Sappi che sei libero di fronte a questo problema, e che puoi risolverlo» : sono le parole rivolte da un padre al proprio figlio di 16 anni e che lo hanno molto aiutato. Bisogna anche distinguere fra un impulso sessuale spontaneo, o caratteristico del dormiveglia, e la masturbazione vera e propria, che comporta un atto cosciente e deliberato.

Secondo tranello. Si sente spesso dire, e ne veniamo condizionati, che masturbarsi è normale, non ha conseguenze ed è persino un’esperienza utile, positiva per l’equilibrio fisico e psichico… In realtà, le cose stanno in tutt’altro modo. Ogni volta che uso il mio corpo in un modo che non corrisponde alla finalità per la quale è stato creato, compio qualcosa di negativo sia per la mia psicologia che per la mia affettività. Tale atto, infatti, anche se procura un piacere immediato, rende tristi perché chiude in se stessi ed isola dagli altri. A poco a poco, complice l’immaginazione, si rimane presi in una spirale e ci si ritrova chiusi in un senso di colpa che rende ancora più difficile l’apertura agli altri e ad un vero amore. E questo senso di colpa indebolisce anche la volontà, facendo dubitare che ci sia una speranza.

È proprio da questo punto che si deve iniziare a rompere la spirale: esiste una speranza. E’ possibile abbandonare quelle abitudini. Il primo passo sta nel credere che siamo padroni della nostra sessualità: non sempre, certo, della nostra immaginazione, ma dei nostri atti, sì. Può partire di qui una rieducazione che comprenderà, oltre alla necessità di riaccostarsi al sacramento della riconciliazione (che fortifica la volontà e la speranza), la decisione di cambiare i propri comportamenti, a poco a poco ma con fermezza, soprattutto per quanto riguarda la vigilanza degli occhi e del cuore, una limpidezza di vita, il dono di sé nel servizio degli altri… Questa rieducazione è un cammino di vita e farà di noi uomini e donne capaci di stare in piedi, purificati e pronti ad amare.

Testimonianza

Ho scoperto la masturbazione durante la pubertà, e ben presto è diventata un piacere ossessivo ed insaziabile. Sapevo che era moralmente condannabile, ma non ci riuscivo a resistere per più di tre giorni consecutivi. I miei sensi di colpa mi facevano continuamente sforzare per uscirne, ma non serviva a niente. Anche il matrimonio non aveva cambiato le cose.
Molto tempo dopo, quando ho incontrato il Signore in modo decisivo, ho pensato nuovamente ad uscire da questo vizio, ma ancora una volta i miei sforzi andarono a vuoto. Il mio psicoterapeuta mi incoraggiava a vivere la mia sessualità così com’era, senza farmi troppi problemi. Sentivo però nel cuore, che il fatto di orientarmi verso un godimento solitario significava allontanarmi dagli altri e da Dio, e vivere in una specie di autoisolamento che in realtà non mi appagava.
Implorai allora il Signore di aiutarmi: mi sembrò che Dio mi rispondesse che non ne ero schiavo. Gli domandai allora di dimostrarmelo, aiutandomi ad esserne libero per qualche mese. E in effetti, senza sforzi particolari, fui liberato dalla masturbazione per sei mesi.

Ero felice. Ma ben presto l’abitudine riprese terreno e mi ritrovai come prima. Avevo dimenticato che i sei mesi di liberazione mi erano stati dati come segno, e che la mia debolezza non era una schiavitù.
Quando me ne ricordai, presi coscienza che con l’aiuto di Dio potevo uscirne.
Quando la tentazione si ripresentò, mi misi a pregare e fui molto dibattuto… Ma il Signore mi liberò.
Sono adesso dieci anni che ringrazio il Signore. Non solo mi ha liberato dalla masturbazione, ma, grazie a ciò, mi ha fatto avanzare nell’amore.

Carlo

33. Bene o male: non sono io l’unico giudice di cio’ che mi riguarda?

L‘uomo e’ stato creato libero e conserva sempre in se’ il gusto di questa liberta’, che si esprime in particolare nelle sue scelte e nelle sue decisioni. Si può anche dire che un’azione è umana solo se è libera.

  • Oggi molti ritengono che, in quanto liberi, nessuno deve dire loro che cosa è bene e che cosa è male. Naturalmente, ci sono delle regole che tutti più o meno accettiamo – per esempio quella di non commettere omicidi o di non scandalizzare i bambini – ma questo non vale per tutti i settori della nostra vita.

Molto spesso il nostro giudizio è influenzato dalle opinioni e dai comportamenti più diffusi. Il fatto che molti la pensino in un determinato modo, non significa però necessariamente che quell’opinione sia vera. E lo sentiamo. Eppure a volte, anche se controvoglia, seguiamo strade che, in fondo, disapproviamo.

Se consideriamo il mondo, notiamo che è regolato da leggi che dispongono gli elementi della natura l’uno in relazione all’altro, secondo un determinato criterio. Si forma così un insieme armonico, bello, chiamato dai filosofi e dai teologi «ordine del mondo».

  • Dio è il Principio supremo («causa prima») dell’ordine del monde e creatore di ogni cosa in esso contenuta. E, proprio in quanto «causa prima», Dio è anche «fine ultimo» dell’universo, poiché tutte le creature che procedono da Lui, e soprattutto l’anima umana, tendono a ritornare a Lui.
    L’uomo, per ritornare a Dio, deve osservare quelle leggi morali stabilite dalla volontà divina. E’ quanto vuole esprimere la Genesi quando parla dell’unico comandamento dato da Dio nel giardino dell’Eden: «…dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare», (Gen 2,17). E si può dire che il peccato originale consista nel tentativo dell’uomo di sostituirsi a Dio per decidere del bene e del male al posto suo.
  • Se non siamo dunque noi ad inventare il bene ed il male, come possiamo riconoscerlo? Ogni uomo è dotato della coscienza: essa «è il centro più segreto dell’uomo, il santuario dove egli è solo con Dio e dove si fa sentire la sua voce» (Concilio Vaticano II, «La Chiesa nel monde dei nostri tempi», §16). È proprio la coscienza che può aiutare l’uomo ad orientarsi verso il bene. Per questo è necessario ascoltarla. Ed è anche necessario illuminarla, formarla, prendendo l’abitudine di compiere azioni buone (esercizio delle virtù), facendosi ispirare dallo Spirito di Dio nella preghiera (« Porrò la mia Legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore », Ger 31, 33), Infine, ascoltando la Chiesa che ci aiuta a discernere il bene e il male alla luce di Cristo.

32. Come mai il porno fa male alle relazioni?

E’ un fatto: giorno dopo giorno, finiremo con il considerare sempre di più la donna o l’uomo come un oggetto di consumo al servizio del nostro piacere. La nostra visione diventera’ parziale; invece di scoprire il nostro fidanzato o il nostro coniuge in tutte le dimensioni della sua personalità – con il suo corpo, la sua mente, il suo cuore, la sua intelligenza, la sua sensibilità… – ridurremo tutto esclusivamente alla ricerca del piacere fisico.

  • Nelle nostre relazioni con gli amici o nell’ambiente di lavoro, il nostro comportamento sarà focalizzato sul sesso, a causa della nostra memoria impregnata di immagini erotiche. I rapporti con gli altri diventeranno ambigui.
    Nella coppia, la pornografia distrugge l’amore – il vero amore, infatti, è dono di sé, ascolto dell’altro, delicatezza, tenerezza, attenzione – e il cuore può diventare cieco, soffocato dalla tristezza e dal disgusto generati dall’erotismo.
  • Il Creatore, però, ha inscritto nel profondo del nostro essere un’aspirazione alla purezza, aspirazione che rimane per sempre in noi, e di cui siamo consapevoli, anche se abbiamo fatto di tutto per nasconderla. E’ possibile ritrovare questa purezza, in qualunque situazione ci troviamo.
  • Innanzi tutto nel perdono di Dio. Poi nella vita di tutti i giorni, con la vigilanza del cuore: è un atteggiamento interiore che consiste nello scartare, con semplicità ma con fermezza, tutto ciò che può offuscare il nostro cuore. È saper distogliere lo sguardo, troncare una fantasticheria, non sfogliare una rivista, non guardare un manifesto pubblicitario,…
  • Di sicuro, a poco a poco, la nostra buona volontà prenderà il sopravvento, e ritroveremo la pace e la gioia del cuore.
Testimonianza

Chiara ed io abbiamo vissuto i primi due anni del nostro matrimonio come una giovane coppia «moderna»: uscite serali, amici, videocassette, cinema…. Volevamo vedere tutto e conoscere tutto. Ed è Così che siamo andati a vedere qualche film erotico.

Ne ridevamo molto rientrando a casa, mascherando Così un certo disagio ed un certo disgusto. Non volevamo lasciarci prendere dal senso di colpa. Di fatto, nei nostri rapporti sessuali, non era più veramente Chiara quella che io vedevo e viceversa. Certe immagini, insidiosamente, si imponevano e di fatto ci allontanavamo l’uno dall’altro.

Poi, una grave situazione familiare ci ha portati ad interrogarci su noi stessi e sulla nostra vita. Abbiamo capito che quelle immagini. conservate nella nostra memoria stavano soffocando il nostro amore. Abbiamo perciò deciso di non andare più a vedere simili proiezioni e, in generale, di non «trangugiare» più tutto quello che capitava sotto mano solo perché «alla moda». Questa decisione ci ha permesso di avere una vita più conforme alle nostre reali aspirazioni.

 Stefano

appunti sulla Terza Persona, lo Spirito Santo (Padre Andrea Gasparino)

spiritoSanto1 – Lo Spirito parla sottovoce, rispetta la tua libertà, nell’orgoglio e nella superficialità Lui tace e attende.
2 – Se lo Spirito martella, c’è un problema che scotta. Lo Spirito costruisce l’uomo interiore.
3 – Il segreto della gioia è dare continua gioia allo Spirito Santo. Ogni atto di umiltà e generosità aumentano la gioia, senza inorgoglirsi.
4 – Lo Spirito non si stanca di parlarti, istruirti e informarti. Lo Spirito Santo è l’incessante donarsi di Dio.
5 – …
6 – Non cessare di ringraziare lo Spirito per quello che fa per te.
7 – Il maligno copia dallo spirito per ingannare. Il maligno è lo scimmione di Dio.
8 – L’offesa frequente allo Spirito è il non rapportarsi a Lui come ad una persona.
9 – Gesù ha promesso che il Padre dà lo Spirito a chi lo chiede, non a chi lo merita.
10 –  Lo Spirito è l’amore di Dio effuso nei nostri cuori. Lo Spirito ci stimola nell’amore.

La preghiera di domanda va fatta nel nome di Gesù, è Lui che ce l’ha detto.
Padre Andrea Gasparino

Dio non costringe a credere (Bruto Maria Bruti)

La ragione, che è un dono naturale di Dio, crea le condizioni per fidarsi di un Dio nascosto e misterioso che si rivela attraverso gli uomini.

Solo se Dio esiste è plausibile che abbia stabilito un rapporto con gli uomini per rivelare loro delle verità. Solo se Dio esiste è possibile che si sia incarnato in Gesù Cristo.

Ma la ragione, da sola, mostra molte debolezze che non possono essere superate se non attraverso il sostegno e la guida della fede.

Si può giungere con la ricerca della ragione a riconoscere la necessità dell’esistenza di Dio ma la stessa esistenza di Dio resta una verità che la ragione non può conoscere in maniera immediata e senza fatica.

Non tutti, poi, riescono a percorrere in maniera spedita e corretta gli itinerari filosofici che portano a Dio e anche se riescono a farlo non riescono a mantenere una ferma adesione alle verità che hanno trovato, ne dimenticano i passaggi logici, non riescono ad averne un’evidenza immediata, temono di essersi ingannati.

Altri vengono portati fuori strada per colpa delle argomentazioni contrarie, altri, ancora, perdono le proprie consapevolezze e cominciano a nutrire dubbi o convincimenti contrari sotto la pressione delle tensioni, cioè delle tentazioni che comportano sofferenze morali, psicologiche e fisiche.

Inoltre la ragione non può dimostrare che Dio si è rivelato, non può dimostrare che si è incarnato in Gesù Cristo, né che ha fondato la Chiesa.

Per credere in tutto ciò che Dio ha rivelato e anche per essere confermati nella consapevolezza della sua esistenza occorre la fede.

Sulla verità della dottrina cristiana esistono numerosi e convergenti motivi di credibilità, come la perfezione di tale dottrina e la sua piena conservazione attraverso tanti secoli di lotte varie e continue, la santità eminente di tanti che la professarono, l’eroica fortezza dei martiri, la testimonianza degli apostoli, le profezie delle Sacre Scritture sulla nascita e sulla morte di
Gesù: i motivi di credibilità, però, non sono dimostrazioni scientifiche ma prove che si illuminano solo quando vengono guardate con gli occhi della fede.

Per l’azione interiore dello Spirito Santo l’uomo sente il desiderio di credere, sente il bisogno di un appoggio assoluto ma per poter credere l’uomo deve decidere liberamente di affidarsi a Dio che si rivela, di abbandonarsi a Lui e solo allora Dio interviene rendendo effettivo il sostegno della fede.

Quando il cuore dell’uomo si abbandona a Dio, Dio prende l’uomo nelle sue mani e lo sostiene.
Questo sostegno è simile a quello che il nuotatore riceve dall’acqua quando abbandona il suo corpo ad essa: solo nel momento in cui si lascia andare a fondo, solo allora il corpo viene sostenuto e torna a galla da solo.

Dio non costringe l’uomo a credere: Dio agisce sempre in modo “velato ” per rispettare la libertà dell’uomo, affinché l’uomo scelga di cercarlo liberamente.

L’uomo può intuire la vicinanza di Dio solo quando cerca Dio con umiltà, con insistenza, con pazienza, quando guarda con la fede oltre l’apparenza delle cose.

Anche nei miracoli Dio offre abbastanza luce per chi vuole credere ma abbastanza buio per chi non vuole credere. Così è stato sempre.

Dopo il miracolo della resurrezione di Lazzaro, quelli che erano presenti ai fatti si divisero: quelli che vollero credere trovarono abbastanza luce per rafforzare la loro fede e quelli che non vollero credere trovarono motivi per non credere e addirittura per decidere la morte di Gesù ( cfr Gv
11,45-48 ).

Il miracolo è chiaro ma anche oscuro. Per chi lo guarda con l’animo semplice, con l’animo di chi cerca Dio, di chi è consapevole della propria debolezza e della propria insufficienza, è chiaro.

Per chi lo guarda con l’animo orgoglioso e prevenuto, con l’animo di chi rifiuta ogni sottomissione a Dio e vuole cercare la salvezza solo in se stesso e nelle cose del mondo, il miracolo non solo non dice nulla ma, addirittura, può produrre l’effetto contrario: dà fastidio, sconvolge il proprio sistema di vivere e di pensare.

L’ateo che non vuole credere, anche di fronte ad una guarigione improvvisa che non trova spiegazione nella natura, non potendo negare il fatto, attribuisce la causa a forze sconosciute ma tra queste forze sconosciute rifiuta orgogliosamente di fare posto a Dio, anche semplicemente a titolo di ipotesi.

Dio si lascia trovare solo da chi lo cerca con l’animo semplice ed umile di un bambino: – se non sarete come bambini non entrerete nel regno dei cieli -, dice Gesù.

Nella parabola del povero Lazzaro ( che è stato privato di ogni bene, anche del bene della salute, ma ha preferito Dio ad ogni altra cosa, compresa la sua vita) Gesù racconta che un uomo ricco ma superbo, che è stato lontano da Dio con il cuore e con le opere, è andato all’inferno e dall’inferno supplica Abramo di mandare sulla terra le anime dei morti per avvertire i suoi fratelli dell’esistenza di Dio e dell’altra vita affinché si ravvedano. Ma Abramo si rifiuta di fare questo e Gesù fa dire ad Abramo queste significative parole:

– se non ascoltano le parole di Mosé e dei profeti non si lasceranno convincere neppure se uno risorge dai morti – ( Lc 16,31 ).

( Bruto Maria Bruti )

Lottate nelle vostre preghiere, per restare saldi, perfetti e aderenti (Raniero Cantalamessa)

Nel nuovo testamento troviamo due tipi di preghiera, entrambi suscitati dallo Spirito Santo, una è la preghiera di lode e l’altro è la preghiera di lamento.
“In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: Io ti rendo lode Padre, Signore del Cielo e della terra, che hai nascosto queste cose hai dotti e ai sapienti e le hai rivelate hai piccoli, si Padre, perché così è piaciuto a te.” E’ chiaro che questa è una preghiera di esultanza, di lode, una preghiera gioiosa che sgorga spontanea, senza fatica, più che pregare è un essere trascinati dalla preghiera. Vediamo questo stesso tipo di preghiera nel Magnificat di Maria; ricevuta la potenza dall’alto Maria intona di li a poco il Magnificat che è un canto di giubilo, lo Spirito esulta. Anche gli apostoli, ricevuto lo Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, erompono in questa preghiera di lode d’esultanza di ringraziamento a Dio, leggiamo negl’atti degli apostoli che “proclamavano le grandi opere di Dio”.
Di questa preghiera parla S. Paolo quando agli Efesini dice: “non ubriacatevi di vino il quale porta alla sfrenatezza ma siate ricolmi dello Spirito intrattenendovi a vicenda con salmi, inni e cantici spirituali, cantando ed inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre nel nome del Signore nostro Gesù Cristo.” Accanto a questo tipo di preghiera però il Nuovo Testamento ne conosce anche un altro, assai differente.

La preghiera di lamento, di gemito, di lotta, in cui l’anima non è trascinata dalla propria preghiera, ma trascina alle volte faticosamente la propria preghiera. La lettere agli Ebrei, parla di Gesù, che nella sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte. Anche questa preghiera di gemito, di fatica, è frutto dello Spirito Santo, ce lo attesta S. Paolo nella lettera ai Romani quando dice: “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza perché noi neanche sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma Lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili.” E di questa seconda preghiera parla il titolo assegnato a questo insegnamento: “Lottate nelle vostre preghiere. “(Col. 4,12) che dice: “Vi saluta Epafra servo di Cristo Gesù, che è dei vostri, il quale non cessa di lottare per voi nelle sue preghiere perché siate saldi, perfetti, aderenti a tutti i voleri di Dio”. Non è una novità del Nuovo Testamento questa, perché nei salmi si delineano già questi due tipi di preghiera che sono continuamente intrecciati, lode e lamento.

“Lodate il Signore popoli tutti, popoli tutti battete le mani, svegliatevi arpa e cetra, voglio svegliare l’aurora” vedete che movimento di lode e d entusiasmo in questa preghiera, però subito dopo, un altro salmo; “dal profondo a te grido Signore, al mattino mi lamento e sospiro, piango e gemo come una colomba.” Quale di questi due tipi di preghiera è più perfetta? Nessuno dei due, o forse tutti e due, ma al momento giusto.
La preghiera è lo specchio del nostro rapporto con Dio e come ogni rapporto tra persone, per esempio tra marito e moglie, tra fidanzati, tra amici, come ogni rapporto anche il nostro rapporto con Dio non è fisso, non è standardizzato ma segue il ritmo della vita, quindi conosce gli alti e bassi, conosce i momenti di gioia , i momenti di silenzio.
Il Rinnovamento Carismatico conosce bene il primo tipo di preghiera di lode, di giubilo, bisogna però che il Rinnovamento impari a conoscere altrettanto bene il secondo tipo di preghiera, diversamente si entra in crisi, non sperimentando più la stessa gioia, il trasporto, l’entusiasmo della preghiera, si pensa che sia tutto finito, e che il rinnovamento carismatico era forse un fuoco di paglia o che noi siamo decaduti dalla grazia, e allora di qui le crisi e alle volte gli abbandoni.

Parliamo della preghiera di lotta; ci sono due diversi tipi di lotta nella preghiera, il primo è la lotta contro le distrazioni, i pensieri, la divagazione della mente, questa lotta è stata sperimentata anche dai Santi. Quando la lotta è contro le distrazioni bisogna armarsi di pazienza e di coraggio, non cadere nell’errore di credere che allora è inutile pregare, bisogna adattarci, fare preghiere più brevi, cercando di dire in fretta tutto quello che ci preme far sapere a Dio. Per esempio, per dire: “Gesù ti amo, Signore credo e spero in te, mi pento dei miei peccati, perdono tutti, grazie del dono dello Spirito Santo , grazie che ci sei, grazie che mi ascolti” Quanto tempo impieghiamo? Pochi secondi e abbiamo detto tutto!

Bisogna riscoprire la bellezza di quelle che si chiamano orazioni giaculatorie, che vuol dire orazione a modo di dardi, sono preghiere scagliate come dardi, veloci, che arrivano al cuore di Dio.Il Rinnovamento ci ha reso famigliare l’invocazione prolungata del nome di Gesù, anche questo è un mezzo per tenere viva la preghiera in tempo di fatica in tempo in cui non si riesce a concentrare la mente. Questa preghiera a seconda dell’intonazione che assume, può esprimere, invocazione, gioia, ringraziamento, fierezza, ma può anche esprimere la fatica, il gemito, il lamento, o un grido di lotta,il nome di Gesù alle volte è come una fiaccola ardente che non buttiamo in mezzo hai nemici che si sbaragliano al nome di Gesù. Anche la preghiera ed il canto in lingue, serve magnificamente, come serve a esprimere il sentimento di adorazione, di ringraziamento, di giubilo, così esprime in certi momenti anche il gemito… in fondo lo Spirito prega così in noi con gemiti inesprimibili.
Ognuno ha il suo metodo, che non sarà mai perfetto, non pretendiamo, in tempo di fatica, di riuscire a fare bella figura nella preghiera, perché quello è il tempo che nei disegni di Dio deve farci prendere coscienza del nostro nulla, che siamo terra, fango, carne, se abbiamo sperimentato in certi momenti che potevamo quasi toccare Dio con le mani, ci rendiamo conto che quella era pura grazia di Dio.

Mi piace portare l’esempio di quel musicista Beethoven., ci aiuta a capire cosa avviene quando noi preghiamo nonostante l’aridità, la ripugnanza, nonostante che le parole stesse: Abbà Padre, non muovano nessuna corda nel nostro cuore.
Dunque questo musicista ad un certo momento della vita divenne completamente sordo, e per lui era una tragedia, lui scriveva musica ma non sentiva più che suono avessero le note, ma lui continuava a scrivere musica e sempre più bella finché scrisse la nona sinfonia, e quando fu eseguita la prima volta, dopo l’ultimo accordo il pubblico esplose in un uragano di applausi…uno dell’orchestra dovette tirare per il lembo della giacca Beethoven,perché si voltasse a ringraziare il pubblico, perché lui non aveva sentito né la musica né gli applausi, ma il pubblico si e quella musica era sempre più pura, anche se lui non ne gustava niente. Quando noi preghiamo nell’aridità ecco avviene questo, non ci gratifica quello che diciamo, ma per Dio, che suono quella preghiera…perché è pura fede!!!

Nel tempo dell’aridità si scopre l’importanza dello Spirito Santo nella preghiera, perché mentre noi pregiamo, qualunque tipo di preghiera lo Spirito Santo entra nelle nostre parole, e colui che scruta i pensieri dello Spirito, sa quali sono i desideri di Dio, cioè, lo Spirito mette nelle nostre preghiere i nostri veri bisogni,prega dentro di noi, allora Lo Spirito Santo diventa la forza della nostra preghiera della nostra preghiera spenta, diventa la luce della nostra preghiera buia, diventa l’anima della preghiera! E cosa bisogna fare???

Nell’accingerci a recitare qualunque preghiera basta dire: “Signore io no so cosa verrà fuori da questa preghiera, però io voglio dirti quello che lo Spirito Santo ha inteso dirti quando ha ispirato queste parole, voglio darti quella gioia che ti darebbe questa parola ,”Padre Nostro”, se uscisse dalla labbra stesse di tuo figlio Gesù, e poi andare avanti con la preghiera…dicendo alla fine AMEN, dico amen a ciò che ti ha detto lo Spirito per me!

Raniero Cantalamessa

31. Che cos’e’ il peccato originale?

Dio ha creato l’uomo e la donna a sua immagine perche’ siano pienamente felici del loro essere «uomini» e figli di Dio, vale a dire perche’ possano partecipare alla vita intima di Dio e realizzarsi attraverso il dono disinteressato di se stessi.

Ma l’uomo, sedotto dal demonio che lo fa dubitare della parola di Dio, decide da quel momento in poi di non dipendere più da nessuno e di essere luce a se stesso. Deciderà da solo ciò che è bene e ciò che è male. L’uomo volta deliberatamente le spalle a Dio, separandosi così dalla sorgente dell’amore. E’ questo il peccato originale. Dio rispetta la decisione dell’uomo. Ecco allora l’irreparabile rottura, quella dei primi uomini, che, ancora oggi, ha conseguenze su ciascuno di noi e intorno a noi.

La rottura con Dio comporta :
– sicuramente la perdita del rapporto filiale con Lui. Per la prima volta, l’uomo ha paura e si vergogna davanti a Dio. L’uomo si nasconde: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura » (Gen 3,10). L’uomo si allontana da Dio credendo che sia Lui ad allontanarsi…
– una malattia della libertà. Utilizzata una prima volta contro l’amore, la libertà rimane da quel momento combattuta tra ciò che è bene e ciò che è male. Coscienza e intelligenza sono annebbiate. A partire da quel momento, l’uomo non sa più come esercitarle in modo ordinato e coerente. Ed anche la volontà, che è lo strumento attraverso il quale si esercita la libertà, è indebolita. «Non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto», constata San Paolo (in Rm 7,15). La volontà, infatti, è incapace di imporsi con determinazione ed autorità e si lascia dominare dalle passioni, paralizzare dai sensi di colpa rinunciando al suo compito… In questo modo, spesso disturba la crescita della libertà. Ne deriva la perdita dell’unità profonda dell’essere umano : l’uomo è diviso in se stesso.
– una rottura nelle relazioni. Infatti, la decisione presa dall’uomo di non dipendere che da se stesso e di esistere per sé e non più per l’altro, si ripercuote in tutte le sue relazioni: si accusa l’altro, quello che mi succede è colpa sua. Da alleato, diventa rivale, rappresenta una minaccia. Allora diffido di lui, ne ho paura. Ecco perché lo aggredisco e cerco di dominarlo, oppure lo evito… o, ancora, lo concupisco come oggetto per il mio piacere. Non si vuole più aver bisogno dell’altro. Si vorrebbe, al contrario, che fosse come noi, si rivendica un’uguaglianza che sopprima le differenze… Tutto ciò, però, non soddisfa il bisogno di amore e la chiamata al dono di sé inscritti nella parte più profonda del cuore dell’uomo. L’uomo vive così una contraddizione interiore dolorosa nei confronti di se stesso, di Dio e degli altri. Non conosciamo forse tutti per esperienza qualcosa di questo stato d’animo?
– un deterioramento del rapporto con la creazione. L’uomo, che aveva ricevuto come missione di «sottomettere» il mondo nell’amore e per amore, è fortemente tentato di lavorarvi per manifestare la propria potenza e appropriarsene.

Ma Dio non si arrende di fronte a questo groviglio. L’uomo non può ristabilire da solo la sua relazione con Dio. Dio, allora, prende l’iniziativa straordinaria di inviare in mezzo a noi il proprio Figlio, Dio stesso che si fa uomo (l’incarnazione). Dicendo «sì» ed offrendo fino in fondo la sua vita per noi, il Figlio, Gesù Cristo, ci ha liberato dal peccato. Ogni uomo, accogliendo la salvezza, viene restituito a se stesso perché torna ad essere figlio del Padre. Gesù ci ha reso nuovamente possibile la relazione filiale con il Padre. E’ una nuova creazione.

30. A che cosa ricorrere quando non si possono avere figli?

La coppia che capisce di avere difficolta’ a trasmettere la vita, vive certamente una grande sofferenza. In realta’, pochissime coppie sono veramente sterili – senza, cioe’, nessuna possibilita’ di generare – ma un certo numero di esse, valutato intorno al 10%, sono «ipo-fertili», impiegheranno cioè molto più tempo per concepire un figlio, e dovranno forse sottoporsi ad una cura.

  • Attualmente si parla molto della fecondazione in vitro o «in provetta», praticata cioè in laboratorio. Di che cosa si tratta, esattamente?
    Dopo aver provocato varie ovulazioni nella donna, mediante questo metodo gli ovuli vengono prelevati e fatti fecondare dagli spermatozoi del marito. Si ottengono così numerosi embrioni, tre o quattro dei quali saranno reimpiantati nell’utero della donna, mentre gli altri saranno conservati congelati in azoto liquido. Se l’evoluzione dei 3-4 embrioni impiantati procede regolarmente, viene proposta non di rado la «riduzione embrionale», cioè l’aborto di une o due embrioni che erano tuttavia riusciti ad impiantarsi. Gli embrioni congelati, invece, saranno utilizzati per avviare un’altra gravidanza nella stessa donna, o in un’altra alla quale saranno donati, oppure saranno utilizzati per la ricerca scientifica.
  • A questo metodo di base possono essere apportate alcune varianti.
    Nel caso di sterilità grave del marito o della moglie, gli ovuli possono essere prelevati da un’altra donna o gli spermatozoi possono venire da un donatore di sperma.

Se da un lato questi metodi rappresentano successi medici e tecnici sicuramente notevoli, dall’altro sollevano alcuni gravi problemi.

1° La fecondazione avviene al di fuori dell’atto sessuale. Il fatto di separare l’atto che, in modo privilegiato, esprime l’amore dei genitori dall’atto che è all’origine della vita, fa sì che il sorgere stesso della vita divenga il frutto di una tecnica e non più la conseguenza immediata di un atto d’amore. La vita perde allora il suo radicamento originario nell’amore… anche se questo figlio sarà sicuramente amato dai genitori.

2° Come abbiamo visto, queste tecniche richiedono la fecondazione di un certo numero di embrioni, una parte dei quali sarà soppressa volontariamente o in seguito a manipolazioni tecniche (per esempio, la scongelamento).

3° È grande per i medici la tentazione di utilizzare il più frequentemente possibile questi metodi, per addestrarsi e migliorarne la tecnica al fine di acquisire un’esperienza sempre più grande, essendo molto forte la concorrenza tra le varie équipes. La soddisfazione di sentirsi padroni della vita, di credersi all’origine della vita, non è una motivazione di fatto ambigua se non addirittura pericolosa sia per le coppie che per la società? Di che potere si tratta?

4° La cura di ogni tipo di ipofertilità dovrebbe avere la scopo di far sì che nell’uomo o nella donna, o in entrambi, l’atto sessuale, segno ed espressione del loro amore, torni ad essere anche fonte di vita, mentre la tecnica medica offre attualmente la possibilità di avere un figlio, senza tuttavia guarire l’uomo o la donna da questa malattia.

5° È veramente un diritto per le coppie avere un figlio? Un figlio non è un «oggetto» necessario alla realizzazione di una coppia; ha bisogno di essere il frutto dell’amore prima che di un successo tecnico.
Un figlio è un dono, segno del dono reciproco degli sposi nell’atto che coinvolge indissociabilmente i loro corpi e i loto cuori. Un figlio non «si fa». Egli non è di proprietà dei genitori, e questo vale fin dal suo concepimento.
Per alcune coppie può essere un vero sacrificio non ricorrere a questi metodi. Solo entrando nella comprensione profonda del mistero che la vita è dono di Dio, ed aggrappandosi alla grazia del Signore nella prova, essi riusciranno a superarla.

  • Quale soluzione per quei coniugi che non possono diventare genitori? Innanzi tutto saper attendere, non precipitarsi verso una soluzione medica complicata, quando la pazienza può essere sufficiente. Inoltre, pensare ad un’altra cura, in quanto la provetta è diventata quasi l’unica risposta a tutte le forme di ipo-fertilità, mentre altri percorsi di ricerca vengono abbandonati. Forse, anche, volgersi ad un altro tipo di fertilità, donando il proprio tempo, le proprie energie, i propri talenti ad una causa che sta loro a cuore… oppure pensare ad un’adozione, accogliendo une o più bambini che troveranno, grazie a loro, la famiglia e l’amore di cui sono stati privati all’inizio della loro vita.
Testimonianza

Sono medico, specializzato in endocrinologia, e mi sono sposato a trent’anni. Nonostante lo desiderassimo molto, dopo due anni di matrimonio non avevamo ancora figli. Per obbedienza alla Chiesa abbiamo scartato la soluzione della provetta… anche se, come decisione, non è stata facile!
Il giorno dell’ordinazione diaconale di un nostro amico, ci siamo rivolti a lui cosi: «Francesco, nella tua preghiera, chiedi per noi un bambino!». Nostra figlia è stata concepita due mesi dopo la cerimonia, e Francesco ne è il padrino!

Roberto


I Ci siamo sposati convinti, come la maggior parte delle coppie, che non avremmo atteso a lungo per essere in tre. Ma dopo molti mesi di attesa, ci siamo dovuti arrendere all’evidenza: non avremmo mai avuto la gioia di aspettare un bambino… Abbiamo effettuato tutte le analisi possibili e immaginabili e ci siamo sottoposti a varie cure senza risultato. La prova era dolorosa: ogni volta che nasceva un bambino ad una coppia di amici, la sofferenza si rinnovava.

Allora abbiamo cominciato pian piano a pensare all’adozione. Pregavamo molto per avere un bambino e, contemporaneamente, sentivamo che la preghiera ci preparava a vivere qualcosa di diverso. Quello fu per noi un periodo di sofferenza interiore paragonabile a un «lutto», che durò parecchio tempo. Capii di essere sulla buona strada quando riuscii di nuovo ad interessarmi serenamente dei figli altrui.

Saremo in grado di amarlo?

Eravamo però ancora pieni di paure: avremmo potuto amare veramente un bambino per se stesso, un bambino in cui non avremmo assolutamente potuto riconoscerci, un bambino che avrebbe sempre conservato una parte di mistero, unÕiorigine, una storia che ci sfuggivano del tutto? E se in seguito fosse sopravvenuta una nascita, saremmo stati capaci di amarlo ugualmente?…
Una piccola, semplice frase ci ha fatto progredire molto in quel momento: «Quando vedrete un piccino tendervi le braccia dicendo: “Papà!”, “Mamma!”, non avrete più paura». Ed è stato proprio così! Tralasciamo i dettagli su pratiche, atti, incontri, indagini, attesa…: Myriam è giunta a noi dalla sua terra natale, l’India. Non sapevamo nulla di lei se non il nome e la data di nascita, ma, immediatamente, abbiamo sentito di conoscerla da sempre: diventava «carne della nostra carne». Era stata sicuramente la nostra preghiera per lei, fatta ripetutamente mentre attendevamo il suo arrivo, ad unirci in modo così profondo.

Ci siamo stupiti nel vedere tutta la capacità di amore che era dentro di noi: tante paure sono sparite molto in fretta. Abbiamo capito che Dio ci faceva un regalo straordinario, di cui gli rendiamo grazie ogni giorno: adottare un bambino non è assolutamente un ripiego, ma una grazia particolare. Adesso sappiamo che i pensieri di Dio vanno ben oltre i nostri modi di considerare le cose, perché sono per il nostro bene, ai di là della sofferenza che ci insegna a donargli e che Lui rende feconda.

 Michele e Maria Elena

P.S.: Ci stiamo preparando a vivere un’altra avventura: l’arrivo di un fratellino per Myriam tra qualche settimana.

29. Bisogna impedire ai paesi poveri di avere figli a causa della sovrappopolazione?

I popoli dei paesi poveri sono sottoposti ad una pressione enorme per diminuire la propria natalita’. Spesso si tratta di provvedimenti obbligatori, del tutto contrari al rispetto per l’uomo: a volte, ad esempio, per essere assunti in un’azienda bisogna presentare un certificato di sterilizzazione. Gli organismi finanziari internazionali, inoltre, pongono spesso come condizione per i loro aiuti l’adozione di misure come queste. Ma la diffusione della mentalità contraccettiva nei confronti dei paesi poveri, nasce non tanto dal nostro desiderio di vederli uscire dallo stato di sottosviluppo, quanto piuttosto dalla nostra angoscia, di paesi ricchi, di fronte alla minaccia dell’irrompere di questa marea umana verso le nostre ricchezze. E’ questa concezione del mondo che oggi, con la scusa dell’ecologismo, della sopravvivenza del pianeta, vuole imporre la stabilizzazione della popolazione ad un certo tetto. «Come conseguenza diretta dell’impennata demografica – ha affermato la signera Nafis Sadik, direttrice dell’Unfpa (il Fondo Onu per la popolazione) – aumentano le migrazioni interne ed internazionali e l’inurbamento forzato che porta a un forte squilibrio ambientale». Tuttavia, non sono gli esseri umani la fonte dell’inquinamento, ma i comportamenti degli esseri umani.

«Sono troppo poveri perché troppo numerosi». Questa affermazione proviene dalle teorie malthusiane – dal nome di un economista inglese del XXIII secolo, Malthus – ancora oggi molto diffuse. La soluzione sarebbe: limitare le nascite per raggiungere un migliore livello di vita.

  • È vero che una crescita demografica eccessiva può frenare lo sviluppo (cf. «Sollicitudo rei socialis», 25), ma questo generalmente è già ostacolato in partenza da situazioni di ingiustizia economica, da un sottosviluppo cronico dell’agricoltura e da una insufficiente volontà politica. Con le ricchezze attuali del nostro pianeta è tecnicamente possibile nutrire venti miliardi di uomini. il problema è che i paesi poveri non hanno i mezzi per comprare o produrre le derrate necessarie.

Proviamo invece ad esaminare l’affermazione opposta: «Sono troppo numerosi perché troppo poveri». E’ noto che, nella maggior parte delle civiltà, i figli sono sempre stati considerati come la principale fonte di ricchezza: essi rappresentano nel presente la manodopera più economica e, nel futuro, saranno loro ad assicurare la sopravvivenza dei genitori ormai vecchi.
Come dice un documento della conferenza episcopale tedesca :
«Ridurre il numero dl bambini senza far sparire le cause che spingono i genitori a desiderare molti figli, significa privare i poveri della loro unica speranza».

  • Alla luce di queste affermazioni, la pillola rappresenta un bene? Siamo convinti che la promozione che ne viene fatta nei paesi poveri, poggi su una visione riduttiva della libertà e della solidarietà. Inoltre, non sempre le donne vengono informate sugli effetti dei prodotti che usano. Alcuni contraccettivi continuano ad essere venduti nel Terzo mondo mentre sono vietati negli USA o in Europa: esistono allora due giustizie, una per i paesi ricchi ed una per i paesi poveri? La promozione contraccettiva, infine, spesso va contro le tradizioni culturali e religiose dei popoli: tradizioni che precedono o si uniscono così alla Chiesa nel difendere il diritto inalienabile alla vita.

Concludiamo ricordando che la Chiesa non si limita alla critica, ma incoraggia vivamente e fattivamente le campagne di pianificazione familiare, fondate sui metodi naturali e realizzate senza pressioni coercitive.

  • Il complesso dibattito in corso tra Onu e Santa Sede sulla pianificazione familiare, è solo la punta dell’iceberg di un problema molto più profondo: la posta in gioco, infatti, non è la difesa della cattolicità, ma dell’uomo e dei suoi diritti fondamentali. E’ chiaro quindi che la Chiesa ha sentito, come proprio dovere irrinunciabile, quello di lasciarsi sempre più coinvolgere da questo dibattito, in nome della difesa dell’identità dell’uomo, più che della fede. «La situazione della popolazione mondiale è molto complessa: esistono differenze fra un continente e l’altro, fra una regione e l’altra. La Santa Sede si impegna affinché venga rivolta un’adeguata attenzione ai principi etici nella questione demografica e rivolge la propria attenzione ad alcune verità fondamentali: ogni persona, indipendentemente dall’età, dal sesso, dalla religione e dall’appartenenza nazionale, possiede una dignità e un valore incondizionati e inalienabili; la vita umana, dal concepimento alla morte naturale, è sacra; i diritti dell’uomo sono innati e prescindono da qualsiasi ordine costituzionale; l’unità fondamentale della razza umana esige che tutti si impegnino ad edificare una comunità libera dall’ingiustizia. Queste verità costituiscono la base per affrontare la questione demografica. È alla luce degli autentici valori umani riconosciuti da tutti che si debbono fare le scelte». È il Papa che, in questi termini, si è rivolto alle Nazioni Unite (all’opinione pubblica mondiale) alla vigilia della Conferenza dell’Onu su « Popolazione e sviluppo », tenutasi al Cairo nel 1994.

28. Perche’ volere che un bambino handicappato viva?

Avra’ una vita felice o infelice? Questo non dipende dalla gravita’ del suo handicap. Non dipende neppure dal numero di cellule del suo cervello. Dipende da Chi la circonda, perche’ l’essenziale per essere felice – per lui, come per ciascuno di noi – e’ amare ed essere amato.
Il bambino non conosce tutto il dramma vissuto attorno a lui, ma lo percepisce con tutte le fibre del suo essere. Attraverso la tonalità della voce, la dolcezza o l’indifferenza dei gesti, la tranquillità o l’angoscia con cui gli si sta accanto. egli capisce di essere accolto o rifiutato.

Anche l’handicappato più grave, se lo crediamo, è una persona. Quanti genitori – come il filosofo Emmanuel Mounier di fronte alla sua piccola Francesca, la cui intelligenza sembrava completamente spenta – hanno percepito una presenza che li chiama ad un amore, ad una speranza, ad una tenerezza più grandi.

Ma abbancionati alla loro solitudine, molti genitori sono quasi incapaci di questo amore incondizionato. Hanno bisogno di essere circondati da una rete di amici. E ciascuno di noi può diventare uno di questi amici.

Testimonianza

Quando avevo 33 anni, misi al mondo la nostra terza creatura, una bambina che avevamo scelto di chiamare Maria. Un quarto d’ora dopo la sua nascita, il pediatra venne a comunicarmi che la bambina era affetta da trisomia 21, il nome scientifico del mongolismo. Niente aveva fatto presagire questo handicap: non rientrando nella fascia di età considerata «a rischio», non avevo ritenuto utile sottopormi alle analisi diagnostiche preventive. Ad ogni modo, mio marito ed io avevamo deciso che, anche se uno dei nostri figli fosse stato colpito da un handicap, avremmo rifiutato l’aborto. Dopo la notizia, mi ha sollevato per lo meno il pensiero che, non essendo stato rilevato nulla nella fase prenatale, avevo almeno potuto trascorrere una gravidanza serena.

Sul momento, per merito sicuramente di una grazia particolare, non ho sentito il mondo crollarmi addosso. Mi ero già occupata di bambini mongoloidi, sapevo che il loro handicap può anche essere lieve, che sono bambini particolarmente affettuosi e possono integrarsi molto bene in un ambiente normale. Mio marito, invece, ne fu sconvolto. Si sentiva incapace di accogliere Maria e preferiva che ce ne separassimo in modo legale al più presto… Entrambe le nostre famiglie condivisero subito la sua reazione. E anch’io fui presa dal panico: perché un figlio così? Perché a noi? Nella mia fascia di età, c’é una probabilità su 750 che un figlio nasca trisomico, ed era successo proprio a noi… Che fare? Come avrebbero reagito i nostri due figli più grandi? E la gente intorno a noi? Gosa ci riservava il futuro?

Se hai coraggio tu,
l’avrò anch’io

Fortunatamente, mia madre mi indicò un’associazione cristiana che si occupa dei portatori di handicap. Telefonai subito, spiegando la situazione. Il giorno dopo una persona venne a trovarmi in clinica, e potei rivolgerle tutte le mie domande. Mi spiegò che, se anche lo sviluppo di questi bambini è più lento di quello dei bambini normali, essi possono comunque iniziare a camminare verso i due anni, tenersi puliti a due anni e mezzo e andare alla scuola materna con gli altri bambini. Sono molto socievoli, amano generalmente molto la musica – particolare molto importante in quanto mio marito è musicista – e, se anche la loro età mentale non supera gli otto anni, possono comunque seguire la scuola elementare con l’insegnante di sostegno o essere accolti in idonee strutture specializzate.

Questa persona tornò a trovarci ogni giorno. Dopo una settimana, dissi a mio marito che pensavo di avere la forza di tenere Maria. «Se tu hai questo coraggio», mi rispose, «l’avrò anch’io». Capiva che, se noi avessimo abbandonato Maria, non avrei mai più potuto essere felice come prima. Siamo dunque tornati a casa con Maria. Era una bambina molto tranquilla, che iniziò ben presto a dormire tutta la notte. Certo, le nostre famiglie furono molto sconcertate per la nostra decisione ma, fin dalla prima volta in cui andammo a trovarle, furono tutti conquistati dal simpatico visetto e dalla grazia di Maria.

Sostegni per il futuro

La nostra piccina adesso ha un anno e devo constatare che, per il momento, la vita non è più difficile di prima. Al contrario, siamo colpiti dall’attenzione e dalla delicatezza che i nostri parenti e amici hanno per lei: tutti ci chiedono sue notizie e si rallegrano per 1 suoi progressi.

Come vediamo l’awenire? Senza troppa apprensione, perché ci sentiamo ben sostenuti sia a livello medico che personale. Attualmente vengono effettuate molte ricerche ed esperimenti per stimolare ed integrare i bambini trisomici: Maria beneficia, ad esempio, di sedute di fisioterapia a domicilio, che la aiutano ad irrobustire i muscoli.

Una fortuna per i nostri figli

E’ senz’altro un’esperienza paradossale scoprire che la felicità può nascere dalla prova vissuta con l’aiuto di Dio: perché noi siamo davvero felici! Maria ci porta il messaggio essenziale che, al di là di una completa riuscita intellettuale e sociale, ogni persona ha un valore in sé. I nostri figli più grandi saranno sensibilizzati da questo messaggio e questo sarà sicuramente un guadagno per il loro avvenire.

Anna

27. L’aborto: e’ vero che non e’ l’ideale, ma… in certi casi?

Abortire significa far cessare la vita di un embrione, cioe’ di un essere umano. Anche se viene eseguito da un medico, resta un’azione di morte.

  •  Ma anche la madre ne subirà le conseguenze: l’apertura forzata del collo dell’utero, l’arresto brutale dell’attività ormonale dell’ovaia hanno un effetto molto violento, in grado di produrre squilibri fisici e psichici che non sempre vengono calcolati.
  • Inoltre, in molti casi, abortire non è che la soluzione immediata di un problema che rimane irrisolto. Questa gravidanza non desiderata è infatti, in molti casi, il frutto di una situazione dolorosa: una relazione precaria, una delusione, un atto sconsiderato causato da una solitudine affettiva, e così via. L’aborto spesso non fa che aggravare la sofferenza interiore della donna, lasciando tracce indelebili a livello conscio o inconscio.
  • « E se la donna non è in grado di assumersi questa gravidanza?» si potrà obiettare. Effettivamente, restare incinta dopo aver subito una violenza o dopo aver subito una’avventura può rappresentare una catastrofe. Ma è una ragione per causarne un’altra? La morte di un essere umano, anche se allo stadio embrionale, è in sé una catastrofe. Che è ancora più difficile da accettare.
  • Questo atto può restare impresso nell’intimo di una persona ancora più profondamente che nella sua memoria cosciente, e provocare disturbi gravi: senso di colpa di cui non ci si riesce a sbarazzare, aggressività contro il marito, il compagno o gli uomini in generale,angoscia nella vita sessuale che, da quel momento, può essere vissuta come «pericolosa», timore di non poter mai più essere una «buona madre» dopo aver «fatto quello», e così via.
  • Cosa fare, dunque, in una situazione disperata? lntanto bisogna sapere che esistono forme di sostegno, e che non si è necessariamente soli di fronte a questa prova. Molte giovani mamme hanno accettato, con l’aiuto di persone e di famiglie che le hanno sostenute moralmente e materialmente, di tenere il loro bambino. Esse possono testimoniare che la loro vita non ne è rimasta rovinata, al contrario: questo bambino ha rappresentato spesso una tappa essenziale nella loro crescita verso una vita più matura, più responsabile ed è stato la fonte di una vera fioritura.
  • Se per la donna fosse veramente impossibile accettare la matemità, esiste una soluzione prevista dalla legge: la giovane madre può scegliere di non riconoscere il suo bambino che viene affidato, nei primi tre mesi di vita dopo la nascita, a istituzioni legalmente riconosciute che lo affideranno, a loro volta, a genitori adottivi. E’ un atto coraggioso, un atto di lucidità e di amore verso il bambino; va detto contro tutte le voci che, senza riflettere, potrebbero alzarsi a condannare. E’ bene altresì sapere che, nei nostri paesi, esistono migliaia di genitori che ogni anno desiderano adottare un bambino e non ci riescono.

Ci sono dunque ottime possibilità che un neonato trovi una famiglia nella quale potrà essere felice. In queste condizioni, non è detto che un bambino «non desiderato» sia per forza destinato all’infelicità.

Niente, mai, è perduto per il Signore. Se riconosciamo di aver commesso un grave errore, il perdono di Dio (dato dal sacerdote mediante il sacramento della riconciliazione) ci apre nuovamente le porte della pace e della gioia. Gesù non è venuto a condannare, ma a cercare la pecorella perduta tra le spine, per prenderla sulle sue spalle e guarirla.

Testimonianza

Quando mia madre mi aspettava, si ammalò gravemente e fu ricoverata d’urgenza in ospedale. Il medico le consigliò di abortire subito, perché c’era il pericolo che la sua malattia causasse malformazioni al nascituro.

I miei genitori rifiutarono perché credenti, e decisero di accettare questo bambino anche se era handicappato. Chiesero ad una suora di pregare in modo particolare per il bambino che doveva nascere. Ella si impegnò, ma morì poco prima che io nascessi.

Sono nata senza alcuna malformazione! Il mio unico dispiacere è quello di non aver conosciuto la persona alla quale devo, senz’altro, la grazia di essere una ragazza normale…

Mégumi

25. La pillola o i cicli dell’amore?

La pillola non e’ un «prodotto verde». «Se fossi donna – disse uno dei pionieri della contraccezione – dovreste pagarmi caro per farmi prendere la pillola». Essa, mantenendo costantemente alti i livelli degli ormoni femminili e sopprimendo così il ciclo ormonale fisiologico della donna, ne impedisce la normale ovulazione e la rende temporaneamente sterile.

  • Si differenzia dai metodi naturali di controllo delle nascite in quanto questi ultimi permettono – senza sopprimere il ritmo fisiologico – di conoscerne con precisione 1’evoluzione, ovvero l’alternarsi di periodi nei quali la donna è sterile a periodi nei quali ella è in grado di dare la vita. All’interno di una coppia, se il marito ama veramente la propria moglie non può ridurla permanentemente, attraverso la pillola, ad una condizione in cui ella è solo una parte di se stessa. Anche perché ciò comporta tutta una serie di conseguenze psicologiche e di carattere medico.
  • Amare significa conoscere ed accogliere l’altro in tutte le sue dimensioni: il suo sguardo, il suo corpo, i suoi sentimenti, i suoi gusti, tutta la sua personalità. La sua anima e le sue aspirazioni al bello, al bene, al vero. La sua dimensione di eternità.
  • E la sua apertura alla vita, con la capacità di donarla in certi momenti. Questa alternanza della donna – fertilità e infertilità – non è un errore della natura!
  • L’uomo permette alla sua sposa di essere una donna vera, se accoglie i cicli del ritmo femminile come una ricchezza che fa parte dell’essere proprio della donna. E in questo modo, anche l’uomo assume la sua vera dimensione. Essi possono scegliere di dare la vita in modo responsabile. Possono anche distanziare la nascita dei loro bambini. E conoscere il rinnovarsi del desiderio, e tutti i tempi diversi dell’affettività, che scrivono la storia del loro amore.
Testimonianza

Caterina: All’inizio del nostro matrimonio non volevamo avere subito bambini e cosÌ presi la pillola, perché era il metodo anticoncezionale di cui avevo sentito maggiormente parlare. Il medico che avevo consultato non me ne aveva proposto un altro in quanto, dopo gli esami, la pillola non era risultata controindicata per il mio organismo.

Marco: Qualunque fosse la scelta di mia moglie, era «affar suo». Non immaginavo che ciò potesse in qualche modo riguardarmi. Intanto i mesi passavano, e cominciammo a desiderare un bambino.

Caterina: Cosi smisi di prendere la pillola. Ma ho dovuto attendere un anno e mezzo prima di rimanere incinta. Il desiderio cresceva e, al contrario, il tempo sembrava non passare più…

Marco: Alla fine abbiamo avuto una bambina. Questa nascita così attesa e la nostra conversione ci avevano avvicinato profondamente l’uno all’altro ed è assieme, questa volta, che abbiamo cercato un nuovo metodo di controllo delle nascite, perché non volevamo più utilizzare la pillola.

Caterina: Il medico ci propose la spirale. Non essendo bene informati, optammo per questa soluzione. Due giorni prima che mi venisse applicata, un’amica mi spiegò che si trattava, in realtà, di un prodotto che provoca un aborto precoce, in quanto non impedisce la fecondazione ma, irritando costantemente le pareti dell’utero, non dà all’embrione la possibilità di svilupparsi. Perciò vi rinunciammo.

Marco: Alcuni amici ci parlarono allora dei metodi naturali di controllo delle nascite. Ci siamo documentati e abbiamo provato a seguirli con buona volontà.

Caterina: L’utilizzo di questo metodo mi provocava una certa apprensione: misurare la temperatura ogni mattina, osservare il muco cervicale, prendere nota di tutto su un quaderno, mi sembrava molto, molto complicato… Siccome desideravamo un secondo bambino, non eravamo tanto rigorosi. Sei mesi dopo ero nuovamente incinta. Ed è nato un bambino. Ma dopo questa nascita diventava importante essere più vigilanti. Ho dunque deciso di riprendere sul serio questo metodo. Fino a quel momento non mi ero ancora impegnata con tutta la mia volontà: avevo avuto l’impressione di subire una situazione un po’ difficile, e non dl esserne padrona e responsabile.

Marco: Da parte mia, capii che dovevo dare a Gaterina tutta la mia attenzione e il mio sostegno. A poco a poco ho scoperto cos’era il ciclo della donna, quest’ opera così meravigliosa che avviene nel corpo umano per accogliere la vita e, piano piano, accettavo più liberamente i necessari periodi di continenza. Un po’ alla volta abbiamo scoperto tutta la ricchezza umana e spirituale dell’amore conjugale immerso nel dialogo vero, nella trasparenza, nel riconoscimento dell’altro in tutto ciò che è ed è chiamato ad essere. L’astinenza diventa fonte di gioia, di tenerezza, di carità.

Caterina: Nel momento in cui mi decisi veramente per i metodi naturali, misurare la temperatura, osservare il muco cervicale e prendere nota, tutto divenne più facile. Per di più, scoprii tutto un insieme di segni di cui non mi ero mai accorta prima. Dopo qualche mese ero in grado di individuare ogni periodo del mio ciclo. Gli sforzi di Marco per aiutarmi, le sue attenzioni ed il suo ascolto mi incoraggiavano a perseverare. E ho capito che anch’io dovevo rispettarlo. Nei periodi in cui era possibile avere rapporti, cercavo di organizzare meglio il mio lavoro per non essere troppo stanca: desideravo rendermi disponibile, accogliente e donarmi totalmente.

Marco: Dopo tre anni è nato il nostro terzo figlio. Fu per noi una grande gioia sapere che, durante il periodo fertile, la nostra unione si stava aprendo alla vita. Di comune accordo abbiamo offerto il nostro amore a Dio perché Lui lo rendesse una terza volta fecondo.

24. Quando ha inizio la vita umana?

La vita umana comincia nel momento preciso in cui le due «mezze» cellule riproduttive – Io spermatozoo dell’uomo e l’ovulo della donna – si incontrano dando origine alla prima cellula di un essere unico, che non si ripetera’ mai piu’ nella storia del mondo. Ma soffermiamoci un po’ sulle varie tappe che permettono questo attimo straordinario.

  • Nell’uomo, l’ipofisi, ghiandola direttamente collegato con il cervello, comanda ai testicoli di produrre, a partire dalla pubertà, circa 100 milioni di spermatozoi al giorno.
  • Da parte sua la donna, durante ogni ciclo, prepara, in seguito allo stimolo dell’ipofisi, un ovulo situato in un follicolo, parte dell’ovaia destinata alla formazione degli ovuli. Quando l’ovulo è maturo, pronto per essere fecondato, il follicolo si apre lasciandolo partire.
  • L’ovulo viene allora aspirato dall’estremità della tuba – canale di collegamento fra ovaia e utero – fino all’utero: così è pronto ad incontrare uno spermatozoo. L’entrata degli spermatozoi nell’utero è possibile quando, in un periodo preciso del ciclo della donna, il collo dell’utero si apre e secerne un liquido particolare, il muco cervicale, che facilita agli spermatozoi il raggiungimento dell’ovulo.
  • Durante un’unione sessuale vengono depositati nel corpo della donna – in fondo alla vagina, presso il collo dell’utero – circa 200, 300 milioni di spermatozoi. Uno spermatozoo penetra nell’ovulo ed ha inizio il processo di formazione del nuovo essere.
  • Ciò che si è formato nel momento dell’incontro (fecondazione) dell’ovulo con lo spermatozoo – primo istante della vita – non è diverso da ciò che ognuno di noi è adesso. Ecco perché ogni attentato all’embrione, qualunque sia la sua età, è un attentato ad un essere umano. Che il cervello sia sviluppato o no nei primi momenti (le prime cellule cerebrali si sviluppano durante la quarta settimana di gravidanza) non ha molta importanza: il piccolo essere e costituito «in potenza», possiede tutti gli elementi per il suo sviluppo. Ha avuto inizio la vita di un essere umano unico.

Allora, caso o creazione? (23)

L‘uomo puo’ valutare i suoi limiti, la sua finitezza. E questo lo riempie di insoddisfazione, come se fosse fatto per qualcosa di piu’. «Chi ti ha fatto,uomo?». Rifiutare l’ipotesi di Dio e’ piu’ difficile di quanto non si creda. Parlare di caso, come hanno fatto certi scienziati, non significa tornare a divinizzare il caso,tornare al Fato, la forza oscura e incomprensibile che, secondo gli antichi, domina il mondo?

  • Altri scienziati hanno fatto notare che, se il caso, partendo dal Big Bang, è riuscito a fare l’uomo incidentalmente, mediante le galassie e le prime cellule della vita, questo caso ha dovuto vincere il primo premio della lotteria milioni di volte! E per sottolineare quanto la vita sia complessa, hanno scritto che la formazione casuale di un batterio, la più semplice forma di vita, «ha la stessa probabilità di assemblaggio di un Boeing 747 provocato da un tornado che solfia in un deposito di rottami ».
  • Altri ancora, che credono di trovare nella scienza un rifugio al sicuro da qualsiasi riflessione di carattere spirituale, si lasciano andare a mettere una N maiuscola alla Natura, una E all’evoluzione o una M alla materia… Un atteggiamento idolatrico difficile da evitare.
  • Allora, perché non accettare un Dio intelligente piuttosto che un caso imbecille? E se abbiamo una libertà, perché non cercare questo Dio che ci lascia liberi di riconoscerlo? Ed ascoltare le sue parole: «Ti amo e, se vuoi, ti prometto sin da ora un’eternità d’amore» ?
  • L’uomo, animale dotato di intelligenza e di ragione, desideroso di compiere il bene, capace di amare e di essere amato, vale più dell’animale. Questo essere unico ha origine dalla terra e dall’evoluzione, ma scaturisce al vertice della gerarchia della natura, perché, fatto ad immagine di Dio, è chiamato ad incontrarlo e a trovare la sua felicità in piena 1ibertà

Ecco cosa significa che ha un’anima spirituale.

DALL’ISTINTO ALLA LIBERTA’ E ALL’AMORE

Mentre l’animale è dotato di istinto, l’uomo dispone di quell’intelligenza e di quella libertà che gli permettono di costruire la sua vita, di creare, di inventare (i progressi tecnologici), di produrre opere d’arte. Egli è in grado di adattarsi alle situazioni più svariate e nuove.
Libertà significa non sentirsi schiavi dell’istinto, delle pulsioni. Essere capaci di non subire gli avvenimenti. Libertà vuol dire decidere cosa fare in vista di un obiettivo,di uno scopo.
La libertà non è data una volta per tutte. L’uomo è un «essere di cultura». «La cultura è produzione, in un essere ragionevole, della capacità di scegliere i propri fini in generale, quindi di essere 1ibero», sosteneva Kant. E attraverso le sue scelte l’uomo può crescere: può rispondere dei propri atti ed essere consapevole delle loro conseguenze. È, cioè, responsabile. L’uomo, così, dà un significato alla sua1ibertà. Grazie a questa libertà può amare, ed è questo amore che la rende felice.

Il paradiso cristiano (Bruto Maria Bruti)

Heaven1Il Paradiso e l’identità personale

Il cristiano crede che nel Paradiso definitivo ci sarà, per gli uomini e per le donne, la resurrezione del loro corpo, lo stesso corpo, la stessa identità, la stessa differenza sessuale, ma un corpo glorioso, senza imperfezioni, con tutte le capacità adeguate alla personalità di ognuno.

L’uomo ha per volontà di Dio una sua individualità che tale rimane in eterno. Pertanto non è mai possibile un assorbimento dell’io umano nell’io divino, neppure in Paradiso.

Tutti gli esseri umani, che hanno per volontà di Dio una loro individualità, hanno bisogno di sentirsi completi e appagati totalmente, tutti hanno bisogno di questa pienezza, tutti hanno bisogno di essere riempiti da Dio ma nessuno è un “recipiente” con le stesse capacità di un altro: il Paradiso è proprio quella condizione in cui ognuno avrà tutto ciò che basta per lui.
UNICUIQUE SUUM ( a ciascuno ciò che gli spetta), ma con la completa assenza dell’invidia, dell’orgoglio e con l’assoluta presenza dell’umiltà: l’umiltà è quella virtù che ci fa amare la superiorità infinita di Dio e la superiorità limitata di coloro che Dio ha posto al di sopra di noi

Il Paradiso è il Regno dell’Armonia.

Il Paradiso cristiano è il Regno dell’ARMONIA non dell’EGUALITARISMO.

L’armonia e’ l’unita’ nella diversita’ che nasce dall’analogia dell’essere.
Per analogia si deve intendere la stessa – perfezione – presente in modo diverso in piu’ realta’. Gli angeli, per esempio, presentano una maggiore analogia con Dio e alcuni angeli piu’ degli altri. Tanto tra gli angeli quanto tra gli uomini, Dio ha stabilito la disuguaglianza armonica delle creature e la loro disposizione gerarchica.

In Paradiso esistono tre gerarchie angeliche, in ogni gerarchia ci sono tre ordini ( CFr Summa teologica, q.108). Diversi sono in cielo i gradi di beatitudine( CFR Summa Teologica q.93, a.2 e 3 ).

Il nucleo più profondo di cui tutte le cose sono fatte è l’ESSERE.

L’ESSERE è ” ciò che fa che le cose siano “. Tutte le cose sono fatte di
ESSERE.

Infatti se le cose non fossero fatte di ESSERE sarebbero fatte di nulla e quindi non esisterebbero. Ogni cosa, ogni ente, ha l’essere ma non è l’ESSERE ASSOLUTO, lo riceve solo in parte. Ciò che l’esperienza mostra non è l’ESSERE, ma un insieme di ENTI, cioè di realtà che hanno l’Essere.

L’ESSERE, vale a dire ” ciò per cui le cose sono “, non è IDENTICO in tutte le cose, ma si realizza in modo ANALOGO. Dio è infinitamente al di sopra di tutto ciò che esiste e però tutte le cose create assomigliano a Dio perché ricevono in parte qualche cosa che è nella mente di Dio così come il quadro di un pittore riceve in parte qualche cosa che è nella mente del pittore. Dio contempla la sua infinita essenza e scorge in essa infinite possibilità di imitazione e di riproduzione.

I legami familiari e di vera amicizia, in Paradiso, non verranno distrutti in un magma egualitario e indistinto, ma saranno purificati da ogni imperfezione e parteciperanno, come le singole parti di un organismo, all’armonia del tutto, senza le divisioni, le invidie, le gelosie e le cattiverie che hanno turbato la convivenza terrena.

L’amore di amicizia è un amore gerarchico: Dio viene amato più di noi stessi e più di ogni altro essere.

Dopo Dio amiamo noi stessi e poi il prossimo come noi stessi e all’interno del prossimo amiamo con una perfezione particolare, dovuta all’affinità e all’analogia da Dio stesso volute, i nostri familiari e i nostri amici.

Il Paradiso e la relazione sessuale

Jurg Willi, direttore della clinica psichiatrica dell’Università di Zurigo e docente di psichiatria e psicoterapia, dice che in ogni essere umano è presente il desiderio di potersi abbandonare nel completo godimento di un eterno abbraccio: si tratta del desiderio di realizzare il perfetto abbandono nell’amore.

Nella vita il perfetto abbandono nell’amore si limita solo ad alcuni momenti di felicità che sono impossibili da prolungare e conservare.

Nel periodo che caratterizza l’innamoramento, per esempio, si crea un clima d’intenso entusiasmo affettivo in cui gli innamorati sperimentano la sensazione momentanea del perfetto abbandono nell’amore, la sensazione di un’accettazione incondizionata e totale al di là dell’io e del tu, del tempo e dello spazio: non si tratta dell’assoluto ma di una finestra da cui si può intravedere la trascendenza.

Questo tipo d’amore, inizialmente, non conosce altro bisogno se non quello di stare insieme, ma si tratta di un periodo che ha una durata limitata e che precede lo sforzo quotidiano per la riuscita del rapporto.

Per Jurg Willi, l’aspirazione al perfetto abbandono nell’amore ha il carattere archetipico dell’unione mistica: è il desiderio di uno stato originario in cui ci si fonde liberamente in un tutto più vasto, si fa parte di qualcosa che tutto comprende.

Nell’inconscio di ogni essere umano, all’origine del desiderio d’amore c’è il desiderio di Dio. In questa vita, infatti, il perfetto abbandono nell’amore si limita ad alcuni momenti impossibili da prolungare e conservare: ogni amore umano è, per sua natura, limitato, imperfetto, soggetto alla delusione, incapace di riempire completamente il cuore dell’uomo.

( cfr Jurg Willi, Che cosa tiene insieme le coppie, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1992, traduzione di Paola Massardo e Palma Severi, pp.20-24

S. Agostino, che, prima della conversione, confessava di non poter dormire in un letto senza una donna, scrive :”- Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore sarà irrequieto fin quando non si abbandonerà in Te-“.

La dottrina della Chiesa Cattolica ricorda che il bisogno di un amore assoluto e perfetto troverà soluzione e appagamento soltanto nella vita del mondo che verrà perché solo l’unione con Dio farà nascere nell’uomo un amore di tale profondità in grado di soddisfare ogni bisogno ed in grado di rendere inutile la stessa necessità della relazione sessuale: solo la perfetta comunione con Dio realizzerà la perfetta comunione con se stessi e con gli altri.

Per questo Nostro Signore Gesù Cristo rivela che: – alla risurrezione…. non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo-

( Mt 22,30; cfr Giovanni Paolo II, Uomo e donna lo creò, catechesi sull’amore umano, Città nuova editrice e Libreria editrice Vaticana, Roma 1985, capitolo 68 ).

Scrive il cardinale Joseph Ratzinger:” Il corpo è limite, che ci rende non trasparenti, impenetrabili, gli uni per gli altri, che mette gli uni accanto agli altri e ci impedisce di vederci e di toccarci nel profondo. (.) Non possiamo guardare negli altri; la corporeità nasconde la loro interiorità, che ci resta nascosta; anzi, proprio per questo anche noi siamo estranei a noi stessi. Non vediamo infatti in noi stessi, nel profondo di noi stessi.
(.) Risurrezione significa, molto semplicemente, che il corpo cessa di esistere come limite e che ciò che in esso è comunione rimane””

( Joseph Ratzinger, Il Dio vicino, L’eucaristia, cuore della vita cristiana, San Paolo, Cinisello Balsamo- Milano- 2003, pp 81-82 ).

( Bruto Maria Bruti )

21. Felicita’ e’ sentirsi bene nel proprio corpo?

«Non sapete che siete tempio di Dio
e che lo Spirito di Dio abita in voi?» 
(1 Cor 3,16)

Chi «sta bene nel proprio corpo» e’ sempre guardato con ammirazione e con una certa invidia. Il nostro corpo, infatti, a volte ci imbarazza: la comandiamo a bacchetta con disprezzo, cerchiamo di farlo tacere o di dimenticarlo perché ci infastidisce o, addirittura, sopprimiamo certe manifestazioni eccessive di femminilità o mascolinità difficili da accettare…

  • A volte, al contrario, siamo alla ricerca sfrenata di tutto quello che può migliorare il nostro aspetto e farci accettare dagli altri o, ancora, ci sforziamo di imitare i modelli che la pubblicità e le riviste ci propongono come ideali, come la chiave del successo.
  • Di fatto questi modelli ci seducono – è per questo che sono stati ideati! – e noi cerchiamo più o meno consapevolmente di assomigliare loro… Fatica molto spesso inutile e che non dà la felicità.
  • Perché? Il mio corpo ha un significato e, mediante la sguardo, l’atteggiamento, le parole, i vestiti e 1 colori che indosso, esprime chi sono. Questo lo so bene. E anche se il mio corpo non svela tutto di me, stabilisce comunque il primo contatto con gli altri, quegli altri di cui, devo ammetterlo, temo il giudizio… Non avrò forse paura dell’altro, perché in fondo dubito di me stesso o non mi conosco? O perché non mi amo veramente così come sono? Posso non amare me stesso? Allora, non è meglio nascondermi?
  • Ma in te c’è una bellezza, anche se forse è celata. vale la pena di farla emergere per svilupparla… e diventare te stesso. La felicità consiste anche nel realizzare l’unità dell’io, l’unità di tutte le azioni e i pensieri in relazione alla propria coscienza (personalità), e nel poter essere veri di fronte a se stessi e di fronte agli altri.
  • A questo si arriva mediante una riconciliazione profonda con se stessi e l’accettazione del proprio corpo così com’è: unico, quanto il proprio cuore! Allora, questo corpo riconciliato potrà liberamente dire qualcosa di me, nella mia autenticità.
    Che magnifica prospettiva poter lavorare per divenire se stessi… E Dio può aiutarti, se glielo permetti.
Testimonianza

Per molto tempo ho rifiutato il mio corpo a causa di una cicatrice sulla spalla, dovuta ad una scottatura che avevo riportato quand’ero piccola. Man mano che crescevo, ero sempre più infastidita dallo squardo degli altri quando indossavo il costume da bagno o gli abiti estivi. Poi arrivò l’adolescenza : il mio corpo si trasformava senza che me ne accorgessi, e lo sentivo ancora di più come qualcosa di estraneo.

Alcuni anni dopo, mi sono trasferita a Parigi: ero diventata una fedele lettrice di riviste femminili, nelle quali ogni pagina mostra e spiega cos’è la donna «ideale», ed ero anche molto colpita dalla pubblicità onnipresente sui muri, che sfrutta il corpo della donna. Ero arrivata al punto di non riuscire ad accettarmi e avevo il terrore di accumulare anche solo un grammo di peso un più, anche se tutti si congratulavano con me per la mia linea… Tutto questo mi rendeva la vita impossibile!

È in questo contesto che mi sono convertita. Una delle prime cose che mi sono convertita. Una delle prime cose che ho scoperto è stata questa: la vera bellezza é quella del cuore! Ho compreso un po’ alla volta che il rifiuto del mio corpo nascondeva, in realtà, un profondo bisogno di amare e di essere amata. Nel momento in cui ho capito che Dio desiderava appagare questa mia esigenza, sorte riuscita ad accettarmi meglio cosi com’ero.
Adesso ho il desiderio di sposarmi, ma sono ancora preoccupata per il mio aspetto fisico perché so che i ragazzi ci tengono molto. E allora chiedo a Dio di aiutarmi a dare al mio corpo il suo giusto posto per non esserne schiava, e di sviluppare in me la bellezza del cuore cosi da poterne risplendere.

Laura

22. Il mio destino e’ fissato fin dalla nascita?

Puo’ sembrare legittimo interrogarsi sull’avvenire e su cio’ che faremo nella vita. Il ricorso all’astrologia, alla chiaroveggenza o alla «scienza» dei numeri, e così via, puo’ essere interpretato come una risposta alle situazioni che presto si presenteranno, o come una sorta di antidoto contro la paura del futuro. In realtà, queste diverse pratiche sono credenze che, basandosi su dati più o meno scientifici, forniscono interpretazioni assolutamente non razionali

L’astronomia, per esempio, è una disciplina scientifica, mentre l’astrologia è una superstizione. Siamo, infatti, a conoscenza che la processione, lenta ma inesorabile, degli equinozi (termine utilizzato dagli astronomi per indicare l’anticipo dell’equinozio, momento dell’anno che corrisponde ad un’uguale durata del giorno e della notte) ha cambiato i tempi di ingresso del sole nelle dodici costellazioni? E che quindi i segni dello zodiaco non coincidono più con le costellazioni? lnsomma, ogni duemila annicirca il cielo «slitta» di una costellazione; e questo significa che un Pesce nato nella Grecia antica è ben diverso da un Pesce di oggi, che dovrebbe essere un Acquario. Una sfasatura che, di slittamento in slittamento, si completerà nell’arco di 26 mila anni (periodo della rotazione della linea degli equinozi) riportando alle date d’origine, quelle assegnate nell’antichità dai primi astrologi. Inoltre, sappiamo che la scoperta,avvenuta due secoli fa, di nuovi pianeti del sistema solare (Urano, Nettuno e Plutone) invalida tutta l’astrologia tradizionale che di essi non poteva tenere conto? L’astrologia, quindi, si basa su dati che, scientificamente parlando, non sono attendibili. Quale credito accordare, allora, alle interpretazioni che essa propone di un oroscopo, per esempio?

In più, il fatto stesso di interpretare pone un problema: ogni metodo interpretativo ha una sua griglia di riferimento. Sappiamo che le scuole di interpretazione dei dati astrologici sono molteplici (metodo scientifico, esoterico, psicologico…) e molto diverse tra loro: perché fidarsi di una piuttosto che di un’altra? Viene anche il sospetto che l’interpretazione assomigli alla divinazione… quali motivazioni la ispirano?

Si potrà anche obiettare che le predizioni dell’astrologia hanno funzionato per questa o quella persona… Essendo il numero delle sedicenti predizioni così elevato, è possibile che qualcuna di esse per caso vada a segno, così come è possibile che chi ha consultato il «mago» ne abbia subìto il fascino e sia stato in qualche modo influenzato dalla predizione. Non dimentichiamo, inoltre, che la persona consultata può essere in grado, osservando il «cliente», di intuire le sue angosce, le sue attese ed anche qualche tratto importante della sua personalità: non si tratta di veggenza ma, semplicemente, di un po’ di psicologia…

Cosa c’è di più normale che pensare al nostro avvenire? Ma la paura del domani può giustificare il ricorso alla superstizione o la rinuncia alla nostra libertà? Fatalismi e pseudo-determinismi incatenano la nostra libertà. E’ comprensibile che, quando non si conosce il perché della propria esistenza, si abbia paura del domani; ma piuttosto che affidarsi a surrogati, non vale la pena di porsi le domande di fondo, le uniche che ci permetteranno di crescere?

Testimonianza

Per molto tempo sono stata un’appassionata di astrologia. Ero convinta di trovarvi una fonte di conoscenza sicura. Seguivo corsi per corrispondenza per diventare astrologa, e un numero sempre crescente di persone mi chiedeva di fargli l’oroscopo. Un giorno venne da me una donna che era stata appena abbandonata dal marito.Voleva sapere se c’era la possibilità che lui ritornasse. Feci il suooroscopo e, prevedendo un periodo pieno di sconvolgimenti, le feci capire che era forse meglio se pensava a qualcos’altro
Quindici giorni dopo, seppi che si era suicidata !

Fu uno choc terribile. Non avevo forse influenzato quella donna con le mie predizioni, e non avevo contribuito in parte a condurla alla disperazione ? Invece di aiutarla ad accettare il presente, non l’avevo schiacciata con le rivelazioni di un ipotetico futuro ?

Da quel giorno non ho mai più voluto avere a che fare con l’astrologia.

Sabina

Atto di venerazione all’Immacolata – Papa Francesco

Vergine Maria,
in questo giorno di festa per la tua Immacolata Concezione,
vengo a presentarti l’omaggio di fede e d’amore
del popolo santo di Dio che vive in questa Città e Diocesi.
Vengo a nome delle famiglie, con le loro gioie e fatiche;
dei bambini e dei giovani, aperti alla vita;
degli anziani, carichi di anni e di esperienza;
in modo particolare vengo a te
da parte degli ammalati, dei carcerati,
di chi sente più duro il cammino.
Come Pastore vengo anche a nome di quanti
sono arrivati da terre lontane in cerca di pace e di lavoro.

Sotto il tuo manto c’è posto per tutti,
perché tu sei la Madre della Misericordia.
Il tuo cuore è pieno di tenerezza verso tutti i tuoi figli:
la tenerezza di Dio, che da te ha preso carne
ed è diventato nostro fratello, Gesù,
Salvatore di ogni uomo e di ogni donna.
Guardando te, Madre nostra Immacolata,
riconosciamo la vittoria della divina Misericordia
sul peccato e su tutte le sue conseguenze;
e si riaccende in noi la speranza in un vita migliore,
libera da schiavitù, rancori e paure.

Oggi, qui, nel cuore di Roma, sentiamo la tua voce di madre
che chiama tutti a mettersi in cammino
verso quella Porta, che rappresenta Cristo.
Tu dici a tutti: “Venite, avvicinatevi fiduciosi;
entrate e ricevete il dono della Misericordia;
non abbiate paura, non abbiate vergogna:
il Padre vi aspetta a braccia aperte
per darvi il suo perdono e accogliervi nella sua casa.
Venite tutti alla sorgente della pace e della gioia”.

Ti ringraziamo, Madre Immacolata,
perché in questo cammino di riconciliazione
tu non ci fai andare da soli, ma ci accompagni,
ci stai vicino e ci sostieni in ogni difficoltà.
Che tu sia benedetta, ora e sempre, Madre. Amen.

(Papa Francesco, 8 dicembre 2015)

18. Mi sposo ma… non voglio subito bambini! Come fare?

Vi sposate e desiderate un amore autentico. Volete donarvi totalmente l’uno all’altro. in tutte le dimensioni del vostro essere. Nella gioia offerta e condivisa, con la capacita’ straordinaria di trasmettere la vita presente dentro di voi.

  • La natura e la liberta’ vi rendono padroni del dono meraviglioso della fecondità e voi vi accingete ad amministrarlo: è questa la paternità responsabile. lmparerete a conoscere i periodi del ciclo femminile, quelli in cui la donna è fertile e quelli in cui non la è.
  • Se non vi sentite pronti ad accogliere subito un bambino o se decidete, con una prudenza comunque aperta alla vita, di dover aspettare un po’ di tempo, sceglierete di unirvi nei periodi non fertili. E durante i periodi fertili potrete esprimere il vostro amore reciproco in altri modi, senza arrivare all’unione sessuale. Potrete parlare di più, scoprire altre forme di tenerezza… E vedrete il vostro amore crescere e diventare più profondo. Ma attenzione a non ridurre il vostro matrimonio ad un «piano contabile», ad un elenco di giorni favorevoli e no, e, rimandando troppo, a non ostacolarvi reciprocamente nel raggiungimento della vostra pienezza mediante il dono della vita.
  • Se ascolterete i vostri desideri e il progetto d’amore che Dio dona ad ogni coppia, riuscirete a decidere con libertà e generosità di dare la vita. Durante un periodo di fertilità, e proprio nel momento culminante del vostro amore, Dio potrà, mediante la vostra collaborazione alla quale Egli si sottomette, creare una vita nuova: il vostro bambino.
Testimonianza

Quando ci siamo sposati quattro anni fa entrambi desideravamo avere una famiglia numerosa. Dopo aver dedicato qualche mese alla conoscenza reciproca, abbiamo iniziato a pensare ai bambini. Ma ci sono voluti quattro anni, numerosi esami e due interventi chirurgici per realizzare il nostro progetto e, proprio il giorno del nostro quarto anniversario di matrimonio, ho saputo di essere incinta. Ci vorrebbe troppo tempo per raccontare tutta la trafila dolorosa e complessa che ha portato a questa nascita: mi limiterò soltanto a qualche riflessione e a qualche pensiero su questa sofferenza.

Essere sterile: che dolore fisico e psicologico! Ho dovuto imparare a lottare contro il senso di colpa che mi spingeva a pensare: «E’ colpa mia!». Continuare ad avere coraggio di fronte ai medici che mi dicevano: «Si rilassi, signora, pensi a qualcos’altro…». E i familiari e gli amici che ti dicono, apertamente o facendotelo capire: «Molte volte la causa é psicologica…». Che frase terribile, anche se può essere vera! Si viene classificati e catalogati fra i malati psichici!

Resistere, contro i venti e le maree

In questo quattro anni ho sperimentato concretamente la potenza della preghiera. Quella degli altri, sulla quale mi sono volte appoggiata moltissime volte (non bisogna avere paura di dire: «Non ne posso più!») e quella che condividevo con mio marito, perchè ci è stata data la grazia di poter pregare costantemente per rimettere la nostra sofferenza nelle mani di Dio, per chiedergli continuamente di aiutarci, di riuscire a scegliere i medici giusti (ce ne hanno indicati cosi tanti!), di illuminarli. E poi, l’offerta personale di questo morire a me stessa (perché proprio di questo si tratta!) per il maggior numero possibile di intenzioni.
Infine, abbiamo ricevuto il sacramento degli infermi. Ogni volta si é trattato di una grazia… nella fede. Non abbiamo «sentito» nulla, ma ci siamo affidati alla Chiesa.

Abbiamo sempre avuto la certezza che Dio non ci avrebbe lasciato cadere: ricordo che durante un ritiro, in cui gli avevo chiesto di guarirmi, venni effettivamente guarita… ma da un eczema che avevo dietro le orecchie! Sul momento fu una piccola delusione, ma questo mi aiutò a capire che Egli si occupava di me. E qualche mese dopo, in seguito ad un secondo intervento, ero incinta.

Al termine di questi quattro anni, mi rendo conto di quanto questa prova ci abbia arricchito: il nostro amore, che avrebbe potuto esserne minacciato, é diventato al contrario più profondo. Abbiamo scoperto in che modo, nel nostro matrimonio, Dio si fosse messo al nostro fianco per farci «resistere» contro i venti e le maree e donarci una fecondità vera, anche se all’inizio essa non ha assunto la forma di una fecondità «umana».

 Isabella

E la reincarnazione? (49)

49 questions ITE’ un prendere le cose troppo superficialmente, pensare che si debba mettere l’accento sul punti in cui le religioni convergono piuttosto che perdersi in sterili discussioni sulle loro differenze. Come tante discussioni, questa riduzione al comun denominatore è sterile. Anzi è la sterilità stessa, perché ostacola la comprensione di ogni cosa. Le religioni e le sapienze umane non sono altrettanti sentieri che si inerpicano, per versanti diversi, sul pendio di una stessa montagna. Si potrebbero piuttosto paragonare ad altrettante cime distinte, separate da abissi e il pellegrino che si è smarrito, fuori dell’unica direzione, sulla cima più alta rischia di trovarsi, più di ogni altro, lontano dalla meta. Ricordiamo che è tra le vette che si produce il bagliore dei grandi conflitti.

padre Henri De Lubac


Attraverso le varie religioni orientali, oggi viene riscoperta la reincarnazione. Nella Bhagavadgita (termine sanscrito che significa «Canto del Beato»), poema religioso-morale in cui vengono narrate le gesta del dio indiano Krishna, si legge ad esempio: «Come un uomo smettendo i vestiti usati, ne prende altri (di) nuovi, così proprio l’anima incarnata, smettendo i corpi logori, viene ad assumerne altri nuovi» (2,22).

  • Secondo queste religioni, l’anima in origine era una cosa sola con l’Assoluto, il Tutto e quindi eterna. In seguito ad una colpa misteriosa cadde nei corpi, frammentandosi in anime particolari, ciascuna delle quali, alla morte del corpo, passa in un altro corpo (reincarnazione~signica, infatti, passaggio o trasmigrazione dell’anima da un corpo umano all’altro) e così via, finché non è ridiventata pura e capace di tornare alla divina, perfetta unità originaria.
    Per raggiungere tale fine occorre operare nella realtà quotidiana senza desideri di possesso e senza sentimenti o affetti tenaci, privi di ogni egocentrismo, con assoluto distacco dai frutti dell’azione, compiendo il dovere inerente alla propria condizione di vita.
  • Questo concatenamento di vite viene interpretato in modo sensibilmente differente in Oriente e in Occidente.
    I saggi e i maestri orientali desiderano rompere la catena delle rinascite successive, al fine di realizzare la fusione con l’Assoluto. E’ la tappa ultima: la «liberazione» (moksa) definitiva dal ciclo delle reincarnazioni degli indù, lo «stato di quiete assoluta» (nirvana) dei buddisti, l’«illuminazione» (satori) dei monaci zen del Giappone, …
    Coloro che invece credono alla reincarnazione in Occidente, considerano tale dottrina come un’opportunità per realizzare ciò che non è stato possibile in una sola vira. E questo indefinitamente. E’ come se fosse sempre possibile « ripetere la classe».
  • Con l’idea della reincarnazione vengono tuttavia messe in rilievo due aspirazioni importanti: il bisogno di salvezza, di liberazione dell’uomo dal «dolore» per vivere eternamente in presenza del divino ed il desiderio di essere purificati dal male. Sono aspirazioni belle. Il problema è sapere se la risposta che viene data è solida: che lo si voglia o no, c’è comunque la prospettiva dell’annientamento della nostra persona
  • Il buddismo, infatti, nega l’esistenza permanente dell’anima individuale e vede nella coscienza un fluire continuo di molteplici e contraddittori stati d’animo; per l’induismo, la serie delle incarnazioni non termina con il riscatto dell’anima individuale finalmente purificata, bensì con l’annullamento nel Tutto. L’anima desidera ritornare ad essere una cosa sola con l’Assoluto, il Tutto. Essa, quindi, non ha una relazione esclusiva con il corpo nel quale è inserita, ed il corpo altro non è se non un «veicolo» transitorio.
    Quanto alla purificazione dal male, non è chiaro di quali migliori mezzi disporremo in una ipotetica vita futura per liberarcene meglio di oggi.
    La vita nuova che Gesù ci promette non è una nuova vita: è eternità di gioia e di amore, è eterna, vale a dire per sempre! E Cristo può liberarci dal male perché è Dio. Può, se lo vogliamo, farci nuovi con il suo perdono. E sappiamo bene di essere incapaci a rompere da soli le nostre catene.
    La vita umana non consiste nello staccarsi dalla vita, nel rimanere impassibili, ma, al contrario, è ricerca di quanto, in essa, vi è di bello, di buono e di vero.
Testimonianza

Qualche anno fa lessi un libro che spiegava come Dio sia un grande Tutto – il Cosmo, l’Universo – che appare composto di elementi diversi tra loro, soltanto a chi non scorge l’intimo legame che soggiace ad ogni essere. Noi dipendiamo dal Cosmo come una bottiglia di acqua gettata nell’oceano. Bisogna frantumare il vetro della bottiglia (che altro non è se non il nostro «io», il nostro orgoglio, il nostro egoismo) per poter raggiungere Dio e dissolverci in Lui. Seguendo i consigli di vari saggi, mi lanciai in ciascuna delle tecniche da loro proposte: yoga, aikido, kendo, la meditazione trascendentale, ed infine lo zen.

Dappertutto venivano promessi la felicità, l’amore universale, la potenza dello spirito sopra la materia (il satori, il nirvana) a chi riusciva a raggiungere il «risveglio». Si insegnava la legge del Karman (la legge che considera l’effetto dell’azione compiuta dall’individuo e la retribuzione della stessa) che spiega come le sofferenze che viviamo nella nostra vita siano le conseguenze delle cattive azioni del nostro passato e delle nostre vite precedenti. Quando moriamo, infatti, ci reincarniamo, secondo la condotta della nostra vita, nel corpo di una persona più o meno buona.

Poiché avevo appena vissuto prove molto dolorose, il mio guru mi spiegò che ero senza dubbio stata una grande criminale nella vita precedente… Il solo modo di rompere questo circolo vizioso era salvarmi da sola praticando lo zen, tecnica considerata la più radicale e rapida, e, contemporaneamente, la più dolorosa. Dopo due anni, ero arrivata a fare più di 18 ore al giorno di zen! Ero pronta ad entrare in un monastero zen giapponese dopo qualche mese…

Una tortura interiore

Il mio guru, che conosceva tutta una rete di medium, maghi, guaritori radioestesisti… e pensava che io avessi una predisposizione per queste pratiche, mi iniziò ai doni della «veggenza» e della guarigione. Scoprii così il mondo dell’occultismo e dell’esoterismo e mi stupii nel constatare quanto tutti quegli uomini e donne, che hanno a volte doni spettacolari – di cui si appropriano con formule magiche e spesso con una «consacrazione» della propria persona a Satana – fossero torturate interiormente dall’angoscia e della paura della morte… Nascondono molte volte i loro giochi occulti dietro parole cristiane e non esitano a mostrare a malati, statue della Vergine o di Santi. Se guariscono a volte i corpi, lo fanno a prezzo dell’anima della persona malata.

Un incidente rivelatore

Un giorno mi trovavo su un autobus, proprio dietro all’autista. Una signora attraversò improvvisamente la strada e fu investita. Subito i passanti ed i passeggeri si precipitarono per portarle soccorso. Io invece rimasi seduta sul mio sedile, concentrandomi con tutte le forze, come mi era stato insegnato, sul movimento del mio diaframma per non lasciarmi prendere dall’emozione.

Ma quella pace ottenuta cosi, non era del tutto superficiale ed egocentrica? Non stavo forse diventando completamente impermeabile alla sofferenza degli altri? Quell’episodio mi fece capire che ero sulla strada sbagliata….

Sabina