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Van Thuan e la fede durante la persecuzione

FrancoisXavierNguyenVanThuan3«In isolamento, in una cella senza luce, suoni o qualunque altro segno di presenza umana, una volta non fui nemmeno capace di ricordare l’Ave Maria. Fu l’unica volta, durante la mia prigionia, che ebbi veramente paura».
Raccontò così, una volta, le sue sofferenze Francois-Xavier Nguyen Van Thuan. Non senza quell’espressione serena con la quale era solito ripercorrere anche i tredici anni della sua personale Via Crucis. È un volto ancora ben stampato nella memoria di molti quello che emerge dalle pagine di Il miracolo della speranza, la biografia del presule vietnamita scritta da André Nguyen Van Chau, intellettuale e amico del cardinale scomparso il 16 dicembre 2002 (Edizioni San Paolo, pagine 318, Euro 18).
Una testimonianza preziosa, la sua. Per capire che dietro al coraggio di un uomo c’era una lunga storia. Figlio del clan Ngo Dinh, la famiglia cattolica simbolo della storia del Vietnam moderno, Thuan, classe 1928, fin da bambino ascoltava il racconto di zia Lien, unica sopravvissuta nel 1885 al massacro dei cattolici di Dhai Pong. Si erano riparati in chiesa per sfuggire ai van than, gli intellettuali fanatici sobillati dai mandarini. Loro diedero fuoco all’edificio. E ributtavano dentro i bambini che i genitori, disperatamente, cercavano di salvare gettandoli fuori dalle finestre. La madre del futuro presule, Hiep, era la figlia di Ngo Dinh Kha, patriota nel Vietnam di inizio ‘900, e sorella di Diem, il futuro primo presidente della Repubblica del Vietnam del Sud, tolto di mezzo nel 1963 da un colpo di Stato di un gruppo di generali perché giudicato troppo poco filo-americano.
Non stupisce, dunque, che la vocazione al sacerdozio di Thuan si intrecci continuamente con il dramma del suo Paese: dallo shock per l’allontanamento dei superiori francesi dal seminario minore agli omicidi politici che colpiranno, sempre più duramente, la sua famiglia. Fino, appunto, alla morte di Diem, considerato dal giovane nipote un padre spirituale prima ancora che un punto di riferimento per leggere la realtà. Da lui aveva imparato a capire cos’era davvero la minaccia comunista. Ma anche che il Vietnam non sarebbe mai riuscito a sopravvivere se avesse contato solo sullo straniero forte di turno.
Intanto il suo sogno di diventare un bravo prete di campagna svaniva: dopo gli anni da rettore al seminario di Hué, nel 1967 fu nominato vescovo di Nha Trang. Sapeva ormai come sarebbe finita la guerra. E allora decise che la Chiesa non doveva farsi trovare impreparata: curò la formazione dei laici, si impegnò nella pastorale vocazionale. E quando i comunisti, nell’aprile 1975, si avvicinarono a Nha Trang chiese e ottenne dal delegato apostolico il permesso di ordinare preti tutti i seminaristi maggiori.
Proprio mentre il Vietnam del Sud piombava nel baratro, Thuan ricevette la nomina ad arcivescovo coadiutore di Saigon, o Città Ho Chi Min, come i nuovi conquistatori l’avevano ribattezzata. Nell’ora più drammatica Paolo VI sceglieva di puntare su quel giovane presule dal cognome importante che si era fatto conoscere per il coraggio e la dedizione con cui stava dirigendo il Corev, l’organismo della Conferenza episcopale per l’aiuto e l’assistenza ai profughi. Ma questa attività non era passata inosservata nemmeno ai comunisti; a loro fu immediatamente chiaro che il nipote di Diem per nessuna ragione avrebbe dovuto salire sulla cattedra di Saigon.
Il 15 agosto 1975 iniziò il Calvario di Thuan. Il primo periodo lo trascorse agli arresti domiciliari a Cay Vong. Fu in quei mesi che, sul retro dei fogli di un calendario, scrisse Il cammino della speranza, un libro che presto cominciò a circolare clandestinamente tra i cattolici vietnamiti e ad essere tradotto all’estero.
Nel frattempo, però, per Thuan era cominciato il periodo più duro: il 19 marzo 1976 venne trasferito nel campo di prigionia di Phu Khanh, dove conobbe l’annientamento prodotto dall’isolamento totale. Rinchiuso da solo in una cel la umida, senza finestre, con una sola lampadina accesa o spenta a piacimento dai suoi carcerieri. Sperimentò l’umiliazione di vedersi arbitrariamente negato l’accesso alla latrina. Furono otto mesi durissimi, in cui i suoi aguzzini lo portarono intenzionalmente sull’orlo della follia.
Poi finì nel campo di prigionia del Vietnam del Nord. Fu qui che riuscì a realizzare, con due pezzi di legno, la croce pettorale che anche una volta liberato avrebbe continuato a indossare. E a celebrare Messa con poche gocce di vino che era riuscito a farsi spedire come medicina per un «disturbo di stomaco» e alcuni pezzetti di pane tenuti nascosti. Nel maggio 1978 la detenzione fu trasformata in confino nel villaggio di Giang Xa. Qui avrebbe appreso con grande emozione dell’elezione a Papa di quel cardinale Karol Wojtyla che aveva conosciuto a Roma all’inizio degli anni ’70.
Ma per Thuan sarebbero venuti ancora giorni difficili: il 5 novembre 1982 sarebbe tornato in cella, questa volta ad Hanoi. E ci sarebbe rimasto per altri sei anni prima di potere, finalmente, riassaporare la libertà. Ma mai prendere possesso della sua sede arcivescovile. Nel dicembre 1991, di fronte al rischio concreto di nuove misure restrittive, da Roma arrivò il consiglio di partire: e fu un viaggio di sola andata. Nell’aprile 1994, il Papa lo nominò vice-presidente del Pontificio Consiglio giustizia e pace, dicastero vaticano che quattro anni dopo sarebbe stato chiamato a guidare. Infine, nel febbraio 2001, la porpora cardinalizia. Ma sempre con al collo quella croce di legno.

Giorgio Bernardelli

Madonna di Shesan, aiuto dei cristiani, Prega per noi!

Nella Lettera pastorale di Papa Benedetto XVI indirizzata alla Chiesa in Cina nel 2007 il Papa decide che la festa annuale della Madonna di Sheshan, l’Ausiliatrice dei cristiani, il 24 maggio, sarà una festa di preghiera di tutta la Chiesa nel mondo per la Chiesa in Cina. Penso che i fedeli di Shanghai saranno contentissimi quando sentiranno tale buona notizia. Grazie, Santo Padre. Questo per la diocesi di Shanghai è un onore molto grande, e allo stesso tempo un obbligo molto importante. Innanzitutto dobbiamo venerare la Madonna con un fervore straordinario, dobbiamo imitare la Madonna, impegnandoci a essere suoi figli e figlie, e dando esempio agli altri cattolici. In secondo luogo, poiché ci saranno certamente molti fedeli che verranno in pellegrinaggio a Sheshan, noi cattolici di Shanghai dobbiamo prepararci adeguatamente, essere degli ospiti accoglienti, affinché i fedeli cinesi e stranieri possano in noi vedere la gloria dell’amore divino, venendo di buon grado e tornando contenti.

Aloysius Jin Luxian

La chiesa costruita nel XIX secolo e benedetta come santuario nazionale, si staglia in cima a una collina piena di vegetazione e piante rare, a circa 40 km a sudovest di Shanghai. Nelle vicinanze del santuario vi è pure un osservatorio astronomico sorto per opera dei gesuiti agli inizi del ‘900 e in seguito nazionalizzato. Per decenni centinaia di migliaia di cattolici, anche nei periodi più bui della persecuzione, sono giunti da tutta la Cina per chiedere grazie e pregare Maria, Regina della Cina.

Il grande affamatore del XX secolo (Bruto Maria Bruti)

fame africaNel decennio 80-90 quasi tutte le vittime della fame nel mondo si sono concentrate nell’ Africa e precisamente in quei paesi africani che hanno avuto un regime politico comunista o socialista: l’Etiopia, il Madagascar, il Mozambico, l’Angola.

Scrive Jean Francois Revel che nessuno ha il coraggio di dire che il grande affamatore del XX secolo è stato il socialismo (cfr. Jean Francois Revel, La conoscenza inutile, Longanesi ’89, pag. 151).

Le collettivizzazioni sono tristemente famose nella storia per aver provocato una strage di morti per fame: basti pensare alle cifre che nessuno mai ricorda e cioè ai 12 milioni di morti per fame in Ucraina negli anni ’30 ed ai 60 milioni di morti per fame in Cina, tra il ’59 ed il ’62, a causa delle collettivizzazioni agricole (Cfr.; cfr. Jasper Becker, La Rivoluzione della fame, Cina 1958-1962: la carestia segreta, Il Saggiatore, Milano 1998; Luca Pietromarchi, Il mondo sovietico, Bompiani ’63, pag.651, C. e J. Broyelle, Apocalypse Mao, ed. Grasset, Parigi ’80, pag.71, J.F. Revel, La patacca terzomondista, Il Giornale 7-2-85, pag.1,Robert Conquest, Il grande terrore, ed. Mondadori ’70, pag. 43, Il Comunismo realizzato, ed. Fogli ’85, Verona, pag.57).

C’è un dato che deve far riflettere: il 95% dei profughi di tutto il mondo, nel decennio 80-90- proveniva dai paesi social-comunisti.

Fa parte della guerra psicologica degli analisti marxisti utilizzare il procedimento delle parti uguali, cioè non potendo nascondere all’opinione pubblica i mali del comunismo, questi vengono posti sullo stesso piano di altre ingiustizie sociali per renderli a queste equivalenti.

Si tratta di una logica destinata a diminuire la coscienza del pericolo mondiale rappresentato dallo statalismo e dall’abolizione della proprietà privata: infatti il medico che pone sullo stesso piano il cancro con la tubercolosi rende oggettivamente un favore al cancro perché riduce le attenzioni, le difese e la pre-venzione verso ciò che per la salute rappresenta il pericolo maggiore (Cfr. Verenfried van Straaten, L’Eco dell’amore, n.3, aprile 84, Vladimir Volkoff, Il Montaggio, Rizzoli ’83, pag. 95).

Non bisogna dimenticare che i campi di concentramento nei paesi social-comunisti non hanno avuto tanto un significato poliziesco ma un significato primariamente economico. Nell’assenza dell’iniziativa economica personale, l’economia può funzionare solo con il lavoro coatto. Come insegna Giovanni Paolo II, il mancato rispetto della proprietà privata, tanto del datore di lavoro che dell’operaio, produce danni incalcolabili e nel processo economico e nell’uomo stesso (Laborem exercens n.15).

Lenin, con l’istruzione del 23 luglio 1918, istituì i campi di concentramento.

L’esule sovietico Avraham Sifrin aveva pubblicato una guida dettagliata di 2.500 campi di concentramento esistenti ancora nella Russia di Gorbaciov, con 6 milioni di prigionieri: le informazioni della guida furono confermate da 4 fonti indipendenti (una perizia geografica, le fotografie scattate dai satelliti della NASA, una inchiesta condotta dai servizi diplomatici occidentali, l’analisi demografica applicata alle statistiche ufficiali dell’URSS)

(Cfr. Quaderni di cristianità, anno II, n.5, pag. 57-64).

Gorbaciov, nel suo libro sulla perestroika, ammetteva che erano state le ricchezze enormi dell’URSS ad aver permesso un minimo di movimento economico e non il socialismo che era sopravvissuto consumando e distruggendo queste ricchezze.

Egli faceva riferimento al fatto che Lenin sapeva perfettamente che il socialismo incontrava problemi enormi in campo economico per cui, quando la macchina economica si fermava a causa del socialismo, bisognava riaccenderla facendo ricorso alle leggi economiche oggettive, cioè alla iniziativa privata: infatti Lenin con la NEP ( nuova politica economica) fece ricorso più volte alla proprietà privata; appena la macchina economica cominciava a rifunzionare, la proprietà privata veniva di nuovo abolita. La Nep fu messa a punto da Lenin nel X congresso del PCUS, il 27 marzo 1921.
Questa politica economica consisteva nel concedere una temporanea forma di proprietà ai cittadini nel momento in cui il comunismo provocava il collasso dell’economia a causa della morte dell’iniziativa privata. Appena l’economia tornava a funzionare, l’iniziativa privata doveva essere stroncata dal collettivismo.

Lenin aveva riconosciuto ai contadini il possesso di piccoli appezzamenti di terreno e il diritto di venderne liberamente i prodotti.

Superata la crisi, le concessioni venivano annullate: a partire dall’inizio degli anni trenta questa strategia di dare e togliere si era ripetuta ben tre volte e i contadini avevano sempre abboccato (Cfr. Giovanni Cavallotti, Mosca: dalla Nep alla Gep, Il Giornale 18 ottobre 87, pag. 8, Mikhail Gorbaciov, Perestroika, Mondadori ’87, da pag.15 a pag.26).

Dopo 70 anni di comunismo, la situazione socio-economica del mondo sovietico era analoga a quella dei paesi più poveri del terzo mondo che non avevano conosciuto la rivoluzione industriale.

Gorbaciov, nel tentativo di salvare il comunismo, dando vita a una nuova forma di NEP, non aveva potuto nascondere i seguenti dati: i due terzi degli adulti erano alcolizzati e mentre la vita media aumentava in ogni paese del mondo, nel mondo sovietico la vita media, negli ultimi 40 anni, si era abbassata.

Un altro aspetto inquietante era la mortalità infantile che superava di 4 volte tutte le nazioni economicamente sviluppate.

Il livello di criminalità era superiore a quello dei paesi occidentali nonostante che il possesso delle armi da fuoco fosse rigorosamente vietato:
La possibilità di venire assassinati per strada era 5 volte superiore rispetto a quella di un paese europeo.

Chi lavorava doveva essere considerato un -sottoccupato-: quando si mangiava il pane non c’erano sono i soldi per la frutta e la verdura.

La casa in proprietà non esisteva: c’era la coabitazione forzata, 5 metri quadrati a persona, e lo Stato riscuoteva l’affitto. L’agenzia Moskovskie novosti faceva sapere che nella città di Kimry (a cento Km da Mosca) la popolazione era di 61.300 abitanti e le persone senza casa erano 25.000, cioè quasi la metà.

I privilegiati che avevano la casa abitavano in alloggi con il tetto in legno marcito, senza acqua, senza riscaldamento, ammassati in pochi metri quadrati: baracche dove 6 persone vivevano in 16 metri quadrati, i letti non bastavano per tutti e nello stesso armadio c’erano pentole e vestiti.

I negozi erano vuoti e la gente doveva andare a comprare i generi alimentari a Mosca, a 100 Km di distanza. Prima del comunismo, Kimry era la capitale dell’industria calzaturiera.

L’ottanta per cento (80%) degli studenti che riuscivano ad accedere alle scuole superiori erano soltanto i figli della nomenklatura comunista.

Oltre alla miseria della sottoccupazione, esisteva una disoccupazione enorme che non aveva nulla a che vedere con la disoccupazione intellettuale dell’occidente, anche perché l’80% degli intellettuali erano figli dei dirigenti del partito.

Moskovskie novosti ammetteva che la storia ripetuta nei manuali comunisti, secondo cui la disoccupazione scomparve con il primo piano quinquennale, era una menzogna perché la piena occupazione consisteva nella deportazione.

La Pravda scriveva che solo nelle repubbliche dell’Asia centrale e nel Kazakhistan si contavano circa 6 milioni di disoccupati.

Da Moskovskie novosti si veniva a sapere che in Moldavia, su 4 milioni di abitanti, 150.000 persone non avevano né lavoro, né mezzi di sostentamento. In Uzbekistan i disoccupati erano un terzo della forza lavoro.

A Khabarovsk, su 600.000 abitanti, vi erano almeno 10.000 barboni e si trattava di medici, operai, avvocati.

Gorbaciov aveva promesso ai sovietici che, se avessero avuto successo le sue iniziative per realizzare un grande sforzo produttivo, avrebbero avuto nel 2.000, tre paia di scarpe a testa e otto paia di calzini (Cfr. Silos Labini, le classi sociali negli anni ’80, Laterza ’86, pag.93, Avvenire 18-8-88, pag.9, Avvenire 28-8-88, pag.3, Ilya Zemtsov, la vita privata della nomenklatura, reverdito ’86, pag.11,12,73, Il Giornale 26-10-85, pag.4, Il Giornale 20-1-86, pag;4, L’altro femminismo, la casa di matriona ’83, pag.98,106, Juri Teplyakov, Kimry: la città chiede aiuto, Mosca news-Moskovskie Novosti ed. Italiana, anno I, n.2, aprile ’89, pag.23, Gennadij Vedernikov, Vita da barbone, Mosca news- Moskovskie Novosti ed. Italiana, anno I, n.2, aprile ’89, pag.22, Vladimir Gurevic, La disoccupazione c’è, Mosca news-Moskovskie Novosti ed. Italiana, Anno I, n.8, ottobre ’89, pag.6, Aleksandr Bekker, Braccia in vendita, Mosca news- Moskovskie Novosti ed. Italiana, anno I, n.8, ottobre ’89, pag.7, Vladimir Volin, Moldavia ex paradiso terrestre, Mosca news-Moskovskie novosti ed. Italiana, anno I, n.8, pag.7, Alexei Iziumov, Un triste record, Tempi nuovi, ed. Italiana, 24 novembre ’89, pag.55).

Il comunismo, In Russia, non riuscendo a sopravvivere è imploso ma dal punto di vista del potere, i comunisti, dopo essersi riciclati in socialdemocratici, nazionalisti, ecologisti e società finanziarie sono rimasti al potere anche in quelle situazioni dove è avvenuta la privatizzazione. Infatti le uniche oligarchie che hanno potuto comprare i beni statali che sono stati venduti venduti, come Solzenicyn aveva previsto, erano le oligarchie della nomenklatura comunista (Cfr. Aleksandr Solzenicyn, Come ricostruire la nostra Russia, Rizzoli ’90, pag.35-36).

Il grande affamatore del XX secolo è il comunismo: in Africa la quasi totalità dei morti per fame si concentrava – nel decennio 80- 90 – nei paesi che avevano portato avanti i progetti di collettivizzazione.

Nella Etiopia marxista la collettivizzazione forzata delle campagne provocò le più grandi carestie della sua storia.

Per anni il regime comunista etiopico aveva cercato di nascondere le cause della fame con le motivazioni metereologiche ed il mancato aiuto dei paesi capitalisti.

I casi di siccità non costituiscono un problema quando esistono le riserve di cereali ma con dieci anni di riforma agraria collettivista la produzione era stata distrutta.

La maggior parte degli aiuti occidentali era stata utilizzata per l’acquisto delle armi e la collettivizzazione aveva gettato nella fame milioni di persone costringendole ad un esodo di proporzioni bibliche.

Nel 1986 si ebbe verso la Somalia un esodo di 14 milioni di persone costituito dalla etnia degli oromo, in maggior parte coltivatori diretti. Questo esodo fu causato dal processo di collettivizzazione delle campagne voluto dal regime comunista di Menghistu e chiamato col termine di cooperativizzazione.

Tre milioni e mezzo di persone dovettero abbandonare le proprie case e dovettero trasferirsi nella regione dell’Hararghe (scelta per questo esperimento socialista) dove dovevano coabitare in capannoni di fango popolati da più di 200 persone (Cfr. A. Glucksmann e T. Wolton, Silenzio, si uccide, ed. Longanesi ’87, Alastair Matheson, Esodo biblico, Il Giornale 22-6-’86, pag.8).

Abbiamo detto che i casi di siccità non costituiscono un problema quando esistono le riserve dei cereali: l’India è, oggi, un caso tipico che dimostra come le riserve dei prodotti agricoli è in grado di far fronte ai problemi metereologici.

L’India aveva uno stato socialista che controllava tutto: le imprese erano sottoposte ad un regime minuzioso di autorizzazioni e licenze.

Le licenze stabilivano ciò che si può produrre e in quale quantità: la legge proibiva di produrre oltre una certa quantità. Questo regime aveva provocato la corruzione e la penuria generalizzata dei beni di consumo. La burocrazia statale era talmente totalitaria e corrotta che era persino impossibile ottenere la licenza dei risciò: per questo a Calcutta c’erano 30 mila conducenti clandestini di risciò. Dal ’70, grazie alle terre del Punjab, che il governo indiano dette ai Sikh, che hanno una religione fondata sul Dio unico, respingono il sistema delle caste, non credono nella predestinazione e privilegiano l’iniziativa individuale, si ebbe la cosiddetta rivoluzione verde (espressione coniata dalla banca mondiale per indicare il successo agricolo) che i Sikh hanno ottenuto costruendo una civiltà di proprietari agricoli individuali e intraprendenti. La rivoluzione verde ha liberato l’India dalla carestia cronica: grazie a questa sola regione di proprietari del Punjab, l’India dispone oggi di stock di grano equivalenti a quelli del Canada (Cfr. Guy Sorman, La nuova ricchezza delle nazioni ed. Longanesi ’88, pag.64-87, e pag.166-169).

Il Senegal, negli anni 70, si diceva che fosse vittima della siccità e del calo dei prezzi sul mercato mondiale. Ma la verità venne dimostrata dai fatti: dal 1985, da quando il Senegal abbandonò il socialismo agrario grazie alla nuova politica agricola del governo di Abdou Diouf, il prudentissimo successore di Senghor, la siccità passò e la produzione si riprese, le eccedenze rispuntarono dai granai (cfr. Guy Sorman, ibidem, pag.191-192).

In Tanzania il partito della rivoluzione di Julius Nyerere costruì il socialismo Ujamaa, villaggi collettivi costruiti con la forza, costringendo la popolazione dei contadini ad abbandonare le loro capanne e facendo violenza ai nomadi.

Dopo la creazione di questi villaggi collettivi si è avuto in dieci anni un regolare e continuo impoverimento e la produzione agricola continuò a diminuire (Cfr. Guy Sormann, ibidem, pag.88-95).

Il Mozambico un tempo era un paese ricco: si tratta di un paese con 13 milioni di abitanti, grande due volte e mezzo l’Italia, con sbocchi sul mare, terra fertile e sottosuolo ricco. Samora Machel, comunista, leader del fronte di liberazione nazionale, statalizzò l’economia gettando il paese nella fame.

Dal Mozambico i neri cercavano di poter fuggire in Sudafrica (Famiglia cristiana n.44, 5 novembre 86, pag.36).

Per questo Buthelezi, leader degli Zulu, una delle più grandi etnie del Sudafrica, ben consapevole della schiavitù comunista, dichiarava che “L’apartheid era una tirannia, ma sarebbe stato ancora più tragico sostituirla con una tirannia comunista”. La propaganda mondiale social-comunista ha mobilitato per anni l’opinione pubblica per i problemi sudafricani, facendo passare pressoché inosservate le ingiustizie enormi dei socialismi africani. La verità sull’ideologia sudafricana della discriminazione razziale, nata in ambiente calvinista, era stata aumentata in maniera spropositata. Di fatto l’apartheid restava soltanto nel settore delle abitazioni e delle scuole.

Il pilastro centrale della discriminazione razziale, cioè il divieto dei matrimoni misti, era stato abolito già nel 1985.

Storicamente, in Sudafrica, le varie etnie nere giunsero e si stabilirono nel territorio solo dopo che i bianchi ebbero creata la nazione: l’insediamento dei bianchi nel territorio sudafricano aveva preceduto quello delle tribù nere le quali, tuttavia, godevano di autonomia politica all’interno dei loro cantoni.

Tuttavia in Sudafrica il tenore di vita dei neri era 4 volte superiore a quello degli abitanti degli altri stati africani e nonostante l’esistenza di 8 popolazioni nere, insieme alle etnie degli indiani, dei meticci e dei boeri, non esisteva né la fame né il fenomeno dei profughi (Mario Cervi, il sogno anti-apartheid di Buthelezi, Il giornale, 16 dicembre ’86, pag.3, Massimo Introvigne, rapporto sul Sudafrica, Cristianità, ottobre ’85, n.126, pag.5-8, E’tudes, ottobre 87, Paris).

La guerra psicologica social-comunista, aveva fatto dimenticare che il vero stato razzista dell’Africa era lo stato del Burundi dove l’etnia nera al potere sterminava sistematicamente l’etnia nera degli Hutu ma nessuno ne parlava perché il gruppo razziale al potere si ispirava al socialismo di Mitterand e perseguitava anche la Chiesa nonostante che la maggioranza della popolazione fosse cattolica ( circa il 70 %): il Burundi era l’unica nazione africana a maggioranza cattolica ma il governo socialista e razzista, il cui leader Bagaza aveva studiato in Belgio, aveva abolito gli ordini religiosi, chiuso le chiese e vietato il culto.

Altri regimi razzisti di cui non si parlava erano quelli comunisti dell’Angola e dell’Etiopia: in Angola l’etnia degli ovimbundu veniva esclusa dalla vita politica e così gli eritrei che dovevano essere subordinati agli amhara etiopici
(Walter Gatti, Missionario vattene. Il diavolo in Burundi, Il Sabato anno X, 14 febbraio ’87, pag.9-10, Paolo Biondi, Si chiama Bagaza il nuovo Nerone, Il Sabato anno X, 23 maggio 87, pag.9, Jean Francois Revel, La conoscenza inutile, longanesi’88, pag.90-93).

(Bruto Maria Bruti)

 

I gulag dimenticati (Joseph Ratzinger)

muro comunismoA ben guardare, due anni sembrano aver segnato gli ultimi decenni del secolo appena trascorso: il 1968 e il 1989. Il 1968 è legato all’emergere di una nuova generazione, che non solo giudicò inadeguata, piena di ingiustizia, piena di egoismo e di brama di possesso, l’opera di ricostruzione del dopoguerra, ma che guardò all’intero svolgimento della storia, a partire dall’epoca del trionfo del cristianesimo, come a un errore e a un insuccesso. Desiderosi di migliorare la storia, di creare un mondo di libertà, di uguaglianza e di giustizia, questi giovani si convinsero di aver trovato la strada migliore nella grande corrente del pensiero marxista.
L’anno 1989 segnò il sorprendente crollo dei regimi socialisti in Europa, che lasciarono dietro di sè un triste strascico di terre distrutte e di anime distrutte. E, tuttavia chi pensava che l’ora del messaggio cristiano sarebbe nuovamente scoccata si è illuso: sebbene il numero dei cristiani credenti nel mondo non sia modesto, in questo momento storico il cristianesimo non è riuscito a porsi distintamente come un’alternativa epocale. La «dottrina di salvezza» marxista, in sostanza, era nata, nelle sue numerose versioni variamente strumentate, come unica visione del mondo scientifica corredata di motivazione etica e adatta ad accompagnare l’umanità nel futuro. Di qui il suo difficile congedo, anche dopo il trauma del 1989.
Basti pensare a quanto contenuta è stata la discussione sugli orrori dei gulag comunisti, a quanto inascoltata è rimasta la voce di Solzenicyn: di tutto questo non si parla. A imporre il silenzio è una sorta di pudore.
Persino al sanguinario regime di Pol Pot si accenna soltanto occasionalmente, en passant. Ma è rimasto il disinganno, accanto a una profonda confusione. Nessuno oggi crede più alle grandi promesse morali. E proprio in questi termini era stato inteso, il marxismo: una corrente che auspicava giustizia per tutti, l’avvento della pace, l’abolizione degli ingiustificati rappo rti di predominio dell’uomo sull’uomo e via dicendo.
Per questi nobili scopi si pensò di dover rinunciare ai principi etici e di poter utilizzare il terrore come strumento del bene. Da quando, anche solo per un momento, sono affiorate in superficie, visibili a tutti, le rovine dell’umanità prodotte da quest’idea, la gente preferisce rifugiarsi nella pragmatica o professare pubblicamente il dispregio per l’etica.
Un tragico esempio è quello della Colombia, dove all’insegna del marxismo è stata intrapresa in passato una lotta per la liberazione dei piccoli agricoltori, soffocati dai grandi capitalisti. Al suo posto oggi è rimasta una repubblica di ribelli sottratti al potere statale, che vive apertamente del traffico illecito di droga e non cerca per questo giustificazioni morali, soprattutto perché, soddisfacendo la domanda dei paesi ricchi, riesce a sfamare un popolo che altrimenti faticherebbe a trovare un suo posto nell’ordine economico mondiale. In situazioni confuse come questa non è forse compito del cristianesimo tentare sul serio di ritrovare la propria voce per «introdurre» il nuovo millennio al suo messaggio, per proporlo come segnavia, comprensibile e universale del futuro? (…) Dov’è stata, in tutti questi anni, la voce della fede cristiana? Il 1967, anno della nascita di quest’opera, ribolliva ancora dei fermenti del primo periodo post-conciliare. Il concilio Vaticano II si era proposto di rinnovare il ruolo del cristianesimo come motore della storia. Nel XIX secolo, infatti, si era diffusa l’opinione che la religione appartenesse alla sfera soggettiva e privata, e che a questi ambiti dovesse limitare la propria influenza.

Proprio perché relegata alla sfera soggettiva, la religione non poteva porsi come forza determinante per il grande corso della storia e per le decisioni da assumere in essa. Terminati i lavori del concilio, quindi, doveva essere di nuovo chiaro che la fede dei cristiani abbraccia l’intera esistenza, è un punto cardine della storia e del tempo e non è destinata a limitare la propria sfera di influenza alla sola soggettività.
Il cristianesimo tentò – perlomeno nell’ottica della chiesa cattolica – di uscire dal ghetto in cui si trovava recluso dal XIX secolo e di tornare a coinvolgersi pienamente nel mondo. Parlare in questa sede dei dissidi e dei contrasti interni alla chiesa derivanti dall’interpretazione e dall’adozione del concilio sarebbe superfluo. Nella determinazione del ruolo del cristianesimo nella storia ha influito soprattutto l’idea di un nuovo rapporto tra chiesa e mondo. Se negli anni Trenta Romano Guardini aveva coniato (giustamente) l’espressione «distinzione di ciò che è cristiano» (Unterscheidung des Christlichen), oggi tale distinzione sembrerebbe aver perso la sua importanza in favore, piuttosto, del superamento delle distinzioni, dell’avvicinarsi al mondo, del coinvolgersi nel mondo.

Quanto rapidamente queste idee potessero uscire dalla cerchia dei discorsi ecclesiastici accademici e acquisire un taglio più pratico cominciò a essere evidente già nel 1968, all’epoca delle barricate parigine, quando si celebrava un’eucaristia della rivoluzione e, con essa, si sperimentava un nuovo connubio tra chiesa e mondo all’insegna della rivoluzione, in attesa di tempi migliori. La partecipazione in prima linea di comunità studentesche cattoliche ed evangeliche ai movimenti rivoluzionari nelle università europee ed extraeuropee non fece che confermare tale tendenza. (…) Sembrava, a quell’epoca, che l’unica strada percorribile fosse il marxismo.
Sembrava che Marx avesse assunto il ruolo che nel XIII secolo aveva ricoperto il pensiero aristotelico, una filosofia precristiana (ossia
«pagana») da battezzare per riavvicinare l’una all’altra fede e ragione e per porle in un rapporto corretto. (…) Chi si aspettava che il cristianesimo si sarebbe trasformato in un movimento di massa ha capito di essersi sbagliato: non sono i movimenti di massa e racchiudere in sè promesse per il futuro. Il futuro nasce quando delle persone si incontrano su convinzioni comuni, capaci di dar forma all’esistenza. E il futuro cresce positivo se queste convinzioni scaturiscono dalla verità e alla verità conducono.
Di Joseph Ratzinger –

Combattere i regimi con candele e preghiere

11-S_Ambrogio_Milano2Le preghiere contro l’arroganza dell’imperatore e la furia dei barbari: viaggio tra storia e attualità nell’esposizione al Museo diocesano Ambrogio e Agostino, quell’incontro alle radici dell’Europa E il vescovo disse: «A Roma seguano pure le loro usanze; a Milano invece si fa così» A Lipsia la più antica chiesa della città è quella di San Nicola (consacrata nel 1125). Nel 1989 un crescente numero di cittadini si radunava nella Nikolaikirche ogni lunedì per intonare preghiere e canti per la pace. Le autorità cercarono di impedire questi incontri frequentati da una crescente folla, facendo entrare nell’interno della chiesa i funzionari della Stasi (la polizia politica) facendo circondare la chiesa e bloccare le vie d’accesso alla stessa dai militari, chiudendo le uscite dell’autostrada per impedire l’arrivo dei tanti che volevano unirsi alla preghiera della pace dei lunedì della Nicolaikirche. Fu tutto inutile.

La calma, la concentrazione, l’intensità della preghiera e dei canti del popolo evitarono la violenza. E quando la sera del 9 ottobre 1989 duemila persone uscirono dalla chiesa pregando e cantando, con le candele tra le mani, videro che, al di là della cerchia dei soldati, altre migliaia di persone, con le candele accese, attendevano di unirsi a loro. I militari si ritirarono, e molti di loro si unirono alla preghiera ed ai canti. Iniziò così la rivoluzione pacifica e la marcia che portò alla caduta del muro di Berlino ed alla riunificazione della Germania. «Avevamo programmato tutto, eravamo preparati a tutto» dirà anni dopo un gerarca del regime caduto «ma non eravamo preparati alle candele e alle preghiere».
Come non vedere l’analogia con le vicende della settimana santa del 385 e del 386 a Milano quando il vescovo Ambrogio, per non consegnare le basiliche richieste dal potere imperiale, si chiuse nella basilica (l’Ecclesia Major) circondato e protetto dalla presenza e dall’affetto del suo popolo, del popolo milanese, a pregare e cantare, mentre tutt’intorno alla basilica si schieravano le guardie imperiali.
E fu proprio in quelle limpide nottate di primavera, trascorse nella basilica, in mezzo al suo popolo, che Ambrogio, per unire ulteriormente e rianimare i fedeli, compose quegli inni sacri che gli hanno dato un posto significativo anche nella storia della musica. Anche quella lotta si chiuse in modo incruento ed il potere imperiale, di fronte all’unione tra la forza incrollabile del vescovo e la fede del suo popolo, si ritirò in buon ordine e molti soldati si unirono ai fedeli e al vescovo nella preghiera e nel canto degli inni. Come nella Nikolaikirche di Lipsia, milleseicentotré anni dopo.

E’ una delle tante suggestioni che mi ha donato la reiterata visita alla affascinantissima mostra «387 d.C. Ambrogio e Agostino, le sorgenti dell’Europa» in corso al Museo Diocesano. Una mostra da vedere per i suggestivi e rari reperti provenienti da mezzo mondo, che, con una impostazione didascalica chiara e comprensibile, vengono inquadrati nel ricco, tormentato, vivissimo quarto secolo dopo Cristo, un secolo di grandi mutazioni, in parte verso l’ignoto. Proprio come sono i nostri tempi. Ma soprattutto una mostra da pensare. Per ritrovare, con il suo ausilio, la profondità delle radici di Milano e l’orgoglio di queste radici. Milano terra d’incontro. Il grande incontro tra Ambrogio e Agostino, l’ex funzionario romano nato in Germania (Treviri) ed eletto vescovo per volere del popolo e dello stesso potere imperiale che voleva Milano, città importantissima e sede dell’imperatore, ben presidiata da uno dei migliori funzionari dell’impero, ed il giovane retore africano, uno degli incontri più densi di significato e di conseguenze della storia, non avviene a Milano per caso. «Et veni Mediolanum ad Ambrosium episcopum», venni appositamente a Milano per ascoltare il vescovo Ambrogio, scriverà Agostino, ritornato nella sua Africa, segnato indelebilmente da Milano e da Ambrogio.

E quando nell’anno della morte (430 d.C.) Agostino, vescovo d’Ippona, visse l’ultima estate della sua vita nella sua città stretta d’assedio dai Vandali, fu nel ricordo degli assedi della chiesa di Milano e degli inni di Ambrogio che Agostino, insieme al suo popolo minacciato dalla grande violenza e ferocia dei Vandali, ripeté quei canti nella chiesa d’Ippona.
Una mostra che sollecita continue suggestive analogie tra l’ieri e l’oggi e che ci aiuta anche a riflettere sull’autonomia culturale milanese, che si manifesta anche nella liturgia e negli inni sacri. «A Roma seguano le loro usanze; a Milano si fa così» dirà Ambrogio. Ed è forse anche per questo che il grande vescovo è ancora così presente tra noi. Ambrogio tratterà il giovane Agostino con un certo distacco, ma anche con una profonda attenzione.

Agostino inventerà un neologismo per descrivere il modo con cui fu accolto: «episcopaliter». E quell’incontro milanese lo segnerà per sempre. «Agostino, africano per nascita, romano per cultura, milanese per rinascita cristiana, con la sua conversione e il suo battesimo, con la sua sosta in Brianza e nel Varesotto, ha ipotecato la provvidenza che ne ha disposto la tomba in terra lombarda, in quella monumentale arca scolpita dai Maestri Campionesi sotto le arcate della Basilica di San Pietro in Ciel d’ Oro di Pavia, dove il re Liutprando collocò il suo corpo dopo averlo riscattato a peso d’oro» (Carlo Cremona).
Dobbiamo ringraziare la metropolitana milanese del 1961 e 1962 che, con i suoi scavi, fece riemergere, nel sottosuolo antistante il Duomo, i resti di quel bel battistero, voluto da Ambrogio, dove, nel 387 d.C., il vescovo di Milano battezzò Agostino, a ricordarci, anche quel grande incontro e unirci una nuova volta nei canti e nella preghiera per la pace e per una più civile convivenza. Come a Milano nel 385, a Ippona nel 430 e a Lipsia nel 1989 dell’era cristiana.
Corriere della Sera

Il Doppio Martirio del Beato Oscar Arnulfo Romero (Bruto Maria Bruti)

beatoromerooscarOscar Arnulfo Romero è stato un vescovo fedele al magistero della Chiesa e alla sua dottrina sociale. Egli ha subìto un doppio martirio perché non solo è stato ucciso ma è stato anche strumentalizzato da quelle ideologie social-comuniste che ha sempre combattuto perché propongono, come insegna la Chiesa, un rimedio peggiore del male che pretendono di combattere (1): per questo Giovanni Paolo II ha affermato: «Romero è nostro».

 

Nel 1973 egli scriveva in merito alle teologie della liberazione: «di fronte a queste liberazioni dalla dottrina ambigua, la vera teologia della liberazione non è altro che l’eterna dottrina della salvezza di Cristo». In un altro scritto egli ribadiva la sua chiara professione di fede: «da parte nostra abbiamo preferito restare ancorati alle cose sicure, attaccati con timore e tremore alla roccia di San Pietro, riparandoci all’ombra del magistero ecclesiastico, ponendo l’orecchio vicino alle labbra del Papa, invece di vagare qua e là come acrobati audaci e temerari nel campo delle speculazioni, opera di pensatori azzardati e di movimenti sociali di dubbia ispirazione» (2).

 

Romero diventa vescovo il 22 febbraio 1977; il 12 marzo 1977 viene assassinato padre Rutilio Grande che non era un teologo ma un pastore che aveva scelto di operare accanto ai poveri. Successivamente si venne a sapere che nell’uccisione di Padre Grande erano implicati i corpi di sicurezza governativi. Romero assume un atteggiamento di grande intransigenza nei confronti del governo del presidente Molina (3).

 

La sua fermezza contro la corruzione ed i soprusi del governo e la sua opzione preferenziale per i poveri ed i diseredati fanno credere ai filo-marxisti che Romero sia scivolato verso le forme ambigue della teologia della liberazione: alcuni teologi di dubbia ispirazione parlano di questo periodo di Romero come del periodo della sua “conversione” alla teologia della liberazione (4).

 

In realtà Romero non sta né dalla parte degli ingiusti poteri economici di orientamento massonico-liberale, né dalla parte del comunismo: egli resta fedele alla dottrina sociale della Chiesa. Romero scrive nel suo diario:

«[…] il mio appoggio all’organizzazione popolare non significa affatto una simpatia per la sinistra o, ancor meno, non vedere il pericolo dell’infiltrazione (marxista, ndr), che riconosco ben reale; ma vedo anche con chiarezza che l’anticomunismo, fra di noi, molte volte è l’arma che usano i poteri economici e politici per continuare le loro ingiustizie sociali e politiche.» (5).

Certo falso anticomunismo di stampo massonico-liberale, dietro cui si nascondono ingiusti poteri economici, è il migliore alleato del comunismo, sia perché gli prepara la strada ponendo le basi per la nascita della lotta di classe, e sia perché spesso finisce per colludere con il comunismo stesso. Non si può ignorare il fatto che la rivoluzione comunista in Russia fu finanziata dall’alta finanza di Wall Street e da essa sostenuta nei periodi ricorrenti di grave crisi economica. Negli anni passati è rimasta emblematica la denuncia del senatore repubblicano Jesse Helms che ha documentato il fatto che il dipartimento di stato degli USA ha imposto nei paesi dell’America Centrale (El Salvador, Guatemala, Costarica, Panama) dei governi socialisti perché il socialismo provocava la miseria e la miseria creava un indebitamento pubblico che faceva il gioco dei banchieri di New York (6).

Romero, nell’omelia del 16 aprile 1978, ribadisce la sua fedeltà alla dottrina sociale della Chiesa: «[…] se la Chiesa ha prospettive di giustizia sociale e […] non è d’accordo con l’attuale – ordine – di ingiustizia imperante nel paese, questo non significa che la Chiesa si identifichi con tutti coloro che aspirano agli stessi cambiamenti» (7). Al Presidente Molina succede il generale Carlos Humberto Romero: nel paese continuano i soprusi, le violenze, la corruzione e i tumulti sociali. Il 15 ottobre 1979 alcuni giovani ufficiali realizzano un colpo di stato incruento e promettono un ritorno alla giustizia e alla partecipazione democratica alla vita dello stato.

Romero, in un documento ufficiale, dà un appoggio – condizionato – al nuovo governo: «[…] questo governo potrà meritarsi la fiducia e la collaborazione del popolo solo quando dimostrerà che le belle promesse contenute nel proclama, diffuso all’alba, non sono lettera morta […]. Da parte nostra, in qualità di Pastori della Chiesa, siamo disposti al dialogo e alla collaborazione» (8). I sacerdoti della teologia marxista della liberazione, legati alle organizzazioni popolari, protestano contro Romero e lo accusano di tradimento. Le comunità di base vietano la vendita del giornale diocesano e numerosi sacerdoti e laici delle organizzazioni popolari occupano l’arcivescovado (9).

 

Monsignor Romero scrive nel suo diario: «Sono arrivati […] diversi gruppi di persone che hanno subìto danni a causa degli atti di violenza di gruppi estremisti di sinistra. Sembra così che la sinistra sia diventata più repressiva delle repressioni che prima denunciava. Abbiamo espresso la nostra solidarietà con tutti questi operai e lavoratori che hanno sofferto danni gravi circa la loro situazione familiare ed economica» (10). Lunedì 5 novembre 1979, Romero scrive: «ho ricevuto una lettera dal signor nunzio del Costarica, portata da una suora salesiana, nella quale mi comunica, in forma confidenziale, che dalla segreteria di stato del Vaticano l’hanno pregato di avvertirmi che è arrivata là, da fonte degna di fede, l’informazione di una minaccia contro di me da parte dell’estrema sinistra. Questa eventuale minaccia, se divenisse realtà, avrebbe lo scopo di creare problemi alla nuova giunta di governo, e aumentare la confusione nel nostro popolo» (11).

Nel gennaio del 1980 il processo di rinnovamento avviato dal nuovo governo sembra bloccato, il governo entra in crisi, tutti i ministri “civili” si dimettono, nel paese si respira un clima di vera e propria guerra civile: da una parte si intensifica il desiderio di repressione da parte dei militari e dall’altra cresce il desiderio di insurrezione da parte delle organizzazioni popolari.

 

Romero si adopera instancabilmente fra le parti per cercare una soluzione politica attraverso il dialogo ed il confronto. Sabato 23 febbraio 1980, Romero scrive: «[…] c’è una nuova minaccia di morte. Infatti il signor nunzio del Costarica mi ha avvisato che il pericolo della minaccia contro di me c’è di nuovo e mi ha avvertito di stare attento» (12).

Il 24 marzo 1980, alle ore 18,30, monsignor Romero viene ucciso mentre celebra l’Eucarestia.

Meditando sulla morte egli aveva scritto nei propri appunti spirituali una frase dell’Apocalisse: «E cenerò con Lui». Di solito egli cenava alle 18,30: la sera del 24 marzo cenò con il Signore.

NOTE

(1) Cfr Pio XI, Quadragesimo Anno n.10.

(2) Cfr Jesùs Delgado, Monsenor, vita di Oscar Arnulfo Romero, Paoline 1986, Cinisello Balsamo-Milano, pag 98- 99.

(3) Cfr Jesùs Delgado, ibidem, pag 120-121.

(4) Cfr Iesùs Delgado, ibidem, pag 125-136.

(5) Oscar Arnulfo Romero, Diario, La Meridiana, Molfetta-Bari, 1991, presentazione di Luigi Bettazzi, in collaborazione con Pax Christi Italia, pag 531.

(6) Cfr Pierre Faillant de Villemarest, Le sources financieres du communisme, ed CEI, Cierrey 1984, France; cfr M. Geller e A. Nekric, Storia dell’URSS, Rizzoli 1984, pag 244-245, 744-745; cfr Jesse Helms, Quaderni di Cristianità, n.5, estate-inverno, Piacenza 1986, pag 51.

(7) Cfr Jesùs Delgado, op. cit. , pag 137.

(8) Oscar Arnulfo Romero, op. cit., pag 351.

(9) Cfr Jesùs Delgado, op. cit., pag 156-161, pag 163-164.

(10) Oscar Arnulfo Romero, op. cit., pag 389.

(11) Oscar Arnulfo Romero, op. cit. pag 374-375.

(12) Oscar Arnulfo Romero, op. cit., pag 509.

La bimba cinese che mori’ per riparare a una offesa all’Eucaristia

Student-prayerQualche mese prima di morire, il vescovo Fulton J. Sheen venne intervistato dalla televisione nazionale: “Vescovo Sheen, migliaia di persone in tutto il mondo si ispirano a lei. A chi si e’ ispirato? Forse a qualche papa?”

Il vescovo rispose che la sua più grande fonte di ispirazione non era un papa, un cardinale o un altro vescovo, e nemmeno un sacerdote o una suora, ma una bambina cinese di 11 anni.

Spiegò che quando i comunisti avevano preso il potere in Cina, avevano arrestato un sacerdote nella sua rettoria, nei pressi della chiesa. Il sacerdote osservò spaventato dalla finestra i comunisti mentre invadevano l’edificio sacro  e si dirigevano al santuario. Pieni di odio, profanarono il tabernacolo e presero il calice gettandolo a terra, spargendo ovunque le ostie consacrate.

Era un periodo di persecuzione, e il sacerdote sapeva esattamente quante ostie c’erano nel calice: trentadue.

Quando i comunisti si ritirarono, forse non avevano visto o non avevano prestato attenzione a una bambina che, pregando nella parte posteriore della chiesa, aveva assistito a tutto. Di sera la piccola tornò ed, eludendo la guardia posta nella rettoria, entrò in chiesa. Lì fece un’ora santa di preghiera, un atto d’amore per riparare all’atto di odio. Dopo la sua ora santa, entrò nel santuario, si inginocchiò e, chinandosi in avanti, con la lingua ricevette Gesù nella Sacra Comunione (all’epoca ai laici non era permesso di toccare l’Eucaristia con le mani).

La piccola continuò a tornare ogni sera, facendo l’ora santa e ricevendo Gesù Eucaristico sulla lingua. La trentesima notte, dopo aver consumato l’ostia, per caso fece rumore e attirò l’attenzione della guardia, che le corse dietro, l’afferrò e la colpì fino a ucciderla con la parte posteriore della sua arma.

A questo atto di martirio eroico assistette il sacerdote, che sconsolato guardava dalla finestra della sua stanza trasformata in cella di prigionia.

Quando il vescovo Sheen ascoltò quel racconto, fu talmente ispirato da promettere a Dio che avrebbe compiuto un’ora santa di preghiera davanti a Gesù Sacramentato tutti i giorni per il resto della sua vita. Se quella bambina aveva dato con la propria vita una testimonianza della reale presenza del suo Salvatore nel Santissimo Sacramento, il vescovo si vedeva obbligato a fare lo stesso. Il suo unico desiderio sarebbe stato attirare il mondo al Cuore ardente di Gesù nel Santissimo Sacramento.

La piccola insegnò al vescovo il vero valore e lo zelo che si deve nutrire per l’Eucaristia; come la fede può sovrapporsi a qualsiasi paura e come il vero amore per Gesù nell’Eucaristia deve trascendere la propria vita.

Un suggerimento…

PREGHIERA DA RECITARE PRIMA DELLA COMUNIONE (San Tommaso d’Aquino):

Dio onnipotente ed eterno, mi accosto al Sacramento del tuo Unigenito Figlio il Signore nostro Gesù Cristo.

Mi accosto come infermo al medico della vita; come immondo alla fonte della misericordia; come cieco alla luce dell’eterna chiarezza; come povero e miserabile al Signore del cielo e della terra.

Imploro pertanto l’abbondanza della tua immensa larghezza perché tu voglia guarire la mia infermità, lavare le mie sozzure, illuminare la mia cecità, arricchire la mia povertà, coprire la mia nudità, per cui riceva il Pane degli Angeli, il Re dei re, il Signore dei signori, con tale riverenza e umiltà, con tale purezza e fede quale si richiede per la salvezza della mia anima.

Concedimi, ti prego, di ricevere non solo il Sacramento del Corpo e del Sangue del Signore, ma anche la realtà e la virtù di questo Sacramento.

Dolcissimo Dio, fa’ che io riceva il Corpo del tuo Unigenito Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo che egli prese nel seno della Vergine Maria, in modo da essere unito al suo corpo mistico e annoverato fra i suoi membri.

Concedimi, Padre amorosissimo, di contemplare infine apertamente e per sempre il Figlio tuo diletto, che ora mi propongo di ricevere adombrato sotto i veli eucaristici. Tu che vivi e regni, o Dio, insieme con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

PREGHIERA DA RECITARE DOPO LA COMUNIONE (San Tommaso d’Aquino):

Ti ringrazio, Signore, Padre onnipotente, eterno Dio, che non per mio merito, ma per sola degnazione della tua misericordia, ti sei degnato di saziare col prezioso Corpo e Sangue del tuo Figlio e Signore nostro Gesù Cristo, me peccatore e servo indegno.

Ti supplico perché questa Comunione non sia per me motivo di castigo, ma piuttosto pegno salutare di perdono; mi sia armatura di fede e scudo di buona volontà; liberazione dai miei vizi, distruzione della concupiscenza e dissolutezza, aumento di carità e di pazienza, di umiltà, di obbedienza e di tutte le virtù.

Sia mia salda difesa contro le insidie di tutti i nemici sia visibili sia invisibili, quiete perfetta delle passioni carnali e spirituali; con te, unico e vero Dio, stabile unione e possesso beato del mio fine.

Degnati, ti prego, di ammettere me peccatore a quell’ineffabile convito, dove tu col tuo Figlio e con lo Spirito Santo sei luce vera, sazietà piena, gaudio sempiterno, giocondità completa e felicità perfetta.

Per lo stesso Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

di Felipe Aquino

Giorno dellla memoria

giorno-memoria-2Quando tutti gli eredi del socialismo scientifico si agitano troppo contro il pericolo nazista viene il sospetto che essi cedano alla tentazione di usare il vecchio e collaudato strumento di guerra psicologica messo a punto dalla terza internazionale: classificare come nazi – fascista ogni oppositore del comunismo e del socialismo.

Ma queste vestali dell’antinazismo hanno veramente le carte in regola? Possono attribuirsi un’etichetta di purezza assoluta? Come nell’episodio evangelico della lapidazione dell’adultera, gli eredi del socialismo sono veramente immuni da quel peccato per il quale pretendono di avere il brevetto di lapidatori ?

La disinformazione storica, attuata dall’egemonia culturale gramsciana, impedisce di cogliere gli stretti legami di parentela e di complicità che esistono fra nazisti, socialisti e comunisti.

Capire il nazismo è necessario per non essere vittime dell’
antinazismo interessato e strumentale di certi professionisti della politica di cui, per motivi prudenziali, è bene non fidarsi specialmente quando essi non svolgono una critica seria del loro passato ideologico e storico ma continuano nel vecchio vizio di nascondere la verità preferendo dedicarsi alle condanne spietate ed indiscriminate degli avversari.

Il nazismo è l’abbreviazione di nazional – socialismo: il socialismo nazionale di Alfred Rosenberg e di Adolf Hitler è una combinazione fra l’ideologia socialista, il nazionalismo e le teorie sociologiche derivate dal concetto di evoluzionismo elaborato da Charles Robert Darwin.

Il fondamento di ogni socialismo ( da non confondere con il principio di solidarietà ) consiste soprattutto nell’idea secondo cui l’ attività economica deve essere diretta dallo stato.

Il principio del nazionalismo ( da non confondere con il principio di nazionalità e con il giusto amor di patria ) consiste nel considerare un diritto l’espansione ed il dominio della propria nazione a scapito dei diritti delle altre nazioni.

La teoria di Darwin applicata alla società ( il cosiddetto darwinismo sociale ) consiste nel considerare ogni forma di lotta fra gli uomini un fattore fondamentale per l’evoluzione ed il progresso sociale.

Hitler fondò il partito nazional-socialista a partire dal partito dei lavoratori tedeschi. Joseph Paul Goebbels, ministro della politica culturale del nazional-socialismo e leader, all’interno del nazismo, della corrente nazional – bolscevica, così sintetizzava tutto il programma del nazismo: ” il futuro è la dittatura dell’idea socialista nello stato “. Infatti il pilastro di ogni socialismo è che l’attività economica deve essere diretta dallo Stato e l’obbiettivo di Hitler era il controllo totale dell’economia da parte del partito. Questo progetto si manifestò pienamente durante la seconda guerra mondiale: i salari ed i prezzi furono sottratti al mercato e le imprese private deperirono o prosperarono soltanto in proporzione alla loro disponibilità a collaborare con i progetti del partito nazista.

Il punto n.11 del programma nazional-socialista prevedeva per il futuro ” l’eliminazione di tutti i redditi non derivanti da lavoro “. (1)

Non bisogna confondere il nazismo con la destra conservatrice:
Hitler cercò in ogni modo di sradicare e liquidare la destra aristocratica prussiana la quale giunse ad organizzare il complotto antinazista del 20 luglio 1944 e l’attentato alla vita di Hitler. ( 2 )

Sempre dal socialismo deriva l’odio di Hitler per gli ebrei. Infatti il principale teorico del socialismo, Pierre Joseph Proudhon, il quale sosteneva che ” la proprietà è un furto ” considerava gli ebrei come responsabili del capitalismo e pertanto li definiva come nemici della razza umana.

Proudhon scriveva: “si deve rimandare questa razza in Asia o sterminarla “.
(3)

Karl Marx, teorico del socialismo scientifico, detto comunismo, pur essendo ebreo di origine, era fortemente antisemita.

Nel suo scritto sulla – Questione ebraica – scrive: “- Il denaro è il geloso dio d’Israele, di fronte al quale nessun altro dio può esistere (.) il dio degli ebrei si è mondanizzato, è divenuto un dio mondano. La cambiale è il dio reale dell’ebreo. Il suo dio è soltanto la cambiale illusoria “- (4)

Nel 1856 egli scrive sul – New York Tribune – un articolo intitolato – il prestito russo – dove dice: ” Sappiamo che dietro ogni tiranno c’è un ebreo (.). L’utilità delle guerre promosse dai capitalisti cesserebbe, se non fosse per gli ebrei che rubano i tesori dell’umanità (.) gli usurai contemporanei che stanno dietro i tiranni e le tirannie (.) per la maggioranza sono ebrei. Il fatto che gli ebrei siano diventati tanto forti da mettere in pericolo la vita del mondo, ci induce a svelare la loro organizzazione, i loro scopi, affinché il loro lezzo possa risvegliare i lavoratori del mondo a combatterli e ad eliminare un simile cancro”. (5)

Anche per Hitler, come per gli altri socialisti, il capitalismo si identificava con gli ebrei: “la finanza e il commercio sono ormai il suo monopolio ( dell’ebreo ndr )”. (6)

Altra teoria a cui attinge Hitler è quella dei darwinisti sociali. Liberalismo selvaggio, comunismo e nazismo pretendono di applicare agli uomini le stessa legge che regola l’evoluzione della specie nel mondo animale: la lotta.

Darwin scriveva: ” tra tutti gli uomini ci deve essere lotta aperta; (.) le razze umane più civili stermineranno e si sostituiranno in tutto il mondo a quelle selvagge”. (7)

I darwinisti sociali non si rendono conto che nell’uomo, a differenza del semplice animale, compare la ragione e per questo l’uomo viene detto animale razionale. Mentre gli animali seguono solo l’istinto e si mantengono in vita con la lotta, l’uomo può controllare e guidare gli istinti con la volontà e con la ragione e può mettere l’istinto di aggressività al servizio della giustizia e dei diritti degli altri.

Il liberalismo selvaggio segue Darwin e pensa che la lotta economica fra gli uomini, migliori l’umanità perché distrugge i deboli e fa sopravvivere i forti: giganti del capitalismo selvaggio come John D.
Rockefeller e Andrew Carnegie facevano regolarmente appello ai principi darwiniani. (8)

Il comunismo segue Darwin e pensa che la lotta di classe porti al miglioramento della materia: Marx dichiarava che il libro di Darwin era molto importante perché permetteva di fondare la lotta di classe sul principio della selezione naturale e Iosif Stalin diventava rivoluzionario dopo aver letto Darwin. (9)

Il marxista Ludwig Woltmann, dirigente socialista tedesco, univa organicamente la filosofia marxista con il darwinismo: per Woltmann la lotta di classe era solo un aspetto della universale lotta fra le razze, necessaria all’evoluzione dell’umanità. Egli, pur essendo di origini ebraiche, sosteneva la superiorità razziale dell’ariano e del tedesco. (10)

Anche il nazional-socialismo segue Darwin e crede che la lotta fra le razze sia necessaria per il miglioramento dell’umanità.

Liberalismo selvaggio, comunismo e nazional-socialismo negano l’origine divina dell’uomo: per queste ideologie l’uomo non è un valore ma soltanto un prodotto dell’economia o della biologia e quindi la guerra fra gli uomini serve per migliorare l’economia o la razza.

Il comunista Stalin nel 1932 aiuta Hitler a prendere il potere impedendo che il partito comunista tedesco ( KPD ) si unisca con le altre forze antinaziste. La parte – ubbidiente – dell’apparato comunista, il 9 febbraio del 1940, in un articolo apparso in Die Welt di Stoccolma, attraverso le firme di Walther Ulbricht ( che diventerà presidente della RDT ) e Herbert Wehner ( che diventerà leader socialdemocratico della Repubblica di Bonn ) con cui già collaborava il futuro cancelliere Willy Brandt, dichiara criminale il tentativo di quei socialisti e di quei cattolici che cercano di modificare il regime nazista. (11)

Il XVIII congresso del PCUS lancia una politica di apertura a Hitler che ha invaso la Cecoslovacchia. Nel 1938 il vertice del Komintern, con il voto di Palmiro Togliatti ( segretario del PCI ), decide l’assassinio di tutto il gruppo dirigente del Partito comunista polacco per preparare l’invasione della Polonia che non sarebbe mai stata acccettata dai dirigenti comunisti polacchi: la Russia comunista e la Germania nazista si alleano uffcialmente nel 1939.

Stalin, per giustificare l’intesa con il nazional-socialismo, gli dà una dimensione teorica: in Europa si è aperto un conflitto fra stati capitalisti, ma da un lato ci sono quelli ricchi ( Francia e Gran Bretagna ) e dall’altro i poveri ( Germania e Italia ), il movimento operaio appoggia questi ultimi. (12 )

Il 1° settembre del 1939 la Germania attacca la Polonia e il 17 settembre del 1939 anche l’URSS attacca la Polonia. La Polonia viene smembrata: un quarto del suo territorio, con Danzica, annesso alla Germania, un altro quarto ridotto a governatorato sotto controllo nazista e il resto occupato dall’URSS.

I comunisti, finché dura l’alleanza con Hitler, saranno del tutto insensibili alla persecuzione degli ebrei polacchi attuata dai tedeschi e che porta all’eliminazione del 90 % degli ebrei della Polonia: i comunisti già fin dai tempi di Lenin avevano istituito i campi di concentramento per l ‘eliminazione dei nemici di classe, dei dissidenti e di intere popolazioni.
(13)

Rudolf Hess, segretario di Hitler, era stato inviato nel 1935 in URSS per studiare i campi di sterminio prima di realizzare quello di Auschwitz. I servizi segreti sovietici, NKVD, avevano fornito ad Hess una documentazione dettagliata sui campi di sterminio e sul loro funzionamento.

Hess, dopo aver studiato i campi di sterminio, si lamentò con Hitler perché i russi erano facilitati nelle pratiche di eliminazione in quanto si limitavano a far lavorare i prigionieri a 40 gradi sotto zero e gettavano i corpi in fosse scavate nel ghiaccio: -” noi purtroppo dovremo arrangiarci con un sistema di macchine, treni, campi e forni”- . (14)

L’efficienza dei Gulag sovietici, definiti – crematori bianchi – raggiungeva veramente dei livelli di produttività da catena di
montaggio: non bisogna dimenticare che il costo totale in vite umane in URSS è stato di 60 milioni di vittime.(15)

In base al patto di non aggressione, Hitler permette a Stalin di occupare i paesi baltici ( Estonia, Lettonia, Lituania ) e di invadere la Finlandia e Stalin appoggia, definendola difensiva, l’occupazione tedesca di Norvegia e Danimarca.

Stalin spedisce a Parigi il segretario del Komintern Dimitrov e il suo vice dell’epoca Togliatti per coordinare l’allineamento dei comunisti europei e schierarli a favore del nazismo.

Quando Hitler invade la Francia nel 1940, il partito comunista francese si schiera a favore di Hitler, il segretario del PCF Maurice Thorez si toglie la divisa da soldato e lancia l’appello alla diserzione proletaria per non fare guerra ai nazisti. Stalin, dopo l’occupazione tedesca riconosce il regime collaborazionista di Vichy inviando come ambasciatore Bogomolov mentre il generale Petain manda a Mosca come ambasciatore Bergerey. (16)

Dopo aver dato fuoco all’Europa insieme a Stalin, Hitler scaglierà la Germania contro L’URSS, nel 1941, in una prospettiva imperialistica, per dominare tutta l’Europa e per conquistare gli spazi dell’impero russo.

Stalin, aggredito da Hitler, si allea con gli USA e dopo la seconda guerra mondiale conserva le conquiste fatte grazie all’alleanza con la Germania nazista: Polonia e paesi baltici. La storia dell’imperialismo e del terrore comunista ( considerando anche la Cina, la Cambogia e gli altri satelliti ) che è continuata anche dopo la seconda guerra mondiale, ha portato ad un costo totale, in termini di vittime, di 212 milioni di persone.(17)

Pochi sanno che, dopo la seconda guerra mondiale, nazisti e comunisti sono tornati all’antico amore del 1939: il politologo Pierre Faillant de Villemarest ricordava che i maggiori esponenti nazisti, in America del Sud, passarono al servizio del KGB.

Martin Bormann, delfino di Hitler, era convinto della coincidenza ideologica fra il nazismo ed il comunismo: nel 1939 la sua funzione era quella di collaboratore diplomatico con i comunisti russi.

Dopo la guerra viene costruita la montatura della sua morte mentre, in realtà, Bormann muore nel 1959 in Paraguay.

Nel 1946 Bormann, considerando un errore la rottura del patto tedesco – sovietico del 1939, diventò agente operativo del KGB in sudamerica e nel 1949 lanciò un appello a tutti i rifugiati tedeschi in sudamerica affinché lavorassero per Mosca. (18)

Il nazista Walter Rauff, che ha costruito la via romana di evasione dei nazisti verso l’America meridionale, verrà protetto da Salvador Allende, presidente social – comunista del Cile, perché era passato al servizio del KGB insieme ai maggiori esponenti nazisti in America.

Simon Wiesenthal si lamentò perché Allende non gli aveva voluto consegnare Walter Rauff e altri nazisti rifugiati in Cile.(19)

( Bruto Maria Bruti )

Bibliografia:

1) cfr Luciano Pellicani, Il nazismo come movimento gnostico di massa,
MondOperaio, marzo 1993, pp.86-99, in particolare pp. 88-89.

2) Cfr Ernesto Galli Della Loggia, Intervista sulla destra, a cura di
Luciano Caracciolo, Laterza, Bari 1994, pp. 83-84, 89

3) Cfr George Mosse, Il razzismo in Europa, dalle origini all’
olocausto, Mondadori, Milano 1992, pp.165-167;

cfr Zeev Sternhell, La destra rivoluzionaria, Corbaccio, Milano 1997, pp.
201-202

4) Marx e Engels, Opere 1843 – 1844, vol.III, ed. Riuniti, Roma 1976,
p.187

5) Karl Marx, Lettera del 2 dicembre 1863 a Friedrich Engels, in Marx e
Engels, Werke, Berlin, Dietz Verlag, 1974, Vol. XXX, p. 376, cfr Richard Wurmbrand, L’altra faccia di Carlo Marx, Editrice Uomini Nuovi, Marchirolo ( Varese ) 1984, trad. italiana di Riccardo M. degli Uberti, pp.39 – 40

6) Adolf Hitler, Mein Leben, ed. sentinella d’Italia, p.342

7) cfr Giuseppe Sermonti, Roberto Fondi, Dopo Darwin, critica all’
evoluzionismo, Rusconi, Milano 1980, p.6

8) cfr James Rachels, Creati dagli animali, implicazioni morali del
darwinismo, edizioni di comunità, Milano 1996, p .77

9) cfr James Rachels, ivi, p.4; cfr Richard Wurmbrand, op.cit., p.80

10) cfr Zeev Sternhell, op. cit., pp.173 – 174

11) cfr Oscar Sanguinetti, Le fonti finanziarie del comunismo e del
nazionalsocialismo, Quaderni diCristianità, anno 1, n.1, Piacenza, Primavera 1985, p.49

12) cfr Ugo Finetti, Le amnesie dei comunisti, Studi Cattolici, novembre
1999, anno XLIII, n.465, Ares, Milano, p.772, 774

13) ibidem, p.774

14) cfr Bertrand de Jouvenal, Un voyageur dans le siècle, Laffont, 1979,
pp. 230-231

15) cfr Luciano Gulli, Comunismo, 212 milioni di morti, le vittime
ricordate in un convegno

organizzato a Milano da Alleanza Cattolica, Il Giornale 18- 03 -1995, pp.20-21; cfr Robert

Conquest, Il Grande terrore, Rizzoli, Milano 1999; cfr AAVV Il libro nero del comunismo,

Mondadori, Milano 1997

16) cfr Ugo Finetti, op.cit, pp.773

17) cfr nota n.15

18) cfr Daniela Serpi, A colloquio con Faillant de Villemarest sul potere
degli eredi del PCUS,

L’economia parallela dei comunisti russi, Il Secolo d’Italia, 13 dicembre 1994, p.15

19) cfr Pierre Faillant de Villemarest, La Santa Sede e i dossier
nazionalsocialisti d’Argentina,

Cristianità, n.204, Piacenza,aprile 1992, pp.9-10

Storia della Romania, questa sconosciuta

timisoara1La storia della Romania, nel corso della sua vicenda politica unitaria, non ha avuto grande fortuna nel nostro Paese. La sua conoscenza è rimasta quasi limitata alle opere storiche diffuse in Italia durante il regime comunista, che ha adattato al suo modello economico e politico un’immagine distorta sia sul piano culturale sia su quello storico. Così la conoscenza della Romania ha subito un profondo sradicamento della tradizione storica, che ha avuto illustri rappresentanti sin dall’unificazione moldavo-valacca dei Principati. Sul piano internazionale la letteratura storica è molto ricca[1], mentre in Italia la storia romena – studiata con obiettività da pochi anni[2] – presenta non poche lacune, che sono state colmate solo in parte dalla cospicua produzione storica degli anni comunisti[3].

Gli storici romeni, seppure profondamente divisi sulla periodizzazione da dare alla storia del loro Paese[4], hanno ravvisato gli elementi costitutivi dello Stato unitario nella tradizione storica, nel sentimento nazionale, negli interessi comuni della vita economica e soprattutto nella comunanza della lingua. Essi addirittura hanno ripreso una tesi messa in rilievo dallo storico italiano Antonio Bonfini, che già nel XVI secolo aveva sostenuto la comunanza linguistica come elemento indispensabile dell’unità politica e territoriale (ut non tantum pro vitae, quantum pro linguae incolumitate)[5].

L’introduzione della stampa e l’uso della lingua latina nella Chiesa e nell’amministrazione dello Stato hanno contribuito a rafforzare i rapporti commerciali tra la Moldavia e la Valacchia con la Transilvania, la cui economia si è sempre orientata verso il Danubio e il Mar Nero. Le città di Braşov, di Bistriţa e di Sibiu hanno rappresentato i principali punti di contatto delle tre regioni sul piano economico. A questo aspetto strettamente commerciale si deve aggiungere un fondo culturale comune costituito dai costumi, dalle convinzioni religiose e dai medesimi rituali come le cerimonie dei battesimi, delle nozze, dei funerali e delle feste.

Le prime formazioni politiche «cnezate» e «voivodate» sono apparse fra il IX e il XIII secolo in Moldavia, in Valacchia e in Transilvania, regioni circondate in quei secoli da potenti Stati feudali con mire egemoniche. L’ondata delle invasioni barbariche, durata fino alla seconda metà del XIII secolo, ha ritardato la formazione dei tre voivodati. La loro lotta, proseguita contro le tendenze espansionistiche degli Stati confinanti (il regno di Polonia e quello d’Ungheria), ha assunto un peso decisivo durante l’instaurazione del dominio ottomano.

Con il declinare della potenza turca verso il principio del XVIII secolo, i Paesi romeni divennero campo di lotta fra i contrastanti espansionismi dell’Impero austriaco e di quello zarista. Ma in pari tempo si diffusero, con la cultura dell’Europa occidentale, le idee di libertà e di indipendenza proclamate dalla Rivoluzione francese e nel 1822 i Fanarioti, posti dal governo ottomano sui troni di Valacchia e di Moldavia, furono sostituiti con prìncipi nazionali. Il risultato più interessante di questa particolare situazione giuridico-internazionale fu determinato dall’introduzione del «Regolamento organico»[6] (una vera e propria Costituzione), che stabilì la separazione dei poteri ed istituì un’Assemblea generale, un consiglio dei ministri, un’apparato burocratico, un sistema fiscale e un esercito estesi su tutto il territorio dei due Principati. Grazie ad esso – come giustamente è stato sottolineato – iniziò un processo di trasformazione politica, che da un lato portò ad una concentrazione del potere nella classe dei boiardi e dall’altra consentì lo sviluppo dell’industria manufatturiera e una maggiore circolazione di merci e persone. Divennero così numerosi i giovani, che si recarono all’estero per studiare, soprattutto in Francia, dove assorbirono le idee liberali e diedero vita ai movimenti patriottici[7].

La rivoluzione del 1848 risvegliò un sentimento nazionale, che pose le condizioni per l’abbattimento del dominio turco. Nel decennio successivo i contrasti tra la Russia e la Sublime Porta favorirono un processo unitario, che si concluse nella seconda metà del XIX secolo, quando si consolidò l’idea di nazione e si affermò il progetto di uno Stato nazionale. Nel 1858 le Grandi Potenze (Austria, Inghilterra, Prussia, Regno di Sardegna, Russia) decisero di sostituire ai vecchi istituti di tipo costituzionale una Convenzione e un nuova legge elettorale[8]. Grazie ad essa fu raggiunta, l’anno successivo, l’Unione dei Principati di Moldavia e di Valacchia, che costituì nel 1862 lo Stato romeno[9].

Il processo di rinascita nazionale, che investì la Romania negli anni postunitari, si sviluppò sulla base della Convenzione imposta ai due Principati e sulla sua trasformazione nella Costituzione del luglio 1866; mentre sul piano internazionale si svolse attraverso profondi cambiamenti nei rapporti fra le Grandi Potenze, scanditi dalla crisi d’Oriente (guerra russo-turca, 1875-1878), dal Congresso di Berlino sino alle guerre balcaniche e alle lotte dei movimenti indipendentistici per l’annessione della Transilvania e la realizzazione della «Grande Romania».

In questo processo unitario le idealità nazionali trovarono piena attuazione dopo la Prima guerra mondiale, quando la Romania – in seguito all’aumento della popolazione e all’estensione del suo territorio – modificò completamente il suo volto. Essa s’ingrandì notevolmente, incorporando la Bessarabia, ossia la regione tra il Prut e il Dnestr; la Bucovina, situata a nord della Moldavia; parte del Banato e la Transilvania, posta all’interno dell’arco carpatico. Con il Trattato del Trianon (4 giugno 1920), infatti, la Transilvania venne incorporata nel territorio della Romania, che raggiunse un’estensione di 294.000 kmq: cifra che diminuì nel 1940, quando la Romania fu obbligata a cedere all’Ungheria parte della Transilvania, alla Bulgaria la Dobrugia meridionale e all’Unione Sovietica la Bessarabia e la Bucovina settentrionale. Alla fine della Seconda guerra mondiale la Romania restituì solo i territori ceduti all’Ungheria, ma divenne uno dei tanti stati satelliti dell’Unione Sovietica.
La dittatura «velata» di Gheorghiu-Dej e quella macroscopica di Ceauşescu frenarono ogni forma di sviluppo in Romania, anche se entrambi cercarono di garantirsi una certa autonomia sul piano internazionale. Poi la caduta del muro di Berlino, nel novembre 1989, segnò anche per la Romania la fine di un’èra, il trapasso a un sistema politico pluralistico, l’ingresso nella NATO e l’avvio di un processo di modernizzazione che dovrebbe culminare entro il 2007 nell’ingresso nell’Unione europea[10].

Sommario: 1. Premessa – 2. Lo Stato unitario – 3. I primi lustri del ‘900 – 4. Il Primo conflitto mondiale – 5. Il periodo interbellico – 6. La Seconda guerra mondiale e le sue conseguenze – 7. Il comunismo nazionale – 8. Il regime di Ceauşescu – 9. La difficile transizione verso la democrazia.

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Note:

[1] Sulla bibliografia storica in francese e in inglese rinvio a C. Durandin, Histoire des Roumains, Fayard, Paris 1995, pp. 533-557; Kurt W. Treptow (edited by), A History of Romania, The Center for Romanian Studies, Iaşi 1996, pp. 640-690.
[2] F. Guida, La Romania contemporanea, Edizioni Nagard, Milano 2003; A. Biagini, Storia della Romania contemporanea, Bompiani, Milano 2004.
[3] Tra le numerose pubblicazioni, apparse in questi anni, si distingue il volume collettaneo AA. VV., Storia del popolo romeno, a cura di A. Oţetea, Editori Riuniti, Roma 1971.
[4] Sulla suddivisione cronologica della storia romena, per il periodo precedente il regime comunista, interessante è ancora il volume di I. Lupaş, I principali periodi della storia dei Romeni, Anonima Romana Editoriale, Roma 1930. La trattazione più compiuta si ritrova, in I. Scurtu-G. Buzatu, Istoria Românilor în secolul XX (1918-1948), Paideia, Bucureşti 1999.
[5] C. Isopescu, Notizie intorno ai Romeni nella letteratura geografica del Cinquecento, in «Bulletin de la Section Historique de l’Académie Roumaine» (Bucarest), 1929, a. XVI, fasc. I, p. 18. L’autore si riferisce al volume: A. Bonfinius, Rerum Ungaricarum decades quatuor cum dimidia, ex officina Oporiniana, Basilae 1568.
[6] I. C. Filitti, Domniile române sub Regulamentul Organic 1838-1848, Socec-Sfetea, Bucureşti 1915.
[7] A. Biagini, Storia della Romania contemporanea cit., pp. 16-18.
[8] Convenţiune pentru reorganizarea definitivă a Principatelor Dunărene Moldova şi Valahia, traducere după textul francez, publicată de Independenţa Belgică, Tipografia Buciumului Român, Iaşi, 1858.
[9] Sulla fusione dei Principati in uno Stato unico cfr. A. Oţetea, Unirea Principatelor [L’unione dei Principati], in AA. VV., Studii privind Unirea Principatelor [Studi sull’Unione dei Principati], Bucureşti 1960; D. Berindei, Il processo di unificazione dei Principati danubiani e l’avvio dell’unità nazionale, in AA. VV., Risorgimento. Italia e Romania 1859-1879. Esperienze a confronto, Centro di studi sull’Europa Orientale, Milano1992; D. Berindei, Il secolo XX, in AA. VV., Una storia dei Romeni. Studi critici, Fondazione culturale Romena Centro di studi Transilvani, Cluj-Napoca 2003, pp. 264-270.
[10] Su questi temi cfr. il volume collettaneo Romania-Italia-Europa. Storia, politica, economia e relazioni internazionali, a cura di F. Randazzo, Periferia, Cosenza 2003.

Di Romania in Italia si è iniziato a parlare soprattutto quando negli anni ’90 il Nordest ha iniziato a delocalizzarvi le proprie imprese. Ma anche da allora poco è stato pubblicato in merito alla storia di questo Paese. Riportiamo un saggio a firma di Nunzio dell’Erba, ricercatore di storia contemporanea presso l’Università di Torino, e pubblicato sul numero di aprile della Rivista della Scuola superiore dell’economia e della finanza. La Romania dallo stato moderno ai giorni nostri

Martirio albanese

memoriale albaneseI documenti parlano di centoventi credenti vittime di un regime che voleva cancellare la fede del suo popolo.

Il suo vero nome e’ Shqiperi «il paese delle aquile». Ma l’Albania nel corso del Novecento ha conosciuto ben altri rapaci. Gli artigli che hanno dilaniato la popolazione albanese sono stati quelli dei comunisti al potere dal 1944 al 1991. Enver Hoxha, dittatore marxista, e’ riuscito a fare del piccolo stato albanese uno scolaro modello dei piu’ ferrei precetti comunisti. La repressione e’ stata esercitata con una ferocia che non ha nulla da invidiare ad altri regimi rossi. Grazie anche ai servizi segreti della «Sigurimi», il Kgb nazionale, nel periodo comunista circa un albanese su tre è stato o vittima, o carnefice al servizio del Partito. Tuttavia la furia di Hoxha e compagni si è scatenata con inaudita brutalità contro i credenti, in particolare contro i cattolici. Esce oggi in libreria un volume il cui titolo parla da solo: Hanno voluto uccidere Dio.

La persecuzione contro la Chiesa cattolica in Albania (1944-1991)(Avagliano, pagine 268, euro 15). L’autore, Didier Rance, ha recuperato il profilo di più di centoventi martiri della fede. Hoxha s’impadronì del potere nel 1944. E i suoi bersagli preferiti diventarono subito il clero e i fedeli. Tutti i luoghi di culto furono presi d’assalto, profanati, bruciati o trasformati in depositi o magazzini. Vescovi e preti furono arrestati, malmenati in pubblico, inviati nei campi di lavoro. Le suore furono obbligate ad abbandonare l’abito: quelle che rifiutavano venivano gettate nei campi o inviate nude nelle strade della città dopo esser state torturate. I processi farsa a cui furono sottoposti i credenti venivano diffusi via radio e riassunti in uno speciale la domenica mattina all’ora della Messa. Il titolo della trasmissione era: «l’Ora gioiosa».

E il sadismo continuava anche dopo la morte. I cadaveri dei suppliziati venivano gettati in fosse comuni e sotterrati in posti diversi per l’assurda paura di Hoxha e della sua cerchia di vederli «rinascere e uscire dalla loro tomba». Il risultato finale è stato un vero sterminio della fede, per cui già nel 1967 il regime poteva vantarsi sul giornale ufficiale di essere «il primo stato ateo del pianeta». Ed Enver Hoxha, dopo aver incassato le congratulazioni di Stalin, dichiarava con fermezza: «Il nostro partito ha prima piegato il braccio della chiesa cattolica e, adesso, gli abbiamo tagliato la testa». Ma le persecuzioni sarebbero andate avanti ancora per molti anni. Non fu certo facile soffocare il credo religioso di una terra che pare sia stata evangelizzata dallo stesso Paolo di Tarso e cristianizzata per secoli da francescani e gesuiti. «Ogni fascista portatore di un vestito clericale deve essere ucciso con una palla nella testa e senza processo».

Era questo uno dei motti del regime. Ma illuminante è la testimonianza di uno dei cardinali più perseguitati, Mikel Koliqi (morto nel 1979): «Il regime voleva costruire un “Uomo nuovo“, spoglio di tutte le sue radici. Ma la fede cattolica conferisce all’uomo una dignità che gli impedisce di tacitare la sua coscienza. Il cattolicesimo regolava così la vita della nazione. I nostri più grandi poeti e scrittori erano cattolici. Avevamo eccellenti scuole frequentate anche dai musulmani. Il regime comunista ha voluto decapitare tutta la classe dirigente ed intellettuale del Paese. Per cinquant’anni, la nostra letteratura è stata cancellata dai libri e dalla nostra memoria». Dopo la morte di Hoxha nel 1985, l’incubo per l’Albania è terminato solo nel 1992. Oggi c’è il forte sospetto che tanta storia debba ancor esser scritta. Come denuncia l’autore: «C’è stata una volontà sistematica del regime comunista di far sparire le tracce dei suoi crimini. Gli archivi dello stato comunista albanese permetteranno un giorno di scrivere con precisione la persecuzione. I sopravvissuti sono pochi e anziani. La loro memoria, molto precisa nel raccontare i fatti, lo è talvolta meno nel datarli: la perdita del senso del tempo era un principio della repressione».

Significativo l’esempio di padre Anton Luli, morto nel 1998, condannato all’isolamento per propaganda religiosa nel campo di lavoro di Shënkoll: aveva annotato le fasi della luna al fine di conservare la memoria delle feste liturgiche. Indicibili le torture per gli altri perseguitati citati nel testo. Per tutti vale il triste primato sottolineato da Giovanni Paolo II. «La storia non aveva ancora conosciuto ciò che accadde in Albania». Eppure l’allora Pontefice rimarcava l’eroico coraggio del piccolo gregge sopravvissuto, a prova che «fu vana la pretesa di sradicare Dio dai cuori degli uomini». Un Paese ora pronto a riprendere il volo, ma consapevole delle sue cicatrici. Scrisse Milovan Djilas, sostenitore del comunista jugoslavo Tito e poi oppositore: «Fra quarant’anni gli uomini si meraviglieranno delle realizzazioni grandiose compiute dal comunismo e si vergogneranno dei metodi usati per compierle». Alla fine, però, il comunismo lasciò anche in Albania solo vergogna. E un popolo di sopravvissuti in cerca di un gommone.

Di Antonio Giuliano

Una gemma cattolica nella Russia sovietica

anna abriskovaAnna Abrikosova (1883-1936) è una delle luminose figure di «martiri della fede» in epoca sovietica, che l’editrice «La casa di Matriona» sta facendo emergere dall’oblio, attraverso la pubblicazione di agili biografie, raccolte nella collana «Testimoni». Nel caso della Abrikosova: il pericolo della dimenticanza è accentuato dalla pochezza dei documenti che permettano di ricostruirne la vita.

Figlia di commercianti moscoviti piuttosto benestanti, la giovane Anna, cosa piuttosto rara in quegli anni per una ragazza, può dedicarsi agli studi superiori nella natia Mosca. Come molti dei suoi coetanei non trova nella tradizionale fede ortodossa nulla che possa corrispondere all’ansia di cambiamento e di novità che percorre le giovani generazioni prerivoluzionarie. Il desiderio di totalità e di novità che porterà molti giovani a condividere gli ideali del bolscevismo nascente, spingono, invece, Anna (nel frattempo sposatasi) a viaggiare in tutta l’Europa. A Parigi ritrova la fede e, rientrata in patria nel 1910, fa della sua casa il fulcro di una vivacissima comunità di cattolici che, seguendo le indicazione avute dallo stesso Papa, intendono mantenere tutta la ricchezza liturgica, ascetica e canonica della Chiesa orientale. I coniugi Abrikosov entrano anche a far parte del terz’ordine domenicano e Vladimir, il marito, viene ordinato sacerdote nel 1917.

I comunisti appena saliti al potere decidono di liquidare in fretta questo strano tentativo di cattolicesimo “russo”. Nel frattempo la casa degli Abrikosov si era di fatto trasformata in un convento di domenicane di cui Anna Ivanovna, con il nome di Madre Caterina, era diventata la superiora. Il suo primo arresto è del 1923: dieci anni di prigione. La comunità di monache viene totalmente dispersa. Nel 1933 la Abrikosova viene di nuovo arrestata per aver cercato di parlare della fede ad un gruppo di giovani ragazze; nuova condanna a otto anni di lager. Muore di tumore nel carcere di Butyrki il 23 luglio del 36. Nel 2002 è stato avviato il processo di beatificazione.

Analogo travaglio tra carcere, lager e confino tocca alle suore domenicane. Proprio sulla loro testimonianza (alcune sopravviveranno fino agli anni settanta) si basa in gran parte la ricostruzione della personalità e della spiritualità della Abrikosova. Una spiritualità apparentemente «rigorista», ma in realtà carica di dolcezza e di affezione. Le monache domenicane educate dalla Abrikosova ebbero, infatti, occasione di testimoniare la propria fede in diversissime circostanze e con una pacata fermezza che stupì tutti gli interlocutori. Riprova certa della autenticità del carisma della loro amata superiora.
Pigi Colognesi – Avvenire

Libro:  Pavel Parfent’ev  – Anna Abrikosova   ed.La casa di Matriona

Un genocidio non riconosciuto: l’holodomor

holomodor-2aUno degli episodi più drammatici nella storia del comunismo. Oltre sette milioni di morti per fame in Ucraina, per iniziativa dl Stalin. Il nostro dovere di raccontare una verità incredibilmente censurata per settant’anni. Anche per onorare il sacrificio dl tanti innocenti.

C’è stato un periodo in cui l’intera Ucraina (grande due volte l’Italia) e le regioni ad est: il basso Volga, il Kuban’, il Kazachstan, sono state come un unico grande lager di Bergen-Belsen, dove milioni di uomini, donne e bambini morivano di fame a stavano agonizzando, mentre gli altri non avevano neppure le forze fisiche per seppellirli.

Tutto questo è avvenuto nel 1932-1933, nell’indifferenza del governanti e sicuramente nell’ignoranza degli altri popoli, e ancora oggi a stento si ê riusciti a ristabilire la verità storica per dare il dovuto tributo alla memoria di tante vittime innocenti. Nel marzo del 1933, papa Pio XI aveva già denunciato ad alta voce le «catastrofiche e micidiali ideologie» usate come strumento d’oppressione dai governanti, ma il peso politico dell’Unione Sovietica allora aveva avuto la meglio nel convincere l’opinione pubblica mondiale che in realtà la modernizzazione dell’economia sovietica avanzava trionfalmente.

Per questo la grande fame (la «fame di massa», in ucraino holodomor) del 1932-1933, con oltre sette milioni di vittime, il cannibalismo, la distruzione compieta del mondo contadino, è stata una delle tragedie maggiori e più censurate del XX secolo. L’origine di questa immane tragedia risale al 1929, quando Stalin vara un colossale ed ambizioso programma per dare una svolta all’economia socialista che sta arretrando rovinosamente, piano che si articola in due punti chiave: creare una possente industria di Stato (industrializzazione forzata), e aziende collettive nelle campagne (collettivizzazione). Ai suoi occhi queste due misure dovranno far decollare l’economia sovietica, e da tattico scaltro e impassibile si impegna a concretizzare i piani teorici a spese della società reale.

La società reale, dal canto suo, impersonata da un folto ceto di contadini-imprenditori, soprattutto ucraini, oppone una forte resistenza all’imposizione della Stato (nel 1929 si registrano 1.300 rivolte, che nel 1930 salgono a 13.754), e Stalin concepisce un attacco radicale per spezzare definitivamente ogni resistenza; l’attacco si articola in tre momenti: il primo (1929-1932) è l’attacco di classe, ovvero la «liquidazione del kulaki» (quei piccoli proprietari che possedevano una o due mucche), che annienta il nerbo vitale della campagna. La dekulakizzazione significa la soppressione fisica, o la deportazione all’estremo nord di 12 milioni di contadini. Il secondo momento è la collettivizzazione forzata, preceduta dall’abolizione della proprietà privata della terra, e l’obbligo per tutti di entrare nelle aziende agricole statali (i kolchoz). Alla fine di questo duplice attacco le vittime si contano a milioni.

Immediatamente segue la terza e ultima fase (1932-1933), che potremmo definire «terrore di massa attraverso la fame», ossia la carestia pianificata a tavolino e prodotta artificialmente per dare il colpo finale a ogni possibile resistenza. La fame viene provocata attraverso una politica fiscale insostenibile che esaurisce le risorse monetarie della regione; attraverso la requisizione per l’ammasso statale dell’intera produzione agricola dei kolchoz, senza lasciare nulla per l’alimentazione né per le semine; attraverso la confisca delle derrate alimentari alla popolazione e la proibizione di farne commercio (pena condanne alla fucilazione o a più di dieci anni di lager); attraverso la proibizione di qualsiasi azione di sostegno da parte di altre regioni dell’Unione Sovietica; attraverso il ritiro del passaporto interno, in modo che le famiglie affamate non possano cercare salvezza in altre zone. Questa volta il numero delle vittime è ancora maggiore ed è accompagnato da un attacco radicale alla cultura ucraina, alla fede ortodossa, alla coscienza nazionale, che vengono identificate come manifestazioni di «nazionalismo» (ai prigionieri strappavano la croce e qualsiasi indumento tradizionale che in qualche modo li identificasse come ucraini).

Per definire un fenomeno storico che non aveva precedenti, Ia lingua ucraina ha elaborato un termine nuovo, holodomor appunto, che al pari del termine shoah, cerca di esprimere l’inesprimibile, l’orrore della violenza di massa pianificata. Nel 1932-1933, per la prima volta nella storia dell’umanità, la confisca dei generi alimentari è stata consapevolmente utilizzata da uno Stato a fini politici, come arma di distruzione di massa della propria popolazione.

La verità sulle cause, le modalità e le dimensioni della carestia, anzi, l’esistenza stessa della carestia, come si è detto, sono state caparbiamente occultate e negate per decenni sia alla comunità internazionale che alla popolazione sovietica. Finché è esistito, il governo sovietico ha sempre usato la propria posizione di membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU per impedire che l’argomento fosse sollevato nell’assise internazionale; infatti, ancora nel 1978 e nel 1985, due documenti delle Nazioni Unite sui genocidi del XX secolo (il Rapporto di Nicodème Ruhashyankiko, e il Rapporto di Benjamin Whitaken) non nominavano affatto l’Ucraina.

Negli stessi anni, le falsificazioni staliniane e post-staliniane hanno però incominciato a essere smontate grazie alle testimonianze messe clandestinamente in circolazione nel samizdat dai dissidenti, che in molti casi hanno pagato col carcere per questo. Il prima a parlare della carestia in modo organico è stato, nel 1986, lo storico occidentale Robert Conquest, con un libro intitolato The Harvest of sorrow, (La messe del dolore), nella cui introduzione scriveva di essere stato costretto a occuparsene perché «non è possibile farlo in Unione Sovietica, tanto più che molte testimonianze raccolte dagli emigrati non sono fruibili dagli studiosi sovietici».

Così è stato rivelato che se nei discorsi pubblici Stalin esaltava i progressi del paese, nei messaggi confidenziali si mostrava preoccupato della situazione agricola e delle riserve valutarie (che mettevano in forse l’importazione di macchinari e quindi l’industrializzazione). Avendo urgente bisogno di valuta pregiata, nel 1932 Stalin vendette sottocosto in Occidente il grano sottratto all’Ucraina, che fu acquistato da Gran Bretagna, Germania, Italia (da Mussolini, che era al corrente della situazione, ma ciò nonostante il 2 settembre 1933 stipulò con l’Unione Sovietica un Patto di amicizia, non aggressione e neutralità).

Fu Stalin a ispirare la legge del 7 agosto 1932, detta «delle cinque spighe», che comminava la fucilazione o la detenzione superiore ai dieci anni per chi fosse sorpreso a rubare beni appartenenti ai kolchoz; la polizia politica ricevette l’ordine di «sradicare in maniera decisa i sabotatori degli ammassi». Nel 1934 il primo segretario del partito ucraino Kosior scriverà a Stalin che un milione di contadini era stato condannato in conformità a questa legge.

Quando la carestia si fu scatenata in pieno, neppure le autorità centrali si interessarono di sapere il numero esatto delle vittime; anzi, a un certo punto giunse dal centro la direttiva: «È categoricamente proibito a qualunque organizzazione tenere la registrazione dei casi di gonfiore e di morte per fame, tranne che agli organi della GPU», la quale, dal canto suo, scriveva nel suoi rapporti interni: «Le cifre che vengono citate sono evidentemente decurtate, in quanto gli apparati provinciali della GPU non tengono a registrazione degli affamati e dei gonfi, e il reale numero delle morti spesso è sconosciuto anche ai soviet locali». Infatti i soviet di villaggio avevano avuto l’ordine di non indicare la causa della morte nelle registrazioni dei decessi. Come se non bastasse, nel 1934 giunse la disposizione che tutti i registri dell’anagrafe degli anni 1932-1933 fossero spediti al reparti speciali dove, probabilmente, vennero distrutti.

Ma nonostante tutte le difficoltà oggettive che un tentativo così colossale di cancellazione ha prodotto, oggi abbiamo dei dati certi ricavati dagli archivi dell’ex GPU, da quelli del Cremlino e da quello privato di Stalin, i quali ci dicono che nel 1932-1933 nella sola Ucraina i morti per media e fenomeni correlati come epidemie, cannibalismo, suicidi, furono 3,5 milioni, mentre in tutta l’URSS furono più di sette.

Cosi alla fine, Ia ricerca della verità ha avuto la meglio su tutto, sugli strati di mistificazioni e depistaggi, sull’opera di distruzione della memoria, sui tabù ideologici, sulla propaganda «progressista». Per ritrovare nelle fonti d’archivio tutti i documenti che comprovano la tragedia, e che al tempo stesso smentiscono decenni di menzogne, c’è voluta una forte volontà, sorretta da una certezza altrettanto forte: che la verità c’è, e merita l’impegno della nostra libertà, perché è lei — e non altro — che ci rende liberi. Per noi, troppo spesso tentati di disperare della verità, coperta dal chiasso di infiniti discorsi e opinioni, questo appassionato lavoro di ricerca e ricostruzione dei fatti dev’essere un monito significativo: niente può giustificare la rinuncia alla verità, perché se non esiste la verità ma solo l’opinione, tutto è possibile. Anche una mostruosità come questa carestia pianificata. Giovanni Paolo II ha voluto ricordare con un messaggio speciale i 70 anni dell’holodomor, ricollegandone la memoria proprio a un compito nel presente: «Mai più! La consapevolezza delle aberrazioni passate si traduce in un costante stimolo a costruire un avvenire più a misura dell’uomo, contrastando ogni ideologia che profani la vita, la dignità, le giuste aspirazioni della persona…».
Marta Dall’Asta