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Per la Missione nelle nostre città (Giovanni Paolo II)

1248319929472_fMaria Santissima,
che dalla Pentecoste vegli con la Chiesa
nell’invocazione dello Spirito Santo,
resta con noi
al centro di questo nostro cenacolo.
A te, che veneriamo
come Madonna del Divino Amore,
affidiamo i frutti della Missione cittadina,
perché con la tua intercessione
la nostra Diocesi
dia al mondo testimonianza convinta
di Cristo nostro Salvatore.

Giovanni Paolo II

Sotto lo sguardo di Dio (Costanza Miriano)

sguardo di DioSono curiosa. Sono curiosissima di vedere il regno dei cieli. Naturalmente prima di ogni cosa spero di andarci, e so che la cosa non e’ per niente scontata. Spero di superare la selezione, e punto molto sulla raccomandazione, visto che il mio curriculum non è per niente impeccabile. Ma ecco, se ce la dovessi fare – per il rotto della cuffia, tra i ripescati – avrei un sacco di domande. Credo però che me le dimenticherei tutte, tanta sarebbe la gioia. In ogni caso avremo delle sorprese, ne vedremo delle belle, perché scopriremo che quaggiù non ci avevamo capito niente.

I gesti, le persone, i traguardi, i riconoscimenti di quaggiù avranno il loro valore vero, cioè quello che hanno agli occhi di Dio. Un giorno tutto sarà svelato. I grandi santi che conosciamo, mi fido della sapienza della Chiesa, sfolgoreranno. Ma chissà se saranno loro i più grandi. Chissà quanti piccoli della terra passeranno avanti, e le trame segrete che hanno retto il destino del mondo si conosceranno. La sofferenza nascosta, accettata con amore, offerta, brillerà in modo accecante, per esempio. Si scoprirà che piccoli gesti che solo Dio ha conosciuto avranno salvato la pelle e l’anima a tanti di noi.
Io per esempio non riesco a immaginare una donna più mite e buona della nonna di mio marito, la nonna Irma, che si abbandona come un agnello alla sua quotidianità senza cercare di tenere niente per sé. E l’umiltà vera l’ho vista in una ragazza down, amica di tanti anni fa, che sapeva di non essere una compagnia desiderabile dagli orribili coetanei suoi che eravamo noi adolescenti, e se ne stava lì in attesa di essere chiamata a partecipare a qualcosa. Se l’invito veniva, bene. Sennò, faceva lo stesso, e non l’ho mai sentita emettere, mai, una parola di giudizio.
Per quanto mi riguarda dopo l’uscita del mio libro (Sposati e sii sottomessa – pratica estrema per donne senza paura – ndr) ho ricevuto una quantità di lodi sufficiente a gonfiarmi di vanità come una mongolfiera (quanti punti purgatorio ho accumulato?), ma non sono certa di essere adesso più luminosa agli occhi di Dio. Ho come l’idea di essergli stata più simpatica in altri momenti. (Per fortuna ieri la mia amica Federica mi ha ricordato con Seneca che gli uomini dum docent, discunt, mentre insegnano, imparano: spero di imparare uno straccio di qualcosa da tutte le mie prediche). Per dire, mi sarò distratta scrivendo? Che film ha visto mio figlio, che oggi camminava da due ore a zoppa gallina, e quando gli ho chiesto se fosse invalido mi ha detto: “Non sono zoppo. La mia gamba è in Somalia.” Qualche orribile, sanguinolento film di guerra non autorizzato?
E’ bello pensare che Dio ci vede, anzi, ci guarda in continuazione, in ogni momento, e che sa apprezzare anche un vaffa non detto, soprattutto se ci veniva proprio dal cuore, un commentuccio acido inghiottito, un gesto di aiuto fatto, ancora meglio se col sorriso sulle labbra, una furbata di cui non abbiamo voluto approfittare. Anche quando siamo invisibili (qualità, tra l’altro, precipua delle madri, che essendo un accessorio di casa vengono notate solo in caso di mancanza, tipo un divano che se ti ci siedi e manca il cuscino noti la sederata, ma non è che lo ringrazi ogni volta che ti ci accasci), non lo siamo mai per Lui, e ci sono ricami, rifiniture, sculture, che solo Lui vedrà, se solo ci ricordassimo di offrirgliele. Costanza Miriano

Consacrazione al Sacro Cuore (Giovanni Paolo II)

Signore Gesù Cristo,
redentore degli esseri umani,
ci volgiamo al tuo Sacro Cuore
con un profondo desiderio
di darti gloria, onore e lode.
Raccolti insieme nel tuo Nome,
che è più alto di tutti gli altri nomi,
ci consacriamo al tuo Sacro Cuore,
nel quale dimora la pienezza della verit
e della carità.
Re dell’amore
e principe della Pace,
regna nei nostri cuori
e nelle nostre case.
Amen.

Giovanni Paolo II

La Nuova evangelizzazione, aiutata dai musulmani

di Samir Khalil Samir – I migranti islamici aiutano l’occidente secolarizzato a riscoprire la dimensione del sacro, il pudore, ma anche il coraggio a testimoniare in pubblico la propria fede. I cristiani dimenticano di evangelizzare i musulmani perché troppo tiepidi e insicuri nella loro fede cristiana. La missione è un gesto di amore espresso attraverso l’amicizia. La testimonianza di uno degli esperti del Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione

Beirut (AsiaNews) – Le migrazioni di musulmani in occidente sono una strada provvidenziale per noi cristiani per riscoprire la nostra fede e per evangelizzare queste comunità. L’Instrumentum Laboris del Sinodo sulla Nuova evangelizzazione parla della necessita di riscoprire la fede e la sua ragionevolezza e allo stesso tempo mette in luce le nuove situazioni e i nuovi areopaghi in cui si svolge la missione di oggi: fra questi vi sono appunto le migrazioni.

Buona Notizia e proselitismo

Va detto però che nel mondo musulmano già l’uso della parola “evangelizzare” è un problema. A tutt’oggi, la parola araba “tabshīr” è utilizzata dai musulmani per esprimere un proselitismo di tipo negativo, un aspetto aggressivo della missione. Spesso, discutendo con i miei amici islamici, io spiego loro che invece il verbo si usa anche nel Corano, in modo molto nobile. Nel libro sacro ai musulmani, si mette questa parola nella bocca di Gesù, che dice: ” Io vi porto il lieto annunzio (“vangelo”) di un profeta che verrà dopo di me il cui nome è Ahmad” (wa-mubashshiran bi-rasulin ya’ti min ba’di smuhu Ahmad = Corano 61:6). In pratica, secondo il Corano, Gesù porta il lieto annunzio profetizzando la venuta di Maometto.

I musulmani citano spesso questa frase, come uno dei loro “dogmi” o delle cosiddette “prove” che dimostrano la superiorità dell’islam sul cristianesimo, Maometto essendo l’ultimo profeta mandato da Dio all’umanità, il “sigillo dei profeti” (khâtam al-nabiyyîn), come dice il Corano 33:40. Anni fa insegnavo filosofia araba all’università del Cairo. I miei studenti (18 in tutto) erano tutti musulmani. Un giorno, alla fine di un corso, uno di loro mi ha accusato: “Lei è venuto qui per fare proselitismo! (tabshīr)”. Io gli ho risposto che mi faceva troppo onore, perché secondo il Corano sono i profeti che fanno tabshir e addirittura Cristo stesso. Lui, un po’ confuso, mi risponde che non intendeva usare quella parola in quel senso. E io gli ho detto che non conoscevo altro senso se non quello con cui la parola è usata nel Corano.

Musulmani e cristiani con un messaggio al mondo intero

La discussione è servita a chiarire le nostre reciproche posizioni. Voi musulmani – spiegavo – avete l’obbligo di fare la Da’wa; avete istituzioni politiche e sociali per fare “l’appello” alla fede, per invitare i non musulmani a aderire all’islam.

Io trovo giusto che voi invitiate la gente a diventare musulmani, perché è segno che ci credete sul serio. Ma anche noi cristiani abbiamo questo obbligo di annunciarvi il lieto annunzio del Vangelo. Come lo dice il Signore risuscitato ai suoi discepoli: “Andate nel mondo intero, proclamate la Buona Notizia (= Vangelo) a tutta la creazione” (Marco 16:15). Si tratta dunque di una missione universale, valida per tutti e tutte.

Insomma, occorre ricordare a noi e ai musulmani che l’evangelizzazione non è scovare trucchi per convertire o manipolare l’altro, ma il desiderio di mettere a disposizione dell’altro quanto di bello abbiamo scoperto nella nostra vita.

Verità e Libertà, per amore dell’altro

Il problema è che i musulmani non permettono questa libertà di evangelizzare, col motivo che nessuno ha la libertà di rinunciare alla Verità che è nell’Islam. Ma usano di tutti i mezzi per fare la Da’wa, la propaganda islamica. Basta un minuto per fare la doppia proclamazione di fede, la shahâda: “Proclamo che non c’è altro Dio che Dio, e che Muhammad è suo Profeta!”

Spesso spiego ai miei amici musulmani che la libertà è il dono più grande che Dio abbia fatto all’umanità. Dio ci lascia liberi di fare il male, non ci punisce tutte le volte che sbagliamo, anzi ci permette che ci allontaniamo da lui. Certo, Lui c’indica la via del bene, a traverso l’insegnamento dei suoi Messaggeri, ma non obliga nessuno a seguirla.

Ciò significa che la libertà di scelta è fondamentale anche per Dio! Del resto, quel che distingue l’animale dall’uomo è proprio la coscienza. L’animale è programmato con l’istinto, che li permette di agire istintivamente in conformità con la sua propria natura. L’uomo è libero: puo’ scegliere di fare il male, puo’ scegliere di ubriacarsi o di mangiare oltre misura fino ad esserne malato. Non ha l’istinto che lo guida in modo sicuro; invece ha la sua coscienza, che deve pero’ affinare ed educare.

Ciò significa che occorre avere la libertà di scegliere la via che voglio seguire. Occore avere la libertà di annunciare il Vangelo o il Corano per promuovere l’atto di libertà, cosi’ tipico dell’Uomo. Questo significa anche che l’annuncio non può essere un atto di conquista, ma solo un gesto di amore verso l’altro.

Evangelizzazione, un obbligo di amore

L’evangelizzazione per noi cristiani è un obbligo evangelico ed un obbligo di amore (Matteo 28, 19-20). Ma per motivi sociologici o altro, ci vergogniamo di farlo, magari per un falso rispetto della libertà altrui. Ma se è per amore che evangelizziamo, allora troverò il modo di trasmettere la cosa più bella che posseggo ed essere pronto anche a ricevere il loro messaggio.

Un esempio: per me, ogni giorno, sentendo il muezzin, io mi ricordo di Dio e mi metto a pregare col cuore con i musulmani che in questo momento alzano il cuore verso Dio, in uno scambio di esperienze spirituali. Di fatto, senza saperlo, i musulmani ci stanno evangelizzando.

Il musulmano infatti non ha timore di presentare la sua fede; il cristiano in Occidente si vergogna, pensando che la sua fede è un valore privato. Perciò, in Occidente i cristiani – guardando i musulmani – devono convertirsi per comprendere che la religione fa parte delle realtà spirituali della vita, affianco a tutte le altre e non c’è bisogno di nasconderla. Dobbiamo imparare a essere orgogliosi della nostra fede, senza per questo cadere nell’ostentazione o nella propaganda e il proselitismo.

L’immigrazione musulmana, un atto della Provvidenza divina

Anche la presenza di gruppi musulmani nei Paesi europei e occidentali richiede con urgenza l’evangelizzazione. Nei Paesi islamici è quasi impossibile invitare un musulmano a scoprire il Vangelo. Quasi ovunque, anche nei Paesi musulmani detti “laici” (Turchia, Tunisia per esempio), la conversione dall’islam al cristianesimo non è, in pratica, un atto banale o permesso. Tale difficoltà è dovuta al fatto che l’islam, essendo una realtà politico-militare come anche religiosa-spirituale, considera la conversione come un tradimento della “Nazione musulmana” (la Ummah), e vieta l’evangelizzazione sotto pena di prigione o di morte.

Ma l’immigrazione ha cambiato i connotati della questione. In Europa occidentale ci sono circa 15 milioni di musulmani. Troppo spesso si vede questo loro arrivo come un’invasione, e forse lo è in una certa misura, perché sta cambiando troppo velocemente la struttura della società, e rischia di modificare profondamente la società nel futuro.

Ma c’è anche un’altra lettura possibile. Se quest’immigrazione, essenzialmente per motivi economici, fosse un gesto della Provvidenza divina che manda i musulmani in un terreno più liberale e neutrale. Perciò, invece di vedere l’immigrazione come un’aggressione, vediamola come una possibilità di incontro e di scambio di valori: loro presentano la loro spiritualità, e noi abbiamo la possibilità di presentare con libertà la nostra spiritualità. Mi sembra più costruttivo e positivo cambiare registro e vedere questa immigrazione come un dono di Dio.

Semplicità e coraggio per dirsi credente ed annunziare l’Amore di Dio in Cristo

Ma di fatto mi sembra che siamo noi cristiani ad essere carenti. I musulmani – magari con il loro modo talvolta eccessivo di esibire la loro religione – ci spingono a riscoprire la nostra spiritualità e il coraggio di proclamarsi con semplicità credente: una volta noi attraversavamo anche i mari sconosciuti per annunciare il Vangelo; ora diciamo che perfino a casa nostra “è impossibile annunciare” perché “l’ambiente sociologico non lo permette” o perché “bisogna andare cauti”, oppure per un falso “rispetto” dell’altro.

Invece, in Europa, ormai un musulmano può entrare in una chiesa quando vuole; se vuole leggere il Vangelo, può acquistarlo in una libreria (in alcuni Paesi islamici è proibito introdurre Vangeli). Dobbiamo guardare questa situazione di libertà come una grande occasione di evangelizzazione, e con infinito rispetto della libertà loro. Non dobbiamo essere irrealisti, ma dobbiamo cambiare il nostro atteggiamento verso i musulmani, pensando che anche loro attendono l’amore infinito di Gesù.

Come evangelizzare i musulmani?

Come si fa l’evangelizzazione con i musulmani? La cosa primaria è l’amicizia. Evangelizzare non è aggredire, ma creare amicizia senz’altro scopo che la simpatia, l’accoglienza, la fraternità. E questo si può fare ovunque: per strada, coi vicini, a scuola, nel lavoro, nel bus, nel treno … E parlando, affrontando i problemi della vita, dei figli, ognuno comunica la propria visione, testimonia i propri valori e il fondamento della propria fede.

Per esempio, talvolta mi trovo con alcuni musulmani che osservano il puro e l’impuro nei cibi, e provano disgusto a vedermi mangiare del maiale. Io spiego loro che per noi cristiani “tutto è puro per quelli che sono puri“, come dice Paolo (Tito 1:15), in conformità con l’insegnamento di Gesù : “Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!» (Mt 15:11). Perciò, per noi non vi sono divieti sul cibo. Questa piccola cosa mostra che perfino nelle cose di tutti i giorni noi possiamo offrire il segno della novità cristiana.

Oppure quando due mamme scambiano le loro esperienze con i figli e le figlie, c’è il messaggio del Vangelo che passa attraverso scambi apparentemente banali … se siamo penetrati dal Vangelo. L’evangelizzazione comincia con noi stessi, con lasciarci prendere da Cristo per vivere più seriamente l’ideale del Vangelo.

In Europa ci sono migranti della prima o della terza generazione, che non si sentono accettati: questa vicinanza fraterna, piena di testimonianza è importante. L’evangelizzazione non è un corso di teologia sulla Trinità, non suppone studi particolare. L’evangelizzazione è una testimonianza di vita fraterna, solidare e pura.

Siamo anche evangelizzati dal musulmano

Allo stesso tempo, in una società occidentale così secolarizzata, dove il denaro è diventato una divinità (il Mammone del Vangelo) (Matteo 6:24, e Luca 16:9-13), dove il sesso è divenuto una cosa banale, quasi un gioco o uno sfogo di tipo animale, certi atteggiamenti di pudore dei musulmani sono importanti anche per noi. E il richiamo quotidiano del musulmano all’unicità divina: Non c’è altra divinità che Dio: né soldi, né sesso, né potere … solo Dio conta, ci riporta all’essenziale della fede cristiana.

Troppo spesso in Europa incontro vescovi e sacerdoti che sono fin troppo cauti nella testimonianza e nell’evangelizzazione verso i musulmani. Essi preferiscono lasciare ognuno nella sua religione, perché tanto “tutti si salvano nella loro tradizione”… e qualcuno aggiunge “come l’ha insegnato il Vaticano II” ! In realtà in questione qui non c’è la salvezza finale (che è un affare di Dio), ma il desiderio di condividere la gioia della salvezza ora. E l’amore consiste nel comunicare all’altro ciò che io ho ricevuto.

In conclusione

Nel cristianesimo odierno in Europa c’è una mancanza di convinzione nel Vangelo. Lo scambio e la convivenza fra cristiani e musulmani ci potrà aiutare a scoprire la ricchezza della fede cristiana. Quando un musulmano mi parla della bellezza e della pratica della sua fede, o della preghiera, dell’adorazione, ecc… risveglia in me elementi simili presenti nella mia tradizione. Attraverso i musulmani possiamo riscoprire il valore del sacro nella vita e riscoprire la ricchezza della nostra tradizione. Diam’s, la cantante rapper francese di origine cipriota, Mélanie Georgiades ,si è convertita all’islam perché ha scoperto quanto i musulmani ci tengono alla preghiera.

L’immigrazione musulmana ha certo in alcuni casi un carattere aggressivo, soprattutto quando i musulmani pretendono di seguire i loro costumi e le lore norme in Occidente, con poco rispetto per i costumi e norme del Paese d’immigrazione. E’ una realtà di ogni giorno – ma non è una realtà generalizzata – che bisogna osservare con attenzione.

Mi sembra però più importante di guardare alle migrazioni non come un’aggressività da temere, ma come una possibilità di scambio di esperienze profonde, e soprattutto come un’occasione provvidenziale. Essa ci aiuta a superare la secolarizzazione, ci porta alla riscoperta del Vangelo e ci spinge ad annunciarlo.

La fantasia della carita’ sulle orme di Giovanni Paolo II

UgpII-5na riflessione per chi vuol far parte di Amici di Lazzaro:

“Lo scenario della poverta’ puo’ allargarsi indefinitamente, se aggiungiamo alle vecchie le nuove poverta’, che investono spesso anche gli ambienti e le categorie non prive di risorse economiche, ma esposte alla disperazione del non senso, all’insidia della droga, all’abbandono nell’età avanzata o nella malattia, all’emarginazione o alla discriminazione sociale. Il cristiano, che si affaccia su questo scenario, deve imparare a fare il suo atto di fede in Cristo decifrandone l’appello che egli manda da questo mondo della povertà. Si tratta di continuare una tradizione di carità che ha avuto già nei due passati millenni tantissime espressioni, ma che oggi forse richiede ancora maggiore inventiva. È l’ora di una nuova « fantasia della carità », che si dispieghi non tanto e non solo nell’efficacia dei soccorsi prestati, ma nella capacità di farsi vicini, solidali con chi soffre, così che il gesto di aiuto sia sentito non come obolo umiliante, ma come fraterna condivisione. (LEGGI QUI) Dobbiamo per questo fare in modo che i poveri si sentano, in ogni comunità cristiana, come « a casa loro ». Non sarebbe, questo stile, la più grande ed efficace presentazione della buona novella del Regno? Senza questa forma di evangelizzazione, compiuta attraverso la carità e la testimonianza della povertà cristiana, l’annuncio del Vangelo, che pur è la prima carità, rischia di essere incompreso o di affogare in quel mare di parole a cui l’odierna società della comunicazione quotidianamente ci espone. La carità delle opere assicura una forza inequivocabile alla carità delle parole. “

(di Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte 50)

Per le vittime e per i carnefici (Giovanni Paolo II)

2332115725_fce5bffdc4Per le vittime
e per i loro familiari,
per i responsabili della societa’ civile
e per i tutori dell’ordine,
per i terroristi
e i loro fiancheggiatori;
preghiamo in particolare
per quanti sono presi dalla tentazione
dello scoramento e dell’angoscia
di fronte agli abissi
della malizia umana.
Conferma, Signore, nei nostri cuori
la certezza che la vittoria definitiva
è riservata all’amore.

Giovanni Paolo II

Van Thuan e la fede durante la persecuzione

FrancoisXavierNguyenVanThuan3«In isolamento, in una cella senza luce, suoni o qualunque altro segno di presenza umana, una volta non fui nemmeno capace di ricordare l’Ave Maria. Fu l’unica volta, durante la mia prigionia, che ebbi veramente paura».
Raccontò così, una volta, le sue sofferenze Francois-Xavier Nguyen Van Thuan. Non senza quell’espressione serena con la quale era solito ripercorrere anche i tredici anni della sua personale Via Crucis. È un volto ancora ben stampato nella memoria di molti quello che emerge dalle pagine di Il miracolo della speranza, la biografia del presule vietnamita scritta da André Nguyen Van Chau, intellettuale e amico del cardinale scomparso il 16 dicembre 2002 (Edizioni San Paolo, pagine 318, Euro 18).
Una testimonianza preziosa, la sua. Per capire che dietro al coraggio di un uomo c’era una lunga storia. Figlio del clan Ngo Dinh, la famiglia cattolica simbolo della storia del Vietnam moderno, Thuan, classe 1928, fin da bambino ascoltava il racconto di zia Lien, unica sopravvissuta nel 1885 al massacro dei cattolici di Dhai Pong. Si erano riparati in chiesa per sfuggire ai van than, gli intellettuali fanatici sobillati dai mandarini. Loro diedero fuoco all’edificio. E ributtavano dentro i bambini che i genitori, disperatamente, cercavano di salvare gettandoli fuori dalle finestre. La madre del futuro presule, Hiep, era la figlia di Ngo Dinh Kha, patriota nel Vietnam di inizio ‘900, e sorella di Diem, il futuro primo presidente della Repubblica del Vietnam del Sud, tolto di mezzo nel 1963 da un colpo di Stato di un gruppo di generali perché giudicato troppo poco filo-americano.
Non stupisce, dunque, che la vocazione al sacerdozio di Thuan si intrecci continuamente con il dramma del suo Paese: dallo shock per l’allontanamento dei superiori francesi dal seminario minore agli omicidi politici che colpiranno, sempre più duramente, la sua famiglia. Fino, appunto, alla morte di Diem, considerato dal giovane nipote un padre spirituale prima ancora che un punto di riferimento per leggere la realtà. Da lui aveva imparato a capire cos’era davvero la minaccia comunista. Ma anche che il Vietnam non sarebbe mai riuscito a sopravvivere se avesse contato solo sullo straniero forte di turno.
Intanto il suo sogno di diventare un bravo prete di campagna svaniva: dopo gli anni da rettore al seminario di Hué, nel 1967 fu nominato vescovo di Nha Trang. Sapeva ormai come sarebbe finita la guerra. E allora decise che la Chiesa non doveva farsi trovare impreparata: curò la formazione dei laici, si impegnò nella pastorale vocazionale. E quando i comunisti, nell’aprile 1975, si avvicinarono a Nha Trang chiese e ottenne dal delegato apostolico il permesso di ordinare preti tutti i seminaristi maggiori.
Proprio mentre il Vietnam del Sud piombava nel baratro, Thuan ricevette la nomina ad arcivescovo coadiutore di Saigon, o Città Ho Chi Min, come i nuovi conquistatori l’avevano ribattezzata. Nell’ora più drammatica Paolo VI sceglieva di puntare su quel giovane presule dal cognome importante che si era fatto conoscere per il coraggio e la dedizione con cui stava dirigendo il Corev, l’organismo della Conferenza episcopale per l’aiuto e l’assistenza ai profughi. Ma questa attività non era passata inosservata nemmeno ai comunisti; a loro fu immediatamente chiaro che il nipote di Diem per nessuna ragione avrebbe dovuto salire sulla cattedra di Saigon.
Il 15 agosto 1975 iniziò il Calvario di Thuan. Il primo periodo lo trascorse agli arresti domiciliari a Cay Vong. Fu in quei mesi che, sul retro dei fogli di un calendario, scrisse Il cammino della speranza, un libro che presto cominciò a circolare clandestinamente tra i cattolici vietnamiti e ad essere tradotto all’estero.
Nel frattempo, però, per Thuan era cominciato il periodo più duro: il 19 marzo 1976 venne trasferito nel campo di prigionia di Phu Khanh, dove conobbe l’annientamento prodotto dall’isolamento totale. Rinchiuso da solo in una cel la umida, senza finestre, con una sola lampadina accesa o spenta a piacimento dai suoi carcerieri. Sperimentò l’umiliazione di vedersi arbitrariamente negato l’accesso alla latrina. Furono otto mesi durissimi, in cui i suoi aguzzini lo portarono intenzionalmente sull’orlo della follia.
Poi finì nel campo di prigionia del Vietnam del Nord. Fu qui che riuscì a realizzare, con due pezzi di legno, la croce pettorale che anche una volta liberato avrebbe continuato a indossare. E a celebrare Messa con poche gocce di vino che era riuscito a farsi spedire come medicina per un «disturbo di stomaco» e alcuni pezzetti di pane tenuti nascosti. Nel maggio 1978 la detenzione fu trasformata in confino nel villaggio di Giang Xa. Qui avrebbe appreso con grande emozione dell’elezione a Papa di quel cardinale Karol Wojtyla che aveva conosciuto a Roma all’inizio degli anni ’70.
Ma per Thuan sarebbero venuti ancora giorni difficili: il 5 novembre 1982 sarebbe tornato in cella, questa volta ad Hanoi. E ci sarebbe rimasto per altri sei anni prima di potere, finalmente, riassaporare la libertà. Ma mai prendere possesso della sua sede arcivescovile. Nel dicembre 1991, di fronte al rischio concreto di nuove misure restrittive, da Roma arrivò il consiglio di partire: e fu un viaggio di sola andata. Nell’aprile 1994, il Papa lo nominò vice-presidente del Pontificio Consiglio giustizia e pace, dicastero vaticano che quattro anni dopo sarebbe stato chiamato a guidare. Infine, nel febbraio 2001, la porpora cardinalizia. Ma sempre con al collo quella croce di legno.

Giorgio Bernardelli

Musulmani convertiti a Cristo, malvisti dalla Umma e dalle comunita’ cristiane

Mohammed Christophe Bilek lancia un appello ai musulmani perché difendano la libertà di coscienza e il diritto di un musulmano a cambiare la sua religione, allo stesso modo in cui esiste il diritto di un cristiano ad abbracciare la religione islamica. Nello stesso tempo, egli chiede ai cristiani di non emarginare i convertiti e lavorare per garantire i loro diritti nei Paesi islamici e in Europa.

Parigi (AsiaNews) – Persecuzione diretta da parte della comunità islamica; imbarazzo e indifferenza verso la loro sorte da parte dei cristiani: è la situazione che affrontano molti musulmani che si sono convertiti al cristianesimo, non solo nei loro Paesi di origine, ma anche in Europa, dove – invece di garantire la libertà di coscienza – si difende soltanto la libertà per i musulmani di testimoniare la loro fede. Mohammed Christophe Bilek lancia un appello con questa lettera inviata ad AsiaNews.

Mohammed Christophe Bilek è nato in Algeria nel 1950 e vive in Francia dal 1961. È l’autore di due libri, “Un algerino non troppo cattolico” (1999, Cerf) e “Sant’Agostino raccontato a mia figlia”. Dagli anni ’90 egli è anche il responsabile del sito Notre Dame de Kabylie, per l’evangelizzazione dei musulmani e il dialogo islamo-cristiano.

Cari amici, se la persecuzione è il destino di numerosi cristiani, che dire dei musulmani che vogliono diventare cristiani? Essi sono come dei bambini che stanno per nascere, ai quali si rifiuta il diritto di esistere!

Questa settimana, un algerino battezzato a Pasqua mi ha detto: “Questa comunità [musulmana] mi fa stare male, questa Umma che vuol fare di me il suo schiavo! Non è Allah che fa di me il suo schiavo – come essi pretendono – ma essa…nel nome di Allah! Io non voglio essere prigioniero di un dogma, non voglio vivere nella menzogna! Al contrario, Dio mi chiama alla verità del Vangelo che libera. Io non impongo la mia fede a nessuno, nemmeno a mia figlia… Perché mi si vuole imporre la fede musulmana?”.

Sì, cari amici, coloro che oggi scelgono di seguire Gesù Cristo, come me già più di 40 anni fa, si nascondono anche in Francia, in Europa, per paura di violenze e rappresaglie familiari o comunitarie. A maggior ragione, immaginate la vita dei nostri fratelli che non hanno la possibilità di vivere in Paesi che rispettano la libertà di coscienza, che vivono seppelliti in Marocco o in Tunisia, per esempio.

Essi ci supplicano, vi implorano di pregare per loro e di non dimenticarli. Ma occorre fare di più e prendere le loro difese contro leggi liberticide che non vengono da Dio, ma dagli uomini, checché ne dicano coloro che le vogliono imporre.

Come prendere le loro difese? Con le armi? No, certo. Piuttosto, con le armi del Vangelo: quelle della giustizia, della verità, della carità, della fraternità.

Quanto a giustizia e verità, si continua a negare questa evidenza: che noi, in quanto cristiani, in tutto il mondo musulmano, siamo spogliati dei nostri diritti e della libertà. Basta ricordare la legge sull’apostasia, istituita con la sharia e praticata da numerosi Paesi come l’Arabia saudita o l’Iran.

Lasciate che vi domandi: forse Gesù Cristo ha imposto la sua legge? Sebbene essa sia una legge d’amore, ha mai Egli forzato qualcuno a praticarla? Forse che la Chiesa cattolica, per esempio, scomunica e lancia della fatwa contro coloro che la abbandonano per divenire musulmani? Forse che essa minaccia i fulmini e l’inferno per il fatto che essi sono iscritti sui registri del battesimo?

No, certo. E perché? Perché la fede è un’adesione liberamente consentita da Dio. E dunque a Lui ognuno renderà conto.

Ora, questo diritto di abbandonare il cristianesimo, riconosciuto ai convertiti all’islam, perché non è riconosciuto a coloro che vogliono abbandonare la religione musulmana per seguire Gesù Cristo? Vogliamo dunque dire ai musulmani sinceri: mostratevi caritatevoli e accettate questa uguaglianza davanti a Dio, solo giudice, in modo definitivo e senza concessione! Ditelo pubblicamente, almeno qui in Francia, in Europa, dove voi reclamate i vostri diritti. Siate conseguenti e credibili, ammettendo uguali diritti umani ai vostri fratelli che hanno scelto un’altra via!

Riguardo alla fraternità cristiana, non posso che citare ancora le parole di quell’algerino: “I musulmani mi fanno stare male, è un fatto, perché essi si immischiano nella mia vita interiore, mentre essa riguarda [solo] Dio; ma quelli che mi uccidono sono questi fratelli cristiani, che chiacchierano con i musulmani, ma non levano nemmeno il dito mignolo per aiutarci: forse ci prendono per dei bugiardi? Mi domando: per loro siamo dei falsi fratelli o dei fratelli di secondo ordine?”.

L’amico algerino ha ragione: come si può credere alla sincerità di questi cristiani, convinti o no, che qui in Francia e in Europa, hanno in bocca solo parole come “islamofobia”, “stigmatizzazione dei musulmani”, ma si tacciono o si volgono altrove per non vedere le sofferenze e gli abusi che i cristiani subiscono, impediti di vivere la loro fede nei loro Paesi d’origine e nei loro Paesi di esilio? Non accade forse che essi pongono una discriminazione fra noi e loro? Senza arrivare fino a parlare di razzismo, non praticano forse una segregazione fra noi e loro? Essi si credono giusti, ma denunciano solo alcune ingiustizie.

In conclusione, vogliamo riaffermare qui, davanti a Dio, per coloro che hanno orecchie per intendere, le parole di una celebre figlia di Francia: noi non abbiamo il compito di convincervi. Ad ogni modo, poiché nostro Signore deve essere il primo ad ricevere il nostro servizio, in accordo con Giovanna di Francia [d’Arco],.. e poiché la nostra anima appartiene a Dio, secondo l’espressione di sant’Agostino, … noi testimoniamo pubblicamente che oggi Gesù Cristo è perseguitato nei fratelli e nelle sorelle che provengono dalla tradizione musulmana.

di Mohammed Christophe Bilek

L’Occidente costruito dalla Chiesa

Nessun’istituzione ha contribuito più della Chiesa a plasmare l’Occidente. È questa la tesi sostenuta nel libro “How the Catholic Church Built Western Civilization” (Regnery Publishing), di Thomas E. Woods Jr., pubblicato di recente.

La Chiesa cattolica, osserva Woods, è stata trattata dalla stampa in modo piuttosto negativo, nel corso degli ultimi decenni, tanto che molte persone conoscono solo gli aspetti più bui della storia della Chiesa. Questo libro si propone di colmare questa lacuna, trattando succintamente, in una serie di capitoli tematici, alcuni ambiti in cui la Chiesa ha svolto un ruolo decisivo.

Woods precisa che certamente la civiltà occidentale non deriva in modo esclusivo dal cattolicesimo. Tuttavia, è un fatto che comunemente non viene dato un riconoscimento adeguato al grande contributo della Chiesa in ambiti quali il diritto, la scienza, l’arte, la musica e l’architettura.

Una visione fortemente negativa ancora persiste riguardo al Medioevo, anche se Woods afferma che gran parte degli storici hanno ormai respinto il vecchio pregiudizio che considerava questo periodo come i secoli bui (“Dark Ages”). Sebbene vi sia effettivamente stato un periodo di declino nel corso del VI e del VII secolo, questo fu dovuto alle invasioni barbariche e alle continue guerre. Una distruzione che sarebbe stata peggiore se non fosse stato per l’impegno della Chiesa nel mantenere una qualche forma di ordine.

La civiltà moderna ha un particolare debito nei confronti del grande lavoro svolto dai monaci durante il Medioevo, sottolinea Woods. È stato nei monasteri che i grandi testi romani sono stati copiati e conservati per le future generazioni. E nonostante molti monasteri siano andati distrutti dalle ripetute invasioni barbariche nel corso dei secoli, altrettanti ne sono sorti per proseguire in questo lavoro.

La vita monastica medievale è stata essenziale anche per lo sviluppo dell’agricoltura. In particolare, migliaia di istituti benedettini hanno svolto un ruolo decisivo nella bonifica e nella coltivazione della terra. Essi hanno anche trasmesso alle popolazioni locali importanti tecniche quali l’allevamento di bestiame, la produzione di formaggi, la gestione idrica e l’apicoltura. Anche i monasteri cistercensi hanno svolto un ruolo importante, aggiunge Woods, nell’ambito dello sviluppo dell’energia idrica e della metallurgia.

Un periodo di apprendimento

Lungi dall’essere un periodo d’ignoranza, il Medioevo ha visto la nascita del sistema universitario. La Chiesa costituiva il centro di questo sviluppo che è decollato nella seconda metà del XII secolo con gli istituti di Parigi, Bologna, Oxford e Cambridge. Il papato, spiega Woods ha svolto un ruolo centrale nell’istituire e incoraggiare le università. Ai tempi della Riforma, 81 università godevano dello statuto pontificio.

Anche la scienza moderna deve molto alla Chiesa cattolica. Tutti ricordano il contrasto tra la Chiesa e Galileo, che in realtà non era stato affatto così negativo come il mito popolare lo dipinge, sostiene Woods. La Chiesa era al centro degli avanzamenti nella scienza, con molti ecclesiastici che coniugavano la vocazione divina ad un interesse scientifico.

Nel XIII secolo, il dominicano San Alberto il Grande, ad esempio, era considerato come uno dei precursori della scienza moderna. E Robert Grosseteste, cancelliere dell’Università di Oxford e Vescovo di Lincoln, è descritto da Woods come uno dei più colti uomini del Medioevo. Tra le altre cose, egli è stato il primo ad aver messo per iscritto una procedura completa per lo svolgimento di un esperimento scientifico.

Il coinvolgimento della Chiesa nella scienza è poi proseguito nei secoli successivi. Nel XVII secolo, il sacerdote danese Nicolaus Steno ha stabilito gran parte dei principi della geologia moderna. E nel XVII e XVIII secolo, i gesuiti hanno dato importanti contributi alla scienza, in particolare negli ambiti della matematica e dell’astronomia.

Anche l’arte e l’architettura devono molto alla Chiesa cattolica. Quando gli iconoclasti dell’VIII e IX secolo volevano distruggere le immagini sacre e l’arte religiosa, è stata la Chiesa che ha posto resistenza contro questa eresia.

Nei secoli seguenti il patrocinio della Chiesa, che ha permesso la costruzione delle grandi cattedrali e delle innumerevoli opere d’arte, era al centro dell’arte e dell’architettura europee. I Papi in particolare, in qualità di patroni di molti grandi artisti, hanno reso possibile la produzione di inestimabili capolavori.

Diritto internazionale

La scoperta e la conquista del Nuovo Mondo, aveva posto i teologi cattolici di fronte alla necessità di elaborare i principi legali ed etici relativi al trattamento delle popolazioni autoctone dei nuovo territori. Uno tra i più noti è stato Francisco de Vitoria, un domenicano considerato tra i fondatori del moderno diritto internazionale. Egli ha difeso il principio secondo cui tutti gli uomini sono egualmente liberi e hanno il medesimo diritto alla vita, alla cultura e alla proprietà.

Vitoria, insieme ad altre figure come il domenicano Bartolomeo de las Casas, ha svolto un ruolo importante nella difesa delle popolazioni locali contro coloro che tentavano di relegarli ad una classe subumana, per legittimarne la schiavitù ed altre forme di maltrattamenti. Nonostante questi sforzi, molte ingiustizie sono state commesse, osserva Woods, ma i teologi spagnoli hanno dato importanti contributi a concetti come il diritto naturale e la guerra giusta.

Molti altri aspetti del sistema giuridico occidentale devono la loro origine all’azione della Chiesa, spiega l’autore del volume. Il codice elaborato dalla Chiesa per uso proprio, il diritto canonico, rappresenta il primo ordinamento sistematico di diritto elaborato nell’Europa medievale, che ha poi fatto da fondamento per i successivi ordinamenti giuridici secolari.

L’influenza della Chiesa è stata essenziale nell’assicurare, ad esempio, che per la validità del matrimonio fosse necessario il libero consenso sia dell’uomo che della donna. E la difesa della vita umana da parte della Chiesa ha indotto alla cessazione della pratica sia greca che romana dell’infanticidio. Anche altre pratiche barbariche come il duello o la faida familiare sono cadute in desuetudine grazie all’influenza della Chiesa. Il diritto canonico ha anche introdotto principi come la riduzione della responsabilità per circostanze attenuanti.

Opere di carità

La solidarietà cattolica è un’altro ambito preso in esame da Woods. Sin dai primi secoli la Chiesa ha cercato di alleviare le cause di sofferenza derivanti da carestie e malattie. Ispirati dal Vangelo, i fedeli erano incoraggiati a fare donazioni alla Chiesa perché questa potesse aiutare i bisognosi.

Nella prima Chiesa, gli ospizi erano organizzati per prendersi cura dei pellegrini, degli schiavi liberati e dei poveri. Anche altre categorie sociali, come le vedove e gli orfani, hanno tratto beneficio dalle istituzioni erette dalla Chiesa. L’istituzione di ospedali su larga scala è opera della Chiesa cattolica a partire dal IV secolo. E durante il Medioevo i monasteri erano diventati i dispensatori di cure mediche in molte zone.

L’estensione di questa opera è stata tale che coloro che osteggiavano i cattolici, dai pagani, ai riformatori protestanti, agli illuministi come Voltaire, tutti rendevano omaggio all’opera di carità della Chiesa.

Woods osserva inoltre che quando Enrico VIII aveva eliminato i monasteri dall’Inghilterra e confiscato le loro proprietà, il conseguente venir meno delle opere di carità ha portato a sollevamenti civili da parte della popolazione di alcune zone. E la nazionalizzazione della proprietà della Chiesa avvenuta durante la Rivoluzione francese ha portato, quasi 60 anni dopo, nel 1847, ad un calo del 47% nel numero degli ospedali in Francia, rispetto al 1789.

Woods conclude affermando che “i concetti che il cattolicesimo ha introdotto nel mondo sono parte talmente integrante di esso, che spesso gli stessi movimenti che li osteggiano sono a loro volta altrettanto intrisi di essi”. La Chiesa cattolica, prosegue l’autore, “non ha meramente contribuito alla formazione della civiltà occidentale, la Chiesa l’ha costruita”. Ciò nonostante, la cultura contemporanea ha voluto tagliare fuori se stessa da queste radici, osserva, molto spesso con pesanti conseguenze negative.

Madonna di Shesan, aiuto dei cristiani, Prega per noi!

Nella Lettera pastorale di Papa Benedetto XVI indirizzata alla Chiesa in Cina nel 2007 il Papa decide che la festa annuale della Madonna di Sheshan, l’Ausiliatrice dei cristiani, il 24 maggio, sarà una festa di preghiera di tutta la Chiesa nel mondo per la Chiesa in Cina. Penso che i fedeli di Shanghai saranno contentissimi quando sentiranno tale buona notizia. Grazie, Santo Padre. Questo per la diocesi di Shanghai è un onore molto grande, e allo stesso tempo un obbligo molto importante. Innanzitutto dobbiamo venerare la Madonna con un fervore straordinario, dobbiamo imitare la Madonna, impegnandoci a essere suoi figli e figlie, e dando esempio agli altri cattolici. In secondo luogo, poiché ci saranno certamente molti fedeli che verranno in pellegrinaggio a Sheshan, noi cattolici di Shanghai dobbiamo prepararci adeguatamente, essere degli ospiti accoglienti, affinché i fedeli cinesi e stranieri possano in noi vedere la gloria dell’amore divino, venendo di buon grado e tornando contenti.

Aloysius Jin Luxian

La chiesa costruita nel XIX secolo e benedetta come santuario nazionale, si staglia in cima a una collina piena di vegetazione e piante rare, a circa 40 km a sudovest di Shanghai. Nelle vicinanze del santuario vi è pure un osservatorio astronomico sorto per opera dei gesuiti agli inizi del ‘900 e in seguito nazionalizzato. Per decenni centinaia di migliaia di cattolici, anche nei periodi più bui della persecuzione, sono giunti da tutta la Cina per chiedere grazie e pregare Maria, Regina della Cina.

Lode a Maria che veglia sul mondo (Giovanni Paolo II)

papa-juan-pablo-segundoMadre del Redentore!
… sei stata ferma
accanto alla Croce di tuo Figlio,
che è la Croce di tutta la storia dell’uomo
anche nel nostro secolo.
Sei restata e continuerai a rimanere,
posando il tuo sguardo
sui cuori di questi figli e figlie
che già appartengono al terzo millennio.
Sei rimasta e continuerai a restare,
vegliando, con mille attenzioni di Madre,
e difendendo, con la tua potente intercessione,
l’albeggiare della Luce di Cristo
in seno ai popoli e alle nazioni.

Giovanni Paolo II

L’uovo e la risurrezione … perchè le uova a Pasqua?

Uovo DipintoQuella che stiamo per proporre, nella solennità centrale dell’anno liturgico, può sembrare una stravaganza e, per certi, versi, lo è. Eppure, andando oltre le apparenze, ritroviamo ancora una volta quelle radici cristiane che la società attuale sembra sotterrare sempre più sotto l’indifferenza. Per le nostre Pasque sono solo disponibili paesaggi primaverili o al massimo un uovo da cui fuoriesce un bel pupo. In tempi così “corretti” e “laici” l’uovo è paradossalmente l’ultimo simbolismo con iridescenze pasquali che ci possiamo permettere, anche se è noto che la genesi di questo simbolo affonda nei miti cosmogonici più remoti non solo egizi, ma anche indiani: il guscio sarebbe l’aria, l’albume rappresenterebbe l’acqua e il tuorlo la terra. C’è un’applicazione cristiana di questo segno che, tra l’altro, appare stilizzato anche nelle “mandorle” ovali che alonano Cristo e i santi nell’iconografia tradizionale.

 Sant’Agostino nel suo Sermone 105 dichiarava: «La speranza, a mio avviso, è paragonabile all’uovo: essa, infatti, non ha ancora raggiunto lo scopo e, così, l’uovo è già qualcosa ma non è ancora il pulcino». È forse per questa via che progressivamente l’uovo si è trasformato in segno pasquale sia per Cristo sia per il cristiano: il sepolcro è comparabile all’involucro che fa uscire il risorto vivente. Così, nel medioevo si appendevano uova di struzzo in molte chiese europee durante la Settimana Santa e si allestivano reliquiari con due uova per simboleggiare nascita e risurrezione di Cristo. Un macabro crocifisso della cattedrale di Burgos in Spagna mostra un Cristo rivestito con pelle umana, ai cui piedi sono poste quattro uova.

Si era, quindi, giunti a un simbolismo pasquale che aveva declinazioni diverse: la benedizione delle uova, delle stanze e del letto a Pasqua era, ad esempio, in passato una sorta di catechesi visiva sulla risurrezione, ma lo era anche sulla vita propagata col matrimonio. Gli antichi pittori di icone usavano il tuorlo invece dell’olio per le loro opere così da evocare la vita del Risorto.

Le iridescenze metaforiche che si avviluppano attorno all’uovo sono, dunque, molteplici anche se dominante è certo quella della vita-risurrezione. Ed è questo forse l’ultimo segno pasquale che può entrare nella piazza dell’esistenza sociale in questi tempi così immemori delle loro radici storiche, culturali e religiose. Ma quanti, infrangendo l’uovo pasquale di cioccolato, sanno andare al di là della sorpresa e intuire in filigrana un’evocazione di quella grotta tombale dalla pietra ribaltata, segno della risurrezione di Cristo?

Gianfranco Ravasi – L’Osservatore Romano

A Pasqua, per la pace nel mondo (Giovanni Paolo II)

432057_332001656850913_109310129120068_1012676_265927231_nSignore Gesu’,
nostra Pace (Efesini 2,14),
Verbo incarnato duemila anni or sono,
che risorgendo hai vinto il male e il peccato,
concedi all’umanita’ del terzo millennio
una pace giusta e duratura;
volgi a buon esito i dialoghi intrapresi
da uomini di buona volontà che,
pur fra tante perplessità e difficoltà,
intendono porre fine ai preoccupanti conflitti
in Africa e in America Latina,
alle tensioni che affliggono il Medio Oriente
e vaste zone dell’Asia e dell’Europa.
Aiuta le nazioni
a respingere i sentimenti di razzismo.
Tutta la terra sia inondata
dallo splendore della risurrezione.

Giovanni Paolo II

Resta con noi, Signore! (Giovanni Paolo II)

263038434456194612_zEO6AyP9_cResta con noi, Signore risorto!
E’ questa anche la nostra quotidiana aspirazione.
Se tu rimani con noi,
il nostro cuore e’ in pace.
Accompagnaci, come hai fatto
con i discepoli di Emmaus,
nel nostro cammino personale ed ecclesiale.
Aprici gli occhi, affinché sappiamo riconoscere
i segni della tua ineffabile presenza.
Rendici docili all’ascolto del tuo Spirito.
Nutriti ogni giorno
del tuo Corpo e del tuo Sangue,
sapremo riconoscerti
e ti serviremo nei nostri fratelli.

Giovanni Paolo II

Aiutaci a superare le divisioni (Giovanni Paolo II)

01_JoaoPauloO Signore,
fortifica in tutti i cristiani
la fede in Cristo,
Salvatore del mondo.
Dona a noi l’unit
e la pace per il mondo.
Fa’ che possiamo penetrare la verit
tutta intera.
Insegnaci a superare le divisioni.
Invia il tuo Spirito
per condurre alla piena unit
tutti i tuoi figli nella carità piena,
in obbedienza alla tua volontà,
per Cristo nostro Signore. Amen.

(Giovanni Paolo II)

Vivi l’oggi – Suor Odette Prevost martire in Algeria

vivioggiVivi il giorno d’oggi Dio te lo dà è tuo, vivilo in lui.
Il giorno di domani è di Dio, non ti appartiene.
Non portare sul domani la preoccupazione di oggi.
Il domani è di Dio: affidaglielo.
Il momento presente è una fragile passerella:
se lo carichi dei rimpianti di ieri,
dell’inquietudine di domani, la passerella cede e tu perdi piede.
Il passato? Dio lo perdona.
L’avvenire? Dio lo dona.
Vivi il giorno d’oggi in comunione con lui.

Suor Odette Prévost è stata uccisa in Algeria, il 10 novembre 1995.

La storia di Marta, 22 anni… il martirio della Goretti spagnola

Il processo diocesano della causa di beatificazione della giovane Marta Obregón, assassinata a Burgos nel 1992 per aver resistito a una violenza carnale, inizierà questo martedì nella cappella della Facoltà di Teologia di Burgos (Spagna).

Un tribunale ecclesiastico cercherà di provare la sua santità attraverso il martirio per aver difeso la virtù della castità, ha reso noto a ZENIT il postulatore diocesano della causa, Saturnino López.

López ha sottolineato il coraggio di Marta, studentessa del 5° anno di Giornalismo, al momento della morte, difendendo i valori e le virtù cristiane e non cedendo di fronte all’aggressione.

“La santità è per le virtù o per il martirio”, ha spiegato. “E il martirio è per aver difeso la fede sotto due aspetti: per odio alla fede o per difesa di virtù, come nel caso di Santa Maria Goretti”.

Sono molte le persone che si affidano a lei chiedendole favori di ogni tipo. Tra le testimonianze raccolte sulla web della causa, la sua amica Rosi scrive: “Il tuo martirio non è qualcosa di vano, ma è un grido di Dio al mondo che non valorizza più la grandezza della Santa Purezza”.

Avviando la sua causa nel 2007, l’Arcivescovado di Burgos ha dichiarato: “Sottoponendo i dati al parere di Santa Madre Chiesa, tutto ci suggerisce che la giovane stMarta Obregonudentessa di Giornalismo Marta Obregón ci abbia lasciato un bell’esempio, sia in una vita grata all’amore e alla misericordia di Dio che nella sua morte coraggiosa”.

Marta Obregón nacque a La Coruña il 1° marzo 1969. Era la seconda di quattro sorelle di una famiglia cristiana. A causa del lavoro del padre, la famiglia visse un anno a Barcellona, e nel dicembre 1970 si stabilì definitivamente a Burgos.

Ragazza spontanea, di carattere aperto e di bell’aspetto, Marta studiò con profitto presso il Colegio de Jesús María. Nell’infanzia frequentò insieme alla sorella il Club Arlanza di Burgos, della prelatura dell’Opus Dei.

Debolezza e riconversione

Nel 1988 iniziò la sua prima relazione con un ragazzo “con il quale sperimentò la debolezza di fronte alla passione, fino a che una volta arrivò il pericolo nello stesso luogo in cui in un altro pomeriggio offrì la sua vita piuttosto che offendere Dio e permettere che la sua dignità venisse degradata”.

Saturnino López lo spiega in una breve biografia pubblicata nel bollettino dell’Arcivescovado di Burgos nel 2007.

Marta iniziò gli studi universitari a Madrid sperando di diventare una giornalista famosa. In seguito modificò le sue aspirazioni e confessò apertamente che pensava solo a Dio e a fargli piacere.

Durante le vacanze estive del 1990 partecipò a un viaggio a Taizé organizzato da un gruppo neocatecumenale.

A Taizé ebbe luogo una prodigiosa riconversione di Marta, che al ritorno decise di confessarsi. Si sentiva ancora “sporca” per ciò che era avvenuto più di due anni prima.

Per motivi sconosciuti, però, il confessore non l’assolse, il che le provocò una grande sofferenza e una lotta tra la sua volontà di donarsi a Dio e il suo sentimento di abbandono da parte Sua.

Poco dopo, un incontro casuale con un sacerdote del Cammino Neocatecumenale che l’ascoltò le permise di sperimentare il perdono e la misericordia di Dio.

Da quel momento iniziò a difendere i valori cristiani con coraggio, in privato e in pubblico, con gli amici, all’università e nei mezzi di comunicazione.

Conobbe un altro giovane cattolico, con cui intrattenne un bel rapporto e con il quale volle essere missionaria itinerante, ma poco dopo egli ruppe la relazione senza darle spiegazioni.

Dopo la morte di Marta, il ragazzo ha riconosciuto: “Dio l’allontanò affettivamente da me, perché la mia sofferenza non fosse maggiore”.

“Fiat”

Per il postulatore, è molto importante il fatto che Marta ripetesse spesso “Signore, fiat”. “Era la sua ricerca della vocazione, lo ripeteva molto emozionata”, spiega.

Nel suo ultimo anno di vita, si recava ogni pomeriggio a studiare al centro dell’Opus Dei che aveva abbandonato per qualche anno. Terminava sempre la giornata con mezz’ora di preghiera in ginocchio davanti al Santissimmo.

Il giorno del suo sacrificio, chiese che lasciassero i libri sul tavolo di studio con l’intenzione di tornare la mattina dopo per seguire la Messa, comunicarsi e continuare la preparazione per gli esami di febbraio.

Non tornò più. Verso le 22.00, una sua vicina sentì un grido lacerante, ma visto che non si ripeteva non uscì a vedere cosa fosse accaduto.

Cinque giorni dopo, il cadavere della Serva di Dio Marta Obregón venne rinvenuto coperto di neve a circa cinque chilometri da Burgos. Aveva 22 anni.

Il rapporto forense indica che Marta morì nelle prime ore del 22 gennaio, festa del martirio di Santa Agnese, cercando di sottrarsi a una violenza.

Il suo corpo presentava numerosi colpi e 14 ferite di arma bianca tipo bisturi, una delle quali le penetrò il cuore.

Colui che è stato condannato per il crimine, ancora in carcere, ha fatto capire che se avesse ceduto all’aggressione, come varie vittime precedenti, non l’avrebbe uccisa.

Serenità e perdono

Moltissime persone, profondamente commosse, parteciparono all’ultimo saluto a Marta. Il dolore si mescolava a gioia e pace.

Alcuni testimoni che videro il volto della ragazza affermano colpiti che era sereno e dolce, come se non avesse subito il terrore dei colpi e le pressioni che apparivano sul suo corpo.

Molti altri rimasero profondamente colpiti dalla serenità della famiglia di Marta e dalle parole di perdono della madre.

“E’ la forza dello spirito”, sottolinea il postulatore. “Chi non ha sofferto umanamente per la morte di una persona cara e allo stesso tempo si è sentita più vicina di prima a quella persona?”. Per López bisogna “continuare a pregare per l’aggressore perché è colui che ne ha più bisogno”.

Quanto alla testimonianza dei familiari di Marta, sottolinea che la ragazza “è stata loro sottratta per un tempo determinato, ma per fede hanno la certezza che è già passata per il mistero pasquale”.

“Se è morta per essere fedele a Cristo e difendere una virtù”, afferma, “questo dà forza ai suoi genitori”.
Patricia Nazas –www.zenit.org

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]