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Eutanasia non e’ autonomia – Jane Campbell, disabile

jane campbellAbbiamo bisogno della morte di stato on demand? La risposta viene dalla baronessa Jane Campbell de Surbiton. Oggi cinquantacinquenne, a un anno le fu diagnosticata un’atrofia muscolare spinale che, secondo i medici, l’avrebbe condotta alla morte in poco tempo, come era accaduto prima a una sorellina. Non solo non è accaduto, ma Jane Campbell  che di notte ha bisogno di un ventilatore che la aiuti a respirare, vive sulla sedia a rotelle e scrive al computer con un solo dito  è diventata un’attivista molto nota per i diritti dei disabili, oltre che un’apprezzata consulente governativa e di organizzazioni internazionali. Le sue dichiarazioni al London Telegraph, meritano di essere considerate perché dicono con chiarezza che, se è sempre una pessima idea introdurre modifiche permissive alla legge che vieta il suicidio assistito, lo è particolarmente in un “momento pericoloso” come questo, quando diventa fatale considerare certe categorie di persone – vecchi, malati, disabili – un fardello troppo pesante per la società. Jane Campbell sottolinea che “i malati terminali e disabili sono in una situazione peggiore oggi di quanto non fossero cinque anni fa. A causa dell’instabilità economica del paese, i servizi di welfare sono più che mai sotto pressione e questo ha indurito l’atteggiamento del pubblico nei confronti delle malattie degenerative, della vecchiaia e dell’invalidità”. Ecco perché “questo è un momento pericoloso per considerare la facilitazione del suicidio assistito a chi avrebbe invece più bisogno del nostro aiuto e del nostro sostegno. Non è solo pericoloso per coloro che possono vedere il suicidio come unica opzione, ma rischia di essere allettante anche per coloro che hanno interesse alla loro sparizione”. Nell’intervista al London Telegraph, Jane Campbell ha parlato con preoccupazione del Belgio, che “ha recentemente ampliato la propria legge sull’eutanasia per includere i bambini malati terminali e disabili. Ma questo non è il futuro che voglio per i nostri figli più vulnerabili, e la Camera dei Lord deve chiarire che condivide questo punto di vista”. Le argomentazioni della baronessa Jane Campbell dovrebbero apparire soprattutto condivisibili a chi si professa di sinistra. Ma anche in questo campo sta avvenendo uno strano slittamento di significati e di scelte. Il “debole” non è più il vecchio, il disabile, il malato da sostenere e da accompagnare. Il bene supremo è diventata l’autonomia, termine ambiguo come pochi. La scelta di morire – quella di Magri, come del 25 per cento di tutte le persone che vanno in Svizzera a suicidarsi per stanchezza e solitudine – diventa dunque un comodo feticcio, l’“ultimo atto di autonomia” che è solo una dichiarazione di bancarotta della società e dell’umanità. Nicoletta Tiliacos

La potenza della debolezza secondo Jean Vanier

jean-vanier-featuredJean Vanier è uno dei grandi profeti del nostro tempo.
Nato come figlio di un grande politico canadese che fu governatore e ambasciatore, lui stesso è stato un ufficiale di marina, ma la sua vita ha trovato la sua fioritura quando ha cominciato la sua grande opera conosciuta come L’Arche, l’arca.

Nel libro La nostra vita insieme, edito dalla San Paolo, Jean Vanier racconta il cammino meraviglioso che il Signore ha fatto nella sua vita e nella vita della sua comunità. Ciò che distingue il libro è il fatto che non è scritto a tavolino o seguendo un progetto editoriale, ma è – come dice il sottotitolo del libro – Una biografia in forma di corrispondenza. Il volume raccoglie, infatti, oltre ai resoconti ad hoc di Jean Vanier, le lettere che mandava ai suoi fratelli nei decenni della nascita e dello sviluppo della comunità. Così abbiamo un tocco di mano spontaneo dell’opera di Dio in questa comunità e nella vita di quest’uomo.

 

Vediamo l’intuizione iniziale che prende forma nel 1950, quando Jean lascia la Royal Navy con il desiderio profondo di “diventare discepolo di Gesù e di incarnare il messaggio del Vangelo”. Ed è negli anni 60 che farà la prima visita a un centro per persone con deficit intellettivi. Lì rimarrà profondamente colpito perché – come racconta – incontra persone assetate di amicizia che chiedono candidamente e senza filtri, a differenza di chi è “normale”: “Mi vuoi bene? Vuoi essere mio amico? Tornerai a trovarmi?”. Jean trova nella fiducia in Gesù, e nel fatto che Dio è vicino a coloro che sono deboli e vulnerabili, la luce necessaria per capire che questi sono prediletti di Dio e l’energia necessaria per correre il rischio di intraprendere questa nuova avventura accanto ai disabili mentali, senza avere un progetto predisposto.

Secondo Jean Vanier, l’atteggiamento verso le persone con deficit mentale può attraversare cinque fasi distinte: la prima è una reazione di paura di fronte a ciò che è “anormale” e respingerlo con una violenza interna che si trasforma in violenza esterna a volte (come nel caso di Hitler).

 

La seconda fase è più diffusa: si riconosce che le persone portatrici di handicap sono esseri umani, ma sono poveracci di cui si devono occupare solo grandi istituzioni specialistiche.

La terza fase esige che impariamo a conoscere le persone disabili, capire i loro bisogni e aiutarle in maniera competente. È un atteggiamento che le aiuta a sentirsi accettate e a crescere. Essi non sono oggetto della nostra pietà, meritano il nostro rispetto.

La quarta fase, Vanier la descrive così: è la fase “in cui ci si meraviglia e si ringrazia: avvicinandosi alle persone disabili ed entrando in autentiche relazioni con esse, scopriamo che ci trasformano. Ci aiutano a lasciare da parte il desiderio di successo personale e di potere, e a seguire il desiderio di stare insieme ai più deboli, per aiutarli semplicemente a essere ciò che sono, sapendo che riceviamo da loro altrettanto o perfino più di quanto noi doniamo”.

 

Nella quinta fase, nelle persone scorgiamo il volto di Dio. La loro presenza è segno del Dio che ha scelto “ciò che è insensato per confondere il forte, l’orgoglioso e chi si crede saggio in questo mondo”. Quelli che consideriamo deboli, sono quelli che all’occhio di Dio valgono di più, essi “sono i più potenti tra noi, perché possono avvicinarci a Dio. Ribaltano il nostro mondo!”. Questa fase è la missione dell’Arca che non si accontenta di aiutare le dimensioni fisiche o psichiche ma anche di nutrire lo spirito.

Di Robert Cheaib

 

 

 

Venga assicurata la Comunione ai disabili mentali (Benedetto XVI)

Considerando la condizione di coloro che per motivi di salute o di età non possono recarsi nei luoghi di culto, vorrei richiamare l’attenzione di tutta la comunità ecclesiale sulla necessità pastorale di assicurare l’assistenza spirituale ai malati, a quelli che restano nelle proprie case o che si trovano in ospedale. Più volte nel Sinodo dei Vescovi si è fatto cenno alla loro condizione. Occorre fare in modo che questi nostri fratelli possano accostarsi con frequenza alla Comunione sacramentale. Rinforzando in tal modo il rapporto con Cristo crocifisso e risorto, potranno sentire la propria esistenza pienamente inserita nella vita e nella missione della Chiesa mediante l’offerta della propria sofferenza in unione col sacrificio di nostro Signore. Un’attenzione particolare deve essere riservata ai disabili; là dove la loro condizione lo permette, la comunità cristiana deve favorire la loro partecipazione alla celebrazione nel luogo di culto. In proposito, si faccia in modo che siano rimossi negli edifici sacri eventuali ostacoli architettonici che impediscono ai disabili l’accesso. Infine, venga assicurata anche la comunione eucaristica, per quanto possibile, ai disabili mentali, battezzati e cresimati: essi ricevono l’Eucaristia nella fede anche della famiglia o della comunità che li accompagna.(178)

Aborti selettivi a Londra

In alcune cliniche abortive del Regno Unito i medici sono disposti a chiudere un occhio di fronte alla richiesta sconcertante di alcune donne, quella di «sbarazzarsi di un figlio» semplicemente perché non è del sesso desiderato. L’aborto selettivo in base al sesso è illegale nel Regno Unito eppure, secondo un’inchiesta pubblicata ieri dal Daily Telegraph, la pratica è comune.

Usando un reporter in incognito che ha accompagnato donne incinte in nove cliniche del Regno, il quotidiano ha scoperto che in tre casi i medici si sono detti disposti a far abortire una donna «insoddisfatta del sesso del bambino» che aveva in grembo. «Queste rivelazioni sono inquietanti – ha detto ieri mattina il ministro della Sanità Andrew Lansley –. La selezione del sesso è illegale e immorale» e ha promesso che aprirà subito un’inchiesta. Ma per Anthony Ozimic della Società per la protezione del bambino non ancora nato (Spuc) «non c’è affatto da stupirsi». (leggi sulla selezione dei feti)

«L’indagine del Telegraph1 – dice ad Avvenire – conferma che l’eugenetica è una realtà nella medicina moderna britannica e che alcuni innocenti esseri umani sono considerati sconvenienti». E continua: «La selezione sessuale dei feti è l’inevitabile conseguenza di un accesso troppo facile all’aborto».

Nell’indagine, il Telegraph scrive anche che alcuni medici hanno addirittura ammesso di essere pronti a «falsificare alcuni documenti» pur di permettere alle donne di «sottoporsi all’aborto desiderato». «Meglio non fare troppe domande», scrive ancora il quotidiano riportando la telefonata di un medico che indirizzava una paziente a un collega che effettua aborti.

Le polemiche hanno innescato immediatamente le prime reazioni. Il Mall Medical di Manchester, una delle cliniche citate dal quotidiano, ha detto di «aver sospeso i contatti con un medico». Ma per la conservatrice Nadine Norris il settore ha bisogno di una regolamentazione più rigida: «Dobbiamo essere sicuri – ha dichiarato la deputata che da tempo combatte affinché alle donne venga offerta una consulenza indipendente, vale a dire non fornita solo dalle cliniche che vengono pagate per effettuare aborti – che le strutture operino nel rispetto della legge».

Ma proprio la legge è ricca di sfumature. La selezione del sesso, per esempio, è già permessa in Gran Bretagna anche se solo in condizioni molto precise come nel caso in cui ci sia il rischio di una grave malattia ereditaria. In Inghilterra, Galles e Scozia l’aborto è consentito fino alla ventiquattresima settimana di gestazione. L’aborto è consentito anche dopo le 24 settimane in rarissimi casi: uno di questi è la grave disabilità riscontrata nel feto. Inoltre, due medici devono dare l’approvazione a un aborto, ma in caso di emergenza ne basta uno.

Duro, in fine, è stato anche il commento di Gillian Lockwood, ex vicepresidente del comitato etico del Royal College of Obstetrics and Gynaecology sono «sconvolgenti». Perché «in nessuna circostanza un feto che per i genitori è del sesso “sbagliato” dovrebbe abortito».  Elisabetta Del Soldato

Petrucciani, il disabile scomodo, geniale e abilissimo

petruccianiFate un esperimento. Provate a porre ad un collega, un parente o amico dalle solide idee laiciste il seguente quesito: una donna aspetta un bambino affetto da una grave patologia per cui mai supererà il metro di statura e i 30 kg di peso, che soffrirà tutta la vita per un morbo che gli procurerà continue fratture ossee e che infine morirà in giovane età. Cosa consiglieresti a questa donna?
Non serve possedere le doti da oracolo della Pitia per prevedere che il più delle volte il consiglio del collega o amico sarà assai infausto per il piccolo nascituro.

Michel Petrucciani (si pronuncia alla francese: Petruccianì), grandissimo pianista jazz nato in Francia nel ‘62, era proprio questo: 97 centimetri per 27 kg di assoluto genio. Una vita tanto luminosa sui palchi di tutto il mondo quanto oscuramente dolorosa. Petrucciani infatti era affetto da osteogenesi imperfetta, morbo congenito conosciuto anche come sindrome dalle ossa di vetro. Una malattia genetica che priva le ossa del calcio necessario per poter sostenere il peso del corpo e che impedisce la crescita. E così la breve esistenza di Michel fu costellata da continue fratture anche durante le sue esibizioni. Come quella volta in cui in un recital al Donizetti di Bergamo si spezzò il braccio destro.

Già a quattro anni mette le mani sulla tastiera, grazie al padre chitarrista. Tutto il suo corpo gemeva, ma le mani al contrario sui tasti cantavano. Se ogni parte del suo fisico malato lo tradiva, le sue dieci dita invece rimasero fedeli al suo talento sino all’ultimo. E così il piccolo Michel inizia ad improvvisare al piano, genere in cui in futuro eccellerà. Poi un giorno scopre Duke Ellington: “Per me fu una specie di folgorazione. Evidentemente avevo buon gusto. Allora papà mi regalò una pianola. Ringraziai, ma mi sembrava uno strumento un po’ finto. Decisi di prenderlo a martellate. In quel momento capii che la musica vera sarebbe stata nel mio destino”. Comprende che la musica classica non è la sua vocazione, bensì il jazz. A 13 anni la svolta. Incontra Clark Terry, trombettista americano, e riesce a suonare con lui. Terry così ricorda quell’incontro: “Quando me lo vidi davanti lì per lì pensai di tutto. Michel aveva 13 anni e un fisico sfortunatissimo. Ma non appena prese possesso del pianoforte fu uno spettacolo già nelle prove. E la sera del concerto si superò addirittura”.

Da quel momento l’ascesa di questa stella non conoscerà soste e il minuto Petrucciani diventerà un gigante del pianismo jazzistico mondiale. Gli ostacoli per lui sono opportunità di perfezionarsi. Data la sua bassa statura gli viene costruito un marchingegno per arrivare ai pedali del pianoforte, altrimenti irraggiungibili. Il fatto che poi si sia abituato a non usare il pedale di risonanza – quello che permette alle corde di continuare a suonare anche dopo che non si tiene più premuto il tasto – lo ha costretto ad un suono pulitissimo e a realizzare “legati” tra le note davvero incredibili.

I suoi concerti diventano esperienze di vita, non solo happening musicali. Il sassofonista Wayne Shorter a tal proposito ricorda che “Michel proponeva ‘soli’ su tempi francamente impossibili. Cominciava a salire di tonalità per arrivare a un certo punto che la tastiera appariva sempre più lunga. Quasi irraggiungibile. Lontanissima e infinita. Si teneva al pianoforte con la mano sinistra, si immedesimava con lo strumento. Il pubblico in quei momenti non fiatava neppure, temendone il crollo inesorabile. Invece inesorabile lui proseguiva, regalando un autentico spettacolo di suoni e colori. E non sapete quanto si divertiva a far spaventare i suoi fan”.

petrucciani2La sua fama e bravura lo portano non solo a suonare insieme alle stelle del jazz ma anche a fare incursioni in mondi musicali a lui sconosciuti ma esteticamente sempre affini. Nel luglio del 1998 suona per due volte con Riccardo Muti e la Filarmonica della Scala in altrettanti concerti gershwiniani. Alla domanda di Petrucciani rivolta a Muti: “Ma perché ha scelto me?”, pronta arriva la risposta del maestro: “La stimo molto, la ritenevo indispensabile per le parti improvvisate”.

Suonò davanti anche a Giovanni Paolo II in occasione del Congresso Eucaristico nel 1997 a Bologna. “È stato uno choc – raccontò -. Non importa che uno sia credente o no. Suonare davanti a lui e con quattrocentomila persone presenti. Bisogna provare per rendersene conto. Anche Lucio Dalla, che mi ha chiesto di accompagnarlo in un pezzo, era impressionato. Come Dylan, anche se il cantautore americano faceva l’indifferente”.

Due figli e due mogli, una vita spesa per la musica e non certo a lagnarsi. “Non ho mai sentito Michel lamentarsi di nulla. Non si guardava allo specchio per rattristarsi di quello che vedeva. Era un grande musicista ed era un grande essere umano”, rammenta sempre Wayne Shorter. Un’esistenza che si è spenta a soli 36 anni il 6 gennaio 1999 a Manhattan per gravi complicazioni polmonari, mentre stava preparando una rilettura dei concerti per pianoforte di musica sacra di Duke Ellington. Il destino ha voluto che il testamento spirituale del compositore afroamericano fosse anche quello di Petrucciani.

E’ uscito anche in Italia un film documentario a lui dedicato: Michel Petrucciani – Body & Soul, che racconta tutta la sua straordinaria vita. Un omaggio ad uno spirito indomito in un corpo disobbediente. Questo era infine Michel Petrucciani: la fortezza di un genio custodito in un corpo fragilissimo. Ma, ci verrebbe da domandare, le cose più preziose non sono forse le più fragili? Quelle verso cui dobbiamo prestare più attenzione?

Petrucciani oggi sarebbe un sicuro candidato all’aborto terapeutico, dato che, secondo l’etica funzionalista, il suo fisico non sarebbe in grado di raggiungere quella minima soglia di perfezione fisica sufficiente per vedersi riconosciuto il diritto a vivere. Il maestro deforme del jazz incarna il paradosso del funzionalismo: non avrebbe dovuto nascere perchè mancante di alcune abilità. Ma proprio una persona con handicap è più abile di un cosiddetto normo-dotato. E’ l’autoconfutazione del salutismo eugenetico. Infatti se non fosse stato malato quasi certamente non sarebbe stato così geniale, perchè l’handicap – e i ciechi lo dimostrano bene – lo ha costretto ad affinare altre sua capacità. La disfunzione è stata per lui il crogiolo grazie al quale è stato distillato il suo talento musicale. Senza l’osteogenesi imperfetta non avremmo dunque avuto Michel Petrucciani: l’uomo di vetro dalle mani prodigiose. Davvero un diversamente abile nella musica – ci verrebbe da commentare – se pensiamo a noi comuni e normali mortali.

Lo stesso Michel interrogato sull’aborto così si espresse: “E pensare che prima che un’avventura umana, magari simile a questa, possa fiorire e dare i suoi straordinari frutti, c’è uno scienziato qualunque che in un laboratorio sta strappando cellule a un embrione. Qualora la diagnosi decretasse la nascita di un soggetto nano, gobbo e deforme, l’uomo, l’anima, il talento, la fatica, il sacrificio, l’amore, l’emozione e la dignità andrebbero a farsi fottere”.
(di Tommaso Scandroglio  22-6-2011)

Selezionare i figli non garantisce che saranno sani

little-girlIl divieto di «diagnosi genetica preimpianto» (Dgp) è stato eliminato dalla legge 40/2004 che regolamenta la fecondazione artificiale.

Con la Dgp in Italia si tenta di selezionare gli embrioni ma la soluzione selettiva in realtà non è la più indicata, come spiega Maurizio Genuardi, direttore dell’Istituto di Genetica medica dell’Università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma.

    Come si effettua e cosa comporta la diagnosi genetica preimpianto?

La Dgp ricerca determinate anomalie genetiche e viene effettuata su embrioni ottenuti mediante fecondazione in vitro. Presuppone quindi sempre che la fecondazione avvenga tramite tecniche di procreazione medicalmente assistita. Si producono più embrioni contemporaneamente e ciascuno, una volta giunto allo stadio di 6-8 cellule, è esaminato tramite il prelievo di una cellula su cui viene effettuato il test genetico. Se l’embrione mostra di presentare un’alterazione viene scartato e si procede a testare quello successivo, fino a trovarne uno “sano” che viene impiantato in utero.

    Dopo aver progressivamente escluso tutti gli embrioni ritenuti “non validi”, l’unico prescelto sarà dunque certamente sano?

La Dgp è un pre-test che deve essere riconfermato successivamente. Questo perché l’esame condotto su una singola cellula ha un margine di errore maggiore rispetto ai test genetici ordinari condotti su un individuo già formato. Per questo la Dgp richiede poi un’ulteriore verifica successiva tramite villocentesi o amniocentesi sul feto. Ci sono casi ben descritti in letteratura in cui l’embrione impiantato ha mostrato un’alterazione non precedentemente rilevata. Inoltre, per diverse malattie genetiche si può individuare il difetto genetico, ma non ne conosciamo gli sviluppi. Per alcune gli esiti sono abbastanza prevedibili, per altre invece non c’è una chiara correlazione tra il tipo di alterazione e le conseguenze. Si rischia di eliminare un individuo in cui la malattia può avere sviluppi meno gravi del previsto.

    Il fulcro della discussione è l’estensione della diagnosi preimpianto alle coppie fertili. Se è lecito cercare tracce di una determinata patologia definita grave, chi propone una gerarchia delle malattie?

Già così è difficile fissare confini per malattie specifiche in cui la possibilità di manifestazione è estremamente variabile. Oggi è possibile diagnosticare malattie che possono insorgere solo dopo 40-50 o anche 60 anni e su cui comunque è possibile intervenire. Si può decidere di selezionare un bambino perché, forse, svilupperà una certa malattia dopo decenni di vita sana? Spezzo una lancia a favore dei genetisti: avendo più chiaro il quadro della situazione, e conoscendo la variabilità genetica umana, sono i meno propensi a consigliare l’opzione della diagnosi preimpianto. Noi non sappiamo ancora con esattezza come i geni interagiscano tra di loro e con l’ambiente, senza contare il ruolo del caso. Come si decide qual è il modello “normale”?

La malattia è vista come uno stigma e il malato come qualcuno da scartare: una mentalità sempre più diffusa che mira a “ripulire” dalle malattie eliminando il malato. Ma, si è visto per la talassemia divenuta malattia curabile, questa non è una vera soluzione…

Fin d’ora la proliferazione dei test genetici a livello di diagnosi prenatale produce miriadi di risultati di difficile decodificazione quando non sono prescritti e interpretati da esperti e che, per lo più, riguardano malattie che potrebbero sopravvenire solo in età adulta. È in preparazione un test genetico che consentirà di realizzare una carta d’identità genetica dell’embrione, uno screening su migliaia di malattie potenziali. In questo modo, anche se i genitori non presentano rischi genetici specifici, si avranno informazioni dettagliate sul genoma dei figli. A questo punto, chi non vorrebbe accedere alla provetta, pur non essendo infertile, per potersi avvalere di questi esami?

    Cosa dire a chi affronta una diagnosi di trasmissibilità di patologie genetiche ai figli?

Anzitutto ci sono diverse malattie per cui c’è una possibilità di cura o comunque di attenuazione delle conseguenze con una mirata terapia prenatale e precoce. E poi vorrei dire che si deve fare attenzione a giudicare la vita di un disabile con i nostri parametri di felicità: vivono la vita in maniera molto più serena di quanto si possa pensare.

Emanuela Vinai – Avvenire

Il bambino non è mai un rischio

“Oggi- dice il neonatologo Bellieni- la meta’ delle donne passano la meta’ della vita facendo di tutto per non avere figli e la seconda meta’ a disperarsi perché non gli vengono“. E a rimetterci è sempre chi dovrebbe nascere.

Una volta è nato vivo un bambino di 20 settimane da un aborto spontaneo. L’ ostetrica lo stava avvolgendo in un panno per buttarlo via. Io, consapevole che così piccolo non lo potevo rianimare, l’ho battezzato e gli sono stato vicino tenendogli la mano finché dopo 45 minuti ha cessato di battergli il cuore. Chi passava mi diceva di lasciar stare, che dovevo buttarlo via. Io rispondevo che non si può buttar via un bambino, ha il diritto di morire con tutta la sua dignità”. A raccontare il fatto, straziante e allo stesso tempo carico di umanità, è il dottor Carlo Bellieni, neonatologo presso il Policlinico “Le Scotte” di Siena.

“In neonatologia -continua il medico- curiamo i feti, bambino che stanno nel palmo di una mano e pesano 500 grammi, con un piedino di 2 centimetri. E’ evidente che il feto è una persona, noi li curiamo tutti i giorni. Il feto prova dolore, più di un adulto, perché non ha ancora sviluppato la capacità di produrre endorfine. Ricorda e riconosce la voce e i sapori di ciò che mangia la madre, bevendo. il liquido amniotico. Almeno dalle 30 settimane sogna, si rileva il sonno REM. Spesso dobbiamo fare prelievi ai feti ed è per loro dolorosissimo, ma il dolore scompare se gli stiamo vicini accarezzandogli, parlandogli, tenendogli la manina. Quello che connota il feto, la persona, fin dall’utero della mamma è il desiderio di una presenza, qualcuno che stia con, accanto. Abbiamo scoperto che l’accudimento è il sistema analgesico e terapeutico fondamentale”. Se dall’esperienza professionale del medico emerge chiaramente che il feto è persona a tutti gli effetti, e quindi titolare di diritti, la realtà è ben diversa, e il fatto che il bambino abbia o meno diritto di nascere si vuol far dipendere dalla valutazione degli adulti. Una errata visione che, secondo Bellieni, viene alimentata dagli stessi medici: “In diagnosi prenatale si usa la parola rischio: “Lei signora ha il rischio di avere un bambino Down nella percentuale x” E’ una cosa fuorviante, è oggettivamente sbagliato applicare la parola rischio alla parola bambino. Si dovrebbe dire “Suo figlio ha la probabilità di essere malato di .”

Perché il bambino non è mai un rischio.
Di fatto invece, secondo il medico, oggi la gravidanza viene vissuta con angoscia, con il timore continuo che il bambino non sia sano, non sia normale. Un atteggiamento che non ha solo implicazioni sul piano etico ma che porta a conseguenze patologiche sui bambini che devono nascere. E’ il caso, ad esempio, dell’eccessivo ricorso all’amniocentesi, che “ha un rischio di morte per il bambino di 1 su 100 e serve principalmente per la diagnosi della sindrome di Down che colpisce circa 1 bambino su 700. Quindi nella ricerca esasperata di eliminare un bambino Down si fanno fuori 7 bambini sani”.

Ma Bellieni evidenzia anche un paradosso del nostro tempo:” Oggi la metà delle donne passano la prima metà della vita facendo di tutto per non avere figli e la seconda metà a disperarsi perché non gli vengono”. Si sceglie di avere un figlio quando si sono raggiunte sicurezze sul piano economico e professionale, ma poi magari il figlio non viene più (oltre al fatto che “un ‘età materna oltre i 35 anni è legata a maggior rischio di anomalie per il bambino, di abortività’ e di prematurità”). Sempre più frequentemente si ricorre così a pratiche come la fecondazione in vitro, in cui però “capita che alcuni feti vengano abortiti selettivamente, si ha un rischio doppio di paralisi cerebrali e di malformazioni, un rischio 2-3 volte maggiore di peso alla nascita basissimo, una percentuale di gravidanze gemellari del 15% contro il dato normale di 2-3%”.
Bellieni, medico, chiama in causa anzitutto la responsabilità della categoria alla quale appartiene:” Ciò che aiuta i genitori è lo sguardo che i medici che attuano le indagini prenatali hanno su quel bambino, dal quale dipende lo sguardo che avranno poi i genitori nei confronti del loro figlio” . “Dobbiamo fare un passo indietro interiore quando si guarda qualcuno- conclude- . La persona che ho davanti è mia proprietà o ha un valore in sé? Questo libera dalla possibilità di poter fare delle sciocchezze.  Ci fa rendere conto che io e lui abbiamo lo stesso destino”.

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Giovanni Paolo II sulla disabilita’mentale

giovannipaoloii-disabili1. Voi siete convenuti a Roma, illustri signore e signori, esperti nelle scienze umane e in quelle teologiche, sacerdoti, religiosi, laici e laiche impegnati nella vita pastorale, per studiare i delicati problemi posti dalla educazione umana e cristiana dei soggetti portatori di handicap mentale. Questo Simposio, organizzato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, si pone come ideale chiusura dell’Anno europeo delle persone disabili e si colloca nel solco di un insegnamento ecclesiale ormai molto ricco e abbondante, cui corrisponde un fattivo e vasto impegno del Popolo di Dio a vari livelli e nelle sue diverse articolazioni.

2. Il punto di partenza per ogni riflessione sull’handicap è radicato nelle persuasioni fondamentali dell’antropologia cristiana: la persona handicappata, anche quando risulta ferita nella mente o nelle sue capacità sensoriali e intellettive, è un soggetto pienamente umano, con i diritti sacri e inalienabili propri di ogni creatura umana. L’essere umano, infatti, indipendentemente dalle condizioni in cui si svolge la sua vita e dalle capacità che può esprimere, possiede una dignità unica ed un valore singolare a partire dell’inizio della sua esistenza sino al momento della morte naturale. La persona dell’handicappato, con tutte le limitazioni e le sofferenze da cui è segnata, ci obbliga ad interrogarci, con rispetto e saggezza, sul mistero dell’uomo. Quanto più ci si muove, infatti, nelle zone oscure e ignote della realtà umana, tanto più si comprende che proprio nelle situazioni più difficili e inquietanti emerge la dignità e la grandezza dell’essere umano. L’umanità ferita del disabile ci sfida a riconoscere, accogliere e promuovere in ciascuno di questi nostri fratelli e sorelle il valore incomparabile dell’essere umano creato da Dio per essere figlio nel Figlio.

3. La qualità di vita all’interno di una comunità si misura in buona parte dall’impegno nell’assistenza ai più deboli e ai più bisognosi e nel rispetto della loro dignità di uomini e di donne. Il mondo dei diritti non può essere appannaggio solo dei sani. Anche la persona portatrice di handicap dovrà essere facilitata a partecipare, per quanto le è possibile, alla vita della società ed essere aiutata ad attuare tutte le sue potenzialità di ordine fisico, psichico e spirituale. Soltanto se vengono riconosciuti i diritti dei più deboli una società può dire di essere fondata sul diritto e sulla giustizia: l’handicappato non è persona in modo diverso dagli altri, per cui riconoscendo e promovendo la sua dignità e i suoi diritti, noi riconosciamo e promoviamo la dignità e i diritti nostri e di ciascuno di noi.

Una società che desse spazio solo per i membri pienamente funzionali, del tutto autonomi e indipendenti non sarebbe una società degna dell’uomo. La discriminazione in base all’efficienza non è meno deprecabile di quella compiuta in base alla razza o al sesso o alla religione. Una forma sottile di discriminazione è presente anche nelle politiche e nei progetti educativi che cercano di occultare e negare le deficienze della persona handicappata, proponendo stili di vita e obiettivi non corrispondenti alla sua realtà e, alla fine, frustranti e ingiusti. La giustizia richiede, infatti, di mettersi in ascolto attento e amoroso della vita dell’altro e di rispondere ai bisogni singolari e diversi di ciascuno tenendo conto delle loro capacità e dei loro limiti.

4. La diversità dovuta all’handicap può essere integrata nella rispettiva, irripetibile individualità e a ciò devono contribuire i familiari, gli insegnanti, gli amici, la società intera. Per la persona handicappata, come per ogni altra persona umana, non è dunque importante fare quello che fanno gli altri, ma fare ciò che è veramente bene per lei, attuare sempre più le proprie ricchezze, rispondere con fedeltà alla propria vocazione umana e soprannaturale.

Al riconoscimento dei diritti deve pertanto seguire un impegno sincero di tutti per creare condizioni concrete di vita, strutture di sostegno, tutele giuridiche capaci di rispondere ai bisogni e alle dinamiche di crescita della persona handicappata e di coloro che condividono la sua situazione, a partire dai suoi familiari. Al di sopra di qualsiasi altra considerazione o interesse particolare o di gruppo, bisogna cercare di promuovere il bene integrale di queste persone, né si può negare loro il necessario sostegno e la necessaria protezione, anche se ciò comporta un maggior carico economico e sociale. Forse più che altri malati, i soggetti mentalmente ritardati hanno bisogno di attenzione, di affetto, di comprensione, di amore: non li si può lasciare soli, quasi disarmati e inermi, nel difficile compito di affrontare la vita.

5. A questo proposito, particolare attenzione merita la cura delle dimensioni affettive e sessuali della persona handicappata. Si tratta di un aspetto spesso rimosso o affrontato in modo superficiale e riduttivo o addirittura ideologico. La dimensione sessuale è, invece, una delle dimensioni costitutive della persona la quale, in quanto creata ad immagine di Dio Amore, è originariamente chiamata ad attuarsi nell’incontro e nella comunione. Il presupposto per l’educazione affettivo-sessuale della persona handicappata sta nella persuasione che essa abbia un bisogno di affetto per lo meno pari a quello di chiunque altro. Anch’essa ha bisogno di amare e di essere amata, ha bisogno di tenerezza, di vicinanza, di intimità. La realtà, purtroppo, è che la persona con handicap si trova a vivere queste legittime e naturali esigenze in una situazione di svantaggio, che diventa sempre più evidente col passaggio dall’età infantile a quella adulta. Il soggetto handicappato, pur leso nella sua mente e nelle sue dimensioni interpersonali, ricerca relazioni autentiche nelle quali poter essere apprezzato e riconosciuto come persona.

Le esperienze compiute in alcune comunità cristiane hanno dimostrato che una vita comunitaria intensa e stimolante, un sostegno educativo continuo e discreto, la promozione di contatti amichevoli con persone adeguatamente preparate, l’abitudine a incanalare le pulsioni e a sviluppare un sano senso del pudore come rispetto della propria intimità personale, riescono spesso a riequilibrare affettivamente il soggetto con handicap mentale e a condurlo a vivere relazioni interpersonali ricche, feconde e appaganti. Dimostrare alla persona handicappata che la si ama significa rivelarle che ai nostri occhi ha valore. L’ascolto attento, la comprensione dei bisogni, la condivisione delle sofferenze, la pazienza nell’accompagnamento sono altrettante vie per introdurre la persona handicappata in una relazione umana di comunione, per farle percepire il suo valore, per farle prendere coscienza della sua capacità di ricevere e donare amore.

6. Senza dubbio le persone disabili, svelando la radicale fragilità della condizione umana, sono una espressione del dramma del dolore e, in questo nostro mondo, assetato di edonismo e ammaliato dalla bellezza effimera e fallace, le loro difficoltà sono spesso percepite come uno scandalo e una provocazione e i loro problemi come un fardello da rimuovere o da risolvere sbrigativamente. Esse, invece, sono icone viventi del Figlio crocifisso. Rivelano la bellezza misteriosa di Colui che per noi si è svuotato e si è fatto obbediente sino alla morte. Ci mostrano che la consistenza ultima dell’essere umano, al di là di ogni apparenza, è posta in Gesù Cristo. Perciò, a buon diritto, è stato detto che le persone handicappate sono testimoni privilegiate di umanità. Possono insegnare a tutti che cosa è l’amore che salva e possono diventare annunciatrici di un mondo nuovo, non più dominato dalla forza, dalla violenza e dall’aggressività, ma dall’amore, dalla solidarietà, dall’accoglienza, un mondo nuovo trasfigurato dalla luce di Cristo, il Figlio di Dio per noi uomini incarnato, crocifisso e risorto.

7. Cari partecipanti a questo Simposio, la Vostra presenza e il Vostro impegno sono una testimonianza al mondo che Dio sta sempre dalla parte dei piccoli, dei poveri, dei sofferenti e degli emarginati. Facendosi uomo e nascendo nella povertà di una stalla, il Figlio di Dio ha proclamato in se stesso la beatitudine degli afflitti ed ha condiviso in tutto, eccetto il peccato, la sorte dell’uomo creato a Sua immagine. Dopo il Calvario, la Croce, abbracciata con amore, diventa la via della vita e insegna a ciascuno che, se sappiamo percorrere con fiducioso abbandono la via faticosa e ardua del dolore umano, fiorirà per noi e per i nostri fratelli la gioia del Cristo Vivente che sorpassa ogni desiderio ed ogni attesa.

A tutti una speciale Benedizione!

Dal Vaticano, 5 gennaio 2004

GIOVANNI PAOLO II

Rifiutato o accolto? Quando il figlio e’ disabile

disabiliConoscerle per capire com’è possibile passare dal sentimento di rifiuto per un figlio che nascerà “diverso” sino all’amore più profondo. Si parla troppo poco di queste famiglie segnate dal dolore. Sovente nemmeno la politica se ne ricorda, sebbene sopportino un peso gravoso anche dal punto di vista economico.

Per questo le famiglie hanno imparato a unirsi e a farsi rispettare: merito dell’associazionismo, passato dalla contrapposizione alla collaborazione critica con le istituzioni. Ma troppo silenzio circonda ancora i nuclei nei quali vive una persona con handicap, che in Italia sono oltre due milioni e mezzo. La Fondazione Sacra Famiglia, che alle porte di Milano ospita circa 1.600 disabili, ha realizzato un’indagine con un gruppo di familiari dell’«Associazione parenti Isf» e «Oltre Noi la Vita», fondata dalla Sacra Famiglia insieme ad Aias, Anffas, e Fondazione Don Gnocchi. Le risposte aiutano a capire le loro aspettative e i problemi, anche quelli che non si dicono a voce alta.

«Chi, più dei familiari, è consapevole di cosa significhino normalità e diversità? – si domanda Sergio Fogagnolo, presidente dell’Associazione parenti Isf – Nonostante paura, frustrazione, sofferenza, si rapportano al proprio congiunto con un senso di appartenenza che sorprende. Appartenenza vuol dire amore, cura, tenerezza, e riconoscere piena dignità alla persona.
Anche quando a vent’anni i genitori devono ancora imboccare il figlio, anche quando si sa che non camminerà e non comprenderà mai. A cosa servono associazioni come la nostra? Siamo la voce degli ultimi. Niente può cancellare il dolore di una madre o di un padre davanti alla sofferenza del figlio, ma insieme possiamo condividerlo, trasmettere esperienze, aiutare a non ripetere gli stessi errori. E comunicare. Nessuno parla delle tante mamme che compiono gesti d’amore incredibili per i propri figli. E nessuno dice quanto amore sappiano darci persone che la società ritiene non normali».

Le testimonianze riportate dall’indagine sono toccanti.
«Il rifiuto è normale – confessa Antonio, padre di un ragazzo autistico grave -; il genitore che non vi passa può non aver elaborato la sua sofferenza. Perché quando nasce un figlio disabile i genitori trascorrono i primi anni aspettando che guarisca, o almeno che manifesti miglioramenti. A scuola attendono i suoi progressi: perché non sono perfettamente informati sulla sua condizione, ma soprattutto perché non riescono ad accettare che non sia “come gli altri”. Poi cominciano a rifiutarlo. Sembra impossibile poterlo amare, perché si convincono che lui non sia consapevole di nulla. Si smarrisce il senso della sua vita. Il rifiuto fa parte di un percorso di sofferenza, lo stesso che riporta alla luce i suoi minuscoli, impercettibili progressi: i suoi occhi che sorridono, che cercano i genitori, a modo loro li aspettano. Si impara a riconoscersi nella sua diversità, e allora l’amore si ritrova anche nei suoi pianti interminabili, nella fatica, nell’impotenza.
Il senso di appartenenza alla famiglia è ritrovare un figlio accettandolo».

Veniamo all’indagine: di cosa hanno bisogno oggi le famiglie in cui vive una persona disabile?
Oltre il 50% degli interpellati non ha dubbi: punti di riferimento, scambi di esperienze fra famiglie, maggiore attenzione da parte delle istituzioni e, soprattutto, meno burocrazia, che complica la vita dei genitori rendendo il sostegno non un diritto ma un favore. Le difficoltà relazionali nei confronti del parente disabile sono di diverso tipo. Per metà riguardano l’impotenza di fronte alla condizione del congiunto. C’è poi un altro tipo di impotenza, dalla quale i genitori si sentono schiacciati:
non poter aiutare il proprio figlio nel momento del pianto, del dolore, del malessere.

E quali i pregiudizi più radicati con i quali le famiglie si scontrano?
Il 60% ritiene che siano diminuiti, mentre è aumentata l’indifferenza. La solitudine è fortemente avvertita dal 40% delle famiglie. I preconcetti che esse avvertono sono anche verso le scelte cui sono chiamati: tanti genitori che affidano un figlio a una struttura residenziale dicono che la loro decisione viene giudicata come abbandono, non come una reale necessità di aiuto. C’è anche però chi, come i genitori di una disabile psichica di 18 anni, volge la situazione in positivo, affermando che «i pregiudizi sono ancora molti, ma noi non ci poniamo il problema, anche perché tendiamo a spiegare le condizioni di nostra figlia e abbiamo appurato che quando le persone capiscono, accettano. Noi che conviviamo con l’handicap dovremmo spiegare, quando è possibile, le difficoltà dei nostri cari, per fare in modo che la disabilità rientri nella normalità della vita».

E il peso economico di un disabile è sostenibile? La risposta unanime è no.
Il 45% delle famiglie ammette che sono necessari due stipendi, oltre all’assegno d’invalidità. Per il 30% «ce la fai solo se ti aiutano altri familiari». Le spese per un congiunto non autosufficiente variano da individuo a individuo.
Cambiano le spese mediche (visite e terapie) e le medicine. Le spese in più rispetto a un figlio o parente “normodotato” mutano, secondo il campione, dai 200 ai 600 euro mensili. Bisogna poi considerare che è una spesa che dura per tutta la vita del disabile. «Senza contare – aggiunge Fogagnolo – la tendenza attuale delle pubbliche amministrazioni di scaricare i costi sulla famiglia». La madre di I., 18 anni, affetta da sindrome di Rett, spende ad esempio circa 6 mila euro l’anno. Per la mamma di R., affetta da tetraparesi spastica, «lo stipendio di mio marito e l’assegno di accompagnamento non bastano mai. Per una famiglia con un disabile le spese quotidiane raddoppiano: si lava, si stira e si riscalda di più, si tiene accesa la luce di notte, si acquistano prodotti alimentari specifici, si spende moltissimo in farmacia perché tante medicine non sono passate dal Servizio sanitario, si acquistano i pannoloni perché quelli forniti dalla Asl non bastano… E le vacanze con gruppi organizzati costano molto». Per chi ha familiari nei centri diurni c’è un problema in più: la quasi totalità delle madri, per esempio, ha dovuto lasciare il lavoro per badare al figlio.

Il desiderio più grande per il proprio caro «è di saperlo sistemato, amato, trattato come quando era in famiglia, anche una volta che dovrà restare solo». Il “dopo di noi” per le famiglie resta la preoccupazione maggiore.
Anche in questo caso l’associazionismo ha fatto molto. Dal 1992 «Oltre Noi la Vita» assiste gratuitamente progetti di autonomia con volontari professionisti in campo giuridico, psicologico, sociale, fiscale e legale.
«Abbiamo combattuto – racconta il direttore Giovanni Gelmuzzi – per avere la legge sull’amministratore di sostegno, un tutore volontario che rappresenta gli interessi del disabile maggiorenne. E sosteniamo le famiglie a progettare ora il futuro dei figli in percorsi di autonomia, come è loro diritto: ad esempio in comunità dove potranno vivere con dignità». Ma, alla fine, cosa dà forza alla famiglia? «Mia madre – conclude Sergio Fogagnolo – nel 1991 è morta affidandomi mio fratello, un bimbo di cinque anni nel corpo di un uomo di 67. La sua dolcezza e il suo bisogno d’amore sono la cosa più bella che potesse lasciarmi. Questo amore semplice e unico è la spinta ad andare avanti».
Avvenire

Dall’eugenetica allo sterminio nazista

aktiont4Papa Francesco parla spesso della discriminazione e dei crimini commessi in nome della cultura dello scarto. Sulla scia della ricorrenza della Giornata della Memoria, e’ molto interessante mostrare un aspetto meno noto ma non per questo meno terribile dello sterminio nazista, ovvero il programma di uccisione dei disabili e dei malati mentali.La parte concettuale della teoria discriminatoria e razziale che si realizzo’ con il regime nazista, fu in gran parte sviluppata da Francis Galton, cugino di Charles Darwin.

Partendo dal darwinismo sociale Galton, diede fondamento alle teorie ed alle politiche di miglioramento della razza su basi eugenetiche.La mostra si sofferma sulle politiche di sterilizzazione coatta praticate in Germania dal 1933 e sulla realizzazione del progetto Lebensborn,Sotto la guida di Heinrich Luitpold Himmler, comandante della polizia dal 1936 e delle forze di sicurezza del regìme nazista (SS), il progetto Lebensborn (Sorgente di Vita) prevedeva la salvaguardia e continuazione della razza ariana.Vennero istituite delle cliniche dove giovani donne scelte per le loro caratteristiche genetiche si accoppiavano con soldati che partivano per il fronte.I bambini che nascevano venivano selezionati secondo rigidi criteri eugenetici.

Quelli che presentavano caratteristiche non confacenti con la razza ariana venivano soppressi.Gli altri diventavano proprietà del regime nazista per il miglioramento della razza. Con il progetto Lebensborn Himmler pensava di organizzare un vero e proprio Ordine delle SS in stile medievale, consacrato alla tutela della purezza razziale.Il progetto ebbe inizio il 10 dicembre 1935 con la Lebensborn e.V. che venne fondata a Berlino e amministrata dall'”Ufficio centrale della razza e del Popolamento”.Il 1 gennaio del 1938 la società divenne Amt L (Ufficio L, dove “L” sta per Lebensborn) e passò sotto il controllo diretto dello Stato maggiore delle SS, cioè dello stesso Himmler.

La direzione fu trasferita da Berlino a Monaco, nell’ ex sede del Centro comunitario ebraico e nella casa requisita dalle SS a Thomas Mann.Nel 1948 dopo la fine della Seconda Guerra mondiale al Processo di Norimberga i membri dell’Ufficio centrale della Razza e del Popolamento e del Progetto Lebensborn vennero processati e condannati per crimini contro l’umanità.In Germania si scatenò un grande dibattito sull’opportunità di lasciare in vita o sopprimere i bambini nati con malformazioni, disabilità o caratteri genetici non perfetti.Il regime produsse cortometraggi, manifesti, opuscoli che evidenziavano il costo del mantenimento di soggetti bollati come non produttivi.

Fu così che nel 1939 prese avvio il programma di eutanasia infantile. Nello stesso anno si promosse il programma Aktion T4 per l’”eutanasia” degli adulti, ed in particolare anziani affetti da demenza senile, schizofrenia, alcolismo, paralisi, ed altri disabilità fisiche.Tra le opposizioni si levò forte la voce dell’arcivescovo di Munster, August von Galen, che condannò con forza questi omicidi di massa. Nel 1941 Hitler ordinò la fine dell’operazione Aktion T4 per gli adulti, mentre mantenne quella per bambini.Obbiettivo della mostra è quello di proporre alle giovani generazioni pagine di storia spesso poco conosciute en spiegare dove possa giungere un’ideologia con finalità eugenetiche.

Questi temi sono di grande attualità perché di eutanasia e di come il mondo moderno pensa di risolvere il problema dei malati gravi, siano essi anziani o giovani, è oggetto di dibattito e proposte legislative in Europa, negli Stati Uniti e in Canada.

 

 

 

Aborto: segno di un qualcosa di peggiore?

L’aborto è segno di un qualcosa di pervasivo e profondamente. radicato nella società: la perdita della identità dell’uomo, in cui gli uomini e le donne non si riconoscono più come esseri chiamati a partecipare del potere creativo di Dio.

Questa è l’osservazione espressa da padre Robert Gahl, professore associato di etica presso la Pontificia Università della Santa Croce.

Al programma televisivo “Where God Weeps”, realizzato da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre, padre Gahl ha parlato della storia dell’aborto e di cosa implichi per il futuro.

L’aborto è una piaga universale. Ogni anno si effettuano più di 53 milioni di aborti in tutto il mondo. In alcuni Paesi più del 70% delle donne ha avuto un aborto. Perché oggi sono così dominanti questioni come aborto o eutanasia?

Padre Gahl: È un triste paradosso, che in fondo evoca il peccato originale. Con il peccato originale, Adamo ed Eva hanno tentato di sostituirsi a Dio. Quando gli esseri umani oggi cercano di acquisire il potere divino – il potere sull’origine della vita – e di sostituirsi a lui per poter controllare l’inizio della vita in un modo che è contrario al disegno di Dio e quindi contrario al disegno dell’amore, si sentono per un momento potenti. Arrivano anche a sentirsi vittoriosi per il prodotto che sono riusciti a creare. Tuttavia, poco dopo, subentra la frustrazione e persino la negazione della propria identità, perché essa è un’identità di amore, essendo noi fatti per amare.

I nostri cuori sono fatti per l’amore. Quindi, da persone che amano, nei loro rapporti familiari, diventiamo dei meri produttori, persone che hanno il controllo sui propri prodotti. Diventa la negazione della nostra dignità, perché se il nostro potere di dar vita è semplicemente quello di produrre elementi che implicano che “io sono stato prodotto” e che “io sono semplicemente l’esito di un sistema meccanizzato di produzione”, questa è la negazione della mia dignità come figlio di Dio e come figlio dei miei genitori.

Se guardiamo indietro nella storia, qual è stato il momento, il fattore decisivo, che ci ha portato, per esempio, ad accettare l’aborto e la ricerca sulle cellule staminali e alla prospettiva dell’eutanasia?

Padre Gahl: L’aborto è purtroppo molto diffuso, al punto che oggi molte persone e persino i documenti delle Nazioni Unite, lo considerano come un diritto. L’origine di tutto questo sta nella rivoluzione sessuale, che non è stata una rivoluzione di liberazione, ma una rivoluzione di narcisismo, di alienazione, di distacco dai legami, dagli affetti, dall’amicizia e di amore con altri. Elemento centrale della rivoluzione sessuale, che ha agito come una sorta di catalizzatore – come gettare benzina sul fuoco – è stato lo sviluppo dei contraccettivi chimici, che ha permesso di scindere il rapporto sessuale dalla procreazione e che ha consentito alle persone di godere della sessualità come un mero piacere egoistico. Ha consentito di scollegare quell’intrinseco ordine verso il dono della vita e così facendo ha scollegato la sessualità dagli impegni propri dell’amore: formare una famiglia, diventare padre e madre. È stata una degradazione della dignità umana.

Credo che il problema dell’aborto sia come un faro d’avvertimento. Un segno di avvertimento molto grave, che riguarda la vita stessa, ma che è indicativo di qualcosa di ancora più pervasivo e profondamente radicato nella nostra società, più di quanto non si possa pensare.

E di che si tratta?

Padre Gahl: Della perdita di identità di se stessi, in quanto esseri che partecipano al potere creativo di Dio e che sono chiamati ad essere genitori.

L’aborto è spesso considerato come il diritto di poter scegliere, ma viene addirittura giustificato come espressione di amore. Per esempio: preferirei abortire mio figlio piuttosto che crescerlo privo di amore. Come è possibile che siamo arrivati a questo sovvertimento in cui la morte è giustificata dall’amore?

Padre Gahl: Il vero amore umano è incondizionato. Amare qualcuno nonostante tutto. Nonostante qualsiasi cosa possa accadergli, ti prenderai cura di lui. Se si ammala, se in un incidente diventa paralizzato, ti prenderai cura di lui per il resto della sua vita. Un altro tipo di amore – forse un amore più egoistico – è quello in cui doni a qualcuno solo finché ti va. L’aborto è strumentale a questo tipo di amore, diventa una via d’uscita.

Bisogna invece rovesciare l’intera questione e accogliere tutti, ogni vita umana, come diceva Madre Teresa: non esistono figli non voluti. Se c’è un figlio indesiderato, portatelo a me e io mi prenderò cura di lui perché io amo quel figlio.

E questa è la verità della questione: se dovessimo accettare l’aborto come strumento di una sorta di azione altruistica, che consente di evitare le avversità della vita, ciò porterebbe tragicamente, direi delittuosamente, a sostenere che i disabili non dovrebbero esistere. Una volta fatto questo, arriveremmo alla negazione di ogni dignità umana.

Siamo passati dall’importanza della vita in quanto tale, a dare maggiore importanza alla qualità di quella vita. Questo passaggio verso la qualità della vita porta alla domanda: qual è la qualità della vita? Io vivo qualitativamente bene? E i disabili, godono di una qualità di vita sufficiente? E questa domanda riguarda la loro stessa esistenza.

Padre Gahl: Esattamente. La logica odiosa che è insita in ciò che lei ha appena descritto porta anche a giudicare noi stessi in base alle nostre capacità: io valgo per ciò che sono in grado di fare nella società. Se, a un certo momento, risultassi deludente perché mi sono ammalato, perché ho sbagliato, o perché mi trovo in un settore dell’economia che non è più desiderato dai consumatori, mi sentirei meno accettato da parte degli altri.

Questa struttura di giudizio si applica anche alle madri che danno alla luce bambini affetti, per esempio, dalla sindrome di Down. Queste madri si sentono giudicate negativamente ed è orribile, come se si fosse trattato di una scelta sbagliata, quella di mettere al mondo quel bambino, quel bellissimo essere umano. Questa è l’eugenetica: una logica perversa che ha portato, nelle società occidentali, all’aborto di quasi il 90% dei bambini diagnosticati con sindrome di Down.

Il dono più grande di Dio all’umanità è la possibilità di essere co-creatori della vita insieme a lui. Cosa rappresenta l’aborto in questo rapporto tra l’uomo e Dio?

Padre Gahl: Talvolta dimentichiamo – a causa del nostro “scientismo” che riduce tutto ad elementi scientifici – che l’inizio della vita umana non risiede solo nell’uomo e nella donna, ma anche in Dio. Richiede il concorso di tre persone, perché l’anima umana è immateriale. È un’anima spirituale che è creata direttamente e immediatamente da Dio. Quindi quando un uomo e una donna si uniscono per avere un figlio, questo sarà anche – e ancor di più – figlio di Dio.

Quindi, se riusciremo a recuperare il rispetto della vita, sarà grazie a una rinnovata consapevolezza del ruolo di Dio nel dare la vita e di questo potere che abbiamo insito in noi, che è un potere divino e trascendente. È un potere creativo in cui è come se avessimo Dio nelle nostre mani, perché possiamo, in un certo senso, dire noi a lui quando creare una nuova anima umana. Quindi se rinnoviamo quel rispetto per l’intervento di Dio, rinnoviamo anche il rispetto reciproco tra noi in quanto immagine di Dio, in quanto alter Christus.

In Paesi come la Russia, più del 70% delle donne ha avuto un aborto. I tassi di aborto in alcune province russe arrivano anche a livelli di 8 o 10 aborti per donna, perché è utilizzato come mezzo di controllo delle nascite. In Cina la politica del figlio unico ha costretto molte donne ad abortire. Che impatto spirituale e psicologico può avere questo sulla società?

Padre Gahl: Nell’Europa orientale, dove vediamo questi elevati tassi di aborto, spesso associati a elevati tassi di suicidio, alcolismo e gravi depressioni, esiste un senso di nichilismo, di totale perdita del senso della vita. Questo avviene in una società che non è edificata sull’amore per i propri figli. Questo deve essere rinnovato. Grazie a Dio, in alcuni di questi Paesi si è effettivamente registrata una tendenza positiva. Nella Federazione russa, in particolare, vi è stato un recente aumento nei tassi di natalità. I tassi di aborto sono ancora molto elevati, ma si spera che questo aumento della natalità possa arrivare anche a ridurre i tassi di aborto.

Cosa potrebbe e dovrebbe fare di più la Chiesa in questo ambito?

Padre Gahl: Anzitutto, quando pensiamo alla “Chiesa” tendiamo a pensare alla gerarchia – noi preti, i Vescovi, il Papa – ma in realtà la Chiesa è l’insieme dei cristiani battezzati. La Chiesa è una famiglia e quindi è necessario che tutti i suoi componenti – tutti i cristiani battezzati – accolgano la vita con amore. È necessario dare il proprio aiuto ai centri gravidanze difficili (crisis pregnancy centers). Certamente anche la Chiesa magistrale e gerarchica deve agire in coerenza con i principi della teologia morale cattolica in questo ambito.

La Chiesa deve continuare a seguire l’esempio di Karol Wojtyła, che come Arcivescovo di Cracovia aveva aperto centri di aiuto alle donne in situazioni difficili. Ma alla fine tutto si riduce a questo: Dio è amore. Io sono un figlio di Dio. Io sono fatto a immagine di Dio e quindi anche io devo rendere presente, in mezzo agli altri esseri umani, il volto di Dio, che è il volto dell’amore. Se facessimo così in ogni settore umano, se mostrassimo veramente rispetto per la dignità umana, rispetto e amore per le persone che soffrono, allora potremmo iniziare a recuperare nella società questi principi che sono necessari affinché ogni vita umana venga accettata. In questo modo, la vita non verrebbe più considerata come un mero prodotto, come i figli su misura da progettare in provetta, secondo i desideri dei produttori.

Se posso fare un passo indietro, vorrei aggiungere che anche la stessa nostra sessualità deve essere recuperata, nella consapevolezza che la sessualità è sacra e che quindi i nostri atteggiamenti di modestia e di rispetto verso la nostra sessualità e il desiderio sessuale devono essere vissuti in castità e fortezza, in modo preordinato alla donazione della vita all’interno della struttura della famiglia.

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Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per “Where God Weeps”, un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network in collaborazione con l’organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre.

Aiuto alla Chiesa che soffre: www.acn-intl.org

Where God Weeps: www.wheregodweeps.org

Francesca mi ha reso meno indifferente

abbraccioCarissimo don Silvio, leggendo un tuo editoriale ho rivissuto una pagina della mia vita. Questa volta però tu le hai dato un altro significato ed io ho potuto constatare che ciò che io consideravo solo come una mia colpa, in realtà è anche una conseguenza del fatto che il più delle volte mi trovo a portare da sola il peso della mia bambina o sono costretta a chiedere sempre alle stesse persone. Non è così facile coinvolgere altre persone, con il passare degli anni mi sono resa conto che lasciare un bimbo disabile in affido a qualcuno, anche solo per qualche ora, spaventa.

Si avverte disagio, così il più delle volte rinuncio a chiedere. Ancora più raro è che qualcuno, conoscendo la mia situazione, si offra volontariamente. Ecco perché la croce diventa ancora più insostenibile.

Tu avrai scritto queste riflessioni almeno una settimana fa e leggendole mi sono chiesta: chissà quante persone vivono le mie stesse pene, le mie stesse difficoltà. Forse è proprio giusto tirare fuori anche questi vissuti e accendere un faro su situazioni che troppo spesso – per non dire quasi sempre – passano inosservate o sono considerate normali.

E subito ho pensato alla notizia di quel nonno che ha deciso di togliersi la vita insieme al nipotino di cinque anni, affetto da una grave disabilità gettandosi nel fiume, abbracciato al bambino. Chissà quanto si sarà spaventato della disabilità del suo nipotino. Chissà quanto si saranno sentiti soli.

Questi gesti estremi sono il frutto anche di tutte le volte in cui i problemi o la sofferenza vengono visti come un’esperienza che chiama e coinvolge solo le persone direttamente interessate e non come un’occasione in cui ciascuno può fare la sua parte. Si dice troppe volte di no, anche quando non si pongono domande in modo diretto. Ciascuno evade e si diventa indifferenti con una facilità disarmante. Forse anch’io inconsapevolmente faccio così in relazione a tutto ciò che mi circonda.

La mia piccola Francesca mi ha reso sicuramente meno indifferente e mi ha fatto crescere tanto, anche se la vita ha ancora tante cose da dire e da insegnare. Gesù ci parla ogni giorno ma, forse a causa della nostra fragilità, impariamo ad ascoltare le parole di Gesù solo quando ci troviamo nella sofferenza. In questo caso, ci mettiamo in discussione più facilmente e comprendiamo quanto è importante imparare a fare la Sua volontà. Magari Lui ce l’aveva già detto quando eravamo felici o in occasioni dove la gioia sovrabbondava e noi pensavamo ad altro. Eravamo più attenti al mondo e alle cose che passano.

So bene che il mio cammino prevede tempi e spazi di solitudine, ma ti ringrazio di cuore per la tua condivisione che mi fa sentire la tenerezza di Dio e la compagnia della Chiesa.
Mariarosaria (dal sito www.puntofamiglia.net)