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La mia patria è l’Occidente

sabatina-ev.de_0Nata in Pakistan nel 1982, all’eta’ di dieci anni Sabatina James si trasferi’ con la famiglia, musulmana, a Linz, in Austria. Al ginnasio per Sabatina l’integrazione fu rapida, e tuttavia problematica. Subito si scatenò il conflitto tra le imposizioni dell’islam, così come le viveva tra le mura di casa, e la sua aspirazione alla libertà personale. Oggi Sabatina non esita a definire «violenza psichica e fisica» quella subìta già in quegli anni in famiglia. Un incubo che culminò quando, con il pretesto di mandarla in una scuola coranica, all’età di 17 anni i genitori la rispedirono in Pakistan. «Lì mi veniva insegnato l’odio verso l’Occidente. Ho sperimentato sulla mia pelle, ancor più di quanto non avessi già provato in famiglia, l’assoluta mancanza di valore della donna nella società islamica: subii continue violenze e sevizie». Questo finché Sabatina non venne a sapere del matrimonio combinato che l’attendeva: avrebbe dovuto sposare un suo cugino. Così, a 19 anni, Sabatina fuggì dal Pakistan per tornare in Europa, fino a diventare cittadina tedesca: «Questo ora è il mio paese», dice. In seguito alla sua conversione pubblica al cristianesimo, nel 2001, il padre e un’autorità musulmana emisero una sentenza di morte nei suoi confronti. Da allora questa ragazza, che nel 2003 è stata battezzata cristiana-cattolica (con il nome di Sabatina, appunto), è costretta vivere nascosta in una località sconosciuta della Germania. È pubblicista (il suo ultimo libro s’intitola Devi morire per la tua felicità. Prigioniera tra due mondi, Knaur 2007), ambasciatrice di “Terre des Femmes” e ha fondato l’organizzazione “Sabatina e. V.” (www.sabatina-ev.de) a difesa dei diritti delle donne musulmane. Signora James, lei è stata battezzata nel 2003. Perché ha deciso di seguire Cristo e la sua Chiesa? Cosa ha a che fare la sua forte aspirazione alla libertà e alla felicità con quel passo? Ciò che mi ha convinto della fede cristiana è Gesù Cristo stesso come persona. Pensi al Vangelo, al colloquio di Gesù con la samaritana, al fatto che Lui ha rischiato la propria reputazione e il proprio nome per salvare la vita di un’adultera, dicendo: «Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra!». Indipendentemente da ciò, ho riconosciuto il Dio della Bibbia come colui che attraverso segni straordinari e miracoli mi indica sempre la giusta via. In Gesù ho trovato la risposta alla mia ricerca di libertà. Ha mantenuto contatti in Pakistan? Come vivono i cristiani nel suo paese d’origine? Sono stata in Pakistan alcuni mesi fa, ma non l’ha saputo nessuno della mia famiglia, altrimenti per me sarebbe stato troppo pericoloso. I cristiani in Pakistan vivono come schiavi. Molti di loro vengono portati in prigione e torturati, o addirittura vengono giustiziati senza motivo. Le giovani cristiane vengono stuprate se non si convertono all’islam. Tempo fa era venuta da me una di loro che era stata venduta a un latifondista. Mi ha chiesto aiuto. Purtroppo ho saputo qualche giorno fa che è stata sequestrata da alcuni musulmani e di lei non c’è più traccia da oltre venti giorni. Questa è la quotidianità dei cristiani in Pakistan. Nel 2001 suo padre ha emesso una condanna a morte nei suoi confronti, e da allora lei deve vivere nascosta. Ha paura? Guardo alla vita come il re David, che diceva: «In migliaia cadono alla mia sinistra, a decine di migliaia alla mia destra, ma io non sarò colpito». Io vivrò! Lei ha sperimentato – lo ha scritto lei stessa – la famiglia come una prigione. Ora ha una nuova famiglia? Che significato ha per lei la parola educazione? No, fino a questo momento non ho costruito una nuova famiglia, e non ho bambini. In ogni caso è fin d’ora mio desiderio, quando sarà il momento, insegnare ai miei figli che hanno un Padre in cielo che non li abbandona mai e che ha un grande progetto per la loro vita. Inoltre, so già che dovrò dedicare ai miei figli tutto il tempo necessario e che mai anteporrò ai miei bambini il lavoro, la carriera, gli hobby o gli amici. Lei un tempo era islamica: che rapporto ha oggi con l’islam e coi singoli musulmani? Naturalmente osservo con attenzione le diverse tendenze presenti all’interno di ciò che chiamiamo islam. Certo, di musulmani radicali ce ne sono in tutti i paesi, tuttavia, se penso a quello che ha detto Gesù, cioè che dobbiamo amare i nostri nemici e pregare per chi ci perseguita, allora so che in questo insegnamento trovo i migliori presupposti per pormi di fronte a quelle persone. Che cos’è l’islam per lei, oggi? L’islam per me è semplicemente la religione nella quale sono nata e cresciuta, ma oggi credo in Gesù Cristo! Cosa pensa della società multiculturale così com’è progettata e realizzata in Europa? Sostanzialmente concepisco l’idea del multiculturalismo come una bella cosa. Tuttavia, molti dei nostri politici spesso elaborano leggi che riguardano anche i musulmani senza avere mai avuto neppure un colloquio con loro, per esempio con le donne costrette al matrimonio combinato. Non hanno idea di che cosa significhi vivere tra due culture che non sono paragonabili tra loro. Se questi sono i presupposti, come potranno elaborare progetti d’integrazione? A proposito di politici, che cosa pensa di quelli che sono disposti a cedere su tutto pur di venire a patti con i musulmani? Sono quelli che temono per la loro vita e per la possibile perdita di consenso alle elezioni. Non si pongono il problema se il loro popolo va a rotoli. Hanno paura di essere etichettati come razzisti, ma non si rendono conto che qui non si tratta di razzismo, piuttosto di rispetto dei diritti umani. Il problema è che molti dei nostri politici non hanno alcuna fede e dunque mancano del presupposto per entrare in dialogo con i musulmani, i quali invece sanno bene ciò che Allah vuole da loro. Lei ha fondato un’associazione d’aiuto al riconoscimento della parità delle donne musulmane. Che cosa fa in concreto? Cerchiamo di aiutare le donne che in Germania, in Austria e in Pakistan sono costrette al matrimonio forzato o che sono minacciate di morte. Cerchiamo di mettere a loro disposizione case dove rifugiarsi e offriamo loro assistenza legale. Oltre agli aiuti diretti cerchiamo di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla sofferenza che spesso devono subire le donne musulmane. di Vito Punzi

Lo scienziato? Un missionario

scienza-e-fedeÈ solo il cristianesimo, fondato sul concetto di Dio creatore e sull’unicità del Figlio consustanziale al Padre, che permette di fare scienza. L’Occidente se ne ricordi. Intervista al fisico nucleare Peter Hodgson.

È passato dall’Italia per un giro di conferenze sulle origini della scienza moderna. Peter Hodgson ha insegnato per 40 anni Fisica e Matematica all’Università di Oxford, e per oltre 50 è stato impegnato nella ricerca sperimentale e teorica nel campo della Fisica nucleare.
Membro del Consiglio degli scienziati atomici dal 1952 al 1959, e direttore del periodico di quell’associazione dal 1953 al 1955, è autore di 15 libri e di oltre 300 articoli comparsi su riviste specializzate. Membro del corpo accademico del Corpus Christi College di Oxford e dell’Institute of Physics, è presidente del Segretariato per le questioni scientifiche di Pax Romana e consulente del Pontificio Consiglio per la Cultura.

«Sono cattolico – esordisce il professor Hodgson – e fisico nucleare. Naturale che m’interessi delle relazioni fra fede cattolica e ricerca scientifica».

Eppure, secondo molti, anche addetti ai lavori, le due sono inconciliabili..

Se si considerano queste due dimensioni del reale con approccio storico e prendendo in esame gli sviluppi della cultura umana, in realtà non si può fare altro se non concludere che la scienza moderna è stata resa possibile da ciò che la dottrina cristiana propone di credere a proposito del mondo materiale.
Per i cristiani il mondo è cosa buona giacché fatto da Dio: nella Genesi è scritto infatti che, dopo averlo creato, Dio guardò il mondo e vide che era cosa buona. I cristiani credono anche che il mondo sia razionale appunto perché fatto da un essere razionale. Creandola, Dio ha dato alla materia proprietà indagabili; è quindi compito dello scienziato cercare di comprendere le proprietà del mondo naturale. Su queste basi, la dottrina della Chiesa incoraggia, e sempre ha incoraggiato, la ricerca scientifica autentica. La visione cristiana della realtà non contraddice affatto l’approccio scientifico, ma lo incoraggia. Anzi ne è il motore.

Direbbe quindi che proprio il cristianesimo offre la concezione della materia adatta a sviluppare conoscenze di tipo autenticamente scientifico e questo a differenza di altre dottrine religiose?

Sì, certo. E proprio perché l’Incarnazione di Cristo – l’avvenimento centrale del cristianesimo, l’accadimento storico che differenzia il cristianesimo da qualsiasi altra religione – ha avuto un effetto decisivo sullo sviluppo della cultura, quindi ultimamente della scienza.
Molte antiche civiltà, infatti, possedevano una concezione ciclica del tempo, secondo la quale, dopo un certo numero di millenni, le cose si ripresentano perfettamente uguali a se stesse. Si tratta di un’idea in sé deprimente e debilitante, giacché porta a concludere che, in fin dei conti, dato che le cose saranno le stesse sempre e per sempre, perché mai ci si dovrebbe preoccupare di esse, investigandole ed esaminandole?
Il farsi uomo di Cristo è stato invece un evento unico che ha rotto con la prospettiva ciclica, sostituendola con una concezione lineare del tempo che scorre dall’alfa all’omega. Qui è contenuta, peraltro, tutta l’idea del progresso della conoscenza umana sulla natura. Per inciso, è solo la possibilità del progresso che genera una visione della storia intrisa di speranza. E tutto questo è assolutamente fondamentale per la nascita di una scienza propriamente detta.

I primi secoli del cristianesimo, poi, hanno visto svolgersi importantissimi dibattiti teologici tesi a dirimere dottrinalmente la natura della persona di Gesù Cristo. Fra questi fu fondamentale il Concilio di Nicea del 325, le cui decisioni sono state incorporate come verità di fede nel Credo, che dunque contiene numerosi articoli imprescindibili per lo sviluppo della scienza.
Anzitutto che Dio è il creatore di tutte le cose, visibili e invisibilii, e dunque che è Lui il responsabile dell’intero creato. Poi il concetto di Cristo come Figlio unigenito generato dal Padre, di cui condivide la medesima sostanza: ciò significa che solo Cristo è increato, laddove invece tutto il resto di ciò che esiste è stato creato e nulla sfugge. Vale a dire il contrario esatto del panteismo antico, secondo il quale non vi è distinzione sostanziale fra Creatore e creato. Un concetto, questo, paralizzante per la scienza.

In terzo luogo, il concetto che tutto ciò che esiste, ed è stato creato, lo è stato attraverso Cristo: per quem omnia facta sunt.
Significa che tutta la realtà è buona e che il mondo non è affatto il campo di battaglia dove si scontrano princìpi malvagi e princìpi positivi. La realtà è buona giacché fatta attraverso Cristo… L’uomo non ha allora di che temere da essa. Certo, la realtà può essere anche adoperata male, ma si tratta di un abuso esterno alla natura di essa, essenzialmente buona…
Si può ben comprendere, dunque,  come tutto ciò sia di vitale importanza per la nascita della scienza: che senso avrebbe, infatti, indagare una realtà che di suo è essenzialmente cattiva e nemica dell’uomo? Si diventa scienziati solo perché incuriositi dai meccanismi di una materia che si ritiene amica e quindi degna di essere indagata.

Concetti simili a quelli espressi dal fisico Stanley L. Jaki…

Debbo moltissimo alle sue preziose ricerche e alle sue importantissime pubblicazioni, una quarantina di volumi in tutto…
Per il sottoscritto fu di particolare significato la lettura di uno dei suoi primi lavori, The Relevance of Physics, del 1966. Fondamentali sono pure Science and Creation: From Eternal Cycles to an Oscillating Universe, del 1974, La strada della scienza e le vie verso Dio, del 1978 (trad. it. Jaca Book, Milano 1994) e Il salvatore della scienza, del 1988 (trad. it. Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1992).

Ma se il cristianesimo genera la cultura che permette la scienza, e la cultura occidentale deve tutto al cristianesimo, non è affatto azzardato dire che la scienza è peculiare alla cultura occidentale…

Esatto. Molte civiltà antiche hanno conosciuto quella che definirei una scienza primitiva, la conoscenza empirica di alcune proprietà della materia. Si tratta ovviamente di grandi risultati, ma è completamente diverso da ciò che chiamerei scienza moderna: la comprensione dettagliata delle proprietà della materia, espressa in formule matematiche. Non vi è alcunché che possa anche solo remotamente assomigliare a questo in contesti culturali non plasmati dal cristianesimo. La scienza è nata nell’Europa occidentale cristiana e oggi è diffusa in tutti i luoghi del mondo entrati in contatto con quella fonte originaria.

Scienza moderna, dice. Significa che di fatto, anche se nell’evo moderno la cultura (e parte di quella più legata al mondo scientifico) si è secolarizzata, al fondo l’approccio scientifico al reale porta il sigillo della cultura cristiana. Ovvero che sarebbe stata e sarebbe impossibile senza l’input culturale dato dal cristianesimo?

Certo. Nella scienza moderna vi è qualcosa di peculiarmente cristiano che rende la scienza possibile oggi anche se certi scienziati non lo riconoscono. Ai cristiani, peraltro, questo sembra normale perché figli della civiltà occidentale. Ma per quelle culture che ritengono l’universo un caos, la scienza è un concetto assurdo. Questo significa allora che, imparando la scienza, le culture non occidentali assorbono anche il criterio e  la mentalità che rende possibile appunto la scienza: il cristianesimo. Idem accade a quegli scienziati occidentali che non credono più al cristianesimo del quale però sono figlie le loro discipline.

Marco Respinti –  Il Domenicale

La teologia della liturgia (Joseph Ratzinger)

Con il consenso del cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, pubblichiamo il testo della conferenza che egli ha tenuto nel monastero di Fontogombault, nel luglio 2001. Il cardinale Ratzinger affronta argomenti di esegesi e di teologia, analizza l’eclissi nel sentire comune della nozione di sacrificio eucaristico e mostra che il concetto di sacrificio, se bene inteso, apre l’accesso alla comprensione globale del culto cristiano della liturgia e ci immette in quella realtà immensa che è nel cuore del messaggio della croce e della Risurrezione.

Il Concilio Vaticano II definisce la liturgia come “l’opera del Cristo sacerdote e del suo corpo che è la Chiesa” (Sacrosanctum Concilium, n. 7).
L’opera di Gesù Cristo è designata nello stesso testo come l’opera della redenzione che il Cristo ha compiuto in modo particolare attraverso il mistero pasquale della Sua passione, della Sua Resurrezione dai morti e della Sua gloriosa ascensione. “Con questo mistero, morendo, ha distrutto la nostra morte e, risorgendo, ha restaurato la vita” (Sacrosanctum Concilium, n. 5).

A prima vista, in queste due frasi la parola “opera del Cristo” sembra utilizzata in due distinti significati. L’opera del Cristo designa in primo luogo le azioni redentrici storiche di Gesù, la Sua morte e la Sua Resurrezione; d’altra parte si definisce “opera del Costo” la celebrazione della liturgia. In realtà, i due significati sono inseparabilmente legati:
la morte e la Resurrezione, il mistero pasquale non sono soltanto avvenimenti storici esteriori. Per la Resurrezione, questo appare molto chiaramente.

Raggiunge e penetra la storia, ma la trascende in un doppio senso; non è l’
azione di un uomo bensì una azione di Dio, e conduce in tal modo Gesù risuscitato oltre la storia, là dove siede alla destra del Padre. Neanche la croce è una semplice azione umana.

L’aspetto puramente umano è presente nelle persone che condussero Gesù alla croce. Per Gesù, la croce non è un’azione, ma una passione, e una passione che significa che Egli è un tutt’uno con la volontà divina, un’unione della quale l’episodio dell’Orto degli Ulivi ci fa vedere l’aspetto drammatico.

Così la dimensione passiva della Sua messa a morte si trasforma nella dimensione attiva dell’amore: la morte diventa abbandono di se stesso al Padre per gli uomini. In questo modo l’orizzonte si estende, qui come nella Resurrezione, ben al di là del puro aspetto umano e ben al di là del puro fatto di essere stato crocifisso e di essere morto.

Il linguaggio della fede ha chiamato mistero questa eccedenza riguardo al mero istante storico e ha condensato nel termine mistero pasquale il nocciolo più intimo dell’avvenimento redentore. Se possiamo dire da allora in poi che il mistero pasquale costituì il nocciolo dell’opera di Gesù, il rapporto con la liturgia è già patente; è precisamente questa opera di Gesù che è il vero contenuto della liturgia.

Tramite questa, con la fede e la preghiera della Chiesa, l’opera di Gesù raggiunge continuamente la storia per penetrarla.

Nella liturgia il puro istante storico è così trasceso di nuovo ed entra nell’azione divino-umana permanente della redenzione. In questa Cristo è il vero soggetto: e l’opera del Cristo, ma in essa Egli attira a sé la storia, precisamente in questa azione che è il luogo della nostra salvezza.

Il sacrificio rimosso in questione

Tornando al Vaticano II, vi troviamo la seguente descrizione di questi
rapporti: “La liturgia, mediante la quale, soprattutto nel divino sacrificio dell’Eucaristia, si attua l’opera della nostra redenzione, contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e l’autentica natura della vera Chiesa” (ìbid. n.
2).

Tutto ciò è diventato estraneo al pensiero moderno e nemmeno trent’anni dopo il concilio, persino tra i liturgisti cattolici, è oggetto di punti interrogativi. Oggi chi parla ancora del sacrificio divino dell’Eucaristia?

Certo le discussioni intorno alla nozione di sacrificio sono tornate ad essere sorprendentemente vive, sia da parte cattolica che protestante. Si avverte che in un’idea che ha sempre occupato, sotto molte forme, non soltanto la storia della Chiesa, ma la storia intera dell’umanità, vi deve esserci l’espressione di qualche cosa di essenziale che riguarda anche noi.
Ma nello stesso tempo restano ancora vive ovunque le vecchie posizioni dell’
illuminismo: accusa a priori di magia e di paganesimo, sistematiche opposizioni tra rito ed ethos, concezione di un cristianesimo che si libera dal culto ed entra nel mondo profano; teologi cattolici che non hanno per nulla voglia, per l’appunto, di vedersi tacciare di anti-modernità.

Anche se si ha in un modo o nell’altro il desiderio di ritrovare il concetto di sacrificio, ciò che alla fine resta è l’imbarazzo e la critica.

Così recentemente Stephan Orth, in un vasto panorama della bibliografia recente consacrata al terna del sacrificio, ha creduto di riassumere tutta la sua inchiesta con le constatazioni seguenti: oggi, persino molti cattolici ratificano il verdetto e le conclusioni di Martin Lutero, per il quale parlare di sacrificio è il più grande e spaventoso errore, è una maledetta empietà.

Per questo motivo vogliamo astenerci da tutto ciò che sa di sacrificio, compreso tutto il canone e considerare solo tutto ciò che è santo e puro.

Poi Orth aggiunge: dopo il Concilio Vaticano II questa massima fu seguita anche nella Chiesa cattolica, per lo meno come tendenza, e condusse a pensare anzitutto il culto divino a partire dalla festa della Pasqua, citata nel racconto della Cena. Facendo riferimento ad un’opera sul sacrificio edita da due liturgisti cattolici di avanguardia, dice in seguito, in termini un po’ più moderati, che appare chiaramente che la nozione di sacrificio della Messa, più ancora di quella del sacrificio della Croce, è nel migliore dei casi una nozione che si presta motto facilmente a malintesi.

Non è necessario che dica che io non faccio parte dei “numerosi” cattolici che considerano con Lutero come il più spaventoso errore e una maledetta empietà il fatto di parlare di sacrificio della Messa. Si comprende parimenti che il redattore abbia rinunciato a menzionare il mio libro sullo Spirito della liturgia che analizza nel dettaglio la nozione di sacrificio.

La sua diagnosi risulta costernante. È anche vera? Io non conosco questi numerosi cattolici che considerano come una maledetta empietà il fatto di comprendere l’Eucaristia come un sacrificio. La seconda diagnosi, più cauta, secondo la quale si considera la nozione di sacrificio della Messa come concetto altamente esposto a malintesi, si presta invece a facile verifica.
Ma, se si lascia da parte la prima affermazione del redattore, non trovandoci che una esagerazione retorica, resta un problema sconvolgente che occorre risolvere. Una parte non trascurabile di liturgisti cattolici sembra essere praticamente arrivata alla conclusione che occorre dare sostanzialmente ragione a Lutero contro Trento nel dibattito del XVI secolo; si può del pari ampiamente constatare la medesima posizione nelle discussioni post-conciliari sul sacerdozio.

Il grande storico del Concilio di Trento, Hubert Jedin, indicava questo fatto nel 1975, nella prefazione all’ultimo volume della sua Storia del Concilio di Trento: “il lettore attento… non sarà, leggendo ciò, meno costernato dell’autore, quando si renderà conto del numero di cose, a dire il vero quasi tutte, che, avendo una volta agitato gli uomini, sono di nuovo proposte oggi”.

Solo a partire da qui, dalla squalifica pratica di Trento, si può comprendere l’esasperazione che accompagna la lotta contro la possibilità di celebrare ancora, dopo la riforma liturgica, la Messa secondo il messale del 1962. Questa possibilità è la contraddizione più forte e quindi la meno tollerabile in rapporto all’opinione di colui che ritiene che la fede nell’
Eucaristia formulata a Trento abbia perso il suo valore. Sarebbe facile raccogliere prove a sostegno di questa situazione.

Faccio astrazione dalla teologia liturgica estrema di Harald Schutzeichel, che si stacca completamente dal dogma cattolico ed espone, per esempio, l’
affermazione avventurosa che soltanto nel Medioevo l’idea di presenza reale sarebbe stata inventata. Un liturgista di punta, come David N. Power, ci insegna che nel corso della storia non solo la maniera con la quale una verità viene espressa, ma lo stesso contenuto di ciò che vi è espresso può perdere il suo significato. Mette concretamente questa teoria in rapporto con gli enunciati di Trento

Th. Schnitker ci dice che una liturgia rinnovata include egualmente una espressione differente della fede e dei cambiamenti teologici. Del resto, secondo lui ci sarebbero teologi, per lo meno nel cerchio della Chiesa romana e della sua liturgia, che non avrebbero ancora colto la portata di queste trasformazioni promosse dalla riforma liturgica nel campo della dottrina della fede. L’opera senza dubbio seria di R. Messner sulla riforma della Messa in Martin Lutero e l’Eucaristia della Chiesa antica, che contiene molte interessanti riflessioni, giunge tuttavia alla conclusione che Lutero comprese la Chiesa antica meglio di Trento. La gravità di queste teorie consiste nel fatto che frequentemente passano subito nella pratica.
La tesi secondo la quale è la comunità in quanto tale il soggetto della liturgia passa per una autorizzazione a manipolare la liturgia secondo la comprensione di ciascuno. Pretese nuove scoperte e le forme che ne conseguono si diffondono con una stupefacente rapidità e con una obbedienza riguardo a tali mode che da tempo non esiste più riguardo alle norme dell’
autorità ecclesiastica. Delle teorie nel campo della liturgia si trasformano oggi molto rapidamente in pratica e la pratica, a sua volta, crea o distrugge comportamenti e forme di comprensione

La problematica del resto si è nel frattempo aggravata per il motivo che il movimento più recente dell’illuminismo supera di gran lunga Lutero.

Mentre Lutero prendeva ancora alla lettera i racconti della Istituzione e li poneva come norma normans, come fondamento dei suoi tentativi di riforma, le ipotesi della critica storica stanno da tempo provocando un’ampia erosione dei testi.

I racconti della Cena appaiono come un prodotto della costruzione liturgica della comunità; dietro ad essi si cerca un Gesù storico che “naturalmente”
non poteva aver pensato al dono del Suo corpo e del Suo sangue, né aver compreso la Sua croce come sacrificio di espiazione; bisognerebbe piuttosto pensare a un pasto d’addio contenente una prospettiva escatologica. Non solo l’autorità del Magistero ecclesiale è declassata agli occhi di molti, ma anche la Scrittura, al posto della quale entrano delle ipotesi pseudo-storiche mutevoli, che in fondo daranno spazio a qual si voglia arbitrio ed espongono la liturgia alla mercé della moda. Laddove sulla base ditali idee si manipola sempre più liberamente la liturgia, i credenti sentono che in realtà nulla vi è celebrato ed è comprensibile che abbandonino la liturgia e con questa la Chiesa.

I principi della ricerca teologica

Torniamo dunque alla questione fondamentale: è giusto qualificare l’
Eucaristia di sacrificio divino, oppure è una maledetta empietà?

In questo dibattito occorre per prima cosa stabilire i principali presupposti che determinano in ogni caso la lettura della Scrittura e conseguentemente le conclusioni che se ne traggono.

Per il cristiano cattolico qui si impongono due linee ermeneutiche essenziali di orientamento.

La prima: noi diamo fiducia alla Scrittura e ci basiamo sulla Scrittura, non su ricostruzioni ipotetiche che si collocano al di qua di essa e ricostruiscono a modo loro una storia nella quale svolge un ruolo fondamentale la domanda presuntuosa di sapere ciò che si può o ciò che non si può attribuire a Gesù; il che significa “naturalmente” solo ciò che un erudito moderno vuole attribuire a un uomo di un tempo che lui stesso ha ricostruito.

La seconda è che noi leggiamo la scrittura nella comunità vivente della Chiesa e dunque sulla base di decisioni fondamentali, grazie alle quali è divenuta storicamente efficace e ha precedentemente gettato le basi della Chiesa. Non bisogna separare il testo da questo contesto vivente. In questo senso la Scrittura e la Tradizione formano un tutto inseparabile e questo è il punto che Lutero, all’alba del risveglio dalla coscienza storica, non è riuscito a vedere. Egli credeva alla univocità della lettera, univocità che non esiste e alla quale ha da lungo tempo rinunciato la storiografia moderna.

Che nella Chiesa nascente, l’Eucarestia sia stata sin dall’inizio compresa come sacrificio, persino in un testo come la Didachè, difficile e piuttosto marginale in rapporto alla grande tradizione, è un elemento di interpretazione di prim’ordine.

Ma c’è ancora un oltre aspetto ermeneutico fondamentale nella lettura e nella interpretazione della testimonianza biblica.

Il fatto che io possa o no riconoscere un sacrificio nell’Eucaristia, così come il Signore l’ha istituita, si collega essenzialmente alla questione di sapere ciò che io intendo per sacrificio, dunque a ciò che si chiama pre-comprensione. La pre-comprensione di Lutero, per esempio, in particolare la sua concezione dell’avvenimento e della presenza storica della Chiesa, era tale che la categoria di sacrificio, così come egli la vedeva, non poteva nella sua applicazione all’Eucaristia della Chiesa apparire che come un’empietà.

I dibattiti ai quali si riferisce Stephan Orth mostrano quanto confusa e ingarbugliata è la nozione di sacrificio in quasi tutti gli autori e mettono in condizione di vedere tutto il lavoro da farsi sull’argomento.

Per il teologo credente risulta evidente che è la stessa Scrittura che deve fargli da guida verso la definizione essenziale di sacrificio e ciò a partire da una lettura “canonica” della Bibbia nella quale la Scrittura è letta nella sua unità e nel suo movimento dinamico, le cui diverse tappe ricevono il loro significato ultimo da Cristo, al quale questo movimento nella sua interezza conduce. In questa stessa misura, l’ermeneutica qui presupposta è una ermeneutica della fede, fondata sulla sua logica interna.
Non dovrebbe essere, in fondo, una evidenza? Poiché senza la fede, la stessa Scrittura non è la Scrittura, ma un insieme piuttosto disparato di brani letterari, il che non potrebbe rivendicare oggi alcun significato normativo.

Il sacrificio e la Pasqua

Il compito al quale si fa qui allusione supera di molto, beninteso, i limiti di una conferenza; mi sia allora permesso di rimandare al mio libro su Lo spirito della liturgia, nel quale ho cercato di tracciare le grandi linee di questa questione. Ciò che se no deduce è che, nel suo percorso attraverso la storia delle religioni e la storia biblica, la nozione di sacrificio assume delle connotazioni che vanno ben oltre la problematica che noi leghiamo abitualmente alla nozione di sacrificio. Di fatto, apre l’accesso alla comprensione globale del culto e della liturgia: sono queste grandi prospettive che vorrei tentare di indicare qui. In questo modo devo necessariamente rinunciare a questioni speciali d’esegesi, in particolare al problema fondamentale dell’interpretazione dei racconti dell’istituzione, riguardo alla quale, oltre al mio libro sulla liturgia, ho cercato di fornire alcuni elementi nel mio contributo su Eucaristia e Missione.

C’è tuttavia una indicazione che non posso impedirmi di dare, Nella menzionata rassegna bibliografica Stephan Orth dice che il fatto di avere evitato, dopo il Vaticano II, la nozione di sacrificio, ha condotto a “pensare il culto divino soprattutto a partire dal rito della Pasqua, rapportata nei racconti della Cena”.

Questa formulazione appare a prima vista ambigua: si pensa il culto divino a partire dalla Cena, oppure dalla festa di Pasqua che vengono indicate come quadro temporale, ma non vengono descritte ulteriormente? Sarebbe giusto dire che la Pasqua ebraica, la cui istituzione è riportata in Es 12, acquista nel Nuovo Testamento un nuovo senso. Proprio in essa si manifesta un grande movimento storico che va dalle origini fino alla Cena, alla Croce e alla Resurrezione di Gesù. Ma ciò che stupisce, soprattutto nella formulazione di Orth, è l’opposizione costruita tra l’idea di sacrificio e la Pasqua.

I dati veterotestamentari giudaici privano tutto ciò di senso, poiché dalla legislazione deutoronomistica l’uccisione degli agnelli è legata al tempio; ma persino nel periodo primitivo, in cui la Pasqua era ancora una festa familiare, l’uccisione degli agnelli aveva già un carattere sacrificale.

Così, per l’appunto attraverso la tradizione della Pasqua, l’idea di sacrificio arriva fino alle parole e ai gesti della Cena, dove è presente, del resto, sulla base di un secondo passaggio veterotestamentario, Es 24, che riporta la conclusione dell’Alleanza del Sinai. Là è riferito che il popolo fu asperso col sangue delle vittime condotte in precedenza e che Mosè disse in quella occasione: “Questo è il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole” (Es 24,8).

La nuova Pasqua cristiana è così espressamente interpretata nei racconti della Cena come un avvenimento sacrificate e, sulla base delle parole della Cena, la Chiesa nascente sapeva che la croce era un sacrifico, poiché la Cena sarebbe stata un gesto vuoto senza la realtà della croce e della Resurrezione, che vi è anticipata e resa accessibile per tutti i tempi nel suo contenuto interno.

Menziono questa strana opposizione tra la Pasqua e il sacrificio, perché rappresenta il principio architettonico di un libro recentemente pubblicato dalla Fraternità San Pio X, che pretende esista una rottura dogmatica tra la nuova liturgia di Paolo VI e la precedente tradizione liturgica cattolica Questa rottura è vista precisamente nel fatto che tutto ormai si interpreta a partire “mistero pasquale” al posto del sacrificio redentore d’espiazione del Cristo; la categoria del mistero pasquale sarebbe l’anima della riforma liturgica ed e proprio questo che care la prova della rottura verso la dottrina classica della Chiesa. È chiaro che vi sono autori che prestano il fianco a un simile malinteso. Ma che si tratti di un malinteso è assolutamente evidente per chi osserva il fatto da vicino. In realtà, il termine di mistero pasquale rinvia chiaramente agli avvenimenti che hanno avuto luogo nei giorni che vanno dal Giovedì Santo al mattino di Pasqua: la Cena come anticipazione della Croce, il dramma del Golgota e la Resurrezione del Signore. Nel termine di mistero pasquale, questi episodi sono visti sinteticamente come un unico avvenimento, unitario, come “l’opera del Cristo”, così come l’abbiamo inizialmente sentito dire dal Concilio, come una realtà che è storicamente avvenuta e allo stesso tempo trascende questo preciso istante. Poiché questo avvenimento è, interiormente, un culto reso a Dio, ha potuto diventare un culto divino e in questo modo essere presente in ogni istante. La teologia pasquale del Nuovo Testamento, alla quale abbiamo dato un rapido sguardo, dà precisamente a intendere questo: l’episodio apparentemente profano della crocifissione del Cristo è un sacrificio d’
espiazione, un atto salvatore dell’amore riconciliatore del Dio fatto uomo.
La teologia della Pasqua è una teologia della redenzione, una liturgia di un sacrificio espiatorio. Il pastore è diventato agnello. La visione dell’
agnello, che appare nella storia di Isacco, dell’agnello che rimane impigliato negli sterpi e riscatta il figlio, è diventata una realtà: il Signore si fa agnello, si lascia legare e sacrificare, per liberarci.

Tutto ciò è divenuto estremamente estraneo al pensiero contemporaneo.
Riparazione, “espiazione”, può forse evocare qualche cosa nel quadro dei conflitti umani e nella liquidazione della colpabilità che regna tra gli esseri umani, ma la sua trasposizione al rapporto tra Dio e l’uomo non può sortire buon esito. Ciò si collega sicuramente al fatto che la nostra immagine di Dio è impallidita, si è avvicinata al deismo.

Non ci si può più immaginare che l’errore umano possa ferire Dio e ancor meno che debba avere bisogno di una espiazione, simile a quella che costituisce la croce del Cristo. Stessa cosa per la sostituzione vicaria:
non possiamo affatto rappresentarci qualche cosa a questo riguardo. La nostra immagine dell’uomo è diventata troppo individualista per questo.

Così la crisi della liturgia ha per base delle concezioni centrali sull’
uomo. Per superarla, non è sufficiente banalizzare la liturgia e trasformarla in una semplice riunione o in un pasto fraterno, Ma come uscire da questi disorientamenti? Come ritrovare il senso di questa realtà immensa che è nel cuore del messaggio della Croce e della Resurrezione? In ultima istanza, certamente non attraverso delle teorie e delle riflessioni erudite, ma solo per mezzo della conversione, per mezzo di un radicale cambiamento di vita, al quale possono certamente aprire la strada taluni elementi di discernimento, e vorrei proporre delle indicazioni in questo senso e ciò in tre tappe.

L’amore, cuore del sacrificio

La prima tappa deve essere una questione preliminare alla comprensione essenziale del termine sacrificio.

Si considera comunemente il sacrificio come la distruzione di una realtà preziosa agli occhi dell’uomo; distruggendola, egli vuole consacrare questa realtà a Dio, riconoscere la sua sovranità. Tuttavia, una distruzione non onora Dio. Ecatombi di animali o di qualsiasi cosa non possono onorare Dio.
“Se avessi fame, a te non lo direi, mio è il mondo e quanto contiene.
Mangerò forse la carne dei tori, berrò forse il sangue dei capri? Offri a Dio un sacrificio di lode e sciogli nell’Altissimo i tuoi voti” – dice Dio a Israele nel salmo 50 (49), 12-14.

In che cosa consiste allora il sacrificio? Non nella distruzione, ma nella trasformazione dell’uomo. Nel fatto che diventa lui stesso conforme a Dio, e diventa conforme a Dio quando diventa amore. “È per questo che il vero sacrificio è qualsiasi opera che ci permette di unirci a Dio in una santa comunità”, dice a proposito Agostino. A partire da questa chiave neotestamentaria, Agostino interpreta i sacrifici veterotestamentari come simboli che significano questo sacrificio propriamente detto, ed per questo, dice, che il culto doveva essere trasformato, il segno doveva scomparire in favore della realtà: “Tutte le prescrizioni divine della Scrittura concernenti i sacrifici del tabernacolo o del tempio, sono delle figure che si riferiscono all’amore di Dio e del prossimo” (La Città di Dio, X, 5).

Ma Agostino sa anche che l’amore diventa vero solo quando conduce l’uomo a Dio e così lo indirizza verso il suo vero fine; solo qui si può verificare l ‘unità degli uomini tra loro. Così il concetto di sacrificio rinvia alla comunità e la prima definizione tentata da Agostino si trova, a partire da questo momento, ampliata dal seguente enunciato: “Tutta la comunità umana riscattata, cioè l’unione e la comunità dei santi è offerta a Dio in sacrificio dal Gran Sacerdote che si è offerto lui stesso” (ibid. X, 6). E più semplicemente ancora: “Tale è il sacrificio dei cristiani: la moltitudine, un solo corpo nel Cristo” (ibid. X, 6).

Il “sacrificio” consiste dunque -diciamolo ancora una volta – nella conformazione dell’uomo a Dio nella sua theiosis, direbbero i Padri.
Consiste, per esprimersi in termini moderni, nell’abolizione delle differenze, nell’unione tra Dio e l’uomo, tra Dio e la creazione: “Dio tutto in tutti” (1 Cor 15, 28). Ma come ha luogo questo processo che fa sì che diventiamo amore e un solo corpo con il Cristo, che noi diventiamo una sola cosa con Dio, come avviene questa abolizione della differenza? Prima di tutto esiste a questo proposito una netta frontiera tra le religioni fondate sulla fede di Abramo da una parte e dall’altra parte le altre forme di religione come le troviamo in particolare in Asia, ma anche – probabilmente sulla base di tradizioni asiatiche – nel neo-platonismo di impronta plotiniana. Là l’unione significa liberazione dalla finitezza che si svela infine come apparenza, abolizione dell’io nell’oceano del tutto che, di fronte al nostro mondo di apparenze, e il nulla, tuttavia in verità è il solo vero essere. Nella fede cristiana, che dà compimento alla fede dl Abramo, l’unità è vista in modo completamente diverso: è l’unità dell’amore, nella quale le differenze non sono abolite, ma si trasformano nell’unità superiore degli amanti, quale si trova, come in archetipo, nell’unità trinitaria di Dio. Mentre, per esempio, presso Plotino, il finito è decadenza in rapporto all’unità ed è per così dire il livello del peccato e in quanto tale e al tempo stesso il livello di ogni male, la fede cristiana non vede il finito come una negazione, ma come una creazione, come il frutto di un volere divino, che crea un partner libero, una creatura che non deve essere abolita, ma deve essere compiuta e inserirsi nell’atto libero dell’
amore. La differenza non è abolita, ma diventa la modalità di una superiore unità. Questa filosofia della libertà, che è alla base della fede cristiana e la differenzia dalle religioni asiatiche, include la possibilità della negazione. Il male non è una semplice decadenza dell’essere, ma la conseguenza di una libertà male utilizzata. Il cammino dell’unità, il cammino dell’amore, è perciò un cammino di conversione, un cammino di purificazione, prende la figura della croce, passa attraverso il mistero pasquale, attraverso la morte e la Resurrezione. Ha bisogno di un Mediatore che nella Sua morte e nella Sua Resurrezione diventa per noi la via, ci attira tutti a lui (Gv 12, 32) e ci esaudisce.

Gettiamo un colpo d’occhio addietro. Nella sua definizione: sacrificio eguale amore, Agostino si appoggia con ragione sul termine presente sotto diverse varianti nell’Antico e nel Nuovo Testamento che egli cita secondo
Osea: “Voglio l’amore e non il sacrificio” (6, 6; 5. Agostino, La città di Dio, X, 5). Ma questa affermazione non mette semplicemente una opposizione tra ethos e culto – in questo caso il cristianesimo si ridurrebbe a un moralismo -, rinvia a un processo che è più che la morale, a un processo di cui Dio prende l’iniziativa. Lui solo può avviare nell’uomo il cammino verso l’amore. È solo l’amore con cui Dio ama che fa crescere l’amore verso di Lui. Questo fatto di essere amato avvia un processo di purificazione e di trasformazione, nel quale noi non siamo solo aperti a Dio, ma uniti gli uni agli altri. L’iniziativa di Dio ha un nome: Gesù Cristo – il Dio che si è fatto Lui stesso uomo e si dona a noi. Ecco perché Agostino può sintetizzare tutto questo dicendo “Tale è il sacrificio dei cristiani: la moltitudine è un solo corpo nel Cristo. La Chiesa celebra questo mistero con il sacrificio dell’altare, ben conosciuto dai credenti, perché in questo le è mostrato che nelle cose che essa offre, essa stessa è offerta” (ibid. X, 6). Chi ha compreso questo non sarà del parere che parlare del sacrificio della Messa è perlomeno altamente ambiguo e anche uno spaventoso errore. Al contrario: se non ritroviamo questa verità, perdiamo di vista la grandezza di ciò che Dio ci dona nell’Eucaristia.

Il nuovo tempio

Vorrei ora richiamare ancora, in modo molto breve, altre due linee di avvicinamento all’aspetto centrale della questione.

A mio avviso, una indicazione importante è data nella scena della purificazione del tempio, in particolare nella forma trasmessa da Giovanni.
In realtà Giovanni riferisce una parola di Gesù che nei Sinottici è presente soltanto durante il processo a Gesù sulle labbra di falsi testimoni e in modo deformato. La reazione di Gesù riguardo ai mercanti e ai cambiavalute del tempio era nella pratica un attacco contro le immolazioni di animali che vi erano presentati, dunque un attacco contro la forma esistente del culto del sacrificio in generale. È questo il motivo per cui le competenti autorità ebraiche gli domandano, con pieno diritto, con quale segno Egli giustifichi una tale azione che equivaleva a un attacco contro la legge di Mosè e le sacre prescrizioni dell’Alleanza. In proposito Gesù risponde:
“Distruggete (dissolvete) questo tempio e in tre giorni lo faro risorgere”
(Gv 2,19).

Questa sottile formula evoca una visione di cui Giovanni stesso dice che i discepoli non la compresero, se non dopo la Resurrezione, ricordandosi gli eventi, e che ricondusse a credere alle Scritture e alla Parola detta da Gesù (Gv 2, 22). Ora infatti comprendono che al momento della crocifissione di Gesù il tempio è stato abolito: secondo Giovanni, Gesù fu crocifisso esattamente nel momento in cui gli agnelli pasquali venivano immolati nel santuario.

Nel momento in cui il Figlio si consegna in persona come agnello, vale a dire si dona liberamente al Padre e così (pure) a noi, giungono alla fine le antiche prescrizioni del culto, che non potevano essere altro che un segno delle realtà autentiche. Il tempio è distrutto. E ormai il Suo corpo risuscitato – Lui stesso – diventa il vero tempio dell’umanità, nel quale si svolge l’adorazione in Spirito e verità (Gv 4, 23). Ma Spirito e verità non sono concetti filosofici astratti – Lui stesso è la verità, e lo Spirito è lo Spirito Santo che da Lui procede.

In tal modo, anche qui appare con chiarezza che il culto non è sostituito dalla morale, ma che il culto antico giunge alla fine, con le sue sostituzioni e i suoi malintesi, spesso tragici, perché la realtà stessa, il nuovo tempio, si manifesta: il Cristo risuscitato che ci attiva, ci trasforma e ci unisce a Lui. Ed è di nuovo chiaro che l’Eucaristia della Chiesa – per parlare con Agostino – è sacramentum del vero sacrificium – segno sacro nel quale si produce ciò che è significato.

Il sacrificio spirituale

Infine vorrei segnalare molto brevemente una terza via secondo la quale è progressivamente diventato più chiaro il passaggio dal culto di sostituzione, quello della immolazione di animali, al vero sacrificio – alla comunione, alla offerta del Cristo.

Presso i profeti pre-esilici c’era stata contro il culto del tempio una critica estremamente dura, che Stefano, con stupito terrore dei dottori e dei sacerdoti del tempio, riprese nel suo grande discorso. segnatamente questo versetto di Amos: “Mi avete forse offerto vittime e sacrifici per quarant’anni ne! deserto, o casa di Israele? Avete preso con voi la tenda di Moloc e la stella del dio Refan, simulacri che vi siete fabbricati per adorarli” (5,25, At 7,42). La critica dei profeti fu il presupposto interno che per mise ad Israele di attraversare la prova della distruzione del tempio, dell’epoca senza culto. Allora ci si trovò nella necessità di mettere in luce in modo più profondo e nuovo che cosa è il culto, l’
espiazione, il sacrificio. Al tempo della dittatura ellenistica, in cui Israele fu di nuovo senza tempio e senza sacrificio, il libro di Daniele ci ha trasmesso questa preghiera: “Ora, Signore, noi siamo diventati più piccoli dl qualunque altra nazione.., ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovare misericordia. Potessimo essere accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocausti dl montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli. Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a Te e ti sia gradito, perché non c’è delusione per coloro che confidano in te. Ora ti seguiamo con tutto i! cuore, ti temiamo e cerchiamo il Tuo volto” (Dn, 37-41). Così lentamente maturò la scoperta che la preghiera, la parola, l’uomo che prega e diviene lui stesso parola è il vero sacrificio. A questo proposito la lotta di Israele poté entrare in fecondo contatto con la ricerca del mondo ellenistico: anche esso cercava il ripiego per uscire dal culto di sostituzione delle immolazioni di animali, per arrivare a un culto propriamente detto, alla vera adorazione. In questa prospettiva è maturata l’idea della loghikè tysia – del sacrificio consistente nella parola che noi incontriamo nel Nuovo Testamento in Romani 12,1, dove l’apostolo esorta i credenti ad offrire se stessi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio.

Questo è indicato come loghikè latreia, come servizio divino secondo la parola, ragionevole. Sotto un’altra forma, troviamo la stessa affermazione in Eb 13, 15: “Per mezzo di Lui – il Cristo – offriamo a Dio continuamente un sacrificio di fede, cioè il frutto di labbra che confessano il Suo nome”.

Numerosi esempi, provenienti dai Padri della Chiesa, mostrano come queste idee furono sviluppate e divennero il punto di congiunzione tra la cristologia, la fede eucaristica e la traduzione pratico-esistenziale del mistero pasquale.

Vorrei solo citare, a titolo di esempio, alcune frasi di Pietro Crisologo, di cui si dovrebbe in verità leggere l’intero Sermone in questione per poter seguire questa sintesi da capo a fondo: “Singolare sacrificio, dove il corpo si offre senza il corpo, il sangue senza il sangue! Vi scongiuro, dice l’
Apostolo, per la misericordia di Dio, di offrire i vostri corpi come sacrificio vivente. Fratelli questo sacrificio prende ispirazione dall’
esempio di Cristo che immolò il Suo corpo, perché gli uomini abbiano la vita. Diventa, uomo, diventa il sacrificio di Dio e il suo sacerdote. Dio cerca la fede, non la morte. Ha sete della tua promessa, non del tuo sangue.
Il fervore lo placa, non l’uccisione”.

Anche qui si tratta di tutt’altra cosa che di un puro moralismo, tanto l’
uomo vi è impegnato nel suo essere totale: sacrificio consistente nella parola. I pensatori greci avevano già messo questo aspetto in relazione al logos, alla parola stessa, indicando che il sacrificio della preghiera non deve essere un puro discorso, bensì la trasformazione del nostro essere ne logos, l’unione con Lui.

Il culto divino implica che noi stessi diventiamo degli esseri della Parola, che ci conformiamo alla Ragione creatrice. Ma è nuovamente chiaro che non possiamo ottenere tutto questo da noi stessi e così tutto sembra di nuovo finire nel nulla, fino al giorno in cui viene il Logos, il vero, il Figlio, fino al giorno in cui sì fa carne e ci attira a se stesso nell’esodo della croce.

Questo vero sacrificio, che ci trasforma tutti in sacrificio, vale a dire ci unisce a Dio, fa di noi degli esseri conformi a Dio, è certamente fissato e fondato in un avvenimento storico, ma non si trova come una cosa del passato dietro di noi; anzi diventa contemporaneo e accessibile a noi nella comunità della Chiesa, che crede e prega, nel suo sacramento: ecco che cosa significa il sacrificio della Messa. L’errore di Lutero si fondava – ne sono convinto – su un falso concetto di storicità, in una errata comprensione dell’unicità (ephapax). Il sacrificio di Cristo non si trova dietro di noi come una cosa del passato. Raggiunge tutti i tempi ed è presente in noi.

L’Eucaristia non è semplicemente la distribuzione di ciò che viene dal passato, ma più a fondo è la presenza dei mistero pasquale del Cristo che trascende ed unisce i tempi. se Il Canone romano cita Abele, Abramo, Melchisedec, annoverandoli tra coloro che celebrano l’Eucaristia, lo fa nella convinzione che anche in essi, i grandi offerenti, il Cristo attraversava i tempi, oppure meglio che nella loro ricerca essi camminavano incontro al Cristo.

La teologia dei Padri, così come la troviamo nel Canone, non nega l’
insufficienza dei sacrifici precristiani; però il Canone include, con le figure di Abele e Melchisedec, gli stessi “santi pagani” nel mistero di Cristo.

La conclusione è precisamente che tutto ciò che precedeva è visto nella sua insufficienza come ombra, ma pure die il Cristo attira tutta a sé, che vi è anche nel mondo pagano una preparazione al Vangelo, che anche elementi imperfetti possono condurre al Cristo, qualunque siano le purificazioni di cui hanno bisogno.

Il Cristo soggetto della liturgia

Vengo alla conclusione. Teologia della liturgia – questo significa che Dio agisce per mezzo del Cristo nella liturgia e che noi non possiamo agire che per mezzo Suo e con Lui. Da noi stessi non possiamo costruire la nostra via verso Dio. Questa via non è percorribile, eccetto il caso che Dio stesso si faccia la via. E una volta per sempre: le vie dell’uomo che non pervengono accanto a Dio sono delle non-vie.

Teologia della liturgia significa inoltre che nella liturgia il Logos stesso ci parla e non solo parla: viene con il Suo corpo, la Sua anima, la Sua carne, il Suo sangue, la Sua divinità, la Sua umanità per unirci a Lui, per fare di noi “un solo corpo”. Nella liturgia cristiana tutta la storia della salvezza, anzi tutta la storia della ricerca umana di Dio, è presente, viene assunta e portata al suo compimento. La liturgia cristiana è una liturgia cosmica -abbraccia la creazione intera che attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio (Rm 8, 19).

Trento non si ingannò, si appoggiò sul solido fondamento della Tradizione della Chiesa. Rimane un criterio affidabile. Ma noi possiamo e dobbiamo comprenderlo in un modo più profondo, attingendo alle ricchezze della testimonianza biblica e della fede della Chiesa di tutti i tempi.

Vi sono autentici segni di speranza die questa comprensione rinnovata e approfondita di Trento possa, in particolare tramite la mediazione delle Chiese di Oriente, essere resa accessibile ai cristiani protestanti.

Una cosa dovrebbe essere chiara. La liturgia non deve essere il terreno di sperimentazione per ipotesi teologiche. In questi ultimi decenni, congetture di esperti sono entrate troppo rapidamente nella pratica liturgica. spesso anche passando a lato dell’autorità ecclesiastica, tramite il canale di commissioni che seppero divulgare a livello internazionale il loro consenso del momento e nella pratica seppero trasformarlo in legge liturgica. La liturgia trae la sua grandezza da ciò che essa è e non da ciò che noi ne facciamo.

La nostra partecipazione è certamente necessaria, ma come un mezzo per inserirci umilmente nello spirito della liturgia a per servire Colui che è il vero soggetto della liturgia: Gesù Cristo.

La liturgia non è l’espressione della coscienza di una comunità, che del resto è varia e cangiante. Essa è la Rivelazione accolta nella fede e nella preghiera e di conseguenza la sua norma è la fede della Chiesa, nella quale la Rivelazione è accolta. Le forme che si danno alla liturgia possono variare in relazione ai luoghi e ai tempi, così come i riti sono diversi.
Essenziale è il legame con la Chiesa che, a sua volta, è vincolata dalla fede nel Signore. L’obbedienza della fede garantisce l’unità della liturgia, oltre la frontiera dei luoghi e dei tempi e così ci lascia sperimentare l’
unità della Chiesa, della Chiesa come patria del cuore.

Infine, l’essenza della liturgia è riassunta nella preghiera trasmessa da S.
Paolo (1 Cor 16, 22) e dalla Didaché (10, 6) Maranà tha – il Signore viene – vieni o Signore!

Nella liturgia si compie già ora la parusia, ma questo avviene protendendoci verso il Signore che viene e precisamente insegnandoci ad invocare “Vieni Signore Gesù”. Ed essa ci fa sempre percepire ancora oggi la sua risposta e ce ne fa provare la verità: sì, vengo presto (Ap 22, 1 7-20).

(c) Il Timone

Cristiani in Turchia, una vita difficile

An Orthodox woman prays during Christmas mass in Aya Yorgi (St. George) church at Fener Greek Orthodox Patriarchate in Istanbul December 25, 2009. REUTERS/Osman Orsal (TURKEY - Tags: RELIGION)

Benedetta, 30 anni: «Mi sono convertita e non ho nessun rimpianto della mia religione precedente, ma ho dovuto rompere i rapporti con tutti i miei parenti che ora non mi parlano più»
Non c’è pena di morte per chi lascia l’islam, ma chi non è musulmano vive emarginato .
Essere cristiani in Turchia: una sfida non facile. Il grande paese asiatico, che spera di entrare nella Ue, è formalmente uno stato la cui laicità è garantita dalla costituzione voluta dal fondatore dello stato turco moderno, Kemal Ataturk. Ma l’identità turca si identifica sempre più con la religione islamica, tanto da spingere il nuovo capo di stato maggiore delle forze armate, che in Turchia occupano un posto di preminenza all’interno della società e della politica, a lanciare un grido d’allarme contro il nascente fondamentalismo prendendosela anche con il primo ministro ora in carica. Per i cristiani, quindi, la vita non è sempre facile. Lo ha sottolineato anche il vicario apostolico per l’Anatolia, monsignor Luigi Padovese. «La presenza di gruppi nazionalisti – ha detto il rappresentante della Santa Sede – ed il crescente fenomeno d’islamizzazione prodotta da una situazione economica che è andata degenerando, ha fatto maturare un atteggiamento di chiusura sia nei confronti del cristianesimo che nei confronti dell’Europa».

Un quadro non facile a cui non si rassegna il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I. «Dobbiamo dialogare – ha detto – con la buona volontà con la preghiera, con la sincerità e con il coraggio dei cristiani». «Tutti noi – aggiunge il religioso – dobbiamo rispettare le credenze religiose dell’altro, dobbiamo collaborare, ricordare che su questo pianeta c’è posto per tutti e non coltivare alcuna inimicizia».

«Asserragliato» nel convento di Trabzon (Trebisonda), il romeno Nico, un uomo sulla quarantina timido e gentile, assomiglia un po’ al tenente Drogo del Deserto dei Tartari. Sta di guardia nella sua Fortezza Bastiani, il convento dei cappuccini della città sul mar Nero, e attende che qualcuno arrivi: un visitatore, un turista. L’invasore purtroppo si è già manifestato e ha ucciso don Andrea Santoro a colpi di pistola il 5 febbraio scorso. Ora Nico vive in questa enorme struttura color salmone che sorge in uno dei vicoli che scendono dal centro della città verso il Mar Nero.

La comunità cattolica di Trabzon è davvero esigua. Una quindicina di anime su cui ora veglia un sacerdote polacco. Le conversioni sono poche in questa città ostile che molti turchi definiscono di estrema destra. Duecentomila abitanti, molte moschee, una chiesa, una piccola comunità cattolica, una comunità ortodossa sparsa per la città, una massiccia emigrazione femminile dall’Est dell’Europa, preda spesso della prostituzione e dello sfruttamento.

Trabzon è una città dove vi sono molti “lupi grigi” ultranazionalisti e in cui pullula una galassia di minuscoli gruppi, in cui il nazionalismo etnico estremista si combina con il fondamentalismo religioso. Nico nega di avere paura. «Ho un rapporto molto buono con i musulmani. Non ho mai avuto problemi con loro», racconta. Ma poi dice anche che qualche settimana prima un gruppo di fanatici, vestiti di scuro, è passato cantando cori religiosi sotto il convento e ha lanciato delle pietre contro le finestre gridando «Allah è grande». «Questa – continua Nico – è una città tollerante verso gli stranieri, ma diventa terribile se qualcuno si converte».

Eppure al visitatore Trabzon si mostra come una città moderna e vivace. Nelle vie c’è un gran via vai di persone, le donne girano quasi tutte a capo scoperto, le ragazze vestono all’occidentale. Le vetrine traboccano di merce. Nella piazza principale c’è perfino un pub che serve birra a fiumi a una clientela di giovani che non si fa certo scrupolo di bere alcol. Tuttavia sotto questa facciata moderna si nasconde il germe dell’integralismo e dell’intolleranza.

Qualcuno sostiene che don Santoro è stato assassinato dalla mafia russa che ha usato l’integralismo come copertura, perché la sua attività di redenzione delle giovani prostitute slave dava fastidio. Il sacerdote romano aveva ricevuto minacce e aveva detto a una suora, poco prima di morire, «prega per me perché c’è qualcuno che mi vuole morto». A testimonianza del fatto che si sentiva in pericolo, secondo Nico, c’è una lapide in marmo che don Santoro aveva fatto fare qualche giorno prima di essere ucciso. Il cippo è stato appoggiato a un muro del giardino interno al convento. Sul marmo è stata incisa la frase di Gesù, in turco, tratta dal Vangelo di Giovanni in cui si parla della risurrezione di Lazzaro. «Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se è morto, vivrà; chiunque vive e crede in me non morrà in eterno».

A Loredana Palmieri, l’assistente pastorale che era presente al momento dell’agguato, avrebbe detto: «Quando morirò vestimi di rosso, come i martiri». Per Nico sono stati giorni terribili quelli che sono seguiti alla morte di don Santoro. Ricorda Nico: «Il sindaco di Trabzon, quando fu ucciso don Santoro, è venuto qui apposta per farsi fotografare in Chiesa dalla stampa. È rimasto pochi secondi, poi se ne è andato promettendo che avrebbe ricostruito il cimitero cattolico. Da quella volta non l’ho più visto. Qui siamo soli».

Per la Missione nelle nostre città (Giovanni Paolo II)

1248319929472_fMaria Santissima,
che dalla Pentecoste vegli con la Chiesa
nell’invocazione dello Spirito Santo,
resta con noi
al centro di questo nostro cenacolo.
A te, che veneriamo
come Madonna del Divino Amore,
affidiamo i frutti della Missione cittadina,
perché con la tua intercessione
la nostra Diocesi
dia al mondo testimonianza convinta
di Cristo nostro Salvatore.

Giovanni Paolo II

Sotto lo sguardo di Dio (Costanza Miriano)

sguardo di DioSono curiosa. Sono curiosissima di vedere il regno dei cieli. Naturalmente prima di ogni cosa spero di andarci, e so che la cosa non e’ per niente scontata. Spero di superare la selezione, e punto molto sulla raccomandazione, visto che il mio curriculum non è per niente impeccabile. Ma ecco, se ce la dovessi fare – per il rotto della cuffia, tra i ripescati – avrei un sacco di domande. Credo però che me le dimenticherei tutte, tanta sarebbe la gioia. In ogni caso avremo delle sorprese, ne vedremo delle belle, perché scopriremo che quaggiù non ci avevamo capito niente.

I gesti, le persone, i traguardi, i riconoscimenti di quaggiù avranno il loro valore vero, cioè quello che hanno agli occhi di Dio. Un giorno tutto sarà svelato. I grandi santi che conosciamo, mi fido della sapienza della Chiesa, sfolgoreranno. Ma chissà se saranno loro i più grandi. Chissà quanti piccoli della terra passeranno avanti, e le trame segrete che hanno retto il destino del mondo si conosceranno. La sofferenza nascosta, accettata con amore, offerta, brillerà in modo accecante, per esempio. Si scoprirà che piccoli gesti che solo Dio ha conosciuto avranno salvato la pelle e l’anima a tanti di noi.
Io per esempio non riesco a immaginare una donna più mite e buona della nonna di mio marito, la nonna Irma, che si abbandona come un agnello alla sua quotidianità senza cercare di tenere niente per sé. E l’umiltà vera l’ho vista in una ragazza down, amica di tanti anni fa, che sapeva di non essere una compagnia desiderabile dagli orribili coetanei suoi che eravamo noi adolescenti, e se ne stava lì in attesa di essere chiamata a partecipare a qualcosa. Se l’invito veniva, bene. Sennò, faceva lo stesso, e non l’ho mai sentita emettere, mai, una parola di giudizio.
Per quanto mi riguarda dopo l’uscita del mio libro (Sposati e sii sottomessa – pratica estrema per donne senza paura – ndr) ho ricevuto una quantità di lodi sufficiente a gonfiarmi di vanità come una mongolfiera (quanti punti purgatorio ho accumulato?), ma non sono certa di essere adesso più luminosa agli occhi di Dio. Ho come l’idea di essergli stata più simpatica in altri momenti. (Per fortuna ieri la mia amica Federica mi ha ricordato con Seneca che gli uomini dum docent, discunt, mentre insegnano, imparano: spero di imparare uno straccio di qualcosa da tutte le mie prediche). Per dire, mi sarò distratta scrivendo? Che film ha visto mio figlio, che oggi camminava da due ore a zoppa gallina, e quando gli ho chiesto se fosse invalido mi ha detto: “Non sono zoppo. La mia gamba è in Somalia.” Qualche orribile, sanguinolento film di guerra non autorizzato?
E’ bello pensare che Dio ci vede, anzi, ci guarda in continuazione, in ogni momento, e che sa apprezzare anche un vaffa non detto, soprattutto se ci veniva proprio dal cuore, un commentuccio acido inghiottito, un gesto di aiuto fatto, ancora meglio se col sorriso sulle labbra, una furbata di cui non abbiamo voluto approfittare. Anche quando siamo invisibili (qualità, tra l’altro, precipua delle madri, che essendo un accessorio di casa vengono notate solo in caso di mancanza, tipo un divano che se ti ci siedi e manca il cuscino noti la sederata, ma non è che lo ringrazi ogni volta che ti ci accasci), non lo siamo mai per Lui, e ci sono ricami, rifiniture, sculture, che solo Lui vedrà, se solo ci ricordassimo di offrirgliele. Costanza Miriano

Consacrazione al Sacro Cuore (Giovanni Paolo II)

Signore Gesù Cristo,
redentore degli esseri umani,
ci volgiamo al tuo Sacro Cuore
con un profondo desiderio
di darti gloria, onore e lode.
Raccolti insieme nel tuo Nome,
che è più alto di tutti gli altri nomi,
ci consacriamo al tuo Sacro Cuore,
nel quale dimora la pienezza della verit
e della carità.
Re dell’amore
e principe della Pace,
regna nei nostri cuori
e nelle nostre case.
Amen.

Giovanni Paolo II

La Nuova evangelizzazione, aiutata dai musulmani

di Samir Khalil Samir – I migranti islamici aiutano l’occidente secolarizzato a riscoprire la dimensione del sacro, il pudore, ma anche il coraggio a testimoniare in pubblico la propria fede. I cristiani dimenticano di evangelizzare i musulmani perché troppo tiepidi e insicuri nella loro fede cristiana. La missione è un gesto di amore espresso attraverso l’amicizia. La testimonianza di uno degli esperti del Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione

Beirut (AsiaNews) – Le migrazioni di musulmani in occidente sono una strada provvidenziale per noi cristiani per riscoprire la nostra fede e per evangelizzare queste comunità. L’Instrumentum Laboris del Sinodo sulla Nuova evangelizzazione parla della necessita di riscoprire la fede e la sua ragionevolezza e allo stesso tempo mette in luce le nuove situazioni e i nuovi areopaghi in cui si svolge la missione di oggi: fra questi vi sono appunto le migrazioni.

Buona Notizia e proselitismo

Va detto però che nel mondo musulmano già l’uso della parola “evangelizzare” è un problema. A tutt’oggi, la parola araba “tabshīr” è utilizzata dai musulmani per esprimere un proselitismo di tipo negativo, un aspetto aggressivo della missione. Spesso, discutendo con i miei amici islamici, io spiego loro che invece il verbo si usa anche nel Corano, in modo molto nobile. Nel libro sacro ai musulmani, si mette questa parola nella bocca di Gesù, che dice: ” Io vi porto il lieto annunzio (“vangelo”) di un profeta che verrà dopo di me il cui nome è Ahmad” (wa-mubashshiran bi-rasulin ya’ti min ba’di smuhu Ahmad = Corano 61:6). In pratica, secondo il Corano, Gesù porta il lieto annunzio profetizzando la venuta di Maometto.

I musulmani citano spesso questa frase, come uno dei loro “dogmi” o delle cosiddette “prove” che dimostrano la superiorità dell’islam sul cristianesimo, Maometto essendo l’ultimo profeta mandato da Dio all’umanità, il “sigillo dei profeti” (khâtam al-nabiyyîn), come dice il Corano 33:40. Anni fa insegnavo filosofia araba all’università del Cairo. I miei studenti (18 in tutto) erano tutti musulmani. Un giorno, alla fine di un corso, uno di loro mi ha accusato: “Lei è venuto qui per fare proselitismo! (tabshīr)”. Io gli ho risposto che mi faceva troppo onore, perché secondo il Corano sono i profeti che fanno tabshir e addirittura Cristo stesso. Lui, un po’ confuso, mi risponde che non intendeva usare quella parola in quel senso. E io gli ho detto che non conoscevo altro senso se non quello con cui la parola è usata nel Corano.

Musulmani e cristiani con un messaggio al mondo intero

La discussione è servita a chiarire le nostre reciproche posizioni. Voi musulmani – spiegavo – avete l’obbligo di fare la Da’wa; avete istituzioni politiche e sociali per fare “l’appello” alla fede, per invitare i non musulmani a aderire all’islam.

Io trovo giusto che voi invitiate la gente a diventare musulmani, perché è segno che ci credete sul serio. Ma anche noi cristiani abbiamo questo obbligo di annunciarvi il lieto annunzio del Vangelo. Come lo dice il Signore risuscitato ai suoi discepoli: “Andate nel mondo intero, proclamate la Buona Notizia (= Vangelo) a tutta la creazione” (Marco 16:15). Si tratta dunque di una missione universale, valida per tutti e tutte.

Insomma, occorre ricordare a noi e ai musulmani che l’evangelizzazione non è scovare trucchi per convertire o manipolare l’altro, ma il desiderio di mettere a disposizione dell’altro quanto di bello abbiamo scoperto nella nostra vita.

Verità e Libertà, per amore dell’altro

Il problema è che i musulmani non permettono questa libertà di evangelizzare, col motivo che nessuno ha la libertà di rinunciare alla Verità che è nell’Islam. Ma usano di tutti i mezzi per fare la Da’wa, la propaganda islamica. Basta un minuto per fare la doppia proclamazione di fede, la shahâda: “Proclamo che non c’è altro Dio che Dio, e che Muhammad è suo Profeta!”

Spesso spiego ai miei amici musulmani che la libertà è il dono più grande che Dio abbia fatto all’umanità. Dio ci lascia liberi di fare il male, non ci punisce tutte le volte che sbagliamo, anzi ci permette che ci allontaniamo da lui. Certo, Lui c’indica la via del bene, a traverso l’insegnamento dei suoi Messaggeri, ma non obliga nessuno a seguirla.

Ciò significa che la libertà di scelta è fondamentale anche per Dio! Del resto, quel che distingue l’animale dall’uomo è proprio la coscienza. L’animale è programmato con l’istinto, che li permette di agire istintivamente in conformità con la sua propria natura. L’uomo è libero: puo’ scegliere di fare il male, puo’ scegliere di ubriacarsi o di mangiare oltre misura fino ad esserne malato. Non ha l’istinto che lo guida in modo sicuro; invece ha la sua coscienza, che deve pero’ affinare ed educare.

Ciò significa che occorre avere la libertà di scegliere la via che voglio seguire. Occore avere la libertà di annunciare il Vangelo o il Corano per promuovere l’atto di libertà, cosi’ tipico dell’Uomo. Questo significa anche che l’annuncio non può essere un atto di conquista, ma solo un gesto di amore verso l’altro.

Evangelizzazione, un obbligo di amore

L’evangelizzazione per noi cristiani è un obbligo evangelico ed un obbligo di amore (Matteo 28, 19-20). Ma per motivi sociologici o altro, ci vergogniamo di farlo, magari per un falso rispetto della libertà altrui. Ma se è per amore che evangelizziamo, allora troverò il modo di trasmettere la cosa più bella che posseggo ed essere pronto anche a ricevere il loro messaggio.

Un esempio: per me, ogni giorno, sentendo il muezzin, io mi ricordo di Dio e mi metto a pregare col cuore con i musulmani che in questo momento alzano il cuore verso Dio, in uno scambio di esperienze spirituali. Di fatto, senza saperlo, i musulmani ci stanno evangelizzando.

Il musulmano infatti non ha timore di presentare la sua fede; il cristiano in Occidente si vergogna, pensando che la sua fede è un valore privato. Perciò, in Occidente i cristiani – guardando i musulmani – devono convertirsi per comprendere che la religione fa parte delle realtà spirituali della vita, affianco a tutte le altre e non c’è bisogno di nasconderla. Dobbiamo imparare a essere orgogliosi della nostra fede, senza per questo cadere nell’ostentazione o nella propaganda e il proselitismo.

L’immigrazione musulmana, un atto della Provvidenza divina

Anche la presenza di gruppi musulmani nei Paesi europei e occidentali richiede con urgenza l’evangelizzazione. Nei Paesi islamici è quasi impossibile invitare un musulmano a scoprire il Vangelo. Quasi ovunque, anche nei Paesi musulmani detti “laici” (Turchia, Tunisia per esempio), la conversione dall’islam al cristianesimo non è, in pratica, un atto banale o permesso. Tale difficoltà è dovuta al fatto che l’islam, essendo una realtà politico-militare come anche religiosa-spirituale, considera la conversione come un tradimento della “Nazione musulmana” (la Ummah), e vieta l’evangelizzazione sotto pena di prigione o di morte.

Ma l’immigrazione ha cambiato i connotati della questione. In Europa occidentale ci sono circa 15 milioni di musulmani. Troppo spesso si vede questo loro arrivo come un’invasione, e forse lo è in una certa misura, perché sta cambiando troppo velocemente la struttura della società, e rischia di modificare profondamente la società nel futuro.

Ma c’è anche un’altra lettura possibile. Se quest’immigrazione, essenzialmente per motivi economici, fosse un gesto della Provvidenza divina che manda i musulmani in un terreno più liberale e neutrale. Perciò, invece di vedere l’immigrazione come un’aggressione, vediamola come una possibilità di incontro e di scambio di valori: loro presentano la loro spiritualità, e noi abbiamo la possibilità di presentare con libertà la nostra spiritualità. Mi sembra più costruttivo e positivo cambiare registro e vedere questa immigrazione come un dono di Dio.

Semplicità e coraggio per dirsi credente ed annunziare l’Amore di Dio in Cristo

Ma di fatto mi sembra che siamo noi cristiani ad essere carenti. I musulmani – magari con il loro modo talvolta eccessivo di esibire la loro religione – ci spingono a riscoprire la nostra spiritualità e il coraggio di proclamarsi con semplicità credente: una volta noi attraversavamo anche i mari sconosciuti per annunciare il Vangelo; ora diciamo che perfino a casa nostra “è impossibile annunciare” perché “l’ambiente sociologico non lo permette” o perché “bisogna andare cauti”, oppure per un falso “rispetto” dell’altro.

Invece, in Europa, ormai un musulmano può entrare in una chiesa quando vuole; se vuole leggere il Vangelo, può acquistarlo in una libreria (in alcuni Paesi islamici è proibito introdurre Vangeli). Dobbiamo guardare questa situazione di libertà come una grande occasione di evangelizzazione, e con infinito rispetto della libertà loro. Non dobbiamo essere irrealisti, ma dobbiamo cambiare il nostro atteggiamento verso i musulmani, pensando che anche loro attendono l’amore infinito di Gesù.

Come evangelizzare i musulmani?

Come si fa l’evangelizzazione con i musulmani? La cosa primaria è l’amicizia. Evangelizzare non è aggredire, ma creare amicizia senz’altro scopo che la simpatia, l’accoglienza, la fraternità. E questo si può fare ovunque: per strada, coi vicini, a scuola, nel lavoro, nel bus, nel treno … E parlando, affrontando i problemi della vita, dei figli, ognuno comunica la propria visione, testimonia i propri valori e il fondamento della propria fede.

Per esempio, talvolta mi trovo con alcuni musulmani che osservano il puro e l’impuro nei cibi, e provano disgusto a vedermi mangiare del maiale. Io spiego loro che per noi cristiani “tutto è puro per quelli che sono puri“, come dice Paolo (Tito 1:15), in conformità con l’insegnamento di Gesù : “Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!» (Mt 15:11). Perciò, per noi non vi sono divieti sul cibo. Questa piccola cosa mostra che perfino nelle cose di tutti i giorni noi possiamo offrire il segno della novità cristiana.

Oppure quando due mamme scambiano le loro esperienze con i figli e le figlie, c’è il messaggio del Vangelo che passa attraverso scambi apparentemente banali … se siamo penetrati dal Vangelo. L’evangelizzazione comincia con noi stessi, con lasciarci prendere da Cristo per vivere più seriamente l’ideale del Vangelo.

In Europa ci sono migranti della prima o della terza generazione, che non si sentono accettati: questa vicinanza fraterna, piena di testimonianza è importante. L’evangelizzazione non è un corso di teologia sulla Trinità, non suppone studi particolare. L’evangelizzazione è una testimonianza di vita fraterna, solidare e pura.

Siamo anche evangelizzati dal musulmano

Allo stesso tempo, in una società occidentale così secolarizzata, dove il denaro è diventato una divinità (il Mammone del Vangelo) (Matteo 6:24, e Luca 16:9-13), dove il sesso è divenuto una cosa banale, quasi un gioco o uno sfogo di tipo animale, certi atteggiamenti di pudore dei musulmani sono importanti anche per noi. E il richiamo quotidiano del musulmano all’unicità divina: Non c’è altra divinità che Dio: né soldi, né sesso, né potere … solo Dio conta, ci riporta all’essenziale della fede cristiana.

Troppo spesso in Europa incontro vescovi e sacerdoti che sono fin troppo cauti nella testimonianza e nell’evangelizzazione verso i musulmani. Essi preferiscono lasciare ognuno nella sua religione, perché tanto “tutti si salvano nella loro tradizione”… e qualcuno aggiunge “come l’ha insegnato il Vaticano II” ! In realtà in questione qui non c’è la salvezza finale (che è un affare di Dio), ma il desiderio di condividere la gioia della salvezza ora. E l’amore consiste nel comunicare all’altro ciò che io ho ricevuto.

In conclusione

Nel cristianesimo odierno in Europa c’è una mancanza di convinzione nel Vangelo. Lo scambio e la convivenza fra cristiani e musulmani ci potrà aiutare a scoprire la ricchezza della fede cristiana. Quando un musulmano mi parla della bellezza e della pratica della sua fede, o della preghiera, dell’adorazione, ecc… risveglia in me elementi simili presenti nella mia tradizione. Attraverso i musulmani possiamo riscoprire il valore del sacro nella vita e riscoprire la ricchezza della nostra tradizione. Diam’s, la cantante rapper francese di origine cipriota, Mélanie Georgiades ,si è convertita all’islam perché ha scoperto quanto i musulmani ci tengono alla preghiera.

L’immigrazione musulmana ha certo in alcuni casi un carattere aggressivo, soprattutto quando i musulmani pretendono di seguire i loro costumi e le lore norme in Occidente, con poco rispetto per i costumi e norme del Paese d’immigrazione. E’ una realtà di ogni giorno – ma non è una realtà generalizzata – che bisogna osservare con attenzione.

Mi sembra però più importante di guardare alle migrazioni non come un’aggressività da temere, ma come una possibilità di scambio di esperienze profonde, e soprattutto come un’occasione provvidenziale. Essa ci aiuta a superare la secolarizzazione, ci porta alla riscoperta del Vangelo e ci spinge ad annunciarlo.

La fantasia della carita’ sulle orme di Giovanni Paolo II

UgpII-5na riflessione per chi vuol far parte di Amici di Lazzaro:

“Lo scenario della poverta’ puo’ allargarsi indefinitamente, se aggiungiamo alle vecchie le nuove poverta’, che investono spesso anche gli ambienti e le categorie non prive di risorse economiche, ma esposte alla disperazione del non senso, all’insidia della droga, all’abbandono nell’età avanzata o nella malattia, all’emarginazione o alla discriminazione sociale. Il cristiano, che si affaccia su questo scenario, deve imparare a fare il suo atto di fede in Cristo decifrandone l’appello che egli manda da questo mondo della povertà. Si tratta di continuare una tradizione di carità che ha avuto già nei due passati millenni tantissime espressioni, ma che oggi forse richiede ancora maggiore inventiva. È l’ora di una nuova « fantasia della carità », che si dispieghi non tanto e non solo nell’efficacia dei soccorsi prestati, ma nella capacità di farsi vicini, solidali con chi soffre, così che il gesto di aiuto sia sentito non come obolo umiliante, ma come fraterna condivisione. (LEGGI QUI) Dobbiamo per questo fare in modo che i poveri si sentano, in ogni comunità cristiana, come « a casa loro ». Non sarebbe, questo stile, la più grande ed efficace presentazione della buona novella del Regno? Senza questa forma di evangelizzazione, compiuta attraverso la carità e la testimonianza della povertà cristiana, l’annuncio del Vangelo, che pur è la prima carità, rischia di essere incompreso o di affogare in quel mare di parole a cui l’odierna società della comunicazione quotidianamente ci espone. La carità delle opere assicura una forza inequivocabile alla carità delle parole. “

(di Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte 50)

Per le vittime e per i carnefici (Giovanni Paolo II)

2332115725_fce5bffdc4Per le vittime
e per i loro familiari,
per i responsabili della societa’ civile
e per i tutori dell’ordine,
per i terroristi
e i loro fiancheggiatori;
preghiamo in particolare
per quanti sono presi dalla tentazione
dello scoramento e dell’angoscia
di fronte agli abissi
della malizia umana.
Conferma, Signore, nei nostri cuori
la certezza che la vittoria definitiva
è riservata all’amore.

Giovanni Paolo II

Van Thuan e la fede durante la persecuzione

FrancoisXavierNguyenVanThuan3«In isolamento, in una cella senza luce, suoni o qualunque altro segno di presenza umana, una volta non fui nemmeno capace di ricordare l’Ave Maria. Fu l’unica volta, durante la mia prigionia, che ebbi veramente paura».
Raccontò così, una volta, le sue sofferenze Francois-Xavier Nguyen Van Thuan. Non senza quell’espressione serena con la quale era solito ripercorrere anche i tredici anni della sua personale Via Crucis. È un volto ancora ben stampato nella memoria di molti quello che emerge dalle pagine di Il miracolo della speranza, la biografia del presule vietnamita scritta da André Nguyen Van Chau, intellettuale e amico del cardinale scomparso il 16 dicembre 2002 (Edizioni San Paolo, pagine 318, Euro 18).
Una testimonianza preziosa, la sua. Per capire che dietro al coraggio di un uomo c’era una lunga storia. Figlio del clan Ngo Dinh, la famiglia cattolica simbolo della storia del Vietnam moderno, Thuan, classe 1928, fin da bambino ascoltava il racconto di zia Lien, unica sopravvissuta nel 1885 al massacro dei cattolici di Dhai Pong. Si erano riparati in chiesa per sfuggire ai van than, gli intellettuali fanatici sobillati dai mandarini. Loro diedero fuoco all’edificio. E ributtavano dentro i bambini che i genitori, disperatamente, cercavano di salvare gettandoli fuori dalle finestre. La madre del futuro presule, Hiep, era la figlia di Ngo Dinh Kha, patriota nel Vietnam di inizio ‘900, e sorella di Diem, il futuro primo presidente della Repubblica del Vietnam del Sud, tolto di mezzo nel 1963 da un colpo di Stato di un gruppo di generali perché giudicato troppo poco filo-americano.
Non stupisce, dunque, che la vocazione al sacerdozio di Thuan si intrecci continuamente con il dramma del suo Paese: dallo shock per l’allontanamento dei superiori francesi dal seminario minore agli omicidi politici che colpiranno, sempre più duramente, la sua famiglia. Fino, appunto, alla morte di Diem, considerato dal giovane nipote un padre spirituale prima ancora che un punto di riferimento per leggere la realtà. Da lui aveva imparato a capire cos’era davvero la minaccia comunista. Ma anche che il Vietnam non sarebbe mai riuscito a sopravvivere se avesse contato solo sullo straniero forte di turno.
Intanto il suo sogno di diventare un bravo prete di campagna svaniva: dopo gli anni da rettore al seminario di Hué, nel 1967 fu nominato vescovo di Nha Trang. Sapeva ormai come sarebbe finita la guerra. E allora decise che la Chiesa non doveva farsi trovare impreparata: curò la formazione dei laici, si impegnò nella pastorale vocazionale. E quando i comunisti, nell’aprile 1975, si avvicinarono a Nha Trang chiese e ottenne dal delegato apostolico il permesso di ordinare preti tutti i seminaristi maggiori.
Proprio mentre il Vietnam del Sud piombava nel baratro, Thuan ricevette la nomina ad arcivescovo coadiutore di Saigon, o Città Ho Chi Min, come i nuovi conquistatori l’avevano ribattezzata. Nell’ora più drammatica Paolo VI sceglieva di puntare su quel giovane presule dal cognome importante che si era fatto conoscere per il coraggio e la dedizione con cui stava dirigendo il Corev, l’organismo della Conferenza episcopale per l’aiuto e l’assistenza ai profughi. Ma questa attività non era passata inosservata nemmeno ai comunisti; a loro fu immediatamente chiaro che il nipote di Diem per nessuna ragione avrebbe dovuto salire sulla cattedra di Saigon.
Il 15 agosto 1975 iniziò il Calvario di Thuan. Il primo periodo lo trascorse agli arresti domiciliari a Cay Vong. Fu in quei mesi che, sul retro dei fogli di un calendario, scrisse Il cammino della speranza, un libro che presto cominciò a circolare clandestinamente tra i cattolici vietnamiti e ad essere tradotto all’estero.
Nel frattempo, però, per Thuan era cominciato il periodo più duro: il 19 marzo 1976 venne trasferito nel campo di prigionia di Phu Khanh, dove conobbe l’annientamento prodotto dall’isolamento totale. Rinchiuso da solo in una cel la umida, senza finestre, con una sola lampadina accesa o spenta a piacimento dai suoi carcerieri. Sperimentò l’umiliazione di vedersi arbitrariamente negato l’accesso alla latrina. Furono otto mesi durissimi, in cui i suoi aguzzini lo portarono intenzionalmente sull’orlo della follia.
Poi finì nel campo di prigionia del Vietnam del Nord. Fu qui che riuscì a realizzare, con due pezzi di legno, la croce pettorale che anche una volta liberato avrebbe continuato a indossare. E a celebrare Messa con poche gocce di vino che era riuscito a farsi spedire come medicina per un «disturbo di stomaco» e alcuni pezzetti di pane tenuti nascosti. Nel maggio 1978 la detenzione fu trasformata in confino nel villaggio di Giang Xa. Qui avrebbe appreso con grande emozione dell’elezione a Papa di quel cardinale Karol Wojtyla che aveva conosciuto a Roma all’inizio degli anni ’70.
Ma per Thuan sarebbero venuti ancora giorni difficili: il 5 novembre 1982 sarebbe tornato in cella, questa volta ad Hanoi. E ci sarebbe rimasto per altri sei anni prima di potere, finalmente, riassaporare la libertà. Ma mai prendere possesso della sua sede arcivescovile. Nel dicembre 1991, di fronte al rischio concreto di nuove misure restrittive, da Roma arrivò il consiglio di partire: e fu un viaggio di sola andata. Nell’aprile 1994, il Papa lo nominò vice-presidente del Pontificio Consiglio giustizia e pace, dicastero vaticano che quattro anni dopo sarebbe stato chiamato a guidare. Infine, nel febbraio 2001, la porpora cardinalizia. Ma sempre con al collo quella croce di legno.

Giorgio Bernardelli

Musulmani convertiti a Cristo, malvisti dalla Umma e dalle comunita’ cristiane

Mohammed Christophe Bilek lancia un appello ai musulmani perché difendano la libertà di coscienza e il diritto di un musulmano a cambiare la sua religione, allo stesso modo in cui esiste il diritto di un cristiano ad abbracciare la religione islamica. Nello stesso tempo, egli chiede ai cristiani di non emarginare i convertiti e lavorare per garantire i loro diritti nei Paesi islamici e in Europa.

Parigi (AsiaNews) – Persecuzione diretta da parte della comunità islamica; imbarazzo e indifferenza verso la loro sorte da parte dei cristiani: è la situazione che affrontano molti musulmani che si sono convertiti al cristianesimo, non solo nei loro Paesi di origine, ma anche in Europa, dove – invece di garantire la libertà di coscienza – si difende soltanto la libertà per i musulmani di testimoniare la loro fede. Mohammed Christophe Bilek lancia un appello con questa lettera inviata ad AsiaNews.

Mohammed Christophe Bilek è nato in Algeria nel 1950 e vive in Francia dal 1961. È l’autore di due libri, “Un algerino non troppo cattolico” (1999, Cerf) e “Sant’Agostino raccontato a mia figlia”. Dagli anni ’90 egli è anche il responsabile del sito Notre Dame de Kabylie, per l’evangelizzazione dei musulmani e il dialogo islamo-cristiano.

Cari amici, se la persecuzione è il destino di numerosi cristiani, che dire dei musulmani che vogliono diventare cristiani? Essi sono come dei bambini che stanno per nascere, ai quali si rifiuta il diritto di esistere!

Questa settimana, un algerino battezzato a Pasqua mi ha detto: “Questa comunità [musulmana] mi fa stare male, questa Umma che vuol fare di me il suo schiavo! Non è Allah che fa di me il suo schiavo – come essi pretendono – ma essa…nel nome di Allah! Io non voglio essere prigioniero di un dogma, non voglio vivere nella menzogna! Al contrario, Dio mi chiama alla verità del Vangelo che libera. Io non impongo la mia fede a nessuno, nemmeno a mia figlia… Perché mi si vuole imporre la fede musulmana?”.

Sì, cari amici, coloro che oggi scelgono di seguire Gesù Cristo, come me già più di 40 anni fa, si nascondono anche in Francia, in Europa, per paura di violenze e rappresaglie familiari o comunitarie. A maggior ragione, immaginate la vita dei nostri fratelli che non hanno la possibilità di vivere in Paesi che rispettano la libertà di coscienza, che vivono seppelliti in Marocco o in Tunisia, per esempio.

Essi ci supplicano, vi implorano di pregare per loro e di non dimenticarli. Ma occorre fare di più e prendere le loro difese contro leggi liberticide che non vengono da Dio, ma dagli uomini, checché ne dicano coloro che le vogliono imporre.

Come prendere le loro difese? Con le armi? No, certo. Piuttosto, con le armi del Vangelo: quelle della giustizia, della verità, della carità, della fraternità.

Quanto a giustizia e verità, si continua a negare questa evidenza: che noi, in quanto cristiani, in tutto il mondo musulmano, siamo spogliati dei nostri diritti e della libertà. Basta ricordare la legge sull’apostasia, istituita con la sharia e praticata da numerosi Paesi come l’Arabia saudita o l’Iran.

Lasciate che vi domandi: forse Gesù Cristo ha imposto la sua legge? Sebbene essa sia una legge d’amore, ha mai Egli forzato qualcuno a praticarla? Forse che la Chiesa cattolica, per esempio, scomunica e lancia della fatwa contro coloro che la abbandonano per divenire musulmani? Forse che essa minaccia i fulmini e l’inferno per il fatto che essi sono iscritti sui registri del battesimo?

No, certo. E perché? Perché la fede è un’adesione liberamente consentita da Dio. E dunque a Lui ognuno renderà conto.

Ora, questo diritto di abbandonare il cristianesimo, riconosciuto ai convertiti all’islam, perché non è riconosciuto a coloro che vogliono abbandonare la religione musulmana per seguire Gesù Cristo? Vogliamo dunque dire ai musulmani sinceri: mostratevi caritatevoli e accettate questa uguaglianza davanti a Dio, solo giudice, in modo definitivo e senza concessione! Ditelo pubblicamente, almeno qui in Francia, in Europa, dove voi reclamate i vostri diritti. Siate conseguenti e credibili, ammettendo uguali diritti umani ai vostri fratelli che hanno scelto un’altra via!

Riguardo alla fraternità cristiana, non posso che citare ancora le parole di quell’algerino: “I musulmani mi fanno stare male, è un fatto, perché essi si immischiano nella mia vita interiore, mentre essa riguarda [solo] Dio; ma quelli che mi uccidono sono questi fratelli cristiani, che chiacchierano con i musulmani, ma non levano nemmeno il dito mignolo per aiutarci: forse ci prendono per dei bugiardi? Mi domando: per loro siamo dei falsi fratelli o dei fratelli di secondo ordine?”.

L’amico algerino ha ragione: come si può credere alla sincerità di questi cristiani, convinti o no, che qui in Francia e in Europa, hanno in bocca solo parole come “islamofobia”, “stigmatizzazione dei musulmani”, ma si tacciono o si volgono altrove per non vedere le sofferenze e gli abusi che i cristiani subiscono, impediti di vivere la loro fede nei loro Paesi d’origine e nei loro Paesi di esilio? Non accade forse che essi pongono una discriminazione fra noi e loro? Senza arrivare fino a parlare di razzismo, non praticano forse una segregazione fra noi e loro? Essi si credono giusti, ma denunciano solo alcune ingiustizie.

In conclusione, vogliamo riaffermare qui, davanti a Dio, per coloro che hanno orecchie per intendere, le parole di una celebre figlia di Francia: noi non abbiamo il compito di convincervi. Ad ogni modo, poiché nostro Signore deve essere il primo ad ricevere il nostro servizio, in accordo con Giovanna di Francia [d’Arco],.. e poiché la nostra anima appartiene a Dio, secondo l’espressione di sant’Agostino, … noi testimoniamo pubblicamente che oggi Gesù Cristo è perseguitato nei fratelli e nelle sorelle che provengono dalla tradizione musulmana.

di Mohammed Christophe Bilek

L’Occidente costruito dalla Chiesa

Nessun’istituzione ha contribuito più della Chiesa a plasmare l’Occidente. È questa la tesi sostenuta nel libro “How the Catholic Church Built Western Civilization” (Regnery Publishing), di Thomas E. Woods Jr., pubblicato di recente.

La Chiesa cattolica, osserva Woods, è stata trattata dalla stampa in modo piuttosto negativo, nel corso degli ultimi decenni, tanto che molte persone conoscono solo gli aspetti più bui della storia della Chiesa. Questo libro si propone di colmare questa lacuna, trattando succintamente, in una serie di capitoli tematici, alcuni ambiti in cui la Chiesa ha svolto un ruolo decisivo.

Woods precisa che certamente la civiltà occidentale non deriva in modo esclusivo dal cattolicesimo. Tuttavia, è un fatto che comunemente non viene dato un riconoscimento adeguato al grande contributo della Chiesa in ambiti quali il diritto, la scienza, l’arte, la musica e l’architettura.

Una visione fortemente negativa ancora persiste riguardo al Medioevo, anche se Woods afferma che gran parte degli storici hanno ormai respinto il vecchio pregiudizio che considerava questo periodo come i secoli bui (“Dark Ages”). Sebbene vi sia effettivamente stato un periodo di declino nel corso del VI e del VII secolo, questo fu dovuto alle invasioni barbariche e alle continue guerre. Una distruzione che sarebbe stata peggiore se non fosse stato per l’impegno della Chiesa nel mantenere una qualche forma di ordine.

La civiltà moderna ha un particolare debito nei confronti del grande lavoro svolto dai monaci durante il Medioevo, sottolinea Woods. È stato nei monasteri che i grandi testi romani sono stati copiati e conservati per le future generazioni. E nonostante molti monasteri siano andati distrutti dalle ripetute invasioni barbariche nel corso dei secoli, altrettanti ne sono sorti per proseguire in questo lavoro.

La vita monastica medievale è stata essenziale anche per lo sviluppo dell’agricoltura. In particolare, migliaia di istituti benedettini hanno svolto un ruolo decisivo nella bonifica e nella coltivazione della terra. Essi hanno anche trasmesso alle popolazioni locali importanti tecniche quali l’allevamento di bestiame, la produzione di formaggi, la gestione idrica e l’apicoltura. Anche i monasteri cistercensi hanno svolto un ruolo importante, aggiunge Woods, nell’ambito dello sviluppo dell’energia idrica e della metallurgia.

Un periodo di apprendimento

Lungi dall’essere un periodo d’ignoranza, il Medioevo ha visto la nascita del sistema universitario. La Chiesa costituiva il centro di questo sviluppo che è decollato nella seconda metà del XII secolo con gli istituti di Parigi, Bologna, Oxford e Cambridge. Il papato, spiega Woods ha svolto un ruolo centrale nell’istituire e incoraggiare le università. Ai tempi della Riforma, 81 università godevano dello statuto pontificio.

Anche la scienza moderna deve molto alla Chiesa cattolica. Tutti ricordano il contrasto tra la Chiesa e Galileo, che in realtà non era stato affatto così negativo come il mito popolare lo dipinge, sostiene Woods. La Chiesa era al centro degli avanzamenti nella scienza, con molti ecclesiastici che coniugavano la vocazione divina ad un interesse scientifico.

Nel XIII secolo, il dominicano San Alberto il Grande, ad esempio, era considerato come uno dei precursori della scienza moderna. E Robert Grosseteste, cancelliere dell’Università di Oxford e Vescovo di Lincoln, è descritto da Woods come uno dei più colti uomini del Medioevo. Tra le altre cose, egli è stato il primo ad aver messo per iscritto una procedura completa per lo svolgimento di un esperimento scientifico.

Il coinvolgimento della Chiesa nella scienza è poi proseguito nei secoli successivi. Nel XVII secolo, il sacerdote danese Nicolaus Steno ha stabilito gran parte dei principi della geologia moderna. E nel XVII e XVIII secolo, i gesuiti hanno dato importanti contributi alla scienza, in particolare negli ambiti della matematica e dell’astronomia.

Anche l’arte e l’architettura devono molto alla Chiesa cattolica. Quando gli iconoclasti dell’VIII e IX secolo volevano distruggere le immagini sacre e l’arte religiosa, è stata la Chiesa che ha posto resistenza contro questa eresia.

Nei secoli seguenti il patrocinio della Chiesa, che ha permesso la costruzione delle grandi cattedrali e delle innumerevoli opere d’arte, era al centro dell’arte e dell’architettura europee. I Papi in particolare, in qualità di patroni di molti grandi artisti, hanno reso possibile la produzione di inestimabili capolavori.

Diritto internazionale

La scoperta e la conquista del Nuovo Mondo, aveva posto i teologi cattolici di fronte alla necessità di elaborare i principi legali ed etici relativi al trattamento delle popolazioni autoctone dei nuovo territori. Uno tra i più noti è stato Francisco de Vitoria, un domenicano considerato tra i fondatori del moderno diritto internazionale. Egli ha difeso il principio secondo cui tutti gli uomini sono egualmente liberi e hanno il medesimo diritto alla vita, alla cultura e alla proprietà.

Vitoria, insieme ad altre figure come il domenicano Bartolomeo de las Casas, ha svolto un ruolo importante nella difesa delle popolazioni locali contro coloro che tentavano di relegarli ad una classe subumana, per legittimarne la schiavitù ed altre forme di maltrattamenti. Nonostante questi sforzi, molte ingiustizie sono state commesse, osserva Woods, ma i teologi spagnoli hanno dato importanti contributi a concetti come il diritto naturale e la guerra giusta.

Molti altri aspetti del sistema giuridico occidentale devono la loro origine all’azione della Chiesa, spiega l’autore del volume. Il codice elaborato dalla Chiesa per uso proprio, il diritto canonico, rappresenta il primo ordinamento sistematico di diritto elaborato nell’Europa medievale, che ha poi fatto da fondamento per i successivi ordinamenti giuridici secolari.

L’influenza della Chiesa è stata essenziale nell’assicurare, ad esempio, che per la validità del matrimonio fosse necessario il libero consenso sia dell’uomo che della donna. E la difesa della vita umana da parte della Chiesa ha indotto alla cessazione della pratica sia greca che romana dell’infanticidio. Anche altre pratiche barbariche come il duello o la faida familiare sono cadute in desuetudine grazie all’influenza della Chiesa. Il diritto canonico ha anche introdotto principi come la riduzione della responsabilità per circostanze attenuanti.

Opere di carità

La solidarietà cattolica è un’altro ambito preso in esame da Woods. Sin dai primi secoli la Chiesa ha cercato di alleviare le cause di sofferenza derivanti da carestie e malattie. Ispirati dal Vangelo, i fedeli erano incoraggiati a fare donazioni alla Chiesa perché questa potesse aiutare i bisognosi.

Nella prima Chiesa, gli ospizi erano organizzati per prendersi cura dei pellegrini, degli schiavi liberati e dei poveri. Anche altre categorie sociali, come le vedove e gli orfani, hanno tratto beneficio dalle istituzioni erette dalla Chiesa. L’istituzione di ospedali su larga scala è opera della Chiesa cattolica a partire dal IV secolo. E durante il Medioevo i monasteri erano diventati i dispensatori di cure mediche in molte zone.

L’estensione di questa opera è stata tale che coloro che osteggiavano i cattolici, dai pagani, ai riformatori protestanti, agli illuministi come Voltaire, tutti rendevano omaggio all’opera di carità della Chiesa.

Woods osserva inoltre che quando Enrico VIII aveva eliminato i monasteri dall’Inghilterra e confiscato le loro proprietà, il conseguente venir meno delle opere di carità ha portato a sollevamenti civili da parte della popolazione di alcune zone. E la nazionalizzazione della proprietà della Chiesa avvenuta durante la Rivoluzione francese ha portato, quasi 60 anni dopo, nel 1847, ad un calo del 47% nel numero degli ospedali in Francia, rispetto al 1789.

Woods conclude affermando che “i concetti che il cattolicesimo ha introdotto nel mondo sono parte talmente integrante di esso, che spesso gli stessi movimenti che li osteggiano sono a loro volta altrettanto intrisi di essi”. La Chiesa cattolica, prosegue l’autore, “non ha meramente contribuito alla formazione della civiltà occidentale, la Chiesa l’ha costruita”. Ciò nonostante, la cultura contemporanea ha voluto tagliare fuori se stessa da queste radici, osserva, molto spesso con pesanti conseguenze negative.

Madonna di Shesan, aiuto dei cristiani, Prega per noi!

Nella Lettera pastorale di Papa Benedetto XVI indirizzata alla Chiesa in Cina nel 2007 il Papa decide che la festa annuale della Madonna di Sheshan, l’Ausiliatrice dei cristiani, il 24 maggio, sarà una festa di preghiera di tutta la Chiesa nel mondo per la Chiesa in Cina. Penso che i fedeli di Shanghai saranno contentissimi quando sentiranno tale buona notizia. Grazie, Santo Padre. Questo per la diocesi di Shanghai è un onore molto grande, e allo stesso tempo un obbligo molto importante. Innanzitutto dobbiamo venerare la Madonna con un fervore straordinario, dobbiamo imitare la Madonna, impegnandoci a essere suoi figli e figlie, e dando esempio agli altri cattolici. In secondo luogo, poiché ci saranno certamente molti fedeli che verranno in pellegrinaggio a Sheshan, noi cattolici di Shanghai dobbiamo prepararci adeguatamente, essere degli ospiti accoglienti, affinché i fedeli cinesi e stranieri possano in noi vedere la gloria dell’amore divino, venendo di buon grado e tornando contenti.

Aloysius Jin Luxian

La chiesa costruita nel XIX secolo e benedetta come santuario nazionale, si staglia in cima a una collina piena di vegetazione e piante rare, a circa 40 km a sudovest di Shanghai. Nelle vicinanze del santuario vi è pure un osservatorio astronomico sorto per opera dei gesuiti agli inizi del ‘900 e in seguito nazionalizzato. Per decenni centinaia di migliaia di cattolici, anche nei periodi più bui della persecuzione, sono giunti da tutta la Cina per chiedere grazie e pregare Maria, Regina della Cina.

Lode a Maria che veglia sul mondo (Giovanni Paolo II)

papa-juan-pablo-segundoMadre del Redentore!
… sei stata ferma
accanto alla Croce di tuo Figlio,
che è la Croce di tutta la storia dell’uomo
anche nel nostro secolo.
Sei restata e continuerai a rimanere,
posando il tuo sguardo
sui cuori di questi figli e figlie
che già appartengono al terzo millennio.
Sei rimasta e continuerai a restare,
vegliando, con mille attenzioni di Madre,
e difendendo, con la tua potente intercessione,
l’albeggiare della Luce di Cristo
in seno ai popoli e alle nazioni.

Giovanni Paolo II

L’uovo e la risurrezione … perchè le uova a Pasqua?

Uovo DipintoQuella che stiamo per proporre, nella solennità centrale dell’anno liturgico, può sembrare una stravaganza e, per certi, versi, lo è. Eppure, andando oltre le apparenze, ritroviamo ancora una volta quelle radici cristiane che la società attuale sembra sotterrare sempre più sotto l’indifferenza. Per le nostre Pasque sono solo disponibili paesaggi primaverili o al massimo un uovo da cui fuoriesce un bel pupo. In tempi così “corretti” e “laici” l’uovo è paradossalmente l’ultimo simbolismo con iridescenze pasquali che ci possiamo permettere, anche se è noto che la genesi di questo simbolo affonda nei miti cosmogonici più remoti non solo egizi, ma anche indiani: il guscio sarebbe l’aria, l’albume rappresenterebbe l’acqua e il tuorlo la terra. C’è un’applicazione cristiana di questo segno che, tra l’altro, appare stilizzato anche nelle “mandorle” ovali che alonano Cristo e i santi nell’iconografia tradizionale.

 Sant’Agostino nel suo Sermone 105 dichiarava: «La speranza, a mio avviso, è paragonabile all’uovo: essa, infatti, non ha ancora raggiunto lo scopo e, così, l’uovo è già qualcosa ma non è ancora il pulcino». È forse per questa via che progressivamente l’uovo si è trasformato in segno pasquale sia per Cristo sia per il cristiano: il sepolcro è comparabile all’involucro che fa uscire il risorto vivente. Così, nel medioevo si appendevano uova di struzzo in molte chiese europee durante la Settimana Santa e si allestivano reliquiari con due uova per simboleggiare nascita e risurrezione di Cristo. Un macabro crocifisso della cattedrale di Burgos in Spagna mostra un Cristo rivestito con pelle umana, ai cui piedi sono poste quattro uova.

Si era, quindi, giunti a un simbolismo pasquale che aveva declinazioni diverse: la benedizione delle uova, delle stanze e del letto a Pasqua era, ad esempio, in passato una sorta di catechesi visiva sulla risurrezione, ma lo era anche sulla vita propagata col matrimonio. Gli antichi pittori di icone usavano il tuorlo invece dell’olio per le loro opere così da evocare la vita del Risorto.

Le iridescenze metaforiche che si avviluppano attorno all’uovo sono, dunque, molteplici anche se dominante è certo quella della vita-risurrezione. Ed è questo forse l’ultimo segno pasquale che può entrare nella piazza dell’esistenza sociale in questi tempi così immemori delle loro radici storiche, culturali e religiose. Ma quanti, infrangendo l’uovo pasquale di cioccolato, sanno andare al di là della sorpresa e intuire in filigrana un’evocazione di quella grotta tombale dalla pietra ribaltata, segno della risurrezione di Cristo?

Gianfranco Ravasi – L’Osservatore Romano

A Pasqua, per la pace nel mondo (Giovanni Paolo II)

432057_332001656850913_109310129120068_1012676_265927231_nSignore Gesu’,
nostra Pace (Efesini 2,14),
Verbo incarnato duemila anni or sono,
che risorgendo hai vinto il male e il peccato,
concedi all’umanita’ del terzo millennio
una pace giusta e duratura;
volgi a buon esito i dialoghi intrapresi
da uomini di buona volontà che,
pur fra tante perplessità e difficoltà,
intendono porre fine ai preoccupanti conflitti
in Africa e in America Latina,
alle tensioni che affliggono il Medio Oriente
e vaste zone dell’Asia e dell’Europa.
Aiuta le nazioni
a respingere i sentimenti di razzismo.
Tutta la terra sia inondata
dallo splendore della risurrezione.

Giovanni Paolo II

Resta con noi, Signore! (Giovanni Paolo II)

263038434456194612_zEO6AyP9_cResta con noi, Signore risorto!
E’ questa anche la nostra quotidiana aspirazione.
Se tu rimani con noi,
il nostro cuore e’ in pace.
Accompagnaci, come hai fatto
con i discepoli di Emmaus,
nel nostro cammino personale ed ecclesiale.
Aprici gli occhi, affinché sappiamo riconoscere
i segni della tua ineffabile presenza.
Rendici docili all’ascolto del tuo Spirito.
Nutriti ogni giorno
del tuo Corpo e del tuo Sangue,
sapremo riconoscerti
e ti serviremo nei nostri fratelli.

Giovanni Paolo II