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Storia. Il mondo prima e dopo Roma.

La civiltà prima di Roma presenta, grosso modo, la situazione seguente: a) imperi mesopotamici e mediorientali (Assiri, Babilonesi, Caldei, Ittiti, etc.); b) Egitto faraonico; c) città-stato greche; d) barbari; e) popoli e civiltà indiane e cinesi; f) popoli e civiltà precolombiane (forse, ma si sa poco); g) regni e popolazioni tribali africani. Giustamente i manuali di storia si concentrano su quel che accadde nei luoghi più civilizzati, cioè la Grecia e il vicino Oriente.

Qui ci imbattiamo in due misteri: Atene e Israele. Perché parliamo di “misteri”? Perché si tratta delle uniche due realtà sopravvissute fino ad oggi, nel senso che continuano a influenzare l’attuale nostra civiltà. Infatti sono completamente spariti i Faraoni e Sparta, Nabucodonosor e Ammurabi. Ma gli Ebrei ci sono ancora, così come l’idea di democrazia e la filosofia ellenica. Ma procediamo con ordine. Quando si pensa alla Grecia di allora vengono in mente nomi di città come Tebe, Sparta, Micene. Città abitate da poche migliaia di abitanti, sempre in guerra tra loro.

Ma Atene era diversa. La democrazia ateniese ancora oggi è oggetto di studio, diversamente da Sparta, per esempio (che pure colpisce la nostra immaginazione).

Ancora oggi gli studenti devono cimentarsi con i teoremi di Euclide e di Pitagora, con la filosofia di Platone e Aristotele, con le tragedie di Eschilo e di Sofocle. Ma non si studiano più, per esempio, il pensiero di Ramsete II né l’astrologia caldea. Insomma il pensiero greco è un unicum, tant’è che i Romani conquistatori lo fecero proprio in toto, dèi compresi. Invece si tennero culturalmente alla larga dagli altri popoli conquistati. Perché? Boh.

Altro boh: gli Ebrei. Il loro capostipite, si sa, è Abramo. Ma Abramo era della città di Ur, e Ur era una città caldea. Ora i Caldei sono un popolo così antico che le sue tracce si perdono nella leggenda e nella notte dei tempi. Dunque gli Ebrei sono antichissimi. Non solo. Essi erano diversi da tutti gli altri popoli. Non avevano arte, pittura, scultura, letteratura, architettura. Niente. Solo la Scrittura.

L’unica cosa a cui si dedicavano era la Scrittura e il continuo commento ad essa. Vietate le immagini e le statue, l’unica costruzione che si ricorda era il Tempio. Anche il governo era in mano ai sacerdoti. Eppure questo popolo ha attraversato i millenni ed è ancora tra noi, sempre attaccato, nei più, a quella sua Scrittura e a quell’antichissima Promessa. Due misteri, dunque, nella storia antica, cui andiamo subito ad aggiungere il terzo.

Roma

Chi voglia laurearsi in giurisprudenza, oggi, deve sostenere gli esami di Diritto Romano, Storia del Diritto Romano e Istituzioni di Diritto Romano. A parte il fatto che anche chi vuol laurearsi in Medicina parte handicappato se non conosce il greco e soprattutto il latino, osserviamo subito che nessuna istituzione del mondo antico continua a condizionarci come Roma. L’ossessione per le strutture dell’Impero Romano ci accompagna da sempre.

Contrariamente a quel che si crede i cristiani rimpiansero Roma; infatti, alla prima occasione, ne ripristinarono l’Impero con Carlo Magno, Impero che fu Sacro e Romano. I monaci medievali copiarono pazientemente tutte le opere antiche, tanto da permetterne un grande revival nell’Umanesimo e nel Rinascimento. Chi si lamentava dei mali d’Italia, come Machiavelli e Guicciardini, guardava con nostalgia all’Impero Romano. Tutti i fondatori di imperi, successivamente, innalzarono aquile e labari, da Napoleone (il suo “stile impero” era tutto pepli, colonne, fasci littori, lauri) a Mussolini, a Hitler.

Perfino gli Usa tengono l’aquila nell’emblema e i politologi americani ancora studiano con accanimento quell’antico Impero europeo. Perché mai? Perché ancora oggi le nostre strutture statali hanno nomi romani? Prefetto, questore, provincia, democrazia, tributo, fisco, comizi, scrutini, eccetera. I carabinieri sono divisi in “legioni” e la Chiesa in “diocesi”. I popoli di tradizione cattolica sono detti “latini” e la Chiesa cattolica continua a chiamarsi “romana”. Insomma, il mondo civilizzato non potrebbe essere quello che è senza Roma. Roma era speciale.

Innanzitutto era una repubblica, e tale rimase anche quando il suo supremo magistrato prese il titolo di Imperator. Prima di Augusto il Senato eleggeva due consoli, uno dei quali, a turno, comandava l’esercito (I”‘imperator”). Poi le due cariche si fusero, ma l’Imperatore rimase sempre un magistrato designato; cosa che distingueva Roma dai circostanti popoli, i quali conoscevano solo la monarchia ereditaria in cui il re era anche sacerdote supremo e dio egli stesso. Negli ultimi tempi alcuni imperatori romani ricorsero all’artifizio di adottare il proprio successore, proprio perché la legge vietava l’ereditarietà delle cariche. Già, la legge. Ecco il genio romano: la legge. I Romani ne avevano il culto, e qualsiasi barbaro sapeva che avrebbe trovato più giustizia presso un magistrato romano che non davanti al suo stregone. Per questo i popoli confinanti cercavano di entrare nell’Impero, un po’ come oggi il sogno di molti profughi è la cittadinanza americana.

Sappiamo che grandi rivolte scoppiarono perché i popoli federati con Roma o legati ad essa da vincoli di vassallaggio volevano partecipare della cittadinanza romana. Negli Atti degli Apostoli vediamo san Paolo imprigionato durante un tumulto, ma poi liberato con tante scuse quando rivela di essere cittadino romano. Non solo. Il palestinese Paolo in quell’occasione si appella a Cesare, com’è suo diritto, e riceve dal proconsole una scorta di settanta cavalieri e duecento soldati perché lo si porti a Roma da Claudio Nerone.

 

Il volto dell’angelo di Varsavia: ha salvato 2500 bambini ebrei

irenasadlerIrena Sendler, da nubile Irena Krzyżanowska, (Varsavia, 15 febbraio 1910 – Varsavia, 12 maggio 2008), è stata un’infermiera e assistente sociale polacca, che collaborò con la Resistenza nella Polonia occupata durante la Seconda guerra mondiale.
Pur essendo di confessione cattolica, la ragazza sperimentò fin dall’adolescenza una profonda vicinanza ed empatia con il mondo ebraico. All’università, per esempio, si oppose alla ghettizzazione degli studenti ebrei, e come conseguenza venne sospesa dall’Università di Varsavia per tre anni.
Divenne famosa per avere salvato, insieme con la Resistenza polacca, circa 2.500 bambini ebrei, facendoli uscire di nascosto dal ghetto di Varsavia, fornendo loro falsi documenti e trovando rifugio per loro in case al di fuori del ghetto.

Trasferitasi a Varsavia, già da quando i nazisti occuparono la Polonia (1939) cominciò a lavorare per salvare gli Ebrei dalla persecuzione: con altri collaboratori, riuscì a procurare circa 3.000 falsi passaporti per aiutare famiglie ebraiche.

Nel 1942 entrò nella resistenza polacca, che al suo interno presentava forti contrasti fra la componente nazionalista e cattolica e la componente comunista, contrasti che a volte si ripercuotevano anche nelle fasi decisionali. Il movimento clandestino non comunista di cui faceva parte la Sendler, la Żegota, incaricò la donna delle operazioni di salvataggio dei bambini ebrei del Ghetto.

Come dipendente dei servizi sociali della municipalità, la Sendler ottenne un permesso speciale per entrare nel Ghetto alla ricerca di eventuali sintomi di tifo (i Tedeschi temevano che una epidemia di tifo avrebbe potuto spargersi anche al di fuori del Ghetto stesso). Durante queste visite, la donna portava sui vestiti una Stella di Davide come segno di solidarietà con il popolo ebraico, come pure per non richiamare l’attenzione su di sé.

Irena, il cui nome di battaglia era “Jolanta”, insieme ad altri membri della Resistenza, organizzò così la fuga dei bambini dal Ghetto. I bambini più piccoli vennero portati fuori dal Ghetto dentro ambulanze o altri veicoli.

In altre circostanze, la donna si spacciò per un tecnico di condutture idrauliche e fognature: entrata nel ghetto con un furgone, riusciva a portarne fuori alcuni neonati nascondendoli nel fondo di una cassa per attrezzi, o alcuni bambini più grandi chiusi in un sacco di juta. Nel retro del camion teneva anche un cane addestrato ad abbaiare quando i soldati nazisti si avvicinavano, e a coprire così il pianto dei bambini.

Fuori dal Ghetto, la Sendler forniva ai bambini dei falsi documenti con nomi cristiani, e li portava nella campagna, dove li affidava a famiglie cristiane, oppure in alcuni conventi cattolici come quello delle Piccole Ancelle dell’Immacolata a Turkowice e Chotomów. Altri bambini vennero affidati direttamente a preti cattolici che li nascondevano nelle case canoniche.

Irena Sendler annotava i veri nomi dei bambini accanto a quelli falsi e seppellì gli elenchi dentro bottiglie e vasetti di marmellata sotto un albero del suo giardino, nella speranza di poter un giorno riconsegnare i bambini ai loro genitori.

« Avrei potuto fare di più. Questo rimpianto non mi lascia mai. »

(Irena Sendler, in una conversazione con Marek Halter a proposito del suo impegno nella Resistenza polacca)

Nell’ottobre 1943 la Sendler venne arrestata dalla Gestapo: fu sottoposta a pesanti torture (le vennero spezzate gambe e braccia, tanto che rimase inferma a vita), ma non rivelò il proprio segreto. Condannata a morte, venne salvata dalla rete della resistenza polacca, che riuscì a corrompere con denaro i soldati tedeschi che avrebbero dovuto condurla all’esecuzione. Il suo nome venne così registrato insieme con quello dei giustiziati, e per i mesi rimanenti della guerra visse nell’anonimato, continuando però a organizzare i tentativi di salvataggio di bambini ebrei.

Terminata la guerra e l’occupazione tedesca, i nomi dei bambini vennero consegnati ad un Comitato Ebraico, che riuscì a rintracciare circa 2.000 bambini, anche se gran parte delle loro famiglie erano state sterminate a Treblinka e negli altri lager.

« Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra, e non un titolo di gloria » (Lettera al Parlamento polacco)

 

Nota storica: i cristiani e gli ebrei

I RAPPORTI FRA EBREI E CRISTIANI (PER DISTINGUERE GLI ABUSI COMPIUTI DAI CRISTIANI DALLE FALSE ACCUSE ALLA CHIESA)

LA CHIESA CHIEDE PERDONO

( il cristiano non è superiore al pagano perché non commette peccati ma perché non li giustifica, si sforza di combatterli e ne chiede perdono)

La Chiesa chiese perdono, nell’anno Santo del Giubileo del 2000, per le azioni di tanti suoi figli quando essi hanno esercitato forme di violenza nella correzione degli errori anche là dove, tali errori, non calpestavano i diritti degli altri né minacciavano la pace pubblica.

La Chiesa non entra nel merito delle vicende storiche ma si limita a dire che: – l’individuazione delle colpe del passato di cui fare ammenda implica anzitutto un corretto giudizio storico, che sia alla base anche della valutazione teologica. Ci si deve domandare: che cosa è precisamente avvenuto? Che cosa è stato propriamente detto e fatto? Solo quando a questi interrogativi sarà stata data una risposta adeguata, frutto di un RIGOROSO GIUDIZIO STORICO, ci si potrà anche chiedere se ciò che è avvenuto, che è stato detto o compiuto può essere interpretato come conforme o no al Vangelo, e, nel caso non lo fosse, se i figli della Chiesa che hanno agito così avrebbero potuto rendersene conto a partire dal contesto in cui operavano. Unicamente quando si perviene alla certezza morale che quanto è stato fatto contro il Vangelo da alcuni figli della Chiesa ed a suo nome avrebbe potuto essere compreso da essi come tale ed evitato, può aver significato per la Chiesa di oggi fare ammenda di colpe del passato- ( Commissione teologica internazionale, Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato, L’Osservatore Romano, Documenti, supplemento a L’Osservatore Romano n.10, 10 marzo 2000, p.5, n.4 ).

Per UN CORRETTO GIUDIZIO STORICO: quali sono stati i rapporti fra gli ebrei e i cristiani?

1) Le origini del conflitto fra ebrei e cristiani.

Nei primi secoli di storia della Chiesa furono i cristiani a subire persecuzioni da parte degli ebrei. Nel ’34 viene lapidato il diacono Stefano, presente Paolo, che approvava questa decisione ( Atti da 6,8 a 8,3 ). Paolo ricorda di aver dato il suo – voto – nei processi per mettere a morte i – santi – cioè i cristiani ( Atti 16,10 ).

Nel ’62 vengono lapidati, a Gerusalemme, Giacomo il Minore e altri cristiani per ordine del sommo sacerdote Ananos e del sinedrio. Quando i governatori romani sono presenti, la persecuzione giudaica contro i cristiani viene impedita ed esplode regolarmente in quelle occasioni in cui è assente l’autorità romana: in questi casi i sommi sacerdoti responsabili vengono destituiti dall’autorità di Roma. I romani sono decisi a non cedere più come al tempo di Cristo alle pressioni del Sinedrio, essi non accettano più di considerare i cristiani come eversori dell’autorità politica. L’
accusa, infatti, costruita dai grandi sacerdoti contro Gesù era estremamente abile perché utilizzando l’ambiguità insita nelle attese messianiche – attese messianiche note ai romani e di cui essi avevano timore – combinava l ‘accusa di violazione della legge giudaica ( quella di essersi fatto Figlio di Dio ) con l’accusa politica ( di essersi fatto re ). I governatori e i procuratori romani dichiarano esplicitamente che la controversia fra i cristiani e i giudei è una controversia strettamente religiosa, senza implicazioni politiche e dichiarano che non vogliono essere strumentalizzati dalle autorità religiose ebraiche.

Quando la provincia della Giudea ritorna autonoma con Agrippa I, la persecuzione legale dei cristiani ritorna possibile: è di questo periodo la condanna a morte di Giacomo Maggiore e l’arresto di Pietro

( cfr Marta Sordi, i cristiani e l’impero romano, Jaca Book, Milano 1983, pp.13-28 ).

2) Le origini delle mitologie antigiudaiche

Con la dispersione degli ebrei nel mondo iniziano i difficili problemi di convivenza con le popolazioni locali dove essi si stabiliscono.

Gli ebrei rappresentano, in molti casi, una sorta di corpo estraneo, un vero e proprio stato che non si integra nel compatto tessuto medioevale.

In questo contesto filtra il mito pagano antigiudaico dell’omicidio rituale diffuso nella città di Alessandria d’Egitto e riferito da Giuseppe Flavio nel testo – Contra Apionem -.

La struttura del mito dell’omicidio rituale è questa: in occasione della Pasqua ebraica viene ucciso un bambino per utilizzare il suo sangue a scopo rituale, o a scopi medicinali e magici.

La prima accusa documentata di omicidio rituale, con le prime persecuzioni popolari, si ha a Fulda, in Germania, nel 1235.

L’imperatore Federico II dichiara ufficialmente falsa l’accusa. Nel 1247, a Valreas, nuova accusa di omicidio rituale: gli ebrei si appellano al Papa Innocenzo IV che condanna la falsa accusa in termini precisi. Alle soglie del trecento nuove accuse di omicidio rituale nei confronti del quartiere ebraico di Barcellona: anche qui viene riconosciuta l’innocenza degli ebrei.
Le bolle papali continuano a condannare la falsa credenza nell’omicidio rituale attribuito agli ebrei ma questo non impedisce, purtroppo, il diffondersi di questo – mito – e non impedisce le conseguenti sollevazioni popolari le quali portano spesso alla espulsione degli ebrei per motivi di ordine pubblico. Papi come Innocenzo IV, Gregorio IX, Gregorio X, Martino V e Niccolò V si opposero espressamente alla falsa credenza nell’omicidio rituale.

Nel 1554 la terribile accusa di omicidio rituale fa la sua apparizione anche a Roma, centro della Cristianità, e proprio alla vigilia dell’avvento al soglio pontificio di Paolo IV, uomo privo di ogni moderazione, dal carattere rigido, irruento e incapace di dominarsi, ossessionato da uno zelo religioso violento, privo di compassione verso se stesso e gli altri: i suoi provvedimenti politici, esageratamente rigorosi e autoritari, fecero tanto soffrire sia gli ebrei che il popolo romano. Questo il fatto. Viene scoperto nel camposanto di Roma, durante la settimana santa, il cadavere crocifisso di un bambino. Il popolo aizzato da un ebreo convertito, Hananel da Foligno, accusa gli ebrei. La folla invoca il massacro o l’espulsione degli ebrei. Il cardinale Alessandro Farnese scopre i veri colpevoli, due spagnoli che avevano agito per denaro e in odio agli ebrei. Il nuovo Papa, Paolo IV, punisce con la morte i colpevoli. L’ordine pubblico è salvo ma sarà, per gli ebrei, un ordine all’interno del ghetto e per i romani un ordine di tipo calvinista che giunge perfino a proibire ogni forma di divertimento lecito.
Quando Paolo IV muore, nel 1559, il popolo romano si solleva e ne impedisce i funerali. Il palazzo dell’inquisizione viene invaso e dato alle fiamme, le insegne abbattute e la statua di Paolo IV frantumata e gettata nel Tevere. Tutta la città è in preda a forti subbugli. La salma stessa del pontefice deve essere sottratta al furore del popolo e viene nascosta nei sotterranei della basilica vaticana

( cfr Paolo IV, pp.329-334, in Battista Mondin, Dizionario enciclopedico dei Papi, Città Nuova, Roma, 1999).

Nel 1840 il mito dell’omicidio rituale è ancora vivo. Un gruppo di ebrei viene accusato a Damasco dell’omicidio rituale di un frate e del suo domestico. Un recente studio dello storico israeliano Jonathan Frankel, su questo celebre caso giudiziario e che ebbe grande risonanza internazionale, mostra come le forze – liberali – e – progressiste -, dalla Francia di Luigi Filippo al giovane Karl Marx, considerano gli accusati pregiudizialmente colpevoli mentre è la diplomazia cattolica asburgica a esigere e ad ottenere finalmente il più scrupoloso rispetto dei diritti degli imputati. Frankel cita un discorso particolarmente violento e ottuso di Marx, discorso del 1847, il quale sostiene che anche i cristiani – macellavano esseri umani e consumavano vera carne e sangue umano nell’eucaristia –

(cfr Massimo Introvigne, il caso di Damasco: i cattolici, antisemitismo e politica negli anni 1840, Cristianità n.279-280, luglio-agosto 1998, p.18 ).

Con l’arrivo della peste in Europa nasce il secondo mito antigiudaico:
sono gli ebrei che diffondono la malattia. Fin dalla primavera del 1348 il percorso della peste è accompagnato dalle sollevazioni popolari contro gli ebrei. La Chiesa, con Clemente VI, condanna con molta forza, nel luglio del 1348 e nell’ottobre dello stesso anno, questa falsa credenza. L’erudito Konrad di Magenberg nella sua opera del 1349-51, Das Buch der Natur, in cui affronta il problema della peste, dimostra che la mortalità per peste colpisce sia i cristiani che gli ebrei.

Nonostante le condanne e le spiegazioni, le violenze popolari contro gli ebrei continuano ad accompagnare la comparsa dell’epidemia. Le continue tensioni fra le popolazioni e gli ebrei portano alle espulsioni: in molti casi, a partire dal 1400, in Spagna e poi in Germania e a Venezia nel 1516, le espulsioni vengono sostituite con il ghetto. Il ghetto è un quartiere riservato agli ebrei dove sono obbligati ad abitare e dove i cancelli vengono chiusi dopo il tramonto. I cancelli o le mura del ghetto rappresentano, per gli ebrei, anche una protezione della loro identità: chiudono il quartiere alle pressioni, agli influssi e alle suggestioni del modo esterno. L’istituzione del ghetto fu vista dagli ebrei anche come una difesa della loro autonomia e della loro identità. A Mantova e a Verona, per esempio, l’anniversario della creazione del ghetto era celebrato dagli ebrei con feste e preghiere di ringraziamento.

Nel 1215, per evitare illeciti contatti sessuali tra ebrei e cristiani, viene introdotto il segno distintivo per gli ebrei: provvedimento di origine mussulmana. Tale provvedimento fu largamente disatteso in Europa e applicato soprattutto in Francia e in Inghilterra.

3) Motivi concreti dell’antipatia verso gli ebrei

Un autentico ebreo errante, Salomon ibn Varga, che scrisse la prima opera di storia ebraica dai tempi di Giuseppe Flavio, stampata per la prima volta in Turchia nel 1554, dice che nessun uomo di buon senso odia gli ebrei ad eccezione del volgo:- per questo c’è una ragione: l’ebreo è arrogante e cerca sempre di dominare(.)- ( cfr Rino Cammilleri, Storia dell’Inquisizione, Newton, Roma 1997, p.51 ).

Lo storico Paul Johnson dice che gli ebrei agirono da – lievito – nei movimenti che cercavano di distruggere il monopolio della Chiesa: il movimento albigese e quello hussita, il Rinascimento e la Riforma. Egli dice che essi furono intellettualmente sovversivi

( cfr Rino Cammilleri, ibidem, p.37 ).

Il prestito a interesse, esercitato dagli ebrei e vietato in quel tempo ai cristiani, era un motivo di continua tensione con le popolazioni. Successive bolle papali stabilirono che l’interesse non doveva superare il 20 %: il che non era poco. In una economia essenzialmente agricola bastavano due annate cattive per mettere interi villaggi alla mercé dei prestatori di denaro.

Il prestito resta un’attività tipica degli ebrei. Secondo alcuni storici il divieto di possedere terreni avrebbe indotto gli ebrei a questo rapporto privilegiato con il denaro. La storica Anna Foa fa notare che l’allontanamento dalla terra fu imposto agli ebrei solo alla fine del medioevo e riguardava soltanto la proprietà del latifondo, non il possesso di piccoli appezzamenti di terreno. Il divieto del latifondo era volto ad impedire agli ebrei di possedere schiavi cristiani perché la coltivazione del latifondo prevedeva l’utilizzazione del lavoro servile.

4) Gli ebrei e la Chiesa

Scrive Anna Foa che gli ebrei, da secoli, erano abituati a vedere nel papato un protettore contro arbìtri e violenze e per questo si rivolgevano spesso al Papa per chiedere aiuto e protezione. Nel 1493 gli ebrei, espulsi dalla Spagna, venivano accolti a Roma dal Papa.

Alla fine del VI secolo gli ebrei di Marsiglia lamentarono che il Vescovo aveva tentato di convertirli con la forza: Papa Gregorio Magno riafferma la condanna della forza. Quando le sinagoghe palermitane e cagliaritane vengono trasformate in Chiese, Gregorio condanna la negazione della libertà religiosa e impone ai vescovi di risarcire gli ebrei della perdita subita.

Nel 1236 l’ebreo convertito Nicholas Donin indirizza a Papa Gregorio IX un memoriale contro il Talmud per quelle parti in cui esso contiene insulti e bestemmie contro Cristo. Il Papa impartiva l’ordine di confiscare i libri e di sottoporli ad esame: la confisca fu eseguita solo in Francia. L’intervento non era orientato alla soppressione del libro ma alla censura, cioè alla eliminazione delle parti considerate blasfeme. Papa Innocenzo IV, invocato dagli ebrei, interveniva successivamente e scriveva a Luigi IX:- poiché i maestri ebrei del tuo regno ci hanno esposto (.) che senza quel libro che in ebraico chiamano Talmud, non possono comprendere la Bibbia e le altre ordinanze della loro legge secondo la loro fede, noi che secondo il mandato divino siamo tenuti a tollerare che essi osservino questa loro legge, abbiamo ritenuto giusto rispondere loro che (.) non vogliamo privarli ingiustamente dei loro libri-

( cfr Anna Foa, Ebrei in Europa dalla peste nera all’emancipazione, Laterza, Bari 1999, p.31 ).

All’inizio del secolo XI si diffondono accuse di alto tradimento contro gli ebrei: corrono voci che essi complottino con i mussulmani. Anche la paura della fine del mondo nell’anno mille ha la sua parte: la figura dell’anticristo viene messa in relazione agli ebrei. Con la prima crociata si verifica una grande esplosione di antisemitismo. San Bernardo di Chiaravalle dichiara esplicitamente:- chiunque metterà le mani su un ebreo per ucciderlo farà un peccato tanto enorme come se oltraggiasse la persona stessa di Gesù-

( cfr AAVV, gli ebrei nella cristianità, p.149, in 100 punti caldi della storia della Chiesa, Paoline, Cinisello Balsamo ( Milano ), 1986 ).

L’imperatore Barbarossa mediante un editto stabilisce che la mano di chi ferisce un ebreo deve essere tagliata e per l’uccisione degli ebrei viene stabilita la pena di morte.

Affinchè gli ebrei non siano oppressi essi vengono elevati al rango di ciambellani imperiali.

L’arcivescovo di Magonza dispone che la crociata di chi uccide un ebreo sia invalida, cioè che non abbia alcuna virtù espiatrice (cfr Joseph Lortz, Storia della Chiesa, vol. I, Paoline, Roma 1980, p. 628, 630-631 ).

5) L’Inquisizione spagnola

Gli ebrei si erano rifugiati nella penisola iberica dopo la caduta dell’
impero Romano.

L’invasione dei visigoti, da poco convertiti al cristianesimo, che li costringevano a battesimi forzati li aveva spinti tra i mussulmani del sud. Gli ebrei rimasti con i visigoti avevano accettato il cristianesimo ma continuavano in segreto ad osservare le loro leggi: comincia a nascere il cosiddetto ebreo segreto più tardi chiamato marrano.

Nel 711 i mussulmani invasori della Spagna si mostrano più tolleranti dei visigoti. Gli ebrei devono pagare una tassa, portare un segno distintivo e a loro è vietato montare a cavallo e portare armi. Gli ebrei finiscono per avere in mano il commercio, le finanze e l’intera amministrazione. Quando la penisola fu riconquistata dai cristiani, gli ebrei, come già sotto i mussulmani, hanno cariche fondamentali: appaltatori generali delle imposte, funzionari, tesorieri di corte.

Gli ebrei concorrono direttamente alla costruzione delle strutture amministrative e finanziarie dello stato Spagnolo ricoprendo un ruolo che non ha paralleli negli altri stati moderni. Fino al XII secolo sono proprietari di terre e produttori di vino ma il prestito è l’attività fondamentale ed è anche quella che crea maggiore attrito con il mondo circostante.

Le comunità ebraiche aragonesi e castigliane godono di piena autonomia giudiziaria: hanno il diritto di esercitare pieni poteri giudiziari sia in materia civile che in materia criminale.

Nel 1391, con la morte improvvisa di Giovanni I di Castiglia, a Siviglia scoppiano tumulti popolari contro gli ebrei che si estendono a tutta la Castiglia e alla Catalogna. Le alte gerarchie ecclesiastiche e le autorità civili hanno una posizione di dura condanna e tentano di fermare le violenze popolari ma non riescono a mantenere l’ordine pubblico.

Molti responsabili delle violenze agli ebrei vengono arrestati e condannati all’impiccagione ma il popolo insorge liberando i prigionieri e attaccando le case dei patrizi.

Scrive Anna Foa che gli eventi del 1391 sono stati interpretati come l’ espressione di – (.) una crisi essenzialmente sociale ed economica, una lotta delle classi popolari contro quelle privilegiate (.).

In sostanza, quella del 1391 sarebbe stata una delle numerose crisi rivoluzionarie – dal tumulto fiorentino dei Ciompi ai moti dei lollardi in Inghilterra- che nella seconda metà del trecento agitarono l’intera Europa- ( Anna Foa, op. cit., p. 94 ).

Questa situazione di guerra civile metteva in crisi un regno giovane come quello della Spagna dove su un totale di appena 6 milioni di abitanti c’erano almeno centomila ebrei e oltre trecentomila mussulmani: nessun altro paese aveva minoranze così consistenti.

Scrive Rino Cammilleri che – il giovane regno (.) già all’indomani della sua faticosa unificazione rischiava di deflagrare in una guerra civile di tutti contro tutti-

( Rino Cammilleri, op. cit., p.36 ).

Le continue violenze popolari fanno molti morti fra gli ebrei sia di
religione giudaica che – conversos -, cioè convertiti al cattolicesimo.
Non bisogna dimenticare i grandi santi spagnoli di quel periodo che sono di origine ebraica: Teresa d’Avila, Giovanni d’Avila, Giovanni di Dio, Ignazio di Loyola, Juan de la Cruz.

A questo punto nasce l’inquisizione spagnola- sottratta all’autorità pontificia e strumento dell’autorità politica -, richiesta insistentemente al re da molti autorevoli conversos per smascherare i falsi convertiti in modo da evitare un bagno di sangue.

I conversos dominano l’economia, la cultura e anche le cariche ecclesiastiche. L’inquisizione, colpendo una piccola percentuale di falsi convertiti certifica che tutti gli altri conversos – che sono la maggioranza -sono veri spagnoli e veri cattolici che nessuno ha il dirritto di attaccare con la violenza. Dal momento in cui nasce l’inquisizione i promotori dei tumulti anti-giudaici vengono colpiti e in pochi anni i tumulti spariscono. L’inquisizione viene affidata ad ebrei convertiti come Tomàs de Torquemada e il suo successore Diego Deza

( cfr Massimo Introvigne, L’Inquisizione fra miti e interpretazioni, intervista con lo storico Jean Dumont, Cristianità n.131, Piacenza, marzo 1986, pp.11-13 ).

( Bruto Maria Bruti )

L’intervento di padre Pfeiffer per fermare la razzia degli ebrei nel ghetto di Roma

ebrei-pfeifferQuando il 16 ottobre del 1943 la brigata delle SS naziste, comandata da Theodor Dannecker specializzata negli arresti degli ebrei, fece razzia nel Ghetto di Roma, fu padre Pancrazio Pfeiffer a convincere il generale Rainer Stahel, a telefonare a Himmler per fermare la deportazione.

E’ quanto ha raccontato il 12 maggio, a Roma, padre Peter Gumpel S.J. durante il convegno per la commemorazione del 60° anniversario della morte di padre Pancrazio Pfeiffer, Superiore generale dei Salvatoriani.

In una intervista concessa a ZENIT, padre Gumpel ha precisato che “il Pontefice Pio XII, indignato per quanto stava accadendo, prima fece convocare con urgenza l’ambasciatore tedesco Ernst Von Weizsäcker per levare formale protesta contro l’arresto degli ebrei, e poi mobilitò i suoi emissari, monsignor Alois Hudal e padre Pancrazio Pfeiffer affinché intervenissero sugli ufficiali tedeschi per impedire la razzia”.

Pio XII diede una sua lettera di protesta ad Alois Hudal, rettore della Chiesa di S. Maria dell’Anima, che venne ufficialmente trasmessa a Berlino da Gerhard Gumpert, allora capo dei funzionari dell’ambasciata di Germania presso il governo dei neofascisti rimasti a Roma. Questa lettera non ebbe però nessun esito.

Ebbe successo invece l’intervento di padre Pancrazio Pfeiffer, il quale parlò con il generale Rainer Stahel, comandante militare di Roma, notoriamente contrario a quanto le SS e la Gestapo stavano facendo.

Padre Gumpel ha poi precisato che “Stahel inviò una dura protesta al capo delle SS Heinrich Himmler, esigendo che la persecuzione degli ebrei cessasse immediatamente. E spiegò questa sua richiesta con argomentazioni di tipo strettamente militari, ben sapendo che le argomentazioni umanitarie erano inutili”.

“Fece quindi presente ad Himmler che, essendo in buona parte responsabile dell’approvvigionamento delle divisioni tedesche impegnate in duri combattimenti a sud di Roma, aveva un compito reso già molto difficile dalla supremazia aerea degli Alleati e dai partigiani”, ha aggiunto.

“Se a questi fatti si fosse aggiunto un sollevamento della popolazione romana in seguito alla razzia degli ebrei, il rifornimento delle suddette divisioni sarebbe divenuto impossibile – ha raccontato lo storico gesuita –. Questo messaggio spaventò Himmler che ordinò la cessazione dell’operazione”.

L’esito del rastrellamento degli ebrei romani non fu considerato soddisfacente dai gerarchi nazisti. Nel suo complesso l’operazione fu giudicata come uno degli insuccessi più notevoli, tanto che alla fine della guerra Dieter Wisliceny, luogotenente di Eichmann, fu costretto ad affermare che : “Condizioni particolarmente speciali permisero agli ebrei di Roma di porsi tempestivamente in salvo”.

Stahel pagò di persona per questo intervento. Due settimane dopo fu deposto dal suo incarico a Roma e per punizione fu inviato in Russia da dove non tornerà mai più. La motivazione della sua rimozione fu che “era troppo mite con gli italiani” e “troppo amichevole con il Vaticano” .

Attraverso padre Pfeiffer, Pio XII intervenne ancora nel tentativo di salvare anche coloro che erano già stati presi dai nazisti.

La mattina del 17 ottobre il comandante delle SS Dannecker ordinò ai suoi uomini di radunarsi nel Collegio Militare Italiano, in via della Lungara, dove erano state ammassate le 1259 persone rastrellate il giorno prima.

Chiamò Arminio Wachsberger, un fiumano che fungeva da interprete, e gli fece tradurre un ordine inaspettato e inconsueto: “Coloro che non sono ebrei si mettano da una parte e dì loro che se trovo un ebreo che abbia osato dichiarare di non esserlo, appena la bugia sarà scoperta, quello sarà fucilato immediatamente; e dì anche che noi tedeschi non parliamo a vanvera!”.

Molta gente si fece avanti, dopo aver esaminato i documenti Dannecker ed i suoi assistenti liberarono 259 persone ai quali dissero che potevano ritornarsene tranquillamente a casa.

Nonostante le minacce, fra coloro che furono liberati poterono tuttavia intrufolarsi diversi ebrei. Tra questi sicuramente padre, madre e figlio della famiglia Dureghello, Angelo Dina, Enrico Mariani, Bianca e Piera Ravenna Levi.

Diversi indizi indicano nel padre Pancrazio Pfeiffer l’uomo che intervenne direttamente per conto della Santa Sede nel chiedere la liberazione delle persone di servizio nelle famiglie ebree, dei coniugi e figli di matrimoni misti.

Alla fine della Guerra, padre Pancrazio distrusse i verbali dei suoi incontri con Pio XII e con la Segreteria di Stato. Sono comunque scampati alla distruzione dei foglietti, su due dei quali è scritto “Emilio Segrè – Collegio Militare, la liberazione è chiesta da Mons. Traglia vice gerente di Roma” e su un altro foglietto: «Hauptsturmbannführer Dannecker, Collegio Militare».
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Padre Pfeiffer, “un generale senza armi”, guidò la rete di assistenza ai perseguitati

pfeifferC’è un prete che compare a fianco del Pontefice Pio XII in un mosaico che si trova nel Duomo di Ascoli Piceno. Si tratta dello stesso sacerdote che intervenne con successo per fermare la razzia di ebrei che i nazisti stavano compiendo nel ghetto di Roma il 16 ottobre del 1943.

Quel sacerdote, nato a Brunnen in Baviera, e che fu Superiore generale dei padri Salvatoriani, si chiamava Pancrazio Pfeiffer.

Ora, per i 60 anni della sua morte, celebrati il 12 maggio, la Società Del Divin Salvatore, con l’adesione del Presidente della Repubblica Italiana ed il patrocinio delle Presidenza del Consiglio dei Ministri, della Provincia e del Comune di Roma, nonché della Pontificia Commissione per i rapporti Religiosi con l’Ebraismo, ha voluto organizzare presso la Cura Generalizia dei Salvatoriani a Roma, un convegno ed una mostra che rimarrà aperta fino al 18 giugno.

Fu padre Pfeiffer che durante l’occupazione nazista di Roma iniziata nel settembre del 1943, insieme a Carlo Pacelli, nipote del Papa, e a padre Antonio Weber dei padri Pallottini, svolse il compito di emissario di fiducia di Pio XII, al fine di realizzare il vasto programma di aiuto ai perseguitati dai nazisti.

Le carte conservate negli archivi dei Padri Salvatoriani sono incomplete e talvolta difficili da decifrare, ma quello che è rimasto mostra un lavoro grandioso condotto in favore dei perseguitati.

Circa gli interventi in favore di ebrei dall’Archivio di Padre Pfeiffer sono emersi appunti da cui si evince l’intervento della Santa Sede, il 25 ottobre del 1943, in favore di Alegra Livoli in Di Porto e dei suoi due figli e nella stessa data per Vittoria Livoli in Sonnino con tre figli, catturati nella retata del 16 ottobre. Il 28 novembre c’è un appello per Luigi Del Monte fu Alfred.

Un altro appello senza data è per Rita di Nepi in Terracina con i figli Leonello e Marco. Uno simile per Cesina Terracina con due bambini. Un altro foglietto, senza data, riguarda la situazione della famiglia Vitale di Montecatini, composta da sei elementi.

Un memorandum in data 25 novembre chiede aiuto per il Rabbino Nachmann Freiburg e per sua sorella oltre che per Ernesto della Riccia.

Un altro appunto di Padre Pancrazio fa riferimento a Settimio di Tivoli, arrestato il 24 novembre e segnalato dalla Segreteria di Stato già il 25 dello stesso mese.

Il 15 aprile 1944 la Segreteria di Stato chiese a Padre Pancrazio di intervenire a favore di Mario Segré, sua moglie e suo figlio arrestati il 5 aprile. C’è anche una lettera in favore di Segré da parte di monsignor Angelo Mercati degli Archivi Vaticani.

Uno dei salvataggi più straordinari operato dalla Santa Sede fu quello del giovane Giuliano Vassalli, socialista, che nel dopoguerra ha ricoperto il ruolo di Senatore, Ministro di Grazia e Giustizia nonché Giudice alla Corte Costituzionale.

Giuliano Vassalli, che allora era un comandante partigiano e un giovane dirigente del partito socialista, venne arrestato il tre aprile del 1944 e condannato a morte.

Fu liberato per intervento diretto di Pio XII, che operò pressioni tramite il Generale Karl Wolff, comandante delle SS e della Polizia tedesca in Italia. Di come Vassalli riuscì a evitare la condanna a morte e tornare libero, non si sapeva nulla fino a quando non fu lui stesso a raccontare la storia.

In una lettera autografa pubblicata da Giorgio Angelozzi Gariboldi nel libro “Pio XII, Hitler, Mussolini. Il vaticano fra le dittature” (Mursia, 1988), Vassalli ha scritto: “Il tre di giugno mi fu detto di prendere le mie cose. Mi ritrovai faccia a faccia con il capo della polizia nazista in persona, Herbert Kappler. Con lui c’era un prete con i capelli grigi che Vassalli non conosceva. Pensò che la sua famiglia gli avesse mandato un sacerdote per prepararlo a morire”.

Invece era padre Pancrazio venuto per portarlo via. Vassalli non dimenticò mai le parole urlategli da Kappler mentre veniva portato via da Padre Pancrazio: “Ha da ringraziare esclusivamente il Santo Padre se lei nei prossimi giorni non viene messo al muro, come ha meritato. Non è forse vero che lo ha meritato, signor Vassalli?”. Al termine del colloquio Kappler ingiunse a Vassalli di allontanarsi “in modo da non dovermi mai più rivedere”.

Con una macchina che aveva i contrassegni della Santa Sede, Vassalli venne portato direttamente al Generalato dei Salvatoriani in via della Conciliazione da dove potè ritrovare la libertà.
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Verso gli ebrei: dialogo o annuncio del Vangelo

parola-di-dio1-720x340Bisogna chiarire subito una cosa: il dialogo tra ebrei e cristiani può essere su valori condivisi, su collaborazione su certe questioni sociali, sulla convivenza pacifica, sulla libertà religiosa.

Ma non esiste un dialogo teologico…così come può aversi tra fedi cristiane in cui ci si può cercare di spiegare l’un l’altro e ridurre le differenze dato che spesso vi sono concetti espressi in maniera diversa ma la fede di base è unica.

Con gli ebrei, nostri fratelli, non è questo il dialogo possibile. Per noi Gesù è il Messia, morto e risorto pe noi. Il Dio in terra, vero uomo e vero Dio. Questo non impedisce di incontrare, rispettare ed amare anche chi non crede in questo.

Gli ebrei sono le origini del cristianesimo, ma la nostra fede è qualcosa che riteniamo molto più profonda e ampia (sennò non saremmo cristiani).

Parimenti un ebreo pur ritenendo i cristiani dei pagani o una setta deviante possono e sanno dialogare e rispettare gli altri senza abiurare alla loro fede.

Resta per noi cristiani il dovere di annunciare a tutti i popoli il Vangelo: non e’ imporre, non e’ obbligare, non e’ convincere a forza.
Annunciare il Vangelo e’ far conoscere con la testimonianza, l’amore e le parole la bellezza dell’amore di Gesù.
Anche agli ebrei, con rispetto, talvolta anche ammirazione, stima.
Quindi anche verso gli ebrei ci vorranno  dialogo, ascolto, amore e annuncio, ricordando che anche noi stessi abbiamo bisogno di essere ogni giorno rievangelizzati.

Karel Weirich, lo Schindler di Pio XII

Karel WeirichSi intitola “Un giusto  ritrovato” il libro che racconta la vita e la
vicenda di Karel Weirich, giornalista antifascista ceco che compilo’ diverse liste con centinaia di nomi di cittadini cecoslovacchi ebrei internati in Italia riuscendo a salvare molti di loro.

Il libro (Treviso, Istresco, 2007, pagine 150, euro 12), ricorda
“L’Osservatore Romano”, e’ stato scritto da Alberto Tronchin e ricostruisce l’opera umanitaria di Weirich attraverso l’archivio personale che egli stesso riuscì a mettere in salvo all’interno dei gradini delle scale di casa prima dell’arresto da parte dei nazisti, recuperandolo una volta tornato dalla prigionia in un campo di concentramento della Baviera.

Weirich, morto nel 1981 a settantacinque anni, cerco’ di aiutare le centinaia di ebrei che figuravano nella sua lista – un’analogia con la lista di Oskar Schindler, che salvo’ a sua volta un migliaio di ebrei e il cui cognome coincide curiosamente con quello della madre di Weirich – inviando denaro, abiti, medicine e persino documenti falsi.

Figlio di un artista ceco, Karel Weirich nacque a Roma il 2 luglio 1906.

Nel 1925, dopo aver conseguito un diploma di computerista e stenografo, venne assunto come segretario presso la Direzione nazionale della Pontificia Opera di San Paolo Apostolo.

Nel 1932 fu trasferito alla Direzione nazionale delle Pontificie Opere Missionarie, e nello stesso anno iniziò a scrivere articoli sulla
Cecoslovacchia per “L’Osservatore Romano”.

Nel 1935 una delle maggiori agenzie di stampa cecoslovacche, la Ctk, gli propose la corrispondenza fissa da Roma. Weirich accetto’, decidendo comunque di continuare a lavorare come impiegato vaticano.

Dopo l’invasione nazista del suo Paese non accettò di giurare fedelta’ a Hitler, venendo licenziato dall’agenzia nel novembre del 1941.

“Fino ad allora – ricorda il quotidiano vaticano – ricevette da colleghi
antinazisti di Praga notizie su quanto stava accadendo nel Protettorato di Boemia-Moravia, traducendole in italiano per Pio XII e inviandole altresì, almeno fino alla capitolazione della Francia, al corrispondente della Ctk da Parigi e ai suoi connazionali rifugiatisi in Italia”.

Dopo l’ordine di arresto di tutti gli ebrei, nel giugno 1940, Weirich decise insieme ad alcuni connazionali di fondare un’associazione dedita all’assistenza dei profughi cecoslovacchi.

Nacque così l’Opera di San Venceslao, dal nome del re e santo patrono ceco, che aiutò sia quanti si trovavano internati nei campi di concentramento che quelli che vivevano nella clandestinità, molti dei quali nascosti in conventi e monasteri “aperti” per volontà del Papa.

Nel periodo dell’occupazione tedesca, Weirich fu anche il principale
riferimento della resistenza cecoslovacca in Italia e il tramite tra il
Comitato nazionale di liberazione (Cnl) e i suoi connazionali scesi in armi accanto ai partigiani.

Per questo venne arrestato il 1° aprile 1944 dalla Gestapo e condannato a morte da un tribunale militare tedesco.

Grazie all’intervento della Santa Sede, la pena capitale venne commutata in diciotto mesi di lavori forzati da scontare nel campo di concentramento di Kolbermoor, dopo un periodo nella prigione di Stadelheim, a Monaco.

Rimase nel campo fino al 2 maggio 1945, giorno della liberazione da parte delle truppe statunitensi.

In base alla documentazione, furono significativi i rapporti di Weirich con la Segreteria di Stato, in particolare con l’allora Sostituto monsignor Giovanni Battista Montini – il futuro Papa Paolo VI -, dal quale ottenne sostegno e aiuto per l’Opera di San Venceslao attraverso la Pontificia Opera Soccorsi rappresentata da monsignor Antonio Riberi.

Una volta libero, Weirich tornò a Praga.

Venne assunto di nuovo dalla Ctk e tornò anche al suo lavoro di corrispondente da Roma.

Nel febbraio del 1948, dopo la presa del potere da parte dei comunisti in Cecoslovacchia, la direzione dell’agenzia lo invitò a tornare a Praga, dove venne a conoscenza di quanto era accaduto a molti suoi colleghi, finiti in carcere con l’accusa di essere spie.

Di fronte a questo, rifiutò di rimanere in patria e decise di rimanere in Italia, venendo licenziato.

Come molti altri eroi che salvarono la vita a centinaia di persone, anche Weirich non diede mai molta importanza a quanto aveva compiuto, limitandosi a dire, quando veniva interpellato al riguardo, che aveva agito così perché andava fatto.

Quando vollero dargli una medaglia disse:

“Sì, l’accetto, ma devono darla anche a tutti quei frati e a tutte quelle monache che hanno nascosto le persone”.

“Ora che l’archivio personale ha rivelato la vera portata dell’opera di
soccorso svolta da Weirich – conclude “L’Osservatore Romano” -, si può davvero parlare di un ‘giusto’ ritrovato e consegnato alla storia”.

Le origini dell’antisemitismo moderno (Bruto Maria Bruti)

antisemitismoPochi sanno che le moderne origini dell’antisemitismo provengono dalla dottrine del socialismo.

Il teorico del socialismo Alphonse de Tousnel ( 1803-1885), discepolo del socialista Charles Fourier, sosteneva che gli ebrei dominavano il mondo attraverso il controllo del capitale finanziario.

Famose sono le sue due opere antisemite: ” Gli ebrei, re dell’epoca” e ”
Storia dell’aristocrazia feudale dei finanzieri”.

L’altro teorico del socialismo, Pierre Josephe Proudhon ( 1809-1865 ), inventore del concetto secondo cui ” la proprietà è un furto “, considerava gli ebrei responsabili del capitalismo e pertanto li definiva come nemici della razza umana: egli affermava che bisognava cacciarli da ogni impiego mentre le loro sinagoghe dovevano essere chiuse.

Proudhon dichiarava in modo esplicito: ” Si deve rimandare questa razza in Asia o sterminarla” ( CFR Gorge Mosse, Il razzismo in Europa, Mondadori, Milano 1992, pp.165-166).

Karl Marx ( 1818-1883 ), teorico del cosiddetto socialismo scientifico ( cioè del socialismo comunista ), nel suo scritto sulla ” Questione ebraica, pur essendo ebreo, scriveva:” Il denaro è il geloso dio d’Israele, di fronte al quale nessun altro dio può esistere (.) il dio degli ebrei si è mondanizzato, è divenuto un dio mondano. La cambiale è il dio reale dell’ebreo. Il suo dio è soltanto la cambiale illusoria”
( Marx e Engels, Opere 1843-1844, Vol. III, ed Riuniti, Roma 1976, p.187 ).

Karl Marx, nel 1856, scriveva sul ” New York Tribune” un articolo intitolato ” Il prestito russo ” dove diceva: ” Sappiamo che dietro ogni tiranno c’è un ebreo (.). L’utilità delle guerre promosse dai capitalisti cesserebbe, se non fosse per gli ebrei che rubano i tesori dell’umanità (.).
Gli usurai contemporanei che stanno dietro i tiranni e le tirannie, per la maggioranza sono ebrei. Il fatto che gli ebrei siano diventati tanto forti da mettere in pericolo la vita del mondo, ci induce a svelare la loro organizzazione, i loro scopi, affinché il loro lezzo possa risvegliare i lavoratori del mondo a combatterli e ad eliminare un simile cancro”

( Karl Marx, Lettera del 2 dicembre 1863 a Friedrich Engels, in Marx e Engels, Werke, Berlin, Dietz Verlag, 1974, Vol.XXX, p.376; CFR Richard Wurmbrand, L’altra faccia di Carlo Marx, Editrice Uomini Nuovi, Marchirolo ( Varese ) 1984, trad. italiana, pp.39-40 ).

Adolf Hitler (1889-1945) si nutre di questa cultura socialista antisemita e fonda il partito nazional-socialista a partire dal Partito dei lavoratori tedeschi. Anche per Hitler, come per gli altri socialisti, il capitalismo si identifica con gli ebrei. Scrive Hitler: ” La borsa americana è in mano agli ebrei”

( Adolf Hitler, Mein Kampf, ed. Homerus Salomon 1971, p.219 ), ” La finanza e il commercio sono diventati il monopolio dell’ebreo” ( Adolf Hitler, Mein Leben, ed. Sentinella d’Italia, p.342 ).

( Bruto Maria Bruti )

Così sono nate alcune delle calunnie contro gli ebrei

ebreiCosa è l’omicidio rituale di bambini cristiani?
Introvigne: E’ un’accusa, certamente falsa, rivolta agli ebrei, accusati di utilizzare a scopi rituali o magici sangue di non ebrei, per la verità non solo bambini, cristiani o anche musulmani. La versione più corrente – ma meno antica – è che gli ebrei mescolino sangue di bambini non ebrei alle azzime di Pasqua. Ma ce ne sono altre. Le fonti medioevali e quelle dell’Europa Orientale affermano talora che la ferita della circoncisione non si rimargina se non la si lava con sangue cristiano. O che gli ebrei – in una versione curiosa della leggenda dell’ebreo errante – siano condannati dopo l’uccisione di Gesù Cristo a soffrire in perpetuo di emorroidi, da cui li guariscono solo pozioni a base di sangue di cristiani. La stessa leggenda, in un’altra variante, prevede che tra gli ebrei anche gli uomini, non solo le donne, abbiano dopo la morte di Gesù Cristo le mestruazioni, fino a quando non bevono il sangue di una vittima cristiana. Ancora, il sangue cristiano libererebbe gli ebrei dalle infezioni agli occhi, entrerebbe nella composizione di potenti filtri d’amore, libererebbe gli ebrei dallo speciale odore a causa del quale, per quanto si mascherino, i non ebrei li identificano immediatamente come tali. Come dicevo, queste accuse sono certamente false per due ordini di ragioni. Il primo riguarda il sangue in generale, il secondo il sangue cristiano. Il tabù contro il consumo del sangue è uno dei più forti e caratteristici della religione ebraica, sia nella Torah sia nel Talmud. La seconda ragione per cui l’accusa del sangue è inverosimile è che essa presuppone che gli ebrei credano nella capacità di redenzione del sangue di Gesù Cristo. Sostanzialmente tutti gli autori che sostengono l’accusa del sangue affermano che gli ebrei utilizzano il sangue di vittime cristiane innocenti (più spesso, ma non esclusivamente, bambini) per il legame che, attraverso il battesimo, questo sangue ha acquisito con il sangue di Cristo. Tramite l’uso sacrilego del sangue cristiano gli ebrei, argomenta questa letteratura, pensano o si illudono di partecipare magicamente ai benefici della redenzione, che sarebbero invece loro negati dall’ostinazione a non convertirsi al cristianesimo. Per compiere queste pratiche gli ebrei dovrebbero dunque credere nell’efficacia del sangue di Cristo e del battesimo cristiano: e nello stesso tempo non crederci, dal momento che non solo non si convertono ma uccidono cristiani in odium fidei. La contraddizione sembra evidente. Siamo dunque di fronte a un mito, a un motivo folklorico, debitamente indicizzato come tale nell’elenco utilizzato dai folkloristi di tutto il mondo originariamente compilato da Stith Thompson (1885-1976), al numero V361: “Bambino cristiano ucciso per fornire sangue a un rito ebraico”.

Da dove viene l’accusa del sangue secondo la quale gli ebrei bisognavano di sangue cristiano per il loro rituali?
Introvigne: Curiosamente, è possibile che venga da accuse rivolte dalla propaganda pagana contro i primi cristiani, distorcendo il significato di “mangiare carne e bere il sangue” (di Gesù Cristo) nell’Eucarestia e sospettando i cristiani di sacrificare bambini per berne il sangue. Di qui l’accusa passa agli ebrei e la troviamo diffusa nel Medioevo prima in Inghilterra, poi nell’area di lingua tedesca e infine – a partire nel XVIII secolo – prevalentemente nell’Europa centrale e dell’Est. Nel XX secolo – dopo qualche ultimo caso in Russia e perfino fra emigrati dell’Europa dell’Est negli Stati Uniti – sopravvive solo nel mondo islamico, dove è usata come argomento di propaganda del fondamentalismo islamico contro gli ebrei e Israele ancora oggi.

Cosa rappresenta il documento del 1759 del Sant’Ufficio a questo riguardo?
Introvigne: Contrariamente a quanto si crede, la Chiesa cattolica non solo non è all’origine dell’“accusa del sangue”, ma il magistero pontificio è intervenuto molto tempestivamente per invitare il popolo cristiano e le autorità civili a non credere a queste leggende. Meno di vent’anni dopo la prima accusa seria di uso del sangue, in Inghilterra, nel 1247 il papa Innocenzo IV interviene con una prima bolla di condanna, cui ne seguono altre, e vieta che si accusino gli ebrei “di utilizzare sangue umano nei loro riti”. Un magistero coerente e costante continua con Gregorio X, Martino V, Nicola V e Paolo III, dal XIII al XVI secolo. Se non ci sono pronunciamenti del magistero pontificio del Seicento è perché non ci sono neppure casi di accusa del sangue nell’Europa Occidentale. L’epidemia ricomincia in Polonia: e la Chiesa reagisce incaricando il vescovo francescano Lorenzo Ganganelli, che diventerà poi cardinale e papa Clemente XIV, di preparare un voto che è approvato dal Sant’Uffizio la vigilia di Natale del 1759 (un mese circa dopo che Ganganelli aveva ricevuto la porpora cardinalizia) e che costituisce il più dettagliato studio – che era stato pubblicato a stampa fino ad ora in Germania, Francia e Inghilterra ma mai in Italia – della questione da parte del magistero cattolico. Ne emerge una delle più articolate denunzie del mito dell’omicidio rituale come leggenda urbana nella storia del magistero cattolico, e non solo. E’ vero che la Chiesa aveva autorizzato con la concessione di una Messa e di un Ufficio propri il culto di bambini presunti martiri di omicidi rituali ebraici, come Simone o Simonino di Trento. Tuttavia come precisa un lucido decreto del 4 maggio 1965 della la Sacra Congregazione dei Riti, con cui vieta ogni atto di culto a questo “beato Simone” di Trento, tali riconoscimenti del culto non contrastano con la linea costante del magistero che nega la realtà dell’omicidio rituale. Quanto alla concessione della Messa e Uffici, la Congregazione commenta che nei secoli passati “l’istituto della beatificazione non esisteva. Si aveva la sola canonizzazione e, in taluni casi, in attesa di questa – senza punto pregiudicarla – si soleva concedere, per una chiesa o un territorio ristretto, la Messa o l’Ufficio. Qualora si fosse voluto procedere poi alla canonizzazione, era sempre necessario un esame approfondito sulla vita e le virtù, o martirio. Al piccolo Simone fu concessa soltanto la Messa e l’Ufficio: la S. Congregazione dei Riti non si è mai pronunciata sul suo presunto martirio”. Questo decreto servirà da base e da modello per la graduale soppressione di tutti i vari culti di presunte vittime di omicidio rituale per cui erano stati concessi la Messa e l’Ufficio in un periodo che va dal XVI al XIX secolo.
Qual è la causa dell’antisemitismo?
Introvigne: Il problema è assai complesso, e gli stessi specialisti di antisemitismo non concordano sulla sua definizione. Alcuni sottolineano gli elementi unitari – certamente presenti – fra tutte le varie forme di avversione agli ebrei. Altri distinguono fra antigiudaismo, che ha motivazioni religiose e in cui sono stati certamente coinvolti anche i cristiani (da cui gli appelli del Pontefice regnante a una doverosa “purificazione della memoria”) e antisemitismo, che ha ragioni razziali e che la Chiesa ha sempre condannato. Anche se – “purificando la memoria” – bisogna anche riconoscere che il moderno antisemitismo ha recuperato argomenti del vecchio antigiudaismo. E che oggi c’è una “giudeofobia” tipica del fondamentalismo islamico – che se la prende ormai con gli ebrei in genere e non solo con lo Stato di Israele – che utilizza a sua volta argomenti tratti da entrambe le fonti. Sul tema specifico dell’omicidio rituale, bisogna anche ammettere senza volersi nascondere la verità storica che dalla Rivoluzione francese fino ai primi decenni del Novecento non solo il magistero non si pronuncia più sulle accuse di omicidio rituale che continuano nell’Europa centrale e orientale e nei paesi arabi, ma la maggioranza della stampa cattolica – comprese testate autorevoli come La Civiltà cattolica o La Croix – tende a schierarsi apertamente con chi sostiene la verità della leggenda del sangue. Dopo la Rivoluzione francese, la Chiesa si trova impegnata in un conflitto di radicalità senza precedenti contro il laicismo anticlericale e la modernità secolarista. Per di più, una figura del tutto sconosciuta prima del Settecento, l’ebreo non più religioso ma diventato laicista e secolarista, si presenta sulla scena della storia. Al di là delle polemiche sulle continuità o discontinuità fra antigiudaismo cattolico e antisemitismo di origine non religiosa, si trova qui la sostanza del problema. Da una parte, dalla Rivoluzione francese in poi, una vasta coalizione anticlericale e laicista tra i cui portavoce ci sono un certo numero di ebrei esiste nella realtà dei fatti, non solo nell’immaginario collettivo cattolico, e le sue intenzioni distruttive nei confronti della Chiesa sono proclamate a gran voce. Dall’altra, tutte le tragedie storiche dell’anti-ebraismo cattolico derivano dalla sua incapacità di analizzare in profondità il mondo ebraico e di percepire quanto sia radicale il conflitto che la modernità ha creato anche all’interno dell’ebraismo, quanto diversi siano gli ebrei tradizionali “ortodossi” – vittima delle accuse del sangue nell’Europa Centro-Orientale e nei paesi a maggioranza islamica – dagli ebrei che hanno accolto con entusiasmo la modernità, “riformati” o secolaristi, e talora addirittura atei, che incontra a Roma, a Berlino o a Parigi nelle coalizioni anticlericali. Dove il conflitto intra-ebraico è più evidente, nei paesi di lingua inglese dall’Inghilterra agli Stati Uniti, l’episcopato cattolico si schiera con convinzione contro l’accusa del sangue. Per quanto sia innegabile che l’opinione relativa alla realtà dell’omicidio rituale diventi gradualmente maggioritaria nella stampa cattolica nel secolo XIX, e rimanga presente fino agli anni 1930 (quando la Chiesa prende coscienza del pericolo rappresentato dal nazional-socialismo, che dal canto suo dell’accusa del sangue fa ampiamente uso), rimangono due fatti. Il magistero cattolico non ha smentito – né avrebbe potuto farlo – l’insegnamento costante dei pontefici da Innocenzo IV a Clemente XIII: uno scarno responso del Sant’Uffizio, sollecitato a intervenire a favore degli ebrei accusati in un caso dell’anno 1900, afferma che, nelle condizioni politiche e religiose dell’epoca, “non è opportuno ribadire” questo magistero passato, ma neppure lo nega formalmente. In secondo luogo, durante il XIX e il XX secolo prima del nazismo c’è un solo processo a Ovest dell’attuale Repubblica Ceca: a Xanten nel 1892, dove lo stesso pubblico ministero chiede e ottiene l’assoluzione dell’imputato. La pubblicazione di centinaia di libri e articoli sull’omicidio rituale non porta l’opinione cattolica a creare accuse di omicidio rituale che conducano a incriminazioni e processi neppure in un solo caso in Francia, in Spagna, in Italia: un fatto di per sé notevole. Evidentemente non mancavano le sparizioni di bambini, come non mancano ancora oggi: eppure la voce pubblica solo in casi rarissimi le attribuisce agli ebrei (in uno a Ingrandes, in Francia, nel 1892 un quotidiano dà voce alle accuse, ma la madre del bambino si confessa rapidamente autrice dell’infanticidio). Per i lettori della Civiltà Cattolica, o anche per i veri e propri antisemiti, l’omicidio rituale sembra un fatto confinato nella realtà immaginata di paesi lontani, ma non qualche cosa di cui sono pronti ad accusare il vicino di casa ebreo di Parigi o di Roma. Come dicevo, dopo la presa di coscienza della minaccia nazista e dopo la Seconda guerra mondiale le cose cambiano e in un rinnovato clima di dialogo con il mondo ebraico voci autorevoli del mondo cattolico e lo stesso magistero ritornano a condannare l’accusa del sangue riprendendo, per così dire, il filo di un discorso magisteriale che risaliva al XIII secolo e che si era interrotto ma non spezzato.
C’è stata abbastanza formazione per scongiurare queste leggende e questi odi?
Introvigne: Vi è certo oggi da parte del magistero e della gerarchia, come si dice, una “tolleranza zero” nei confronti di qualunque forma di antisemitismo e di leggenda folklorica anti-ebraica. Queste leggende si conservano solo alla periferia della Chiesa cattolica, presso autori “complottisti” talora legati a gruppi scismatici che non riconoscono l’autorità del Papa regnante. Tuttavia, credo che il pericolo di un perpetuarsi di miti antisemiti e anti-ebraici ci sia nella misura in cui mancano uno studio sistematico e una conoscenza diffusa della storia dell’ebraismo e molti continuano a immaginarsi “gli ebrei” come una categoria unitaria senza soffermarsi a considerare quanto complessa, variegata e internamente diversa sia la storia ebraica negli ultimi tre secoli. Inoltre, quanto è periferico nel mondo cristiano purtroppo è ampiamente diffuso nel mondo islamico. Mustafa Tlass, ministro della difesa siriano per trent’anni, fino al maggio 2004 ed esponente di punta del partito Baath, ne è stato il più acceso propagandista con opere ancora tradotte e diffuse in numerose lingue. Nel 1984, nutrito da questa letteratura, il delegato saudita a un seminario internazionale delle Nazioni Unite per la promozione della tolleranza assicurava che “secondo il Talmud ogni ebreo che non beve una volta all’anno il sangue di un non ebreo è dannato per sempre”. Il suo sovrano, il re Feisal dell’Arabia Saudita, aveva raccontato qualche anno prima al giornale egiziano al-Musawwar che “gli ebrei sono abituati a impastare il loro pane con il sangue dei non ebrei […]. Durante un viaggio che ho fatto a Parigi circa due anni fa, la polizia ha scoperto i corpi di cinque bambini che erano stati dissanguati, e il sangue era stato usato per fare il pane degli ebrei” (una storia, beninteso, del tutto fantastica). Ancora nel novembre 1999 il periodico letterario siriano Al Usbu‘al Arabi assicurava che “le azzime di Pasqua continuano a essere impastate nel sangue, estrarre il quale [dal corpo dei non ebrei] è permesso dal Talmud […]. Questo avviene perché gli ebrei hanno più di un dio, nonostante pretendano di essere monoteisti” (un’accusa, quest’ultima, evidentemente estesa ai cristiani). E all’accusa del sangue fanno spesso propaganda le televisioni arabe, con episodi che risalgono ancora agli ultimi mesi.

Intervista a Massimo Introvigne – Zenit

Il giornalista martire a Dachau: Tito Brandsma

titus-brandmasNella notte gelida del 23 febbraio 1881, nella grande fattoria di Ugokioster, presso Bolsward, nella Frisia (Olanda), da fiera e forte famiglia di contadini cattolici, nasceva Anno Siurd Brandsma, battezzato subito l’indomani, perché, cancellata in lui la colpa d’origine, dominasse Gesù nella sua anima.
Piccolo, brillante, intelligentissimo, in casa lo chiamavano “il Punto”, tanto era minuto. Fin dalla infanzia c’è un Amore che occupa la sua vita, Gesù Cristo, che lo invade totalmente… A 18 anni, già entra tra i Carmelitani, per diventare religioso e sacerdote. Gli studi sono intensi e condotti a fondo, con spirito di contemplativo.
Il 22 settembre 1898, ha vestito l’abito carmelitano e ha preso il nome di fra Tito. Un solo ideale lo anima, quello espresso il giorno della sua prima Comunione, alla mamma: “Quando si è soli con Gesù, non si può perdere il tempo in altre cose”. Il 3 ottobre 1899, emette la professione religiosa.
Mentre prega e studia, già pensa a scrivere, intuendo che l’impegno della penna sarà gran parte nel suo futuro apostolato.
Il 17 giugno 1905, è ordinato sacerdote. “Lascia che ravvicini, o mio Gesù – ha scritto in quei giorni – Ascolta le parole del cuor mio e sorridi, perché Tu solo sei la vita mia”.
ILLUSTRE FIGLIO D’OLANDA
Per l’inizio dell’anno accademico 1906-1907, è mandato a Roma a laurearsi in filosofia all’Università Gregoriana. Fragile com’è di salute, arriva alla laurea con un risultato brillante, ma strappato con una lacerante forza di volontà. Dal 1909, ritornato in Olanda, è professore in diverse scuole pubbliche e private.
Veramente si sente chiamato a studiare e a scrivere per annunciare Gesù Cristo, per radicarlo nelle anime, per vivificare la cultura di Lui e del suo Vangelo, perché la Frisia, ormai in gran parte protestante, riscopra le sue antiche radici cattoliche. È già un apostolato di frontiera. Ma sa che la gioventù è inquinata dal laicismo e dal protestantesimo delle scuole, dove i ragazzi e i giovani rischiano di perdere la fede.
P. Tito vede chiaro, con una lucidità che ci vorrebbe ai giorni nostri. Nel suo Ordine, vincendo le resistenze di chi preferirebbe qualcosa di più isolato dal mondo, si fa promotore di scuole aperte anche ai giovani che non pensano alla vita consacrata, ma che potrebbero essere luce e sale di verità nella società. E così si prende a cuore, da uomo di cultura, appassionato del sapere e di intensa vita di unione con Gesù, delle scuole cattoliche, dell’apostolato tra i giovani, soprattutto tra gli studenti e gli intellettuali, convinto che ogni ragazzo deve poter coltivare la sua intelligenza alla luce di Dio.
Nel 1923, è tra gli iniziatori dell’Università Cattolica di Nimega, in cui per vent’anni insegna Filosofia e Storia della Mistica cristiana, fino a diventarne Rettore Magnifico nel 1932.
Nella cittadina di Oss, apre un liceo che oggi porta il suo nome ed è frequentato da numerosi giovani: è però solo una delle numerose scuole da lui fondate.
Uomo di scienza, P. Tito è però prima di tutto un uomo di Dio, un mistico carmelitano, convinto che “gli uomini devono ritrovare Dio e vivere alla sua luce: questo si chiama mistica. Non si deve porre nei nostri cuori una divisione tra Dio e il mondo, ma guardare la terra con Dio sullo sfondo. La preghiera è vita, non solo oasi nella vita”.
Per questo, nel 1916 ha gettato le basi della più importante e maggiore impresa editoriale dei Carmelitani olandesi, di cui ha consegnato il programma all’editore nel 1917: la traduzione delle opere di S. Teresa d’Avila.

P. Tito ha iniziato la sua fatica con “II libro della sua vita”, pubblicato nel 1918: è annunciato come un avvenimento che apre luminose prospettive ai cattolici olandesi per il sano realismo, per la ricca linfa ascetica e mistica di cui è pieno.
A far conoscere e diffondere l’opera di S. Teresa d’Avila in Olanda, si dedicherà per tutta la vita. All’Università di Nimega istituisce una sezione di testi mistici per i suoi studenti e per i colleghi, consapevole che non sono i politici o gli scienziati, ma solo i mistici – i santi – a salvare il mondo, come primi collaboratori con l’unico Salvatore: Gesù.
È già molto, ma ciò non basta al piccolo frate dalla vocetta acuta, e dal cuore incandescente. A Dokkum, sul luogo del martirio di S. Bonifacio, evangelizzatore della Frisia e della Germania, nel 1924, fa erigere un santuario, che diventa subito meta di pellegrinaggi e di preghiera. P. Tito si impegna e si batte per formare nel popolo olandese la coscienza di essere (o di dover tornare là dove non lo è più), popolo cattolico.
L’APOSTOLATO DELLA PENNA
Attivo com’è, è prima di tutto un contemplativo, un intimo di Gesù e, in Lui, di Dio-Trinità d’amore, secondo la più limpida tradizione carmelitana. In unità totale con l’unico Amato del suo cuore, non ha dimenticato quella che sente la sua prima
inclinazione: il giornalismo come apostolato della Verità -fin dalla sua prima giovinezza. Stupendo con fratelli e lettori, fonda riviste e giornali, scrivendo, lui di suo pugno, più di mille articoli, densi di studio e di luce, avvincenti per stile.
Si fa conoscere, senza volerlo, in Europa e in America ed è presto richiesto per predicazioni e conferenze. Imperturbabile, compie viaggi in Germania, in Italia e negli Stati Uniti e organizza Congressi di cultura e spiritualità in patria e all’estero. Con la sua penna indomabile, contribuisce a riunificare il partito cattolico che si era scisso in due tronconi, e nel 1937, per merito suo, si costituisce in Olanda “il Partito Cattolico Unito”.
Ha una visione profonda della vocazione carmelitana, di cui coglie l’affermazione del primato assoluto di Dio e il cuore mariano:
“Nostra caratteristica è quella di essere degli altri generatori di Dio (“theotokoi”), come Maria SS.ma. Maria è l’esempio di come Dio deve essere di nuovo generato in noi. Siamo figli di Maria, perché Gesù è nostro Fratello. Ella ci insegna come accogliere Cristo e portarlo al mondo”.
Con questa passione dentro che lo divora, è orgoglioso di avere la tessera della Federazione internazionale dei giornalisti. Dal 1935, è assistente ecclesiastico della stampa cattolica e da questa posizione, organizza la resistenza culturale e spirituale al nazismo che dilaga.
Dalla cattedra universitaria su cui siede e insegna, attacca scientificamente l’ideologia di Hitler, segnandola a dito come folle aberrazione della ragione. Quando l’Olanda viene invasa dai nazisti il 10 maggio 1940, la Gestapo, comincia a “vegliare” Padre Tito. Come fanno sempre i dittatori, rossi o neri che siano, gli invasori tentano di mettere le mani sulla scuola e sulla stampa.
La Chiesa Cattolica, come sempre, alza forte la sua voce.
DA DACHAU AL CIELO
II 17 dicembre 1941, l’Arcivescovo di Utrecht chiede al Padre Tito Brandsma il suo saggio consiglio per organizzare la protesta contro le pretese dei nazisti, e di prendere contatto con i direttori delle testate cattoliche per far fronte, con lucidità di idee ispirate al Vangelo e alla dottrina della Chiesa, al nuovo paganesimo della “svastica”.
Il piccolo frate risponde in modo forte, audace, diremmo temerario per i pericoli cui sa di andare incontro, affermando la dignità dell’uomo contro la barbarie, difendendo la fede e la civiltà cristiana contro la sopraffazione truculenta del Reich hitleriano, stando in prima linea.
Il 1° gennaio 1942, la Gestapo bussa alla porta di P. Tito: “Voi siete un sabotatore” – gli dicono. Risponde: “II sacerdozio mi ha dato tanta gioia che ora accetto volentieri la sofferenza. Adesso avrò quello che ho sempre desiderato. Adesso vado incontro alla cella. Adesso soltanto sarò un vero carmelitano”. Lo portano in carcere a Scheveningen, in una povera cella che P. Tito considera l’anticamera del Paradiso: qui scrive il suo ultimo libro, uno studio su S. Teresa d’Avila.
Il 19 giugno 1942 è deportato a Dachau: ha tra le mani il Rosario, l’arma dei piccoli e dei grandi. Nella solitudine, nell’annientamento di ogni dignità umana, ridotto, lui uomo di cultura, professore, rettore di Università, giornalista, lui soprattutto sacerdote di Cristo, ad essere solo un numero (il 30.492), ha il coraggio di cantare la sua consacrazione al suo Unico Amore: “Sono felice di essere solo, per vegliare insieme a Te. Non ti fui mai così vicino, in altr’ora della mia vita come questa; o mio Gesù, ti prego, stai con me”.
Nei giorni terribili che seguono, in mezzo alle percosse e alle violenze di ogni genere, P. Tito, alimentato dall’Eucaristia, Gesù vivo e vero come Pane di vita eterna, che riesce ad avere dai preti tedeschi prigionieri nello stesso lager, ha ancora la forza di sorridere e di rasserenare i compagni di prigionia: “Ora vediamo la passione di Gesù unita alla nostra sofferenza”.
Quando il 26 luglio 1942, gli si avvicina “l’infermiera” per finirlo con la mortale iniezione di acido fenico, P. Tito le offre, sorridendo, il suo Rosario: “Lo usi per pregare!”. “Non mi serve, non so pregare”, gli risponde la donna. “Provi almeno a dire: O Maria, prega per noi peccatori”. Sono le sue ultime parole, prima di porgere il braccio.
Qualche tempo dopo, quella donna, scossa dalla figura e dalla santa morte del P. Tito, comincia davvero a pregare la Madonna con il Rosario avuto in dono da lui e torna alla fede: anch’ella avrebbe portato la sua preziosa testimonianza al processo di beatificazione.
Il 3 novembre 1985, P. Tito Brandsma, il professore e il giornalista martire, è stato iscritto da Papa Giovanni Paolo II, tra i beati.
di Paolo Risso – Messaggero di Gesù Bambino di Praga

I giusti dimenticati

Yad VashemSu 20.757 Giusti riconosciuti da Yad Vashem, solo 371 sono connazionali. Eppure oltre l’80% dei 43.000 ebrei italiani è sfuggito alla persecuzione, per un totale di 7.700-7.900 vittime contro 35.000 salvati, di cui 6.500 scappati al Sud o in Svizzera e 28.600 nascosti da privati

Milano – Don Bussa nascose  i ragazzi in oratorio
Un prete ambrosiano di trincea. Che comincia ad essere conosciuto anche grazie a ad un sito tutto dedicato alla sua memoria. Don Eugenio Bussa non è solo l’indimenticabile sacerdote dell’Isola Garibaldi di Milano, per mezzo secolo al servizio dell’educazione di migliaia di ragazzi e di giovani – almeno due generazioni passate attraverso l’oratorio Patronato sant’Antonio – , ma anche un Giusto. Durante la Seconda guerra mondiale si è prodigato per salvare parecchi ragazzi ebrei, sottraendoli ai rastrellamenti nazisti.
Di lui il cardinale Carlo Maria Martini ha scritto: «Quando uomini così grandi ci passano accanto non possiamo più vivere come se ciò non fosse accaduto: essi sono un dono e un richiamo all’imitazione e al dono di noi stessi per il bene dei fratelli». Prete e uomo dalla carità praticata con discrezione e riservatezza, votato al conforto e all’aiuto spirituale e materiale, ha rischiato più volte la vita nascondendo nei suoi ambienti piccoli ebrei inseguiti dalle feroci persecuzioni razziali.

Torino – Per Angela furono «pazzi» da ricovero
Vercellese, padre del giornalista Piero, medico dalle foreste del Congo a Parigi, nel primo dopoguerra si occupa di politica, passando da Democrazia sociale ai socialisti riformisti. Accusatore del fascismo, finisce confinato per quasi vent’anni – dopo il delitto Matteotti, per il quale accusa Mussolini – a San Maurizio Canavese, in una casa di cura per malati di mente quale direttore sanitario. Qui offre soccorso alle vittime della persecuzione razziale e agli oppositori politici falsificando le cartelle cliniche. Il suo metodo? Trasformare ebrei in ariani, sani in pazzi. Ad aiutarlo ci sono fidatissimi collaboratori: il suo vice Giuseppe Brun, suor Tecla, gli infermieri Fiore Destefanis e Carlo e Sante Simionato. Tra i salvati di Angela ci sono i coniugi Nella e Renzo Segre, che sfuggono alla deportazione restando segregati in clinica per un anno e mezzo e fingendosi malati di mente, o la moglie e la figlia dell’avvocato Massimo Ottolenghi, nascoste nel reparto femminile. Spiato, catturato in una rappresaglia fascista che provoca vittime innocenti, all’ultimo momento scampa alla fucilazione grazie al conte di Robilant intervenuto presso il federale di Torino, Giuseppe Solaro. Dopo la Liberazione ha continuato a fare il medico. È mancato nel 1949 a settantaquattro anni; solo nel 2002 è entrato tra i Giusti delle Nazioni.

Firenze – Il valdese Vinay li accolse in casa
Notissimo pastore valdese, morto nel 1996 a ottantasette anni, fondatore della sezione italiana del Movimento internazionale della riconciliazione, animatore di varie esperienze di pace e di solidarietà – da Agape a Riesi –, parlamentare (senatore indipendente nelle liste del Partito comunista italiano dal 1976 al 1983, amico della nonviolenza, ma anche Giusto delle nazioni per aver salvato vite dalla Shoah. Lui è Tullio Vinay e a Firenze, dove vive durante la Seconda guerra mondiale, è colpito da molte denunce perché svolge «opera di disfattismo nei confronti della guerra». Il coraggio di questo convinto pacifista contempla anche il rischio della vita per nascondere alcuni ebrei. In casa sua, dove ci sono la moglie Fernanda e due bimbi piccoli. Gli ha dedicato un essenziale profilo Giuseppe Marasso nel libro a più voci Le periferie della memoria, edito pochi anni fa dal Movimento nonviolento.

Roma – In convento con suor Fernanda
Il loro convento – nella Roma occupata – è ad un passo dalla sede del Comando delle Ss. E non di rado i nazisti entrano nel loro istituto per usarne la grande cucina. Sono le suore di san Giuseppe di Chambéry. E come quelle di altre congregazioni religiose femminili – un buon centinaio – aprono le porte agli ebrei che devono nascondersi. Sono uno dei nodi della rete di assistenza organizzata dalla Chiesa. Secondo il numero dei rifugiati tutti gli ambienti dell’edificio possono trasformarsi in stanze e camere dove resistere. Bambini e bambine vengono fatti passare per alunni delle scuole dell’istituto, e se arrivano i tedeschi le mamme diventano consorelle con tanto di abito religioso, o tutt’al più si mettono a zappare in silenzio nell’orto. Per la testimonianza e il ruolo svolto da queste religiose a favore degli ebrei perseguitati suor Fernanda (all’anagrafe civile Maria Corsetti) ha ricevuto il titolo di Giusto fra le nazioni, il 17 marzo 1998. Padre Gumpel, in una intervista ad Antonio Gaspari, ha parlato tempo fa di una lettera inviata da Pio XII alla sua madre superiora in cui si parla degli ebrei: come «figli diletti».

Bellaria – Nell’albergo di Giorgetti
Trentotto ebrei jugoslavi in fuga dai tedeschi, dopo l’8 settembre 1943, e… un albergatore. Lui è Ezio Giorgetti, e per loro trova posto nel suo edificio: il Savoia, a Bellaria. Un’ospitalità che diventa solidarietà pura e con qualcuno – come Josef Conforti – vera amicizia. Sarà soprattutto quest’ultimo a rendere la preziosa testimonianza per il titolo di Giusto. Con dettagli che dilatano l’orizzonte della salvezza. Che indicano la cooperazione del maresciallo dei carabinieri Osman Carugno e del commerciante Giuseppe Rubino. Con loro vanno ricordati tanti anonimi contadini, quelli del paese di Pugliano Vecchio, nell’entroterra. Quando nel 1944 a Bellaria la situazione diventa troppo pericolosa, il piccolo paese sull’Appennino diventa tutto un rifugio. Ogni abitazione quassù libera una stanza e la pulisce, mettendola a disposizione dei fuggiaschi. In una casa si ricava una cucina e lì si condivide quel che passano l’orto, il pollaio, la stalla. Al centro del paese vien fatta una buca profonda. Quando questo “servizio igienico” si riempie, il tutto si usa come concime. Durante la ritirata anche Pugliano Vecchio viene occupato dalla Wehrmacht, ma i tedeschi hanno fretta e la notte del 21 settembre 1944 lasciano subito il paese. Il gruppo è salvo e pronto a partire per la Palestina.

Treviso – In 234 salvati da don Pasin
Trevigiano, don Ferdinando Pasin chiude la sua vita in quella stessa chiesa – San Martino – dove, dopo esperienze a Noventa come cappellano e a Musile come vicario, vive a lungo, diventando un simbolo del servizio totale alla causa dei più deboli. Si consuma emblematicamente nella sua San Martino, già ridotta a povero cumulo di polvere e macerie nel tragico Venerdì santo del 7 aprile 1944 . Già accanto al suo vescovo, monsignor Longhin, e con lui a fianco dei profughi che cercano riparo dalle sponde di quel Piave che la Grande guerra ha insanguinato, non è titubante nello schierarsi con i perseguitati dalla dittatura fascista durante il secondo conflitto mondiale. Avvocato dei deboli, segretario dell’Unione cattolica del Lavoro, difende le prime conquiste sindacali e politiche, lotta insieme ai partigiani, accanto ai nuclei resistenti sorti all’ombra dei campanili mentre prende corpo la prima direzione regionale del Movimento di liberazione. La sua assistenza agli ebrei ha come cornice la resistenza trevigiana. Chi li ha contati, preparando le relazioni che hanno portato al conferimento per lui di Giusto, indica il numero di duecentotrentaquattro ebrei. Grazie a lui non conobbero il lager.

Cotignola – Un paese di eroi
Ha ragione, Gregorio Caravita, a scrivere nel suo Ebrei in Romagna 1938-1945 ( Longo Editore) che il comune di Cotignola merita un ricordo particolare, caso raro, in Italia, dove tutta la struttura amministrativa si presta alla salvezza organizzata degli ebrei (nonché dei partigiani e dei perseguitati politici). Un coraggio ancor più vero perché Cotignola per cinque mesi è sulla linea del fronte prima della battaglia finale dell’aprile 1945, dunque sotto intensi controlli. Regista e artefice del coordinamento è il commissario prefettizio Vittorio Zanzi; con lui collaborano istituti e famiglie (come i Dalla Valle, Vincenzo Tambini, Luigi Varoli…). Si tratta – come sempre – di trovare nascondigli e cibo, ma anche di preparare documenti falsi. Destinatari una quarantina di israeliti. Il giorno in cui Cotignola viene liberata la distruzione appare totale. Quest’angolo di Romagna è del tutto sconvolto, case saccheggiate e provviste distrutte, scompiglio e rovina. Ma gli ebrei sono salvi. E con loro i salvatori. Oggi onorati nella Foresta dei Giusti.

Roma –  Caronia li spacciò per moribondi
E’ morto nel 1977 e undici anni dopo gli è stato tributato il riconoscimento Giusto fra le Nazioni. Di professione medico e docente in Pediatria, Giuseppa Caronia per il suo antifascismo viene costretto a lasciare l’insegnamento all’università di Roma. Entra comunque in servizio al policlinico Umberto I dove, nel corso del 1944, ospita a suo rischio diversi perseguitati, sia politici che razziali. Il suo stratagemma più usato è quello di mentire sul reale stato di salute dei suoi degenti. Le carte mediche che falsifica per i ricoverati nella sua clinica non lasciano spazio a speranze. Le diagnosi indicano malattie gravissime, tali da sconsigliare verifiche. Se poi qualcuno, come accade, non ha proprio un brutto aspetto, ecco un camice pronto a trasformarlo in medico, infermiere o – se la cosa non funziona – almeno in barelliere. L’elenco dei pazienti – una novantina, compresi quelli veri – copre una quarantina di ebrei. Che evitano la deportazione. Per lui, nell’immediato dopoguerra, c’è subito una cattedra universitaria, poi fu deputato alla Costituente e parlamentare per due legislature.

Tagliacozzo – Per Tantalo furono «parrocchiani»
A Tagliacozzo, dove fu parroco dal 1936 al 1940, i più anziani lo ricordano ancora e gli hanno dedicato una scuola vicino alla stazione. Per altri è il «prete eroe della Marsica». Non lontano, Magliano de’ Marsi è la cornice di una grande amicizia. Quella con gli Orvieto, una famiglia romana ebrea che si reca lì in villeggiatura. Quando per i tristi eventi bellici gli Orvieto, sfollati da Roma, vengono ricercati, lui non ci pensa un minuto: apre loro casa sua, facendoli sentire a loro agio, presentandoli e difendendoli sempre come «i suoi migliori parrocchiani». Lui è don Gaetano Tantalo, nato a Villavallelonga nel 1905; Nicolino Saralo gli ha dedicato una biografia per le edizioni San Paolo (Un sacerdote amico, umile, eroico). Un prete che conosce anche l’ebraico e le feste dei «fratelli maggiori». Quando devono celebrare la Pasqua ebraica procura loro anche un recipiente adatto per gli “azzimi”. Gli Orvieto, finita la guerra, non dimenticano l’amicizia di don Gaetano. E quando don Tantalo ammalato, va a Roma a curarsi, sono gli Orvieto ad ospitarlo. E sono loro, questa volta, a mettere a sua disposizione in casa, un inginocchiatoio e un breviario nuovo. Sul viale dei Giusti anche don Gaetano oggi ha il suo albero.

Balcani: Rotta, un nunzio in prima linea
Milanese, classe 1872, sacerdote a ventitré anni, diplomatico per tutta la vita, Angelo Rotta dagli anni Trenta è nunzio apostolico nell’area balcanica. Come membro del corpo diplomatico vaticano in Bulgaria si prodiga per salvare gli ebrei minacciati in quel Paese, fornendo certificati di transito (e c’è chi aggiunge anche certificati falsi di battesimo) per espatriare nell’allora Palestina britannica. Successivamente, nominato nunzio apostolico a Budapest, non si limita a protestare contro la deportazione degli ebrei – intervenendo presso il governo quando gli antisemiti, sotto il comando di Adolf Eichmann, intraprendono azioni di polizia –, ma distribuisce ben quindicimila “carte” che pongono i possessori sotto la protezione dello Stato vaticano. Così riesce a salvare numerosi ebrei ungheresi , coinvolgendo anche i diplomatici stranieri in Ungheria, compreso Raul Wallenberg, nel creare una grande rete solidale. Centinaia di ebrei sono ospitati nella nunziatura e in case protette che godono dell’extraterritorialità. Angelo Rotta, mancato nel 1965, è stato riconosciuto Giusto tra le Nazioni dallo Yad Vashem. Con lu i vanno ricordati altri nunzi accomunati dallo stesso impegno: Angelo Roncalli – il futuro Giovanni XXIII – in Turchia, Giuseppe Burzio in Slovacchia, Andrea Cassulo in Romania.

Sei qui per l’ultima volta, d’ora in poi seguirai me!

baptism1Fin da piccolo era stato colpito da quell’uomo morente, inchiodato alla Croce. Lo aveva visto per la prima volta appeso sulla parete bianca della casa di un amichetto di scuola, Stanislao. “Chi è quell’uomo crocifisso come un criminale?”, gli aveva chiesto. “Gesù Cristo”, si era sentito rispondere. Sessant’anni dopo, durante il rito ebraico dello Yom Kippur celebrato nella sinagoga sul Lungotevere mentre la capitale appena liberata dagli Alleati cominciava ad uscire dall’incubo nazista, sarà quello stesso Gesù a chiamarlo dicendogli: “Sei qui per l’ultima volta, d’ora in poi seguirai me!”.

Israel Zoller era nato in Brodj, Galizia, il 17 settembre 1881. Il suo cognome fu italianizzato in Zolli, trasferitosi in Italia ai primi del Novecento. Apparteneva a una famiglia di ebrei polacchi, rabbinica da quattro secoli, benestante che perse poco dopo la sua nascita le sue ricchezze, confiscate dalla Russia zarista. Israel ottiene la laurea in Filosofia e nel 1920 fu nominatovice rabbino e quindi rabbino capo di Trieste, appartenente all’Impero Austro-Ungarico. Teneva anche la cattedra di lingua e letteratura ebraica e all’Università di Padova. Nel 1940 fu tolto l’incarico dai fascisti e inviato a Roma come rabbino capo.

La storia di Israel Zolli, il rabbino capo di Roma che alla fine della Seconda Guerra Mondiale decise di farsi battezzare prendendo il nome di Eugenio per simpatia nei confronti di papa Pio XII (al secolo Eugenio Pacelli), è tutta compresa tra quelle due visioni: il bambino ebreo che s’imbatte per la prima volta nell’uomo che venti secoli prima aveva osato presentarsi al suo popolo come il Messia, come il Figlio di Dio; l’ormai anziano maestro israelita, che dopo aver studiato per tutta la vita le Sacre Scritture, decide di farsi battezzare e di seguire quello stesso Messia. Non per rinnegare la fede dei suoi padri, ma perché proprio a quella meta portavano le profezie dell’Antico Testamento. La vicenda umana e spirituale di Zolli è rimasta sconosciuta per diversi decenni. Dopo la sua conversione, avvenuta nel 1944, sul rabbino “rinnegato” era calata una coltre di imbarazzato silenzio. Oggi finalmente quel libro che per tanti, troppi anni in Italia non si è potuto leggere, destinato a riaprire vecchie ferite ma soprattutto a gettare nuova luce su quanto accadde a Roma dopo l’8 settembre del ’43 e sulla razzia del ghetto che costò la vita a mille ebrei della capitale, vede la luce. Pubblicato nel 1954 a New York con il titolo Before the dawn, esce finalmente nel nostro Paese dopo mezzo secolo Prima dell’alba (Edizioni San Paolo, pagg. 284, Euro 16,00). La maggior parte del libro – che riproduce il manoscritto originale in italiano ritrovato tra le carte di Zolli dal nipote Enrico de Bernart – è dedicata al misterioso ed eccezionale percorso di questo grande studioso dell’ebraismo, che attraverso la lettura delle Sacre Scritture si rese lentamente conto che Gesù era il messia atteso dal popolo di Israele.

È certamente questa la parte più dirompente dell’autobiografia, che racconta com’è nato e si è sviluppato il rapporto di questo religiosissimo ebreo con la figura del Nazareno. Ma Prima dell’alba farà riflettere anche gli storici, perché racconta, poggiandosi su documenti e testimonianze, in che modo Zolli supplicò i responsabili della comunità ebraica romana di chiudere la sinagoga e di invitare tutti a nascondersi o a fuggire da Roma all’indomani dell’8 settembre. La sera precedente all’entrata dei tedeschi nella capitale, il rabbino capo chiese per telefono all’ex prefetto Dante Almansi, presidente dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane di organizzare un incontro urgente con l’avvocato Ugo Foà, presidente della Comunità Ebraica di Roma, per decidere quali misure adottare in vista di possibili deportazioni. “La risata con cui mi rispose l’illustre uomo (ex prefetto ed ex vice-capo della polizia fascista) era così sonora – scrive Zolli – che fu perfino udito dalle orecchie ariane della signora Gemma, la portinaia del Tempio”. “Ah, ah, ah! – rispose Almansi al Rabbino – Come può una mente chiara come la sua pensare a provvedimenti eccezionali che m’immagino dovrebbero consistere nell’interrompere il regolare funzionamento degli uffici e lo svolgersi regolare della vita ebraica? … Può stare tranquillo e, anzi, deve infondere fiducia assoluta nella popolazione”. Così il presidente dell’Unione delle Comunità. Non diversa la risposta di Foà, che non si fece nemmeno trovare da Zolli. “Gli effetti dell’incomprensione che incontrai – annota tristemente il rabbino capo della sua autobiografia – furono così terribili, tragici, che mi rifiuto di credere possa essersi trattato di mancanza di volontà”.

Finalmente, due giorni dopo, quando le truppe hitleriane hanno già preso possesso della Città Eterna, Zolli riesce a incontrare il presidente della Comunità Ebraica romana: “Mi ascolti – lo supplica – dia ordine che vengano chiusi al culto il Tempio assieme a tutti gli oratori. Mandi a casa tutti gli impiegati e si chiudano tutti gli uffici … ognuno preghi là dove si trova che Iddio è onnipresente …”. Foà reagisce così: “Lei dovrebbe infondere coraggio, anziché scoraggiare. Ho avuto rassicurazioni …”. “A me fu dato di vedere, senza poter agire – scrive Zolli – agli altri il potere senza il dono di vedere, cioè di prevedere”. Il rabbino capo lascia il suo appartamento, che la Gestapo metterà a soqquadro, e si rifugia in casa di amici non ebrei. Ma lascia i recapiti alla comunità per poter essere rintracciato in ogni momento e dichiara che se sarà necessario consegnare degli ostaggi ai tedeschi, lui vuole essere il primo. Quando i nazisti chiederanno agli ebrei 50 chili d’oro in cambio della salvezza, Zolli andrà in Vaticano dove i collaboratori di Pio XII metteranno a disposizione i quindici chili mancanti. Quell’oro, però, non servirà. Da Berlino il 6 ottobre arriva l’ordine di rastrellare il ghetto di Roma e dieci giorni dopo i soldati tedeschi arrestano e deportano più di mille ebrei romani. I responsabili della comunità non avevano ascoltato il consiglio del rabbino capo di distruggere gli elenchi degli appartenenti, ma per tutta risposta avevano deciso di far decadere Zolli dal suo incarico.

Dopo la liberazione della capitale, Ugo Foà sosterrà che il rabbino capo non lo aveva avvertito di nulla. Nell’autobiografia sono però trascritte diverse lettere e dichiarazioni giurate di membri della comunità che attestano il contrario confermando la versione di Zolli. Tra queste, colpisce la lettera della professoressa Elena Sonnino Finzi, figlia del rabbino capo di Genova, al quale l’11 luglio 1944 scrive: “Dopo la consegna dell’oro all’ambasciata tedesca ebbi l’occasione di avvicinare il presidente della Comunità, avv. Ugo Foà. Mi presentai e gli domandai se riteneva opportuno che ci allontanassimo da casa. Mi rispose che non ne vedeva la necessità e ironicamente aggiunse che non capiva proprio da quali pericoli potessi essere minacciata”. La conferma che i fatti si svolsero secondo la versione di Zolli arriva anche dagli Alleati. Il colonnello americano Charles Poletti, commissario di Roma, dopo aver svolto un’inchiesta, decide di sciogliere il Consiglio della comunità ebraica di Roma congedando i suoi vertici e nominando un amministratore temporaneo. Allo stesso tempo, Poletti reintegra Israel Zolli nell’incarico di rabbino capo e gli dice: “Sento il dovere di ringraziarla di tutto quanto ha fatto. Lei ha raggiunto i limiti massimi delle possibilità, dando prova di onestà. Di sensibilità e di coraggio associato a profonda saggezza”. Uno spicchio di storia che dimostra ancora una volta quanto diffuse siano state le negligenze, le sottovalutazioni, l’attendismo di fronte alla minacciosa realizzazione della Shoah. E che dimostra come esponenti della stessa comunità ebraica, coinvolti nel fascismo, non ne furono immuni. Ma la parte più interessante dell’autobiografia è il racconto del lungo percorso che ha portato Zolli ad abbracciare il cristianesimo.

Per decenni, nei suoi scritti e nei suoi studi, il rabbino Israel Zolli aveva indagato la figura di Gesù. A diciott’anni, quando comincia ad avvertire “una gioia venata di dolore e un dolore trapunto di scintille di gioia”, la nostalgia di Dio. Si rende conto che troppo spesso gli altri rabbini passano le ore a discutere di minuzie, come la quantità esatta di acqua richiesta per il bagno rituale, ma rischiano di dimenticare le grandi esigenze della vita. Spinto dalla curiosità, il giovane legge i Vangeli e scopre un contrasto tra due giustizie. “La giustizia dell’Antico Testamento – scrive Zolli – si esercita da uomo a uomo e reciprocamente; quindi deve essere così anche la giustizia di Dio verso l’uomo. Noi offriamo e facciamo il bene per il bene ricevuto; facciamo il male per il male che abbiamo subito da altri. Non rendere il male per il male è, in certo modo, per l’ebreo, mancare di giustizia”. Nel Vangelo, invece, legge: “Amate i vostri nemici”, oppure le parole di Gesù sulla Croce: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. “Tutto questo mi sbalordiva, il Nuovo Testamento è, in effetti, un Testamento nuovo!”. Nel 1938 Zolli pubblica un libro intitolato Il Nazareno, interamente dedicato alla figura di Gesù, verso il quale Zolli non nasconde la sua ammirazione. È uno studio approfondito sulle Scritture, che lo porta a concludere: “Gesù di Nazaret è Gesù il Nazareno: annunciato da Isaia, egli è ‘il fiore dei profeti’”. Al termine della sua appassionata ricerca, il rabbino scrive: “Se è vero che chi riceve un messaggero, riceve anche chi lo ha inviato, non è meno vero che chi accoglie Gesù riceve anche colui che lo ha mandato”.

Le parole di Zolli sono intrise dello stupore di un bambino al quale è stata appena messa davanti una bella novità: “Il mio libro Il Nazareno era una glorificazione del cristianesimo che nella mia anima si faceva sentire come un canto”. Pochi mesi dopo il suo rientro come guida religiosa della comunità, dopo i dolorosi e tragici avvenimenti del ghetto, nell’autunno 1944, Zolli presiede in sinagoga le liturgie del “Giorno dell’Espiazione”. In quell’occasione – racconta – “vede” Gesù che gli dice: “Tu sei qui per l’ultima volta”. Il 13 febbraio 1945 riceve il battesimo nella cappella della chiesa di Santa Maria degli Angeli e prende il nome di Eugenio in onore del papa: “L’opera della Chiesa – scriverà – per gli ebrei di Roma è soltanto un esempio dell’immenso aiuto svolto sotto gli auspici di Pio XII e dei cattolici di tutto il mondo, con uno spirito di umanità e carità cristiana impareggiabili … L’ebraismo mondiale ha un debito di grande gratitudine verso Pio XII”. La moglie lo segue un anno dopo. La notizia della conversione del rabbino si diffonde in un battibaleno, fa scalpore. L’uomo al quale, fino a poche settimane prima, gli ebrei romani avevano chiesto invano di assumere la direzione della scuola rabbinica, viene dipinto come il maligno. Viene definito il “serpente” che la più antica comunità israelitica del mondo aveva “scaldato” nel suo seno. La famiglia Zolli non ha più pace: si susseguono insulti e minacce. La rivista Judaism riferisce che ancora sei anni dopo, sia la figlia di Zolli, che la nipotina che era nata dopo la conversione, sono fermate per strada e ingiuriate, tanto che Israel-Eugenio viene ospitato all’università dei gesuiti, la moglie e la figlia in un convento.

Padre Paolo Dezza, futuro cardinale, rivelerà che gli ebrei americani avevano cercato di riportare Zolli all’ebraismo offrendogli cifre da capogiro. L’ex rabbino capo muore povero il 2 marzo 1956, alle 14.30. Era il primo venerdì del mese, lo stesso giorno e quasi la stessa ora della morte di quel Gesù che lo aveva chiamato per tutta la vita e al quale alla fine si era dovuto arrendere.
Andrea Tornielli

L’esodo dimenticato del 1948, ottocentomila ebrei in fuga dai paesi arabi

mappa_profughi_ebrei_dai_paesi_arabi_1948Setacciando i fondali della burocrazia delle Nazioni Unite, un’organizzazione che si occupa di diritti umani ha rinvenuto un’eccezionale fonte diretta in grado di fare luce sugli ebrei espulsi dal mondo arabo alla nascita d’Israele. Il Justice for jews from arab countries (Kfj) ha annunciato di essere in possesso della chiave di volta della politica di discriminazione contro i “profughi dimenticati”, per usare la celebre definizione di Amnon Rubinstein su Haaretz. “Ogni ebreo che si rivela un agente sionista sarà considerato prigioniero politico e internato in luoghi designati a questo scopo” si legge nel nuovo documento della Lega araba. “Le sue risorse finanziarie saranno congelate”. Subito dopo l’approvazione all’Onu del piano di spartizione, nel novembre 1947, i paesi arabi furono investiti da un’ondata di pogrom anti ebraici.

L’invasione araba di Israele scatenò un massiccio movimento di popolazioni in opposte direzioni: ebrei fuggirono dai paesi arabi verso Israele, arabi verso i paesi confinanti con la Palestina.  Di questo secondo esodo si continua a discutere, ci sono storici israeliani che rivendicano il diritto di insegnarlo nelle scuole israeliane.  L’esodo che ha coinvolto 800.000 ebrei dai paesi arabi e intere comunità ebraiche che hanno vissuto nel mondo arabo sin da molto prima che vi arrivasse l’islam è stato invece meticolosamente nascosto. In vista del meeting di Annapolis, il congressman  Tom Lantos, l’unico sopravvissuto alla Shoah eletto negli Stati Uniti, ha chiesto all’Amministrazione Bush di garantire che da adesso qualunque organismo investito del problema dei profughi palestinesi sia chiamato ad affrontare anche la questione dei profughi ebrei, che persero in un attimo tutto il loro mondo.

L’ex ministro della Giustizia canadese Irwin Cotler, all’Herald Tribune spiega che “non fu soltanto un esodo forzato, ma anche un esodo dimenticato”.  C’è chi stima fra i 10 e i 30 miliardi di dollari il valore delle proprietà ebraiche nei paesi arabi. Altri sostengono che solo in Iraq le proprietà ebraiche ammontano a 100 miliardi, e quelle in Egitto a 60 miliardi di dollari. Carol Basri, lettrice alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università della Pennsylvania, anni fa pubblicò sul periodico del World Jewish Congress “Gesher” un resoconto delle similitudini fra le azioni del regime iracheno, già prima della risoluzione Onu per la spartizione della Palestina mandataria (1947), e quelle attuate dai nazisti verso gli ebrei: punizioni collettive, pogrom violenti, esecuzioni, licenziamenti in massa degli ebrei, negazione dei diritti civili (comprese due leggi irachene molto simili alle Leggi di Norimberga: negazione della cittadinanza agli ebrei e confisca delle loro proprietà).

Come racconta Benny Morris nel suo nuovo libro “La prima guerra d’Israele” (Rizzoli), il rappresentante egiziano Heikal Pasha minacciò nel 1947 un “massacro di grandi quantità di ebrei” se il piano fosse stato approvato. L’ex ministro della Giustizia Meir Sheetrit, la cui famiglia è fuggita dal Marocco nel 1957, spiega che “il mondo arabo ha fatto di tutto per mantenere i profughi palestinesi nei campi, mentre Israele ha accolto i profughi ebrei. Non abbiamo cercato di usarli come un’arma politica”. Nel 2003 lo stesso gruppo venuto in possesso del documento, aveva pubblicato un rapporto ricco di dettagli sulle migliaia di ebrei espulsi o costretti a fuggire dai paesi arabi.

Prima del 1948 vivevano nei paesi arabi più di 800.000 ebrei, contro gli 8.000 che vi risiedono oggi. In Algeria i 200 mila ebrei del 1962, anno dell’indipendenza, si sono ridotti a un centinaio scarso. I 40 mila ebrei libici sono stati tutti espulsi nel 1970, assieme agli italiani. In Siria gli ebrei si sono ridotti dai 45 mila del 1948 ai 5 mila del 1987 e ai 63 del 2001. In Iraq i 125 mila ebrei del 1948, discendenti dai deportati di Babilonia e dei Profeti, erano ridotti a 300 nel 1987 e a 34 alla vigilia della caduta di Saddam. Ora sono poco meno di una dozzina. Tra il 1948 e il 1987 gli ebrei si sono poi ridotti da 12 mila a 90 in Libano; da 61 mila a 1.200 nello Yemen; da 75 mila a 200 in Egitto. In Giordania gli ebrei sono esclusi dalla cittadinanza e in Arabia Saudita dall’ingresso, ai rabbini americani che nel 1991 entrarono nel paese al seguito dei marine venne chiesto di nascondere la stella di David sulle divise.

Infine ci sono gli oltre 14 mila ebrei etiopi che nel 1984 arrivarono in Israele su “ali d’aquila”. Salvandoli da un promesso sterminio, Gerusalemme riscattò la loro storia antichissima. Al loro arrivo si inginocchiavano a baciare la terra, gli israeliani applaudivano quegli ebrei vestiti di bianco, il colore della festa e delle nozze.

Giulio Meotti

Budapest, capitale dei «Giusti»

basilica-di-santo-stefano-a-budapestCoraggioso, arguto, passionale, creativo. Giorgio Perlasca e’ un ³eroe normale² che per rispetto della dignita’ umana, non ha accettato che uomini, donne, vecchi e bambini venissero trucidati dalla barbarie nazista.

In questa opera di salvataggio Perlasca non fu solo. Insieme a Gera e Farkas, suoi diretti collaboratori all¹interno dell¹ambasciata, ³Jorge² Perlasca  pote’ contare sull’appoggio di una vera e propria rete diplomatica a cui facevano capo la Croce Rossa e i rappresentanti delle ambasciate neutrali di Svezia, Portogallo, Svizzera e Santa Sede. Mons. Angelo Rotta Nunzio Apostolico a Budapest, in particolare ebbe un ruolo decisivo nell¹opera di assistenza agli ebrei.  Giorgio ³Jorge² Perlasca resse la legazione di Spagna dal Primo dicembre del 1944 al 16 gennaio del 1945, quando l¹Armata Rossa entrò in quella parte di Bucarest ma già il 17 novembre del 1944, Perlasca partecipò a una riunione di diplomatici neutrali. Al termine di questa riunione Carl Ivan Daniellson ministro svedese, Harold Feheler, incaricato svizzero, mons; Angelo Riotta e Angel Sanz Briz incaricato spagnolo, firmarono un memorandum al Governo Reale Ungherese «affinché questo impedisse la ripresa delle deportazioni degli ebrei». Il memorandum denunciava la mostruosità delle deportazioni, chiedeva la sospensione dei provvedimenti contro gli ebrei ed il rispetto totale dei giudei protetti dalle ambasciate accreditate a Budapest.

Il 22 dicembre del 1944, su iniziativa del Nunzio Apostolico, i rappresentanti di tutte le ambasciate neutrali si incontrarono nell¹ambasciata del Portogallo per redigere una nota diplomatica comune in cui si chiedeva la Governo Reale Ungherese di «intervenire in favore degli ebrei perseguitati». Ed in particolare si chiedeva di «poter tenere i bambini fuori dal Ghetto in cui erano stati rinchiusi gli ebrei». Le ambasciate dei Paesi neutrali e la Croce Rossa si offrirono per provvedere all¹assistenza dei bambini. Racconta Perlasca che dopo la firma chiese un colloquio privato con mons. Rotta. «Gli ho raccontato tutta la verità – ha scritto Perlasca – All¹inizio non voleva crederci, ma poi si è divertito quando gli ho raccontato in che modo ero riuscito a prendermi gioco dei nazisti. Era felice di sentire che ero lombardo come lui».

Così Mons. Angelo Rotta, fu uno dei pochi a sapere la vera identità del console ³Jorge ²Perlasca.  Da allora le storie di Perlasca e mons. Rotta si incroceranno ancora perché entrambi sono stati riconosciuti dal Governo israeliano, ³Giusti tra le Nazioni², ed i loro nomi sono incisi nel muro dell¹onore del Museo Yad Vashem. L¹attività di assistenza agli ebrei di mons. Rotta ebbe inizio già prima che Perlasca arrivasse a Budapest. La Nunziatura Vaticana svolse un¹enorme attività in favore degli ebrei perseguitati dai tedeschi. In un primo tempo, quando le restrizioni razziali erano limitate, la Nunziatura rilasciava un lasciapassare ai cittadini ebrei in cui si attestava che lavoravano per conto del Vaticano con tale incarico. Di questi lasciapassare ne venivano rilasciati in media 500 al giorno. Quando il fronte della guerra si avvicinò definitivamente alla città di Budapest il controllo tedesco divenne asfissiante, e i lasciapassare non erano più garanzia di salvezza, allora la Nunziatura dovette provvedere a nascondere tutti gli ebrei che sarebbero andati incontro ad una morte certa. Il palazzo in cui risiedeva la Nunziatura nella zona alta della città a Budapest era stato bombardato ed era difficile avere abbastanza locali per nascondere ebrei che cercavano aiuto.

Si ricorse allora ai fondaci. Il Palazzo della Nunziatura c¹erano una serie di fitti ed intricati cunicoli da tempo in disuso e dimenticati, li avevano scavati i turchi come opere di fortificazione di Budapest.  Quale nascondiglio migliore di quello?  Quei cunicoli come catacombe presero ad animarsi, la Nunziatura provvedeva fin dove era possibile al rifornimento di viveri, provvedeva ad avvertirli quando si avvicinava qualche pattuglia della Gestapo. In questo modo migliaia di ebrei ebbero salva la vita.

L¹Arcivescovo Angelo Giuseppe Roncalli, allora Nunzio a Sofia, spedì a mons. Rotta migliaia di certificati d¹immigrazione che aveva ottenuto dagli inglesi, per permettere agli ebrei di fuggire in Palestina.  Roncalli dichiarò che mons. Rotta era disposto a fare qualsiasi cosa per assistere gli ebrei. In ricordo di questi fatti Emilio Pincas Lapide, già console di Israele a Milano, ha scritto: «Il 15 marzo 1944 il Nunzio in Ungheria mons. Angelo Rotta in una nota diplomatica di protesta si rivolse al governo ungherese, comunicando il ³profondo dolore del Santo Padre… sul modo inumano con cui veniva trattata la questione ebraica… in crudele violazione del diritto divino ed umano…. Il 25 giugno 1944 il Papa stesso telegrafò al reggente Horthy, chiedendo di cessare subito le deportazioni e minacciando, in caso di rifiuto un Interdetto. Il 21 agosto a conclusione di una seduta, tenutasi presso la Nunziatura, i rappresentanti diplomatici della Santa Sede, della Svezia, del Portogallo, della Spagna e della Svizzera, si rivolsero con una nota in comune al governo di Budapest per richiedere la sospensione immediata di tutte le deportazioni segrete e camuffate. Grazie a questo intervento e a numerosi altri, innumerevoli ebrei furono salvati da morte sicura».

L’eroismo di Perlasca e la barbarie dell¹Armata Rossa

Paolo Mieli è uno dei giornalisti italiani più noti, inviato de L¹Espresso e di Repubblica, poi direttore de La Stampa e del Corriere della Sera. Mieli è ebreo, la sua famiglia ha pagato un caro prezzo alla Shoah. Rispondendo ad un lettore nella rubrica ³Lettere al Corriere² (Corriere della Sera domenica 3 febbraio 2002) Mieli ha parlato della vicenda Perlasca ed ha scritto: «Qualche giorno fa ho visto anch¹io come milioni di italiani il film televisivo su Giorgio Perlasca. Come tutti i lettori che mi hanno scritto (Andrea Bonacina, Marco Desideri, Pina De Curtis, Gianni Mereghetti, e moltissimi altri) sono rimasto turbato. E sono andato a rileggere le memorie di questo commerciante italiano che, in Ungheria tra il 1944 ed il 1945, si travestì da diplomatico per salvare la vita a moltissimi ebrei.

Il libro si chiama «L¹impostore» e fu pubblicato dal Mulino nel 1997. Ha attirato subito la mia attenzione il fatto che il prefatore di quel testo Giovanni Lugaresi, abbia definito ³liberatori² i soldati dell¹Armata Rossa che nel gennaio del 1945 entrarono a Budapest.

La segnalazione l¹ho trovata nell¹appendice che Perlasca scrisse nell¹ottobre di quello stesso anno. Racconta, Perlasca, di come i russi si comportarono in modo inumano: quando furono nell¹edificio della legazione spagnola, dove lui e i suoi avevano trovato rifugio, si abbandonarono ad ogni genere d sevizia e razzia. Ricordava poi che nella casa Podmaniczky dove Perlasca aveva fatto nascondere uomini e donne di religione ebraica, queste ultime furono orribilmente violentate; che i soldati ubriachi, li percossero senza pietà; che il corpo di uno di quei probi, l¹avvocato Zòltan Farkas, fu trovato con la testa sfracellata; che molti di quei benemeriti furono successivamente avviati a campi di concentramento come prigionieri di guerra. Un incubo, insomma. Il ricordo del quale condizionò la vita di Perlasca nei decenni successivi. Il che forse spiega perchè poi decise di vivere appartato fino alla fine degli Anni Ottanta. Sono cose di cui all¹epoca si parlò poco. E ancor meno in seguito, allorchè l¹Ungheria conobbe una nuova spietata dittatura sotto le insegne politiche di quei liberatori: la falce e martello, la stella rossa».

 

I processi a Gesu’ (Padre Galliano)

pilato_tiberio_550Prima tappa: il tribunale di Anania 

Continuiamo la nostra riflessione sulla passione di Gesù. Avevamo esaminato l’episodio in cui Pietro rinnega il Signore davanti ad una portinaia, mentre il discepolo prediletto che ama Gesù liberamente entra ed esce dalla casa del Sommo Sacerdote. Avevamo visto anche che Pietro rimane fuori, si ferma con i servi e alcune guardie che avevano acceso un fuoco perché faceva freddo. Nella notte c’è bisogno di luci alternative al sole, che è oscurato; difatti Giuda e le guardie si recano a catturare Gesù con torce e lanterne. Anche per superare il freddo della lontananza da Dio c’è bisogno di un fuoco alternativo: Pietro ha rifiutato il fuoco di Dio e si è fermato fuori ed è costretto a scaldarsi con delle braci, cioè con delle fonti di calore alternative. In questo momento Pietro ha rinunciato ad essere discepolo perché davanti a Gesù non c’è posto per compromessi o vie di mezzo: o si sta con la luce o si sta con le tenebre, o si sta con il calore o si sta con il freddo. Non c’è posto per i compromessi!

Mentre Pietro rimane fuori, dentro continua il ‘processo farsa’ a Gesù. Il Sommo Sacerdote interroga Gesù circa la sua dottrina. Cosa strana è che il Sommo Sacerdote, pur essendo il massimo rappresentante di Dio sulla terra, non rivolge a Gesù nessuna domanda circa l’origine del suo mandato e neppure chiede nulla che riguardi Dio. Ciò dimostra non solo che questo è un processo esclusivamente politico, ma anche tutta la paura che le autorità hanno di perdere il loro privilegio basato su una presunta comunione con Dio, stabilita da loro in modo esclusivo.

Gesù, in merito alla sua dottrina risponde: “Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio”. Gesù infatti non ha nessun insegnamento segreto. Non c’è quindi nessuna cosa da spiegare. Gesù infatti continua dicendo: “Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro”. Gesù non si difende e nemmeno vuole fare una catechesi privata in questo momento. Questo fatto fa paura alle autorità religiose perché un’altra volta esse avevano mandato le guardie per arrestare Gesù e lo trovarono che stava predicando: esse ascoltarono quanto stava insegnando e ne rimasero incantate. Quindi non ebbero né il coraggio né la forza di arrestarlo. Mentre le folle lo ascoltavano e avevano fede nelle sue parole, nessuno dei capi gli ha creduto, pertanto nessun altro avrebbe dovuto credere a Gesù perché i capi hanno il potere di decidere ciò che è bene e ciò che è male, ciò’ cui dare assenso e ciò cui bisogna dare rifiuto.

Proprio per questo motivo essi non vanno a chiedere una testimonianza a coloro che hanno ascoltato la predicazione di Gesù, perché sanno benissimo che chi ha ascoltato Gesù è rimasto abbagliato dalla luce emanata da lui e dalle sue parole.

Appena Gesù dà questa risposta al Sommo Sacerdote (perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro) la guardia che stava davanti a Gesù gli diede uno schiaffo. Che cosa ha fatto Gesù in questa circostanza? Forse porge l’altra guancia come si legge nel Vangelo di Matteo? No! Qui Gesù risponde alla guardia: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”.

Apriamo una parentesi che si riferisce ad un altro Vangelo sul passo che riguarda il “porgere l’altra guancia”: porgere l’altra guancia significa offrire un’altra occasione, un’altra possibilità a chi ci ha ferito. In ogni caso bisogna essere prudenti perché di guance ne abbiamo solo due, per cui bisogna usare prudenza (prudenti come serpenti).

Il perdono va dato all’infinito, ma le occasioni di scambio devono essere attentamente misurate. Quindi Gesù, secondo questo Vangelo, non porge l’altra guancia. Se abbiamo notato, questa guardia ha agito spontaneamente, senza che gli fosse stato dato un ordine dal Sommo Sacerdote. Di fronte ai capi, di fronte alle autorità bisogna essere rispettosi, ossequiosi ed obbedienti. Osserviamo che questa guardia è un individuo spersonalizzato. Nel Vangelo di Giovani non troviamo indemoniati che hanno manifestazioni esteriori violente. Nel Vangelo di Giovanni gli indemoniati sono queste persone “spersonalizzate”. Indemoniato è colui che è spersonalizzato, colui che non ha più libertà, colui che non ragiona più con la sua testa, ma secondo quello che dicono gli altri. Gli altri, il mondo, i capi, le autorità. Questa guardia è un indemoniato quindi questo è il motivo della sua reazione violenta.

Lo stesso ha fatto il primo papa, Pietro. La guardia difende il suo capo facendo valere il rispetto che gli è dovuto. Pietro, dinanzi all’arresto di Gesù aveva estratto lo spadino e aveva tentato di difendere Gesù con la violenza: violenza con violenza. Gesù invece dimostra tutta la sua grandezza: dinanzi a questa guardia, pur essendo in catene, pur sapendo che ormai la sua morte era vicina, tenta di salvarla, tenta di farla ragionare con la sua testa. Gesù tenta di fare uscire la guardia dalla sua prigione, diremmo dal suo “stato di indemoniato”. Gesù non vuole persone dipendenti, soggiogate, non vuole persone che non pensano: Gesù vuole persone mature, persone che riflettano, persone che facciano le proprie scelte e poi se ne assumano le responsabilità. Anche noi non dobbiamo deresponsabilizzarci di fronte alle nostre scelte attribuendo le nostre responsabilità ad altre persone:” questo lo ha detto l’autorità, il capo, o chi ci è superiore”. In questo modo non cresciamo ma restiamo sempre dei bambini. Gesù non vuole questo. Gesù sta tentando di far ragionare anche questa persona succube del potere.

Anna (Anania) si rende conto della pericolosità di quest’uomo chiamato Gesù. Anania sa benissimo che se le guardie e tutti coloro che gli obbediscono ciecamente cominciassero a ragionare con la propria testa ci sarebbe un grave pericolo per il loro potere. Infatti sicuramente Anania si ricordava delle parole con le quali Gesù, in una delle sue tante prediche, invitava la gente a ragionare con la propria testa, invitava a fare discernimento (voi guardate il tempo e dite se domani piove …………………). Gesù sta dicendo alla guardia di smettere di essere succube del potere che le impedisce di pensare autonomamente. Anania si rende conto della pericolosità di Gesù, il quale viene legato ancora più stretto.

Ogni volta che Gesù viene portato, durante il suo processo, da una parte e dall’altra, gli danno sempre un giro di corda per legarlo sempre più stretto perché si rendono conto della sua pericolosità. Ma più lo legano stretto e più Gesù si dimostra un uomo libero.

 

 Seconda tappa: il tribunale di Caifa 

Dopo essere stato da Anania lo mandano legato da Caifa. Nel frattempo, attraverso i vari interrogatori, Gesù continua il suo itinerario di libertà verso il Padre, mentre il suo “rappresentante legale”, il primo papa, stava insieme alle serve ed ai soldati, gli stessi che nell’orto del Getsemani aveva voluto combattere perché non catturassero Gesù. Adesso Pietro si è unito a questi.

Un soldato gli chiede: “Ma forse anche tu sei suo discepolo?”. Pietro risponde: “Non sono”. Lo ripeterà tre volte, tre numero che indica la completezza. Pietro è il traditore per eccellenza: rinnega tre volte. In un vero e proprio cammino di discesa, va scomparendo come discepolo. Uno dei servi, che era un parente del soldato Malco (che significa re), cui Pietro aveva tagliato il lobo dell’orecchio, lo ricorda e gli dice: “non ti ho forse visto con lui (Gesù) nel giardino? Attenzione al preciso ma non casuale riferimento al giardino. Questa è l’ultima chiamata per Pietro. E Pietro, per la terza volta dice “Non sono”, non l’ho visto, non ero là.

A questo punto il gallo cantò. Perché Giovanni riporta il particolare del gallo che canta? Secondo quanto prescriveva il Talmud, a Gerusalemme era vietato l’allevamento dei galli perché il gallo era ritenuto il “trombettiere”, il messaggero di satana. Poiché il gallo canta nella notte e alle prime ore dell’alba, gli ebrei pensavano che il gallo avvertisse satana all’alba di ritirarsi perché stava sorgendo il sole. Il gallo canta perché satana ha vinto, la tenebra ha trionfato. Pietro ha rinnegato tre volte prima di sentire il gallo cantare la vittoria di satana, ma noi, quante volte facciamo cantare il gallo nella nostra vita?

 

Terza tappa: il tribunale di Pilato

Gesù continua il suo viaggio. Da Anna viene portato da Caifa e da Caifa lo portano dal governatore romano, un pagano. Attenzione, era mattina, era già passata tutta la notte del giovedì santo ed essi tuttavia non entrarono nella residenza del governatore romano per non contaminarsi. La legge ebraica proibiva di entrare nelle case dei pagani perché ci si contaminava e si diventava impuri. Le autorità religiose non avrebbero potuto così celebrare la festa della pasqua ebraica. Questi uomini stanno per uccidere un uomo che sanno essere innocente, stanno commettendo un assassinio cioè un’infrazione gravissima alla legge – non uccidere – eppure hanno attenzione a non oltrepassare la soglia della casa del governatore perché Pilato è un pagano e quindi si renderebbero impuri e la legge questo lo vieta. Incredibile!

Gesù ci mette in guardia verso quelle persone che sembrano tanto sante e tanto pie; infatti dirà di loro “filtrano il moscerino e ingoiano il cammello” cioè filtrano il moscerino, che è l’animale impuro più piccolo e ingoiano il cammello, che è l’animale impuro più grande. Stanno attenti alle più piccole cose, stanno attenti a non oltrepassare una soglia e poi ammazzano un uomo per giunta innocente. Attenzione a queste persone che all’esterno sono tutte sante, tutte brave, tutte buone e poi “puzzano” come i sepolcri. Questa realtà la osserviamo anche intorno a noi e forse talvolta la viviamo anche noi stessi, con il nostro appannaggio di santità, di bravura. MA DAI FRUTTI LI RICONOSCERETE. Questi hanno paura, non entrano in casa di Pilato, non oltrepassano la soglia perché devono celebrare la pasqua.

Pilato uscì e chiese quale capo d’accusa presentavano contro quell’uomo. Vuole un capo d’accusa, ma in realtà già ne conosce il motivo perché sa che Gesù è stato arrestato come nazareno poiché gli ha mandato i soldati. Per dare l’ordine ai soldati di uscire a catturare un uomo pericoloso, come era considerato Gesù, Pilato ovviamente conosceva il motivo dell’accusa contro Gesù. Tuttavia vuole sentirla pronunciata da coloro che la sostenevano. Ma essi non rispondono e dicono solo: se costui non fosse un malfattore non te lo avremmo portato. Praticamente per loro Gesù è un malfattore, un delinquente. Che cosa aveva fatto Gesù? Quali sono le opere che rendono Gesù un delinquente, un malfattore? Sono proprio le opere del Padre, quelle opere a favore dell’uomo. Difatti nel consiglio tenuto dai sommi sacerdoti avevano concordato dicendo: quest’uomo compie molti miracoli. Per questo motivo Gesù era pericoloso perché compiendo tali segni avrebbe potuto convincere molta gente a seguirlo con conseguente rovina della religione “ufficiale” e quindi anche dei sommi sacerdoti. Difatti molte persone uscirono dalla sfera di influenza della religione ebraica ed entrarono nella sfera di Gesù.

Allora Pilato dice: “prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge”. Qui gli accusatori di Gesù si tradiscono perché dicono: “A noi non è consentito mettere a morte nessuno! La nostra legge non permette di mettere a morte nessuno”, quindi hanno consegnato Gesù a Pilato proprio perché fosse messo a morte. Si tradiscono con le loro stesse parole. Pilato entra ed esce e poi rientra (per vedere le varie influenze) e chiamato Gesù, gli chiede: “Tu sei il re dei giudei?”. Segue la discussione sul regno di Dio. Poi Gesù risponde: “Per questo sono venuto nel mondo, per rendere testimonianza alla verità”. Gesù è venuto nel mondo proprio per portare la sua vita e la sua attività. L’affermazione di Gesù “per questo sono venuto nel mondo” denota che la sua missione si realizza nella storia. La sua regalità si differenzia da quella del mondo; Gesù entra nella nostra storia. Il nostro atteggiamento ‘spiritualeggiante’ potrebbe portarci ad alienarci, ad uscire dalla nostra storia o peggio ancora ad un non impegno nel mondo. Gesù dice chiaramente: “Non ti prego di toglierli dal mondo, ma di custodirli dal maligno”. Il nostro essere nel mondo deve essere proprio come Gesù, la comunità di Gesù deve riflettere, cioè deve compiere le opere del Padre, opere di guarigione, di liberazione, opere a favore dell’uomo. Non si tratta infatti solo di una guarigione isolata, ma è tutto un dinamismo di guarigione e di liberazione che dobbiamo compiere. Guarigione da noi stessi e da ogni falsa immagine di Dio.

Come per Gesù, questa opera incontrerà difficoltà proprio dal mondo che non approva questa liberazione. Per far questo una cosa importante è la rinuncia alla forza, la rinuncia alla violenza in tutti i modi. Gesù per trarre fuori dall’oppressione in cui si trova il popolo, non combatte l’ordinamento ingiusto con la violenza, ma mostra la falsità di quello in cui crede rivelando la verità. Dirà San Paolo: “Il mondo si salva attraverso la stoltezza della predicazione”.

Qui Gesù dice una frase bellissima ma anche difficile: “Chiunque appartiene alla verità ascolta la mia voce”. Cioè, chi è nella verità ascolta la voce di Gesù. Ascoltare non significa sentire, ma significa comprendere, fare proprio. Noi avremmo detto il contrario: “Chi ascolta la voce del Signore poi si mette nella verità, fa un cammino di verità”. Invece no. È al contrario. Chi si stabilisce nella sfera della verità, chi fa una scelta per la verità, allora comprenderà la parola del Signore. Cosa significa fare una scelta per la verità? Quello che ha fatto Gesù, ossia due cose:

  1. Dal punto di vista di Dio, avere un rapporto sincero con Lui. Io sono venuto per servirvi. Dobbiamo smettere di vivere la nostra fede in Dio come una religione qualsiasi. La nostra fede in Dio, in Gesù significa anche essere serviti da Dio. E poi, se vogliamo, con Lui e come Lui, andiamo verso i fratelli per servirli, per essere Dio anche noi in mezzo al mondo;
  2. Metter Dio e l’uomo al centro della nostra vita. Mettersi nella verità significa LAVORARE PER L’UOMO, mettere il bene dell’uomo al primo posto della nostra vita. Questo significa vivere nella verità secondo il Vangelo di Giovanni. Se noi facciamo questa scelta di voler vedere un Dio diverso cioè anziché vedere un Dio che vuole tutto il potere, un Dio che si mette al servizio dell’uomo (e anche noi ci mettiamo al servizio degli altri) allora promuoviamo il bene dell’uomo, e la parola di Dio che ascoltiamo diventa vita. In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini, non la legge.

Su questa parola ci giochiamo tutta la nostra vita. Se ci stabiliamo all’interno della verità allora comprenderemo la parola di Dio. E come dice Gesù, chiunque appartiene alla verità ascolta la mia voce. Prima dobbiamo metterci dalla parte della verità con una scelta sincera, non ufficiale e superficiale. Gesù fa questo discorso e Pilato chiede cosa è la verità. Gesù non risponde. Pilato, si rende conto che Gesù è innocente e che glielo hanno portato per invidia e per farlo morire e dice: “Io non ho trovato alcun capo d’accusa contro di Lui”. Non riesce a liberarlo e cerca allora di trovare una scappatoia, un compromesso dicendo “C’è però consuetudine che io vi liberti uno per pasqua, volete che vi liberi il re dei giudei”? Pilato non ha detto: “Volete che vi liberi Barabba”, ma ha detto: “Volete che vi liberi uno per la festa di pasqua?” Visto che pasqua significa “liberazione” era prassi liberare, dare la grazia ad un condannato. La folla grida Barabba.

Il verbo gridare è importante nel Vangelo perché questo è un grido di morte. Gesù, pochi giorni prima aveva fatto l’ultimo miracolo, nel Vangelo di Giovanni al capitolo 11. Dopo che Gesù aveva resuscitato Lazzaro i capi dissero ‘basta questo deve morire’. Gesù cosa fece per fare uscire Lazzaro dal sepolcro? Gridò Lazzaro vieni fuori e il suo è un grido di vita, il suo è un grido che scuote la morte e fa ritornare alla vita. Al capitolo 7 Gesù gridò: “Chi ha sete venga a me e beva, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno”.

Invece i sommi sacerdoti, le autorità religiose cosa gridano? Barabba, vogliamo Barabba. Barabba era un bandito, un assassino. Gesù, che comunica vita no, Barabba che comunica morte sì! E Gesù cosa aveva detto in questo Vangelo? Voi fate le opere del padre vostro, Io faccio le opere del Padre mio, quindi do vita, do liberazione, do guarigione. Voi fate le opere del padre vostro. E difatti quale padre è? Un padre che comunica morte.

Bar-abba è un nome costruito: Bar significa figlio, abba significa padre. Sono figli del padre. Queste autorità sono figlie del padre loro, come aveva detto Gesù. Che cosa ha fatto Barabba? Ha ucciso, ha tolto la vita. Noi cosa vogliamo gridare? Anche noi dobbiamo fare una scelta perché Gesù ha dato il potere di diventare figli di Dio. Se siamo battezzati e quindi abbiamo ricevuto lo Spirito Santo dobbiamo fare e vedere le opere dello Spirito Santo. Il nostro grido è la nostra vita, e quali sono le opere che facciamo? Le opere del Padre nostro che comunicano vita o le opere del padre nostro che comunicano morte? Di chi siamo figli? Amen

(Padre Giuseppe Galliano)