Archivi tag: dolore

Grazie per quella “felix culpa” che ci fa incontrare Gesù (Padre Aldo Trento)

Caro padre, sento spesso dire sia dai preti sia dai laici: «Nonostante i miei limiti Dio continua ad amarmi», quasi come se il limite costituisse per Dio un ostacolo per amarmi. Non solo questo, ma a volte a causa delle mie frequenti fragilità mi sento stanca di continuare a confessare sempre le stesse miserie e per questo cambio spesso confessore, per non sentir pronunciare l’avverbio «ancora». Non sopporto la mia umanità, la sento come un ostacolo alla mia relazione con Cristo. Ciò nonostante alcuni giorni fa in una sua omelia lei ha affermato che «Dio ci ama grazie alla nostra fragilità, ai nostri limiti, alla nostra umanità». Vorrei che mi aiutasse a capire meglio questa sua affermazione, perché sono uscita dalla chiesa con una contentezza mai sperimentata prima. È stato come sentire una corrispondenza tra le sue parole e quello che il mio cuore voleva capire.
Lettera firmata

Il moralismo nel quale siamo stati educati ci ha minato il cuore e l’intelligenza con una visione manichea della vita che considera il limite umano, la fragilità umana, un’obiezione allo sviluppo di una personalità autenticamente cristiana.
Questo influsso, che si ritrova anche nel pensiero protestante e in particolare nelle sette, è stato e continua a essere una delle difficoltà più grandi per comprendere il mistero stesso dell’Incarnazione. L’umano, non come condizione per incontrare Cristo, ma come obiezione. L’affermazione: «Dio mi ama nonostante i miei limiti» è un ritornello che si ascolta quotidianamente. Ancor peggio la testimonianza di alcuni preti brasiliani durante un ritiro spirituale a San Paolo che, in riferimento all’educazione ricevuta in seminario, hanno detto: «Ci siamo formati guardando la nostra umanità come qualcosa di negativo e mai come la possibilità per incontrare Cristo». Alcune suore, ancora giovani, mi raccontavano che durante il noviziato la Madre Maestra proibiva loro di abbracciare o prendere in braccio i bambini per non risvegliare in loro il senso di maternità, che è il punto più bello di una vita verginale. Se la verginità non fosse la pienezza della femminilità e della maternità, sarebbe una cosa disumana.

Un giorno è venuta a confessarsi una ragazzina piangendo. Le ho chiesto cosa stava succedendo e lei mi ha risposto: «Padre sono molto cattiva, non riesco a essere buona e cado continuamente nel peccato. Non so cosa fare, non mi sopporto più». È una mentalità che si riflette in tutti gli ambiti e in tutte le persone, qualsiasi siano le condizioni o lo stato sociale. «Padre la mia bimba è buona, ma ha i suoi difetti» , «Padre mia moglie è ottima, ma ha un carattere insopportabile», «Padre i miei figli sono eccellenti, ma sono ribelli», «Padre non mando mio figlio alle vacanze della parrocchia perché è stato rimandato in una materia, ma la cosa che mi provoca più dolore è che dice di aver incontrato Cristo», «Padre, mia moglie, che va a Messa tutti i giorni, a volte è insopportabile, quindi a che cosa le serve l’Eucarestia quotidiana?». Durante i miei quarant’anni di sacerdozio questi lamenti sono quelli che mi hanno accompagnato tutti i giorni. Nonostante questo, Cristo si è fatto carne solo ed esclusivamente per i nostri peccati. Se non esistesse l’uomo peccatore, se tutti fossimo onesti, buoni e senza difetti a che cosa sarebbe servito o a che cosa servirebbe il cristianesimo? Ciò che per noi è uno scandalo, moralisti come siamo, per Dio è stata l’unica ragione per la quale Lui si è fatto carne. Per questo durante il Preconio pasquale cantiamo: «Davvero era necessario il peccato di Adamo, che è stato distrutto con la morte del Cristo… Felice colpa, che meritò di avere un così grande redentore!».

L’umano è l’unica strada verso Cristo. E chi si scandalizza dell’umano, non riuscirà mai ad assaporare la bellezza dell’amore di Cristo. Se imparassimo a leggere i Vangeli e quindi tutta la storia della Chiesa, sarebbe molto semplice verificare questa verità. Cosa ha permesso a Cristo di incontrare, perdonare, abbracciare la Maddalena, se non la sua umanità fragile, miserabile, il suo adulterio? Cosa ha permesso a Zaccheo di lasciarsi guardare dagli occhi umanissimi di Cristo, che passando sotto l’albero su cui si era arrampicato gli disse: «Zaccheo, questa sera voglio cenare con te», se non la sua umanità peccatrice e aperta al Mistero? Se Zaccheo non fosse stato un peccatore, se non fosse stato serio con la sua umanità, non avrebbe mai gustato una convivenza come quella che ebbe con Gesù e non avrebbe mai sperimentato un cambiamento nella sua vita. Ciò che ha permesso a Zaccheo di lasciarsi amare, abbracciare da Gesù, è stata la serietà con la sua umanità.

E la stessa cosa è successa alla Samaritana, una donna che collezionava uomini. Quando quel giorno si incrociò con Cristo, la sua umanità sporca, da prostituta per noi ma non per Gesù, fu ciò che le permise di incontrare quell’uomo che le ha detto chi era, come poi ha riferito ai suoi compaesani. I suoi peccati, le sue miserie, non solo non sono stati un’obiezione, ma anzi la condizione per lasciarsi abbracciare da Cristo.

La stessa cosa che è successa a Matteo o al buon ladrone che sulla croce “rubò” a Cristo il Paradiso pochi minuti prima di morire. E tutto il Vangelo è un racconto di come l’umano, questa fragilità che tutti conosciamo, è l’unica strada verso Cristo. Gli unici che non hanno voluto riconoscere questa verità e si sono opposti, sono stati i moralisti, i “malati” della legge: i farisei, che usarono il loro moralismo per mettere Cristo in croce.

La rabbia dei farisei – dal momento che il moralista vive rabbioso e scandalizzato del male altrui, censurando il suo – è stata evidente fin dal primo momento in cui denominarono Gesù «il figlio del falegname». Non potevano nemmeno ipotizzare che quell’uomo tanto uguale a qualsiasi altro uomo, perfino nella sua professione di falegname, potesse affermare di essere il figlio di Dio. E ciò che scandalizzava e scandalizza oggigiorno è che il divino viva nell’umano, che la perla preziosa che è Gesù viva nel fango della Chiesa e che uno per incontrarla debba sporcarsi le mani nello sterco per tirarla fuori e pulirla.

Le grandi accuse contro la Chiesa non sono tanto contro i valori che afferma, ma contro il fatto che pretenda, lei così peccatrice, lei “casta meretrix” (casta prostituta come è stata definita nella storia), di essere il sacramento visibile della presenza di Cristo nel mondo. In questi giorni, senza alcun rispetto e con un odio diabolico, una setta perversa che si autodefinisce la chiesa biblica missionaria di Ñemby ha distribuito un orribile volantino definendo la Chiesa cattolica «la grande prostituta». È evidente che ciò che non sopportano è che una realtà storica, umana, pretenda di essere il veicolo attraverso cui il divino vive ed è presente nella storia.

Il Mistero è presente proprio nel fango che tra le tante cose caratterizza la Chiesa, come si è reso presente 2.000 anni fa in quell’uomo definito «il figlio del falegname» e accusato di essere un mangione e un ubriaco perché frequentava i pubblicani e le prostitute. Il corpo di Cristo è la Chiesa, dentro la sua fragilità, la sua miseria, che sono le mie miserie, i miei peccati. La Chiesa, la presenza di Cristo oggi, non può prescindere, se è il corpo vivo di Cristo come lo è, dalla materia umana che la costituisce. Se Dio avesse voluto permanere nel tempo e nello spazio senza passare attraverso l’umano, avrebbe scelto gli angeli. Tuttavia Cristo, pienezza umana, volle farsi peccatore, come afferma san Paolo, per salvarci dal peccato. Cristo per compiere la salvezza tua e di tutti gli uomini, ha bisogno della tua umanità, passa attraverso le tue miserie e i tuoi peccati. L’unica strada verso Cristo è l’uomo, l’umano, quel tuo e mio temperamento, questo umano così fragile e così bello, perché senza questo umano non potresti dire: «Tu o mio Cristo». Senza questo umano, senza questa natura fragile, senza la quotidiana esperienza di essere peccatore, non gusterei l’abbraccio del Mistero fatto carne in Cristo.

Senza la mia umanità, il mio temperamento, brutto per molti, ma nonostante ciò un dono meraviglioso di Dio, non avrei bisogno di avvicinarmi ogni settimana alla confessione, non riuscirei ad abbracciare l’umanità dei miei ammalati di Aids, non sarei felice quando uno o molti di loro che hanno vissuto nella strada, spesso prostituendosi, si lasciano abbracciare, attraverso la mia umanità, attraverso il Sacramento della Confessione da Cristo. Gesù ha bisogno di questo “sterco” per fare le sue buone torte, di questo umano per fare di un peccatore uno strumento della sua misericordia.

In questi giorni ho letto un’affermazione del grande scrittore inglese Lewis, convertito dall’anglicanesimo al cattolicesimo e che propongo ai lettori perché non abbiano paura delle loro miserie, ma si lascino abbracciare da Cristo. Leggiamo nel suo libro I quattro amori: «Sono convinto che il più sregolato e smodato degli affetti contrasta meno la volontà di Dio di una mancanza d’amore volontariamente ricercata per autoproteggerci… Non è cercando di evitare le sofferenze inevitabili dell’amore che ci avvicineremo di più a Dio, ma accettandole e offrendole a lui: gettando lontano l’armatura di protezione. Se è stabilito che il nostro cuore debba spezzarsi, e se Egli ha scelto questa via per farlo, così sia».

Infine, non dimentichiamo quanto affermava san Francesco di Sales: «Che meraviglia se la debolezza è debole!». Alzarsi ogni mattina con questa coscienza di se stessi è il modo più bello, più attraente per cominciare dicendo: «Tu o mio Cristo». E così la giornata si trasforma in una grande allegria, anche per i depressi e gli ammalati, come lo testimoniano la mia storia e quella dei miei figli che soffrono dolori atroci. L’umano ha bisogno di Cristo e Cristo dell’umano, della tua umanità così come sei, con i tuoi limiti, con il tuo temperamento, con le tue debolezze.

Padre Aldo Trento

La realtà detta legge. Sulla vita un dibattito senza ipocrisie

Che il feto umano senta dolore se subisce un danno è cosa ormai evidente per tutta la comunità scientifica internazionale. Il dibattito è sul “quando”: cioè quando le strutture del suo sistema nervoso lo mettono in grado di percepirlo durante la gravidanza. Sappiamo che dentro l’utero da un certo punto dopo il concepimento cominciano a funzionare le connessioni nervose che uniscono le varie parti del corpo con la zona del cervello che decifra il dolore, chiamata talamo. Nel giro di pochi giorni avverrà anche la connessione con la corteccia cerebrale che si sta sviluppando. Tutto questo avviene verso le 20-23 settimane di gestazione. Qualche anno fa il gruppo londinese di John Fisk dimostrò che pungendo l’addome al feto di questa età gestazionale, per eseguirgli una trasfusione di sangue in utero, questo rispondeva producendo adrenalina e cortisolo – ormoni dello stress – proprio come ogni essere umano che prova dolore. È un dibattito interessante quello entrato nella legge approvata in prima lettura martedì sera dalla Camera americana, e ogni anno la scienza porta nuovi dati e prove.

Nessuno potrebbe però immaginare che questo dibattito in primo luogo interessi i chirurghi. Già, perché ormai la scienza ha fatto passi da gigante e si riesce a compiere interventi sul feto prima che nasca, lasciandolo poi per le restanti settimane della gravidanza dentro l’utero. Per questo anestesisti e chirurghi hanno a cuore di scoprire quando il feto ha bisogno di anestesia e quando no, perché se provasse dolore l’intervento sarebbe impossibile per i suoi movimenti, senza contare che il feto rischierebbe seri risentimenti cerebrali per gli sbalzi di pressione indotti dal dolore. Oggi dunque è normale anestetizzare il feto durante simili interventi, se eseguiti nella seconda metà della gravidanza.

Fui convocato due anni fa dalla European Food Safety Agency (Efsa) dell’Unione europea per dibattere proprio di questo tema, unico italiano tra quindici esperti internazionali: quando il feto dei mammiferi prova dolore? Il dibattito riguardò soprattutto il momento della gravidanza a partire dal quale il dolore può essere percepito. Siccome il dolore è un fenomeno personale la risposta si può avere per via solo indiretta, cioè analizzando le reazioni ormonali, visionando lo sviluppo anatomico, registrando l’elettroencefalogramma. Ne nacque una vivace discussione: per alcuni studiosi, tra cui il sottoscritto, sulla scia della londinese Vivette Glover e dell’americano Sunny Anand, il dolore inizia a essere percepibile dopo le 20-22 settimane; per altri qualche settimana dopo, dall’inizio del terzo trimestre di gravidanza. Per altri infine il feto avrebbe uno stato di sopore, che comunque è ben diverso da una reale anestesia.

Dunque il dolore fetale non deve essere negato né esagerato, dato che nella prima metà della gravidanza non appaiono presenti le strutture atte a sentire il dolore. Ecco allora l’invito: parliamo di dati e non di preconcetti, qualunque cosa si pensi a riguardo, perché in questi ambiti la disinformazione è davvero grande.

Che poi tutto ciò abbia un riflesso legislativo sulle interruzioni di gravidanza, come la proposta appena varata dai deputati americani con il significativo titolo di «Pain-Capable Unborn Child Protection Act» (la «Legge per la protezione del bambino non nato capace di provare dolore»), con l’obiettivo di limitare gli aborti all’epoca in cui il feto non prova dolore, è cosa comprensibile: ha una sua logica che apprezziamo. Ma vogliamo ugualmente ribadire come ci piacerebbe che in questo campo oltre al legislatore si introducesse un sano dibattito, diffuso, documentato con dati alla mano accanto a un lavoro culturale e sociale: toppo spesso abbiamo visto un tema di simile portata trattato con superficialità (nessuno parla della sensibilità fetale e della sua umanità…), o con superbia e ipocrisia quando sentiamo giudizi, magari rispettosi della persona a parole, che però non sono accompagnati da seri passi per aiutare le donne in condizioni di disagio e le coppie in seria difficoltà.

Carlo Bellieni – Avvenire

La malattia che ha trasformato Joaquin

“L’Opus Dei mi ha fatto scoprire che il mio lavoro è la mia malattia”

E’ la prima volta che il giornalista intervista una persona che giace a letto. Però è bene che l’intervistato stia a suo agio. Joaquín Romero, barcellonese, un architetto di 35 anni, è stato colpito dalla sclerosi multipla irreversibile. Ed ha sempre il sorriso sulle labbra… Intervista pubblicata sul “Diari de Tarragona” (Spagna).

A. Coll // Diari de Tarragona
12 Novembre 2003

Joaquín Romero è stato colpito dalla sclerosi multipla, una malattia incurabile, progressiva e degenerativa. Ogni tanto ha bisogno di abbandonare la sedia a rotelle, nella quale rimane tutto il giorno, per cambiare un poco di posizione. L’intervistato, sorridente, commenta con l’allegria che non lo abbandona mai: “Mi sembra di stare davanti a uno psichiatra”. E il giornalista sta al gioco, facendo una prima domanda classica:

Chi è Joaquín Romero?
Ogni tanto me lo chiedo anch’io. Mi dico: “Dio mio, chi è questa persona che ora cammina nella sedia a rotelle? Io studiavo, giocavo al calcio, facevo una vita normale. E questo della sedia sembra un’altra persona. Allora metto i piedi a terra e mi dico: sei lo stesso, Joaquín, solo che è cambiata la situazione”.

Che cosa si sente quando la malattia bussa alla porta?
E’ come se ti arrivasse in casa un invitato di riguardo, che si presenta senza essere stato invitato. Non sai se dirgli: “Che gioia!” oppure “Per te non c’è niente da mangiare”. Poi devi accettarlo, perchè non si può mandarlo via di casa; bisogna saperlo trattare, parlargli, ascoltarlo, per sapere che cosa vuole, che cosa gli si addice.

Si finisce col voler bene all’invitato imprevisto?
Sì, ma non per lui stesso. La sofferenza non è un bene in sè, come una casa, un’automobile, un amico. Il dolore non lo si ama e basta; bisogna appoggiarsi a qualcosa, alle stampelle. E allora il dolore è lo stesso, ma il modo di sopportarlo è diverso.

Dove hai trovato queste stampelle?
In Dio. Nel mio caso, attraverso l’Opus Dei, secondo il quale gli ammalati sono un tesoro. Io pensavo che non avrei potuto lavorare, che non avrei potuto avere una vita sociale, ma l’Opera mi ha fatto scoprire che il mio lavoro dovrà essere la mia malattia e che avrei avuto la possibilità di cercare di essere migliore io stesso e di avvicinare altre persone a Dio, per esempio, col sorriso. Sono stato a Roma, alla canonizzazione del Fondatore dell’Opus Dei. Il giorno prima ero a letto, a Barcellona, prostrato dall’effetto prodotto dal cortisone che mi avevano dato per una recente recrudescenza della malattia. Il giorno seguente, però, ero in Piazza San Pietro, con la mia sedia a rotelle che, come tante altre, si apriva il passo fra tanta gente. Sono stato felice, ma mi sono stancato molto. Il mio invitato era con me, come sempre.

Quando è arrivato l’invitato?
Quando avevo 22 anni. La mia vita fino allora aveva avuto due momenti particolarmente magici. Il primo è stato quando avevo 14 anni e ho terminato la scuola dell’obbligo con buoni voti. Sono andato in vacanza a Minorca con la mia famiglia, poi in Italia con alcuni amici. Giocavo a calcio, mi piaceva molto. Il secondo, quando ho cominciato i corsi di architettura. Avevo grandi progetti per la mia vita: riuscire a essere un buon professionista, sposarmi e avere molti figli.

E d’improvviso irrompe la malattia…
Non tanto improvvisamente. Il primo anno l’ho passato in mano ai medici che mi studiavano. Ho terminato gli studi, ma gli esami scritti finali non sono riuscito a farli perchè le mani si paralizzavano.

Quando è arrivata la sedia a rotelle?
Quando non ne ho potuto più farne a meno. Prima ho utilizzato una stampella; poi, due; e un giorno, la sedia. Volevo andare al funerale del padre di un amico e sentivo di non avere la forza di camminare per 50 metri dal parcheggio alla chiesa. Un amico mi portò in macchina, e mise dentro anche una sedia a rotelle nel caso ne avessi avuto bisogno. Tentai di farcela con l’aiuto delle stampelle, ma non ci riuscii. Allora chi mi accompagnava tirò fuori dalla macchina la sedia, mi ci misi su, e arrivato in chiesa mi sentii morire. Tutti mi guardavano; mi sentivo pugnalato da tanti occhi.

Ci si abitua?
Sì; quello a cui uno non si abitua mai è che certe volte la gente, vedendoti su una sedia a rotelle, ti tratti come se non fossi normale. Invece, noti il desiderio di aiutare che hanno molti. Credo che anche noi li aiutiamo ad essere migliori, ad avere buone disposizioni verso gli altri.

Che cosa vuoi fare in questa situazione?
Vorrei mettermi a lavorare. Con mio fratello Borja, ingegnere di telecomunicazioni, dieci anni più giovane di me, abbiamo ristrutturato la casa perchè possa essere autosufficiente, andare dal letto al bagno e alla doccia o possa aprire la porta, le finestre, accendere il televisore, parlare al telefono, scrivere al computer, ecc.

Ci siete riusciti?
Sì; e poi abbiamo fondato una ditta con le nostre iniziali – “B & J Ristrutturazioni” – e abbiamo cominciato a cercare clienti, persone diventate paraplegiche o tetraplegiche a causa di una malattia o di un incidente. Siamo in contatto con l’istituto Guttmann, il più famoso, e con altri centri di riabilitazione, con assistenti sociali… e ci offriamo di adattare la casa o l’appartamento dell’invalido, di fargli un vestito commisurato alle sue necessità concrete dovute alla situazione in cui si trova. E lo facciamo con l’aiuto delle nostre conoscenze tecniche e della mia esperienza personale.

Hai clienti?
Sì, anche se non è facile. Bisogna vincere, da parte loro, la tentazione dello scoraggiamento. Mi favorisce il fatto che posso parlare loro da sedia a sedia, e non come quelli che dicono di mettersi nei loro panni a distanza.

Che cosa dice a un cliente il quale, fra quelli che vengono a vederlo, si ribella domandandosi perchè Dio permette la sua sofferenza?
Comincio dicendogli che è molto positivo che si sia fatta questa domanda, perchè a qualunque domanda si deve cercare una risposta. Poi gli dico che io posso dargli una mano per tentare di trovare la risposta. Un motivo potrebbe essere quello di ricordarci di più di Dio, che forse avevamo dimenticato. Se così fosse, è un’occasione in più per stargli vicino, per cominciare a trattarlo, chiedergli perdono, dargli un bacio attraverso la confessione.
Gli direi anche: vallo a trovare davanti al Tabernacolo, lamentati, parlagli e quando non ti viene in mente niente, vattene e ritorna un altro giorno. Non pretenderai di conoscerlo in due giorni. Per avere un amico bisogna trattarlo.

Che cos’è il dolore per lei? Come lo definisce?
E’ la chiave, la risposta a molti interrogativi di una persona credente. Non ha nessun senso se non passa per la trascendenza. Ti insegna a conoscerti di più, a mettere ogni cosa al suo posto. E a conoscere meglio gli altri, ad essere comprensivo con i loro limiti.

Cara professoressa ho abortito e adesso?

bambino fetoGentile Direttore, insegno Religione nelle scuole superiori di stato dal 1985 e grazie all’amicizia di cui tanti miei alunni mi hanno degnato, ho la possibilità di condividere con loro gioie e dolori della vita quotidiana. Nelle aule scolastiche ho avuto modo di incontrare generazioni di studenti con tutti i loro pregi ed i loro difetti, le loro aspettative, i loro cinismi ed i loro dolori, le loro illusioni e le loro speranze. E’ a loro che ho pensato quando, poco più di un mese fa, l’Aifa ha deciso di commercializzare la pillola abortiva RU486 ed è a questo proposito che vorrei renderla partecipe di ciò che succede nelle mie aule scolastiche.

La mentalità che sottostà alla decisione di rendere commerciabile l’RU 486, così come quando si arrivò alla stessa decisione per la pillola del giorno dopo, purtroppo è già da tempo un modus vivendi nella realtà quotidiana di tantissimi giovani, quelli che vedo tutte le mattine entrando nelle aule scolastiche e gli stessi che noi adulti, spesso, mandiamo alla guerra nudi! E infatti nudi sono, disarmati, inconsapevoli, colpevoli senza esserlo. Sì, perché vivere in questo mondo è diventata una guerra e si sta realizzando la profezia del grande scrittore Chesterton quando diceva che “bisognerà sguainare le spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”.
Ecco cosa ho visto e saputo in classe: un numero imprecisato di mie alunne che si sono procurate presso i consultori cittadini, la pillola del giorno dopo, con la facilità con cui si beve una coca cola al bar, studentesse che in 2 anni hanno abortito due volte, la seconda con l’RU 486 a casa e senza assistenza medica e naturalmente, con la connivenza dell’amatissimo fidanzato e nella totale ignoranza dei genitori; ma ecco solo alcuni degli sms che ho ricevuto: “Salve prof! Come sta? Io non lo so… la pillola del giorno dopo è un omicidio?”, “Salve prof! Scusi per ieri… comunque sto bene… anche se moralmente mi sento un po’ una m… non avrei mai immaginato mi succedesse e sono stata costretta a fare quello che non avrei voluto… sono stata un’egoista… mi hanno dato la ricetta in guardia medica… le voglio bene e scusi il disturbo! Ora non posso parlare… un abbraccio!”, “Ciao Prof., scusa l’ora (h. 4.23), ma il mondo è pazzo! Una tipa ha abortito mio figlio, mi dispiace e mi sento un bastardo; so di esserlo, ma la cosa che mi fa più schifo di me non è tanto il fatto che non abbia avuto le palle per dire che io volevo vedere al mondo quella parte di me, ma il fatto che, se anche ne avessi avuto il coraggio, non me la sarei poi sentita di mettere in discussione tutta la mia vita fatta delle mie fottute certezze del c… di un ventenne di m… per crescere un figlio o anche soltanto per sentirmi padre. So che secondo la Chiesa sono da inferno solo per questo, però da essere umano, non da cristiano, mi dica, come faccio a credere nelle persone che vedo con me se penso a quello che ho fatto?
Questa è la realtà reale.
E’ questo che vogliamo per i nostri ragazzi?
La commercializzazione della pillola abortiva è un fatto gravissimo che va ad aggiungersi a tutto il male con cui quotidianamente abbiamo a che fare e che è necessario osteggiare e combattere con tutte le proprie forze, ma ho l’impressione che spesso si sottovaluti un aspetto molto importante per combattere questa guerra: l’educazione e la passione per la verità.
Sembra la scoperta dell’acqua calda ma, purtroppo, non è così.
Certo, grazie a Dio (e non certo agli uomini!) non tutti i miei alunni si trovano tutti a dover affrontare questi drammi, ma l’aria che respirano è questa e poi: qui quello che conta non sono i numeri; ogni persona è lei, unica, irripetibile e quello che fa testo nella verità non è la maggioranza, ma la verità.
Noi siamo gli adulti e i ragazzi ci guardano. Cosa vedono?
Può capitare che vedano madri accompagnare figlie minorenni in farmacia ad acquistare la pillola del giorno dopo perché “nel dubbio è meglio non crearsi problemi”, oppure “meglio adesso – che non c’è niente – che più tardi quando la cosa diventa più complicata!” Può essere che imparino da noi genitori che “la vita non ha un valore in sé, sei tu che glielo dai. Tu sei nato perché ti ho concepito nel matrimonio con tuo padre che amavo, ma se ti avessimo concepito da ragazzi, qualche anno prima, mai ci saremmo rovinati la vita mettendoti al mondo! Prova a pensare: la scuola da finire, il lavoro da trovare, i soldi da fare… quello che dovrebbe essere una felicità, trasformata in una sfiga!!”. Questo mi sono sentita raccontare da una mia alunna in classe e davanti a tutti. Oppure: “Prof. Per definire l’amore di Dio lei ha usato l’analogia dell’amore della madre e del padre per i figli… ma, c’è madre e madre e c’è padre e padre!!!
Le confesso che a volte esco dalle aule sconvolta, triste e addolorata; i miei ragazzi, spesso vivono da soli l’inferno… con il sorriso sulle labbra, ma soprattutto può capitare che siano affiancati da adulti estranei per non dire conniventi e che di fatto trasmettono la mentalità mortifera del nichilismo dominante.
Nonostante tutto, nonostante questa violenza quotidiana di cui sono oggetto, i miei ragazzi, tutti, ce l’hanno ancora il desiderio di felicità, di bontà, di giustizia, di bellezza. Si guardano forsennatamente intorno per vedere se trovano qualcuno o qualcosa che possa rispondervi e cosa vedono?! C’è forse qualcuno là fuori che abbia realmente a cuore se stesso, così da poter avere a cuore anche il loro bene?… Da domani li rivedrò tutti e non vedo l’ora!
“Per sperare bisogna avere ricevuto una grande grazia” diceva il grande Péguy.
Io l’ho ricevuta. L’ho sperimentata quando sono stata guardata e accolta da Cristo, così come egli ha fatto con i pubblicani ed i peccatori e da allora sono diventata una per cui Lui ha ritenuto di dover morire. E’ per questo che tra pillola del giorno dopo, pillola abortiva, pillola anticoncezionale, aborto chirurgico, aborto terapeutico, canne, alcool, incidenti del sabato sera, vado in classe e faccio il mio mestiere. Non li giudico, ma mi stanno a cuore. Tutti. Non smetterò mai di far loro compagnia per come son capace e secondo le modalità che le circostanze mi permettono; ho intenzione di continuare a non sottrarmi alle loro mille domande, dentro e fuori la scuola, domande vere, brucianti, non quelle fatte “tanto per farsi vedere…”.
Si può vivere in modo più umano, più bello, più giusto, si può avere il “centuplo quaggiù”. Ne sono testimone. Christus vincit.
Ester Capucciati“. (Fonte: Cultura Cattolica del 01 ottobre 2009)

Lettera di Dio per te

Caro/a figlio/a:

Tu, che sei un essere umano, sei il mio miracolo. E sei forte, capace, intelligente e pieno di doni e di talenti. Raccontali ed entusiasmati per loro. Riconosciti. Trovati. Accettati. Esortati. E pensa che da questo momento puoi cambiare la tua vita in bene, se te lo proponi e ti riempi di entusiasmo. E soprattutto, se ti rendi conto della felicità che puoi ottenere se solo lo desideri.

Sei la mia creazione più grande. Sei il mio miracolo. Non temere di iniziare una nuova vita. Non lamentarti mai. Non tormentarti. Non deprimerti. Come puoi temere, se sei il mio miracolo? Sei dotato di poteri sconosciuti a tutte le creature dell’universo. Sei unico. Nessuno è uguale a te. Sta solo a te accettare la via della felicità e affrontarla, e andare sempre avanti fino alla fine. Semplicemente perché sei libero.

In te è il potere di non attaccarti alle cose. Le cose non fanno la felicità. Ti ho creato perfetto perché approfittassi della tua capacità e non perché ti distruggessi con cose superficiali. Ti ho dato il potere di pensare, di amare, di determinare, di ridere, di immaginare, di creare, di pianificare, di parlare, di pregare… Ti ho dato il dominio di scegliere il tuo destino usando la tua volontà. Cosa hai fatto di queste forze enormi che ti ho dato? Non importa. Da oggi in poi dimentica il tuo passato, usando in modo saggio questo potere di scelta.

Scegli di amare anziché odiare, scegli di ridere anziché piangere, scegli di agire anziché rimandare, scegli di crescere anziché consumarti, scegli di benedire al posto della blasfemia, scegli di vivere anziché morire.

E impara a sentire la mia presenza in ogni azione della tua vita. Cresci ogni giorno un po’ di più nell’ottimismo della speranza. Lasciati indietro le paure e il senso di sconfitta. Io sono sempre al tuo fianco. Chiamami, cercami, ricordati di me. Vivo in te da sempre e ti aspetto sempre per amarti. Se devi venire da me un giorno… che sia oggi, in questo momento. Ogni istante che vivi senza di me è un istante infinito di pace che perdi.

Cerca di diventare bambino, semplice, innocente, generoso, con la capacità di stupirti e di commuoverti di fronte alla meraviglia di sentirti umano, perché puoi conoscere il mio amore, puoi sentire una lacrima, puoi comprendere il dolore…

Non dimenticare che sei il mio miracolo. Che ti voglio felice, con misericordia, con pietà, perché questo mondo in cui transiti possa abituarsi a ridere, sempre che tu impari a farlo. E se sei il mio miracolo, allora usa i tuoi doni e cambia il tuo ambiente, contagiando speranza e ottimismo senza timore, perché io sono al tuo fianco.

Con tutto il mio affetto, DIO

da: http://it.aleteia.org

Aborto: il dolore delle donne

aborto-donna.jpgQuando, entrando in classe, incrociai il suo sguardo per la prima volta, rimasi senza parole. Non avevo mai visto degli occhi azzurri e affascinanti come i suoi. I suoi capelli biondi e il suo sorriso dolce e ribelle insieme, non lasciavano trasparire quasi mai la rabbia e la sofferenza che si portava dentro. Ma niente mi avrebbe preparato ad aiutarla nel suo evento più doloroso. Era primavera e la vita, oltre a sbocciare nei campi, aveva iniziato a sbocciare anche dentro di lei.

Un giorno mi confidò questa sua situazione, insieme alla marea di problemi familiari che pesavano sulle sue giovanissime spalle. Io cercai di aiutarla come potevo e la misi in contatto con persone specializzate a star vicino ad un’adolescente “in attesa”. La pregai di andare all’appuntamento che le avevo procurato. Avrei fatto qualsiasi cosa per darle un valido aiuto nella decisione che doveva prendere. E la decisione era importante: far fiorire il fiore che aveva in grembo o chiudersi alla vita, illudendosi così di evitare tanti altri problemi.

Dopo una settimana, mi disse: “Ho fatto tutto prof. Sono andata fuori città e ho fatto. La mia mamma mi ha accompagnata”. Non ho detto niente. L’ho solo guardata come si guarda un vaso fragile che non sopporterebbe ulteriori scossoni; cercavo di farle capire che io le volevo ancora bene. Nella mia vita, ogni volta che mi sono avvicinata a donne che avevano abortito, ho toccato con mano il dolore. Per questo mi sembrava così strana l’apparente tranquillità di questa ragazzina.

Passarono i mesi ed a scuola la vedevo serena, allegra… come sempre, insomma. Almeno sembrava. Un giorno, in rete, leggo una discussione sull’aborto, dove lei sta intervenendo. Scrive con rabbia; difende la libertà di scelta e, contro di lei, intervengono coloro che sono contrari all’aborto. Quella discussione mi fa vedere il suo dolore. La sua apparente grinta e sicurezza nell’argomentare, ai miei occhi, sono solo meccanismi di difesa di una creatura che non vuole pensare il peggio di se stessa e non vuole più star male come un cane. Prendo l’occasione per scriverle in privato e in privato lei mi risponde. Una ragazzina, un’adolescente, una mia alunna, mi ha spiegato l’aborto meglio di tante relazioni e libri che ho letto in questi anni.

“Prof… proprio perché so cos’è l’aborto, mi girano le balle a sentire certi discorsi in rete. L’aborto è un trauma, uno shock per chi lo vive, un qualcosa di buio e orribile che ti trascini dietro a vita… è la consapevolezza di non aver dato l’opportunità di vivere a tuo figlio… è un rimorso a vita… un flagello… eppure spesso… molto spesso… è l’unico spiraglio di luce in fondo ad un tunnel buio.. o in altri casi, come nel mio, è imposto.

Non dico che questo sia giusto.. o tanto meno sia giustificato.. ma non si ha nessun diritto di parlare di certe cose così… come si potrebbe parlare di un ‘no alla tav’.

Mi sembra altrettanto futile , sciocco, egocentrico e anche poco rispettoso nei confronti di chi gli è stato imposto (nel bene o nel male che sia) un dolore di questo livello… tutto qua.Si… cinque mesi  fa è successo, prof.

Però cerco di essere una persona forte … e non si sa per quale motivo riesco a sorridere anche adesso… forse più per dare forza a chi ho intorno e si preoccupa per me, che non per darla a me… non è facile… ma per sfortuna o per fortuna, da questa vita, quel poco che ho imparato è che non sempre è tutto facile e giusto, anzi!

E ho anche imparato che i calci sulle gengive, quando li prendi, il dolore lo senti tu… e chi ti è vicino può solo compatirti e starti ancora più vicino… ma per quanto lo faccia con amore, è chi sta male che deve stringere i denti e andare avanti. Non posso negare che ho ancora nella testa gli occhi dei dottori, delle persone che sapevano; occhi di “pena”.

Ricordo le urla di dolore e quella donna che mi stava vicino e gridava “Stiamo perdendo troppo sangue!” e continuava a ripeterlo… Ricordo le lacrime negli occhi di mia madre e le parole balbettate di mio padre, che a stento tratteneva le lacrime… ricordo di aver sentito il calore delle mie sorelle… ricordo gli incubi che ho tutt’ora… ricordo quanto è stato amaro il boccone da mandare giù quando io ero in ospedale e la persona che diceva di amarmi era lontana e mi chiamava da una discoteca… ricordo la mente confusa durante l’operazione e lo strazio come se fossi carne da macello… ricordo quel bacio affettuoso sulla fronte che mi diede il chirurgo dopo l’operazione… ricordo il sangue che colava… ricordo il mio stomaco stringersi fino a quasi non farmi respirare, ogni volta che avrei voluto piangere; ma non l’ho fatto per non creare disagio a nessuno.

Ricordo l’emorragia e ricordo di aver ricordato tutto quello che aveva passato mia mamma con la sua malattia; e questo mi dava forza.

Ma forse la cosa di cui ho avuto più ‘paura’ è stata quella voce… quella notte… pochi giorni dopo l’operazione. Ero nel mio letto… dormivo… mi sono svegliata di soprassalto… ero stata svegliata da una voce che mi aveva chiamata ‘mamma’.. e io mi sono svegliata con naturalezza come se tutto ciò fosse reale…problemi mentali!? fantasia!? subconscio?! immaginazione?! Non lo so.. so solo che io parlo con lui ogni giorno … e se è vero che esiste qualcosa.. beh, quel qualcosa mi sta dando forza”.

Maria Cristina Corvo

Per tutti gli approfondimenti, visita www.intemirifugio.it

La terapia più efficace è quella dell’amore

querciaEsiste una associazione dove le persone non si abbattono e non abbandonano la vita neanche di fronte alla più infausta delle diagnosi prenatali.
Si chiama “Quercia Millenaria”  (http://www.laquerciamillenaria.org/ ) ed è stata ideata e attivata proprio da genitori che hanno già vissuto questo dramma e che desiderano offrire la loro esperienza e il loro aiuto.
La Quercia Millenaria è il luogo in cui i genitori condividono il percorso di accoglienza di un figlio considerato “incompatibile con la vita”, o che vivrà con una malformazione, e si sostengono reciprocamente con amore fraterno, aiuto concreto e preghiera comunitaria.
Nel sito della Quercia Millenaria è scritto: “In caso di malformazione fetale, l’aborto non è la soluzione: noi possiamo aiutarti”.
Ed ancora: “Esiste un’alternativa all’aborto, e si chiama ‘accompagnamento’: amare fino alla fine. Sono due strade di sicuro dolore entrambe: solo una delle due, però, contiene Amore, e questo farà la differenza di un dono finale: pace, speranza, slancio a riaprirsi presto alla vita, unità della coppia. Rivolgetevi a noi con fiducia, da oggi non siete più soli. La Quercia Millenaria sarà accanto a voi”.
Per saperne di più, ZENIT ha intervistato la Presidente della Quercia Millenaria, Sabrina Pietrangeli.
Dove trovano la forza, le vostre famiglie, nell’accogliere un figlio destinato a morte certa?
Pietrangeli: Intanto debbo dire che “morte certa” e “feto terminale”, sebbene esprimano in modo chiaro la evidente problematica del bambino, sono terminologie che sappiamo non essere sempre delle sentenze di morte. Ne abbiamo collezionati di “fatti inspiegabili” che hanno cambiato la storia naturale di un bambino, per poter affermare questo! Proprio la nostra associazione nasce dalla storia di un bambino portatore di quello che sulla cartella clinica è stato descritto come “risoluzione naturale” ma che è una inspiegabile “risoluzione miracolosa”, pur se non senza conseguenze.
A parte questo, i piccoli che nel momento della diagnosi sembrano essere realmente destinati a non avere vita fuori dal grembo materno, sono per i genitori un dono stupendo comunque. Il loro modo di accompagnare questi bambini è intriso sì di sofferenza, ma mai di disperazione. Il rifiuto di questi figli avrebbe scatenato l’aborto sin dal momento della diagnosi: così non è stato, e quindi l’accompagnamento, anche fino alla morte stessa, risulta possibile perché condito di amore e accettazione, animato dalla convinzione che dietro quella vita apparentemente inutile e senza futuro, si nasconda un progetto di amore che verrà rivelato nel tempo. E normalmente, il tempo dà ragione a queste famiglie… altrimenti non avremmo totalizzato 32 testimonianze in due soli libri, e altre ne arrivano in continuazione, alcune delle quali pubblicate regolarmente sul nostro sito.
La Quercia Millenaria è promotrice di un convegno che ha per titolo “Il contenimento del dubbio diagnostico: il counselling per la vita prenatale”. Che importanza riveste per lei la possibilità di parlare al mondo medico?
Pietrangeli: Direi una importanza fondamentale. Non a caso, la difficoltà più grande che incontrano oggi le famiglie nel corso di una diagnosi prenatale è proprio il linguaggio errato degli operatori sanitari e la mancanza di delicatezza, unita molto spesso, purtroppo, ad una grande superficialità nell’esporre un problema legato al bambino atteso. La carenza di informazioni sulle reali possibilità di cura di un bambino con problemi, a volte per mancanza di conoscenza, altre volte per non “dirottare” i genitori in altri Centri… questo è contrario al primo dovere di un medico, che è prendersi cura del malato.
E come pensate di risolvere questo divario?
Pietrangeli: Certo non incentivando denunce o rappresaglie, come oggi si tende a fare. Negli ultimi anni si è creato un vero strappo nel rapporto tra ginecologi e famiglie, non si sente altro che diagnosi sbagliate, e cose del genere. La Quercia Millenaria si sta delicatamente inserendo come “ponte” tra medici e famiglie. Una sorta di mediazione che, se da una parte, vuole tranquillizzare i genitori con un counselling corretto e una iniezione di fiducia sul come portare avanti una gravidanza particolare, dall’altra fa conoscere agli operatori sanitari il mondo fragile e delicato dei sogni e delle proiezioni di una mamma in attesa, e delle ansie di una famiglia alle prese con un problema. E’ sicuramente un lavoro lungo, che richiederà anni, ma siamo qui per questo!
Quindi c’è un altro libro in programma, dopo “Il figlio terminale”?
Pietrangeli: Sì. Per correttezza debbo spiegare che il grande lancio che stiamo facendo de “Il figlio terminale”, è in corso perché questa riedizione si è arricchita di moltissimi inediti, che altro non sono che le prosecuzioni di quasi tutte le testimonianze contenute nel libro. Per il resto, non ci sono stati altri cambiamenti, a parte il nuovo editore. “Il figlio terminale” infatti, fu pubblicato nel gennaio del 2007 e subito nell’aprile dello stesso anno ci fu una ristampa da parte della Nova Millennium Romae, per un totale di 5000 volumi venduti in soli tre anni e per lo più distribuiti dall’associazione stessa. Il nuovo editore, IF-Press, ha messo in grande risalto quel piccolo volumetto volendo ampliarne la forma e il contenuto, e quello che è venuto fuori è un piccolo gioiello, piccolo solo apparentemente, ma noi sappiamo bene a quante persone ha cambiato la vita!
Il volume successivo “La terapia dell’accoglienza”, oltre alla sua valenza testimoniale (ci sono altri 14 racconti di genitori all’interno, ndr), ha anche una inestimabile valenza scientifica ed etica. Al suo interno infatti, si alternano relazioni che parlano di counselling e tecniche di diagnosi prenatale, di come viene affrontato il lutto in termini psicologici da parte dei genitori, di come il bambino con handicap vive la sua condizione in seno alla famiglia e dinanzi alla società, di quale peso oggi parole come “handifobia” e “sindrome del feto perfetto” siano lo specchio di questa società edonista in cui viviamo, e soprattutto di come i mass-media tendano a mistificare la realtà di temi come l’aborto, l’eutanasia e l’handicap in generale. E’ insomma un trattato che desidera cambiare la cultura imperante, quella della perfezione a tutti i costi. All’interno del libro c’è anche una riflessione di Carlo Casini, presidente nazionale del Movimento per la Vita Italiano, da sempre silenzioso ma ammirato spettatore della nostra attività.
Cosa si auspica per il futuro della Quercia?
Pietrangeli: Il grande auspicio è quello di poter lasciare un solco su questa terra, un cambiamento di mentalità, soprattutto. Quello che in 30 anni di legge 194 è divenuto un genocidio di massa, un abominio terribile, può e deve essere totalmente ribaltato in un sano, concreto rispetto per la vita nascente. E’ un lavoro duro, ma noi vogliamo esserci.

da Zenit

Non è il dolore ma l’Amore a renderci migliori

amareCi sono vite che, più di altre, sono sorprendentemente forgiate dalla Provvidenza. Uomini che hanno lottato caparbiamente per un obiettivo o per un’idea, si ritrovano inopinatamente scaraventati su un palcoscenico che, in precedenza, non avevano mai immaginato di calcare.

Ciononostante, sono felici più di prima, non perché siano inclini al fatalismo o alla rassegnazione ma perché hanno visto la grande mano di un Padre, congiungersi alla loro mano, per accompagnarli lungo i sentieri del loro destino, della vera realizzazione del proprio sé.

In occasione della festa di San Giuseppe, ZENIT ha incontrato un giovane padre di famiglia, un uomo comune che ha attraversato vicende eccezionali. Nelle burrasche della sua vita, Andrea Torquato Giovanoli ha vacillato e beccheggiato ma non è mai naufragato.

Nel suo libro autobiografico Nella carne, col sangue (Gribaudi, 2013), Andrea, 41 anni, milanese, ha raccontato cosa significhi perdere tre figli nei primi giorni di vita o nel grembo materno, per di più tutti e tre per patologie diverse e non ereditarie. Lo ha fatto senza alcuna retorica o sentimentalismo gratuito, senza sentirsi una persona speciale che deve insegnare qualcosa agli altri per quello che ha patito. Il dolore non ha cancellato il suo temperamento gioioso e la sua disarmante e giocosa ironia: chi conosce il suo dramma, non può che apprezzare ancora di più questo suo lato caratteriale.

Autore di quattro libri, gli ultimi due dei quali dedicati al tema della paternità, e firma ricorrente sul blog di Costanza Miriano, Giovanoli è da 14 anni sposato con Emanuela, la donna che lo ha riportato alla fede cattolica dopo una dozzina d’anni di lontananza dalla Chiesa: un’unione lunga e felice ma, non per questo – specie agli inizi – sempre facile. Insieme hanno avuto sei figli, nati tra il 2002 e il 2013, di cui tre in Cielo.

***

Com’è stata la tua gioventù e com’era la tua vita prima della tua conversione?

La mia gioventù è trascorsa normalmente, almeno per uno che, come la gran parte dei giovani, dopo la Cresima si è subito staccato da Cristo e dalla Chiesa: preservato da grossi drammi, ci ho pensato da solo rendermela problematica passando una dozzina d’anni nell’inutile ricerca di una risposta di senso alle mie domande esistenziali in ogni sorta di filosofia, religione ed ideologia che naturalmente non avesse nulla a che fare con la Bibbia o il Vangelo.

Cos’è che poi ti ha cambiato?

La domanda giusta è “Chi” mi ha cambiato, e la risposta naturalmente è Cristo. Un Gesù ritrovato frequentando per amore una ragazza che, al contrario di me, nella Chiesa ci è rimasta e ci è cresciuta (ragazza che, per la cronaca, è diventata poi mia moglie).

Hai perso tre figli: è proprio vero che il dolore può renderci migliori?

No. Non è il dolore a renderci migliori (altrimenti i masochisti sarebbero tutti santi). L’Amore ci rende migliori, ma spesso, purtroppo, poiché siamo uomini di poca fede, tutti impastati di superbia, serve il dolore per darci la sveglia e farci capire che non siamo padroni di nulla, ma tutto ci è dato per Grazia. Grazia di un Dio che vuole solo che noi ci lasciamo amare da Lui, corrispondendo con fiducia al Suo amore.

C’è stato un momento, nei tuoi drammi familiari, in cui ti sei detto: “basta, non ce la faccio più…”?

Ogni singola volta. Perché in ogni momento in cui ti ritrovi nel Getsémani della vita la tentazione è la medesima di Gesù: quella di far passare via da sé il calice amaro. Poi, però, fai memoria storica delle croci precedenti, di come accogliendole e passandoci attraverso, tutte immancabilmente alla fine ti abbiano condotto ad una nuova risurrezione, e allora rinnovi il tuo abbandono fiducioso a quell’Amore che hai sperimentato essere davvero provvidente e ed ecco che ti viene data la forza per dire, con il Cristo sofferente: “Padre non sia fatta la mia, ma la Tua volontà” (Cfr. Luca 22,42).

Possiamo dire che il calvario che hai passato sia stato per te una seconda conversione?

Lo è stato, ogni volta. Ogni croce accolta ti rinnova, poiché ti svuota di te stesso per riempirti di Dio: è come quel Sapiente Artigiano che modella, anche rudemente, il Suo attrezzo, cosicché diventi uno strumento migliore, capace di compiere le Sue buone opere con più docilità e maggiore efficienza.

Nel tuo ultimo libro in particolare, Nel nome del padre, racconti l’aspetto più gioioso della paternità, le piccole grandi scoperte quotidiane con i tuoi figli, il crescere insieme a loro… Che tipo di padre sei diventato?

In realtà la mia paternità è ancora tutta in divenire, ma posso dire di aver scoperto una cosa, che ha dato un senso proprio e maggior pienezza al mio essere uomo e padre: comprendere che la paternità corrisponde a quella vocazione adamitica che davvero realizza l’uomo. Così come al progenitore Adamo venne data dal Creatore la responsabilità sulle Sue creature perché desse loro il “nome”, medesimamente all’uomo che accoglie la sua prole, viene data la responsabilità su di essa perché l’aiuti a compiere il proprio “destino” di figli di Dio. Poiché la responsabilità vera di un genitore verso i propri figli non è solo di metterli al mondo, ma soprattutto di farli ammettere al Cielo.

Si dice che oggi la figura del padre sia in crisi, che sia un “mestiere” ingrato, il più difficile del mondo… Allora, alla luce di questa crisi odierna, cos’è che distingue un buon padre?

La figura del padre oggigiorno è in crisi poiché l’uomo, davanti alle false pretese di controllo della deriva femminista, per egoismo e pigrizia si è ritirato, abdicando al suo ruolo: è la riproposizione, in chiave moderna, della medesima caduta dei progenitori. Credo che soltanto riscoprendo la sua vocazione ad essere padre, ad immagine dell’originale ed unico Padre Buono, il maschio possa recuperare la propria dimensione di uomo: vivendo da un lato la paternità come veicolo privilegiato per la sua realizzazione personale e dall’altro come opportunità vera di comprendere la gioia della propria originaria figliolanza a quel Dio che è Amore.

La morte di suor Cecilia: il resto della storia

Le fotografie che circolano in Internet di una suora carmelitana morente valgono sicuramente piu’ di mille parole, ma le immagini arrivate in tutto il mondo sono solo una parte della storia. Per chi ha vissuto la sua sofferenza accanto a lei, la testimonianza di gioia e pace offerta dalla religiosa è stata radiosa come il suo volto.

Le notizie del peggioramento della sua salute e le sue riflessioni si sono diffuse rapidamente attraverso i social media su WhatsApp. Perfino papa Francesco seguiva la situazione. E suor Cecilia Maria, una Carmelitana Scalza, sapeva che tutti pregavano per lei.

Nonostante la malattia non ha perso la sua allegria, sostenuta dai suoi tanti familiari, che le sono sempre rimasti vicino. I suoi nipoti si riunivano nei giardini fuori dall’ospedale nel quale è stata ricoverata per alcune settimane, inviandole messaggi e palloncini per distrarla e intrattenerla dalla finestra.

La sua gioia era accompagnata – o forse spiegata – da un profondo stato di preghiera. Ogni volta che poteva, indossava il suo abito per partecipare alla Messa nella cappella dell’ospedale. La religiosa viveva queste Messe con la stessa devozione che ha caratterizzato la sua vita dietro la grata del Carmelo di Villa Pueyrredon, a Buenos Aires (Argentina).

Suor Cecilia è rimasta piuttosto lucida malgrado la malattia. Anche se negli ultimi mesi non riusciva a parlare, i suoi gesti deboli in ogni Messa mostravano la sua attenzione e il suo fervore. Quando le preghiere dei fedeli includevano le intenzioni per i malati, il suo volto esprimeva grande gratitudine.

Chi l’ha vista ha detto che il suo viso mostrava pace e gioia – come qualcuno che aspetta l’incontro con Colui al quale aveva donato la sua vita, Nostro Signore Gesù Cristo.

Nei suoi ultimi mesi di vita, due religiose l’hanno accompagnata: una, sua sorella di sangue, è una suora del Verbo Incarnato, l’altra è una sorella spirituale della sua congregazione. Con lei e come lei, nonostante il dolore, sorridevano sempre, come i membri della sua famiglia. È una splendida testimonianza del potere della Chiesa domestica che affronta unita momenti difficili come questo.

“Sono molto contenta”, ha scritto a maggio suor Cecilia, “stupita dall’opera compiuta da Dio attraverso la sofferenza e dalle tante persone che pregano per me”.

Anche papa Francesco da Roma le aveva assicurato le proprie preghiere in un messaggio vocale in cui le ha detto che sapeva della sua situazione e che le voleva molto bene.

Non era la prima volta che il Vicario di Cristo rivolgeva la sua attenzione a suor Cecilia. Prima di prendere l’abito, la religiosa era infatti riuscita a parlare personalmente con papa Giovanni Paolo II della sua vocazione.

Qualche ora prima di morire, la carmelitana ha ricevuto la Comunione, bagnandosi le labbra con il Preziosissimo Sangue di Nostro Signore. La malattia l’aveva già da tempo privata dell’uso della lingua, “la patena più sacra per ricevere il suo Corpo e il suo Sangue”, come l’ha descritta.

Come la beata Chiara Luce Badano, ha richiesto che al suo funerale, oltre che alla preghiera, ci fosse anche festa.

“Si è addormentata dolcemente nel Signore dopo una malattia dolorosissima sopportata sempre con gioia e dedizione al suo Sposo Divino”, hanno affermato le sue consorelle annunciandone la morte.

da: http://it.aleteia.org

Suicidio: atto di chi non si sente amato

suicidio1L’uccisione di se stessi, atto il cui rapporto con la solitudine è di solito molto stretto, tanto da far dubitare della reale libertà della scelta di chi lo compie.
Diverso è il suicidio assistito è l’atto di darsi la morte se è fatto per interposta persona, previa autorizzazione del soggetto.
Realismo
E’ l’azione del terminare in modo volontario la propria vita. Nel caso in cui non è possibile farlo attivamente e si ricorre all’opera di un altro, si parla di suicidio assistito. Può essere svolto attivamente con farmaci o armi o con interventi lesivi di vario genere, oppure passivamente, rimuovendo gli strumenti atti a salvare la vita. Il suicidio è stato condannato dalla cultura per secoli; oggi una corrente postmoderna lo considera come un atto di libera scelta, e per questo degno di rispetto. Spesso al suicidio ricorrono persone in stato di abbandono, di depressione; più raramente in stato di sofferenza fisica o di malattia terminale. Il suicidio, specialmente quando viene dipinto con colori forti dai massmedia, finisce con il diventare contagioso, cioè suggestionare gli altri.
La ragione
Chi e perché ricorre al suicidio? Uno studio canadese mostra che tra i malati di SLA che chiedono di morire c’è un alto tasso di depressi… ma la depressione è curabile; e, dato il tasso di depressione tra chi chiede di morire, la legge sull’eutanasia finirà col non proteggere i pazienti le cui scelte sono influenzate dalla depressione? Degli anziani depressi, secondo uno studio, solo il 10% viene mandato da uno specialista contro il 50% dei depressi più giovani, e dunque non ci si stupirà se qualcuno chiede di morire.
Come si fa a pretendere la libertà di suicidarsi in ospedale e al tempo stesso a rammaricarsi per il suicidio dal ponte sull’autostrada? E’ un paradosso che fa crollare qualunque pretesa liberalizzazione: chi approva il primo suicidio e disapprova il secondo non ha mai spiegato chi è autorizzato a decidere chi è degno di suicidarsi o meno. Se il suicidio è libertà, perché preoccuparsi per il suo dilagare, e su che basi ammettere o estromettere una persona da quello autorizzato dalla legge? Tanto vale approvare tutti i suicidi, anche quello del ragazzino abbandonato dalla fidanzata o quello della ragazza che va male all’università. Chi è il giudice laico del cuore altrui? Il tragico è che, in nome della solitudine innalzata a sommo tribunale e chiamata poeticamente “autonomia”, nessuno sarà mai più autorizzato a salvare il suicida, se a decisione presa, ogni interferenza è illecita: e certo un poveraccio che si butta sotto il treno, la sua decisione l’ha presa. Con l’aria che tira ci si può aspettare che chi salva il suicida invece di un premio, si prenda una denuncia.
Il sentimento
Il suicidio è un grido di aiuto che chiede una risposta. Che si incrementino le cure per tutti, soprattutto per le persone con disagio mentale, per le persone abbandonate e in difficoltà. E si smetta di dire che tutto quello che decidiamo nella nostra solitudine è fatto bene. Troppo facile per gli Stati aprire al suicidio, che li deresponsabilizza dall’obbligo della solidarietà.
Carlo Bellieni
Zenit

Il feto prova dolore dalla 15ma settimana

Segnaliamo due pubblicazioni che  confermano la sofferenza provata dal feto sin dalla quindicesima settimana.

  1. Questo gruppo di ricercatori internazionali sostiene che il  feto umano può provare una rudimentale forma di dolore sin dalla 15a settimana di gestazione.
    J Pain Res. 2016 Nov 11;9:1031-1038. eCollection 2016.
    Appearance of fetal pain could be associated with maturation of the mesodiencephalic structures.
    https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27881927
  2. Questo studioso giapponese traccia lo stato dell’arte della coscienza e della percezione del dolore fetale (citando studi del prof. Carlo Bellieni).  E’ importante che l’etica tenga presente i dati dela scienza anche in questo delicato settore.
    J Obstet Gynaecol Res. 2016 Oct;42(10):1211-1221. doi: 10.1111/jog.13099. Epub 2016 Aug 16.
    Current status of fetal neurodevelopmental assessment: Four-dimensional ultrasound study.
    Hata T1.
    https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27528188

 

Amare con fede e avere fede con amore

padre_aldo_trento-jpg-crop_displayun altro toccante racconto dell’opera di Don Aldo Trento in Paraguay.
Storie che ci insegnano ad amare con fede e ad avere fede con amore.

Ti adoriamo o Cristo e Ti benediciamo perché con la Tua santa croce hai redento il mondo.

Entriamo nella stanza numero due. Due belle ragazze, con tumore cerebrale, si fanno compagnia. Miriam, mora e con un bel viso, ha 26 anni e due figli. Guillermina, 25 anni, di figli ne ha quattro. Stanno con noi da tempo ma nessuno viene a visitarle. Miriam, alla quale i medici hanno praticato una tracheotomia, è appena uscita dal coma. Ogni volta che la chiamo per nome, accarezzandole il viso, mi guarda con i suoi occhi neri che brillano, con un desiderio grande di parlarmi. Il suo corpo è storto e deformato, le mani rovesciate all’indietro e chiuse a pugno. Mi torna alla mente la figura di “Hermann lo storpio”, nella descrizione che ne fa Martindale nel suo libro Santi. Anche il corpo di Guillermina è deformato come quello di Miriam, ma all’inizio balbettava qualche parola. Ora invece non riesce più e la sua bocca è completamente aperta, come bloccata, senza alcuna possibilità di poterla chiudere, né di mangiare. Vive grazie a un respiratore, cibandosi attraverso un sondino. Continuo a parlarle, ma lei non apre neppure gli occhi. Guardandole tutte e due, commosso, il mio pensiero va a quanto afferma san Gregorio Nazianzeno: «Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei una creatura finita…». Ancora una volta, la gioia della fede ci permette di entrare nella profondità di questo mistero che è il dolore e in questo tipo di dolore. Se invece di vivere qui con noi fossero andate in altri ospedali, sarebbero state facilmente considerate un caso pietoso, da eutanasia. Senza l’incontro con Cristo, siamo sinceri, non verrebbe a galla la drammatica domanda: che senso ha la vita e in particolare la vita di Miriam e Guillermina? Tuttavia, noi che ci viviamo insieme, contempliamo nei loro visi il volto stesso di Gesù e nei loro corpi orribilmente deformati, il tempio dello Spirito Santo. Proprio per questo ringrazio le infermiere che si occupano di loro con un affetto commovente, tentando sempre di capire i tratti del loro malessere. Perché è davvero terribile, nel caso di Miriam, essere sveglia, avere un prurito e non poter chiedere aiuto. Sembra una banalità, ma cerchiamo di pensare a un “piccolo” dettaglio come questo quando a noi succede un fastidio simile. Inoltre ci sono le piaghe da decubito, contro le quali c’è una lotta quotidiana dovuta alla difficoltà di muoverle e di trovare le posizioni più adeguate per poter intervenire. In questa stanza il silenzio è pieno della Sua evidente presenza e tutto si trasforma in supplica.

Ti adoriamo o Cristo e Ti benediciamo perché con la Tua santa croce hai  redento il mondo. Nella stanza numero tre ecco gli uomini: Saturnino, 54  anni e 15 figli, con insufficienza renale cronica; Carlos, 47 anni, una figlia,  totalmente paralizzato; Esteban, 50 anni, con un cancro all’occhio destro. Il  giorno che Esteban è arrivato in clinica, l’infermiera mi ha chiamato  sconcertata perché non aveva mai visto la “brutalità” di un cancro come questo  e, quel che è peggio, l’abbandono nel quale i medici dell’unico ospedale dei  tumori del Paraguay lasciano chi è già classificato come incurabile e senza  soldi. Dopo avergli tolto la benda che copriva quello che un tempo era l’occhio  destro, è emerso un enorme buco pieno di carne marcia e con decine di vermi che  uscivano da tutte le parti. Grazie a uno spray creato per queste piaghe, (che  sono all’ordine del giorno in certi pazienti che arrivano alla clinica), Lilly,  l’infermiera, con una serenità commovente, usando delle pinze sterilizzate,  cominciò a togliere questi “esserini” immondi uno alla volta; per quelli che  cadono sul pavimento si prende cura la signora delle pulizie. Dopo un’ora aveva  riempito una boccetta di plastica con questi “animaletti”. Straordinaria la  calma e la serenità dell’infermiera, frutto della fede. Carlos, invece, è da  tempo completamente paralizzato e cieco. Eppure lui è la personificazione della  positività. Ha sempre una parola di aiuto per tutti. Ricordo che un giorno non  stava molto bene e il tempo era brutto. Quando sono arrivato nella sua stanza  per dargli la comunione mi domandò: «Padre, come stai? La tua voce è differente  dagli altri giorni». Io, in guaraní, gli ho risposto che avevo quella voce  perché pioveva. E lui: «Padre, deve essere felice perché la pioggia è una  grazia. Con la pioggia cresce l’erba, le vacche la mangiano e loro ci danno il  latte di cui abbiamo tanto bisogno». Sono rimasto senza parole e pieno di  gratitudine. Questa è la santità: un uomo completamente immobile, cieco e che  vive grato e commosso perché tutto è bello e provvidenziale. A chi gli si  avvicina per chiedergli come sta, lui risponde: «Vivo come un re, ho tutto. Ho  da mangiare, mi vogliono bene e mi puliscono».

Quando siamo malati.. (lettera di un malato terminale)

Alcune righe in cui Mario Palmaro, un giovane scrittore,  risponde a una domanda sulla sua grave malattia.

I credenti si uniscono sull’essenziale e si dividono sui temi discussi. Tutti però sono chiamati al rispetto e all’accompagnamento di quanti sono segnati dal dolore e dalle fatiche della vita. Come cambia la propria sensibilità spirituale quando la sofferenza, come sta capitando a lei, attraversa con violenza i nostri giorni?

La prima cosa che sconvolge della malattia è che essa si abbatte su di noi senza alcun preavviso e in un tempo che noi non decidiamo. Siamo alla mercé degli avvenimenti, e non possiamo che accettarli. La malattia grave obbliga a rendersi conto che siamo davvero mortali; anche se la morte è la cosa più certa del mondo, l’uomo moderno è portato a vivere come se non dovesse morire mai.

Con la malattia capisci per la prima volta che il tempo della vita quaggiù è un soffio, avverti tutta l’amarezza di non averne fatto quel capolavoro di santità che Dio aveva desiderato, provi una profonda nostalgia per il bene che avresti potuto fare e per il male che avresti potuto evitare. Guardi il crocifisso e capisci che quello è il cuore della fede: senza il Sacrificio il cattolicesimo non esiste. Allora ringrazi Dio di averti fatto cattolico, un cattolico “piccolo piccolo”, un peccatore, ma che ha nella Chiesa una madre premurosa. Dunque, la malattia è un tempo di grazia, ma spesso i vizi e le miserie che ci hanno accompagnato durante la vita rimangono, o addirittura si acuiscono. È come se l’agonia fosse già iniziata, e si combattesse il destino della mia anima, perché nessuno è sicuro della propria salvezza.

D’altra parte, la malattia mi ha fatto anche scoprire una quantità impressionante di persone che mi vogliono bene e che pregano per me, di famiglie che la sera recitano il rosario con i bambini per la mia guarigione, e non ho parole per descrivere la bellezza di questa esperienza, che è un anticipo dell’amore di Dio nell’eternità. Il dolore più grande che provo è l’idea di dover lasciare questo mondo che mi piace così tanto, che è così bello anche se così tragico; dover lasciare tanti amici, i parenti; ma soprattutto di dover lasciare mia moglie e i miei figli che sono ancora in tenera età.

Alle volte mi immagino la mia casa, il mio studio vuoto, e la vita che in essa continua anche se io non ci sono più. È una scena che fa male, ma estremamente realistica: mi fa capire che sono, e sono stato, un servo inutile, e che tutti i libri che ho scritto, le conferenze, gli articoli, non sono che paglia. Ma spero nella misericordia del Signore, e nel fatto che altri raccoglieranno parte delle mie aspirazioni e delle mie battaglie, per continuare l’antico duello».

PS: L’autore di queste righe, Mario Palmaro, è salito al cielo il 9 marzo 2014. Riposi in pace.

Perche’ tu sia felice e goda di lunga vita sulla terra (Galliano)

sofferenzaQuesta sera tratteremo alcuni argomenti cari al movimento carismatico: la salute, la malattia e la sofferenza. Molte volte facciamo confusione su questi temi, è bene quindi rifletterci sulla base di quanto è contenuto nella Sacra Scrittura, per acquisirne una maggiore conoscenza.

La salute
Il termine salute deriva dal latino salvus che significa essere integro e denota uno stato di piena vitalità ed efficienza dell’uomo. Il libro del Siracide dice (Sir. 30, 15 ): salute e vigore valgono più dell’oro, un corpo robusto più di un’immensa fortuna. La salute non è soltanto l’assenza della malattia ma è un bene a se stante che fa parte dell’uomo e che l’uomo deve apprezzare e tutelare, usando tutti i mezzi per non perderla o per cercare di recuperarla. Il termine e il concetto di salute non fa quindi solo riferimento alla sanità fisica. Quando nella Bibbia incontriamo il termine salute, questo significa salvezza e fa riferimento al corpo, alla psiche e allo spirito. Quando noi parliamo di salute, la prima salute è quella spirituale (salvezza) perché per la salute intesa in senso fisico si usa un altro termine che è sanus che significa sano. Il termine salute quindi riguarda l’uomo nella sua completezza, nella sua pienezza.
Cosa dice la Bibbia a riguardo della salute?
La esalta come un bene inestimabile. Il libro del Siracide dice (Sir. 30, 14 e 16): “Non c’è ricchezza migliore della salute del corpo. Meglio un povero di aspetto sano che un ricco malato nel suo corpo”. E’ dono di Dio destinato a tramandarsi nelle generazioni. Da Dio proviene il benessere sulla terra. La salute è un bene che bisogna salvaguardare, non va disprezzata, cioè non vanno messe in atto delle azioni che possono portare a perdere la salute.
Ancora leggiamo nel libro del Siracide: curati prima di ammalarti. Questa è una promessa specifica legata all’osservanza del comandamento del Signore: “Perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra” (Esodo 15,26)..8 La Sacra Scrittura esalta la salute di Mosè che parlava faccia a faccia con Dio e dice che Mosè non è morto di malattia perché “gli occhi non si erano spenti e il vigore non era venuto meno”. Mosè morì per comando del Signore (Dt. 34,10). Nell’Antico Testamento si dice che “al popolo d’Israele il piede non si è gonfiato” e ciò significa che chi cammina nella via del Signore resta in buona salute ( Dt. 8,4). Il Nuovo Testamento presenta Gesù come il depositario della salute universale. In Luca 6, 19 leggiamo: “Da Lui usciva una forza che guariva tutti”. Gesù, assumendo la natura umana, è venuto a prendere su di sé le nostre malattie, è venuto a caricare su di sé la nostra infermità per riversare, attraverso il suo corpo che è la chiesa, che è l’eucarestia, la sua salute dentro di noi. La salute ha un valore teofanico cioè manifesta Dio. Ireneo ci dice: “La gloria di Dio è l’uomo vivente”. E nel cantico di Ezechia è detto :” Il vivente, il vivente ti rende grazie, come io faccio oggi” ( Isaia 38,19).
Questo è il valore “kerigmatico”, ossia relativo al kerigma che è un segno della venuta del Regno di Dio sulla terra. Le guarigioni sono un segno che il Regno di Dio è in mezzo a noi. Isaia dice: allora si apriranno gli occhi dei ciechi, si apriranno le orecchie dei sordi, lo zoppo salterà ( Isaia 36,5-6). Gesù, quando Giovanni il battista gli manda a dire “sei tu il messia o dobbiamo aspettarne un altro” gli fa rispondere: “I ciechi recuperano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti resuscitano” ( Mt 11,4-5). Ha un valore escatologico, cioè rappresenta un segno della vita futura, di ciò che sarà del mondo futuro come è descritto dal Libro dell’Apocalisse: tergerà ogni lacrima dai loro occhi, non ci sarà più morte né malattie né lutto né lamento né affanno perché le cose di prima sono passate (Ap 21,4).
La mancanza di salute è una condizione propria di questo mondo, ma nel mondo futuro tutto questo non ci sarà. Le lettere del Nuovo Testamento terminano con queste parole, (3° lettera di Giovanni, capitolo 2): “State bene, … Carissimo faccio voti che tutto vada bene e che tu sia in buona salute”. La lettera di Giacomo dice: “Siate integri e perfetti” (Gc 1,4). Nel vangelo di Matteo ( 28,9) le prime parole che Gesù pronunzia dopo la resurrezione sono: “Salute a voi”, nel senso augurare buona salute.

La malattia
Il termine malattia deriva dal latino infirmitas che significa non fermo, non integro; la malattia non ci fa rimanere nell’integrità dello stato originale di salute. Per quanto riguarda la malattia dobbiamo esaminare la dimensione psicologica e soggettiva.. Quando una persona si ammala tende a tenere tre tipi di comportamenti: ribellione, cedimento e accettazione.
1. Ribellione: la persona si ammala e si ribella a questa malattia e a Dio. La ribellione a Dio a causa della malattia dipende dal fatto che in fondo la persona malata non conosce Dio. Ci si chiede perché Dio l’abbia punito mandando la malattia, o perché Dio abbia permesso questa malattia. Noi spesso ce la prendiamo con Dio e con i suoi rappresentanti, siano essi preti, suore, o persone che fanno un cammino di fede. La ribellione ci mette contro l’unica persona che ci può guarire: Dio, Gesù. La preghiera di guarigione che dobbiamo chiedere per l’ammalato è quella di far comprendere prima di tutto al malato che Dio è dalla sua parte, che il nostro Dio è “Emmanuele” cioè Dio con noi. Dio è solidale con noi e quindi noi non dobbiamo essergli ribelli, dobbiamo piuttosto concludere una alleanza con Lui. Ecco che allora la preghiera di guarigione deve essere volta prima di tutto a fare entrare Dio nella nostra malattia.
2. La rassegnazione: il cedimento della persona ammalata che si lascia andare e che si considera ormai inutile e buona a niente e a nessuno. Spesso si tratta di persone instabili di carattere; anche questo è un atteggiamento negativo perché impedisce alle forze di guarigione di svolgere la loro azione a beneficio dell’ammalato; la prima guarigione avviene infatti dentro di noi attraverso lo sviluppo di quelle energie che permettono al corpo di guarire. Nell’abbandono alla malattia rifiutiamo in un certo senso di mettere in moto quelle dinamiche di vita che sono dentro di noi. La preghiera di guarigione deve risvegliare queste forze interiori.
3. L’accettazione: l’ultimo atteggiamento che dobbiamo esaminare è quello di chi accetta la malattia e la combatte, di chi riconosce la malattia e mette in moto tutti quei meccanismi di difesa, sia dal punto di vista naturale, sia dal punto di vista spirituale, per uscirne. Sono persone che combattono dal di dentro. Per combattere bene la malattia dobbiamo prima di tutto accettarla, conoscerla e poi dal di dentro combatterla. Sappiamo come questo può anche essere una via per accrescere la fede e per conoscere meglio il Signore e iniziare il cammino di guarigione. Le persone che riescono a tenere questo comportamento sono persone interiormente sane ma con un corpo malato che si adoperano per guarire attraverso la preghiera.
La malattia poi, in casi molto particolari, diventa mezzo di redenzione. Si tratta di casi riferibili solo ad anime scelte che comprendono che per loro non c’è guarigione poiché quella malattia associa le loro sofferenze alla passione di Gesù. Allora quando sentiamo dire che la malattia è un dono di Dio, dobbiamo fare molta attenzione perché si tratta di casi molto particolari di anime – solo in questi casi infatti è possibile parlare della malattia come di un dono di Dio – che soffrono, ma soffrono insieme a Gesù. Sono come i martiri che venivano provati con tormenti terribili, ma soffrivano senza soffrire perchè era Gesù che soffriva in loro.
Dobbiamo anche considerare un altro aspetto: i malati hanno una ipersensibilità e la Sacra Scrittura ci dice che il malato riesce a comprendere lo stato d’animo delle persone che vivono insieme a lui. Quindi quando stiamo accanto ad un malato dobbiamo stare attenti ai nostri sentimenti perché il malato ha una sensibilità speciale e comprende ciò che in condizioni normali non si potrebbe comprendere.

La dimensione religiosa o teologica della malattia.
Nelle culture primitive la malattia è sempre stata considerata come una punizione conseguente ad un peccato o per opera di spiriti cattivi o perché spiriti buoni non sono stati serviti come si doveva. Questo concetto è entrato anche nella Bibbia. Tutto il Vecchio Testamento riporta il concetto della punizione di Dio e del suo castigo; addirittura Elia disse al re Ioram “ Ecco, il Signore farà cadere un grave disastro sul tuo popolo, sui tuoi figli … tu soffrirai gravi malattie” ( 2 Cronache 21,12-19).
Nel Nuovo Testamento la dimensione religiosa della malattia cambia e vediamo che esiste una relazione tra la malattia e satana; Gesù, operando esorcismi e liberazioni, guarisce anche delle persone: il muto, il sordo, l’epilettico, la donna ricurva con riferimento alla quale Lui stesso dice “questa figlia di Abramo che satana ha tenuto legata per diciotto anni non doveva essere sciolta in giorno di sabato?” ( Lc 13,16). Nel Nuovo Testamento vediamo che Gesù non promette a nessuno la malattia e dove arriva Lui il malato guarisce. Tuttavia, se finora abbiamo visto che tutto l’Antico Testamento indica la malattia come punizione, c’è un libro che presenta qualcosa di sorprendente: è il libro di Giobbe che narra la vicenda di quest’uomo colpito dalla malattia.
Il libro di Giobbe è spesso preso a riferimento quando si debba trovare una giustificazione alle malattie che colpiscono uomini “giusti”. Il risultato è che si arriva ad esasperare ancora di più il malato perché questo testo sacro viene spesso inteso in modo non corretto. Se leggiamo la storia di Giobbe vediamo che i suoi amici hanno sempre cercato di comprendere perché proprio lui si fosse ammalato; ma il solo risultato che hanno ottenuto è stato quello di esasperare ancora di più Giobbe. Nessuno fra essi si è messo a pregare per la guarigione fisica dell’amico. Rileggendo con maggiore attenzione il testo, si scopre, al capitolo 33, un versetto quasi nascosto, che recita: “ ma se vi è un angelo presso di lui, un protettore tra mille per mostrare all’uomo il suo dovere, abbia pietà di lui e dica: scampalo dal scendere dalla fossa. Ho trovato il riscatto; allora la sua carne sarà più fresca che in gioventù, supplicherà Dio e questi gli userà benevolenza, gli mostrerà il suo volto in giubilo” (Gb 33,23-26) .. E’ un passo molto importante perché indica una azione di intercessione: “se vi è un angelo presso di lui” che dica “scampalo” cioè liberalo, guariscilo. Ho trovato riscatto.
Cosa è questo riscatto? E’ Gesù. Isaia ci dice infatti: il castigo che ci da salvezza si è abbattuto su di Lui, per le sue piaghe siamo stati guariti, quando offrirà se stesso per noi ( Isaia 53,9). Questo passo è ripreso da Pietro (Nuovo Testamento) che, nella prima lettera dice: per le sue piaghe siete stati guariti (1 Pt 2,24). Allora noi, secondo quanto dice il libro di Giobbe (se vi è un angelo presso di lui) dobbiamo essere degli angeli presso i malati e intercedere dicendo: “scampalo dal discendere dalla fossa, liberalo dalla morte, ho trovato riscatto”. Il riscatto che dobbiamo presentare al Padre è Gesù.

La sofferenza
L’ultimo aspetto che dobbiamo considerare è la sofferenza. La malattia porta sofferenza e dolore. Però non soltanto la malattia e la sofferenza portano dolore perché queste possono manifestarsi nella vita dell’uomo anche attraverso altri eventi. Gesù non ha promesso malattie a nessuno, anzi nell’Antico Testamento si legge – Siracide 38,9:” figlio non avvilirti nella malattia ma prega il Signore e Lui ti guarirà”, Gesù non ha promesso a nessuno malattie ma a chi lo segue ha promesso sofferenze. Bisogna essere chiari: Gesù ha promesso sofferenze ma solo a chi lo segue. “Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in Me; voi avrete tribolazioni in questo mondo ma abbiate fiducia, Io ho vinto il mondo” (Gv 16,33). Le beatitudini, la Magna Charta del cristianesimo, recitano: beati gli afflitti, beati i perseguitati … e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi…. Beati significa felici. Noi siamo felici in queste situazioni oppure alla prima “persecuzione” reagiamo in modo non conforme al vangelo?. Gesù ha detto anche: chi vuole venire dietro di Me prenda la sua croce. Croce non significa malattia ma persecuzione, incomprensione, fallimenti. Il Papa, nella enciclica “Salvifici doloris” dell’11 febbraio 1984 scrive “la vastità e la multiformità della sofferenza morale non sono minori di quella fisica; al tempo stesso essa è meno identificata e meno raggiungibile dalla terapia” (nr.5).
San Paolo in Romani 9, 2 dice : ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua per i miei fratelli separati dalla chiesa (gli ebrei che non hanno accolto Gesù). Seguire il Signore ci introduce in questa sofferenza e tutti coloro che seguono il Signore sperimenteranno questa sofferenza interiore, morale, questa persecuzione, questa croce. La croce non è quindi una malattia ma è un dolore interiore che Gesù ha prospettato a tutti coloro che lo seguono.. Gesù parla tre volte della croce e ne parla prima di entrare in Gerusalemme: dice vado a Gerusalemme dove sarò torturato, schiaffeggiato, beffato, schernito, oltraggiato, ucciso ma poi il terzo giorno risusciterò. La prima volta gli apostoli non lo ascoltano, addirittura Pietro viene chiamato satana da Gesù quando afferma che non succederà nulla di tutto quello che Gesù andava dicendo. Gesù sa che doveva passare attraverso questa sofferenza. A Emmaus spiegherà ai due discepoli: “non bisognava che il Cristo sopportasse tutte queste sofferenze per entrare nella sua gloria” (Sc 24,25).
Santa Caterina da Siena diceva: non c’è amore senza dolore”. L’amore è entrare nel conflitto, entrare nel dolore, e vivere la sofferenza interiore ma viverla con Gesù. Palo diceva:” perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi” ( Col 1,24). E’ la sofferenza dell’evangelizzazione. La nostra natura umana e i nostri progetti a volte entrano in conflitto con l’evangelizzazione e con il vivere il Vangelo nelle varie realtà della nostra vita. Questo dipende dal fatto che noi costituiamo un amalgama di culture e di spiritualità differenti che ci provocano della sofferenza poiché il relazionarci con le altre persone provoca sempre una certa sofferenza; ma in questo consiste l’amore. Questa sofferenza non ci deve limitare e bloccare ma dobbiamo essere lieti delle sofferenze che sopportiamo per gli altri, come di ce San Paolo: “io sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi”. Paolo continua dicendo: sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione (2Cor 7,4).
Quando noi, nelle nostre tribolazioni, nelle difficoltà che incontriamo, non siamo pieni di gioia, allora significa che non stiamo vivendo la situazione insieme a Gesù. La chiave per vivere le tribolazioni nella gioia del Signore è solo l’amore. Il santo Silvano del monte Athos, che ha vissuto l’inferno spirituale, chiede al Signore di essere liberato ma il Signore gli risponde “lascia la tua anima nell’inferno e non disperare”. Quando noi entriamo nell’inferno di altre persone di cui condividiamo la sofferenza, soffriamo anche noi insieme a loro. Ma anche noi, come ha fatto Gesù, che scendendo nell’inferno ha spezzato le catene, è solo scendendo nell’inferno che noi possiamo spezzare le catene delle persone che vogliamo aiutare..

Concludo con una preghiera di San Gregorio: “dammi forza, o Cristo, il tuo servo è distrutto, la mia voce che ti cantava tace. Come lo permetti? Dammi forza e non abbandonare il tuo ministro. Voglio di nuovo riavere la salute, cantare le tue lodi, santificare il tuo nome, ti prego mia forza non mi lasciare; se nella tempesta mi è venuta meno la fede (la capacità di rispondere in ogni situazione anche e soprattutto negativa, con amore) voglio ritornare a te”. Amen.
(Padre Giuseppe Galliano)

Preghiera per la guarigione fisica (Emiliano Tardif)

guarigione fisicaSignore Gesù, credo che sei vivo e risorto. Credo che sei presente realmente nel Santissimo Sacramento dell’altare e in ciascuno di noi che crediamo in te. Ti lodo e ti adoro.
Ti rendo grazie, Signore, per essere venuto da me, come Pane vivo disceso dal cielo.
Tu sei la pienezza della vita, tu sei la risurrezione e la vita, tu Signore, sei la salute dei malati. Oggi ti voglio presentare tutti i miei mali, perché tu sei uguale ieri, oggi e sempre e tu stesso mi raggiungi dove mi trovo. Tu sei l’eterno presente e mi conosci.
Ora, Signore, ti chiedo d’aver compassione di me. Visitami per il tuo vangelo, affinché tutti riconoscano che tu sei vivo, nella tua Chiesa, oggi; e che si rinnovi la mia fede e la mia anima. Abbi compassione delle sofferenze del mio corpo, del mio cuore e della mia anima. Abbi compassione di me, Signore, benedicimi e fa che possa riacquistare la salute.
Che cresca la mia fede e che mi apra alle meraviglie del tuo amore, perché sia anche testimone della tua potenza e della tua compassione. Te lo chiedo, Gesù, per il potere delle tue sante
piaghe per la tua santa Croce e per il tuo Preziosissimo Sangue. Guariscimi, Signore!
Guariscimi nel corpo, guariscimi nel cuore, guariscimi nell’anima. Dammi la vita, la vita in abbondanza. Te lo chiedo per l’intercessione di Maria Santissima, tua Madre, la vergine dei dolori, che era presente, in piedi, presso la tua croce; che fu la prima a contemplare
le tue sante piaghe, e che ci hai dato per Madre. Tu ci hai rivelato d’aver preso su di te i nostri dolori e per le tue sante piaghe siamo stati guariti. Oggi, Signore, ti presento con fede tutti i miei mali e ti chiedo di guarirmi completamente. Ti chiedo, per la gloria del
Padre del cielo, di guarire anche i mali della mia famiglia e i miei amici.
Fa che crescano nella fede, nella speranza e che riacquistino la salute per la gloria del tuo nome. Perché il tuo regno continui ad estendersi sempre più nei cuori attraverso i segni e i prodigi del tuo amore. Tutto questo, Gesù, te lo chiedo perché sei Gesù.
Tu sei il Buon Pastore e noi siamo le pecorelle del tuo gregge. Sono così sicuro del tuo amore, che prima ancora di conoscere il risultato della mia preghiera, ti dico con fede:
grazie, Gesù, per tutto quello che farai per me e per ciascuno di loro.
Grazie per i malati che stai guarendo ora, grazie per quelli che stai visitando con la tua Misericordia.

 

(Preghiera liberamente riadattata da Cristo Gesù è vivo di p. Emiliano TARDIF, EDB, Bologna 2002, p. 69 – 71).

La vedova di Nain (Don Giussani)

vedova nainQuella sera Gesù fu interrotto, fermato nel suo cammino al villaggio cui era destinato, cui si era destinato, perché c´era un pianto altissimo di donna, con un grido di dolore che percuoteva il cuore di tutti i presenti, ma che percuoteva, che ha percosso innanzitutto il cuore di Cristo.

«Donna, non piangere!». Mai vista, mai conosciuta prima.
«Donna, non piangere!». Che sostegno poteva avere quella donna che ascoltava la parola che Gesù diceva a lei?

«Donna, non piangere!»: quando si rientra in casa, quando si va sul tram, quando si sale sul treno, quando si vede la coda delle automobili per le strade, quando si pensa a tutta la farragine di cose che interessano la vita di milioni e milioni di uomini, centinaia di milioni di uomini… Come è decisivo lo sguardo che un bambino o un grande «grande» avrebbero portato a quell´uomo, che veniva in capo a un gruppetto di amici e non aveva mai visto quella donna, ma si è fermato quando il suono, il riverbero del pianto è giunto fino a Lui!

«Donna, non piangere!», come se nessuno la conoscesse, come se nessuno la riconoscesse più intensamente, più totalmente, più decisivamente di Lui!

«Donna, non piangere!». Quando vediamo – come vi ho detto prima – tutto il movimento del mondo, nel cui fiume, nei cui ruscelli tutti gli uomini si rendono presenti alla vita, rendono presente la vita a sé, l´incognita della fine non è altro che l´incognita del come si è giunti a questa novità, quella novità che fa trovare un uomo, fa incontrare un uomo mai visto che, di fronte al dolore della donna che vede per la prima volta, le dice:
«Donna, non piangere!». «Donna, non piangere!».

«Donna, non piangere!»: questo è il cuore con cui noi siamo messi davanti allo sguardo e davanti alla tristezza, davanti al dolore di tutta la gente con cui entriamo in rapporto, per la strada o nel viaggio, nei nostri viaggi.

«Donna, non piangere!». Che cosa inimmaginabile è che Dio – “Dio”, Colui che fa tutto il mondo in questo momento -, vedendo e ascoltando l´uomo, possa dire: «Uomo, non piangere!», «Tu, non piangere!», «Non piangere, perché non è per la morte, ma per la vita che ti ho fatto! Io ti ho messo al mondo e ti ho messo in una compagnia grande di gente!».

Uomo, donna, ragazzo, ragazza, tu, voi, non piangete! Non piangete! C´è uno sguardo e un cuore che vi penetra fino nel midollo delle ossa e vi ama fin nel vostro destino, uno sguardo e un cuore che nessuno può fuorviare, nessuno può rendere incapace di dire quel che pensa e quel che sente, nessuno può rendere impotente!

«Gloria Dei vivens homo». La gloria di Dio, la grandezza di Colui che fa le stelle del cielo, che mette nel mare goccia a goccia tutto l´azzurro che lo definisce, è l´uomo che vive.
Non c´è nulla che possa sospendere quell´impeto immediato di amore, di attaccamento, di stima, di speranza. Perché è diventato speranza per ognuno che Lo ha visto, che ha sentito: «Donna, non piangere!», che ha udito Gesù dir così: «Donna, non piangere!».

Non c´è nulla che possa fermare la sicurezza di un destino misterioso e buono! […]

[Dall´intervento conclusivo di Luigi Giussani agli Esercizi spirituali della Fraternità di Comunione e Liberazione. Rimini, 5 maggio 2002]

L’adozione: un cammino di santità per genitori e figli

adozioneLa stagione estiva è un tempo favorevole non solo perche’ e’ possibile trascorrere le giornate all’aria aperta, per godere delle meraviglie del creato. L’estate è un periodo nel quale dare respiro alla propria anima e farla assaporare quel calore e quella freschezza molte volte soffocata dalla frenesia degli impegni di tutto un anno lavorativo. Come l’aria estiva conduce ad uscire dalla propria casa per vivere a contatto con la natura, così l’anima è quasi invitata naturalmente ad uscire dalle abitudini quotidiane per spingersi verso quei desideri e quelle realizzazioni rimasti incompiuti durante l’anno. Questo uscire in realtà è un entrare nelle profondità del proprio essere per capire quali siano le aspirazioni e le intenzioni che vorremmo realizzare. Per un marito e una moglie che non hanno avuto il dono dei figli, il pensiero ricorrente è quello della maternità e paternità. Una ferita profonda nasce nel cuore di ogni uomo e di ogni donna quando i figli non arrivano. Questa piaga dell’anima, che ognuno vive con una propria intensità e angoscia, rischia di trasformarsi in un solco profondo quando questo dolore non viene affrontato, discusso e superato.

L’adozione è una via di santificazione, perchè ha la capacità di guarire le ferite del cuore, costruisce un ponte di comunione di intenti che oltrepassa il valico dell’infertilità e dona quella fecondità spirituale che porta a diventare una madre e un padre. L’adozione è un cammino di santificazione, perchè il cuore della moglie e del marito reagiscono diversamente dal comune modo di intendere e vivere la sterilità fisica. Tantissime coppie, una volta scoperta la loro sterilità fisica, si rivolgono a centri specializzati per la fecondazione omologa o eterologa per arrivare a realizzare il loro sogno. Il figlio nato dalla propria pancia, il figlio della propria carne, il figlio portato nel grembo per nove mesi, continua ad essere concepito come unica via per giungere alla genitorialità. E se questo non è possibile ottenerlo dalla fecondazione artificiale, molte coppie sono disponibili a ricorrere alla maternità in affitto per avere la garanzia di avere un figlio sano e un figlio appena nato.  La santità non consiste solo nella rinunzia di pratiche che soddisfano il bisogno egoistico di avere una bambino a tutti i costi. La santità si traduce nel mortificare il desiderio di maternità e di paternità carnale per decidere di porsi al servizio della vita scartata e abbandonata. La santità dell’adozione apre il cammino dell’accoglienza verso bambini o adolescenti già venuti al mondo. La maternità e la paternità adottiva è disgiunta dal concepimento e dell’età del figlio. È possibile diventare genitori anche di un figlio non piccolissimo di età, perchè essere madri e padri è prima di tutto accoglienza interiore, disponibilità al sevizio educativo e ascolto silenzioso, tutti atteggiamenti aggiuntivi rispetto al fatto di avere dato alla luce un figlio.

La scelta adottiva, come la scelta di ricorrere ad altre forme di procreazioni artificiale, non è una decisione del momento, ma è l’apice di un cammino che scaturisce dal modo di  interpretare il senso del dolore. Un dolore rifiutato normalmente produce altro dolore. Il dolore contiene la forza intrinseca di moltiplicarsi quando non viene riconosciuto e accettato. La catena della sofferenza ha la capacità di aggiungere sempre nuovi anelli per trascinare nuove anime in questa spirale di angoscia. Quando il dolore viene accettato come una volontà di Dio, allora esso costituisce una indicazione che contiene la forza vitale di accompagnare l’uomo verso altre strade che conducono ad aprirsi ai bisogni dell’altro. In questo modo la tribolazione diventa il compimento di una speranza più grande, perchè incarna una volontà superiore. Questa volontà di Dio è il vero bene per noi, semplicemente per il fatto che è pensato e voluto da Lui. Questo è proprio quanto accade con l’adozione. L’accettazione della sterilità fisica apre alla fecondità spirituale e questo conduce gli animi di quella coppia ad aprirsi ad una volontà superiore, una volontà divina, che li condurrà con mano sapiente in un luogo del pianeta dove avverrà l’incontro con i propri figli. Questa santità non è solo dei genitori, ma è soprattutto dei figli adottivi, perché essi se da piccoli sembrano quasi accettare impassivi un destino scritto da altri, quando iniziano a crescere, sono chiamati a maturare e confermare la loro scelta con l’adesione intima a questo progetto di amore che li farà sentire dei veri figli.

Il santo cammino di sentirsi figli di un padre e di una madre che non ti hanno generato, non è certo una via senza ostacoli. Esso è un sentiero in salita che ha sempre pronta la tentazione di maledire la propria storia, di immaginare continuamente come sarebbe stata la propria vita di figlio se fosse rimasto nella famiglia d’origine, di convivere con quel pensiero inquietante sulla sorte dei genitori biologici e dei fratelli rimasti in situazioni precarie e pericolose. In conclusione, l’adozione è una via di santificazione per i genitori e per i figli. Il cammino adottivo conduce alla pace quando è frutto di un’accettazione di quella storia che fa parte di un misterioso disegno di amore di Dio. La famiglia adottiva compie la sua missione quando i genitori e i figli entrano pienamente nella loro storia, e così il Dio della storia benedirà ed accompagnerà quella famiglia nata e sostenuta dai doni dello Spirito Santo.

Osvaldo Rinaldi – Zenit

L’ostinata felicità di Anna Frank

anna-franck170 anni fa, verso la meta’ del marzo 1945, non si conosce con precisione il giorno, moriva di tifo nel campo di concentramento di Bergen-Belsen una ragazza ebrea di 16 anni, Anna Frank. Il giorno prima era morta, sempre di tifo, sua sorella Margot. Erano state contagiate da un’epidemia di questa malattia che aveva colpito i deportati di uno dei settori peggiori del campo.

“Erano estremamente deboli”, ha ricordato una compagna di prigionia, “avevano un aspetto tremendo. Litigavano a causa della malattia. Si trovavano nel posto peggiore della costruzione, sotto, vicino alla porta. Anna era davanti a me, avvolta in una coperta, e non aveva più lacrime. Raccontava che i parassiti che aveva negli abiti le provocavano brividi, per questo si era tolta gli indumenti. Ho messo insieme quello che potevo per darglielo, per farla rivestire. Neanche noi avevamo cibo, ma ho cercato di darle un po’ della nostra razione di pane”. Poche settimane dopo la morte delle due sorelle, gli inglesi hanno liberato il campo di Bergen-Belsen.

Anna Frank è una delle tantissime persone assassinate dall’odio nazista. È famosa soprattutto per il suo diario, scritto durante il lungo periodo trascorso nascosta in un alloggio segreto insieme ad altre sette persone. Lì è stato trovato il diario, consegnato dopo la guerra a suo padre, l’unico sopravvissuto della famiglia. È stato pubblicato ad Amsterdam nel 1947, e ha riscosso un successo enorme.

Nelle sue pagine appaiono due mondi sovrapposti, il primo dei quali è quello esterno, soggiogato da una furia malvagia. “Negli uomini – annota Anna – c’è un impulso distruttivo al massacro, all’omicidio, alla furia, e finché tutta l’umanità, senza eccezioni, non avrà subito una metamorfosi prevarrà la guerra: tutto ciò che è stato ricostruito o coltivato sarà distrutto e nuovamente rovinato, e si dovrà ricominciare daccapo”.

L’altro mondo è quello interiore, quello di un’adolescente che resta tale malgrado ciò che accade intorno a lei, a volte derisa per la sua “strana e ingiustificata allegria” o per le sue crisi di identità. “Percepisco ogni cosa in modo diverso da come la esprimo, per questo dicono che sono pettegola, pedante, lettrice di romanzetti rosa, che muore dietro i ragazzi. L’Anna allegra ride di questo, risponde in modo insolente, indifferente si stringe nelle spalle, fa come se non le importasse nulla ma, ahimé, l’Anna tranquilla reagisce esattamente al contrario. Se devo essere sincera, devo confessare che tutto questo mi dispiace molto, che faccio grandi sforzi per essere diversa, ma mi trovo sempre a combattere con un nemico più forte di me”.

Questa ragazzina credeva nella felicità, anche se a quei tempi sembrava un’assurdità: “Vedo il mondo trasformarsi lentamente in un deserto, sento sempre più forte la vicinanza del fragore che ucciderà anche noi, partecipo al dolore di milioni di uomini. Quando guardo il cielo, però, penso che tutto questo cambierà e che tutto tornerà ad essere buono, che perfino questi giorni spietati finiranno e che il mondo conoscerà di nuovo l’ordine, il riposo e la pace. Chi è felice farà felici anche gli altri, chi ha coraggio e fiducia non sarà mai vinto dalle avversità!”.

Anna desidera perdonare Hitler e i suoi complici criminali. Nell’ebraismo il perdono è essenziale per la sopravvivenza del mondo ed è inseparabilmente collegato alla giustizia. Il perdono è concepito come un processo, definito teshuvà, ovvero “recupero del giusto cammino”. Chi ha offeso deve prendere nota del fatto che l’azione che ha commesso è scorretta, deve confessarla in quanto tale a se stesso nel suo foro interno davanti a Dio, impegnandosi a non ripeterla più, per poi chiedere perdono a chi è stato offeso e riparare attivamente al male compiuto. A sua volta, l’offeso deve riconoscere il perdono richiesto, anche se può rifiutarlo fino a due volte, ma di fronte a una terza richiesta deve cedere. Se non viene perdonato, l’offensore non è più obbligato a scusarsi. In base a questa prospettiva, il perdono è personale, non può essere delegato ad altri: ciascuno può perdonare il male che ha subito a chi glielo ha procurato direttamente. Una persona individualmente non può perdonare il male procurato a una collettività.

Nel suo mondo adolescenziale, Anna Frank continua ad essere un appello contro la malvagità che si presenta ancora nella storia, ma il suo messaggio è anche un invito alla libertà interiore, a mantenere un ottimismo giovanile e ostinato, ad affrontare il mondo degli adulti con ferma decisione: “Anche se ho solo 14 anni, so perfettamente ciò che voglio, so chi ha ragione e chi non ce l’ha, ho la mia opinione, il mio modo di vedere le cose e i miei principi”.

da: www.aleteia.org

Aborto e dolore fetale

feto leonardoLa questione del dolore fetale non e’ purtroppo al centro del dibattito sull’aborto. Sembra che valutare se il feto umano soffra o meno durante un aborto sia secondario al presunto “diritto di scelta” della donna. Fino agli anni ’80 gli specialisti escludevano categoricamente che il feto potesse provare dolore, e ancora qualcuno lo sostiene ancora oggi.

Tuttavia la maggioranza dei ricercatori concorda che attorno alla 20° settimana dalla fecondazione, a circa metà gravidanza, il feto abbia la possibilità di percepire stimoli dolorifici. E’ una soglia che convince anche molti sostenitori dell’aborto. Ricordiamo comunque che esiste anche una buona fetta di medici che sostiene che il feto inizi a sentire dolore addirittura verso l’8° settimana dopo la fecondazione.

ELENCO DI STUDI E PARERI SCIENTIFICI

Nel maggio 2013 in una testimonianza giurata alla Commissione di Giustizia degli Stati Uniti, Maureen L. Condic, neurologo del dipartimento di Neurologia e Medicina della University of Utah, ha affermato: «C’è una forte evidenza scientifica che la comunicazione tra i neuroni del cervello è stabilito nella settima settimana. I circuiti neurali responsabili della risposta più primitivo al dolore, il riflesso spinale, sono in posizione dopo 8 settimane di sviluppo. Questo è il primo momento in cui il feto sperimenta il dolore», tant’è che risponde ad esso spostandosi dallo stimolo doloroso. «E’ del tutto pacifico che un feto sperimenta il dolore in qualche modo, già a partire dalle 8 settimane di sviluppo».

 

Nel maggio 2012 due ricercatori dell’Università degli Studi di Siena hanno rilevato che la maggior parte degli studi fornisce l’evidenza di dolore fetale nel terzo trimestre di gestazione, ma tale riscontro diventa più debole prima di questa data, anche se non si può escludere la presenza crescente a partire dall’inizio della seconda metà della gestazione.

 

Il 13 giugno 2011 il governatore dell’Alabama, Robert Bentley, ha trasformato in legge un ddl sul divieto di aborto a 20 settimane (e dopo) della gravidanza. E’ ormai un’evidenza scientifica, dicono, che dopo questo tempo il feto prova sicuramente dolore.

 

Il 20 ottobre 2010 i media hanno annunciato che il governatore del Nebraska, Dave Heineman, ha trasformato in legge un ddl sul divieto di aborto dopo 20 settimane di gestazione sulla base del dolore fetale. Tra le motivazioni che hanno convinto gli esperti, c’è la testimonianza di Kanwaljeet “Sunny” Anand, il già citato docente dell’Università di Arkansas per le scienze mediche e maggior esperto mondiale sull’argomento, il quale ha più volte richiesto il divieto di aborto dopo le 20 settimane di gestazione poiché il feto subirebbe un “grave e lancinante dolore”. Si è inoltre verificato che i bambini non ancora nati, durante le osservazioni, «tentano di eludere certi stimoli dolorifici e rispondono ad essi con uno stress ormonale».

 

Il 18 ottobre 2010 l’equipe ostetrica londinese del professor Stuart Campbell ha ritratto, con una metodica detta Esplorazione 4-D, un feto di 17 settimane nell’atto di sorridere. In passato erano stati rilevati dei feti umani mentre piangevano alla 18°-19° settimana, ma finora nessun sorriso. Tale reperto è contestato dall’equipe del professor Eric Jauniaux, sempre di Londra, che lo ritiene un artefatto casuale poiché prima della 24° settimana, secondo lui, i collegamenti tra il cervello e il resto del corpo sono troppo incompleti perché si possa ritenere un’espressione del viso la manifestazione di un sentimento.

 

Il 27 giugno 2010 il neurologo dell’Università di Toronto, Paul Ranalli, ha analizzato lo studio del Royal College of Obtetrics and Gynecologists trovando parecchie contraddizioni, errori (scientifici, logici e filosofici) e sostenendo che sulla base della nostra attuale comprensione dello sviluppo anatomico, ormonale e comportamentale del feto umano, il momento scientificamente corretto del dolore fetale è a 20 settimane. Gli autori dello studio, sottolinea lo specialista, sembrano ignorare le recenti scoperte sulla “piastra neuronale” presente nel feto, la quale non è solo una caratteristica transitoria nella maturazione del cervello del feto, ma è una zona altamente attiva di attività neuronale, che crea consapevolezza nel feto sull’ingresso di segnali neuronali, compreso il dolore. Sostiene anche che le prove fornite sull’incoscienza del feto non siano sufficienti.

 

Nel 2010 su Best Pratice & Research Clinical Obstetrics and Gynaecology, il dr. Derbyshire ha dichiarato: «Per il feto, l’esistenza del dolore si fonda sulla presenza di uno stimolo che rappresenti una minaccia per il tessuto, che sia rilevato dal sistema nervoso e che sappia rispondere agli stimoli che rappresentano una minaccia. L’intera esperienza è completamente delimitata dai limiti del sistema sensoriale e la relazione tra questo sistema e lo stimolo. Se il dolore è concepito in questo modo allora diventa possibile parlare di sofferenza fetale in qualsiasi momento tra la 10 e la 17 settimane di gestazione, quando i nocicettori sono sviluppati e maturi».

 

Il 25 giugno 2010 un gruppo di studiosi britannici del Royal College of Obstetrics and Gynecologists (RCOG) ha sostenuto che il feto non può sentire dolore per almeno 24 settimane di gestazione, ovvero più di 5 mesi. Lo studio è stato intitolato Fetal awareness (coscienza fetale), ed in esso si spiega che il feto non ha connessioni nervose con la corteccia cerebrale e in tutta la gravidanza non ha mai una vera veglia, ma è tenuto dal contenuto chimico dell’utero in uno stato di incoscienza o sedazione.

 

Il 26 giugno 2010 il ginecologo e neonatologo Carlo Bellieni, dalle colonne del quotidiano “Avvenire”, ha commentato lo studio del Royal College, ricordando che, come emerge dal campo degli studi sullo stato vegetativo, per provare dolore non è necessaria l’attivazione della corteccia, ma solo il sottostante nucleo di cellule dette “talamo”, come ha affermato anche Sunny Anand, maggior esperto mondiale di dolore fetale, nella rivista ufficiale della Società degli studi sul dolore (Iasp). La convinzione che il feto umano sia in uno stato di continuo sonno, continua Bellieni, viene inoltre contraddetta dall’osservazione e da vari studi scientifici che, sulle riviste specializzate, hanno descritto approfonditamente le reazioni di fuga, di sobbalzo e spavento e perfino il pianto del feto in utero. Dopo aver sottolineato altre contraddizioni, ricorda come negli Stati Uniti si stia abbassando a 20 settimane il limite legale per l’aborto proprio per l’evidenza che da quel momento in poi percepisce, senza dubbio, il dolore.

 

Nel 2008 su Reproductive Health Matters è apparso un articolo del Dr. Stuart Derbyshire, docente di psicologia presso l’Università di Birmingham, intitolato “Fetal Pain: Do We Know Enough to Do the Right Thing?”, nel quale si sostiene che «il feto inizia a rispondere allo stimolo tattile verso la 7-8° settimana di gestazione, flettendo lateralmente il capo. I palmi delle mani invece diventano sensibili alle carezze verso le 10-11 settimane di gestazione e il resto del corpo diventa sensibile intorno alle 13-14 settimane di gestazione […]. Un’altra fase di sviluppo neurale avviene a 18 settimane, quando è stato dimostrato che il feto produce una risposta ormonale per diretta stimolazione nociva. La risposta prodotta comprende alterazioni emodinamiche del flusso sanguigno per proteggere organi essenziali, come il cervello».

 

Il 5 giugno 2008, commentando l’uscita del volume “Neonatal Pain: Suffering, Pain and the Risk of Brain Damage in the Fetus and Unborn” (ed. Springer), di Giuseppe Buonocore e Carlo Bellieni (prodotto da un lavoro congiunto di 9 esperti), entrambi membri del dipartimento di Pediatria, Ostetricia e Medicina Riproduttiva dell’Università di Siena, hanno dichiarato che «con l’introduzione dell’ultrasonografia a tre e a quattro dimensioni si è riusciti ad ottenere una valutazione molto più dettagliata del feto e delle sue reazioni a determinate stimolazioni. In casi di intervento sui feti, si registra una reazione allo stimolo invasivo sin dall’età di 16 settimane di gestazione. Persino a 12 settimane si può vedere come il feto si ritragga se viene toccato. Anand, ora professore di Medicina dell’Università dell’Arkansas e pediatra presso l’Arkansas Children’s Hospital a Little Rock, ha detto al New York Times di ritenere che il feto sia in grado di provare dolore sin dalla 20ª settimana di gravidanza, e forse anche prima».

 

Ancora nel 2008, un articolo scientifico di R. Gupta, M. Kilby e G. Cooper su Continuing Education in Anaesthesia, recita: «i recettori nervosi periferici si sviluppano tra la 7 e 20 settimane di gestazione, le fibre spinotalamico (responsabili della trasmissione del dolore) tra la 16 e 20 settimana di gestazione, e le fibre talamo-corticale tra la 17 e 24 settimana di gestazione». Hanno anche dichiarato che: «il movimento del feto in risposta a stimoli esterni si verifica a partire dalla 8° settimana di gestazione […], una risposta a stimoli dolorosi si verifica dalla 22° settimana di gestazione [= 20 settimane dopo la fecondazione]», e ancora: «lo stress fetale in risposta a stimoli dolorosi è dimostrato dall’aumento delle concentrazioni di cortisolo e β-endorfine, da movimenti vigorosi e respirazione sforzata. Questo tipo stress avviene dalla 18° settimane di gestazione».

 

Nel 2008 il dr. Van Scheltema del Dipartimento di ostetricia al Liden University Medical Centre, nei Paesi Bassi, su Fetal and Maternal Medicine Review, ha dichiarato: «Il collegamento tra il midollo spinale e il talamo (un via obbligata attraverso la quale quasi tutte le informazioni sensoriali devono passare prima di raggiungere la corteccia) inizia a svilupparsi a partire dalla 14° settimana e termina a 20 settimane» (Van Scheltema PNA, Bakker S, Vandenbussche FPHA, Oepkes, D. “Fetal Pain”, Fetal and Maternal Medicine Review. 19:4 (2008) 311-324).

 

Nel dicembre 2006 uno studio di Roland Brusseau e Laura Myers su International Anesthesiology Clinics chiamato “Developmental Perpectives: is the Fetus Conscious?”, ha stabilito che: «Il primo requisito indispensabile per la nocicezione è la presenza di recettori sensoriali, i quali si sviluppano prima nella zona periorale a circa 7 settimane gestazione. Da qui si sviluppano nel resto del viso e nella superficie delle mani e delle piante dei piedi a 11 settimane. Dopo le 20 settimane sono presenti su tutta la superifice cutanea». Facendo un paragone con i neonati, ha affermato: «Nonostante l’assenza totale o quasi totale della corteccia cerebrale nei neonati, in modo molto chiaro essi dimostrano gli elementi di coscienza. Pare dunque che questi bambini dimostrino che lo sviluppo anatomico o l’attività funzionale della corteccia può non essere richiesta nella consapevolezza della percezione sensoriale. Essi possono rispondere a stimoli dolorosi o piacevoli nel modo che potremmo facilmente descrivere come “consapevolezza”».

 

Il 21 aprile 2006 si è diffusa la notizia di una controversa relazione pubblicata sul British Medical Journal, la quale sostiene che i feti non sono in grado di provare dolore, e che questa capacità può essere sviluppata solo dopo la nascita.

 

Il 19 aprile 2006, alla fine del Convegno di Bologna di Neonatologia, presso l’Aula Magna della Clinica Pediatrica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna Policlinico Sant’Orsola-Malpighi, si è dichiarato: «è maturata negli ultimi anni la consapevolezza che anche i neonati d’età gestazionale estremamente bassa, così come quelli nella fase terminale della loro vita, siano in grado di percepire dolore. L’elaborazione di linee-guida relative alle cure compassionevoli, vale a dire quegli interventi non curativi che vanno incontro ai bisogni fisici, emozionali, sociali, culturali e spirituali dei neonati e delle loro famiglie non possono prescindere da tale consapevolezza».

 

Il 24 agosto 2005, un’importante metanalisi apparsa sul Journal of the American Medical Association, ha stabilito che il feto umano inizia a sentire dolore intorno al settimo mese di gravidanza, quando ha circa 28 settimane di vita (anche ” target=”_blank”>qui).

 

Il 12 ottobre 2004 il noto neonatologo ed esperto di bioetica Carlo Bellieni, segretario del Comitato di Bioetica della Società Italiana di Pediatria e docente di Terapia intensiva neonatale all’Università di Siena, ha dichiarato: «Sunny Anand e molti altri dopo di lui hanno evidenziato che il feto sente dolore per l’efficace sviluppo delle vie anatomiche del dolore. Già a 7 settimane di gestazione sono presenti recettori per il tatto nella regione periorale e può essere evocata una “avoiding reaction” o “reazione di fuga” toccando il feto. Per percepire un dolore servono dei recettori, delle vie neuronali funzionanti e una corteccia capace di ricevere e integrare l’informazione. Dalla metà della gestazione questo è già presente. I recettori cutanei coprono tutta la superficie corporea dalle 20 settimane di gestazione. Le vie nervose efferenti sono in sede dalla sesta settimana e numerosi neurotrasmettitori specifici compaiono dalle 13 settimane. Queste vie arrivano al talamo alla base del cervello dalle 20 settimane. Raggiungono la corteccia nel periodo 17-26 settimane. Il fatto che le fibre ancora non siano completamente mielinizzate (ovvero non abbiano la guaina che le isola chiamata “mielina”) non inficia il fatto che possano trasmettere stimoli».

 

Nel giugno 2004 in un articolo scientifico su Best Practice & Research Clinical Anaesthesiology, firmato da Myers LB, Bulich LA, Hess, P, Miller, e chiamato “Fetal endoscopic surgery: indications and anaesthetic management“, si legge: «Il primo requisito indispensabile per la nocicezione è la presenza di recettori sensoriali, che si sviluppano prima nella zona periorale a circa 7 settimane di gestazione e sono diffusamente presenti in tutto il corpo dalla 14° settimana […]. Una prima risposta motoria può essere vista come un allontanamento del corpo del feto da uno stimolo ed è notato in ecografia già a partire da 7,5 settimane dell’età gestazionale. La zona periorale è la prima parte del corpo a rispondere al tocco verso circa l’8° settimana, ma già dalla 14° la maggior parte del corpo è sensibile al tatto». Dopo aver citato diversi studi, ha concluso: «si può concludere che l’ipotalamo-ipofisi-surrenale del feto umano è funzionalmente abbastanza maturo per produrre una β-risposta di endorfina dalla 18° settimana e per la produzione di risposte al cortisolo e noradrenalina dalla 20° settimane di gestazione […]. Esistono prove sostanziali che dimostrano la capacità del feto di creare una risposta neuroendocrina in seguito a stimoli nocivi nel secondo trimestre».

 

Il 20 agosto 2001 è apparso uno studio realizzato dal prof. Eva Johnstone della Edinburgh University e pubblicato sul Medical Research Council, in cui si sosteneva come il nascituro può essere in grado di sentire dolore a non meno di 20 settimane di gravidanza, dunque intorno al quinto mese.

 

Nel 2000 la Camera dei Lord in Gran Bretagna ha condotto un’inchiesta sulla “sensibilità del feto”. Una parte dello studio ha affrontato con la capacità del feto di provare dolore, opponendosi a coloro che sostengono che la corteccia cerebrale sia l’unica zona in cui il dolore può essere sentito, chiamando in causa un’area inferiore del cervello. Essi hanno ipotizzato che il feto possa essere in grado di percepire qualche “forma di sensazione di dolore o sofferenza” prima che la corteccia sia collegata ai livelli inferiori del cervello, rilevando che i neonati con difetti importanti al cervello sono in gradi di percepire il dolore, come gli idrocefali che hanno gli emisferi cerebrali parzialmente o del tutto assenti. Hanno quindi concluso che dopo le 23 settimane di concepimento i nervi che trasmettono i segnali del dolore sono formati e attivi. Entro le 24 settimane il cervello è sufficientemente sviluppato per elaborare i segnali di dolore ricevuti tramite il talamo. Dopo le 6 settimane gli elementi del sistema nervoso cominciano a funzionare e quindi gli specialisti concordano sul fatto che questo momento segna il punto minimo possibile al quale la sensazione di dolore possa verificarsi.

 

Nel settembre 1999, sul British Journal of Obstetrics and Gynaecology, la prof Vivette Glover, medico abortista del Queen Charlotte’s and Chelsea Hospital, docente di Psicobiologia Perinatale presso l’Imperial College di Londra ed esperta degli effetti dello stress durante la gravidanza sullo sviluppo del feto e del bambino, ha dichiarato: «La maggior parte dei percorsi in entrata, inclusi quelli nocicettivi, vengono instradati attraverso il talamo e penetrano nella “zona della piastra” a circa 17 settimane. Queste fibre cominciano a invadere la “zona della piastra” a 13 settimane e raggiungono la corteccia a circa 16 settimane. Questo porta alla probabilità che il feto possa essere a conoscenza di tutto ciò che sta succedendo nel suo corpo o altrove. Dalle evidenze anatomiche, è possibile stabilire che il feto senta dolore dalla 20° settimana, percepisce invece uno stress già a partire dalla 15° o 16° settimana». Il 29 agosto 2000 sul The Telegraph ha invece pubblicato la richiesta di far terminare tutte le gravidanze tra la 17 e 24 settimana sotto anestesia per evidenza di dolore fetale. Il 22 dicembre 2004, sulla rivista Conscience, la Glover, ha invece dichiarato: «Il feto inizia a compiere movimenti in risposta all’essere toccato dalle otto settimane, e compie movimenti più complessi, come rilevato dagli ultrasuoni, nel corso delle successive settimane».

 

Nel 1996 il fisiologo Peter McCullagh al Parlamento britannico ha dichiarato: «In quale fase dello sviluppo umano prenatale appaiono quelle strutture anatomiche che sottendono la sensibilità del dolore? L’insieme delle prove, in questo momento, indica che queste strutture sono presenti e funzionali prima della decima settimana di vita intruterina».

 

Nel 1995 Sir Albert Lilley, considerato tra i padri della fetologia, ha affermato in un’intervista che «durante dall’8° alla 10° settimana, come ha dimostrato il Dr. Davenport Hooker, i feti sono sensibili al tatto. Risponde anche violentemente agli stimoli dolorosi, alle iniezioni di freddo o a stimoli di soluzioni ipertoniche. Il dolore è un’esperienza personale e soggettiva e non c’è alcun test biochimico o fisiologici che possiamo fare per dire che uno è in fase di sofferenza. Allo stesso modo, ci manca qualsiasi prova sul fatto che gli animali sentano il dolore. Tuttavia, a giudicare dalle risposte della gente, sembra che essi soffrano, tanto da avere un’organizzazione come la Society for Prevention of Cruelty to Animals» (R.L. Sassone, “The tiniest humans”, American Life League 1995).

da: www.uccronline.it

 

Il 19 novembre 1987 su New England Journal of Medicine, è apparso un articolo scientifico di K.S. Anand, considerato il maggior esperto mondiale di dolore fetale, direttore del Pain Neurobiology Laboratory presso l’Arkansas Children‟s Hospital Research Institute, e docente di Pediatria, Anestesiologia, Farmacologia e Neurobiologia presso l’University of Arkansas College of Medicine. Egli sostiene che i recettori sensoriali cutanei appaiono nella zona periorale del feto umano durante la 7a settimana di gestazione, si diffondono nel resto della faccia, sui palmi delle le mani, e sulle piante dei piedi, durante l’11a settimana, sul tronco e le parti prossimali delle braccia e delle gambe durante la 15a settimana, e per tutte le altre superfici cutanee e le mucose entro la 20a settimana». Nel 2005, chiamato a testimoniare davanti alla Congresso americano della Camera dei Rappresentanti, ha dichiarato sotto giuramento: «La mia opinione è che molto probabilmente la maggior parte dei feti a 20 settimane dopo il concepimento sarà in grado di percepire uno spiacevole dolore in seguito a stimoli nocivi».. Un anno dopo, nel 2006, sulla rivista Pain: Clinical Updates, dirà: «La nostra attuale comprensione dello sviluppo prevede l’attuarsi delle strutture anatomiche, dei meccanismi fisiologici, e delle prove funzionali per la percezione del dolore, durante il secondo trimestre, non certo nel primo, ma ben prima che inizi il terzo trimestre di gestazione» (Anand KJS. Fetal Pain? Pain: Clinical Updates. 14:2 (2006) 1-4 anand 2006).

Cari mamma e papa’, anch’io soffro per il vostro divorzio

divorzio2Il matrimonio e’ una bella unione che ci porta a impegnarci per la vita ad amare e a rendere felice l’altro. E’ comune ascoltare i fidanzati che stanno per sposarsi, pieni di gioia, spiegare che si sposano perché si amano, perché sono felici insieme, perché non possono vivere l’uno senza l’altro.

Cosa succede allora quando il matrimonio finisce?

Uno dei dolori più traumatici e duri nella vita dell’essere umano, anche al di sopra della morte, è la rottura di un matrimonio, la separazione, il divorzio. Conosco la storia di una coppia di sposi sopravvissuti a un campo di concentramento durante l’Olocausto. La moglie spiegava che anche se quegli anni erano stati realmente un inferno, stare al fianco del marito li alleggeriva. Pochi anni dopo la liberazione la coppia ha divorziato, e la moglie nel suo dolore ha raccontato che avrebbe preferito tornare a vivere gli anni del campo di concentramento che passare per la separazione dal suo sposo…

A quanto sembra, l’essere umano è più preparato ad accettare la morte che ad accettare il divorzio. E dicendo questo non mi riferisco solo ai coniugi, ma anche ai figli.

I figli dovrebbero essere il luogo di incontro della coppia, e spesso diventano invece il luogo di divisione. I figli, ricordiamolo, sono affidati da Dio a noi genitori, ed è nostro privilegio così come nostro dovere formarli e dare loro una famiglia piena di amore, fiducia e sicurezza perché diventino pienamente adulti. La famiglia è la scuola per eccellenza per formare esseri umani liberi che possano compiere il progetto di Dio e questo, in principio, è che siano felici.

Quando un matrimonio finisce in divorzio, indipendentemente dai motivi, i figli in genere diventano oggetto di dispute e litigi. La crisi della coppia comporta la destabilizzazione della famiglia e interessa sia gli adulti che i figli e la società in generale come conseguenza.

Esistono innumerevoli studi che dimostrano che le conseguenze di un divorzio su un figlio sono devastanti. I figli sentono minacciata la propria sicurezza personale, spesso si danno la colpa per la separazione dei genitori e assumono come missione il cercare una riconciliazione tra loro. È una situazione che spesso li fa soffrire per tutta la vita. Anche in età adulta, un figlio di genitori divorziati può desiderare che i suoi genitori stiano sempre insieme. I figli di genitori divorziati hanno molte probabilità di essere psicologicamente instabili, come conseguenza di un rifiuto che non dovrebbe in alcun modo essere nei loro confronti. L’assenza di uno dei genitori da casa è insostituibile. La paura di impegnarsi, di essere autentico e di donarsi a un’altra persona per amarla per tutta la vita è enorme. Com’è possibile mettere la mia felicità nelle mani di un altro che mi può rifiutare? Come posso essere degno di essere amato per sempre se i miei stessi genitori non ci sono riusciti?

Io sono figlia di un divorzio, e la separazione dei miei genitori è avvenuta quando ero già adulta. Ad ogni modo, posso dirvi che le conseguenze per me sono state devastanti come quelle che leggo in questi studi.

Sentire che i miei genitori sono rimasti uniti per noi e non per loro stessi è un peso molto duro da portare. Capire che in qualche modo hanno sacrificato la propria vita per noi è come aver vissuto in un mondo fittizio. Cos’è stato quello che ho vissuto? La mia famiglia è stata un’illusione? Il matrimonio è un’illusione?

Ero accecata dal dolore e dalla solitudine, vivendo in un mondo in cui per i miei amici l’idea che i miei genitori si separassero era una cosa normale e il mio dolore era incomprensibile. Sono giunta alla conclusione che il matrimonio non era un cammino di felicità, che se due persone si amano e desiderano stare insieme non è necessario un pezzo di carta o un sacramento perché questa unione sia valida.

Sono stati anni dolorosi, e anche se ho nostalgia della famiglia che siamo stati e degli anni felici trascorsi insieme, posso dire che grazie al modo di comportarsi dei miei genitori e ai loro buoni rapporti in generale dopo la separazione il dolore è andato diminuendo.

Grazie all’aiuto e all’accompagnamento soprattutto di consacrati e coppie cattoliche che mi hanno insegnato che il matrimonio era un cammino di felicità e che poteva essere il mio cammino di felicità, oggi, pur con queste ferite e queste paure, ho una famiglia che amo e alla quale dedico ogni minuto della mia esistenza. Ho scoperto che alla ricetta del matrimonio che avevo in mente mancava un ingrediente: Dio.

Leggevo nella “Relatio post disceptationem” dell’undicesima congregazione generale del Sinodo sulla famiglia 2014 quanto segue: “In questo contesto la Chiesa avverte la necessità di dire una parola di speranza e di senso”. È proprio ciò che è successo a me. È nella Chiesa e nella figura di Gesù e della Sacra Famiglia che ho trovato quel senso che si era spezzato e quella consolazione che cercavo come figlia. Quell’amore incondizionato fino all’estremo per rendere felice l’altro, quell’altro che oggi sono mio marito e i miei figli.

Attraverso questa storia, che come vedete è anche la mia storia, esorto alla riflessione su come farci carico del divorzio e delle sue conseguenze, soprattutto nei figli. Credo che la prima cosa sia concentrarci sulla causa: il matrimonio. I matrimoni oggi finiscono prima perché si entra nel sacramento senza la conoscenza sufficiente e la preparazione adeguata. Ancora, non è solo la mancanza di conoscenza in sé, ma una mancanza di autoconoscenza da parte della persona.

Per questo è necessario che come coppie cattoliche usciamo ad annunciare il vero significato e a condividere la nostra realtà con altri, accogliendo anche le famiglie che soffrono per una rottura e accompagnando quei figli e quei genitori in un processo di riconciliazione. È necessario insegnare alle coppie che i figli sono di Dio e non una cosa che diventa un possesso dei genitori (o di uno dei genitori). E infine, cosa più importante, dobbiamo annunciare con il nostro esempio di coppia che in Dio l’amore è eterno e che il nostro “sì” per sempre accanto a Lui è una garanzia di felicità.

Sta a noi, in qualche modo, diminuire la sofferenza di molti.

di Silvana Ramos