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La vita di Giulia, morta a piedi nudi «per sentire le nuvole del Paradiso»

giulia a piedi nudiMorta a 14 anni nell’agosto del 2011, Giulia Gabrieli, ha scritto un libro in cui racconta la bellezza di una vita esplosa mentre lottava contro il tumore.

«No, no. Io non credo più nelle coincidenze. Nulla accade per caso. Io credo nei segni». Questa la fede cristallina di una ragazzina morta di tumore il 19 agosto 2011 all’età di 14 anni, dopo due passati a lottare contro la malattia. Una fede, quella della piccola bergamasca Giulia Gabrieli, esplosa in brevissimo tempo, fino al punto da lasciare segni di speranza nella vita di centinaia di persone perché, scriveva, «queste situazioni aiutano a capire molte cose della vita (…) io ringrazio il Signore di avermi donato, attraverso la malattia che è ritornata, una seconda chance per capire quanto mi vuole bene».

«DOV’E’ DIO?». La storia della malattia di Giulia non è cominciata così, ma nella ribellione. È lei stessa a descriverla con una semplicità disarmante nel libro pubblicato di recente, Un gancio in mezzo al cielo (edizioni Paoline, 124 pagine, 12 euro). Giulia si ammala nell’estate del 2009. La diagnosi viene fatta in seguito al gonfiore di una mano. Seguono le terapie. La ragazzina sta malissimo e il suo umore è altalenante per via dei farmaci. Infatti scrive: «Ho passato dei momenti molto duri (…) ero arrivata ad un momento cruciale: ero nervosissima, mi tremava tutto il corpo, piangevo tutto il giorno». Fino al dubbio sulla bontà di Dio: «Lui che dice che posso pregare, può fare grandi miracoli, può alleviare tutti i dolori, perché non me li leva? Dov’è? Perché sta a guardare?».

Davanti al tentennamento sono i genitori di Giulia e il suo amico prete ad assicurarle che il Signore la sta tenendo in braccio, anche se a lei non sembra. La piccola non si sente così, ma continua a chiedere a Dio di mostrarsi.

Nulla sembra cambiare, finché Giulia non finisce per un contrattempo nella Basilica di Sant Antonio a Padova. Lì, mentre tiene la mano appoggiata sulla tomba del santo, una sconosciuta mette la mano sopra la sua che in quel momento è sgonfia e non appare malata.
«Non mi ha detto niente – scrive Giulia – ma aveva un’espressione sul volto, come mi volesse comunicare: “Forza, vai, avanti, ce la fai, Dio è con te”». La piccola, entrata in lacrime, esce dalla basilica radiosa.

Da quel momento, il Dio che pensava lontano dalla vita comincia a farsi presente tramite volti, avvenimenti e cose. Tanto che poi descriverà così anche il suo momento più buio: «Ero talmente disturbata dal dolore che non riuscivo a sentirlo vicino, ma in realtà penso che lui mi stesse stringendo fortissimo. Quasi non ce la faceva più!». Perciò, scrive ancora ai suoi lettori, «rivolgiti al Signore, che qualcosa migliora. Non con la bacchetta magica, però pian piano il Signore migliora tutto». È questa la strada che Giulia risceglie in ogni momento e in cui ingaggia diverse battaglie. Oltre a quella contro il tumore c’è quella per i bambini del suo reparto: chiederà al vescovo, Francesco Beschi, un sostegno spirituale all’interno della pediatria dell’Ospedale Riuniti di Bergamo dove è ricoverata. Poi insegnerà ai medici a riavvicinarsi ai pazienti senza paura, formerà un gruppo di preghiera, girerà per testimoniare ai giovani la bellezza della vita. Fino a scrivere il libro della sua storia.

IL SOFFIO DI MARIA E “SUPEREROI”. Tutto inizia con un fatto che spiega a Giulia il perché di quella malattia: prima di ammalarsi la ragazzina riceve la Cresima, restando colpita dall’omelia in cui si dice che quel sacramento è un dono dello Spirito per testimoniare Cristo. Scrive: «Davvero non capivo cosa potevo fare io (…) E, lì a due mesi, si è presentata la malattia. Ecco io la malattia la sto vivendo come un impegno da cresimanda».

Giulia, poi, racconta altri due episodi decisivi oltre a quello nella Basilica di Sant’Antonio. Il primo è l’incontro con la beata Chiara Luce, «la ragazza che davanti a un gradino non si è fermata, ha invocato l’aiuto del Signore, si è abbandonata a Lui, alla sua volontà, al suo amore». Come lei, anche Giulia parla del suo rapporto con il Dio come di una bimba con il padre: «Lungo la strada i due possono essersi detti tante cose, sia belle sia brutte, ma un padre, quando suo figlio gli chiede aiuto, è sempre disposto a tendergli la mano per aiutarlo. Ecco io sono quel bambino, ingenua di fronte all’onnipotenza di Dio».

A cambiarla e sostenerla sono anche i due viaggi a Medjugorje, dove «per spiegare cosa avviene, mi sono inventata questa immagine: la Madonna a Medjugorje è come se continuasse a soffiare in un palloncino… così l’amore va dappertutto e va a colmare ogni piccola mancanza del nostro cuore». Un’esperienza che cresce a tal punto da rendere Giulia capace, al riemergere della malattia che sembrava sconfitta, di sostenere i suoi genitori e i medici. A loro dirà di non avere paura e che è pronta a combattere insieme. Ed è proprio con i medici che Giulia fa un lavoro importantissimo quasi senza accorgersene. Nell’aiuto dei medici Giulia vede quello di Dio, li chiama i miei “supereroi” e fa capire che da loro non pretende la guarigione, ma cura e compagnia.

Nel libro Giulia spiega anche come i parenti devono stare vicino ai malati, senza censurare la verità. Dalle pagine emergono la sua allegria e il modo di sdrammatizzare in cui molti bambini malati trovano conforto. A colpire il reparto, e il crescente numero di persone che le si fanno intorno, è soprattutto la normalità con cui Giulia vive la sua giovinezza. Amante dello shopping, della musica e degli amici, come una normale tredicenne. Questi i dettagli che la malattia le fa gustare sempre di più, tanto da far crescere in lei lo struggimento per il nichilismo dei giovani che incontra. Perciò insegnerà ai suoi amici a pregare per «cercare di avvicinare i ragazzi al Signore (…) perché è la prima cosa, è dalla preghiera che nasce tutto». E andrà a parlare davanti a folle di giovani per dire il bello della vita.

Infine, circa due mesi prima di morire, sosterrà brillantemente anche l’esame di terza media. La ragazza chiede fino all’ultimo la guarigione per realizzare tutti i progetti che ha nel cuore, ma nello stesso tempo scrive: «Certo, mi piacerebbe vivere una vita lunga (…) però io la morte la vedo come una bella cosa (…) so che dopo la morte c’è il Signore, ritorno da Lui». Cose che Giulia può dire perché ne fa già esperienza in vita: «Lui è tanto buono, mi prende tra le sue braccia. C’è la Madonnina… non vedo l’ora di dirgli grazie per tutto quello che fanno per me».

LE NUVOLE DEL PARADISO. Infine, con la stessa semplicità con cui narra la sua vicenda, tanto da rendere il libro comprensibile a un bambino di qualsiasi età, Giulia dirà: «Io il Paradiso me lo immagino come: avete presente l’era glaciale?». Perciò si farà seppellire con una veste bianca e con i piedi nudi, perché «ci sono tutte queste nuvole rosa, questo mega cancello dorato… e tu, a piedi nudi apri il cancello… Oh è bellissimo».

di Benedetta Frigerio (www.tempi.it)

Il transumanesimo e la Chiesa

transhuman1Per qualcuno il termine transumanesimo non significa nulla. Eppure sta dilagando. Perlomeno negli Stati Uniti. Alcuni film che si ispirano a quella filosofia: Matrix, Ai – artificial intelligence (intelligenza artificiale); Iron Man, Blade runner, Avatar. Film di successo, che non possono non aver lasciato un segno nelle coscienze. Ce ne parla il professor Robert Gahl, americano del Wisconsin, ingegnere, filosofo e teologo, che insegna Etica fondamentale all’università’ Pontificia della Santa Croce di Roma. Cos’è il transumanesimo? Gahl: La parola vuol dire qualcosa di diverso o oltre l’umano. E questo è un concetto anticristiano. Non può esistere l’oltreumano nella storia. L’’uomo non può diventare qualcos’altro. Perche’ il punto di riferimento stabile nel tempo e’ Gesù, uomo perfetto, ieri oggi e domani. Perché pensa che sia impossibile arrivare un giorno a un qualcosa che supera l’’uomo, a un’immortalità materiale, nel senso di vivere nella storia per sempre? Gahl: Non si può abbandonare il concetto di umanità e pensare a qualcosa di diverso. Per la nostra natura noi siamo autotrasformabili, in quanto esseri spirituali, a immagine di Dio, potenziati dalla ragione. Mentre la natura umana resta uguale, c’è l’evoluzione biologica. Non la trasformazione della specie. I cambiamenti sono accidentali, non sostanziali. Possiamo modificare noi stessi, il contesto sociale, acquisire nuove abilità, come andare in bicicletta. Ma restiamo uomini. Utilizziamo nuovi strumenti, nuovi linguaggi, alteriamo la costituzione genetica (si fa anche senza volerlo fare). Si riferisce all’eugenetica? Gahl: L’eugenetica è negativa perché prevede l’eliminazione dell’essere umano (l’omicidio dei down, disabili, handicappati.). Quindi la tecnologia può essere positiva o negativa a seconda del fine? Gahl: Acquisiamo aspetti nuovi di conoscenza, nuove tecnologie, per migliorare gli esseri umani. E queste novità sono usate bene o male.

Quando sono usate bene?
Gahl: Quando si applicano le regole morali di rispetto della persona, che è libera e deve essere amata per se stessa. E quindi non deve essere strumentalizzata per altri fini.
E male?
Gahl: Appunto quando si sfruttano le persone, si utilizzano per altri fini.
Se invece si aiutano è per il loro bene. Un esempio di transumanesimo?
Gahl: I replicanti di Blade Runner sono transumani, superano l’umanità, hanno prestazioni migliori, eppure sono schiavi, che poi si ribellano… E il film si chiede: cos’è l’essere umano? La risposta del film è positiva: è uomo chi è capace di amore, di libertà e di rispetto per gli altri.

Il bene del progresso scientifico? Gahl: È quando si tratta ognuno come se fosse fine a se stesso. Se si eliminano o sfruttano o manipolano le persone (aborti, omicidi, strumentalizzazioni per gli esperimenti) il progresso è cattivo. Se serve per aiutarle è positivo.

Qualche esempio negativo e positivo del transumanesimo? Gahl: Oggi va di moda il neuro enhancement, un tipo di sviluppo per aumentare la funzione neuronale, il cervello. E cosa c’è di negativo a potenziare il cervello? Gahl: E’ positivo per esempio in alcuni campi della medicina, per stimolare il nervo ottico. Ma se si utilizza per manipolare la persona, va contro la morale. Per esempio le macchine create per provocare sensazioni sessuali perverse, fuori dal rapporto d’amore, provocano disordini, con un abbassamento narcisistico. Creano una realtà virtuale che sostituisce la relazione.

Altri meccanismi perversi di manipolazione della neuro enhancement? Gahl: Ci sono dei farmaci in laboratorio che consentirebbero di lavorare anche 40 ore senza aver bisogno di dormire, per esempio per i piloti di aerei. Il problema è: come sarebbe applicato? Come fanno i test per verificare che non ci siano degli effetti collaterali e qual è il risultato complessivo sull’organismo umano e sulla qualità di vita personale? Se potessi scegliere, se fossi ugualmente riposato dormendo un po’’ meno, posso dedicare più tempo alla famiglia. Il rischio è: chi somministra i farmaci e perché? Il datore di lavoro? È fondamentale il rispetto della persona e della sua libertà di scelta.

Un po’ come per il doping? Gahl: Il doping sportivo è una specie di enhancement per migliorare le prestazioni. Ma a che costo? È molto diffuso nello sport liceale negli Usa, perché non ci sono rigorosi controlli antidoping. Il ragionamento è: avrò successo, entrerò in una buona squadra. Se il contesto obbliga, lede la libertà. Inoltre ci sono degli effetti collaterali molto pericolosi.

Qual è la sua posizione? Gahl: Non è bene obbligare le persone a fare esperimenti su se stessi. Il transumanesimo ha dei rischi. È necessario rispettare la libertà. Il criterio fondamentale è rispettare e voler bene. La persona è fine a se stessa, e non strumento per altro.

Altro settore del transumanesimo è il cyborg e la robotica. Che ne pensa? Gahl: Bene il cyborg che salva la vita come il pacemaker per il cuore. O i robot che evitano di fare cose ripetitive e liberano l’uomo per attività più creative. Ma il robot – lo stanno facendo in Giappone – specializzato per celebrare le nozze o per accogliere i clienti in albergo elimina la relazione e crea un mondo virtuale in cui l’uomo interagisce con machine invece di relazionarsi con altre persone. L’accoglienza deve essere, perlomeno in parte, umana e questa parte non può essere sostituita. Avere un’interfaccia con la macchina che sostituisce ogni contatto umano è contro la nostra dignità. Ho bisogno di relazionarmi.

La posizione della Chiesa? Gahl: La Chiesa spinge per il progresso scientifico, per le scoperte volte a beneficiare l’uomo, migliorarlo, potenziarlo. Ma è contraria alla manipolazione dell’uomo, agli esperimenti sull’uomo, perché contro la libertà e la dignità.

Altro aspetto del transumanesimo è il ricercare l’immortalità?
Gahl: I transumanisti anticristiani materialisti – soprattutto americani e inglesi – cercano l’immortalità sulla terra, allungare la vita per sempre, essere perdurevoli. La speranza materialista è quella di vivere per sempre. Ma non è una vita migliore, con una visione beatifica di Dio.

La risposta del Papa? Gahl: Bisogna recuperare l’aspirazione al cielo, anziché allungare la vita per sempre. L’ha detto ai luterani nel Kirchentag, la Giornata ecumenica delle Chiese in Germania: ciò che l’uomo più profondamente desidera è l’amicizia, la felicità, l’amore. Non da soli, ma con un altro. Ciò dipende dal dono. C’è quindi la necessità di un Salvatore. Solo con il Salvatore si può raggiungere il Cielo.

Il mito dell’eterna giovinezza non è mai morto? Gahl: C’era già nell’antichità. La fonte dell’eterna giovinezza è una sorta di transumanesimo antico. Il suo messaggio di felicità a transumanisti e non? Gahl: La famiglia al primo posto: contro qualsiasi tentativo di manipolare la nascita dei bambini (eugenetica) per migliorare la specie umana. È una violazione alla libertà di amore tra i genitori. L’affetto sperimentato in famiglia – che è l’amore incondizionato – anticipa la felicità del Cielo: è qui che troviamo la gioia attraverso la vita vissuta per gli altri.
Intervista al prof. Robert Gahl, docente di Etica fondamentale alla Santa Croce
di Marialuisa Viglione

Non difendiamo il Burqa

burqa-2Quos Iuppiter perdere vult, dementat prius , coloro che vuole rovinare, il Dio li fa prima impazzire. Un Dio del genere deve essere particolarmente attivo presso il centro-sinistra, se adesso vogliamo regalare alle destre, perfino l’emancipazione delle donne.

Perché la “sinistra” molte volte  si è di fatto esibita in una allucinante difesa del diritto di indossare il burqa, contro le pretese della cultura occidentale che,negando tale “diritto”, prevaricherebbe sulla eguale dignità di una cultura “altra” Il burqa,naturalmente, vale come caso limite di ogni abbigliamento-simbolo di una condizione di inferiorità in cui segmenti non irrilevanti di culture “altre” tengono più che mai le donne.

Allora, sarà bene che a sinistra tutti si decidano ad affrontare il problema, rinunciando a sottigliezze da azzeccagarbugli (tipo:hijab, chador,niqab sono diversi dal burka, ecc). Tanto più che nel corso della discussione si è accennato ad una pratica mille volte più raccapricciante di qualsiasi burka, le mutilazioni sessuali delle bambine,crimine mostruoso per il quale una parte della sinistra ha rifiutato in parlamento inasprimenti di pena.

Le “ragioni” addotte sono sempre le stesse: sono pratiche che fanno parte della “loro” cultura. Spesso sono accettate volontariamente dalle donne, talvolta addirittura richieste. Chi siamo noi per vietarle? Siamo dei democratici. Dei “sinceri” democratici, come si diceva un tempo (il tempo della “doppiezza” togliattiana, purtroppo). Proviamo ad essere, sobriamente, dei democratici COERENTI.

La democrazia riconosce i diritti degli individui, non delle “culture”. Il voto per “testa”, non per “ordine”. Nè per famiglia, clan, etnia, congregazione, fede, cultura. E per parafrasare il vecchio Marx (dimenticato puntualmente proprio in ciٍ che sarebbe attuale), una “cultura” puٍ essere libera senza che siano liberi coloro che vi appartengono. Che è appunto quanto avviene nelle culture che privilegiano Dio, sangue e suolo sui diritti intrattabili di ogni singolo cittadino.

Compreso quel cittadino in formazione che è il minorenne, che ha diritto alle sue future libertà e alla educazione critica che le rende possibili, e dunque deve essere difeso dalla Repubblica anche rispetto a pretese illiberali della famiglia e relativa”cultura”.Ora, è verissimo che si può indossare il velo e diventare Benazir Bhutto, come ha ricordato da Giuliano Ferrara la giornalista algerina Nacera Benali, voce ragionevole e davvero laica.

Ma è altrettanto vero che per cominciare ad emancipare le donne dal dominio assoluto di padri, fratelli,mariti, la Turchia di Ataturk in molte circostanze lo proibisce. Ed è noto anche ai sassi che in Europa, tranne qualche eccezione, sempre possibile, la donna il velo lo subisce. Il velo è solo un simbolo, si dirà. Appunto.

I simboli sono le strutture dell’esistenza collettiva e individuale. Noi fingiamo di non sapere che un numero incredibile di violenze ogni giorno vengono commesse da padri, fratelli,mariti, contro le “loro” donne che vogliono vivere in modo “islamicamente scorretto”. Ce ne accorgiamo quando le botte finiscono in omicidio. Per il resto tolleriamo, vigliaccamente e ponziopilatescamente.

Di recente, la Cassazione ha giustificato i genitori che avevano recluso in casa la figlia. Il sequestro di persona, perché di questo si tratta, era a fin di bene. La ragazza minacciava infatti il suicidio, stanca delle angherie e delle botte quotidiane per desideri di vita troppo “occidentali”. Non risulta che Mastella abbia mandato ispettori, e neppure che associazioni di magistrati democratici si siano strappate le vesti, pur-troppo.

Un tempo essere di sinistra significava stare dalla parte degli oppressi. Tra un padre-padrone e la figlia costretta alla “sua” cultura, chi è l’oppressore e chi l’oppresso? E che l’oppressore sia a sua volta uno sfruttato ed emarginato non può diventare giustificazione della sua oppressione su chi è ancora più debole.
La sinistra dovrebbe perciٍò farsi campione di una politica di integrazione, non di una politica di multiculturalismo. Di sostegno ai diritti materiali degli immigrati (contratti regolari, case, sanità, ecc.) ma anche di politiche contrarie alla loro ghettizzazione.

Ad esempio, punendo i presidi che”casualmente” mettono tutti i figli di immigrati in una stessa classe, anziché contaminarle tutte col massimo di pluralismo etnico. Ma l’appoggio alla realizzazione di scuole islamiche va esattamente nella direzione opposta! Una politica di ghettizzazione integrale che la sinistra dovrebbe considerare scandalosa. Come la pretesa di qualsiasi scuola confessionale, sia chiaro. La scuola dovrebbe essere eguale per tutti, cioè pluralista e imbevuta di spirito critico, perché esclusivamente REPUBBLICANA.

Le culture sono spesso oppressive, e in ciٍo’ che hanno di oppressivo vanno combattute. Il padre-padrone che pretende di controllare cosa la moglie o la figlia chiedono al ginecologo non è tollerabile, cristiano o islamico o miscredente che sia. Troppi matrimoni sono ancora “combinati”, cioè imposti. Troppe prediche di imam giustificano i comportamenti oppressivi di padri e mariti, calpestando i principi di eguaglianza e libertà scritti nella nostra Costituzione.Se non sarà la sinistra a difendere libertà, laicità, legalità, sarà la destra a strumentalizzarle per vanificarle. E saremo stati sconfitti due volte.

Bud Spencer: sono certo che la vita continua

Bud-Spencer«Con chi vorrei mangiare il mio ultimo pasto? Un bel piatto di spaghetti in compagnia di Gesù».

E’ stato un eroe del filone “Spaghetti western” insieme a Terence Hill, ora Bud Spencer in una recente intervista al giornale tedesco Welt am Sonntag a proposito del suo nuovo libro “Mangio Ergo Sum“, si confessa su temi intimi e molto delicati: il suo rapporto con la religione, con la fine della vita, l’aldilà.

Bisogno di Dio
«Nella mia vecchiaia avanzata ho bisogno della religione – dice l’86enne Carlo Pedersoli (questo il suo vero nome) – ho bisogno della fede. Credo in Dio, è ciò che mi salva – spiega –. Invece mi sono reso conto che è il nulla ciò a cui prima attribuivo un grande valore: lo sport, dove volevo affermarmi, la popolarità. Chi si inorgoglisce per queste cose, chi insegue solo il successo, la fama, è un idiota».

Errori e pentimenti
Bud ammette di non essere stato proprio un “santo” in vita. E solo ora riesce a rendersi conti di errori passati. «Ne ho fatti tanti errori, con le donne, gli amici, errori grossolani, follie. Ora che ho quasi 86 anni vedo tante cose in maniera diversa. La vita mi ha insegnato che sono altre le cose che contano».

La vita e la morte
“La morte non mi fa paura. Perché credo che non si muoia veramente. Le anime di coloro che sono morti rivivono e testimoniano la verità dell’universo. Per cui vedo il tutto con la più grande tranquillità. La vita non è nelle nostre mani. Prima o poi ci presenteremo di fronte al Padreterno, che sia quello cristiano o quello islamico. Non si può sfuggire. Da quando siamo nati, siamo in viaggio verso la morte”

“Sono sempre più appassionato della vita ogni giorno che passa, ma la morte non mi spaventa. Perché credo che in realtà non si muore, e che la nostra anima sia viva anche dopo aver lasciato la terra. Anzi, sono certo che la vita continua. Intanto affronterò la morte, in ogni caso, con dignità e con la stessa dignità affronterò il giudizio di Dio”.

Non sono un eroe
Quella stessa dignità che gli porta a dire: «Non mi interessa un “addio” da eroe. Tra l’altro sono un uomo come tanti. La vita è una farsa, tanto fumo negli occhi, tante gioie ma anche tante delusioni. L’eroismo, nel mio caso, è un qualcosa di artificiale, una finzione. Il vero eroe è solo chi dà la vita per il suo Paese o protegge con un atto straordinario la sua famiglia. Io non sono uno di quelli».
Gelsomino Del Guercio – Aleteia

Per la Missione nelle nostre città (Giovanni Paolo II)

1248319929472_fMaria Santissima,
che dalla Pentecoste vegli con la Chiesa
nell’invocazione dello Spirito Santo,
resta con noi
al centro di questo nostro cenacolo.
A te, che veneriamo
come Madonna del Divino Amore,
affidiamo i frutti della Missione cittadina,
perché con la tua intercessione
la nostra Diocesi
dia al mondo testimonianza convinta
di Cristo nostro Salvatore.

Giovanni Paolo II

Dio e il problema del male

Una delle più comuni difficoltà contro l’esistenza di Dio, e in particolare contro la Sua Provvidenza, è l’esistenza del male nel mondo.
Come si concilia l’esistenza di Dio con l’esistenza del male? Ecco il problema.
Vi è chi lo risolve negando semplicemente l’esistenza di Dio: ma erroneamente, perché l’esistenza di Dio è evidentemente provata, e la difficoltà di conciliarla con l’esistenza del male non dà il diritto di metterla in dubbio.
Vi è anche chi ha supposto che, accanto a Dio, principio del Bene, esista un essere maligno principio del male, indipendente da Lui e a Lui contrario; la terra sarebbe il teatro della lotta fra questi due primi princìpi. Ma anche questa soluzione (di non pochi antichi: Manichei, ecc.) è allo stesso modo erronea, perché non si può dare un essere che non dipende da Dio, il quale è necessariamente unico principio e creatore di tutto.

Altri, allora, pur ammettendo l’esistenza di Dio, ne hanno negato la Provvidenza, affermando che Dio non si interessa del mondo, avendo abbandonata a se stessa l’opera delle sue mani. Soluzione erronea anche questa, perché contraria agli attributi divini, specie al Suo amore per le creature, amore che è l’unica ragione della creazione.
Per altra via si deve dunque trovare la conciliazione tra l’esistenza di Dio e il fatto del male nel mondo. Per facilitare la soluzione del problema giova distinguere il male fisico e il male morale.
Il male fisico è dovuto all’essenza finita delle cose di cui si compone l’universo ed al corso normale e ordinario delle leggi della natura. Non ripugna quindi a Dio, come non ripugna il dolore che al male fisico suole accompagnarsi; il rendere l’uomo, e in generale l’animale, sensibile agli agenti nocivi è spesso mezzo provvidenziale per la conservazione della vita nella natura; la morte stessa degli individui è necessaria per dare posto alle nuove generazioni.
La colpa, poi, cioè il male morale, è effetto della manchevole volontà dell’uomo: essa non è voluta da Dio, ma solo permessa, perché Dio vuole che liberamente lo rispettiamo e lo amiamo e non vuole fare violenza alla nostra volontà.

Ma, si osserva, Dio non potrebbe, con la Sua Provvidenza, impedire il male? E se lo può, perché non lo impedisce?
Sì, parlando in termini assoluti, lo potrebbe impedire e se, nonostante questo, lo permette, vuol dire che nella Sua infinita sapienza vede che è meglio permetterlo. Senza volere penetrare più in là di quel che alle nostre deboli forze è concesso (S. Paolo esclamava: O altezza della scienza di Dio: Come sono imperscrutabili i Tuoi giudizi!  Ep. ad Rom., 11, 33), abbiamo dalla ragione, e più ancora dalla fede, gli elementi per rispondere alla domanda.

L’immortalità dell’anima ci dona la certezza naturale (confermata dalla fede) di una vita futura ed eterna, alla quale la vita presente è ordinata e nella quale i desideri del nostro cuore saranno soddisfatti, a meno che la giustizia non esiga la pena del male da noi compiuto. Alla luce di questa verità, per cui la vita dell’uomo si inizia nel tempo ma si continua nell’eternità, deve essere risolto il problema del dolore, che acquista, nella Provvidenza divina, una mirabile finalità. Il dolore, innanzi tutto, distacca l’uomo dalle cose terrene e lo avvicina a quelle eterne; se, nonostante le frequenti infelicità della terra, così pochi pensano all’eternità, quanti sarebbero quelli che si ricorderebbero del loro ultimo fine, se nella vita non vi fossero che gioie? Inoltre, il dolore fa sì che l’uomo possa espiare: chi, nella vita, non ha mai trasgredito la legge del Signore? L’infinita misericordia di Dio è sempre disposta a perdonare, ma la Sua giustizia esige una riparazione, un compenso per l’ordine morale rovesciato, e il dolore ristabilisce quest’ordine purificando l’anima che si è ribellata a Dio. Infine il dolore santifica, perché attraverso la prova del dolore l’uomo si merita quella felicità eterna che Dio vuol donarci quale premio da conquistare col sacrificio e con la lotta, sostenuti dalla pace della coscienza e dalla gioia del cuore con cui Dio conforta il giusto nelle pene della vita.
Così la ragione, ed assai meglio la fede, mostrano nel dolore la paterna Provvidenza di Dio che “non turba mai la gioia dei Suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande” (Manzoni).

Perche’ crediamo in Dio?

Una domanda tuttaltro che scontata! Questa pone le sue radici nella storia stessa delluomo che da sempre si è dimostrato interessato alla ricerca delle radici della propria esistenza.
Perché?
Perché ogni uomo desidera raggiungere la felicità, la vita piena, lamore, perché tutti gli esseri umani in quanto finiti si scontrano con linevitabile e inspiegabile morte, perché la vita pur essendo bellissima è anche segnata dal male (ingiustizia, violenze, menzogne). Linsieme di queste realtà ha posto da sempre luomo dinanzi ad alcune fatidiche domande esistenziali.

Chi ci ha creati? Perché viviamo? Dove andremo?
Domande che trovano la loro risposta solo in Dio.
Mentre l’umanità dalle sue origini, guidata dalla ragione che la fede confermava, ha affermato l’esistenza di Dio e gli ha sempre innalzato altari e templi, ed anche l’umanità di oggi, ove la violenza non lo impedisce, manifesta la sua comune credenza in Dio, non sono mancati e non mancano pensatori che negano l’esistenza di Dio: da Democrito, che per primo pronunciò la frase fatale: Non est Deus naturae immortalis agli odierni negatori di Dio e suoi avversari.
Da qui nasce lesigenza di una risposta apologetica, sia per confutare l’avversario, sia per confermare il credente di fronte al dubbio imprudente che talora può affiorare alla sua coscienza nelle alterne vicende della vita.

Perché crediamo in Dio?
Di don Tullio Rotondo
Crediamo in Dio perché Dio stesso ci attira a sé e ci si vuole far conoscere; ecco la verità principale: Dio ci attira alla conoscenza di Lui stesso.
Se non ci accorgiamo di questo è perchè non vediamo siamo ciechi in certo modo.

Ora, attraverso queste mie parole e poi anche più generalmente Dio ti vuole attirare a conoscere Lui. Il punto è che noi siamo chiusi, il punto è che noi non ci accorgiamo del Signore che ci parla, siamo chiusi alla luce che Egli ci dona, abbiamo bisogno del Maestro che ci guida a conoscere come Dio ci parla e che ci fa conoscere veramente Dio: e questo Maestro è Gesù.

Con il peccato originale la nostra intelligenza si è oscurata e noi abbiamo difficoltà a salire a Dio che è Luce, abbiamo difficoltà a ricevere questa Luce, facciamo scudo alla luce divina.

Come facciamo scudo?
Anzitutto appunto con il disordine interiore che è in noi, con la mancanza di preghiera, con la mancanza di lettura delle S. Scritture, con linsincerità, con lattaccamento ai piaceri del senso (piaceri della gola e sessuali soprattutto); il Signore ci attira a diventare spirituali e noi invece rimaniamo carnali. La conoscenza di Dio implica partecipazione, in certo modo, alla vita di Dio; il Rivelarsi di Dio a noi implica anche un certo nostro modo di vivere, implica una certa nostra perfezione.
Rifletti
Anzitutto tu vivi sempre secondo la verità che porti nellintelligenza, agisci sempre secondo la verità che la tua coscienza ti presenta?
Sei coerente con quello che dici, sei coerente con le tue idee?
Usi un doppio giudizio quando giudichi gli altri e quando giudichi te?
E la tua coscienza, la tua intelligenza su quali verità si basa?
Chi ti ha insegnato quelle verità?
Dio ti attrae a Cristo, ma forse tu non te ne rendi conto, sei immerso nelle cose del mondo, Dio ti attrae a visitare i santuari, a visitare i luoghi nei quali Dio stesso ha operato prodigi ma noi tante volte ce ne stiamo nelle nostre case o nei nostri ambienti e ci lasciamo guidare da altri dei, da altri maestri.

A chi credi?
A quali persone presti la tua fede?
A chi hai prestato fede nel tuo studio a professori che ti hanno riempito la testa di affermazioni atee o agnostiche?
Considera che oggi ateismo, agnosticismo e anticristianesimo sono praticamente diffusissimi, tu probabilmente sei una persona che ha avuto falsi maestri di questo genere. Ti devi depurare, devi cambiare, devi prenderti i veri maestri, anzi il vero Maestro: Gesù!
Dio ti vuole donare la conoscenza di Lui stesso, come ha fatto con tanti santi che poi hanno fatto grandi miracoli pensa a S. Pio da Pietrelcina, pensa a s. Francesco, a s. Caterina.

Hai mai preso parte a un fatto miracoloso?
Sei mai stato alla s. Messa?
Hai mai fatto un ritiro nel silenzio, passando qualche giorno in preghiera?
Lo sai che il demonio esiste?
Sei mai stato ad una preghiera di liberazione?
Ecco Dio vuole farti fare esperienza della sua potenza, devi destarti dal “sonno stanco dell’anima” e muoverti, perchè la cosa più importante in questa vita è conoscere Dio amare Dio, conoscere Cristo Dio uomo!!
Ecco la cosa più importante nel mondo è conoscere Dio e amarlo!
Vedi Dio vuole che tu lo metta al primo posto nella tua vita, allora ti si fa conoscere particolarmente! Nota che conoscere Dio non arreca un vantaggio a Dio nella sua divina natura, Egli è sommamente perfetto. Conoscere Dio è necessario a te, per il tuo bene. Ecco, dunque, Dio ti sta parlando attraverso queste mie parole, ti sta attirando a fare questo cammino verso Lui . Considera che il cammino in Cristo Dio è un cammino di fede : Dio stesso vuole donarti questa fede e tu devi fare la parte tua per riceverla; camminare nella fede significa appoggiarsi e obbedire a Cristo anche se talvolta non riusciamo a capire perché ci dice, camminare nella fede non è vedere tutto con chiarezza, il vedere con chiarezza ci sarà nella visione beata, nel Cielo, ma oggi vediamo nello specchio e attraverso enigmi.
Sappi però che più cresci nel cammino di fede, più vivi nella volontà di Dio in modo perfetto, più il Signore ti si manifesta, come accadeva s. Pio da Pietrelcina, a s. Caterina da Siena, a s. Brigida etc.
Dunque : sei pronto iniziare? Dio ti sta attraendo. Ma anche il mondo, satana, la tua carne ti attraggono, Dio verso la conoscenza di sé e verso la santità ; satana, il mondo e la carne ti spingono al peccato, alla incredulità, allagnosticismo.
A te la scelta tra le due vie. Forse finora ai scelto sempre la seconda e se è così sappi che la tua inclinazione abituale è cattiva, devi farti forza e il Signore ti dà questa forza. Dio ti dà tutto in Cristo: luce intelettuale, sapienza, carità:
Ricordati: conoscere Dio e amarlo in Cristo dipende da te.

 

L’esistenza di Dio in San Bonaventura

Se l’essere di Dio sia una verità indubitabile [1][3]

Si domanda anzitutto se l’essere di Dio sia una verità indubitabile. Che sia così si dimostra seguendo una triplice via.
La prima è questa: ogni verità naturalmente impressa in tutte le menti è indubitabile.
La seconda è la seguente: ogni verità proclamata da ogni creatura è indubitabile.
La terza via è questa: ogni verità certissima ed evidentissima in se stessa è indubitabile.

Quanto alla prima via si procede in questo modo; dimostrando con argomenti di autorità e di ragione che l’essere di Dio è impresso in tutte le menti razionali.
1. Giovanni Damasceno, nel primo libro (De fide orthod.), al capitolo terzo, afferma che: «La cognizione dell’esistenza di Dio è impressa naturalmente in noi ».

2. Cosi Ugo di San Vittore (De Sacram. p. iii, c. i) sostiene che: «Dio ha regolato a tal punto la nozione di sé presente nell’uomo che, siccome egli non avrebbe mai potuto comprenderne l’essenza nella sua totalità, non ne potesse almeno ignorare l’esistenza ».

3. Parimenti Boezio (iii De consol., prosa 2): « È impresso nelle menti degli uomini il desiderio del vero e del bene »; ma il desiderio del vero bene presuppone la conoscenza di esso, perciò nelle menti degli uomini sono impresse la nozione del vero bene ed un desiderio di ciò che è sommamente desiderabile. E questo bene è Dio; dunque ecc.

4. Agostino in più passi del De Trinitate (ix, 2, 2, ss.; xii, 4, 4 nss.; xiv, 8, ll ss.), dice che l’immagine consiste nella mente, nella notizia e nell’amore, e che il carattere di immagine si scopre nell’anima in relazione a Dio; se dunque è naturalmente impressa nell’Anima l’immagine di Dio, l’anima ha naturalmente innata la conoscenza di Dio. Ma la prima cosa che si conosce di Dio è la sua esistenza; dunque la conoscenza di essa è naturalmente innata nella mente umana.

5. Aristotele (ii, Poster., 15) afferma che « non sarebbe conveniente che possedessimo cose nobilissime e non lo sapessimo »; perciò, essendo l’esistenza di Dio una verità nobilissima, presentissima a noi, non è conveniente che tale verità rimanga nascosta all’intelletto umano.

6. Inoltre: è innato nelle menti degli uomini un desiderio di sapienza, poiché, dice Aristotele (i, Metaf., I): « Tutti gli uomini per natura desiderano sapere »; ma la sapienza sommamente desiderabile è quella eterna; perciò è profondamente insito nella mente umana il desiderio di tale sapienza. Ma, come si è detto prima, non c’è amore se non di ciò che è in qualche modo conosciuto; perciò è necessario che una qualche nozione di quella somma sapienza sia impressa nella mente umana. Ma questo è in primo luogo sapere che Dio stesso o quella sapienza esiste.

7. Inoltre, il desiderio della beatitudine è insito a tal punto in noi che a proposito di nessuno si può dubitare se voglia o no essere beato, come dice in più passi Agostino (De Trin. XllI, 3, 3; 4, 7 ss.; 20, 25); ma la beatitudine consiste nel sommo bene che è Dio; perciò, se tale desiderio non può esistere senza una qualche notizia, è necessario che tale nozione mediante la quale si conosce che esiste il sommo bene, ossia Dio, sia impressa nella stessa anima.

8. È impresso pure nell’anima un desiderio di pace ed impresso a tal punto che lo si ricerca anche nel suo contrario; e questo desiderio non può essere neppure tolto ai dannati ed ai demoni, secondo quanto si dimostra nel libro diciannovesimo del De civitate Dei (13,lss.). Se, dunque, la pace di una mente razionale non si trova se non in un ente immutabile ed eterno ed il desiderio presuppone una nozione od una conoscenza, la conoscenza di un ente immutabile ed eterno è innata nello spirito razionale.

9. Inoltre, è insito nell’anima l’odio della falsità; ma ogni odio nasce dall’amore; perciò è molto più radicato nell’anima l’amore della verità e specialmente di quella verità per la quale l’anima è stata fatta. Se dunque Dio è la verità prima, consegue necessariamente che la nozione della prima verità è insita nell’intelligenza razionale. Che l’odio dell’errore, poi, sia insito nella mente umana, appare dal fatto che nessuno vuol essere ingannato, come dice Agostino nel libro decimo delle Confessioni (23, 33 ss.). Che l’odio sia causato dall’ amore mostra ancora Agostino nel libro quattordicesimo del De civitate Dei (7, 2); nessuno infatti odia qualcosa se non perché ama il suo opposto.

10. Inoltre, è impressa nell’anima razionale la conoscenza di sé, perché l’anima è presente a se stessa e conoscibile per se stessa; ma Dio è presentissimo all’anima e conoscibile per se stesso; perciò è impressa nella stessa anima la nozione del suo Dio. Se tu dicessi che non è la stessa cosa perché l’anima è proporzionata a sé ma Dio non è proporzionato all’anima, risponderei: la tua obiezione non vale, perché se la proporzionalità fosse necessaria alla conoscenza, l’anima non giungerebbe mai alla conoscenza di Dio poiché non può essere paragonata a Lui né per natura, né per grazia, ne per gloria.
Con queste ragioni, dunque, si dimostra che l’esistenza di Dio è una verità indubitabile naturalmente impressa nell’intelligenza umana; nessuno infatti dubita se non di ciò di cui non possiede una conoscenza certa.
Questo si dimostra per la seconda via così; ogni verità proclamata da tutte le creature è indubitabile; ma ogni creatura proclama l’esistenza di Dio. Che, poi, ogni creatura proclami Resistenza di Dio, si dimostra in base a dieci aspetti delle cose ed a proposizioni immediatamente evidenti.

11. La prima è questa: se c’è l’ente che vien dopo c’è l’ente che vien prima poiché l’ente che vien dopo dipende da quello che vien prima; se dunque vi è l’insieme degli enti che vengono dopo, e necessario che vi sia un primo ente. Se, pertanto, è necessario ammettere un prima e un poi nelle creature, è necessario che l’insieme delle creature implichi e proclami l’esistenza di un primo principio.

12. Inoltre, se esiste un ente che dipende da un altro, esiste anche l’ente che non dipende da un altro, poiché nulla può far passare se stesso dal non essere all’essere; dunque, è necessario che vi sia una prima ragion d’essere che è nell’ente primo, il quale non è stato prodotto da un altro. Se dunque l’ente che dipende da un altro è detto ente creato e l’ente che non dipende da un altro è detto ente increato ed è Dio, tutti i diversi tipi di ente implicano l’esistenza di Dio.

13. Inoltre, se vi è l’ente possibile deve esserci l’ente necessario perché il possibile dice indifferenza all’essere e al non essere; ma non può un ente essere indifferente ad essere e a non essere se non in virtù di qualcosa che è pienamente determinato all’essere. Se dunque l’ente necessario che non ha assolutamente alcuna possibilità di non essere è soltanto Dio ed ogni altro ente ha qualche possibilità di non essere, ogni differente tipo di ente implica l’esistenza di Dio.

14. Inoltre, se vi è un ente relativo deve esserci anche l’ente assoluto poiché il relativo non è tale se non rispetto all’assoluto; ma l’ente assoluto non può essere detto dipendente da nessun altro se non perché non riceve nulla da un altro; e questo è l’ente primo; mentre ogni altro ente ha una qualche dipendenza; quindi è necessario che ogni differente tipo di ente implichi l’esistenza di Dio.

15. Inoltre, se vi è un ente limitato o parziale vi è l’ente che è assolutamente, perché l’ente parziale non può né essere, né essere concepito se non per mezzo dell’ente che è assolutamente; e l’ente limitato non può esistere ed essere concepito se non in virtù dell’ente perfetto, come la privazione non si concepisce se non per mezzo del positivo. Se pertanto ogni ente creato è parziale, solo l’ente increato è ente che è assolutamente e perfetto; perciò è necessario che ogni diverso tipo di ente implichi e supponga l’esistenza di Dio.

16. Inoltre, se vi è un ente ordinato ad altro deve esserci un ente autosufficiente, altrimenti non esisterebbe il bene; ma l’ente autosufficiente non è se non quell’ente di cui non può esservi migliore, cioè lo stesso Dio; perciò, poiché la totalità degli altri enti è ordinata a lui, la totalità degli enti implica l’esistenza e la nozione di Dio.

17. Inoltre, se vi è un ente per partecipazione deve esserci un ente per essenza, perché la partecipazione non si riferisce se non a qualcosa di posseduto essenzialmente da qualcos’ altro poiché ogni predicato accidentale si riconduce a un predicato essenziale; ma qualunque ente diverso dall’ente primo che è Dio, ha l’essere per partecipazione, mentre solo Lui ha l’essere per essenza.

18. Inoltre, se vi è l’ente in potenza deve esserci l’ente in atto poiché la potenza non può passare all’atto se non in virtù di un ente in atto e la potenza non sarebbe tale se non potesse passare all’atto; se, dunque, quell’ente che è atto puro e non ha in sé alcuna possibilità non può essere che Dio, è necessario che ogni ente diverso dal primo implichi l’esistenza di Dio.

19. Inoltre, se vi è un ente composto deve esserci un ente semplice perché il composto non ha l’essere da sé ed è perciò necessario che abbia la sua origine da un ente semplice ma l’ente semplicissimo, che non ha in sé alcuna composizione, non può essere che l’ente primo; perciò ogni altro ente implica Dio.

20. Inoltre, se vi è un ente mutevole deve esserci un ente immutabile, perché, secondo quel che prova Aristotele (Fis. viii, 5; Metaf. xi, 7), il moto proviene da un ente immobile e ha per fine un ente immobile; se, dunque, l’ente del tutto immutabile non può essere se non quell’ ente primo che è Dio e gli altri enti creati per il fatto stesso di essere creati sono mutevoli, è necessario che l’esistenza di Dio sia inferita da ogni differente tipo di ente.
Da questi dieci presupposti necessari ed evidenti si inferisce che tutti i diversi tipi o zone dell’ente implicano e proclamano l’esistenza di Dio. Se, dunque, ognuna di queste verità è indubitabile, è necessario che l’esistenza di Dio sia una verità indubitabile.
La medesima conclusione è dimostrata per la terza via così: ogni verità così certa da non poter essere negata senza contraddizione è una verità indubitabile; ma l’esistenza di Dio è tale; dunque ecc. La maggiore è immediatamente evidente, la minore si dimostra in vari modi.

21. Infatti Anselmo, nel capitolo quarto del Proslogio, dice: « Ti ringrazio. Signore buono, poiché quello che prima credevo per tuo dono, ora lo capisco per influsso della tua luce, sicché, se anche non volessi credere che tu esisti, non potrei non saperlo ».

22. E questa verità è provata da Anselmo come segue: Dio è ciò di cui non si può pensare il maggiore; ma ciò che non può essere pensato non esistente è più vero di ciò che può essere pensato non esistente; dunque, se Dio è ciò di cui non si può pensare il maggiore. Dio non può essere pensato non esistente.

23. Inoltre, l’ente di cui non si può pensare il maggiore è di tale natura che non può essere pensato se non esiste anche nella realtà; poiché se esistesse nel solo pensiero non sarebbe l’ente di cui non si può pensare il maggiore; dunque, se un tale ente è pensato, è necessario che esista in realtà in tal modo da non poter essere pensato non esistente.

24. Ancora Anselmo (Prosl. 5) affermia : « Tu sei tutto ciò che è meglio esista piuttosto die non esista »; ma ogni verità indubitabile è migliore di ogni verità dubbia; perciò a Dio si deve attribuire piuttosto l’essere indubitabile che l’essere dubitabile.

25. Inoltre Agostino dice nei Soliloqui (i, 8,5) che nessuna verità può essere vista se non nella prima verità; ma la verità nella quale è vista ogni altra verità è sommamente indubitabile; perciò l’esistenza di Dio non è solo una verità indubitabile, ma anche una verità di cui non si può pensare nulla di più indubitabile; dunque è una verità tale da non poter essere pensata non esistente.

26. Agostino (Sol. I, 15, 27 ss.; II, 2,2; e 15,28) dimostra questa stessa verità come segue: tutto ciò che si può pensare si può anche enunciare; ma in nessun modo si può enunciare che Dio non esiste senza affermare insieme che Dio esiste. E questo si dimostra come segue: poiché se non vi è alcuna verità è vero che non c’è la verità, e, se è vero queste, esiste qualche verità e, se esiste qualche verità, esiste la verità prima, pertanto, se non si può affermare che Dio non esiste non lo si può neppure pensare.

27. Quanto maggiore e più universale è una verità tanto è più nota; ma questa verità con la quale si dice che esiste il primo ente è la prima fra tutte le verità sia nell’ordine ontologico che in quello logico; perciò è necessario che essa stessa sia certissima ed evidentissima. Ma la verità degli assiomi e delle proposizioni più universali è a tal punto evidente a causa della loro priorità che essi non possono essere pensati come inesistenti; pertanto nessuna intelligenza può pensare che la stessa prima verità non esista o dubitare della sua esistenza.

28. « Nessuna proposizione è più vera di quella nella quale la stessa proprietà è predicata di se stessa » (Boezio, Periherm. Arìstot., i, 14); ma quando dico che Dio è, l’essere detto di Dio è identico con Dio perché Dio è il suo stesso essere; dunque nessuna proposizione è più vera ed evidente di quella che dice: Dio è, dunque nessuno può pensare che essi sia falsa o dubitarne.

29. Inoltre nessuno può ignorare che questa proposizione: l’ottimo è ottimo, sia vera, oppure pensare che sia falsa; ma l’ottimo è un ente completissimo ed ogni ente, per il fatto stesso di essere completissimo, è anche in atto; pertanto, se l’ottimo è ottimo, l’ottimo è. Similmente si può argomentare: se Dio è Dio, Dio è; ma l’antecedente è vero a tal punto che non può essere pensato non esistente; pertanto l’esistenza di Dio è una verità indubitabile […].
rispondo. Per la comprensione delle cose predette occorre notare che una cosa si dice indubitabile per privazione del dubitabile; ora il dubitabile si dice in due sensi: o per il discorso della ragione o per difetto di ragione. Il primo modo di intendere riguarda il conoscibile ed il conoscente; il secondo modo di intendere solo il conoscente. Dubitabile nel primo senso è detta qualche verità perché le manca il carattere di evidenza o in sé, o in rapporto ad un medio probante, o in rapporto all’intelletto che apprende. Ma in nessuno di questi modi di intendere manca la certezza a questa verità che è l’esistenza di Dio.
È certo infatti allo stesso intelletto conoscente che la conoscenza di questa verità è innata nella mente razionale in quanto la mente ha carattere di immagine grazie alla quale sono insiti in lei il naturale desiderio, la nozione e la memoria di Colui ad immagine ilei quale è stata creata e verso il quale tende naturalmente per poterne essere beatificata.
La verità dell’ esistenza di Dio è ancora più certa in rapporto alla ragione probante. Infatti tutte le creature, sia considerate secondo le loro proprietà positive che difettive, con voci altisonanti proclamano l’esistenza di Dio del quale hanno bisogno a causa della loro mancanza di perfezione e dal quale ricevono perfezione. Per cui secondo la loro maggiore o minore perfezione proclamano alcune con grande, altre con maggiore, altre con grandissima voce che Dio esiste.
E tale verità è anche certissima in sé per il fatto che è una verità prima e immediatissima nella quale non solo la nozione del predicato è contenuta nel soggetto, ma è lo stesso l’essere che è predicato e il soggetto di cui è predicato. Perciò, come ripugna sommamente al nostro intelletto l’unire termini differentissimi fra loro, perché nessun intelletto può pensare che qualche cosa esista o non esista al tempo stesso, così ripugna la divisione di qualche cosa che è totalmente uno e indiviso; per cui, come è evidentissimamente falso che una stessa cosa esista e non esista, o che esista in modo sommo o non esista affatto, così è una verità evidentissima che il primo e sommo ente esiste. Pertanto, se si ritiene indubitabile ciò che toglie ogni dubbio per discorso della ragione, l’esistenza di Dio è una verità indubitabile poiché, sia che l’intelletto penetri in se stesso, sia che esca fuori di sé, sia che guardi sopra sé, se procede razionalmente conosce con certezza ed indubitabilmente l’esistenza di Dio.
Se poi si considera l’indubitabile nel secondo senso, in quanto cioè toglie il dubbio che deriva da un difetto di ragione,allora si può concedere che per un difetto degli uomini qualcuno possa dubitare che Dio esiste, e ciò per un triplice difetto dell’intelletto conoscente:
1) o quanto all’atto dell’apprendere,
2) o quanto all’atto del giudicare,
3) o quanto all’atto di ricondurre a un primo principio.

1) Quanto all’atto dell’apprendere, il dubbio si inserisce quando il significato del nome Dio non è assunto in modo reno e nella sua pienezza ma solamente per qualche suo aspetto, come hanno fatto i pagani i quali pensavano che Dio fosse tutto ciò che era superiore all’uomo e poteva prevedere in qualche modo il futuro e perciò credevano che gli idoli fossero dei e li adoravano come dei perché davano talvolta responsi veritieri sul futuro.

2) Quanto all’atto del giudicare, il dubbio si ha quando il giudizio è parziale, come quando lo stolto vede che non si fa manifestamente giustizia dell’empio e ne conclude che non esiste provvidenza nell’universo e, perciò, che non esiste in esso un rettore primo e sommo come Dio eccelso e glorioso.

3) Similmente, quanto al difetto nel ricondurre a un primo principio: il dubbio subentra quando un intelletto carnale non sa arrivare se non sino a quello che i sensi mostrano, vale a dire, alle realtà corporee; per il qual motivo alcuni ritennero che questo sole visibile che occupa un posto preminente fra le creature corporee fosse Dio, perché non erano capaci di giungere sino alla sostanza incorporea, né sino ai primi principi delle cose. E così nella proposizione Dio esiste può sorgere un dubbio causato da un difetto dell’intelletto che apprende, o che giudica, o che riconduce a un primo principio; e secondo un tale modo difettoso di intendere, qualche intelletto può pensare che Dio non esiste, perché esso non comprende con sufficiente integrità il significato del termine Dio. Ma quell’intelletto che comprende appieno il significato di questo nome: Dio e ritiene che Dio è ciò di cui non si può pensare il maggiore, non solo non dubita che Dio esiste, ma anche in nessun modo può pensare che Dio non esiste. Perciò dobbiamo ammettere come vere le ragioni che lo dimostrano esistente.

La contemplazione di Dio per mezzo della sua immagine impressa nelle potenze dell’anima[2][4]

1. Poiché i due gradi precedenti, guidandoci a Dio attraverso le sue orme per mezzo delle quali Egli risplende in tutte le sue creature, ci hanno condotti sino al punto di rientrare in
noi, nel nostro spirito nel quale risplende l’immagine divina, ora, in terzo luogo, rientrando in noi stessi e lasciando fuori l’atrio, dobbiamo sforzarci di vedere Dio come in uno
specchio, nel santo[3][5]3, nella parte anteriore del tabernacolo; lì la luce della verità brilla come un candelabro di fronte alla nostra mente nella quale risplende l’immagine della beatissima Trinità.
Entra, dunque, dentro di te e osserva con quale ardore la tua mente ama se stessa; ora, essa non potrebbe amarsi se non si conoscesse e non potrebbe conoscersi se non avesse il ricordo di sé, poiché la nostra intelligenza non apprende se non ciò che è presente alla nostra memoria; vedi, perciò, non con l’occhio della carne, ma con quello della ragione, che la tua anima possiede una triplice potenza. Considera le attività e i rapporti di queste tre potenze e potrai vedere Dio in te stesso come nella sua immagine, il che significa vedere in uno specchio « in aenigmate ».

2. L’attività della memoria consiste tiri ritenere e rappresentare non solo le realtà presenti, corporee e temporali, ma anche le realtà che si susseguono, che sono semplici ed eterne.
Infatti la memoria ritiene il passato col ricordo, il presente con l’apprensione e il futuro con la previsione. Ritiene anche le cose semplici, cioè i principi delle quantità continue e discrete come il punto, l’istante e l’unità senza cui sarebbe impossibile il ricordare o il pensare quelle cose che da essi hanno principio. Ritiene anche i principi e gli assiomi delle scienze come realtà eterne e in modo eterno poiché mai può dimenticarli sin tanto che conserva l’uso della ragione, e se li sente nominare, non può non approvarli e concedere ad essi il suo assenso, e non come se li percepisse di nuovo, ma come se li riconoscesse come innati e familiari.
Per convincersene basta proporre a qualcuno « Il principio di non contraddizione » (Arist., i , Post. ,10) od il principio: « II tutto è maggiore della parte», o qualunque altro principio che la « ragione interiormente» non può contraddire. Ritenendo attualmente tutte le cose temporali, ossia il passato, il presente e il futuro, la memoria porta in sé l’immagine dell’eternità il cui presente indivisibile si estende a tutti i tempi. Con la capacita di ritenere le cose semplici, la memoria dimostra di possedere non solo la possibilità di essere informata dalle immagini esteriori, ma anche da un principio superiore, possedendo in se stessa delle forme semplici che non possono entrare per le porte dei sensi e delle fantasie sensibili. Ritenendo i principi e gli assiomi delle scienze, essa dimostra di possedere una luce immutabile sempre presente a sé, nella quale si ricorda delle verità che non cambiano mai. E così, dalle attività della memoria risulta che l’anima stessa è immagine e similitudine di Dio, a tal punto presente a sé ed avente Dio così presente da poterlo comprendere in un atto ed essere «potenzialmente capace di possederlo e di parteciparne » (Agostino, De Trin. xiv, 8, 11).

3. L’attività della potenza intellettiva, poi, consiste nel comprendere il significato dei termini, delle proposizioni e delle argomentazioni. Ora l’intelletto comprende il significato
dei termini quando apprende mediante la definizione che cosa è una cosa. Ma ogni definizione si fa per mezzo di termini generali, e questi si definiscono per mezzo di termini ancor più generali, sinché si arriva alle nozioni supreme e generalissime senza le quali non possono essere definiti neppure i concetti più specifici. Se dunque non si conosce che cos’è l’ente per sé, non si può conoscere adeguatamente la definizione di alcuna sostanza specifica. E l’ente per sé non può essere conosciuto se non in unione con le sue proprietà che sono: unita, verità e bontà. L’ente, poi, può essere pensato: parziale o completo, imperfetto o perfetto, in potenza o in atto, come modo di essere o come ente simpliciter, come parziale o totale, transeunte o permanente, condizionato o incondizionato, come misto al non essere o come ente puro, come dipendente o assoluto, successivo o antecedente, mutevole o immutabile, semplice o composto; e siccome « le privazioni ed i difetti non possono essere conosciuti se non per mezzo di concetti positivi» (Averroè, De Anima, text. 25), il nostro intelletto non si rende conto pienamente del concetto di nessun ente creato se non ha l’idea dell’ente purissimo, attualissimo, completissimo e assoluto che è l’ente senza altre aggiunte ed eterno, nel quale si trovano nella loro purezza le ragioni di tutte le cose. Come, dunque, l’intelletto potrebbe sapere che quest’ ente è manchevole e incompleto se non avesse alcuna cognizione dell’ente privo di ogni difetto? Lo stesso dicasi delle altre proprietà ricordate. Diciamo, poi, che il nostro intelletto intende veramente le proposizioni, quando sa con certezza che sono vere; e saper questo vuol dire che non può ingannarsi in quella conoscenza.
Esso sa, infatti, che quella verità non può essere diversa e che, dunque, è immutabile. Ma poiché la nostra mente è mutevole, essa non potrebbe vedere quella verità risplendere immutabilmente se non con l’aiuto di una luce che risplende immutabilmente, la quale non può essere una creatura mutevole. Esso conosce dunque in quella luce che illumina ogni uomo veniente in questo mondo, la quale è vera luce, il Verbo che fin dal principio è presso Dio (Giov. 1,1 e 9).
Il nostro intelletto percepisce veramente una conseguenza quando vede che la conclusione segue necessariamente dalle premesse. E questo può vedere non solo quando le premesse sono necessarie, ma anche quando si riferiscono a realtà contingenti come: « se un uomo corre, un uomo si muove». Ed il nostro intelletto percepisce questo rapporto necessario non solo a proposito di enti, ma anche a proposito di non enti. Come infatti quando un uomo esiste, segue: « se un uomo corre, si muove », questa proposizione condizionale vale anche se un uomo non esiste.
La necessità di tale conseguenza non deriva pertanto dall’esistenza materiale della cosa, perché essa è contingente, né dall’esistenza della cosa nella nostra anima, perché allora sarebbe una finzione se non esistesse nella realtà; ma deriva da un modello che è nell’arte eterna, in virtù della quale le cose hanno un ordine e un rapporto fra loro modellato sulla rappresentazione di quell’arte eterna. Ogni intelligenza dunque che ragiona con verità, dice Agostino nel De vera Religione (39, 72), è illuminata da quella verità eterna e ad essa si sforza di pervenire. Da ciò appare manifestamente che il nostro intelletto è unito alla stessa verità eterna poiché non può cogliere con certezza nessuna verità se quella verità non gliela insegna. Tu puoi dunque vedere, riflettendo su di te, questa verità che ti istruisce se le passioni e i fantasmi sensibili non tè lo impediscono frapponendosi come nubi fra tè e il raggio della verità.

4. L’operazione della facoltà che porta alla scelta si esplica nella deliberazione, nel giudizio e nel desiderio. La deliberazione consiste nel ricercare che cosa sia meglio, se questo o quest’altro. Ma il meglio non può essere definito tale se non in rapporto all’ottimo; ed il rapporto consiste nella maggiore o minore somiglianza di esso rispetto all’ottimo; nessuno dunque sa se una cosa è migliore di un’altra se non sa che essa è più simile all’ottimo. E nessuno sa se essa è più simile a un’altra se non conosce quest’altra; infatti non posso sapere se un tale è simile a Pietro se non so chi è o non conosco Pietro. Pertanto la nozione del sommo bene è necessariamente impressa in chiunque debba deliberare.
Ma non si arriva a un giudizio certo sulle cose da deliberare se non in virtù di una legge. E nessuno giudica con certezza secondo una legge se non è certo che quella legge è retta e che egli non deve giudicare di essa. Ora la mente umana giudica se stessa ma non può giudicare la legge per mezzo della quale essa giudica; perciò quella legge è superiore alla mente umana la quale giudica mediante questa in quanto le è impressa. Ma niente è superiore alla mente umana se non Colui che l’ha creata; pertanto l’attività deliberativa, se agisce in piena consapevolezza, quando giudica attinge alle leggi divine.
Il desiderio ha per oggetto principale ciò che sommamente lo attira. E sommamente attira quel che sommamente si ama; ma quel che sommamente si ama è la felicità; e la felicità non si possiede se non nel fine ottimo e ultimo, perché il desiderio umano non tende se non al bene sommo o a ciò che ad esso conduce o possiede una qualche immagine di quello.
Tanto grande è l’attrattiva del sommo bene che la creatura non può amare nulla se non per il desiderio di esso. E si inganna ed erra quando prende l’immagine e il simulacro per
la vera realtà.
Vedi, dunque, come l’anima è vicina a Dio e la memoria, con le sue operazioni, conduce all’eternità, l’intelligenza alla verità, la volontà alla somma bontà.

5. L’ordine, l’origine e i mutui rapporti di queste facoltà, ci conducono alla stessa beatissima Trinità. Infatti, dalla memoria nasce l’intelligenza come sua prole, perché noi abbiamo intelligenza quando l’immagine che è nella memoria si riflette in quel vertice dell’intelletto e diventa parola; dalla memoria e dall’ intelligenza, poi, sgorga l’amore come loro nesso. Queste tre facoltà, cioè: la mente generatrice, il verbo e l’amore,corrispondono nell’anima, alla memoria, all’intelligenza e alla volontà e sono consustanziali, coeguali, contemporanee e compenetrantesi a vicenda. Se, dunque, Dio è perfetto spirito, possiede memoria, intelligenza e volontà, possiede anche il Verbo generato e l’Amore risultante, i quali sono necessariamente distinti poiché uno è generato dall’altro e non essenzialmente o accidentalmente ma personalmente.
Pertanto quando la mente considera se stessa, allora, come per mezzo di uno specchio, si eleva verso la contemplazione della beata Trinità, del Padre, del Verbo e dell’Amore, delle tre persone coeterne, coeguali e consustanziali, esistenti ciascuna nelle altre senza contendersi con esse, ma essendo tutte e tre un solo Dio.

La contemplazione dell’unità divina nel suo primo nome che è l’essere[4][6]
1. Possiamo contemplare Dio non soltanto fuori e dentro di noi, ma anche sopra di noi; fuori di noi attraverso l’orma che Egli ha lasciato nelle creature, dentro di noi attraverso la Sua immagine impressa nella nostra anima, e sopra di noi attraverso il lume che è segnato sulla nostra mente che è la luce della Verità eterna dalla quale « la nostra mente è immediatamente informata» (Agostino, De div. quaest. lxxxiii, 51, 2-4). Coloro che si sono esercitati nel primo grado sono già entrati nell’atrio che si trova davanti al tabernacolo; coloro che si sono esercitati nel secondo grado sono entrati nel santo; coloro che sono passati per il terzo grado entrano con il Sommo Sacerdote nel santo dei santi dove, sopra l’arca si trovano i Cherubini di gloria ad adombrare il propiziatorio; e questi Cherubini rappresentano i due modi o gradi per mezzo dei quali noi possiamo contemplare le invisibili ed eterne perfezioni di Dio; il primo riguarda gli attributi essenziali di Dio, l’altro le proprietà delle persone divine.

2. Il primo modo. anzitutto e principalmente, ci fa fissare lo sguardo nello stesso essere ed affermare che il primo nome di Dio è: Colui che è. Il secondo modo ci fa fissare lo sguardo nel bene in sé ed affermare che questo è il primo nome di Dio. Il primo si riferisce essenzialmente al vecchio Testamento che proclama soprattutto l’unità dell’essenza divina per il fatto che fu detto a Mosè: Io sono colui che sono (Esodo 3, 14). Il secondo modo di intendere si riferisce al nuovo Testamento in cui si determina la pluralità delle persone divine nella formula del battesimo che viene dato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo (Matt. 28,19). Ecco perché il nostro maestro Cristo, volendo condurre alla perfezione evangelica il giovane che aveva osservato la legge, attribuisce principalmente ed esclusivamente a Dio il nome di buono. Nessuno, dice, è buono se non Dio solo (Luc. 18,19).
[…].

3. Chi desidera dunque contemplare le invisibili percezioni di Dio nell’unità della sua essenza, rivolga anzitutto il suo sguardo verso l’essere e vedrà che esso è così certo che non può essere pensato non esistente, perché lo stesso purissimo essere non si presenta se non mettendo pienamente in fuga il non-essere così come il nulla non è se non la piena fuga dell’essere. Come, dunque, il nulla assoluto non possiede niente dell’essere né delle sue proprietà, così e inversamente, l’essere non possiede nulla del non essere, né in atto né in potenza, né secondo verità, né secondo il nostro giudizio. Ora, poiché il non essere è la privazione dell’essere, il non essere non può essere conosciuto dalla nostra intelligenza se non mediante l’essere; l’essere, invece, non è concepito in rapporto ad altro poiché tutto ciò che è conosciuto o è conosciuto come non ente o come ente in potenza, oppure come ente in atto. Se, dunque, il non-ente non può essere concepito se non mediante l’ente e l’ente in potenza se non mediante l’ente in atto e l’essere esprime il puro atto dell’ente, ne segue che l’essere è ciò che è primariamente concepito e quell’essere è atto puro. Ma questo non è l’essere particolare perché quest’ultimo è un essere limitato in quanto misto a potenza, né l’essere analogo perché non possiede attualità in quanto non esiste neppure. Perciò il puro essere in atto non può essere che l’essere divino.

4. È una strana cecità quella del nostro intelletto il quale non riflette su quello che vede prima di ogni altra cosa e senza il quale non può conoscere nulla. Ma, come l’occhio intento ad osservare le varie differenze dei colori, non vede la luce grazie alla quale può vedere il resto e, se la vede non se ne rende conto, così l’occhio della nostra mente intento ad osservare gli enti particolari ed universali non avverte l’essere per eccellenza che è al di là di ogni genere, benché esso gli si presenti per primo ed attraverso di esso conosca le altre cose. Per cui appare proprio vero che « l’occhio della nostra mente si comporta nei confronti delle realtà più evidenti della natura come l’occhio del pipistrello di fronte alla luce »
(Aristot., Metaf. Il, 1) perché, abituato alle tenebre degli esseri creati ed alle immagini delle realtà sensibili, quando vede la luce dell’essere supremo gli sembra di non vedere nulla e non capisce che questa stessa oscurità è la più grande illuminazione della nostra mente, come accade all’occhio cui sembra di non vedere nulla quando vede la luce pura.

5. Considera, dunque, se puoi, l’essere purissimo e ti accorgerai che esso non può essere pensato come derivato da altro e che perciò deve essere necessariamente pensato come assolutamente primo, tale che non può venire ne dal nulla né da un altro. Cosa infatti potrebbe considerarsi per sé se lo stesso essere non esiste per sé e non è da sé?
Tale essere ti apparirà come assolutamente privo di non essere e quindi senza principio e senza fine, cioè eterno.
Ti apparirà come non avente in sé altro che lo stesso essere e quindi a nulla unito, cioè semplicissimo.
Ti apparirà come esente da ogni possibilità poiché ogni possibile in qualche modo ha in sé del non essere e ti apparirà quindi come attualissimo.
Ti apparirà privo di ogni possibile difetto e quindi come
perfettissimo.
Ti apparirà, infine, esente da ogni possibile diversità e quindi sommamente uno.
Pertanto l’essere puro, semplice ed assoluto, è l’essere primario, eterno, semplicissimo, attualissimo, perfettissimo e sommamente uno.

Note
3 Quaestiones disputatae. De mysterio Trinitatis, q. i, art. 1; Opera, V, pp. 45-50.

4 Itinerarium mentis in Deum, cap. iii, Opera, v, pp. 303-305.

5 Qui san Bonaventura si riferisce alle tre parti in cui era diviso il
« tabernacolo » di Mosè contenente l’arca dell’alleanza simboleggiata
dalle tavole della legge e di cui si parla in Esodo 26. Tali parti erano:
l’atrio, che per Bonaventura simboleggia il mondo sensibile; il santo,
che simboleggia l’anima umana; ed il santo dei santi, che simboleggia
la visione mistica di Dio

6 Itinerarium mentis in Deum, cap. v, nn. 1-5; Opera v, pp. 308-309.

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[1] 3 Quaestiones disputatae. De mysterio Trinitatis, q. i, art. 1; Opera, V, pp. 45-50.
[2][4] Itinerarium mentis in Deum, cap. iii, Opera, v, pp. 303-305.
[3][5] Qui san Bonaventura si riferisce alle tre parti in cui era diviso il
« tabernacolo » di Mosè contenente l’arca dell’alleanza simboleggiata
dalle tavole della legge e di cui si parla in Esodo 26. Tali parti erano:
l’atrio, che per Bonaventura simboleggia il mondo sensibile; il santo,
che simboleggia l’anima umana; ed il santo dei santi, che simboleggia
la visione mistica di Dio
[4][6] Itinerarium mentis in Deum, cap. v, nn. 1-5; Opera v, pp. 308-309.

Sotto lo sguardo di Dio (Costanza Miriano)

sguardo di DioSono curiosa. Sono curiosissima di vedere il regno dei cieli. Naturalmente prima di ogni cosa spero di andarci, e so che la cosa non e’ per niente scontata. Spero di superare la selezione, e punto molto sulla raccomandazione, visto che il mio curriculum non è per niente impeccabile. Ma ecco, se ce la dovessi fare – per il rotto della cuffia, tra i ripescati – avrei un sacco di domande. Credo però che me le dimenticherei tutte, tanta sarebbe la gioia. In ogni caso avremo delle sorprese, ne vedremo delle belle, perché scopriremo che quaggiù non ci avevamo capito niente.

I gesti, le persone, i traguardi, i riconoscimenti di quaggiù avranno il loro valore vero, cioè quello che hanno agli occhi di Dio. Un giorno tutto sarà svelato. I grandi santi che conosciamo, mi fido della sapienza della Chiesa, sfolgoreranno. Ma chissà se saranno loro i più grandi. Chissà quanti piccoli della terra passeranno avanti, e le trame segrete che hanno retto il destino del mondo si conosceranno. La sofferenza nascosta, accettata con amore, offerta, brillerà in modo accecante, per esempio. Si scoprirà che piccoli gesti che solo Dio ha conosciuto avranno salvato la pelle e l’anima a tanti di noi.
Io per esempio non riesco a immaginare una donna più mite e buona della nonna di mio marito, la nonna Irma, che si abbandona come un agnello alla sua quotidianità senza cercare di tenere niente per sé. E l’umiltà vera l’ho vista in una ragazza down, amica di tanti anni fa, che sapeva di non essere una compagnia desiderabile dagli orribili coetanei suoi che eravamo noi adolescenti, e se ne stava lì in attesa di essere chiamata a partecipare a qualcosa. Se l’invito veniva, bene. Sennò, faceva lo stesso, e non l’ho mai sentita emettere, mai, una parola di giudizio.
Per quanto mi riguarda dopo l’uscita del mio libro (Sposati e sii sottomessa – pratica estrema per donne senza paura – ndr) ho ricevuto una quantità di lodi sufficiente a gonfiarmi di vanità come una mongolfiera (quanti punti purgatorio ho accumulato?), ma non sono certa di essere adesso più luminosa agli occhi di Dio. Ho come l’idea di essergli stata più simpatica in altri momenti. (Per fortuna ieri la mia amica Federica mi ha ricordato con Seneca che gli uomini dum docent, discunt, mentre insegnano, imparano: spero di imparare uno straccio di qualcosa da tutte le mie prediche). Per dire, mi sarò distratta scrivendo? Che film ha visto mio figlio, che oggi camminava da due ore a zoppa gallina, e quando gli ho chiesto se fosse invalido mi ha detto: “Non sono zoppo. La mia gamba è in Somalia.” Qualche orribile, sanguinolento film di guerra non autorizzato?
E’ bello pensare che Dio ci vede, anzi, ci guarda in continuazione, in ogni momento, e che sa apprezzare anche un vaffa non detto, soprattutto se ci veniva proprio dal cuore, un commentuccio acido inghiottito, un gesto di aiuto fatto, ancora meglio se col sorriso sulle labbra, una furbata di cui non abbiamo voluto approfittare. Anche quando siamo invisibili (qualità, tra l’altro, precipua delle madri, che essendo un accessorio di casa vengono notate solo in caso di mancanza, tipo un divano che se ti ci siedi e manca il cuscino noti la sederata, ma non è che lo ringrazi ogni volta che ti ci accasci), non lo siamo mai per Lui, e ci sono ricami, rifiniture, sculture, che solo Lui vedrà, se solo ci ricordassimo di offrirgliele. Costanza Miriano

Consacrazione al Sacro Cuore (Giovanni Paolo II)

Signore Gesù Cristo,
redentore degli esseri umani,
ci volgiamo al tuo Sacro Cuore
con un profondo desiderio
di darti gloria, onore e lode.
Raccolti insieme nel tuo Nome,
che è più alto di tutti gli altri nomi,
ci consacriamo al tuo Sacro Cuore,
nel quale dimora la pienezza della verit
e della carità.
Re dell’amore
e principe della Pace,
regna nei nostri cuori
e nelle nostre case.
Amen.

Giovanni Paolo II

Il mistero dell’apparente impotenza di Dio

272 La fede in Dio Padre onnipotente può essere messa alla prova dall’esperienza del male e della sofferenza. Talvolta Dio può sembrare assente ed incapace di impedire il male. Ora, Dio Padre ha rivelato nel modo più misterioso la sua onnipotenza nel volontario abbassamento e nella Risurrezione del Figlio suo, per mezzo dei quali ha vinto il male. Cristo crocifisso è quindi “potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” ( 1Cor 1,24-25 ). Nella Risurrezione e nella esaltazione di Cristo il Padre ha dispiegato “l’efficacia della sua forza” e ha manifestato “la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti” ( Ef 1,19-22 ).

273 Soltanto la fede può aderire alle vie misteriose dell’onnipotenza di Dio. Per questa fede, ci si gloria delle proprie debolezze per attirare su di sé la potenza di Cristo [Cf 2Cor 12,9; Fil 4,13 ]. Di questa fede il supremo modello è la Vergine Maria: ella ha creduto che “nulla è impossibile a Dio” ( Lc 1,37 ) e ha potuto magnificare il Signore: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo nome” ( Lc 1,49 ).

274 “La ferma persuasione dell’onnipotenza divina vale più di ogni altra cosa a corroborare in noi il doveroso sentimento della fede e della speranza. La nostra ragione, conquistata dall’idea della divina onnipotenza, assentirà, senza più dubitare, a qualunque cosa sia necessario credere, per quanto possa essere grande e meravigliosa o superiore alle leggi e all’ordine della natura. Anzi, quanto più sublimi saranno le verità da Dio rivelate, tanto più agevolmente riterrà di dovervi assentire” [Catechismo Romano, 1, 2, 13].

In sintesi

275 Con Giobbe, il giusto, noi confessiamo: “Comprendo che puoi tutto e che nessuna cosa è impossibile per te” ( Gb 42,2 ).

276 Fedele alla testimonianza della Scrittura, la Chiesa rivolge spesso la sua preghiera al “Dio onnipotente ed eterno” (omnipotens sempiterne Deus. . . ”), credendo fermamente che “nulla è impossibile a Dio” ( Gen 18,14; Lc 1,37; Mt 19,26 ).

277 Dio manifesta la sua onnipotenza convertendoci dai nostri peccati e ristabilendoci nella sua amicizia con la grazia (Deus, qui omnipo potentiam tuam parcendo maxime et miserando manifestas. . . – O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono. . . ”) [Messale Romano, colletta della ventiseiesima domenica].

278 Senza credere che l’Amore di Dio è onnipotente, come credere che il Padre abbia potuto crearci, il Figlio riscattarci, lo Spirito Santo santificarci?

Te Deum di Maura: Grazie per tutto quello che ho avuto

Eccoci alla fine di quest’anno che ha ormai le ore contate.

Che dire infondo non e’ stato un cattivo anno. Fra gioie dolori e preoccupazioni qualche cattiva notizia ma comunque nessun lutto ha colpito la mia famiglia. Certo se si guarda appena piu’in la’ del nostro orticello c’è la fame la disperazione la solitudine, la vecchia maledetta guerra che continua ad insanguinare questo povero  mondo in cui l’uomo ,sembra non imparare mai dagli errori precedenti, e la guerra Dio mio e’ il peggior errore che abbiamo fatto  e continuiamo a fare.

Quindi davvero TE DEUM perche’ essere nati da una parte o dall’altra del mondo e trovarsi quindi con la guerra sulla porta di casa e’ davvero solo un caso. Oggi piu’ che mai quando incontri un “povero” per strada ricordati che e’ solo un caso se al posto suo non ci sei tu.

Grazie per tutto quello che ho avuto in quest’anno perche’ e’ piu’ di quello che ho saputo dare. E sicuramente  e’ piu’ di quello che ho meritato.

La Nuova evangelizzazione, aiutata dai musulmani

di Samir Khalil Samir – I migranti islamici aiutano l’occidente secolarizzato a riscoprire la dimensione del sacro, il pudore, ma anche il coraggio a testimoniare in pubblico la propria fede. I cristiani dimenticano di evangelizzare i musulmani perché troppo tiepidi e insicuri nella loro fede cristiana. La missione è un gesto di amore espresso attraverso l’amicizia. La testimonianza di uno degli esperti del Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione

Beirut (AsiaNews) – Le migrazioni di musulmani in occidente sono una strada provvidenziale per noi cristiani per riscoprire la nostra fede e per evangelizzare queste comunità. L’Instrumentum Laboris del Sinodo sulla Nuova evangelizzazione parla della necessita di riscoprire la fede e la sua ragionevolezza e allo stesso tempo mette in luce le nuove situazioni e i nuovi areopaghi in cui si svolge la missione di oggi: fra questi vi sono appunto le migrazioni.

Buona Notizia e proselitismo

Va detto però che nel mondo musulmano già l’uso della parola “evangelizzare” è un problema. A tutt’oggi, la parola araba “tabshīr” è utilizzata dai musulmani per esprimere un proselitismo di tipo negativo, un aspetto aggressivo della missione. Spesso, discutendo con i miei amici islamici, io spiego loro che invece il verbo si usa anche nel Corano, in modo molto nobile. Nel libro sacro ai musulmani, si mette questa parola nella bocca di Gesù, che dice: ” Io vi porto il lieto annunzio (“vangelo”) di un profeta che verrà dopo di me il cui nome è Ahmad” (wa-mubashshiran bi-rasulin ya’ti min ba’di smuhu Ahmad = Corano 61:6). In pratica, secondo il Corano, Gesù porta il lieto annunzio profetizzando la venuta di Maometto.

I musulmani citano spesso questa frase, come uno dei loro “dogmi” o delle cosiddette “prove” che dimostrano la superiorità dell’islam sul cristianesimo, Maometto essendo l’ultimo profeta mandato da Dio all’umanità, il “sigillo dei profeti” (khâtam al-nabiyyîn), come dice il Corano 33:40. Anni fa insegnavo filosofia araba all’università del Cairo. I miei studenti (18 in tutto) erano tutti musulmani. Un giorno, alla fine di un corso, uno di loro mi ha accusato: “Lei è venuto qui per fare proselitismo! (tabshīr)”. Io gli ho risposto che mi faceva troppo onore, perché secondo il Corano sono i profeti che fanno tabshir e addirittura Cristo stesso. Lui, un po’ confuso, mi risponde che non intendeva usare quella parola in quel senso. E io gli ho detto che non conoscevo altro senso se non quello con cui la parola è usata nel Corano.

Musulmani e cristiani con un messaggio al mondo intero

La discussione è servita a chiarire le nostre reciproche posizioni. Voi musulmani – spiegavo – avete l’obbligo di fare la Da’wa; avete istituzioni politiche e sociali per fare “l’appello” alla fede, per invitare i non musulmani a aderire all’islam.

Io trovo giusto che voi invitiate la gente a diventare musulmani, perché è segno che ci credete sul serio. Ma anche noi cristiani abbiamo questo obbligo di annunciarvi il lieto annunzio del Vangelo. Come lo dice il Signore risuscitato ai suoi discepoli: “Andate nel mondo intero, proclamate la Buona Notizia (= Vangelo) a tutta la creazione” (Marco 16:15). Si tratta dunque di una missione universale, valida per tutti e tutte.

Insomma, occorre ricordare a noi e ai musulmani che l’evangelizzazione non è scovare trucchi per convertire o manipolare l’altro, ma il desiderio di mettere a disposizione dell’altro quanto di bello abbiamo scoperto nella nostra vita.

Verità e Libertà, per amore dell’altro

Il problema è che i musulmani non permettono questa libertà di evangelizzare, col motivo che nessuno ha la libertà di rinunciare alla Verità che è nell’Islam. Ma usano di tutti i mezzi per fare la Da’wa, la propaganda islamica. Basta un minuto per fare la doppia proclamazione di fede, la shahâda: “Proclamo che non c’è altro Dio che Dio, e che Muhammad è suo Profeta!”

Spesso spiego ai miei amici musulmani che la libertà è il dono più grande che Dio abbia fatto all’umanità. Dio ci lascia liberi di fare il male, non ci punisce tutte le volte che sbagliamo, anzi ci permette che ci allontaniamo da lui. Certo, Lui c’indica la via del bene, a traverso l’insegnamento dei suoi Messaggeri, ma non obliga nessuno a seguirla.

Ciò significa che la libertà di scelta è fondamentale anche per Dio! Del resto, quel che distingue l’animale dall’uomo è proprio la coscienza. L’animale è programmato con l’istinto, che li permette di agire istintivamente in conformità con la sua propria natura. L’uomo è libero: puo’ scegliere di fare il male, puo’ scegliere di ubriacarsi o di mangiare oltre misura fino ad esserne malato. Non ha l’istinto che lo guida in modo sicuro; invece ha la sua coscienza, che deve pero’ affinare ed educare.

Ciò significa che occorre avere la libertà di scegliere la via che voglio seguire. Occore avere la libertà di annunciare il Vangelo o il Corano per promuovere l’atto di libertà, cosi’ tipico dell’Uomo. Questo significa anche che l’annuncio non può essere un atto di conquista, ma solo un gesto di amore verso l’altro.

Evangelizzazione, un obbligo di amore

L’evangelizzazione per noi cristiani è un obbligo evangelico ed un obbligo di amore (Matteo 28, 19-20). Ma per motivi sociologici o altro, ci vergogniamo di farlo, magari per un falso rispetto della libertà altrui. Ma se è per amore che evangelizziamo, allora troverò il modo di trasmettere la cosa più bella che posseggo ed essere pronto anche a ricevere il loro messaggio.

Un esempio: per me, ogni giorno, sentendo il muezzin, io mi ricordo di Dio e mi metto a pregare col cuore con i musulmani che in questo momento alzano il cuore verso Dio, in uno scambio di esperienze spirituali. Di fatto, senza saperlo, i musulmani ci stanno evangelizzando.

Il musulmano infatti non ha timore di presentare la sua fede; il cristiano in Occidente si vergogna, pensando che la sua fede è un valore privato. Perciò, in Occidente i cristiani – guardando i musulmani – devono convertirsi per comprendere che la religione fa parte delle realtà spirituali della vita, affianco a tutte le altre e non c’è bisogno di nasconderla. Dobbiamo imparare a essere orgogliosi della nostra fede, senza per questo cadere nell’ostentazione o nella propaganda e il proselitismo.

L’immigrazione musulmana, un atto della Provvidenza divina

Anche la presenza di gruppi musulmani nei Paesi europei e occidentali richiede con urgenza l’evangelizzazione. Nei Paesi islamici è quasi impossibile invitare un musulmano a scoprire il Vangelo. Quasi ovunque, anche nei Paesi musulmani detti “laici” (Turchia, Tunisia per esempio), la conversione dall’islam al cristianesimo non è, in pratica, un atto banale o permesso. Tale difficoltà è dovuta al fatto che l’islam, essendo una realtà politico-militare come anche religiosa-spirituale, considera la conversione come un tradimento della “Nazione musulmana” (la Ummah), e vieta l’evangelizzazione sotto pena di prigione o di morte.

Ma l’immigrazione ha cambiato i connotati della questione. In Europa occidentale ci sono circa 15 milioni di musulmani. Troppo spesso si vede questo loro arrivo come un’invasione, e forse lo è in una certa misura, perché sta cambiando troppo velocemente la struttura della società, e rischia di modificare profondamente la società nel futuro.

Ma c’è anche un’altra lettura possibile. Se quest’immigrazione, essenzialmente per motivi economici, fosse un gesto della Provvidenza divina che manda i musulmani in un terreno più liberale e neutrale. Perciò, invece di vedere l’immigrazione come un’aggressione, vediamola come una possibilità di incontro e di scambio di valori: loro presentano la loro spiritualità, e noi abbiamo la possibilità di presentare con libertà la nostra spiritualità. Mi sembra più costruttivo e positivo cambiare registro e vedere questa immigrazione come un dono di Dio.

Semplicità e coraggio per dirsi credente ed annunziare l’Amore di Dio in Cristo

Ma di fatto mi sembra che siamo noi cristiani ad essere carenti. I musulmani – magari con il loro modo talvolta eccessivo di esibire la loro religione – ci spingono a riscoprire la nostra spiritualità e il coraggio di proclamarsi con semplicità credente: una volta noi attraversavamo anche i mari sconosciuti per annunciare il Vangelo; ora diciamo che perfino a casa nostra “è impossibile annunciare” perché “l’ambiente sociologico non lo permette” o perché “bisogna andare cauti”, oppure per un falso “rispetto” dell’altro.

Invece, in Europa, ormai un musulmano può entrare in una chiesa quando vuole; se vuole leggere il Vangelo, può acquistarlo in una libreria (in alcuni Paesi islamici è proibito introdurre Vangeli). Dobbiamo guardare questa situazione di libertà come una grande occasione di evangelizzazione, e con infinito rispetto della libertà loro. Non dobbiamo essere irrealisti, ma dobbiamo cambiare il nostro atteggiamento verso i musulmani, pensando che anche loro attendono l’amore infinito di Gesù.

Come evangelizzare i musulmani?

Come si fa l’evangelizzazione con i musulmani? La cosa primaria è l’amicizia. Evangelizzare non è aggredire, ma creare amicizia senz’altro scopo che la simpatia, l’accoglienza, la fraternità. E questo si può fare ovunque: per strada, coi vicini, a scuola, nel lavoro, nel bus, nel treno … E parlando, affrontando i problemi della vita, dei figli, ognuno comunica la propria visione, testimonia i propri valori e il fondamento della propria fede.

Per esempio, talvolta mi trovo con alcuni musulmani che osservano il puro e l’impuro nei cibi, e provano disgusto a vedermi mangiare del maiale. Io spiego loro che per noi cristiani “tutto è puro per quelli che sono puri“, come dice Paolo (Tito 1:15), in conformità con l’insegnamento di Gesù : “Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!» (Mt 15:11). Perciò, per noi non vi sono divieti sul cibo. Questa piccola cosa mostra che perfino nelle cose di tutti i giorni noi possiamo offrire il segno della novità cristiana.

Oppure quando due mamme scambiano le loro esperienze con i figli e le figlie, c’è il messaggio del Vangelo che passa attraverso scambi apparentemente banali … se siamo penetrati dal Vangelo. L’evangelizzazione comincia con noi stessi, con lasciarci prendere da Cristo per vivere più seriamente l’ideale del Vangelo.

In Europa ci sono migranti della prima o della terza generazione, che non si sentono accettati: questa vicinanza fraterna, piena di testimonianza è importante. L’evangelizzazione non è un corso di teologia sulla Trinità, non suppone studi particolare. L’evangelizzazione è una testimonianza di vita fraterna, solidare e pura.

Siamo anche evangelizzati dal musulmano

Allo stesso tempo, in una società occidentale così secolarizzata, dove il denaro è diventato una divinità (il Mammone del Vangelo) (Matteo 6:24, e Luca 16:9-13), dove il sesso è divenuto una cosa banale, quasi un gioco o uno sfogo di tipo animale, certi atteggiamenti di pudore dei musulmani sono importanti anche per noi. E il richiamo quotidiano del musulmano all’unicità divina: Non c’è altra divinità che Dio: né soldi, né sesso, né potere … solo Dio conta, ci riporta all’essenziale della fede cristiana.

Troppo spesso in Europa incontro vescovi e sacerdoti che sono fin troppo cauti nella testimonianza e nell’evangelizzazione verso i musulmani. Essi preferiscono lasciare ognuno nella sua religione, perché tanto “tutti si salvano nella loro tradizione”… e qualcuno aggiunge “come l’ha insegnato il Vaticano II” ! In realtà in questione qui non c’è la salvezza finale (che è un affare di Dio), ma il desiderio di condividere la gioia della salvezza ora. E l’amore consiste nel comunicare all’altro ciò che io ho ricevuto.

In conclusione

Nel cristianesimo odierno in Europa c’è una mancanza di convinzione nel Vangelo. Lo scambio e la convivenza fra cristiani e musulmani ci potrà aiutare a scoprire la ricchezza della fede cristiana. Quando un musulmano mi parla della bellezza e della pratica della sua fede, o della preghiera, dell’adorazione, ecc… risveglia in me elementi simili presenti nella mia tradizione. Attraverso i musulmani possiamo riscoprire il valore del sacro nella vita e riscoprire la ricchezza della nostra tradizione. Diam’s, la cantante rapper francese di origine cipriota, Mélanie Georgiades ,si è convertita all’islam perché ha scoperto quanto i musulmani ci tengono alla preghiera.

L’immigrazione musulmana ha certo in alcuni casi un carattere aggressivo, soprattutto quando i musulmani pretendono di seguire i loro costumi e le lore norme in Occidente, con poco rispetto per i costumi e norme del Paese d’immigrazione. E’ una realtà di ogni giorno – ma non è una realtà generalizzata – che bisogna osservare con attenzione.

Mi sembra però più importante di guardare alle migrazioni non come un’aggressività da temere, ma come una possibilità di scambio di esperienze profonde, e soprattutto come un’occasione provvidenziale. Essa ci aiuta a superare la secolarizzazione, ci porta alla riscoperta del Vangelo e ci spinge ad annunciarlo.

Per le vittime e per i carnefici (Giovanni Paolo II)

2332115725_fce5bffdc4Per le vittime
e per i loro familiari,
per i responsabili della societa’ civile
e per i tutori dell’ordine,
per i terroristi
e i loro fiancheggiatori;
preghiamo in particolare
per quanti sono presi dalla tentazione
dello scoramento e dell’angoscia
di fronte agli abissi
della malizia umana.
Conferma, Signore, nei nostri cuori
la certezza che la vittoria definitiva
è riservata all’amore.

Giovanni Paolo II

Madonna di Shesan, aiuto dei cristiani, Prega per noi!

Nella Lettera pastorale di Papa Benedetto XVI indirizzata alla Chiesa in Cina nel 2007 il Papa decide che la festa annuale della Madonna di Sheshan, l’Ausiliatrice dei cristiani, il 24 maggio, sarà una festa di preghiera di tutta la Chiesa nel mondo per la Chiesa in Cina. Penso che i fedeli di Shanghai saranno contentissimi quando sentiranno tale buona notizia. Grazie, Santo Padre. Questo per la diocesi di Shanghai è un onore molto grande, e allo stesso tempo un obbligo molto importante. Innanzitutto dobbiamo venerare la Madonna con un fervore straordinario, dobbiamo imitare la Madonna, impegnandoci a essere suoi figli e figlie, e dando esempio agli altri cattolici. In secondo luogo, poiché ci saranno certamente molti fedeli che verranno in pellegrinaggio a Sheshan, noi cattolici di Shanghai dobbiamo prepararci adeguatamente, essere degli ospiti accoglienti, affinché i fedeli cinesi e stranieri possano in noi vedere la gloria dell’amore divino, venendo di buon grado e tornando contenti.

Aloysius Jin Luxian

La chiesa costruita nel XIX secolo e benedetta come santuario nazionale, si staglia in cima a una collina piena di vegetazione e piante rare, a circa 40 km a sudovest di Shanghai. Nelle vicinanze del santuario vi è pure un osservatorio astronomico sorto per opera dei gesuiti agli inizi del ‘900 e in seguito nazionalizzato. Per decenni centinaia di migliaia di cattolici, anche nei periodi più bui della persecuzione, sono giunti da tutta la Cina per chiedere grazie e pregare Maria, Regina della Cina.

Perche’ la nostra fede in Dio si stanca troppo facilmente?

La fede e’ una fiamma che facilmente tende a spegnersi a causa dei tanti venti contrari che soffiano su di essa. Il modo piu’ efficace per mantenere acceso questo fuoco e’ quello di perseverare nella vita di preghiera. Senza un dialogo profondo e sincero con Gesu’ Cristo, la nostra fiducia in Lui si affievolisce, perche’ la debolezza della nostra natura umana è sempre incline a volgere le spalle al nostro Dio per seguire gli idoli di questo mondo. Per evitare di correre il rischio di cadere nella più grande sventura che ci possa capitare, la perdita totale della nostra fede, l’evangelista Luca riporta una parabola di Gesù che fa riferimento ad una situazione reale per far capire il legame tra la fede e la vita quotidiana. “Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi:” (Lc 18,1) Questa introduzione costituisce già un primo grande insegnamento ed anche un richiamo amorevole.  Pregare sempre, senza stancarsi sono parole molto esigenti. Noi normalmente pensiamo che pregare gran parte della giornata sia una stile di vita che appartiene alle persone consacrate, ai monaci, alle suore di clausura. Invece questa parabola è indirizzata a tutta la comunità dei credenti, laici e consacrati, che vivono la costante attesa della venuta finale del Signore. Quindi il pregare deve essere sempre legato all’attesa constante per il ritorno del Signore. E questo deve essere fatto senza stancarsi, perché la stanchezza porta alla sfiducia, la sfiducia conduce alla disperazione, e la disperazione produce inoperosità e pigrizia spirituale. La parabola viene riportata per far luce sulla situazione di oppressione e sfiducia delle prime comunità cristiane scoraggiate per il ritardo del ritorno del Signore. «C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi».  (Lc 18, 2-5)  La vedova simboleggia gli oppressi del popolo, coloro che sono derubati anche dai rappresentati religiosi: [gli scribi] divorano le case delle vedove (Lc 20, 47). Il giudice è simbolo di coloro che esercitano il potere terreno con ingiustizia e insensibilità verso i poveri.

L’assenza di fede in Dio non è mai senza conseguenza verso le relazioni con gli uomini. Non temere Dio si traduce automaticamente in assenza di riguardo per ogni essere evidente, e soprattutto verso coloro che non possono offrire nulla in cambio per il favore ricevuto. Quando la giustizia terrena viene amministrata senza la luce della fede, gli ultimi della società vengono privati anche dei loro diritti fondamentali. Alla vedova non resta che utilizzare l’unica arma a sua disposizione: l’insistenza. Essere importuna per la vedova si traduce nel recarsi quotidianamente al tribunale per chiedere udienza al giudice. Ella non dispone di mediatori facoltosi che possano intercedere a suo favore per accordare la data del processo o per avere favoritismi nella sentenza finale di giudizio.  Essa, con la sua insistenza, deve riuscire ad entrare nell’ufficio giudiziario e parlare direttamente con il giudice affidatario della sua causa. Possiamo facilmente immaginare quante volte si sarà recata inutilmente al tribunale e si sarà sentita dire: “il giudice è impegnato, provi a tornare domani”. Ma la vedova ha perseverato, ogni giorno bussava alle porte del cuore indurito di quel giudice per avere udienza e per essere ascoltata nelle sue ragioni. Questo atteggiamento della donna è quello che l’evangelista Luca chiede ai membri della sua comunità, quando ogni giorno bussano alle porte del cuore di Dio nei loro momenti di preghiera.

Esso è, pertanto, un invito a non scoraggiarsi, ma a perseverare nel chiedere insistentemente senza mai stancarsi. Questa donna è l’incarnazione dell’invito che Gesù ha rivolto ai suoi discepoli: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. (Lc 11,9-10)” . Quello che va chiesto con insistenza nella preghiera è prima di tutto lo Spirito Santo (Lc 11,13). E’ Lui che ci fa essere perseveranti, è Lui che rende efficace la nostra preghiera, è Lui che intercede presso il Padre a nostro favore. E questa insistenza produce il vantaggio anche di far desistere dal compiere l’ingiustizia coloro che vivono nell’iniquità. La perseveranza non solo riesce a far esaudire la propria richiesta, ma produce anche frutti di giustizia da parte di coloro che per loro volontà non avrebbero compiuto nessuna azione di bene. In questo modo, anche i giudici iniqui potranno presentare davanti al tribunale di Dio almeno una “opera buona”.  Il commento finale alla parabola è molto esplicativa: E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». (Lc 18,6-8) La vedova ha atteso un lungo tempo prima di essere esaudita dal giudice disonesto. Dio, il giudice buono, farà giustizia molto prontamente. E’ da notare che viene usato il verbo al futuro, non al presente, per indicare che è prevista un attesa. La giustizia di Dio non è come quella del mondo.

Dio ha una visione universale della giustizia: Egli desidera ardentemente che ogni uomo giunga alla salvezza, e così tutti possano entrare nel regno dei cieli. Quindi, l’attesa per Dio ha un valore salvifico, perché suscita la conversione sia per gli oppressi, perché sono spinti a rimanere inginocchiati a piedi di Dio, sia per gli oppressori perché sono invitati a convertirsi, alla verità, alla gratuità e alla giustizia. La questione che Dio pone è semplice: al mio ritorno, che tarda ad arrivare, voi avrete conservato la fede capace di piegare i vostri nemici a compiere la volontà del Padre? Avrete custodito e accresciuto questa fede, oppure vi sarete lasciati prendere da mormorazioni, lamentazioni, sfiducia verso un Dio che sembra non intervenire promettendo un suo intervento rimandato troppo nel tempo?  Invece di lamentarci interiormente con Dio, gridiamo a Lui giorno e notte, con la certezza che non ci farà attendere a lungo. E quando arriverà l’intervento di Dio, lo sapremo riconoscere, oppure non saremo capaci di vederlo, perché ci aspettavamo un’azione diversa? Il prontamente di Dio non è il prontamente come lo pensiamo noi, ma è un subito che è legato all’eternità. Dio interviene perché vuole aprirci le porte del cielo già da ora, e questo avviene quando Gesù Cristo ci concede ogni giorno di seguirlo, rinnegando i desideri egoistici del nostro “io”, e portando, con il suo aiuto, sempre la nostra croce (Lc 9,23)

Di Osvaldo Rinaldi – Zenit

Lode a Maria che veglia sul mondo (Giovanni Paolo II)

papa-juan-pablo-segundoMadre del Redentore!
… sei stata ferma
accanto alla Croce di tuo Figlio,
che è la Croce di tutta la storia dell’uomo
anche nel nostro secolo.
Sei restata e continuerai a rimanere,
posando il tuo sguardo
sui cuori di questi figli e figlie
che già appartengono al terzo millennio.
Sei rimasta e continuerai a restare,
vegliando, con mille attenzioni di Madre,
e difendendo, con la tua potente intercessione,
l’albeggiare della Luce di Cristo
in seno ai popoli e alle nazioni.

Giovanni Paolo II

L’uovo e la risurrezione … perchè le uova a Pasqua?

Uovo DipintoQuella che stiamo per proporre, nella solennità centrale dell’anno liturgico, può sembrare una stravaganza e, per certi, versi, lo è. Eppure, andando oltre le apparenze, ritroviamo ancora una volta quelle radici cristiane che la società attuale sembra sotterrare sempre più sotto l’indifferenza. Per le nostre Pasque sono solo disponibili paesaggi primaverili o al massimo un uovo da cui fuoriesce un bel pupo. In tempi così “corretti” e “laici” l’uovo è paradossalmente l’ultimo simbolismo con iridescenze pasquali che ci possiamo permettere, anche se è noto che la genesi di questo simbolo affonda nei miti cosmogonici più remoti non solo egizi, ma anche indiani: il guscio sarebbe l’aria, l’albume rappresenterebbe l’acqua e il tuorlo la terra. C’è un’applicazione cristiana di questo segno che, tra l’altro, appare stilizzato anche nelle “mandorle” ovali che alonano Cristo e i santi nell’iconografia tradizionale.

 Sant’Agostino nel suo Sermone 105 dichiarava: «La speranza, a mio avviso, è paragonabile all’uovo: essa, infatti, non ha ancora raggiunto lo scopo e, così, l’uovo è già qualcosa ma non è ancora il pulcino». È forse per questa via che progressivamente l’uovo si è trasformato in segno pasquale sia per Cristo sia per il cristiano: il sepolcro è comparabile all’involucro che fa uscire il risorto vivente. Così, nel medioevo si appendevano uova di struzzo in molte chiese europee durante la Settimana Santa e si allestivano reliquiari con due uova per simboleggiare nascita e risurrezione di Cristo. Un macabro crocifisso della cattedrale di Burgos in Spagna mostra un Cristo rivestito con pelle umana, ai cui piedi sono poste quattro uova.

Si era, quindi, giunti a un simbolismo pasquale che aveva declinazioni diverse: la benedizione delle uova, delle stanze e del letto a Pasqua era, ad esempio, in passato una sorta di catechesi visiva sulla risurrezione, ma lo era anche sulla vita propagata col matrimonio. Gli antichi pittori di icone usavano il tuorlo invece dell’olio per le loro opere così da evocare la vita del Risorto.

Le iridescenze metaforiche che si avviluppano attorno all’uovo sono, dunque, molteplici anche se dominante è certo quella della vita-risurrezione. Ed è questo forse l’ultimo segno pasquale che può entrare nella piazza dell’esistenza sociale in questi tempi così immemori delle loro radici storiche, culturali e religiose. Ma quanti, infrangendo l’uovo pasquale di cioccolato, sanno andare al di là della sorpresa e intuire in filigrana un’evocazione di quella grotta tombale dalla pietra ribaltata, segno della risurrezione di Cristo?

Gianfranco Ravasi – L’Osservatore Romano