Archivi tag: divorzio

Lo Jugendamt, il nemico tedesco dei diritti dei minori

Jugendamt è un termine che a molti italiani suonerà nuovo. La sua espressione tipicamente teutonica, del resto, appare poco sui media. Eppure, accompagnato in patria dalla fama di baluardo della protezione sociale, questo ente di Stato tedesco svolge una funzione di difesa degli interessi della Germania presso le aule di Tribunale, a discapito di quelli dei genitori stranieri e dei minori. Marinella Colombo è una dei tanti italiani che lo hanno conosciuto sulla propria pelle. Lo Jugendamt, nel 2008, si è insinuato nella causa di separazione tra lei e suo marito, tedesco. Nonostante la donna avesse ottenuto l’affidamento, un giorno, a sua insaputa, i suoi due figli sono stati prelevati da scuola e riportati a Monaco di Baviera dal papà. Come se non bastasse, si è ritrovata un mandato di cattura internazionale per sottrazione di minori. Su questa vicenda personale ha scritto un libro dal titolo Non vi lascerò soli (ed. Rizzoli), simbolo di una battaglia che sta portando avanti per ottenere giustizia. Le sue istanze e quelle di tanti altri cittadini che vivono situazioni simili, sono state raccolte anche presso il Parlamento europeo, finora senza che ciò producesse alcun effetto.

È stata protagonista, suo malgrado, di una spiacevole vicenda con la legge tedesca. Vuol parlarcene e spiegare ai lettori cos’è lo Jugendamt?

Marinella Colombo: Jugendamt significa letteralmente “amministrazione per la gioventù”, lo Jugendamt è il genitore di Stato, il terzo genitore che prende parte, allo stesso titolo dei genitori (e non come consulente del giudice), a tutti i procedimenti nel quale sono coinvolti dei minori, come per esempio, ma non solo, le separazioni. La finalità delle azioni dello Jugendamt non è il “bene del bambino”, ma il bene che la comunità dei tedeschi trae nel trattenere ogni bambino nella propria giurisdizione. Ha anche funzioni di funzionario dell’anagrafe, redige il registro delle dichiarazioni di affido congiunto nei casi in cui la madre non sposata decida di concederlo al padre del bambino, ecc.. Il mio caso personale non è giuridico, ma politico. “Se la Germania vuole quei due ragazzini, diamoglieli!”, è stato dichiarato.

Quali iniziative finora sono state compiute nel Parlamento europeo per far luce su questo sistema e quali nuove iniziative intende adottare, se sarà eletta?

Marinella Colombo: Al Parlamento europeo, controllato come è dai tedeschi, non solo non sono state fatte iniziative per far luce su questo problema, ma si è cercato fortemente e a più riprese di boicottare ogni tentativo di informazione in merito, intrapreso da pochi eurodeputati impegnati come l’on. Cristiana Muscardini. Ad esempio, il convegno del 2012 al Parlamento europeo sullo Jugendamt ha visto l’ingerenza di Martin Schulz per limitarne la diffusione, mentre nell’aprile di quest’anno, la discussione delle Petizioni contro lo Jugendamt è stata arbitrariamente cancellata dall’ordine del giorno e reinserita all’ultimo momento solo a seguito delle nostre proteste espresse in una conferenza stampa internazionale. Questo sistema, inammissibile all’interno di Europa civile e rispettosa dei diritti, va pertanto fermato e abolito.

Un approfondimento da:
http://www.huffingtonpost.it/niccola-rinaldi/i-tremendi-abusi-dello-jugendamt-tedesco-sui-bambini-e-il-quieto-vivere-dei-nostri-governanti_b_5047912.html

lo Jugendamt ha le idee chiare: i figli restano in Germania, con la madre o il padre tedesco. L’altro genitore si accontenterà di una frequentazione limitata, a volte con l’obbligo di comunicare col figlio solo in tedesco. Questo anche in caso che il genitore tedesco abbia abbandonato il tetto coniugale, o sia responsabile di violenze domestiche, di alcolismo, d’indifferenza verso i figli. Il criterio della nazionalità primeggia su qualsiasi altra considerazione, con una minaccia latente anche per le coppie miste che non si separano ma che sono indotte a seguire i dettami dello Jugendamt. Al genitore separato e non tedesco resta soprattutto un onere: contribuire agli alimenti e all’educazione del figlio, anche se ha perso ogni ruolo nelle scelte della crescita. Chi non accetta queste regole è ulteriormente penalizzato, vedendosi negata anche una breve vacanza con i figli; e chi si sottrae per impossibilità o protesta al pagamento degli alimenti, o allontana il figlio dalla Germania, diventa vittima di un mandato arresto europeo emesso dal tribunale tedesco, pedissequamente applicato dagli altri paesi europei. Di fatto la Germania ha creato un meccanismo perfetto, approfittando da una parte degli automatismi dello spazio giudiziario europeo, e dall’altra della mancanza di norme europee nel diritto di famiglia – che rimane gelosamente sovranità degli Stati nazionali, con un costo della “non-Europa” altissimo in quanto a mancanza di diritti umani.

C’è un’eccezione: per i figli disabili l’affido è di norma al genitore non tedesco. Lo Stato germanico preferisce disfarsi di questi “soggetti deboli” e più costosi da assistere….

Perché i matrimoni ci commuovono ancora?

Humanum-Vatican-638x425Perché i matrimoni ci commuovono ancora? Noi non ci emozioniamo quando i nostri soci realizzano un accordo commerciale. Non versiamo lacrime quando diamo una stretta di mano amichevole. E non avvertiamo una simile gioia quando sentiamo parlare di un’unione “casuale”.

Il matrimonio è un’altra cosa. Si tratta di un uomo e una donna che entrano insieme una nuova vita.

E, tuttavia, è molto più di tutto questo. Essi stanno per entrare nelle generazioni. La loro unione proclama la vita: i loro genitori e i loro nonni vivono ancora dentro di loro. Il genere umano vive in loro. Le culture e le credenze del mondo vivono in loro. Sono là, nel loro sangue. Coloro che offrano la loro testimonianza conoscono questa verità. Anche loro sono nati dall’unione tra un uomo e una donna.

Guardate la nonna, ora fragile, che li osserva. Una volta era lei la sposa, e il ricordo di sua madre e di suo padre abita ancora dentro di lei.

Guardate il fratello che accoglie gli ospiti, un giorno sarà lui lo sposo, e anche lui entrerà in modo nuovo nella lunga storia in cui è nato.

Guardate i loro amici e i loro vicini. Essi sono molto più essenziali di quanto si possa immaginare perché sono loro che aiuteranno questo matrimonio a prosperare e beneficeranno del loro investimento, perché il matrimonio è una coppa che trabocca.

Guardate la madre dello sposo, che abbraccia il figlio tra sorrisi e lacrime. Un tempo egli era un bambino indifeso che ella ha allattato al seno. Ora è più alto di lei, la sua voce è profonda, e le sue spalle ampie. Ella ricorda il giorno in cui nacque. Colui che una volta era il suo bambino, un giorno sarà padre.

Guardate il padre della sposa, che la tiene per mano. Egli ricorda quando sua madre l’ha messa al mondo, e vede in lei una cosa ancora difficile da credere—l’immagine di una futura madre. Ella è portatrice di futuro, è insostituibile.

Guardate l’uomo e la donna insieme. Essi non sono solo due persone. Lui è per lei, e lei per lui; sta iscritto nei loro corpi. La loro unione genererà la vita che unisce e lega le famiglie, spinge la fede a prosperare, e aiuta l’umanità e le diverse culture del mondo a rifiorire.

Entrambi sono desiderosi di assumersi le loro nuove responsabilità – il loro dono di sé all’altro – e non pensano molto a ciò che è loro dovuto. Non sanno nulla ancora delle difficoltà che li aspettano, esiste solo il desiderio di intraprendere questo viaggio insieme.

È difficile oggi parlare di queste cose ovvie e belle, che comunque esistono. Tutti i testimoni lo sanno. Sono la musica dell’uomo e della donna. L’uomo con la donna dà il meglio di sé, convogliando il suo sangue e la sua mente verso ciò che rende possibile la vita; e la donna con l’uomo dà il meglio di sé, indirizzando il suo amore e la sua cura verso ciò che rende dolce la vita.

Oggi, però, le famiglie create dal matrimonio sono esposte ad un esercito di distrazioni, e al ladro e al nemico che vengono a rubare e a distruggere. I matrimoni sono sempre più rari e nel mondo nascono sempre meno bambini. Laddove la povertà consuma, il matrimonio sembra essere irrealizzabile. Laddove la guerra affligge, le famiglie sono schiacciate. Ovunque il matrimonio si debilita, noi perdiamo i beni trascendentali e materiali di cui tutti gli esseri umani dovrebbero godere.

E anche noi siamo colpevoli, quando abbiamo prestato poca attenzione ai matrimoni esposti all’erosione del vento e della pioggia. Quando i bisogni dei bambini soccombono ai desideri degli adulti, spesso siamo rimasti in silenzio. L’amore si riduce ad un oggetto di consumo, ad un’immagine ritoccata, o a uno slogan da esportare. Non funzionerà. Noi non potremo prosperare.

Perché il matrimonio non è semplicemente il simbolo di un successo, ma il fondamento, una base solida da cui partire per costruire una famiglia e, da lì, una comunità. Perché il matrimonio in terra ci lega attraverso i secoli nella carne, attraverso le famiglie nella carne, e attraverso la differenza enorme ma allo stesso tempo meravigliosa dell’uomo e della donna, nella carne. Chi siamo noi per alterare tutto questo? Tocca a noi, però, incoraggiarlo e celebrarlo.

Ed è per questo che ci rallegriamo ai matrimoni.

Questo è quanto affermiamo.

(“Una nuova affermazione sul matrimonio” www.humanum.it)

Dati alla mano: le convivenze preparano i divorzi

A proposito della relazione finale del Sinodo, si è molto discusso su tre paragrafi – 52 e 53, sulla comunione ad alcune categorie di divorziati risposati, e 55, sull’accoglienza delle persone omosessuali – che, non essendo stati votati dai due terzi dei padri sinodali, a norma dell’articolo 26 comma 1 del regolamento del Sinodo come riformato da Benedetto XVI nel 2006 non vanno considerati espressione ufficiale dell’assise sinodale.

Minore attenzione ha attirato il fatto che c’è un paragrafo che ha raggiunto la prescritta maggioranza per un pelo, ed è passato per soli due voti. È il paragrafo 41, che invita a  «cogliere gli elementi positivi presenti nei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, nelle convivenze». Dal momento che tutti siamo invitati dal Papa a riflettere e contribuire in vista del Sinodo del 2015, possiamo certamente dire che l’espressione si presta a equivoci. Non è meno vero che i documenti vanno letti nella loro integralità. Il paragrafo 41 va letto insieme al paragrafo 27, che invita a «prestare attenzione alla realtà dei matrimoni civili tra uomo e donna, ai matrimoni tradizionali e, fatte le debite differenze, anche alle convivenze. Quando l’unione raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico, è connotata da affetto profondo, da responsabilità nei confronti della prole, da capacità di superare le prove, può essere vista come un’occasione da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio. Molto spesso invece la convivenza si stabilisce non in vista di un possibile futuro matrimonio, ma senza alcuna intenzione di stabilire un rapporto istituzionale».

Ne risulta con chiarezza – ancorché rimanga il carattere ambiguo del n. 41 – che il fatto che alcuni siano sposati civilmente o convivano da anni con «notevole stabilità» e «vincolo pubblico», educando bene i figli, ha un suo valore rispetto a chi semplicemente passa instabilmente da una relazione all’altra o convive senza alcuna intenzione «istituzionale» di stabilità, ma la Chiesa prende in considerazione questo elemento «come un’occasione da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio» e non per lasciare le cose come stanno.

Lascio volentieri ai teologi moralisti il compito di precisare le cose, spiegare come sia il paragrafo 27 che interpreta il 41 e non viceversa, e magari trovare formulazioni più chiare che evitino, come è stato detto al Sinodo, di scambiare la «legge della gradualità» per una indebita «gradualità della legge». Ma non sono un teologo, lo spettacolo dove qualunque editorialista di Repubblica o di altri giornali si reinventa come specialista di teologia mi sembra perfino un po’ ridicolo e vorrei dare il mio contributo parlando di cose di cui sono esperto, cioè di sociologia.

Parto dalla controversa affermazione del numero 41 secondo cui nei matrimoni civili e, sia pure in misura minore, nelle convivenze stabili e protratte per lunghi anni ci sono «elementi positivi». Leggendo insieme i numeri 27 e 41, sembra di capire che i padri sinodali, nella loro maggioranza, pensino che queste forme di unione vadano peggio del matrimonio sacramentale – per cui le persone che le praticano vanno invitate, se ne hanno i requisiti e se ci credono, a sposarsi in chiesa – ma vadano meglio delle semplici convivenze effimere e instabili.

La sociologia parte sempre dai numeri. Il mio maestro e amico Rodney Stark mi ha ripetuto tante volte che in sociologia «chi non conta non conta», cioè chi non conta i numeri e le quantità conta poco tra i sociologi seri. Che cosa ci dicono i numeri in materia di matrimoni civili e di convivenze?

Anzitutto, un’ovvietà. Il matrimonio religioso dura di più, con meno divorzi, e fa più figli del matrimonio civile. Ci sono statistiche anche di altri Paesi, ma in Italia l’alternativa fra matrimonio in chiesa e in comune è particolarmente chiara a causa della situazione legislativa. Basta leggere gli studi del demografo Roberto Volpi per trovare numerosi dati relativi alla maggiore tenuta nel tempo, resistenza al divorzio e fecondità del matrimonio religioso rispetto a quello civile.

Proviamo ora a paragonare matrimonio – religioso o civile – e convivenza. Qui gli oppositori del matrimonio citano spesso studi marginali o riferiti a campioni limitati, senza rendersi conto che esiste un’immensa miniera di dati demografici, gli Stati Uniti, dove lo U.S. Census Bureau raccoglie statistiche dettagliate su matrimonio e figli da oltre cento anni. Da questi dati risulta in modo inequivocabile che le donne non sposate hanno un tasso di fecondità più basso rispetto alle donne sposate. Lo dicono i numeri, e non c’è ideologia che riesca a cambiarli. Per limitarci ai dati più recenti, dal censimento americano del 2008 emerge come la percentuale di donne senza neppure un figlio era del 77,2% fra le non sposate e del 18,8% fra le sposate. Il numero medio di figli per ogni gruppo di mille donne sposate era di 1.784, per ogni gruppo di mille donne non sposate di 439. Le nascite medie all’anno su mille donne sposate erano 83,6, su mille donne non sposate della stessa coorte di età 41,5.

E il dato statistico non è poi così sorprendente. Fare un figlio non è un semplice fatto biologico. Senza prospettive di stabilità e sicurezza per allevarlo ed educarlo, è più difficile che una donna decida oggi d’intraprendere quest’avventura, ed eventualmente resista alle sirene dell’aborto. Dal momento che il problema demografico è il più drammatico problema culturale, economico e sociale dell’Occidente, se ne può concludere che il matrimonio è uno stato demograficamente preferibile a ogni forma di non-matrimonio.

Ma che dire delle convivenze «stabili»? Dagli stessi dati statunitensi, e da quelli di altri Paesi – in modo peraltro meno univoco – si ricava che, in linea generale ma non ovunque e non sempre, le donne che vivono in convivenze protratte per un certo numero di anni sono meno feconde di quelle sposate (parliamo ovviamente di fecondità sociale e non biologica), ma più feconde di quelle sessualmente attive che non sono però impegnate in una regolare convivenza. Se prestiamo attenzione alla demografia – che è un parametro sociologico non secondario, ma fondamentale – il Sinodo ha le sue ragioni. Le convivenze sono più feconde dei legami effimeri, ma meno dei matrimoni. I matrimoni civili sono più fecondi delle convivenze, ma meno dei matrimoni religiosi. C’è dunque effettivamente un «aspetto positivo» demografico – insisto, da sociologo non mi occupo qui di problemi morali – nei matrimoni civili, e in misura minore nelle convivenze stabili, rispetto a un’attività sessuale condotta regolarmente ma al di fuori di forme stabili di convivenza.

Attenzione, però. Fin qui abbiamo parlato di convivenze stabili e protratte nel tempo, cioè di coppie che vivono la convivenza come alternativa al matrimonio. Completamente diversa è la questione delle convivenze cosiddette prematrimoniali, cioè di quella percentuale di giovani – che in alcuni Stati degli Stati Uniti e anche in alcune regioni italiane sembrerebbe maggioritaria – che «prova com’è» andando a convivere prima del matrimonio. Questi giovani non stanno praticando un’alternativa al matrimonio, cui si dichiarano contrari, a differenza delle «vecchie» e stabili coppie di conviventi. Non è necessario essere sociologi per conoscere dei ragazzi che ci raccontano che «per evitare di divorziare dopo» preferiscono provare a convivere prima. Lo raccontano anche ai preti nei corsi prematrimoniali, ormai in molte parrocchie frequentati in maggioranza da già conviventi. Occorre invece essere sociologi per rispondere a questi giovani che si sbagliano.

Se c’è un dato certo, che gli studi sociologici mettono in luce costantemente da almeno venticinque anni, è che la convivenza prima del matrimonio non fa diminuire i rischi di divorzio ma li aumenta. Il testo base è un famoso studio di David E. Bloom pubblicato sulla «American Sociological Review» nel 1988. Bloom conosceva le obiezioni relative alla popolarità del matrimonio (allora) negli Stati Uniti rispetto alla più «avanzata» Europa del Nord e analizzò principalmente i dati di un Paese in questo senso al di sopra di ogni sospetto, la Svezia. Concluse che le coppie che arrivavano al matrimonio dopo avere coabitato avevano un tasso di divorzio superiore dell’ottanta per cento rispetto alle coppie che non avevano coabitato. Qualcuno potrebbe pensare che il problema fosse che questi giovani svedesi avevano coabitato per un tempo insufficiente a conoscersi a fondo. Tutto il contrario, rispondeva Bloom: entrando nel campione delle coppie che avevano coabitato, chi aveva coabitato per tre anni e più una volta sposato mostrava un tasso di divorzio superiore del cinquanta per cento rispetto a chi aveva coabitato per periodi più brevi.

Siccome i dati di Bloom cozzavano contro l’opinione comune, parecchi ricercatori hanno cercato di inficiarli ripetendo la sua analisi decine di volte sui campioni più svariati. Con pochissime eccezioni – a loro volta criticate e criticabili sul piano metodologico – le ricerche non hanno smentito ma confermato i risultati di Bloom. A distanza di venticinque anni il dato sembra acquisito. La maggioranza dei sociologi non si chiede più «se» la convivenza prematrimoniale renda il successivo matrimonio più esposto al divorzio – la risposta positiva è ormai evidente – ma «perché» questo avviene. Qui i sociologi potrebbero a loro volta imparare dal Sinodo, cioè da quelle ampie parti della relazione finale di cui nessuno parla, perché non affrontano i temi «caldi» che attirano di più l’attenzione dei giornalisti ma celebrano la bellezza dell’impegno matrimoniale indissolubile. Chi non si abitua già prima del matrimonio a rispettare regole e a resistere a tentazioni non lo farà neppure dopo il matrimonio, dunque chi non resiste alla tentazione di convivere oggi non resisterà alla tentazione di divorziare domani.

I sociologi, a meno che siano sacerdoti (capita), non confessano nessuno. Non spetta a me valutare il grado di responsabilità dei giovani che convivono prima del matrimonio e le complesse ragioni per cui fanno questa scelta. È però non solo diritto ma dovere di chi si occupa di scienze sociali spiegare ai giovani che scelgono la convivenza – ed eventualmente, con tutto il rispetto, anche a qualche padre sinodale che non lo sapesse – che le convivenze prematrimoniali non sono un antidoto al successivo divorzio ma al contrario lo preparano.

Massimo Introvigne su La Nuova Bussola Quotidiana http://lanuovabq.it

La priorita’ e’ difendere i bambini e avere figli non e’ un diritto

E se il dibattito sulle unioni civili da terreno di scontro, diventasse anche terreno di possibile incontro tra laici e cattolici? Il cardinale Edoardo Menichelli, arcivescovo di Ancona, è uno dei porporati italiani nominati da Papa Francesco: «Quando si toccano certi temi non dovrebbero esistere steccati o posizioni pregiudiziali».

Perché siete preoccupati per la legge sulle unioni civili in particolare per le adozioni alle coppie gay?

«La nostra preoccupazione nasce innanzitutto da un dato di fatto incontrovertibile: si avverte il bisogno impellente di intervenire su una materia che riguarda un numero limitato di persone, e si fa poco per aiutare la famiglia…».

A che cosa si riferisce?

«Al fatto che non si è mai introdotto il quoziente familiare per un fisco che tenga veramente conto della famiglia e del numero dei figli. Al fatto che ci sono tante situazioni nelle quali è un problema sposarsi e avere figli perché mancano un lavoro minimamente stabile e la casa. Al fatto che siamo il Paese con la più bassa natalità in Europa ma non mi sembra che ci preoccupiamo di invertire questa tendenza, come invece hanno fatto, da decenni, Paesi che pure rivendicano in continuazione la loro ”laicità”, come nel caso della Francia. Devo continuare?».

Io però le avevo chiesto di parlare delle unioni civili. In particolare della norma che prevede la step-child adoption, cioè l’adozione del figlio dell’altro coniuge, per le coppie omosessuali.

«Ho cercato di rispondere: le unioni civili non mi sembrano una priorità. La priorità sarebbe aiutare sul serio le famiglie, in modo concreto. Vede, se il nostro fosse un Paese dove si sostiene la famiglia, riconoscendone il ruolo insostituibile di cellula fondamentale della nostra società, primo luogo formativo, prima scuola, primo ammortizzatore sociale, primo ospedale, allora sarebbe più facile discutere di come venire incontro anche a determinate esigenze riguardanti i diritti individuali delle persone. Tutto questo senza equiparare altre forme di convivenza al matrimonio che, come prevede anche la nostra tradizione giuridica, è l’unione tra un uomo e una donna che si impegnano pubblicamente a vivere insieme, con dei diritti e dei doveri».

Mi sta dicendo che non c’è chiusura totale sull’argomento da parte della Chiesa?

«Noi crediamo e ribadiamo che il matrimonio è l’unione di un uomo e una donna, aperto alla generazione di figli. Mi fa un po’ specie ripeterlo, eppure è un dato di realtà che viene prima di qualsiasi contenuto confessionale o religioso. Ciò non significa che non si possa trovare il modo di rispondere a certe esigenze delle persone, riguardanti l’assistenza sanitaria, problemi patrimoniali, etc. Molte risposte ci sono già nel nostro diritto civile. Se ne possono individuare altre, costituire un testo unico, ma senza equiparazioni che seppur non nominalmente, di fatto rendano altre forme di unione uguali al matrimonio».

Parliamo dell’adozione dei figli…

«Dobbiamo avere sempre un’attenzione particolare ai più deboli, cioè ai bambini. Questo principio vale anche quando parliamo di separazioni e divorzi: spesso infatti ci dimentichiamo che a pagare il prezzo più alto sono proprio i figli della coppia. Il recente Sinodo dei vescovi sulla famiglia l’ha ricordato. Ebbene, proprio da questo criterio e da questa preoccupazione viene il nostro no alle adozioni per le coppie omosessuali. Non basta dire che l’utero “in affitto”, pratica degradante per la donna ridotta a incubatrice dei desideri altrui, non è prevista nella nostra legislazione. Se passa la stepchild adoption, chi impedirà di andare all’estero, dove questa pratica è legale, per avere un bambino e poi tornare in Italia facendolo adottare anche al partner? Noi crediamo che il figlio non sia un “diritto”, perché così diventerebbe in qualche modo un figlio-proprietà. E allo stesso tempo, con Papa Francesco ripetiamo che ogni bambino che viene al mondo ha il diritto di crescere in una famiglia con un papà e una mamma. Mi hanno colpito positivamente le reazioni di alcune esponenti del movimento femminista su questo argomento, contrarie alla stepchild adoption e all’utero in affitto in nome della dignità della donna. Quando si toccano certi temi non dovrebbero esistere steccati o posizioni pregiudiziali».

La Chiesa non rischia di essere retrograda in questo campo?

«Perché mai? Forse perché afferma l’evidenza del fatto che il matrimonio è l’unione di un uomo e una donna aperti alla generazione di figli? Perché si preoccupa dei più deboli e dei più indifesi, cioè i bambini? Perché chiede che la famiglia e il suo ruolo insostituibile vengano riconosciuti e adeguatamente sostenuti? Non credo che questo significhi essere retrogradi. Non tutti i desideri sono diritti, non tutte le forme di convivenza possono essere equiparate di fatto al matrimonio. Questo non significa discriminare le persone omosessuali: ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, va rispettata e accolta. E si possono trovare gli strumenti per venire incontro a certe esigenze di chi vive questo tipo di unioni».

da: La Stampa

Ho deciso di divorziare e me ne sono pentito

divorzio1Ho proposto alla mia ex moglie di divorziare da persone civili – senza acrimonia o offese. Le ho chiesto di curare i documenti senza l’aiuto di terzi: un accordo per gli alimenti manipolato, la divisione dei beni e il concordare la custodia e il tempo da condividere con i nostri figli. Era, le ho detto, la cosa più ragionevole, quella più intelligente da fare.

Al colmo del cinismo le ho proposto di restare buoni amici. E lei, stanca, ha acconsentito.

Poi è stato tutto una bugia. Niente può finire bene quando dentro si è rotto qualcosa con un danno irreparabile. Un danno che ha lasciato una conseguenza imprevedibile sulla vita sua e dei nostri figli, trasformando tutti noi in esseri infelici.

Le mie motivazioni? Avevo un’altra relazione, e cercavo di convincermi che era il momento in cui avevo davvero la libertà di scegliere, quando è stato proprio per la mia libertà che ho provocato tutto.

Il mio primo matrimonio è stata un’autentica storia d’amore stroncata dalla mia immaturità e dal mio egoismo. Una storia in cui quello che poteva e avrebbe dovuto essere non è stato perché è intervenuta la mia libertà. La vita mi ha fatto vedere che in quel periodo ho sempre scelto quello che non avrei dovuto.

L’uomo che si sposa rinuncia a tutte le altre donne per la persona scelta, e tuttavia ho scelto di non essere fedele a mia moglie.

Quando ho percepito in lei difetti e limiti, come ne abbiamo tutti, ho scelto di non accettarli.

Di fronte ai problemi economici e alle contrarietà che avrebbero provato il mio amore ho scelto di non sforzarmi.

Quando lei si aspettava comprensione ho scelto di non comprendere, e di non perdonare.

Quando si è presentata la malattia, il dolore, ho scelto di fuggire.

Quando è nato ciascuno dei nostri figli è sbocciata una speranza di ricostruire la nostra storia, ma ho scelto di non farlo.

Quando lei cercava risposte ho scelto il silenzio.
Quando mi è stato offerto il perdono ho scelto di ignorarlo.
Quando lei mi ha cercato angosciata ho scelto di lasciarla sola.
Mi sono risposato senza commettere gli stessi errori, ma nel profondo della mia anima sono infelice perché vivo con molti rimorsi, e per quanto possa aprire il mio cuore per donarlo totalmente ai membri della mia nuova famiglia sarà sempre un cuore spezzato, e loro lo sanno.

Vorrei che i miei figli sapessero che si può trovare la felicità solo amando ed essendo amati, che è impossibile imparare a vivere senza l’amore autentico, che la vera libertà dà all’amore il suo valore.

Il problema per me è che ho amato al contrario, egoisticamente, perché ho amato me stesso e ho finito per essere frustrato. L’aspetto più duro è che essendo libero è questo che ho scelto.

Il “dover essere” dell’amore nel matrimonio presuppone due cose: che qualcosa sia chiamato ad essere e che quel qualcosa possa non essere per la libertà dell’uomo, per cui spetta a quest’ultimo usare la volontà per impegnare la sua libertà, assumendo il futuro possibile nella sua pienezza e totalità per donarlo all’altro.

Amare è poterlo fare.

di Orfa Astorga

Un avvocato salva un matrimonio con un biglietto per la sua cliente

16-sukiCome da prassi nei miei appuntamenti, annoto i documenti da presentare nel corso dell’azione legale sul mio blocco e chiedo al cliente di portare tutta la documentazione. Ma questo caso era diverso… Ho ascoltato pazientemente la mia cliente mentre parlava dei motivi che la portavano al divorzio, e come nella maggior parte dei casi di questo tipo si poteva percepire quanto la coppia fosse legata e l’amore che ancora c’era tra le parti.

Si trattava di un momento di conflitto unico, e quella decisione, a mio avviso, era precipitosa, ma chi sono io per interferire nella vita altrui? Chi sono per mettere bocca nel rapporto della coppia? Chi sono per giudicare la decisione di entrambi? SONO L’AVVOCATO! E ho imparato quando ero ancora all’università che devo risolvere i conflitti, orientare le parti prima che si decida di agire in campo giuridico. Ed è questo che ho fatto.

Dopo aver chiesto i documenti ho preparato un piccolo questionario, e ho chiesto alla ragazza di darsi la risposta alle quattro domande. Se dopo aver risposto e aver analizzato la situazione con calma, lontano dal turbinio di informazioni che le stavano passando per la testa in quel momento, avesse deciso comunque di divorziare, bastava che mi portasse la documentazione e avrei posto fine a quella storia.

Le domande erano semplici.

Cos’hai fatto per cercare di salvare il tuo matrimonio? La maggior parte delle persone non fa assolutamente nulla. Il divorzio dev’essere l’ultima opzione, in tutti i casi. Pensate ai figli, ai primi mesi della relazione. Se avete già superato tante difficoltà, perché lasciarsi scuotere da questa situazione? (Ogni caso è a sé).

Il divorzio è la migliore opzione oggi? Può anche essere, ma sarà l’opzione migliore tra due settimane, a mentre fredda, quando i problemi non saranno più così pressanti e i motivi saranno diventati più chiari? Non fate niente a caldo. Le decisioni precipitose distruggono le storie.

Cosa ti influenza di più oggi? Amici? Parenti? Amanti? Prendere decisioni influenzati da persone che non partecipano alla nostra routine è un errore. I figli sono un buon punto di riferimento da questo punto di vista. Ascoltateli.

Quante cose avete superato insieme, e come vi siete conosciuti? Può anche essere che non siate mai passati per un momento di questo tipo, ma non costa ricordare le crisi, le discussioni, le separazioni del periodo del fidanzamento. Se all’epoca siete riusciti a superarle, perché non dovreste farlo ora? Vi siete conosciuti per qualche ragione, e state certi che nella vita nulla accade per caso.

Ho terminato chiedendo a quella ragazza se pensava di incontrare qualcuno che le desse tutto ciò che il marito non le stava dando in quel momento. Ha annuito. Ho chiuso dicendo che quando l’erba del vicino è più verde non abbiamo bisogno di andare a provarla. Basta dare acqua alla nostra erba. Nella vita succede lo stesso. Prima di cambiare, prova a sistemare.

Per quanto possa sembrare incredibile, la coppia oggi è tornata, mi ha restituito le mie note, ha detto che non ha più bisogno dei miei servizi e mi ha ringraziato per i consigli che ho dato.

In poche parole: ho perso la cliente, ma ho guadagnato una coppia di amici. Sono cose semplici della vita che valgono la pena.

di Rafael Gonçalves

 

 

Cari mamma e papa’, anch’io soffro per il vostro divorzio

divorzio2Il matrimonio e’ una bella unione che ci porta a impegnarci per la vita ad amare e a rendere felice l’altro. E’ comune ascoltare i fidanzati che stanno per sposarsi, pieni di gioia, spiegare che si sposano perché si amano, perché sono felici insieme, perché non possono vivere l’uno senza l’altro.

Cosa succede allora quando il matrimonio finisce?

Uno dei dolori più traumatici e duri nella vita dell’essere umano, anche al di sopra della morte, è la rottura di un matrimonio, la separazione, il divorzio. Conosco la storia di una coppia di sposi sopravvissuti a un campo di concentramento durante l’Olocausto. La moglie spiegava che anche se quegli anni erano stati realmente un inferno, stare al fianco del marito li alleggeriva. Pochi anni dopo la liberazione la coppia ha divorziato, e la moglie nel suo dolore ha raccontato che avrebbe preferito tornare a vivere gli anni del campo di concentramento che passare per la separazione dal suo sposo…

A quanto sembra, l’essere umano è più preparato ad accettare la morte che ad accettare il divorzio. E dicendo questo non mi riferisco solo ai coniugi, ma anche ai figli.

I figli dovrebbero essere il luogo di incontro della coppia, e spesso diventano invece il luogo di divisione. I figli, ricordiamolo, sono affidati da Dio a noi genitori, ed è nostro privilegio così come nostro dovere formarli e dare loro una famiglia piena di amore, fiducia e sicurezza perché diventino pienamente adulti. La famiglia è la scuola per eccellenza per formare esseri umani liberi che possano compiere il progetto di Dio e questo, in principio, è che siano felici.

Quando un matrimonio finisce in divorzio, indipendentemente dai motivi, i figli in genere diventano oggetto di dispute e litigi. La crisi della coppia comporta la destabilizzazione della famiglia e interessa sia gli adulti che i figli e la società in generale come conseguenza.

Esistono innumerevoli studi che dimostrano che le conseguenze di un divorzio su un figlio sono devastanti. I figli sentono minacciata la propria sicurezza personale, spesso si danno la colpa per la separazione dei genitori e assumono come missione il cercare una riconciliazione tra loro. È una situazione che spesso li fa soffrire per tutta la vita. Anche in età adulta, un figlio di genitori divorziati può desiderare che i suoi genitori stiano sempre insieme. I figli di genitori divorziati hanno molte probabilità di essere psicologicamente instabili, come conseguenza di un rifiuto che non dovrebbe in alcun modo essere nei loro confronti. L’assenza di uno dei genitori da casa è insostituibile. La paura di impegnarsi, di essere autentico e di donarsi a un’altra persona per amarla per tutta la vita è enorme. Com’è possibile mettere la mia felicità nelle mani di un altro che mi può rifiutare? Come posso essere degno di essere amato per sempre se i miei stessi genitori non ci sono riusciti?

Io sono figlia di un divorzio, e la separazione dei miei genitori è avvenuta quando ero già adulta. Ad ogni modo, posso dirvi che le conseguenze per me sono state devastanti come quelle che leggo in questi studi.

Sentire che i miei genitori sono rimasti uniti per noi e non per loro stessi è un peso molto duro da portare. Capire che in qualche modo hanno sacrificato la propria vita per noi è come aver vissuto in un mondo fittizio. Cos’è stato quello che ho vissuto? La mia famiglia è stata un’illusione? Il matrimonio è un’illusione?

Ero accecata dal dolore e dalla solitudine, vivendo in un mondo in cui per i miei amici l’idea che i miei genitori si separassero era una cosa normale e il mio dolore era incomprensibile. Sono giunta alla conclusione che il matrimonio non era un cammino di felicità, che se due persone si amano e desiderano stare insieme non è necessario un pezzo di carta o un sacramento perché questa unione sia valida.

Sono stati anni dolorosi, e anche se ho nostalgia della famiglia che siamo stati e degli anni felici trascorsi insieme, posso dire che grazie al modo di comportarsi dei miei genitori e ai loro buoni rapporti in generale dopo la separazione il dolore è andato diminuendo.

Grazie all’aiuto e all’accompagnamento soprattutto di consacrati e coppie cattoliche che mi hanno insegnato che il matrimonio era un cammino di felicità e che poteva essere il mio cammino di felicità, oggi, pur con queste ferite e queste paure, ho una famiglia che amo e alla quale dedico ogni minuto della mia esistenza. Ho scoperto che alla ricetta del matrimonio che avevo in mente mancava un ingrediente: Dio.

Leggevo nella “Relatio post disceptationem” dell’undicesima congregazione generale del Sinodo sulla famiglia 2014 quanto segue: “In questo contesto la Chiesa avverte la necessità di dire una parola di speranza e di senso”. È proprio ciò che è successo a me. È nella Chiesa e nella figura di Gesù e della Sacra Famiglia che ho trovato quel senso che si era spezzato e quella consolazione che cercavo come figlia. Quell’amore incondizionato fino all’estremo per rendere felice l’altro, quell’altro che oggi sono mio marito e i miei figli.

Attraverso questa storia, che come vedete è anche la mia storia, esorto alla riflessione su come farci carico del divorzio e delle sue conseguenze, soprattutto nei figli. Credo che la prima cosa sia concentrarci sulla causa: il matrimonio. I matrimoni oggi finiscono prima perché si entra nel sacramento senza la conoscenza sufficiente e la preparazione adeguata. Ancora, non è solo la mancanza di conoscenza in sé, ma una mancanza di autoconoscenza da parte della persona.

Per questo è necessario che come coppie cattoliche usciamo ad annunciare il vero significato e a condividere la nostra realtà con altri, accogliendo anche le famiglie che soffrono per una rottura e accompagnando quei figli e quei genitori in un processo di riconciliazione. È necessario insegnare alle coppie che i figli sono di Dio e non una cosa che diventa un possesso dei genitori (o di uno dei genitori). E infine, cosa più importante, dobbiamo annunciare con il nostro esempio di coppia che in Dio l’amore è eterno e che il nostro “sì” per sempre accanto a Lui è una garanzia di felicità.

Sta a noi, in qualche modo, diminuire la sofferenza di molti.

di Silvana Ramos

La scienza lo conferma: i matrimoni duraturi dipendono da due fattori

marriageNonostante l’elevato numero di divorzi, le persone continuano a sposarsi. Solo nel “mese delle spose” (giugno), negli Stati Uniti la media e’ di 13.000 matrimoni.

Molte delle migliaia di coppie che iniziano una vita insieme non saranno però capaci di mantenere la propria relazione per molto tempo.

Tenendo in considerazione tutto questo, John e Julie Gottman, una coppia di psicologi, ha condotto un ampio studio sulle coppie per comprendere i motivi principali del successo o del fallimento del loro matrimonio.

Le conclusioni dello studio possono sembrare ovvie, ma servono da avvertimento per aspetti che meritano più attenzione nel rapporto.

Gli psicologi hanno montato il cosiddetto “Laboratorio dell’Amore” e vi hanno portato 130 coppie. Ogni coppia ha trascorso una giornata nel laboratorio, svolgendo i compiti quotidiani – mangiare, cucinare, pulire -, mentre gli esperti osservavano.

Alla fine dello studio, le coppie sono state classificate in due gruppi: maestri” e “disastri”.

Dopo sei anni, le coppie sono state richiamate dagli psicologi. I “maestri” continuavano a stare insieme e ad essere felici, i “disastri” non erano più sposati, o lo erano ancora ma erano infelici.

Quali sono state le conclusioni dello studio?

Osservando le coppie, gli scienziati hanno concluso che la generosità e la bontà sono fondamentali all’interno del matrimonio. Un gesto semplice come rispondere alle domande quotidiane con aggressività o generosità può influire sul futuro e sulla qualità della relazione.

Domande come “Hai visto quella notizia?” possono essere l’opportunità per far sì che un coniuge dimostri più interesse per i gusti dell’altro, agendo con generosità e bontà, il che porta a creare un maggior legame tra i due.

Ignorare ciò che ha detto l’altro, rispondere con durezza, disinteresse o indifferenza può mostrare molto più di mancanza di tempo o stanchezza. Per questo, bisogna curare con attenzione tutti questi dettagli.

Abbiamo sempre la possibilità di scegliere di rispondere con generosità o in modo brusco. I “maestri” dimostravano interesse per le necessità emotive dell’altro, cercavano di creare un’atmosfera di ammirazione e gratitudine per le cose che l’altro faceva.

Le coppie “disastro” costruivano un ambiente basato sull’insoddisfazione, sottolineando sempre gli errori dell’altro, ciò che l’altro non aveva fatto, trascurando le qualità del coniuge.

Generosità e bontà possono quindi salvare un matrimonio.

Non si tratta soltanto di fare una bella sorpresa il giorno dell’anniversario di matrimonio. Ciò che ha dimostrato lo studio implica l’applicazione di piccole dosi di generosità e bontà nella vita quotidiana: gentilezze, complimenti, concentrarsi su ciò che l’altro ha fatto di positivo e non di negativo.

Puoi lodare ciò che il tuo coniuge ha fatto di buono o lamentarti per ciò che non ha fatto. A te la scelta. E il tuo matrimonio può dipendere da questo.

Gli psicologi Gottman hanno studiato le coppie con elettrodi durante la loro intervista e hanno verificato che i coniugi “disastri” erano fisicamente stressati quando conversavano tra loro; fisiologicamente, era come se si trovassero in mezzo a una battaglia. I “maestri” mostravano invece passività, relax e tranquillità nelle loro conversazioni.

E voi, a quale gruppo volete appartenere? C’è ancora tempo per applicare questi suggerimenti semplici e pratici alla vostra vita quotidiana!

da: aleteia.org

Non di soli sgravi vive la famiglia

famiglie sgraviIl nuovo anno è stato salutato dai cattolici italiani con un dibattito tutto loro sulle priorità della loro azione politica. È parso allora per un attimo che si contrapponessero l’equità fiscale e la protezione valoriale, mentre una lettura più attenta suggerisce che l’una non possa darsi senza l’altra.

Oggi è il tempo degli uomini “pratici”. La loro parola d’ordine è “concretezza”. La crisi della famiglia, ci dicono questi uomini della praticità, è soprattutto una crisi economica. Date loro più soldi, o meno tasse, e le famiglie rifioriranno a nuova vita.

Sembra di sentire le parole del drammaturgo socialista Bertolt Brecht: Erst kommt das Fressen, dann kommt die Moral («Prima viene il mangiare, poi viene la morale»). Prima di parlare, fa dire al furfantello dell’Opera da tre soldi, bisogna aver qualcosa da mettere sotto i denti: «Della gran forma di pane, una fetta anche ai reietti e ai poverelli spetta».

Brecht, certo, sbaglia quando afferma che l’uomo non ha altro pane che quello terreno. È in errore quando pensa che la terra non soltanto sia tutto il pane dell’uomo, ma anche la sua fame.

Eppure Brecht non aveva tutti i torti. Anche per il vangelo, se è vero che l’uomo non vive di solo pane, ciò, comunque, non vuol dire che non viva anche di pane.

Ben venga perciò una politica fiscale ed economica a misura di famiglia. Il sociologo Luca Ricolfi in un libro di qualche anno fa (La Repubblica delle tasse, Rizzoli, Milano 2011) attestava l’insostenibilità della pressione fiscale. E non si parla soltanto della pressione fiscale complessiva. A comprimere ogni possibilità di crescita economica è soprattutto l’esorbitante tassazione su imprese e partite IVA, vale a dire sui centri produttori di ricchezza.

Detto questo, la crisi della famiglia non può essere ridotta a una questione puramente economica.

La famiglia è entrata in crisi quando la cultura del dono, che è la dimensione famigliare per eccellenza, è stata intaccata dalla logica della “coppia”. Essa è diventata non più una unione superiore alla somma dei singoli componenti, bensì una mera giustapposizione di individualità.

I paradossi del sesso spuntato

La crisi della famiglia si accompagna, da almeno 40 anni, a uno scenario demografico che nel mondo occidentale registra, nella sua quasi totalità, una perdita del tasso di fecondità, posizionatosi ben al di sotto della soglia di sostituzione (2,1 figli per donna).

Lo statistico Roberto Volpi nel suo libro Il sesso spuntato (Lindau, Torino 2012) parla di una crisi della stessa funzione procreativa, entrata in una fase crepuscolare.

Secondo Volpi si è disegnato uno scenario paradossale. Primo paradosso: il pianeta terra non è mai stato intensamente popolato come adesso (sette miliardi di individui) eppure siamo di fronte a una crisi della riproduzione sessuale. Un’incongruenza, o meglio un dramma, che ricorda quanto diceva Bernanos, il quale ironizzava sulla condizione dell’Europa paragonandola a un cadavere divorato dai vermi: una cosa inanimata ma tutt’altro che inerte, il cui interno brulica di frenetiche attività tese a cagionarne la decomposizione…

I numeri sono impietosi. Parlano di un autentico inverno demografico. La caduta verticale della fecondità europea è comprovata dal tasso di fecondità medio, quasi dimezzatosi negli ultimi quarant’anni, di almeno il 25% inferiore alla soglia di sostituzione. L’Europa è passata dai 2,6 figli per donna nel quinquennio 1960-1965 agli 1,4 nel 2000-2005.

Il secondo paradosso è questo: la caduta verticale del tasso fecondità avviene, in un brevissimo arco di tempo, quando le condizioni economico-sociali sono le migliori di sempre e in regioni geografiche dove il benessere è più diffuso.

Questo fatto, da solo, dovrebbe far riflettere a lungo gli uomini “pratici”.

La grande trasformazione della vita sessuale

Per Volpi la depressione della fecondità deriva da un «deprezzamento valoriale» della procreazione. La svalutazione della procreazione è l’esito di un processo a tappe: il sesso, praticato per sé stesso, senza fine generativo, è divenuto un valore in sé. Grazie alla rivoluzione contraccettiva e all’affermazione della dimensione terapeutica del sesso, questo non è più strumentale alla generazione di nuovi esseri umani.

È la “grande trasformazione” della vita sessuale: anche la sfera del sesso, come è accaduto all’economia e alla politica, si autoregolamenta emancipandosi da qualunque vincolo etico-morale. Il sesso senza propositi riproduttivi viene sgravato da ogni riprovazione morale.

Nello stesso tempo assistiamo alla delegittimazione dell’istituto del matrimonio come principale precondizione per l’esercizio della sessualità tra adulti consenzienti.

Il vincolo istituzionale del matrimonio viene sostituito con il sentimento amoroso, cioè con una condizione puramente esistenziale. Basta pensare alle coppie di fatto, che subordinano il legame-istituzione del matrimonio al legame-unione della convivenza. I rapporti sessuali ora sono praticati sulla base del vicendevole assenso.

Alla deregulation della sessualità si accompagna la crisi profonda del matrimonio succeduta all’introduzione del divorzio. Una crisi che colpisce in particolare misura l’Italia, dove il matrimonio (il “matrimonio all’italiana”) aveva avuto un enorme successo, forse più che in ogni altro paese.

Come uscire dalla crisi del dopoguerra: grazie alla vitalità famigliare

Non si deve dimenticare un fatto: l’Italia esce dalle difficoltà della seconda guerra mondiale grazie a un numero incredibile di matrimoni: quasi 854mila in due anni: 415.641 (1946) e 437.915 (1947), per un totale di 853.556 matrimoni. Una cifra che sfiora i dieci matrimoni all’anno per mille abitanti (un tasso tre volte superiore all’attuale). Gli italiani investono energie e risorse nel matrimonio per uscire dal disastro del dopoguerra. Il boom economico degli anni ’60 sarà vissuto all’insegna del matrimonio trionfante (praticamente solo nella forma religiosa: quasi il 99% si sposa in chiesa). Il matrimonio resta saldo fino a prima metà anni ’70. Il cedimento comincia nel 1974. È l’anno del referendum abrogativo sul divorzio.

In precedenza il matrimonio era il pilastro della vita sociale. Quasi tutto ruotava intorno ad esso. L’istituto matrimoniale in quegli anni è generalizzato, esteso a tutte le classi sociali. L’età media dei contraenti era molto bassa (24 anni per le donne, sei anni pieni meno di oggi), la media dei figli di conseguenza più alta: sopra i 2,5 figli per donna.

La famiglia, dice Volpi, si rivela una sorta di «moltiplicatore degli sforzi individuali». La guerra e lo sport, in maniera differente, stanno a testimoniare che lo sforzo coordinato degli uomini sovente ha la meglio sulle iniziative troppo centrate sulle singole individualità.

Sposarsi per gli italiani del tempo era un rito di passaggio, una assunzione di responsabilità che segnava il transito a una età adulta della vita. Era appannaggio di famiglie che vantavano forti vincoli di solidarietà interna e alti gradi di apertura esterna. Le famiglie italiane sono state il vero motore dello sviluppo economico, non soltanto come unità consumatrici ma come un fattore produttivo a tutto tondo.

La rivoluzione del divorzio

Il divorzio introduce un autentico cambio di paradigma, immettendo nella società domestica un principio caratteristico della società mercantile: il principio di «exit» (uscita o defezione), che definisce la possibilità e la facilità di uscire da un rapporto sociale (nella sua forma tipica un contratto).

La società domestica si regge invece su un altro principio: la lealtà («loyalty»). La possibilità di defezionare intacca così una delle caratteristiche principali della famiglia: la sua incondizionalità. Non si scelgono i propri genitori, i propri fratelli e le proprie sorelle come si scelgono gli amici. Nessuno sceglie da sé se venire al mondo o meno. Per questo la famiglia fa parte di quelle istituzioni che, tradizionalmente, procurano sicurezza a scapito della libertà. Guadagnare in libertà in questo campo ha portato alla perdita di sicurezza, e dunque di stabilità.
La possibilità di scegliere equivale potenzialmente a scegliere di non scegliere più quella persona. Un rapporto libero perciò non è un rapporto incondizionato.

Il divorzio moderno toglie l’aura protettiva al matrimonio, gli leva il suo marchio di garanzia, la “certezza del prodotto”. Il divorzio insinua una sorta di “riserva permanente” nei confronti del matrimonio, introduce la possibilità di scelta, un ombrello di salvataggio, fornisce un’alternativa nel caso che le cose si mettano male. Nessuno prima ignorava la possibilità che un matrimonio potesse fallire, con tutti i dolori e i guai del caso. Ma col divorzio, osserva Volpi, «non si sa più se e quanto il matrimonio potrà aiutaci affinché le cose non si mettano male. Tanto vale non sposarsi del tutto, allora. Qui è l’origine del tramonto del matrimonio che si va profilando; giacché, in effetti, non ci si sposa davvero più».

Il tramonto è provato ancora una volta dalla durezza dei numeri. Secondo l’Istat nel 2014 sono stati celebrati meno di 190mila matrimoni, 26mila in meno rispetto al 2010, 41mila in meno dal 2009. Una progressione in discesa che dura dal 1973.

In generale, osserva Volpi, la crisi del matrimonio è associata a un deciso abbassamento del tono vitale, come se col suo declino fosse stata la società intera a perdere di slancio. Un diffuso luogo comune dice che “il matrimonio è la tomba dell’amore”. Questo giudizio appare in realtà solo un ennesimo segno della sua crisi. Le cose stanno precisamente all’inverso: il combinato disposto della dissolubilità matrimoniale e della maggiore libertà sessuale non ha affatto determinato un aumento del numero di rapporti sessuali. Giusto all’opposto: si fa meno l’amore.

Fino agli anni 70 ci si sposava anche in età molto più giovani: in media a 24, oggi oltre i 30. Sei anni cruciali, nel pieno della vitalità sessuale. Sette matrimoni su dieci avevano luogo prima dei 25 anni della donna, nove su dieci prima dei 30 anni. È alquanto improbabile, se non impossibile, che le donne di oggi, che si sposano poco e a età più avanzate, abbiano mediamente un numero di rapporti sessuali pari alle loro coetanee sposate negli anni ’60 e ’70. Ennesimo paradosso: la maggior libertà sessuale non coincide con una maggior quantità di rapporti sessuali.

Una mutazione genetica: dalla “famiglia” alla “coppia”

Si è detto, all’inizio, che la crisi è scoppiata quando alla logica della “famiglia” si è voluta sostituire la logica della “coppia”. Spesso si sottovaluta il peso di una tale “mutazione genetica”. Fino a cinquant’anni fa il baricentro dei rapporti uomo-donna risiedeva nella parola “famiglia”. Oggi il baricentro sta nella parola “coppia”.

Il cambio di paradigma è evidente: la famiglia è una unità di sopravvivenza, più che sentimentale; una realtà basata più sul dovere (principio di realtà) che sul piacere.

Alla famiglia ben si addicono i versi della meravigliosa Helplessly hoping del trio Crosby, Stills & Nash:

They are one person
They are two alone
They are three together
They are for each other

(Loro sono una persona / Loro sono due da soli / Loro valgono tre insieme / Loro sono l’uno per l’altra)

Nella logica della “coppia”, viceversa, non si dà una unione superiore alla somma delle parti: è una specie di narcisismo a due. La “coppia” termina con lo scemare del piacere di una delle due parti. Il sentire precede l’essere. Quando non si “sente” più nulla, tutto finisce.

Da abitatori del tempo quali sono, gli esseri umani, dice C.S. Lewis nelle Lettere di Berlicche, sono divisi tra due regni: il regno dello spirito e il regno animale. In forza della loro natura anfibia sono perciò sottomessi a una sorta di “legge dell’ondulazione”. Le loro passioni e l’immaginazione sono in continuo divenire, giacché essere nel tempo vuol dire mutare. Per questo la vita degli uomini, nella misura in cui è soggetta al gioco delle passioni, mostra una incessante alternanza tra fasi di depressione e fasi di elevazione.

La passione bruciante accende il fuoco di un momento, ma sulla base instabile degli affetti non è possibile edificare alcunché di duraturo. Presa singolarmente, la passione può dare forza un progetto: può alimentarlo, ma non lanciarlo nel tempo (lo attesta la stessa etimologia: «progetto» viene da pro-jectus, l’azione di gettare in avanti). È proprio la famiglia una di quelle istituzioni che concorrono a dare quella benefica stabilità che, sola, permette alla vita di poter mettere radici e maturare. Ma avendo voluto mettere la passione là dove non dovrebbe stare, si è cominciato a minare l’intero edificio della famiglia: lo spirito individualistico ha finito per sovrastare lo spirito di comunione.

Individualismo, egocentrismo e spirito d’avariza

Precisamente in questa declinazione individualistica della vita a due va rintracciata quella flessione egoistica che San Tommaso avrebbe giudicato una tipica espressione dello spirito di avarizia.

L’avarizia, dice l’Aquinate, è lo smisurato desiderio di ogni «avere», mediante i quali averi l’uomo crede di potersi assicurare la propria grandezza e il proprio valore. Un atteggiamento avaro è l’angosciosa e convulsa caratteristica della vecchiaia, tipica degli anziani che per via della loro naturale fragilità cercano con maggiore avidità il soccorso dei beni esteriori.

Lo spirito di avarizia si accompagna, non a caso, a quella eccessiva prudenza volta alla conservazione di se stessi, porta a quel ripiegarsi egocentrico che subentra di regola quando vengono a mancare la freschezza e la baldanza giovanili. Non si rischia più nulla, non essendoci nulla di più alto del proprio “io”.

Ma fare famiglia, diceva Chesterton, richiede virtù superiori a quelle del calcolo e della mera razionalità. La famiglia è un’impresa da uomini liberi. La prudenza va bene per l’ordine delle cose materiali, si attaglia a un’etica della conservazione. È necessaria, anzi indispensabile, quando si tratta di custodire ciò che è già esistente.

Dare la propria disponibilità a generare una nuova realtà, la famiglia, e nuove vite, quelle dei figli, richiede però qualcosa di più della semplice amministrazione.

È malsano non seguire altro che uno scherma dove tutto è calcolato e quantificato: l’amore avvizzisce in assenza di slancio. L’amore umano si nutre anche di creatività, non solo di gestione e amministrazione.

Il rischio al servizio dalla prudenza

Si dimentica un’altra verità essenziale: cioè che anche la prudenza decade senza il rischio. E allo stesso modo il rischio ha significato soltanto se è messo al servizio della prudenza. Pensiamo a un fatto concreto: chiunque debba intraprendere un viaggio sa che questo comporterà naturalmente dei rischi. Dirgli di “essere prudente” può significare: guida con moderazione, scegli la strada meno pericolosa, ecc. In altre parole: corri il minor rischio possibile. Ma in nessun modo questo equivale a dire: non correre alcun rischio. Per non correre alcun rischio occorrerebbe non partire nemmeno.

Da solo, lo spirito di economia invocato dagli uomini “pratici” non potrà mai rilanciare l’amore famigliare. La lezione della storia insegna: occorre spendersi anche per salvaguardare la natura più intima, la struttura portante della famiglia: l’unione stabile e feconda di un uomo e di una donna saldati da un comune destino. Dopo aver minato la stabilità famigliare col divorzio, dopo aver sferzato la fecondità con la rivoluzione contraccettiva, con l’aborto, con la rivoluzione biotecnologica, ora anche la differenza sessuale è sotto attacco.

È la natura stessa della famiglia a essere minacciata. Viene da chiedersi a che servirà un fisco più equo per la famiglia senza più alcuna famiglia da detassare.

da: costanzamiriano.com

I divorziati e la comunione – Molti non sanno che..

comunione1Nonostante quanto comunemente si pensi, la comunione può essere fatta anche dai separati e divorziati a patto che non siano risposati (o non siano più risposati).
Infatti a precludere la comunione non è tanto l’essersi risposato ma
l’avere una relazione di convivenza affettiva e quindi rapporti sessuali con una persona diversa dalla propria prima moglie o marito, sposata in chiesa.

Se uno si sposa in chiesa, divorzia e poi si risposa e divorzia nuovamente,  dopo essersi confessato può accedere nuovamente alla comunione, come qualsiasi cristiano dopo un peccato: qualunque peccato anche il più grave ed efferato, di cui ci si sia pentiti.

Vi sono altresì coppie di risposati che accedono alla comunione, perchè ritornando alla fede scelgono la castità completa tra loro, non hanno rapporti sessuali, vivendo come fratello e sorella possono  accedere alla comunione.
“Infine, là dove non viene riconosciuta la nullità del vincolo matrimoniale e si danno condizioni oggettive che di fatto rendono la convivenza irreversibile, la Chiesa incoraggia questi fedeli a impegnarsi a vivere la loro relazione secondo le esigenze della legge di Dio, come amici, come fratello e sorella; così potranno riaccostarsi alla mensa eucaristica, con le attenzioni previste dalla provata prassi ecclesiale. ”
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/apost_exhortations/documents/hf_ben-xvi_exh_20070222_sacramentum-caritatis_it.html

Ricorderei anche che anche chi convive se ha rapporti sessuali con la propria convivente continuativi non può fare la comunione, così come ogni cristiano dopo un peccato mortale (materia grave, piena avvertenza, deliberato consenso) se non si è prima confessato.

Quanto alla persona in sè, il giudizio politico o personale va distaccato da un discorso di comunione ecclesiale. Può piacere o meno la vita o i comportamenti di un politico, un personaggio famoso, un singolo fedele ma la Chiesa non può dare giudizi morali sui comportamenti personali privati, l’unico caso sono le scomuniche che per alcuni peccati gravi( casi rarissimi).
Sta alla coscienza individuale, giudicare di avere o meno le disposizioni interiori richieste per fare la Comunione (cf canone 916). Non spetta neppure al sacerdote che distribuisce la Comunione impedire questo gesto, a meno che la persona in questione non sia scomunicata o interdetta con pubblica sentenza (cf canone 915).

Concludiamo:
______________________
— con un invito a coloro che non possono fare la comunione sacramentale (l’eucarestia, la comunione, prendere l’ostia consacrata)  di vivere la sconosciuta (ma ne parlavano già i primi cristiani) comunione spirituale che è bellissima e altrettanto importante e bella.
— ricordando che chi non fa la Comunione può vivere la comunione nella carità, impegnandosi in qualche attività per i poveri o i bisognosi della parrocchia.
— notando che purtroppo anche i cattolici non sono informati sul tema del peccato e spesso fanno la comunione in maniera indegna, questa constatazione e’ non per accusare ma per incoraggiare a vivere con frequenza il sacramento della confessione/guarigione:

COMPENDIO del CATECHISMO DELLA Chiesa CATTOLICA:
http://www.vatican.va/archive/compendium_ccc/documents/archive_2005_compendium-ccc_it.html#I%20SACRAMENTI%20DELLINIZIAZIONE%20CRISTIANA
291. Che cosa si richiede per ricevere la santa Comunione?
1385-1389
1415
Per ricevere la santa Comunione si deve essere pienamente incorporati alla Chiesa cattolica ed essere in stato di grazia, cioè senza coscienza di peccato mortale. Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave deve ricevere il Sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione. Importanti sono anche lo spirito di raccoglimento e di preghiera, l’osservanza del digiuno prescritto dalla Chiesa e l’atteggiamento del corpo (gesti, abiti), in segno di rispetto a Cristo.

CATECHISMO DELLA Chiesa CATTOLICA:
http://www.vatican.va/archive/ITA0014/__P41.HTM
1385 Per rispondere a questo invito dobbiamo prepararci a questo momento così grande e così santo. San Paolo esorta a un esame di coscienza: “Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il Corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” ( ⇒ 1Cor 11,27-29 ). Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione.

1386 Davanti alla grandezza di questo sacramento, il fedele non può che fare sua con umiltà e fede ardente la supplica del centurione: [Cf ⇒ Mt 8,8 ] “Domine, non sum dignus ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanabitur anima mea” – “O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato” [Messale Romano, Riti di comunione]. Nella “Divina Liturgia” di san Giovanni Crisostomo i fedeli pregano con lo stesso spirito:
O Figlio di Dio, fammi oggi partecipe del tuo mistico convito. Non svelerò il Mistero ai tuoi nemici, e neppure ti darò il bacio di Giuda. Ma, come il ladrone, io ti dico: Ricordati di me, Signore, quando sarai nel tuo regno [Liturgia di San Giovanni Crisostomo, Preparazione alla comunione].

http://www.vatican.va/archive/ITA0014/__P43.HTM
1415 Chi vuole ricevere Cristo nella Comunione eucaristica deve essere in stato di grazia. Se uno è consapevole di aver peccato mortalmente, non deve accostarsi all’Eucaristia senza prima aver ricevuto l’assoluzione nel sacramento della Penitenza.

La crisi della famiglia e’ antropologica, non economica

futuroPremessa: la famiglia, in Italia, non solo non è sostenuta, ma è fiscalmente vampirizzata. E’ per la verità cosa arcinota, ma è bene ribadirlo subito affinché nessuno pensi che chi scrive prenda sottogamba un problema tanto importante e così ostinatamente ignorato dalla politica. Detto questo, però, da sociologo non posso non dissentire da quanti – e sono molti, oramai, anche ai vertici dell’associazionismo cattolico – sono convinti che introducendo il quoziente familiare e con un welfare migliore, rispetto al calo dei matrimoni e della natalità – due problemi l’uno legato all’altro -, parecchio se non tutto, nel panorama odierno, migliorerebbe. Il mio dissenso da questo tipo di considerazioni è motivato da più elementi.

Il primo, molto banalmente, è quello che si può senza esitazione definire un dato di realtà: gli aiuti economici non bastano. Un esempio lampante è quello francese: lì il quoziente familiare esiste già dal remoto 1945 e la natalità sfiora appena il tasso di sostituzione (1,97 figli per donna, nel 2013), risultato senza dubbio migliore di quello italiano ma comunque non certo sufficiente a far parlare di una primavera demografica e probabilmente – ma non si può dire con certezza, dato che non disponiamo di dati sulla fertilità per origine degli abitanti – dovuto al contributo di cittadini stranieri o comunque di origine non strettamente francese. Ad ogni modo il caso della Francia non è isolato.

Si pensi, per esempio, alla Germania, la locomotiva economica d’Europa: il Paese elargisce aiuti sostanziosi alle famiglie, gli stipendi in media sono più alti, hanno una disoccupazione inferiore alla nostra ed altre circostanze favorevoli che però non schiodano i tedeschi da un tasso di fertilità cimiteriale pari, udite udite, ad appena 1,3. Oppure si prenda la brillante Finlandia dove dal 1938 alle donne in attesa di partorire arriva un “pacco neonatale” contenente davvero di tutto (vestitini, copertina, un completino pesante, cuffiette, calzini, un set di lenzuola, uno per l’igiene del bambino completo di spazzolino da denti e forbicine per le unghie, materasso e bavaglino) e che, spesso, è pure la prima culla dei figli.

Eppure, nonostante tutto questo, anche laggiù, in Finlandia, la denatalità non solo esiste come problema, ma peggiora: si è difatti passati dalle 10,8 nascite ogni 1.000 abitanti del 2001 alle 10,45 del 2006 fino alle 10,36 del 2012. Un ulteriore elemento che porta a sconsigliare di leggere la crisi della famiglia in termini economici – per quanto questi abbiano un loro peso – è l’esperienza Italiana, che evidenzia molto chiaramente il ruolo anzitutto della componente culturale della crisi della famiglia. Un esempio è il divorzio, confermato com’è noto con il referendum del 1974: pochi anni dopo i matrimoni lasciarono sul terreno un quinto, le nascite addirittura un quarto della loro consistenza.

Una ulteriore perplessità di fondo nel collegamento fra crisi della famiglia – intesa come calo dei matrimoni e della natalità – e crisi economica e mancanza di attenzioni economiche sorge in me dal fatto che, così ragionando, si considera l’essere umano puramente in un’ottica materialista, mentre invece la persona umana è qualcosa il cui splendore – e i cui bisogni – vanno molto oltre. Da questo punto di vista, altri elementi ci vengono dal fatto che, come evidenziato i dati Istat 2005, nelle Isole e al Sud i giovani si sposano prima di aver compiuto 29 anni mentre invece al Centro e soprattutto al Nord, dove mediamente le condizioni economiche sono migliori, dopo i 30; se fossero economia e precariato a fare la differenza, i numeri avrebbero dovuto essere opposti.

A contrastare il peso dell’elemento economico sulla natalità ci sono invece gli alti tassi di fertilità di persone appartenenti a determinate fedi religiose. Si pensi a quanti si riconoscono nella religione islamica: vivono, in Occidente, la nostra stessa condizione di crisi economica eppure si prevede che i musulmani si riprodurranno a velocità doppia rispetto al resto della popolazione e nel 2030 rappresenteranno il 26,4% della popolazione del pianeta; oppure, guardando agli Stati Uniti, si pensi alla comunità Amish, considerata la religione in massima espansione in tutta l’America: costoro crescono a ritmo vertiginoso non grazie alle conversioni, ma semplicemente perché le famiglie hanno molti figli che rimangono all’interno della comunità.

Questo cosa significa? Che la politica italiana può continuare – come fa ormai bellamente da decenni – ad ignorare la famiglia? Che il quoziente familiare non conta nulla? Che è sbagliato incoraggiare la natalità? Tutto il contrario: la “cellula fondamentale della società” va sostenuta! Se però pensiamo di contrastare economicamente una crisi anzitutto antropologica e che ha nel successo culturale di istituti quali il divorzio e l’aborto, entrati saldamente nella mentalità comune, un punto di grande forza, combattiamo contro i mulini a vento. Non perché, lo ripeto, sia giusto che il fisco continui a bastonare la famiglia, ma perché la famiglia – proprio perché è fondamentale per la società dell’Italia come dell’Europa – ha diritto a molto di più di semplici, per quanto sostanziosi, contributi economici.

giulianoguzzo.com

Separati e fedeli

fedeltaLa nostra societa’ sempre più secolarizzata ha prodotto un aumento vertiginoso di separazioni, divorzi e convivenze. Spesso di fronte ad un matrimonio che fallisce la scelta e’ prendersi un altro partner, tuttavia vi sono alcuni che vogliono rimanere fedeli al patto coniugale fondato sull’amore. Abbiamo chiesto ad uno di questi, un uomo poco più che quarantenne, le motivazioni di una scelta oggi tanto coraggiosa ed impegnativa.

Lei dopo la separazione ha scelto di non rimettersi con un’altra donna, cosa l’ha spinta a questa decisione che sembra in contrasto con la pratica dominante?
Il mio nome è Luca, mi sono separato nel 2007, ho due figli un maschietto ed una femminuccia di rispettivamente 12 e 10 anni e sono Vigile del Fuoco a Roma. Premetto che quando mi sono separato non credevo, non avevo in nessun modo a che fare con la religione e quindi con la Chiesa. All’inizio ho provato a conoscere altre donne con l’intenzione di “rifarmi una vita”, allora tutte le voci di conoscenti e parenti consigliavano in tal senso, ero spinto a farlo perché “oggi è normale”, “lo fanno tutti”, “i tempi sono cambiati” e ancora “chiusa una porta si apre un portone”, “quando il vaso è rotto rimane rotto”. Le donne che ho conosciuto, non poche, erano brave donne, premurose, disponibili, ma guardandole bene non vedevo nulla che potesse  farci vivere  insieme.  I giorni passavano e non mi sentivo soddisfatto, mancava sempre qualcosa dentro di me, la progettualità, l’interesse per i figli, l’affetto,  il calore della mia famiglia, ciò in cui ero cresciuto, insomma era solo un uscire, un andare a letto, un parlare superficiale e un vivere insipido e sciapo, poi nella mente e nel cuore c’era sempre lei, mia moglie, la vedevo come l’ unica persona che poteva dare un senso al tutto, progettare non solo per noi ma per i nostri figli. Ho sofferto molto, non riuscivo razionalmente a dare una risposta a questo malessere, mi trovavo in una vita che non era la mia, non mi piaceva, non la volevo e quindi cambiavo sempre partner  prima una, poi un’altra e così via, questo per un paio di anni dove le voci e i consigli degli altri ti riferivano, “evidentemente non hai ancora trovato quella giusta”. Tutto questo tormento e tribolazione interiore mi hanno condotto verso la Fede e la Chiesa, in Lei ho trovato qualcuno che pensava finalmente come me, il suo concetto di amore era quello che cercavo, sulla famiglia eravamo all’unisono, quindi la conversione è arrivata così. Infatti tanti familiari e colleghi spesso mi accusano, ingiustamente, di rimanere da solo, fedele alla mia famiglia, perché me lo dice la Chiesa ed io rispondo sempre che non lo faccio per la Chiesa ma perché nel mio cuore il mio amore è sempre per mia moglie e la mia famiglia e non vedo altre possibilità che abbiano un senso, anche solo da un punto di vista umano.  Nella mia ricerca di dare un senso alle mie domande interiori sull’amore, sulla famiglia e sulla vita ho trovato risposta nell’insegnamento della Chiesa, dove morire per l’altro, credere nell’ amore (Dio Amore, origine di ogni amore) e quindi nel matrimonio dove nasce la vera ed unica famiglia possibile, madre, padre e figli, la fedeltà nella debolezza dell’altro, il sacrificio per amore per un qualcosa che va oltre l’umano, ti fa incontrare, avvicinare a Colui che ha dato se stesso per gli altri.

La solitudine è difficile da sopportare. In che modo l’ha vissuta e quale strada ha trovato per conviverci serenamente?
Questa è la cosa che nella mia scelta mi ha fatto e mi fa ancora faticare, ci sono momenti in cui sopporti il peso abbastanza bene ed altri in cui ti soffoca, ti opprime. D’altro canto la soluzione non è quella di “rifarsi una vita” che copra solo le parti formali. In questo senso è solo possibile “complicarsela maggiormente”. Immagino quelle persone che hanno figli con più persone, e poi mi metto nei panni di quei poveri figli che hanno genitori che cambiano partner o comunque che si ritrovano a confronto con altri figli dei loro stessi genitori e dei loro compagni, quindi ho preferito starmene tranquillo, poter dare come esempio ai miei figli e agli altri la mia vita, dimostrare che la famiglia è una e che per loro sei l’unico e viceversa. Un padre non c’è solo per l’aspetto economico ma anche come insegnamento di vita e di Fede. Oggi, seppur diffusissima, la solitudine al solo pronunciamento fa tremare. In una società che vive di comunicazione, di attività sociali, di frenesia, di confusione e spesso di superficialità, riuscire a vivere la solitudine ti consente di fare in parte ciò che facevano gli eremiti una volta, cercare in profondità e non ascoltare le voci in superficie avvicinandosi di più al senso della propria vita dare un giusto peso alle cose quotidiane e alle persone, ritrovare quello che spesso manca: la Fede. Intravedere chi è veramente la Via, Verità e Vita, Colui che dobbiamo alla fine realmente cercare e mettere al primo posto, il resto viene da solo. Il Signore non grida ma sussurra al cuore e devi fare pace e silenzio in te stesso per udirlo, altrimenti ascolti solo le grida del Mondo.

Uno dei problemi più scottanti riguarda la situazione dei figli. È molto complicato per i figli vedere il proprio genitore con partner diversi?
I danni sui figli sono terribili, inqualificabili, dove in nome di una falsa libertà che un genitore reclama, si limita e si violenta quella dei figli, si stravolgono le figure intorno a loro, le loro abitudini, le loro certezze e sicurezze, i loro riferimenti. Spesso il genitore separato afferma di continuare ad essere premuroso, mettere loro al centro della loro vita, che l’altro o l’altra si faranno da parte non interferiranno nell’educazione, ma sono desideri menzogneri, perché nella realtà quando si decide di vivere insieme si deve sempre in ogni caso rispondere di qualsiasi cosa con il partner di turno e che i figli alla fine sono quelli che ne subiscono le conseguenze. Diventano “pacchetti postali” in viaggio con gli zaini dei vestiti e della scuola dalla casa di un genitore ad un’altro.

Quale secondo lei la causa scatenante di un fenomeno come quello delle separazioni e dei divorzi  che ha assunto dimensioni rilevanti?
Questa è una delle tante domande che mi faccio da tempo. Ho visto un numero enorme di famiglie frantumarsi. Prima della conversione era una domanda continua che non trovava risposta, umanamente ho verificato tutte le possibili opzioni, come fa un calcolatore, ma la risposta era “non lo so”. Posso dire che se avessi incontrato la Fede da giovane sicuramente non avrei fatto ciò che ho fatto, molti errori, obiettivi falsi ed un concetto della vita ridotto solo al materialismo ed al piacere dei sensi.

Come dovrebbero comportarsi i suoceri di fronte ad un rapporto che comincia a scricchiolare? Nel film Fireproof  i suoceri tentano in ogni modo di salvare il matrimonio dei loro figli. Cosa ne pensa?
Il  ruolo dei genitori di fronte ad una coppia che vacilla dovrebbe essere comunque quello di cercare di far capire ai rispettivi figli che la famiglia è una sola, richiede sacrificio e sopportazione per poi poter raccogliere i giusti frutti e non tentare altre strade che portano solo a dolore e sofferenza per tutti. Spiegare loro che possono esserci momenti di difficoltà, non solo economiche, ma spesso di convivenza, di reciproca sopportazione, ci può essere una forma di stanchezza (oggi con l’aumentare dell’età media è aumentato anche il periodo del matrimonio) e non è facile per trenta o più anni mantenere sempre gli stessi obiettivi, vederla alla stessa maniera, pensarla all’unisono. Oggi poi il fatto che spesso si lavora entrambi, gli ambienti di lavoro sono misti e promiscui, dove anche il coniuge più fedele e saldo in un momento di debolezza pressato dallo stress e magari da qualcun’altro che inopportunamente non manca mai, può cedere, cadere, sentirsi per un momento lontano dai problemi che hai nella tua vita privata e farti trasportare lontano può peggiorare il tutto. È proprio in questi momenti che le famiglie di origine devono intravedere il pericolo, essere vicine, intervenire per mantenere unito il rapporto, se credenti la preghiera aiuta. Quando poi avviene l’irreparabile si fanno prendere dall’egoismo, iniziando una guerra, una disputa dove orgoglio, testardaggine e cecità finiscono per dare le ultime spallate a quel sottile rapporto  che è la coppia. Un sano ed equilibrato contributo può arrivare quando anche i genitori hanno un corretto senso della famiglia e del matrimonio.

don Marcello Di Fulvio – Zenit

 

Divorzio e bambini: un nuovo studio conferma la gravita’ del trauma

separazione_600Negli Stati Uniti ogni anno oltre un milione di bambini sono vittime innocenti del divorzio dei loro genitori. Il divorzio fa male ai genitori, ma sono soprattutto i bambini a soffrirne di piu’, come rivelato da ricerche recenti.

I risultati sono contenuti in uno studio “The Effects of Divorce on Children”, di Patrick F. Fagan e Aaron Churchill, pubblicato a gennaio dal Marriage and Religion Research Institute.

Attingendo da una grande quantità di ricerche già pubblicate sugli effetti del divorzio, il rapporto passa in rassegna una serie di settori in cui è evidente il danno per i bambini. Il primo settore riguarda la relazione genitori-figli. Come c’era da aspettarsi, il divorzio influisce negativamente sulla capacità dei genitori di relazionarsi con i propri figli.

Uno studio ha scoperto che lo stress causato dal divorzio danneggia il rapporto madre-figli nel 40% delle madri divorziate. Questa carenza è più marcata quando i figli sono al liceo e all’università.

In termini pratici, questo significa che dopo il divorzio, i bambini ricevono meno sostegno emotivo, assistenza finanziaria ed aiuto dai loro genitori. C’è anche una diminuzione dello stimolo accademico, dell’orgoglio, dell’affetto e dell’incoraggiamento alla maturità sociale. Meno giocattoli e più punizioni corporali è un’altra conseguenza per i bambini di genitori divorziati.

Lo studio rivela che la maggioranza – circa il 90% – dei bambini rimane con la madre dopo il divorzio. Diventa quindi difficile per il padre mantenere legami stretti con i figli. Lo studio riporta  che quasi la metà dei bambini ha dichiarato di non aver visto il padre nel corso dell’ultimo anno.

Un altro aspetto analizzato dallo studio di Fagan e Churchill è l’effetto del divorzio sulla pratica religiosa dei bambini. “Dopo il divorzio – così emerge dalla ricerca – sono più propensi a smettere di praticare la loro fede”.

Una diminuzione della pratica religiosa impedisce ai bambini di conoscere e interiorizzare gli effetti benefici dell’insegnamento religioso e cioè: la stabilità matrimoniale, l’educazione, la capacità di  produrre reddito, la salute fisica e mentale.

Una parte dello studio ha esaminato come influisce il divorzio sulle attività educative. A livello della scuola elementare, per esempio, si registra un calo immediato del rendimento scolastico.

A livello della scuola secondaria, i figli di famiglie solide hanno risultati significativamente migliori rispetto ai loro coetanei di genitori divorziati. All’età di 13 anni ad esempio c’è in media una differenza di mezzo anno nella capacità di leggere tra i figli di genitori divorziati rispetto a quelli di famiglie stabili.

Da un’altra ricerca contemplata nello studio emerge che i figli di coppie divorziate hanno il 26% di probabilità in più di abbandonare la scuola secondaria rispetto ai bambini cresciuti in famiglie stabili. Anche se un genitore divorziato si risposa, questo fatto non riduce l’impatto negativo del divorzio iniziale sui risultati scolastici dei bambini.

L’impatto negativo del divorzio si estende fino all’università. Fagan e Churchill riportano uno studio secondo il quale solo il 33% degli studenti provenienti da famiglie divorziate prendono la laurea, rispetto al 40% dei loro coetanei provenienti da famiglie stabili.

Dato l’impatto che il divorzio ha sulla formazione dei figli, le persone che subiscono questo trauma hanno anche un reddito e patrimonio inferiore alla media ed una maggiore probabilità di trovarsi in difficoltà economiche.

Secondo gli autori dello Studio, il divorzio ha un costo economico non solo per le famiglie, ma anche per il governo e per la società. Le statistiche mostrano che i figli di famiglie divorziate sono molto più propensi ad essere coinvolti in comportamenti delinquenziali, in risse, rapine e nel’abuso di sostanze alcoliche e/o droghe.

Inoltre “Il divorzio scombussola la stabilità psicologica di molti bambini”. Nello studio in questione si riporta una ricerca condotta su studenti della settima e dell’ottava classe, secondo la quale il divorzio dei genitori era il terzo evento più stressante in un elenco di 125 eventi. Solo la morte di un genitore o di un parente stretto è più stressante del divorzio..

C’è da aggiungere che l’impatto psicologico non è passeggero. Persino da adulti, chi ha sofferto il divorzio da bambino, sperimenta un numero maggiore di problemi emotivi e psicologici rispetto a chi proviene da una famiglia stabile.

Conseguenze dei divorzi sono anche un numero crescente di abuso e di abbandono dei minori. Uno studio condotto in Brasile ha mostrato che i bambini che vivono in famiglie allargate con la presenza di patrigni hanno 2,7 volte più probabilità di subire abusi rispetto ai bambini che vivono in famiglie stabili.

La parte conclusiva dello studio, spiega che, a differenza dei genitori divorziati, che spesso possono trovare sollievo dopo la separazione, la sofferenza dei bambini continua per lungo tempo dopo il divorzio. Gli effetti negativi possono continuare per decenni, fino a tre decenni.

Per Fagan e Churchill. “Il divorzio genera effetti che indeboliscono i bambini e tutte le cinque principali istituzioni della società, cioè la famiglia, la chiesa, la scuola, il mercato, e il governo stesso”.

Con l’alto numero di divorzi che si stanno verificando le conseguenze debilitanti continueranno a manifestarsi negli anni a venire. Non è un pensiero confortante, considerando anche la tendenza culturale che critica la famiglia naturale e cerca di  ridefinire il matrimonio.

di Padre John Flynn, LC