Archivi tag: diagnosi preimpianto

Figli fabbricati, l’allarme

impianto-embrioneUna persona della caratura culturale e morale di Didier Sicard ha mostrato a quale livello di obbligatorietà sia arrivato lo screening prenatale”. Il neonatologo Carlo Bellieni, membro corrispondente della Pontificia accademia della vita, denuncia l’abisso che passa fra la diagnosi prenatale non invasiva e quella che scivola nell’eugenetica, come ha spiegato in un’intervista al Monde il decano dei bioeticisti francese, Didier Sicard.

“La prima serve a curare, la seconda a selezionare” ci dice Bellieni. “Nel 2005 la rivista Trends in biotechnology ha pubblicato un articolo in cui si spiegava lo spettro della diagnosi prenatale selettiva in Francia. E due giorni fa sul sito della Bbc si parlava dell’eccesso di ecografie in Inghilterra. E’ in corso un allarme mondiale sulla pervasività subliminale della selezione prenatale. E molti si domandano se questo c’entra col fatto che le donne italiane eseguono in media sei ecografie in gravidanza, più del doppio di quelle previste dalle linee guida. Senza considerare il numero altissimo di amniocentesi con i loro possibili rischi.

E’ così vasto il fenomeno dell’ingerenza nei segreti del feto per fini che non sono nell’interesse del feto stesso, che nel 1989 l’Organizzazione mondiale della sanità ha tracciato le linee per una tutela della privacy prenatale”. Il fenomeno corre su un doppio binario. “Da un lato la paura dei medici per le ritorsioni giudiziarie. Nel 2000 in Francia scioperarono i radiografisti dopo la denuncia di un disabile per esser nato malato dato che per la mancata diagnosi non era stato possibile abortire. Dall’altro lato si sta imponendo l’idea del ‘bambino perfetto’: la perfezione come mito della società postmoderna, secondo il Journal of Medical Ethics, sta alla base dell’eugenetica prenatale. Sicard parla del fatto che se la madre ritiene che una certa patologia costituisca un danno per la sua salute, allora acquista automaticamente il diritto di interrompere la gravidanza”.

Sesso della prole à la carte, lo chiamano “bilanciamento familiare”

Lo chiamano “bilanciamento familiare”, è un modo costoso e moderno per essere quasi sicuri di avere un figlio maschio, se lo si desidera, o femmina, se si impazzisce per il rosa. E’ la scelta del sesso, ed è l’ultimo dibattito etico lanciato dal New York Times, che ha chiesto anche l’opinione dei lettori in proposito. La scelta del sesso ovviamente è possibile solo con la fecondazione assistita, e serve la diagnosi preimpianto: si sceglie l’embrione maschio, o femmina, si scartano o si congelano gli altri. Eugenetica? Sì, perché ci si sceglie la famiglia che si vuole, non più solo sana, anche perfettamente variegata. Si rideva volentieri in faccia a chi diceva che la diagnosi preimpianto apriva la strada agli occhi blu e ai capelli biondi in provetta, ora i medici americani raccontano che soddisfano volentieri le volontà monetizzabili di genitori decisi ad avere un maschietto.

“Sono i desideri dei pazienti – ha detto Jamie Grifo, direttore del centro di fertilità della New York University – chi siamo noi per decidere, per rifiutare, per giocare a Dio? Ho una notizia per voi: non cambieremo l’equilibrio di genere nel mondo. Abbiamo una manciata di richieste ogni anno, e le accontentiamo”. Spiega che si oppone al test sugli embrioni solo per la scelta del sesso, ma se bisogna già fare lo screening sugli embrioni per motivi medici, tanto vale regalare una femmina, se i pazienti la desiderano. Tanto vale. Per ventimila dollari sarebbe scortese non includere anche la scelta del sesso. “Preferiamo farlo come bilanciamento familiare – ha spiegato il dottor Jeffrey M. Steinberg, che sta per aprire a Manhattan la sua quarta clinica che offre la scelta del sesso – ma non abbiamo mai mandato via qualcuno che arriva e dice: voglio che il mio primo figlio sia un maschio o una femmina. Se tutti dicessero che vogliono prima il maschio forse avremmo titubato, ma è cinquanta e cinquanta. La scelta riproduttiva è una cosa molto personale: se non danneggia nessuno noi semplicemente andiamo avanti e diamo loro quello che vogliono”.

Selezionare i figli non garantisce che saranno sani

little-girlIl divieto di «diagnosi genetica preimpianto» (Dgp) è stato eliminato dalla legge 40/2004 che regolamenta la fecondazione artificiale.

Con la Dgp in Italia si tenta di selezionare gli embrioni ma la soluzione selettiva in realtà non è la più indicata, come spiega Maurizio Genuardi, direttore dell’Istituto di Genetica medica dell’Università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma.

    Come si effettua e cosa comporta la diagnosi genetica preimpianto?

La Dgp ricerca determinate anomalie genetiche e viene effettuata su embrioni ottenuti mediante fecondazione in vitro. Presuppone quindi sempre che la fecondazione avvenga tramite tecniche di procreazione medicalmente assistita. Si producono più embrioni contemporaneamente e ciascuno, una volta giunto allo stadio di 6-8 cellule, è esaminato tramite il prelievo di una cellula su cui viene effettuato il test genetico. Se l’embrione mostra di presentare un’alterazione viene scartato e si procede a testare quello successivo, fino a trovarne uno “sano” che viene impiantato in utero.

    Dopo aver progressivamente escluso tutti gli embrioni ritenuti “non validi”, l’unico prescelto sarà dunque certamente sano?

La Dgp è un pre-test che deve essere riconfermato successivamente. Questo perché l’esame condotto su una singola cellula ha un margine di errore maggiore rispetto ai test genetici ordinari condotti su un individuo già formato. Per questo la Dgp richiede poi un’ulteriore verifica successiva tramite villocentesi o amniocentesi sul feto. Ci sono casi ben descritti in letteratura in cui l’embrione impiantato ha mostrato un’alterazione non precedentemente rilevata. Inoltre, per diverse malattie genetiche si può individuare il difetto genetico, ma non ne conosciamo gli sviluppi. Per alcune gli esiti sono abbastanza prevedibili, per altre invece non c’è una chiara correlazione tra il tipo di alterazione e le conseguenze. Si rischia di eliminare un individuo in cui la malattia può avere sviluppi meno gravi del previsto.

    Il fulcro della discussione è l’estensione della diagnosi preimpianto alle coppie fertili. Se è lecito cercare tracce di una determinata patologia definita grave, chi propone una gerarchia delle malattie?

Già così è difficile fissare confini per malattie specifiche in cui la possibilità di manifestazione è estremamente variabile. Oggi è possibile diagnosticare malattie che possono insorgere solo dopo 40-50 o anche 60 anni e su cui comunque è possibile intervenire. Si può decidere di selezionare un bambino perché, forse, svilupperà una certa malattia dopo decenni di vita sana? Spezzo una lancia a favore dei genetisti: avendo più chiaro il quadro della situazione, e conoscendo la variabilità genetica umana, sono i meno propensi a consigliare l’opzione della diagnosi preimpianto. Noi non sappiamo ancora con esattezza come i geni interagiscano tra di loro e con l’ambiente, senza contare il ruolo del caso. Come si decide qual è il modello “normale”?

La malattia è vista come uno stigma e il malato come qualcuno da scartare: una mentalità sempre più diffusa che mira a “ripulire” dalle malattie eliminando il malato. Ma, si è visto per la talassemia divenuta malattia curabile, questa non è una vera soluzione…

Fin d’ora la proliferazione dei test genetici a livello di diagnosi prenatale produce miriadi di risultati di difficile decodificazione quando non sono prescritti e interpretati da esperti e che, per lo più, riguardano malattie che potrebbero sopravvenire solo in età adulta. È in preparazione un test genetico che consentirà di realizzare una carta d’identità genetica dell’embrione, uno screening su migliaia di malattie potenziali. In questo modo, anche se i genitori non presentano rischi genetici specifici, si avranno informazioni dettagliate sul genoma dei figli. A questo punto, chi non vorrebbe accedere alla provetta, pur non essendo infertile, per potersi avvalere di questi esami?

    Cosa dire a chi affronta una diagnosi di trasmissibilità di patologie genetiche ai figli?

Anzitutto ci sono diverse malattie per cui c’è una possibilità di cura o comunque di attenuazione delle conseguenze con una mirata terapia prenatale e precoce. E poi vorrei dire che si deve fare attenzione a giudicare la vita di un disabile con i nostri parametri di felicità: vivono la vita in maniera molto più serena di quanto si possa pensare.

Emanuela Vinai – Avvenire

Diagnosi prenatale genetica: la definizione in 3 punti

diagnosi prenataleDiagnosi prenatale genetica: Valutazione del numero e tipo dei cromosomi di un embrione o di un feto, che puo’ essere «diretta» (con un prelievo di tessuti fetali) o «indiretta» (ormoni materni, esame ecografico mirato), e non e’ eticamente neutra, dato che  il solo farla  mette nelle condizioni di aprire a scelte sulla vita o la morte fetale.

 

Il realismo

La diagnosi prenatale genetica (DPG) è l’accertamento dello stato cromosomico del feto, cercando cioè malattie che al momento non hanno cura. Si può eseguire per via diretta analizzando le cellule fetali (amniocentesi o villocentesi) o per via indiretta con ecografie mirate a cercare dei segni di anomalie genetiche oppure misurando i valori ormonali nel sangue della madre. Non si tratta della pura “diagnosi prenatale” che invece ha un intento curativo. Nella DPG ci troviamo a che fare con due soggetti: il figlio e la madre. Il feto su cui si fa la diagnosi è infatti un essere vivente; per questo ci troviamo di fronte ad un paradosso: si fa la diagnosi ad A – senza che lui/lei lo chieda – nell’interesse di B. E dato che si tratta di malattie che non possono essere curate, che se si scoprissero alla nascita non avrebbero un trattamento migliore che se scoperte quando è ancora possibile l’aborto, alcuni hanno supposto che la DPG è un indebito ingresso nella privacy genetica dell’individuo. Il rischio di morte fetale come “effetto collaterale” dell’amniocentesi è rilevante: : 5-10 ogni 1.000 amniocentesi. Certo, la donna può essere ansiosa in gravidanza e conoscere la condizione genetica del figlio può essere d’aiuto per ridurre l’ansia; ma la DGP può essere esito di un desiderio di controllo sul figlio, che va ben oltre il periodo prenatale; e può infine essere ordinata all’interruzione di gravidanza in caso di anomalia genetica. 

La ragione

C’è un pregiudizio in favore della donna o del bambino? Il desiderio di giustizia ci porta a considerare sia gli interessi della donna che quelli del bambino: entrambi devono essere considerati con attenzione e senza pregiudizi. Il desiderio di bellezza ci può portare a considerare erroneamente la bellezza come solo fattore estetico, ed erroneamente come assenza di anomalie: tanti ci mostrano che la diversità e la differenza sono ricchezza, anche quando richiedono fatica e cure. È comprensibile l’ansia della donna in una società che addirittura mette la bellezza estetica come sommo principio, che non dà aiuto sociale ed economico alla disabilità, che obbliga culturalmente nei fatti ad un esame genetico prenatale; per questo nel caso di forte angoscia, si può comprendere che si esegua un accertamento genetico, ma è difficile una sua giustificazione come routine.

Quale cultura produce la diffusione della DPG come routine? Probabilmente una ansia diffusa nella popolazione: il figlio è ormai unico e non si accetta altro risultato dalla gravidanza che quello di una presunta “perfezione“; e il problema non risiede nel singolo o nella coppia, ma nella cultura generale che ha forgiato una generazione che sa accettare se stessi solo se rientra nei canoni estetici ed economici propagandati dai massmedia, per una mancanza di aiuto sociale e culturale a chi è malato; figurarsi come saprà accettare il figlio che non è conforme. Il paradosso è che, mentre l’idea del figlio “diverso” porta quasi tutti a premunirsi per saperlo prima della nascita, con un alto tasso di aborti di bambini con possibile disabilità, i genitori che hanno figli malati mostrano una capacità di sacrificio e di creatività eccezionali, nonostante l’abbandono in cui talvolta sono costretti.  

Il sentimento

Il primo pensiero di tanti appena inizia una gravidanza, subito dopo la gioia della scoperta, è: «Lo teniamo?». E’ un segnale di allarme di un modo impaurito di pensare a noi stessi e alla vita; serve un percorso preordinato e virtuoso, che di fronte alla gravidanza prima educhi alla bellezza, e solo poi alla malattia: un percorso ansiolitico. Se poi proprio lo stato di ansia è grande, si accerti anche la presenza di eventuali malattie fetali genetiche come scelta fatta per venire incontro allo stato d’ansia; ma per chi considera sacra la vita, pensare di poter poi arrivare all’aborto è una contraddizione gravissima, dunque prima di entrare in un processo di accertamenti genetici bisogna pensarci bene.  

Articoli sulla diagnosi genetica prenatale

Di Carlo Bellieni

Una diagnosi medica non dovrebbe mai diventare una sentenza di morte

week16Una diagnosi medica non dovrebbe mai diventare una sentenza di morte”. Cosi’ ha commentato il caso dell’aborto selettivo di Milano padre Fernando Pascual L.C., docente di Filosofia e Bioetica presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma.

Nel giugno scorso, una donna incinta di due gemelle ha effettuato una diagnosi prenatale in seguito alla quale ha scoperto che una delle bambine era affetta da sindrome di Down. Ha quindi deciso di abortire la bambina che presentava una malformazione, ma l’equipe medica dell’ospedale San Paolo di Milano ha eliminato per errore il feto sano, lasciando in vita la bambina Down. Poco dopo, la madre ha chiesto che venisse effettuato l’aborto anche sulla bambina sopravvissuta.

La notizia, resa nota solo alcune settimane dopo i fatti, ha suscitato un forte dibattito.

“Da un lato, gli stessi difensori dell’aborto si sono resi conto del gravissimo ‘errore’ commesso: un aborto selettivo non ha eliminato il feto ‘condannato’ a morire, ma quello che la madre voleva”, ha spiegato padre Pascual.

Devono però aprire gli occhi per rendersi conto che l’‘errore’ è l’aborto stesso, sempre, in tutti i casi”, ha denunciato.

“Dall’altro lato – ha aggiunto –, molti hanno sottolineato che è estremamente ingiusto eliminare un figlio prima che nasca perché ha difetti genetici, per il suo DNA: abortire i bambini Down è cadere in una mentalità eugenetica”.

Secondo il sacerdote, “il nucleo del problema è la malvagità intrinseca dell’aborto. L’aborto non è una tecnica ‘medica’, ma un atto estremamente ingiusto, un omicidio perpetrato contro uno degli esseri umani più indifesi, il figlio non nato”.

L’aspetto più triste del caso, ha proseguito padre Pascual, è che il fatto non sarebbe diventato notizia se i medici non si fossero sbagliati.

“Per molti l’eliminazione sistematica di migliaia e migliaia di embrioni e feti indesiderati è visto come qualcosa di quotidiano: non fa notizia – ha riconosciuto –. Ci sono anche quelli che vedono l’aborto come una pratica di routine che elimina i figli con difetti”.

“Lo permette la legge italiana, come altre leggi in varie parti del mondo, e per questo non richiama l’attenzione di nessuno. In realtà, nessuna vita umana vale meno di un’altra perché non ha la perfezione richiesta dagli adulti. L’aborto è sempre un omicidio”, ha dichiarato.

Quanto alla diagnosi prenatale, “come ogni diagnosi, è un mezzo tecnico che aiuta a conoscere lo stato di salute di un essere umano. Applicarla agli embrioni e ai feti è perfettamente valido all’interno di una prospettiva terapeutica, vale a dire in funzione del bene del figlio”.

Come ha ricordato il sacerdote, infatti, “esistono importanti progressi nella medicina prenatale che permettono di curare alcune malattie o problemi del figlio prima o subito dopo la nascita”.

La diagnosi diventa invece un “controsenso” quando viene usata per “decidere l’eliminazione di figli non desiderati. Una diagnosi ‘medica’ non dovrebbe mai diventare una sentenza di morte”.

Secondo padre Pascual, bisogna inoltre distinguere “tra tecniche e tecniche”: alcune tecniche di diagnosi prenatale, infatti, “se applicate precocemente o con poca perizia possono provocare gravi danni agli embrioni. Per questo è necessario evitare un uso eccessivo delle diagnosi, in funzione del rispetto che merita ogni figlio, sano o malato”.

“Sicuramente nessuno, neanche una madre, è obbligato ad amare un altro essere umano – ha osservato il professore –. Ma dobbiamo chiederci cosa accade in una cultura in cui esistono madri che non sono capaci di amare il proprio figlio, sia come sia”.

“La società, da parte sua, è chiamata ad offrire sostegno morale e aiuto medico perché qualsiasi donna che scopra che il figlio è malato non pensi all’aborto come ‘soluzione’.

“In ultima istanza, può darlo in adozione – ha concluso –. Grazie a Dio, esistono migliaia di famiglie disposte ad adottare bambini che non vengono accolti dalle loro madri”.

Scienza e bioetica confermano che l’embrione e’ una persona

embrioneDalle immagini delle prime divisioni cellulari dell’embrione al dibattito sull’animazione immediata da San Tommaso ad oggi, la ricerca della verita’ coinvolge tutti coloro che hanno a cuore la giustizia.  La Pontificia Accademia per la Vita (PAV) già nel febbraio del 1997 aveva affrontato il tema dello statuto dell’embrione umano, ma ha sentito l’urgenza di tornare a parlare con un convegno sull’embrione, nella fase di maggiore debolezza fisica e epistemologica: la fase del preimpianto, prima cioè che si annidi nell’utero materno.

Risponde a molti dubbi il dottor Massimo Losito, Coordinatore accademico del Master in Bioetica presso la Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum”.  “Javier Lozano Barragán ha ricordato che ‘la cultura della morte (intesa principalmente come incapacità di riconoscere ed accogliere la vita) trova in questo soggetto, l’embrione, il suo bersaglio ideale’”.  “Qualificato geneticamente, disgregato ‘a fini terapeutici’, congelato e manipolato perfino nell’identità semantica (pre-embrione) questo piccolo merita tutta la nostra attenzione: cosa o chi è?”, si è domandato il porporato.  Il dottor Losito ha quindi affermato che sin dalle prime battute “si è appreso subito che non possiamo considerare l’embrione come un mero cumulo di cellule, a meno che non riserviamo a noi stessi questa stessa riduttiva descrizione”.  Quando nasce la vita di una persona?  Losito: L’inizio della storia di ogni nuovo essere risiede in un processo denominato fecondazione, una storia in parte nota ma per la verità ancora pienamente da decifrare.. Due cellule umane geneticamente incomplete, i gameti maschile e femminile sono teleologicamente alla ricerca reciproca: la loro fusione però sorprendentemente non determina il loro completamento ma anzi ne causa il reciproco dissolversi in una cellula nuova, lo zigote. Questo risulta essere molto di più della loro somma: gameti destinati a vivere poche ore originano un novità organismica che potrà sopravvivere per anni: l’uomo.  Durante il convegno il professor Roberto Colombo ha precisato che “è impossibile determinare il momento preciso dell’inizio, ci ricorda il nanosecondo 0, ma siamo di fronte ad un processo che ad un certo punto, con la fusione delle membrane dello spermatozoo e dell’oocita, diviene irreversibile; un processo che ha un prima ed un dopo, tra i quali si verifica un salto biologico ed ontologico”. Del resto la nostra esperienza ci mostra che due persone si incontrano, entrano in relazione, si preferiscono e magari si sposano: “Chi può dire quando, in quale momento si sono innamorate? Siamo di fronte ad un “rendez-vous with destiny”, ha affermato la professoressa Gigliola Sica parlando della biologia della fecondazione.  I dati sperimentali ci testimoniano che l’embrione non è affatto un grumo più o meno numeroso di cellule che si moltiplicano solo grazie ad un ambiente favorevole, ma con scarso controllo del proprio destino. Tutt’altro.  Alla fusione dei due gameti, il nuovo essere entra immediatamente in attività, un’onda di ioni calcio determina cambiamenti nelle proteine di membrana per impedire la polispermia, l’ingresso cioè di altri spermatozoi: appare il cartello “riservato”…L’attivazione genica è imminente (nello zigote umano sono attivi almeno 7 geni), la moltiplicazione cellulare intensa e non casuale.

La professoressa Magdalene Zernicka-Goetz ha dimostrato che, sebbene i blastomeri (le cellule componenti di questo primo essere umano) mantengano un completo potenziale di sviluppo, in realtà differiscono l’uno dall’altro, sono già indirizzati verso un particolare destino, pertanto non indipendenti ma “consci” di essere parte di un tutto. Questo avviene già allo stadio di 4 cellule e sembra dipendere da informazioni epigenetiche già portate dallo zigote.  Siamo pertanto di fronte ad un individuo della specie umana, organizzato, capace di autoregolazione e con una finalità intrinseca.  Questo individuo è già in grado di relazionarsi?  Losito: Certo! Si tratta di un individuo che entra immediatamente in relazione con la madre, con un fitto scambio di messaggi chimici, un sorta di dialogo mirato a farsi riconoscere ed accogliere dalla madre durante il viaggio che lo condurrà all’annidamento: l’endometrio materno si trasforma per un breve periodo (la “finestra di impianto”) e si protrude in “uterodomi” sui quali planerà l’embrione. L’embrione stesso depone la propria zona pellucida, si cambia di abito, assumendo il “fenotipo di ancoraggio”e si lega alla madre.  Siamo di fronte a quello che la scienza ha definito il paradosso immunologico della gravidanza: l’embrione già nella fase preimpiantatoria comunica con la madre per farsi accettare, non eliminare pur essendo “altro” da lei. Meccanismi finissimi di regolazione che la natura mette in atto per stabilire un’amicizia materno-embrionale e che invece la libertà e la debolezza umane possono stravolgere e disprezzare, ad esempio con l’uso dell’aborto chimico.

I partecipanti si sono interrogati sul valore della vita e sulle tentazioni eugenetiche….  Losito: Di fronte all’embrione, siamo di fronte ad un essere umano, che nella sua estrema debolezza deve essere tolto dalle provette dei laboratori, dalle mani dei ricercatori e dei politici per essere restituito al suo luogo di accoglienza naturale che sono la madre ed il padre, ha sottolineato con passione la professoressa Marie-Odile Rethoré: ogni essere umano merita per la sua intrinseca dignità l’amore di una famiglia, e non può essere sottoposto ad un giudizio di valore in base alla sua età o al suo stato di salute.  Questo però è quanto sta avvenendo col diffondersi di tecniche di diagnosi preimpiantatorie e prenatali applicate con una mentalità eugenista, ha ricordato il neonatologo Carlo Bellieni. Spinti dalla pressione sociale, dal mito della perfezione e ancor più dalla paura di ciò che è ignoto abbiamo trasformato la scienza genetica in una “polizia genetica” che arresta ed elimina i criminali prima del delitto: gli embrioni vengono qualificati geneticamente e quindi progressivamente scartati se non hanno le caratteristiche che riteniamo vincenti; non si tratta più, ha sottolineato il professor Kevin FitzGerald, di prevenire che gli uomini si ammalino ma di prevenire (eliminandoli) uomini malati.  Una tale deformazione della scienza medica non può portare ad un bene, neanche in chi verrà selezionato favorevolmente, in chi avrà passato il controllo di qualità e pertanto giungerà alla nascita: se un figlio diviene un prodotto come esserne pienamente soddisfatti? Forse se avessimo aspettato qualche mese in più avremmo potuto avere un risultato migliore… inoltre quale libertà in un figlio che non è stato accolto ma voluto per qualche specifica caratteristica, magari per essere una “medicina” che fornisca cellule staminali ad un fratello malato? Quale amore verso un figlio voluto non per sé ma “voluto per”?

I mass media italiani hanno parlato del Convegno solo in occasione dell’intervento del prof. Marie Le Méné, suscitando tante critiche per la sua difesa dell’embrione. Ma cosa è accaduto in realtà?  Losito: Nell’ambito della tavola rotonda , di fronte a tante vecchie e nuove minacce verso l’embrione, Jean-Marie Le Méné, fondatore e Presidente della Fondazione Jerome Lejeune, ha proposto una strategia integrata tra uomini di Chiesa e mondo laico per difendere l’embrione. Le Méné ha messo in guardia i presenti circa i tentativi di ridurre “lo statuto dell’embrione a quello dell’animale”. “L’embrione – ha sottolineato – non ha bisogno dello statuto per esistere, egli ha già una sua realtà ontologica”.  “Non è necessario essere cristiani per difendere la vita – ha continuato il Presidente della Fondazione Lejeune – ma credo che sia necessario difendere la vita per essere cristiani”. Riflettendo sulle strategie per difendere gli embrioni, Le Méné ha proposto di sviluppare in ogni diocesi una specie di cellula specializzata nel rispetto per la vita umana, che sia di sostegno all’operatore della pastorale familiare.  In campo pubblico, il Presidente della Fondazione Lejeune ha affermato che bisognerebbe “chiedere a tutti coloro che hanno funzione di magistero e responsabilità pastorale che è loro dovere esprimersi prima di ogni consultazione elettorale, almeno una volta l’anno, per ricordare che votare a favore di un candidato che non rispetta l’embrione è una sorta di complicità ad un omicidio”. Per quanto riguarda i politici cristiani, Le Méné, ha affermato che “non dovrebbero accontentarsi di non votare leggi cattive” ma al contrario “hanno l’obbligo di fare proposte positive e innovative per proteggere l’embrione“.  L’embrione pertanto è da proteggere perché è uno di noi. Come potrebbe un individuo della specie umana, organizzato, autoregolantesi e capace di relazione non essere una persona umana? La sessione antropologica del Convegno si è posta di fronte a questo interrogativo che appare quanto mai retorico, alla luce di tutta l’analisi fatta. Non reggono le tradizionali obiezioni legate alla gemellarità (che è spiegabile con la situazione del tutto particolare dell’essere umano come essere di frontiera, spirito incarnato) e neppure un mal posto accostamento con San Tommaso. Risulta chiaro ha affermato il professor Mario Pangallo, che l’affermazione di una personalità nell’embrione non è contraria alla metafisica tomista, e che il pensiero dell’Aquinate si spiega perfettamente con le errate concezioni embriologiche dell’epoca. Così il professor Robert Spaemann ha ricordato che non possiamo considerare l’embrione come “qualcosa con alcune capacità” ma sempre come un “qualcuno”.  Infine, monsignor Willem Jacobus Eijk, Vescovo di Groningen, ha concluso analogamente affermando che “benché sia impossibile dimostrare empiricamente una presenza personale dal concepimento, la riflessione filosofica sullo stato bioantropologico dell’embrione umano indica una incongruenza dell’umanizzazione indiretta o graduale con la visione dell’individuo umano come una unità sostanziale di spirito e corpo”.

Il Convegno si è pertanto rivelato di estrema importanza soprattutto ricordandoci la necessità di un metodo di lavoro e di conoscenza aperto alla realtà e disposto, come ha affermato in udienza il Santo Padre Benedetto XVI, ad intraprendere l’avventura impegnativa del “procedere oltre”.